La caduta di Troja

di Trifiodoro egizio


Trifiodoro - La caduta di Troja

La tarda fine della penosa guerra, e l'inganno, opera equestre dell'Argiva Minerva, tosto a me che ho fretta, omettendo un lungo discorso , narra, o Calliope ; e l'antica contesa degli uomini, sul finir della guerra, sciogli con veloce canto.

Ormai volgendo al suo termine il decimo anno, vecchia Bellona si stendea, di stragi insaziata, sovra ai Trojani ed ai Greci; degli uccisi guerrieri erano dunque stanche, le lance, e languivano le minacce de' Brandi ; si estingueva lo strepito delle corazze; scioglevasi infranta la stretta connessura delle soghe portanti gli scudi; gli scudi più non reggevano d'aspettar lo strepito de'dardi; stendevansi gli archi ricurvi, e giù scorreano le veloci saette. Da soli i destrieri nelle oziose stalle , meschinamente chinando il capo, sospiravano i compagni cavalli , ed altri, desiderandoli, sospiravano, gli uccisi aurighi. Giaceva il figlio di Peleo, avendo insieme il morto amico ; sovra il figlio Antiloco piangeva il vecchio Nestore, ed Ajace, con ferita di sua mano, avendo sciolto il robusto corpo, lavò la nemica spada con una pioggia di furioso, sangue. Agli sventurati Trojani, lagrimanti per Ettore trascinato, non solo domestico era il dolore, ma ancor piangendo per i lutti altrui, rispondevano alle lagrime degli alleati dalle molte favelle Piangevano.

I Licii Sarpedonte cui già la madre avea mandato a Troja superba per il letto di Giove, dalla lancia disteso del Meneziade Patroclo , e lagrimando si effuse in sangue l'Etere paterno. Sovra. Reso urlavano i Traci, nell'ingannevol notte legato in tristo sonno. Per la morte di Mennone la madre entrò sotto una celeste nube, nascondendo l'Aurora il lume di un tenebroso giorno. E le donne del Termodonte diletto a Marte a, la quale, andata alla danza della guerra che ha molti stranieri , ferite all'immaturo cerchio della maschia mamma , piangevano la vergine guerriera Pentesile, con femminea destra dissipò un nuvol d'uomini alle navi del lido; ma col frassino Achille solo assalendola, l'uccise o la spogliò e tomba le diede.

Ma sulle torri dai Numi fabbricate , ancora tutto Ilio reggeasi, montato sovra immobili fondamenta. Per l' indugio pesante si affliggeva il popolo degli Achei; e, spossata dall'estreme fatiche, benchè indefessa, indarno avrebbe sudato Minerva, se, lasciando le ingiuriose occulte nozze di Deifobo , da Ilio non fosse venuto ospite a' Greci un indovino, che, facendo certo piacere al travagliante Menelao, profetò l'ultima rovina alla sua patria. Ma dessi, per i vaticinii dell'adirato Eleno, tosto apparecchiarono il termine della lunga guerra. Avendo poi abbandonato Sciro, città di vergini vezzose, venne anche il figlio d'Achille e della lodata Deidamia, che, non avendo ancor messa la prima lanugine sulle graziose guance , la forza del padre mostrava, giovanissimo guerriero . Venne poi anche a' Danai, recando la sua veneranda statua, Minerva ch'è predatrice, ma ausiliatrice agli amici .

E già coi consigli della dea il fabbro Epeo, faceva un immenso cavallo, opera nemica a Troja; e già tagliavansi le legne, e nella pianura erano tranate dall'Ida stessa , donde ancor prima Fereclo aveva costrutto ad Alessandro le navi, principio della sciagura. Faceva poi ne' vastissimi fianchi un ben acconcio ventre, incavandolo quant'è l' ampiezza di nave quinci e quindi spinta da' remi. Diritta a squadra l'artefice descrisse la grandezza. Sull'incavato petto fissò il collo, di biond'oro spruzzando il rosseggiante crine , che, sublime ondeggiando sul curvo collo, giù dal capo piovendo, era raccolto con legame simigliante a cresta; pose poi in due cerchi occhi di pietra, di ceruleo berillo e di sanguigno ametisto; e per lo sfolgorare del doppio colore risultante dall'unione delle cerulee pietre mischiate all'ametisto rosseggiavano gli occhi.

Nelle mascelle sculse denti d'argento, studiantisi di mordere le cime del ben ritorto freno; e della grande bocca aprì furtivamente le vie, salvando ai nascosti guerrieri la scorrevol aria, e per le nari spirava il vivifico fiato . Sulle altissime tempia adattò le orecchie assai ben ritte, sempre apparecchiate ad aspettare il suon della tromba . Insieme a' fianchi congiunse la spalle e la schiena arrendevole, ed unì le cosce alle sdrucciolevoli natiche. Traevasi poi sino agli ultimi vestigi la dimessa coda, qual vite trascinatesi co' tortuosi tralci. I piedi, che venivan dopo macchiate ginocchia 31, come se dovesser accingersi a non veloce corso, così camminavano; ma necessità li costrinse a starsene immoti. Nè sotto le gambe sporgevan unghie non ferrate, ma desse eran ricoperte con cerchi di risplendente tartaruga, toccando appena il suolo col robusto bronzo. Una chiusa porta vi pose ed una scala da lui fabbricata, ond'essa, invisibile e adatta ne' fianchi del cavallo, quinci e quindi portasse l'inclito agguato degli Achei, e quella sciolta e sempre salda, fosse loro via di andar sopra e sotto. D'ogni parte, sul candido collo e sulle mascelle, il cinse con purpurei fiori all'intorno delle briglie e coi tortuosi giri del necessario freno, attaccando quest'ultimo con avorio e con rame dalle argentine volute . Ora, poichè tutto egli ebbe lavorato il nemico Cavallo, pose sotto a ciascun piede una ben acconcia ruota, acciò tratto pe' campi fosse versatile nè a chi lo trascinava rendesse difficil la via. Così egli sfolgorava di spavento, e di molta bellezza, e vasto ed alto, nè avrebbe rifiutato di guidarlo l'equestre Marte, se vivo preso l'avesse: ed intorno a lui l'artefice avea condotto un gran muro, perchè nessuno degli Achei prima non lo vedesse e rivelasse il non palese inganno .

Ora, presso la nave Micenea d'Agamennone, fuggendo l'onda e la turba delle irrompenti moltitudini, si radunarono a consiglio i re degli Achei. Presa figura di canora araldo, consigliera stava allato di Ulisse l'impetuosa Minerva, ungendo la voce dell'eroe con melato nettare. Ma egli, volgendo in menta divini consigli, prima se ne stava simile ad uomo stupito , fissando a terra lo sguardo dell'immobil vecchio, e tosto, aprendo le fonti di perenni parole, tonò terribilmente, e, qual da sacra sorgente, versò grande fiume di melliflua neve:

«O amici, già è compiuto l'occulto agguato, per mano dell'uomo, ma con voler di Minerva. Or voi, che moltissimo confidate nella vigoria delle destre, con intrepido petto ed animo paziente, pronti seguitemi; imperciocchè non conviene, lungo tempo qui stando, travagliar senza fine ed invecchiar senza frutto; ma è d'uopo compir vivendo questa celebre impresa, o con sanguinosa morte sfuggire turpe ignominia. Noi abbiam di loro più belle speranze quando non vi scordiate della passera e dell'antico drago e del leggiadro platano e della madre uccisa sui figli di corta vita e dei teneri pulcini 37. Che se il vecchio Calcante allungò il tempo coi vaticinii, ora le predizioni d'Eleno, vate straniero, ne chiamano a vittoria prontissima. Epperò a me ubbidite e nell'equino ventre audacemente affrettiamoci, acciò la spontanea sciagura, opera fallace dell'intrepida dea, in Ilio conducano i Trojani, il proprio danno abbracciando . Voialtri poi sciogliete le sarte estreme delle navi, gettando di vostra mano il fuoco nelle tende intrecciate; e lasciando deserta la spiaggia dell'Iliaca terra, navigate a tutta voga verso la patria fingendo falso ritorno, finchè da una vedetta dell'alto lido, a voi. raccolti sulle spiagge vicine, notturna fiamma dia segno di rinavigare indietro; ed allor non abbiano i vogatori posa alcuna nell' arrancare, nè vi sia altra nube di spavento e quelle paure che le notti arrecano agli uomini di trepido animo, ma sorga in voi l'ingenito pudore della virtù primiera, né alcun deturpi sua gloria, onde ciascuno riceva premio condegno alle sue guerresche imprese.»

Così dicendo usciva dal Consiglio; ed alla sue parole primo tenne dietro Neottolemo simile ad un Nume, qual puledro che affrettasi per rugiadoso campo, e, superbo per la nuova bardatura, previene la sferza e la minaccia dell'auriga. Diomede poi figliuol di Tideo mosse dietro a Neottolemo, maravigliando che tale era ancor prima Achille. Seguì poi anche Cianippo, cui la nobil Cometo, figlia di Tideo, che s'ebbe brevi nozze in sorte, generò al bellicoso Egialeo di corta vita. E vi fu Menelao, cui fiero impeto portava alla contesa con Deifobo, e ribolliva nell'anima feroce , bramoso di trovare il secondo rapitore della propria sposa. Dopo lui sorse il locrese Aiace , figlio d'Oileo , che per anco aveva cuor saggio, ne per fanciulle disonestamente impazziva; e fece levarsi un altro, cioè Idomeneo, il semicanuto re dei Cretesi. Ed insieme a questi andò il Nestoride Trasimede ed andò il figlio di Telamone, il lungi saettante Teucro . E con loro si levò il figlio di Admeto, il ricco di cavalli Eumelo e dopo costui affrettavasi l'indovino Calcante, ben sapendo che, finita l'immensa guerra, già gli Achei sarebbero entrati col cavallo nella città di Troja. Nè indietro si rimasero restii dal prestare aiuto Euripilo Evemonide e il prode Leonteo, e Demofoonte ed Acamante, due figli di Teseo; l'Ortigida Anticlo, cui, quivi morto essendo, gli Achei lagrimando seppellirono nel cavallo; e Peneleo e Megete e Antifate magnanimo, e Ifidamante ed Euridamante, prole di Pelia; e Anfidamante armato d'arco, ed ultimo ascese nella sua macchina Epeo, l'artefice dall'illustre ingegno. Fatta poi preghiera all'occhiazzurra figlia di Giove, si affrettavano, nella nave cavallina, e Minerva recò loro la vivanda de' Numi mescolandola coll'ambrosia, perchè avessero da banchettare e perchè, stando in agguato tutto il giorno, non si aggravassero loro le ginocchia, consumati dall'ingrata fame. Come allorquando pei freddi delle veloci nubi, la neve, addensando l'aere, asperge i campi, e sciolta fa precipitare un gran torrente, e dalle rupi celermente balzano con rumoroso salto, paventando il fragore dell'alpestre fiume, le fiere che fuggono sotto una falda di concava tana, stando in silenzio negli orridi fianchi del monte, e, forte affamate per la dura necessità, pazienti aspettano quando cessi la dirotta pioggia, così, nell'incavato legno saltando, gli indefessi Achei sostenevano intollerabili fatiche. Ulisse poi, il fedel guardiano dell'invisibile agguato, chiuse loro la porta del pregnante cavallo; ed egli.stesso sedeva nella testa quale osservatore, ma i suoi occhi desiosi non potevan scorgere chi fuora si stesse. L'Atride allora comandò a’ guastatori Achei che colle ricurve zappe distruggessero il muro di pietra, dal quale era coperto il cavallo poichè voleva nudo lasciarlo, acciò, visto da lontano, a tutti gli uomini mostrasse la propria leggiadria: e quello infatti, giusta i comandi del re, fu atterrato.

Ma quando il Sole, traendo agli uomini la notte ombrosa. volse il risplendente giorno al tenebroso occaso, allora si sparse per il popolo la voce degli araldi, annunziando che si fuggisse e si traessero nel profondo mare le celeri navi, e si sciogliessero i poppesi. Or quivi, alzando impetuoso fuoco di pece ed i ripari abbrucciando delle ben saldo tende, navigavan colle navi indietro dalla Reziaca spiaggia al porto opposto della ben coronata Tenedo, fendendo l'onda azzurra dell'Atamantide Elle .

Ma solo venne lasciato l'Esimide Sinone, ingannevole eroe, che, volontariamente feritosi le membra con battiture, nascondeva i danni e l'occulto agguato contro i Trojani. Come allorquando. messa all'intorno una rete colle stagge, i cacciatori tendono un'accorta, insidia alle fiere montane, e, in disparte dogli altri, un uomo spiator di belve, furtivamente penetrato sotto i densi rami, se ne stà nascosto osservando le reti, così Sinone allora, segnato nelle malconce membra, a Troja macchinava trista rovina, e, giù per le spalle, egli scorreva il sangue versato dalle infertesi ferite.

Ora, presso le tende, notturna infuriava la fiamma, gettando vorticoso fumo con grand'impeto, poichè il gravisonante Vulcano così comandava, e, soffiando, varie procelle squassava anche la stessa madre del fuoco immortale, la risplendente Giunone. E già ai Trojani ed all'Iliache donne, in sull'alba ombrosa, venne la sonante, Fama, annunciando la nemica fuga col fumo indicatore. Ma tosto, aperte le sbarre delle porte, uscivano fanti e cavalli e si riversavano nella pianura, cercando se mai vi fosse qualche inganno degli Achei, e gli altri vecchi del popolo, aggiogati ai carri i veloci muli, calavano dalla città insieme al re Priamo e furono lestissimi, rallegrandosi per i figli cui il sanguinoso Marte avea loro lasciati, e vedendo pur libera la vecchiaja: ma non doveano gioire a lungo, poi ch'era giunto il decreto di Giove. Ed essi, dopo ch'ebbero veduto il variopinto corpo dell'artificioso cavallo, maravigliarono sparendosi a lui d'intorno, come gracchian stridule cornacchie ch'hanno veduta un'aquila robusta. Ma dubbio ed aspro cadde tra loro un consiglio, imperciocchè gli uni stanchi della luttuosa guerra, odiando il cavallo poich'era opera degli Achei, volevano o frangerlo ne' profondi precipizii, ovvero spezzarlo colle taglienti scuri; gli altri invece, fidenti nel lavoro della macchina di recente lavorata, volevano che il marzial cavallo si offerisse agli Immortali, acciò per l'avvenire fosse monumento della guerra argiva. Or mentre deliberavano di queste cose, trascinando le membra cariche di varie ferite, nudo apparve sulla pianura il malconcio eroe. ed i lividi pieni di corrotto sangue mostravano le orme oltraggiose dei veloci flagelli. Ma tosto egli, prostrato avanti i piedi. di Priamo, colle supplici palme toccò le senili ginocchia, e, pregando il vecchio, fece un discorso tessuto di menzogne:

«Se hai pietà di un uomo che ha navigato insieme agli Argivi, salverai certo o Dardanide scettrato, me che sarò il difensore della città e dei Trojani e l'estremo nemico degli Achei. Così quelli mi hanno offeso che in nulla ho peccato, non curando la vendetta degli dei, malvagi e spietati sempre. Così rapirono il dono dell'Eacide Achille; così abbandonarono Filottete allacciato dall'Idra , e per invidia uccisero anche lo stesso Palamede . Ed ora a me quali cose fecero gli iniqui, perchè non voleva fuggir con loro ed esortava i compagni a rimanere! Essi, colpiti dalla malvagità che le menti sconvolge,mi spogliarono delle, vesti, e, co' dei flagelli tutto il corpo ferendomi, mi abbandonarono. Alla spiaggia straniera. Ma tu, beato serba la riverenza dell'Icesio Giove , poichè diverrò oggetto di esultanza agli Argivi, se mi lascerai perire supplice ed ospite per mano de' Trojani. Ma io a voi tutti sarò d'aiuto, onde più non temiate di ritorno la guerra degli Achei». Così disse; ed il vecchio Priamo lo consolò con benigna voce:

«O straniero, in mezzo a' Trojani, non ti conviene l'aver timore, poichè fuggisti l'empia ingiuria degli Achei. Sempre sarai nostro amico: nè della patria nè dei ricchi talami mai ti prenderà dolce desiderio. Ma or via, dimmi tu pure perchè mai venne fatta questa maraviglia di cavallo, prodigio di crudele spavento, e dimmi il tuo nome e la stirpe, e donde ti recaron le navi ».

Ma incoraggito così gli rispose l'astutissimo eroe:

«Dirò ancor questo, poichè tu comandi a me che il voglio. Argo è la mia città, Sinone il nome, ed Esimo si chiama il mio canuto genitore. Epeo trovò agli Argivi il cavallo, già dall'antico tempo predetto dagli oracoli. Che se voi qui in paese il lasciate, è fatale che i figli degli Achei prendano la città di Troja, ma se Minerva ne' suoi tempii riceve il venerando simulacro, fuggiranno , lasciando incompiuta la guerra. Ma or via, cintolo dovunque con funi, traete nella vasta rocca il cavallo, che ha d'oro il freno. Ed a noi sia duce Minerva, custode della città, affrettandosi anch'essa a ricevere l'artificiosa offerta ».

Così disse; e il re comandò che, presa clena e tunica, se ne rivestisse. Ma i Trojani, legando de' cuoi, con ritorte funi traevano per la pianura il cavallo montato sulle veloci ruote, ed onusto de' greci maggiorenti, mentre davanti a lui flauti e cetre modulavano concordi. armonie. O infelice stirpe dei mortali disconsigliati, ai quali oscura è la nebbia delle future cose.

Molti, tra i vani tripudii , ignoran spesso che cadono in rovina, come anche allora a' Trojani venne in città di suo proprio talento rovinosa sciagura, e non sapeva alcuno che rapidamente trascinavasi lutto infinito, ed anzi cogliendo i fiori del rugiadoso fiume, ne inghirlandavano la criniera del loro uccisore La terra premuta dalle bronzee ruote, terribilmente tramugghiava; ed i ferrei perni delle stesse, urtati, gemevano in aspro suono. Strideva la giuntura delle travi, e tutta tesa la ritorta catena sollevava torbida polvere, mentre sorgevano grida e schiamazzi da chi trascinava il cavallo. Fremeva colle ninfali querce d'Ida ombrosa, strepitava pur l'acqua del fiume Xanto, aggirandosi a vortice, e rimbombava la bocca Simoesia, mentre la celeste tromba di Giove, prediceva squillando la guerra trascinata da' Trojani. Questi avanti guidavano la mole smisurata; ed aspra e lunga era la via, attraversata. da fiumi e non eguale nelle pianure. Ma il variopinto cavallo procedeva agli altari: di Marte, oltremodo superbo, e con forza lo spingeva Minerva, aggravando le mani sulle cosce di recente scolpite . Così avanzandosi spedito, correva più celere d'una. saetta, seguendo i Troiani con veloci passi, finchè giunse alle porte dardanidi; ma stretti n'erano gli angoli a lui ch'entrava; epperò accorse Giunone, e dilatolle, acciò proseguir potesse nella propria via . E dalle torri, Nettuno spezzò col tridente il limitare delle spalancate porte, e per la città le donne Trojane in ogni canto, e fanciulle, o spose, e quelle che avean provata Lucina, con canti e danze carolavano intorno al simulacro; ed alcune, tergendo la graziosa spuma della pioggia , distendevano rosei tappeti sulla mole di legno , altre poi, sciogliendosi la preziosa zona . ornamento del seno, inghirlandavano il cavallo con fiori intrecciati: ed altra, tolto il coperchio di capacissimo vaso, e spargendo vino mischiato con aureo croco , profumava la terra con odorato liquore . Col grido degli uomini si confondeva lo schiamazzo delle donne, e le strida dei fanciulli mescolavansi alle voci della vecchiaja . Come pellegrine del ricco Oceano, ed ancelle dell'inverno, torme di gru nell'aria strepitanti, s'accavallano errando in circolo di danza, e stridendo annunziano cose nemiche agl'aratori che lavoran la terra, così quelli, con grida e tumulto traverso alla città, conducevan nella rocca, il pregnante cavallo .

Ma la vergine Cassandra, spinta da Nume fuori dal talamo, più non volea restarvi, e, spezzando i serrami, correva quale disciolta giovenca, cui percosse l'ago dell'assillo pungitor di buoi : essa più non ritorna in branco, nè ubbidisce al pastore, nè brama il pascolo, ma ferita dall'acuto strale, fugge dal chiuso de' buoi; tale adunque la fanciulla, per gli stimoli del fatidico, impeto, smarrita in cuore, scuoteva il sacro alloro: e dappertutto, urlava per la città, e non curavasi punto nè dei genitori nè degli amici, poichè il virgineo pudore l'avea abbandonata. Non così in selve il dolce flauto di Bacco, che impazza ne' monti, Colpì tracia donna 68, che, eccitata dal dio, gira l'errante sguardo, nudo scuotendo il capo ornato con edera nereggiante, come allora Cassandra, uscita dalla volubil mente, inspirata dal Nume, infuriava, e, lacerandosi spesso la chioma ed il petto, proruppe con smaniosa voce:

«O infelici perchè, conducendo tale detestando cavallo, spiritati impazzite, ed all'ultima notte v'affrettate e al fine della guerra e al sonno onde più non si sveglia? Questo è tumulto guerriero degl'inimici; or sì che certo maturan le doglie dei sogni d' Ecuba sventurata e finisce il tardo anno, sciolta la guerra. Tal si avanza l'agguato de' maggiorenti, cui, sfolgoranti d'armi in oscurissima notte, il robusto cavallo partorirà alla pugna, e, appena balzati a terra, si precipiteranno nel combattimento perfettissimi guerrieri; imperciocchè le donne non assisteranno i nascenti eroi, sollevando tra i dolori il partoriente cavallo, ma d'aiuto gli sarà Lucina stessa che fabbricollo; e, apertogli il pieno ventre, griderà Minerva, che le città distrugge ricoglitrice del luttuoso parto. E già purpureo s'aggira dentro le torri un mare di sangue versato e onda di strage. Mille lacci si avvolgono allo mani delle infelicissime donne, e, sotto le travi del cavallo, cova occulto il fuoco. Oh! miei dolori, oh! mia città paterna! Fra poco mi sarai polvere minuta; perisce l'opera degli immortali, e dalle radici si scuotono le fondamenta di Laomedonte. E te, padre, e te, madre, io piango: quali cose mai soffrirete entrambi! Tu, o padre, miseramente cadendo, giacerai presso la grand'ara di Giove Erceo , e te, o madre di fortissimi figli, togliendoti l'umana forma, faranno i Numi rabbiosa cagna ululante sui figli uccisi . O divina Polisssena, per poco ti piangerò, sacrificata, presso la, patria terra: così alcun degli Argivi uccidesse me pure dopo i tuoi pianti! Poichè qual bisogno ho io di più lunga vita, se mi riserba più misera morte, e mi coprirà terra straniera?

Tali doni a me la padrona Clitennestra, ed allo stesso re Agamennone tesse, per tanti affanni, in morte! Ma pensatevi una volta, e tali cose conoscerete, o miseri; dissipate la nube del divin castigo, o amici, che vi toglie il sonno. Si spezzi colle scuri il corpo del capace cavallo, o col fuoco s'abbruci, e perisca poichè contiene corpi nemici, e diventi pei Greci un rogo immenso: ed allora banchettate in grazia mia ed affrettatevi alle danze, all'amata libertà sacrando le tazze » .

Ella disse; e nessuno l'obbediva, poichè Apollo l'uno e l'altro la fece, e buona indovina, e non creduta. Ma rimproverolla il padre, minacciandola colle parole:

«Qual infausto demone di nuovo qua ti addusse, o indovina di sciagure, audace, impudente? Inutilmente gridando ci esorti. E non ancora hai stanca la mente del rabbioso morbo, e sazia de' turpi furori, ma invisa venisti ai nostri conviti, quando il Saturnio Giove a noi tutti diede libero giorno e dissipò le navi degli Achei. Più non si vibrano le lunghe aste, o gli archi più non si tendono, non s'ode rumoreggiar di spade e taccion le saette; ma abbiamo danze e canti soavissimi, quali sogliono esser nella vittoria. La madre non piange sul figlio, nè la sposa, mandato alla, pugna il marito, vedova, morto lo piange. Minerva, custode della città, accoglie il trascinato cavallo. O vergine ardita, tu balzando fuori di casa, spargendo vaticinii falsi ed inutili alla tua città inutilmente t'affatichi, e funesti la città sacra. Vattene dunque, e nostra cura siano le danze ed i conviti; imperciocchè più non è rimasto il terrore sotto le mura di Troja, e più non abbisogniamo della tua fatidica voce».

Così dicendo, comandò si conducesse la furiosa fanciulla ne' recessi' del talamo; ed al genitore appena suo malgrado obbediva:indi sul virgineo letto caduta. piangeva, consapevole del suo destino, e già scorgeva il fuoco struggitore sulle mura dell'ardente patria. Ma quelli, collocando sui ben lisci gradi il cavallo nel tempio della dea Minerva, custode della città, ardevano belle vittime sulle are odorate: ma gl'immortali rifiutavano le ingrate ecatombe. Eravi popolar banchetto ed infinita. licenza, la quale provoca l'ebbrezza causata dal vino che snerva gli uomini; di follia era piena e istupidita la città intera , e poche guardie aveon cura delle porte. E già tramontava la luce del sole, e la divina notte, struggitrice di città, circondava l'eccelsa Troja. Ma ad Elena Argiva, prese senili sembianze, venne, macchinando un agguato, l'astuta Venere, e, chiamatola fuori, le disse con blanda voce: «O diletta sposa, il magnanimo marito Menelao ti chiama, nascosto nel cavallo di legno; chè dentro ad esso i duci degli Achei, bramosi di combattere per te, stanno in agguato. Ma vattene, e più non ti cura del vecchio Priamo nè degli altri Trojani, nè dello stesso Deifobo, imperciocchè io già ti dono al dolente Menelao». Così dicendo, la dea scomparve: ma quella, dagli inganni addolcita in cuore, lasciò il profumato talamo, e la seguiva lo sposo Deifolo, e, mentre procedeva l'ammiravan le donne 'Trojane dalle strascicanti vesti. Ma come giunse all'alto tempio di Minerva, stette riguardando la statura dall' illustre cavallo, e attorno tre volte aggirandosi, e chinando gli Argivi, nominò con sottil voce tutte le greche mogli dalle belle chiome: e quelli se ne rattristavano in cuore, rattenendo le lagrime in doloroso silenzio. Gemeva Menelao poichè udì la figlia di Tindaro, piangeva il Titide, rammentandosi di Egialea, ed il nome di Penelope faceva lagrimare Ulisse. Ma Anticlo, come sentì lo stimolo dell'amore di Laodamia, solo cominciò a rispondere, aprendo la bocca. Ma Ulisse si slanciò sopra lui, ed il premeva, abbracciatolo con ambedue le palme, impedendogli di aprir bocca, e, con infrangibili lacci , afferrategli le mascelle , fortemente il teneva e quegli scontorcevasi premuto dalle mani, onde sfuggire i dispietati nodi del silenzio omicida, e abbandonollo lo spirito vitale. Gli altri Greci allora piangendolo con lacrime furtive, nascondendolo il posero nella concava coscia del Cavallo, ed una veste gettarono sulle fredde membra. E certo l'ingannevol donna avrebbe intenerito qualcun altro degli Achei, se, con truce aspetto, dal cielo venuta ad incontrarla, Minerva. non l'avesse minacciata, e condotta fuori dal proprio tempio, a lei sola manifesta; e quindi proruppe in duri accenti:

«O sciagurata, fin dove ti trasportan le follie, ed il desiderio de' letti altrui, e la sciagura di Ciprigna? E non per anco senti pietà del primo sposo, nè desideri la figliuola Ermione? Ed ancora soccorri a' Trojani? Ritirati, ed entrata di sopra nelle stanze, coll'amico fuoco, accogli le navi degli Achei»

Così dicendo, rese vano l'inganno della donna, ed i piedi portavan quella al talamo . Ma i Trojani, cessando dal ballo, spossati dallo fatiche, caddero nel sonno; e già riposava. la cetra, e stanco giaceva il flauto sull'anfora, e molte tazze ricolme, non sostenute , sdrucciolavan dalle mani di chi le portava. Per la città vagava la, Quiete, compagna della Notte; non s' udiva latrar cani, e tutta Troja se ne stava in silenzio, chiamando le urla spiranti stragi. Ma ormai Giove, arbitro della guerra, avea fatto calare l'esizial bilancia a' Trojani, ed appena fe' rivoltare i Greci. Addolorato per le grandi mura, Febo Apollo ritiravasi da Ilio al pingue tempio della Licia. E tosto, presso la tomba d'Achille. Sinone diede il segnale agli Argivi colla. rilucente face. E per tutta la notte anche la stessa Elena bella mostrava dal talamo l'aurea fiamma, Come allorquando, piena di glauco fuoco, la Luna colla sua faccia indora il risplendente cielo; non dico allorchè aguzzando le punte delle corna, di fresco nata sul principio del mese, suscita folta tenebria , ma quando, il rotondo splendor dell'occhio rotando in giro, attrae gli opposti raggi del sole, tale allor raggiante la sposa Terapnea , sollevò il rosato braccio, regolatore dell'amica fiamma. Ma gli Argivi in fretta, veduto l'alto splendor del fuoco, rivolsero le navi con retrogrado corso, e ciascun vogatore affrettavasi, bramoso di trovare il fine della diuturna guerra. Or dessi erano marinai insieme e forti guerrieri, e tra loro incoraggiavansi, mentre le veloci navi spinte dal rapido soffio de' celeri venti, giunsero ad Ilio coll'ajuto di Nettuno. Quivi i fanti andavan i primi, ed i cavalieri furono lasciati addietro, acciò i cavalli, alzando il nitrire, non svegliassero il popolo Trojano. Ma gli altri duci armati balzarono dall'incavato legno, come api da una quercia, le quali, allor che hanno lavorato dentro capace alveare , tessendo melata cera con arte occulta, al pascolo diffuse per una concava vallata, con punture offendono i viaggiatori che passano ; così i Danai, aprendo l'occulto agguato, s'avventarono contro a' Trojani, e, ancor tenenti il letto, li coprirono con tristi sogni di ferrea morte.

Nuotava nel sangue la terra: immense strida uscivano dai Trojani fuggenti: si faceva angusto il sacro Ilio per il cader dei cadaveri; o quelli, con micidiale tumulto, quinci e quindi balzarono furiosi come leoni, facendo ponti sulle vie coi corpi uccisi. Le Trojane donne su' tetti udendo lo strepito, dell'amata libertà alcune ancor sitibonde, porgevano per morte il collo a' miseri consorti, ed altre, madri, sui cari figli lagrimavano, come leggiere rondinelle. Qualche fanciulla, piangendo, il palpitante giovanotto, si affrettava anch'essa a morire, e andar non volle insieme a' prigionieri fatti in guerra, ma irritò contro sè stessa il non volontario uccisore, e s'ebbe letto comune col proprio sposo. Molte che i figli portavano immaturi e non ancora spiranti, sciogliendo dall'acerbo ventre il parto, co' figli anch'esse dolorosamente spirarono. E tutta la notte per la città, quale procella, ribollendo ne' fatti della tumultuosa guerra , l'insolente Bellona danzava ebbra di puro sangue, e con lei la Discordia, levando l'eccelso capo al cielo, gli Argivi eccitava, poichè anche il sanguinoso Marte, sebben tardi, pur venne recando ai Greci l'alternante vittoria della guerra ed il non mai stabil soccorso. Strepitò l'occhiazzurra Minerva alla rocca, squassando l'Egida, scudo di Giove; tremò l'Etere all'affrettarsi di Giunone; risuonò la grave Terra, percossa dalla tridentata punta di Nettuno; inorridì Plutone , e balzò dal sotterraneo seggio temendo non forse, gravemente Giove adirato, il guidator delle anime Mercurio giù conducesse tutta l'umana stirpe. Ogni cosa assieme moveasi ed immensa era la strage. Alcuni, fuggendo a porte Scee, furon uccisi da chi vi stava a guardia: taluno di letto balzato, mentre cercava le armi, cadde sopra oscura lancia, e qualche guerriero nascosto in riparata casa, essendo straniero, chiamava alcuno, credendo fosse un amico; stolto! Ei non doveva incontrare un uomo benigno, e riportò nemici doni ospitali. Sul tetto un altro, ancor nulla vedendo, incontrò veloce saetta; ed alcuni, gravati il cuore da tristo vino, esterrefatti allo strepito, e frettolosi di scendere, si dimenticarono delle scale , ed ignari caddero dall' alte soglie, rompendosi i nodi del collo e vomitando il vino. Molti, strettisi in un sol luogo, erano uccisi combattendo, e molti, inseguiti, dalle torri precipitarono alla cupa dimora di Plutone, facendo l'ultimo salto. A simiglianza di ladri, pochi si nascosero in un'angusta valle, fuggendo la burrasca fatale, mentre periva la patria. Altri invece, in mezzo alla guerra ed alle tenebre ondeggiando, simili ad uomini brancolanti piuttosto che a fuggenti cadevan gli uni sugli altri. La città non conteneva il sangue, vedovata d'uomini e ripiena, di cadaveri. Nè v'era clemenza alcuna; e i Greci, irrompendo col furioso, flagello del notturno tumulto, non avean timore de' Numi per la scellerata violenza e bruttavano di sangue le mai tristi are degl'Immortali. Con infame strage, i miserrimi vecchi non già ritti venivano uccisi, ma, distese a terra le supplici ginocchia, eran colpiti sulle canute teste. Molti teneri pargoletti dalle poppe ormai di corta vita della madre rapivansi, ed innocenti pagavano i falli dei genitori; mentre la nutrice, porgendo al bambino le fonti del non munto latte, invano gliele appresentava . Quinci e quindi per la città uccelli. e cani, aerei e terrestri domestici commensali, bevendo il nero sangue, traevano il fiero pasto; e lo stridere degli uni spirava strage, mentre ululando gli altri ferocemente urlavano sugli uccisi guerrieri, e spietati, non avean riguardo di lacerare i proprii loro padroni.

Ma Ulisse intanto e Menelao dalla bella chioma, si affrettano alle case di Deifobo impazzato per donne, simiglianti a lupi dagli aguzzi denti, che, in una notte invernale, avidi di strage, vanno a non guardate pecore e divoran la fatica dei pastori . Quivi, sebbene in due, con infiniti guerrieri nemici s'affrontarono e si destò novella zuffa, gli uni movendo all'assalto, gli altri dall'alto della casa lanciando sassi e mortali saette. Ma pure, munite ed accerchiate l'altere fronti cogl'infrangibili elmi e cogli scudi, balzarono nell'ampia casa, ed Ulisse assalendo ruppe la contraria turba, come fiera disperde timide cerve . Ma d'altra parte l'Atride, inseguendo l'impaurito Deifobo, il prese, colpendolo nel mezzo del ventre: fuori si riversò il fegato co' lubrici intestini, e quegli giacque colà dimentico dell'arte equestre. La consorte, guadagnata coll'asta, tremando teneva dietro a Menelao, or giuliva per il fine delle tristi fatiche, ed or vergognando, e benchè tardi, come in sogno, allora con gemiti furtivi si ricordò dell'amata patria.

L'Eacide Neottolemo intanto, presso l'ara Ercea, uccise il vecchio re oppresso dalle sciagure, respinta la paterna clemenza; e non sentì preghiere e non vergognossi vedendo la chioma pari d'età a quella di Peleo, per la quale dianzi Achille ruppe l'ira e risparmiò il vecchio, quantunque gravemente irato. Infelice! Ancor egli dovea poi similmente perire della morte stessa vicino all'altare del veritiero Apollo, quando un uom di Delfo, assalendolo, l'uccise colla sacra spada quale nemico del tempio divino .

Andromaca piangeva il piccolo Astianatte, vedendolo, miserando strale, scagliato dalla mano d'Ulisse. Il rapido Ajace, figlio d'Oileo, forzò Cassandra caduta sotto le -ginocchia di Pallade, intatta dea. Ma quella abborrì la violenza, e Minerva, che prima era stata difenditrice, per uno solo, si corrucciò con tutti gli Argivi . Venere rapì furtivamente Enea ed Anchise, compassionando il vecchio ed il figlio, e, lungi dalla. patria, lo fece abitar l'Italia, poichè il voler de' Numi compivasi, approvandolo Giove, acciò fosse eterno impero ai figli ed ai nepoti di Venere, diletta a Marte. I figliuoli e la famiglia d'Antenore divino salvò l'Atride, ricordandosi della dolcezza primiera del vecchio, amico degli ospiti e della. mensa. comune, dove lo ricevette la cortese moglie Teano .O Laodice infelice! Te, vicina al patrio suolo, la terra abbracciandoti, accolse nell'aperto seno; e non il Teside Acamante, nè alcuno degli Achei, ti condusse schiava, poichè moristi insieme alla patria terra .

Ma non già io potrei cantar tutto il torrente della guerra, narrando ad uno ad uno i dolori di quella notte; quest'è fatica delle Muse: io solo, come cavallo, spronerò il volubil canto all'ormai raggiunta meta ; chè già dall'oriente la cavalcante Aurora, sorta dall'Oceano, a poco a poco in bianco colorò molt'aria, squarciando la notte macchiata di stragi. Ma i Greci tutti, superbi per l’altera vittoria della guerra, guardavan per la città se altri, nascosti, fuggissero la comune sciagura della strage; ma dessi pure eran avvinti nel laccio universale di morte, come pesci dispersi sulle sabbie marine. E gli Argivi trasportavano da' palazzi i freschi ornati, doni dei templi: dalle case abbandonate rapivan molti tesori: schiave le donne a forza traevano coi figli verso le navi, ed armando la fiamma devastatrice contro le mura, distrussero le opere di Nettuno in una vampa sola; e quivi l'incenerita Troja divenne un gran sepolcro a' diletti cittadini, mentre lo Xanto, veduto il danno del fuoco struggitore, lagrimò con una fonte di salso pianto, ma cedette a Vulcano, paventando l'ira di Giunone. Intanto quelli sparsero il sangue di Polissena sulla tomba d'Achille, placando l'ira del morto Eacide. Trassero quindi a sorte le donne trojane, e di tutti si divisero l'oro e l'argento, onde caricate lo navi profonde, per il gravisonante mare navigando, sciolsero da Troja gli Achei a guerra compiuta


    NOTE:

  1. Πολὺν διἁ μυθον άνεἲσα Si vede tosto che Trifiodoro comincia ad imitare Virgilio, Eneide Lib. II, v. 11; Et breviter Troiæ supremum audire laborem.
  2. Calliope, tra le nove Muse, era quella che presiedeva alla poesia eroica od epica. Esiodo al verso 79 della Teogonia dice che ἥ δὲ προφερεστάτη έστιν ἁπασἐων dando in tal modo sopra tutti gli altri generi la supremazia all'epica.
  3. Il testo: Ἔδη μἑν δεκατοιο κυλινδομένου λυκάβαντος.
    Non sembrami doversi approvare la versione del Lezio jam quidem EXACTO decimo anno; ma, secondo me, assai più giusto sarebbe il tradurre: già VOLGENDO al suo termine il decimo anno*, - sul ridosso che la presa di Troja doveva appunto accadere noi decimo anno dopo la partenza de' Greci dal porto d'Aulide, come infatti ne dice Omero, quando, per bocca d'Ulisse, rammenta la profezia del vecchio indovino Calcante, nel libroII, dell'Iliade, verso 329 τᾢ δεκάτῳ (sub. ἔτει) δἑ πόλιν αὶρήσομεν εὐρυάγυιαν. A chiarezza maggiore a più ampia conoscenza de' fatti, veggasi la versione che credetti opportuno dare di tutto, il passo d'Omero alla nota 37, per ispiegare le parole di Trifiodoro colle quali accenna al prodigio del drago e dei passeri.
  4. Con tratti vaghissimi ed assai opportuni, Trifiodoro ci dipinge la condizione de' Greci nel modo appunto che lo fa Virgilio allorché nel libro II. dell'En. v. 13 canta:
    * Nell'edizione parigina per Firmin Didot.curata dal Lehrs il κυλινδομένου mi pare egregiamente reso dal part. volvente: jam quidem volvente decimo anno.
    .... fracti bello, fatisque repulsi Ductores Danaum, tot jam labentibus annis, Ad instar montis equum divina Palladis arte Ædificant..
    Se gli scrittori latini giustamente consigliavano l'imitazione e lo studio de' classici greci, come appunto raccomanda Orazio nell'Arte Poetica :
     Vos esemplarla græca Nocturna versate manu versate diurna, * bisogna pur dire che i Greci ne dessero ricambio ai Latini, come Trifiodoro nel nostro poema, Coluto, Museo, Quinto Calabro o Smirneo ed altri non pochi chiaramente ne mostrano.
  5. Ho seguito nel testo: ἀεργηλᾑς έπἰ φάτνῃς, -lezione che sembrami migliore assai che non la comune: ἀεργηλῆς έπἰ φάτνης, poiché anche Omero, Iliade Z., v, 506, in identica espressione, ha έπἰ col dativo: ὰκοστήσας(sub. ἵππος) έπἰ φάτν.
  6. L'idea di far piangere e lamentare ai destrieri la morte de' loro compagni è tolta dalla descrizione d'una epizoozia nel Norico, episodio del libro III delle Georgiche di Virgilio, v. 517 e segg,:....It tristis arator Mærentem abiungens fraterna cæda iuvencum.
  7. Omerica invoco o quest'altra idea di pingere i corsieri piangenti per gli aurighi estinti. Si oda la versione del passo d'Omero, che trovasi nel decimo-settimo libro dell'Iliade dal verso 428 al 440. «I cavalli dell'Eacide Achille, lungi dalla battaglia, piangevano, come s'accorsero che l'auriga era caduto nella polvere per mano d'Ettore omicida. Ma Automedonte, il forte figlio di Dioreo, spesso li eccitava flagellandoli colla veloce sferza, e spesso parlava loro con blande parole e spesso con minacce. Ma quelli non volean più ritornare alle navi, site al vasto Ellesponto, nè alla pugna tra gli Achei. E come sta ritta una stela che si colloca sulla tomba di morto eroe o di matrona, così quelli se ne stavano immoti, aggiogati al vaghissimo carro, chinando le teste al suolo, e piangendo versavan dagli occhi calde lagrime a terra, per il desiderio del perduto auriga, e la bella chioma bruttavasi, quinci e quindi presso il giogo cadendo dal cerchio».
  8. Trifiodoro intende parlare di Patroclo, amicissimo d'Achille, ucciso da Ettore, come ci narra Omero nel libro decimosesto dell'Iliade.
  9. Antiloco, figlio di Nestore, fu ucciso da Mennone, re degli Etiopi, come si legge noi libro II dei Paralipomeni Omerici di Quinto Calabro.
  10. Ajace od ulisse si disputarono le armi di Achille, che furono poi aggiudicate al Laerziade; del che infuriatosi Ajace di propria mano s'uccise. Ma, come l'anima sdegnosa di Foscolo esclama :
    «.... Ai generosi Giusta di gloria dispensiera è morte.
    Ne senno astuto, ne favor di regi
    All'Itaco le spoglie ardue serbava;
    Che alla poppa raminga le ritolse
    L'onda incitata dagli inferni dèi, »
    E quest'onda il poeta l'udiva
    « .... Mugghiar portando Alle prode Retee l'armi d'Achille Sovra l'ossa d'Ajace...»
  11. L'aggettivo nemico, έχθρὀν, aggiunto al sostantivo ἔγχος, brando, non è semplice ornamento poetico, poiché la spada, con cui si uccise Ajace è quella, stessa che gli fu donata da Ettore, come ne racconta Omero nel settimo dell'Iliade versi 303 o 304; e Sofocle infatti, in una delle sue più belle e toccanti pagine, nelle estreme parole d'Ajace, gli fa dire:
    Ὁ μὲν σφαγεὺς ἕστηχεν ᾗ τομώτατος γένοιτ΄ ἄν, εἳ τῳ λογίζεσθαι σχολὴ,
    δῶρον μὲν ἀνὸρὸς Ἔκτορος ξένων έμοι μάλιστα μισηθέντος, έχθἱστου δ΄ὀρᾶν.
    Veggasi Αἴας nell'edizione del Dindorf, verso 815 e segg.
  12. Questo periodo, forse alquanto involuto, ma ch'io volli lasciare nell'identica giacitura che ha nel greco, vuol esprimere che i Trojani non soltanto piangevano Ettore e gli altri eroi uccisi, ma ancora lamentavan la morte dei valorosi alleati caduti in battaglia.
  13. Sarpedonte, figlio di Giove e di Laodamia, venne al soccorso de' Trojani, capitanando le schiere Licie; e, dopo d'aver combattuto da prode guerriero in molti scontri, cadde trafitto dall'asta di Patroclo, che, rivestito delle fulgenti armi d'Achille, recava tra i Trojani lo spavento e la morte. Ma Giove impietosito comandò ad Apollo che lavasse nell'onde argentine» dello Scamandro il denudato corpo dell'ucciso guerriero, l'ungesse d'ambrosia o lo rivestisse d'immortali vesti; quindi lo consegnasse al Sonno od alla Morte acciò fosse trasportato in Licia ed onorato dai fratelli ed amici di tomba e stela, poiché τὸ γέρας ἐστὶ θανὀντων Veggasi Omero nel XVI libro dell'Iliade.
  14. La lezione da me seguita reca:
    Αἷυατι δακρύσας έχὑθη πατρώιος Αὶθήρ
    cioè
    Sanguine deplorans se-effudit paternus Æther.
    come letteralmente ho pure tradotto in italiano. Per questo Etere paterno intenderai Giove padre di Sarpedonte. - Nell'antica Mitologia infatti Giove e cosi pure Giunone, simboleggiavano l'anima dell'Universo, la quale, al dire degli Stoici, consisteva nell'Etere, Αἰθήρ, che, come appunto dimostra la sua più attendibile etimologia da αἴθω, ardo, era un sottilissimo fuoco, senza il quale fredda ed inerte sarebbe la Natura tutta rimasta. Del resto l'attento studioso nelle sue letture greche, avrà osservato che Giove, sino dai più antichi poeti, è detto assai di frequente αίθἐριος,αίθέρι ναἰων, come, per citare tra i molti un esempio, Omero, Iliade libro II. v. 412: Ζεῦ κύδιστε, μέγιστε κελαινεφὲς, αίθέρι ναἰων
     Jupiter augustissime, maxime, nigras nebulas faciens, [in ætere habitans. E giacché troviamo accumulati nel citato esametro quattro epiteti di Giove, sembrami opportuno anche l'osservare che numerosissime sono lo denominazioni di cui servonsi i Gentili nel nominare i loro Dei; e tale costumanza deriva dagli Orientali, ed è seguita specialmente dagli Autori degli Inni, i quali stimavano che la principale prerogativa de' loro Numi fosse l'aver molti titoli e nomi come chiaramente apparisce negli Inni Orfici. Veggasi pure Callimaco nel suo Inno a Diana, verso 8 e seg.
    Δός μοι..........Καί πολυωνυμίην· ἴνα μή μοι Φοἴβος έρἢζῃ
    cioè: Dammi.... anche una grande quantità di nomi, acciò Febo con me non gareggi.
  15. Reso re de' Traci, figlio d'Eioneo e di Euterpe, o come dicono altri di Tersicore, nella notte stessa del suo arrivo al campo Trojano, venne ucciso da Ulisse e da Diomede, i quali, come racconta Omero nel decimo dell'Iliade, rapirono le sue armi maravigliose ed i suoi cavalli più bianchi di neve e veloci al paro de' venti, il che tornava necessario ai Greci, essendo stabilito dal fato che Troja sarebbe divenuta inespugnabile, qualora i destrieri di Reso: Fabula gustassent Trojae Xanthumque bibissent. Virg. En. lib- I. v. 472.
  16. Mennone, figlio di Titone e dell'Aurora, re degli Etiopi, era venuto a Troja con molte schiere, e Virgilio infatti nel primo dell'Eneide v. 489, ricorda:
    Eoasque acies et nigra Memnonis arma.
    Valente guerriero, arreca assai danno ai Greci, e, come ho detto più sopra alla nota IX, uccise Antiloco, altro eroe caro ad Achille, ma poi, come Ettore, egli cadde trafitto dal tortissimo Eacide.
  17. Per le donne del Termodonte, fiume della Tracia di cui parla Apollonio Rodio ne' suoi Argonauti libro II, v. 370 e segg. s'intendono le Amazzoni, guerriere che certo non sono mai esistite se non nella fantasia de' poeti. E poi notabile come in tutto Omero non ai trovi pur un cenno nè di queste eroine nè della regina loro Pentesilea, che, come più sotto ne racconta lo stesso Trifiodoro, fu uccisa da Achille.
  18. Virgilio pure nel libro I. dell'Eneide verso 490. parlando di Pentesilea; Aurea subnectens exertæ cingula mammæ Bellatrix.
  19. II testo:
    Ἥτε πολυξεἱνοιο χορὸν πολέμοιο μολοῦσα
    Trifiodoro da alla guerra trojana l'epiteto di πολύξεινος, inquantochè molti furono gli stranieri che accorsero alla difesa d'Ilio, come può vedersi in Omero. Il Wakefield, senza autorità di codici, alla parola χορὸν, choream, voleva sostituirò μύθον tumultum, ma ben nota il Northmor che affatto greca è la frase il ballo della guerra, e, in appoggio del suo asserto cita il θίασον, coetus trtpudiantium, di Euripide nella Fedra verso 824.
  20. Θεοκμήτων, poiché le mura trojane vennero fabbricate da Nettuno ed Apollo. Veggasi il lib. XXI dell'Iliade v. 441 e segg, ed il Rapimento d'Elena, di Coluto v. 299 e segg.
  21. Deifobo era figlio di Priamo, e, quando Paride fa ucciso da Filottete, s'ebbe Elena in isposa. Ma, l'indovino Eleno, fratello suo, disapprovando quelle nozze, fuggì volontariamente a' Greci, manifestando loro il fato della patria. Ditte puro ed altri ancora, raccontano esser la cosa altrimenti avvenuta.
  22. Il Salvini traduce:
    .... non anco aveva messo II primo pelo sulle vaghe tempia.
    Il testo reca κροτάφοισιν, che nel caso nostro devesi intendere per guance, come giudiziosamente appunto interpreta il Lezio; nondum vero pubescens decentibus
    GENIS.
  23. Il testo: νέος῎. πολεμιστής , il che appunto equivale a Νεοπτόλεμος, altro nome di Pirro, figlio di Achille e di Deidamia.
  24. Nelle meno recenti edizioni, e nella magnifica Bodoniana in-folio, che lascia certamente a desiderare una migliore dizione, questo passo va totalmente errato. Eccolo:
    Ἤθελε καὶ Δαναοῖσιν νέος βρέτας ἁγνὸν ἄγεσθαι,Λἠση μὲν έοῦσα φίλης
    έπἰκουρος΄ Αθήνης.
    che il Salvini e presso e poco il Villa traducono:
    Volle giovane ancor portare a' Danai un casto simulacro, dell'amica Minerva, dono, per soccorso, insigne.
    Qui il Lezio, dopo aver notato che in textu vitium aliquod est, cosi spiega il passo: Pyrrhus paratum se Græcis obtulit cum Ulysse ad abripiendum Palladium clam noctu, quo a Trojanis ablato fatale erat perire Trojam.
    Io non mi fermerò a dimostrare come ne' sopra citati versi non vi abbia concordanza alcuna, come non v'abbia grecita nella parola λήση che nè dono δῶρον, significa nè altra cosa, poichè non trovasi in alcun autore, e non è punto registrata dai lessicografi : dirò solo che la citata interpretazione contiene grave errore di fatto mitologico, poiché non fu Pirro che rapì il Palladio, essendo stata quell'impresa compiuta da Diomede ed Ulisse.
    L'ottimo codice della Laurenziana che il dotto Bandini distingue colla lettera A, toglie tutti questi errori ed inesattezze, e nel modo seguente legge i due versi citati ;
    Ἦλθε δὲ καὶ Δαναοῖσιν έὸν βρέτας ἁγνὸν ἄγουσα Ληἴστὴ μὲν ἐοῦσα φίλοις
    δ΄ἐπἰκουρος΄ Αθένη.
    cioè:
    Advenit etiam Graecis suum simulacrum sanctum
    [ apportans
    Praedatrix quamvis sit, amicis tamen adiutrix
                        [Minerva.
    Tale è pure la lezione adottata dallo Schaefer, ed è la sola che eviti le incongruenze notate e dia un senso chiarissimo al Testo.
  25. L'Ida è un monte della Frigia, non lontano da Troja, sul quale fu esposto Paride, per il noto sogno della madre Ecuba; e dove questi giudicò della bellezza delle tre dee.
  26. Fereclo, artefice trojano, fabbricò a Paride le navi, rovina de' Trojani e sua, poichè egli pure venne ucciso dal greco Merione, come narra Omero nel quinto dell'Iliade v. 50 e segg..Veggasi il Rapimento d'Elena di Coluto, v. 194 e segg. dell'ediz. Bekker, e la nota 25ª alla mia versione di questo poeta.
  27. Paride fu chiamato anche Alessandro dal verbo greco άλέξω, che significa allontanare, difendere, poiché, essendo pastore sui monti della Troade, seppe valorosamente proteggere i suoi armenti dagli assalti delle bestie feroci.
  28. La descrizione di questa criniera spruzzata d'oro, mi ricorda il bel passo di Apollonio Rodio nel libro quarto de' suoi Argonauti, verso 1365 e segg.
    Eccone il testo greco e la sua versione letterale latina :
    έξ ἁλὸς ἔπειρὐνδε πελώριος ἕκθορεν ἴππος, άμφιλαφὴς, χρυσἐῃσι μετῄορος
    αὐχένα χαἰταις· ῥἰμφα δὲ σεισάμενος γυίωνν ἄπο νήχυτον ἅλμην ὧρτο θἐιν,
    πνοιῇ ἴχελος πόδας
    cioè: e mari in-terram ingens exiluit equus, utrim-que-comatus, aureis elatam-gerens cervicem jubis; celeriter vero escussa de membris affusa aqua-marina
    - copit currere, vento similis pedes.
  29. Lo Schaefer legga ἔπνε΄ άυτμή, lezione da me seguita, siccome la più comune; l'edizione parigina invece leggo, e forse con maggiore efficacia, ἒῤῥεεν ἀήρ.
  30. Il testo:
    Οὔατα......
    ᾽Ορθὰ μάλ᾽ αίὲν ἕτοιμα μένειν σάλπιγγος άχουήν.
    Mi pare che il nostro poeta abbia avuto sott'occhio l'inno sopra Delo di Callimaco, verso 280 e seg.
    ... .. Οὔατα δ᾽αὐτῆς
    ᾽Ορθὰ μάλ῎ αἰἑν ἕτοιμα θεῆς ύποδέχθαι ὁμοκλήν.
  31. Il testo:
    Οι δὲ πὀδες βαλιοῖσιν έπερχὀμενοι γονάτεσιν
    che letteralmente ho tradotto: i piedi che vengon dopo macchiate ginocchia. Secondo l'avviso mio e quello di qualche riputatissimo filologo, la versione latina pedes innitentes genibus, e la Salviana i piedi alzati sui ginocchi baj, non sarebbero punto ammissibili per la semplicissima ragione che i piedi 'trovansi non già sopra ma bensì sotto alle ginocchia: epperò il Villa ottimamente traduce i piedi cui sopra stan macchiate ginocchia. Per simil ragione l'έπί κνήμῃσιν del verso 87 fu da me reso col Villa sotto alle gambe, poiché suguendo l'interpretazione del Lezio super tibias, si verrebbe a dire che l'unghie del piede sporgevan sopra le gambe. Certo che sarebbe stato un curiosissimo cavallo e di razza affatto sconosciuta questo fabbricato dall'artefice Epeo!
  32. Nel testo del Lezio, tra i versi 94 e 95, havvi una lacuna che il già citato codice A., della Laurenziana, ottimamente riempie nel modo seguente :
    Ἀμφἰ δέ μιν λευκοῖο κατ᾽ αυχένος ἠδὲ γενεἰων Ἄνθεσι πορφυρἐοισι πέριξ ἔζωσεν ἱμάντων, Καὶ σκολιῇς έλἰκεσσιν αναγκαίοιο χαλινοῦ Κολλήσας ἐλἑφαντι, κ.τ.λ.
    che letteralmente traduco in latino: "Utrinque vero ipsum candida in cervice et ganis floribus purpu-reis circum cinxit habenarum a tortuosis gyris coercentis freni, glutinans ebore, etc.
  33. il greco; πάντα, che potrebbe anche considerarsi quale accusativo neutro plur., epperò valere in tutto.
  34. Il testo; δὀλον δ᾽ἀνάπυστον ἀνάφῃ Osservando, come ne dice Esichio, che l'aggettivo ἀνάπμοτος: oltre al significato di non udito, non, divulgato, ha pur quello di chiaro, palese, manifesto, il passo del nostro poeta potrebbe tradursi anche nel modo seguente: all'intorno del cavallo condusse un gran muro, perché nessuno degli Achei prima, non lo vedesse e facesse (prop. il greco accendesse) palese l'inganno.
  35. Alcuni rimproverano Trifiodoro d'aver paragonato Ulisse ad un capo vuoto e ad uno sciocco, mentre prima disse che, ispirato da Minerva, volgeva nella mente divini consigli. A costoro non consiglierò altro che d'aprire l'Iliade al libro III, e dall'esametro 216 al 223 troveranno un passo che il nostro poeta ha qui pienamente imitato, Eccone la versione:
    - Ma quando sorgeva il sapiente Ulisse, stava immobile, e guardava in basso fissando a terra gli occhi, nè lo scettro movea innanzi o indietro, mai fermo il teneva simile ad un uomo rozzo; e detto avresti che un iracondo fosse ed un dissennato : ma quando dal petto emetteva la grande voce, e le parole simiglianti ad invernali falde di neve, allora niun altro mortale avrebbe potuto gareggiar con Ulisse. Vedano quindi que' troppo accigliati Critici che disapprovando Trifiodoro disapprovano anche Omero.
  36. Lo Schaefer qui legge θαλπωραἰ προφέστεραι:
    ma potrebbe anche ben stare προφερέστεροι, dietro l'autorità del già citato codice A, della Laurenziana. Quanto poi alla terminazione mascolina di προφερέστεροι riferito al sostantivo femminile θαλπωραὶ, si osservi che comunissima è questa mutazione di genere negli aggettivi in ος, ρος, υς, come, per citare qualche esempio, Euripide, Troadi, 1077, οὐρανιον ἔδραν, Museo, 327, αὐτόματος χυσις; Omero, Odissea, Δ. 442, ὀλοώτατος ὀδμή: Coluto, v. 145 dell'ediz. dello Stan Julien: εἴ με (Ἠρην) διακρίνων προφερέστερον, ecc.
  37. Perchè sieno pienamente intese le parole del nostro poeta, credo opportuno di qui tradurre dal libro secondo dell'Iliade, v. 305 e segg., parte di un discorso di Ulisse, ove diffusamente vien raccontato il prodigio del drago e de' passeri:
    «Noi intorno ad una fonte presso i sacri altari sagrificavano agli immortali perfette ecatombe, sotto un bel platanetto, donde scorreva limpid'acqua. Quivi apparve un gran portento: un drago sanguigno sulle spalle, orribile, cui lo stesso Olimpio Giove aveva mandato alla luce, dall'altare sbucando, avventossi al platano. Ivi erano i nati d'una passera, teneri pulcini, nascosti tra le foglie sul più eccelso ramo: eran otto. e nona era la madre che fece i figli. Or quel serpente divorolli miseramente pigolanti, e la madre all'intorno svolazzava piangendo i cari figli; ma il drago vibrandosi la prese per un'ala mentre stridea. E poi che s'ebbe trangugiato gli otto figli della passera e lei stessa, mirabile lo rese il dio che l'aveva, mostrato, imperciocchè il figlio del fallace Saturno fecelo pietra. Or noi stando immobili ammiravamo ciò ch'era avvenuto, e così dunque i terribili prodigi de' Numi vennero tra l'ecatombe. Ma tosto Calcante profetando diceva: Perché muti diveniste, o chiomati Achei? Il sapiente Giove ne mostrò questo gran portento, tardo, di tarda fine, la gloria, del quale non perirà giammai. Come questo drago divorò i figli della passera e lei stessa, ed eran otto e nona era la madre che fece i figli, così noi quivi guerreggieremo per altrettanti anni, e nel decimo prenderemo la città dalle spaziose vie»
  38. La frase del testo: έὸν κακὸν ἀμφαγαπῶντες, suum malum amplexantes, è tolta dai Lavori e le Giornate di Esiodo, v. 58. (Opere e giorni)
  39. Il greco αἰδώς dice, e devesi tradurre per riguardo, osservanza, e non per vergogna, come ha fatto il Salvini. Ed infatti è cosa assurda il dire che provasi vergogna del valor primiero.         
  40. Ho seguito il Bandini che a questo luogo legge:ἀπηνέι δ᾽ἔζετο θυμᾤ,
     gravique æstuabat irâ. Lo Schaefer invece e con lui il Lehrs dànno, ἔζετο saevaque sedebat cum irâ.
  41. Due furono gli Ajaci; l'uno figlio di Telamone, onde fu detto Telamonio; l'altro figlio di Oileo re dei Locri.
  42. Ho tradotto: Ajace veloce figlio d'Oileo, dietro la congettura dello Schaefer:, in luogo della lezione Οἰλῆος ταχὺς Αἴας comune Οἰλῆος ταχὺς υίὐς. Veggasi lo stesso Trifiodoro all'esametro 648.
  43. Teucro fratello d'Ajace Telamonio, nacque dal medesimo padre Telamone, ma da madre diversa, da Esione cioè, figlia di Laomedonte.
  44. È questo un passo che presentò molte difficoltà ai traduttori ed ai dotti che si accinsero a rettificare e concordare i diversi codici di Trifiodoro; e lo studioso, confrontando l'interpretazione da me data con, quelle del Salvini e del Villa, potrà di leggieri notare le inesattezze e le incongruenze in cui caddero que' due classici traduttori nel rendere il passo presente. Or ecco il testo dello Schaefer, e, a maggior chiarezza, la sua traduzione latina:
    . τὼ δὲ οἱ ἄμφω Ὀφθαλμὼ ποθέοντες
    ἐλάνθανον ἐκτὸς ἐύντας. Ατρείδης δ᾽ἐκέλευσεν ὑποδρηστῆρας Ἀχαιοὺς Λῦσαι
    λύινον ἔρκος ἐυγνάμπτοισι μακέλλαις Ἵππος κεκάλυπτο. κ.τ.λ.
    cioè: at eius ambo - oculi avidi latebant eos-qui-extra erant - Atrides autem iussit ministros Achæos eruere lapideum septum curvis ligonibus - quod equus tectus-erat.
  45. il testo dice che il ἑκηβόλον ὴῶ Lezio traduce splendidam auroram, ed il Salvini la raggiante aurora. Ma come dire che il sole tramontando volge all'occaso l'aurora? Io credo che per ὴῶ debbasi intendere non già l'aurora ma bensì l'intero giorno come appunto spiega ottimamente il Lehrs : proculiradiantem, DIEM. Non di rado infatti trovasi ne' greci autori adoperata la parola ὴῶς in tal senso, ed in appoggio del mio asserto, mi giova citare il verso 288 delle Avventure d'Ero e Leandro di museo, poeta che vuolsi dell'epoca stessa di Trifiodoro, che cosi suona:
    Πολλάκις ἠρήσαντο κάτελθέμεν ἐς δύσιν Ἠῶ, che lo stesso Salvini rettamente interpreta
    ... sovente
    Pregavano che 'l giorno tramontasse.
  46. Ὕδωρ Αθαμαντίδος Ἕλλης, intenderai l'Ellesponto.
  47. Il greco ha νήχυτον che il Lezio traduce non effusus, senso dato anche dal Salvini e dal Villa. Ma, come ognuno lo vede, questa interpretazione da luogo ad un contrasenso per il precedente verbo ἐπέῥεε, imperciocché non si può dire al certo che sangue non versato scorreva. Tale errore dipende dall'avere i citati traduttori considerato la particella νη di νήχυτον come privativa, mentre invece nel caso nostro è epitatica. In siffatta contraddizione non è incorso il Lehrs che spiega: defluebat fluidus cruor.
  48. Il testo dello Schaefer :
    Ἅνδρα μὲν Αργείοισιν ὁμόπλοον εἴ μ᾽ἐλεαίρεις Τρώων δὲ ῥυτῆρα καὶ ἄστεως ἦ με σαώσεις κ.τ.λ.
    dove noterai che la particella ἦ per l'εἶ che trovasi ne' codici, è congettura dello Schaefer, e, a parer mio, è correzione cortissima. Osserverai inoltre che i più dotti editori moderni hanno soppresso in questo discorso di Sinone diverse interrogazioni, rendendo in tal modo assai più chiaro il pensiero del nostro poeta, come si può agevolmente conoscere confrontando la mia colla versione del Salvini.
  49. Filottete prese parte alla spedizione degli Argonauti e fu compagno d'Ercole, che gli affidò morendo le saette tinte nel sangue dell'idra Lernea, senza le quali era stabilito dal Fato che i Greci non potessero espugnare la città di Troja. Filottete interrogato del luogo ove le frecce trovavansi, non credette di mancare al giuramento che aveva dato di non manifestare ad alcuno il luogo del nascondiglio, indicando questo col piede. Per la qual violazione di giuramento irritati gli Dei, fu per punizione morso da un serpente e dai Greci abbandonato nell'isola di Lenno, come ne racconta Omero nel libro secondo dell'Iliade.
  50. Palamede, figlio di Nauplio e re di Eubea, venne ucciso per frode d'Ulisse, che gli nascose nella tenda dell'oro, e, accusatolo di corrispondenza con Priamo, lo fece lapidare dai Greci.
  51. Chiamasi ίκεσίης od ίκεσιος, icesio. Giove padre e difensore de' supplici.
  52. Il Priamo di Trifiodoro è modellato esattamente su quello di Virgilio, ed in questa parlata si riscontrano perfino i modi del sommo poeta latino. Eneide lib. II, v. 148 e segg.
    Quisquis es, amissos hinc iam obliviscere Graios:
    Noster eris, mihiquc haec edissere vera roganti.
    Quo molem hanc immanis equi statuere? quis
                        [auctor?
    Quidve petunt? quae religio? aut quæ machina
                        [belli?
  53. Letteralmente: fuggiranno fuggendo, perché il testo dice: φεύξονται προφυγόντες. Siffatti pleonasmi però non sono rari negli autori greci, specialmente poi ne' poeti. Così ad esempio lo stesso Trifiodoro al v. 333 del presente poema, θέων ἐπέδραμε; Coluto, Rapimento d'Elena, v. 325: ἔδραθεν ὑπνώουσα, somno se dedit dormiens; Omero, Iliade, Ξ, 81, βέλτερον ὅς φεύγων προφύγῃ κακὸν ἠὲ ἀλώῃ cioè: melius (fecerit) qui fugiens effugit malum quam qui fuerit captus, etc.
  54. I due, versi che chiudono l'orazione di Sinone furono tolti dall'eccellente codice A., della Laurenziana. Or eccone il testo greco al quale aggiungo la versione letterale latina che non trovasi nell'edizione Bandiniana, e giacché in quest'ultima tutte le varianti del citato codice A., mancano d'interpretazione latina, ho creduto far cosa gradita agli studiosi col darla in queste Note a' passi di maggiore importanza, quale, ad esempio, è quello di cui si discorre.
    Ἄμμε δ᾽ Ἀθηναίη ἐρυσίπτολος ἥγεμονεύοι Δαιδάλεον σπεεύδουσα λαβεῖν ἀνάθημα καὶ αὐτή cioè : Nobis autem Minerva urbis-custos dux-sit artificiosum festinans accipere donarium et ipsa.
  55. I codici legano a questo passo κενεῷ δ᾽ ύπὁ χάρματι πολλῷ: ma lo Schaefer crede che il nostro poeta abbia qui scritto κενεῷ δ᾽ ὑπὁ χάρματι πόλλοι, e poiché, tal lezione è seguita dall'accuratissimo Lehrs, io pure l'ho adottata.
  56. Ne' codici sui quali lavorarono il Lezio ed il Salvini, havvi una lacuna dopo l'esametro 303, per cui que' traduttori dovettero sottintendere ed aggiungere qualche parola, perchè il senso non mancasse. Tale lacuna però venne ottimamente riempita dal più volte accennato codice A., della Laurenziana nella seguente maniera:
    Οἵη καὶ Τρώσσι τότε φθισίμβροτος ἄτη Ής πόλιν αὐτοκέλευθος ἐκώμασεν· οὐδέ τις ἀνδρῶν Ηἴδεεν οὕνεκα λάβρον ἐφέλκετο πένθος ἄλαστον. Ἄνθεα δὲ δροσόεντος ἀμησάμενοι ποταμοῖο, Ἔστεφον αὐχενίους στεφάνους σφετέροιο φονῆος κ.τ.λ.
    cioè: Qualis etiam Trojanis tune perniciosa noxa in urbem sponte ingressa-est, nec quisquam virorum norat quod rapide attrahebatur luctus infinitus».
     Flores autem aquosi metentes fluvii corona-runt collares corollas sui occisoris, etc.
     Notisi poi che lo Schaefer allo στεφάνους: dell'ultimo verso, assai bene sostituisce nella propria edizione πλοκάμους, capillos, lezione tolta da un altro codice di Trifiodoro esistente nella stessa Biblioteca Laurenziana e distinto dal dotto Bandini colla lettera B.
  57. Il testo:
    Χεῖρας ἐπιβρίσασα νεογλυφέων ἁλὁς ἔργα
    Nota come il verbo ἐπιβρίθω sia usato attivamente, il che avviene assai di rado e solo ne' poeti. Anche Coluto al v. 8 del suo Rapimento d'Elena, ha detto ἀγνώσσων ἁλὸς ἔργα, adoperando il verbo neutro ἀγνώσσω in senso attivo, uso non marcato nè da Suida nè da Esichio.
  58. Letteralmente tradotto il testo suona: Sed Juno laxavit (valvas) rursus ad cursum vio.
  59. Il testo χαρίεις χνόος ὄμβρου, che il Lehrs traduce: teneram exsiccantes gratiam pluvio. Io per altro, seguendo le versioni del Lezio, del Salvini e del Villa, direi che il χνούωσαν χάριν ὄμβρου è detto per enallage in luogo di χαρίεις χνόος ὄμβρου, la graziosa lanugine o spuma della pioggia; espressione colla quale il nostro poeta vuole la rugiada. Che se alquanto strana sembrasse ad alcuno una tal frase, ricorderei che anche Lucrezio al lib. V, v. 824, ha un modo affatto simigliante:
    ..... Herba cubile Prasbebat, multa et molli lanugine abundans.
  60. Il Lezio ed il Lehrs interpretarono l'ὁλκῷ δουρατέῳ del testo per equo ligneo, - versione che non mi sembra ammissibile, inquantochè ὁλκὀς in lingua greca non significherà mai cavallo. Io ho tradotto invece mole di legno, ed in tal modo ho esattamente spiegata la parola ὁλκός, che, come può vedersi ne' Lessici, oltre al significato di solco, ha pur quello di macchina, mole, il solo che nel nostro caso convenga.
  61. Per marina zona, come letteralmente dice il testo, s'intendono le zone fatte coi preziosi tessuti trasportati per mare da lontani paesi.
  62. Il croco per la soavissima, sua fragranza era appo gli antichi pregiatissimo, ed in ispecial modo: il cirenaico, di cui parla Teofrasto, Hist. Pl. lib. VI. cap. 6; odoratissimæ, quæ apud Cyrenas rosæ : unde etiam unguentum rosaceum illis suavissimum; violarum etiam et reliquorum florum odor ibi eximius ac divinus; maxime autem croci; il che è confermato da Plinio lib. VI cap. 27. Secondo Callimaco, il croco fioriva e spandeva maggiore olezzo al principiar dell'inverno, ed infatti nel suo Inno ad Apollo dice che le are del Nume dall'arco argenteo portano fragranti fiori nelle belle stagioni e nella fredda κρὁκον ἡδύν. Veggasi Plinio lib. XXI, cap. 6. Anche in Roma si usava profondere il croco ne' sontuosi banchetti e negli spettacoli teatrali, onde Sparziano, parlando d'Adriano narra che balsama et crocum per gradus theatri fluere iussit.
  63. Propriamente il greco dice εύωδέι πελύ, che il Lezio letteralmente spiega odorato luto: a me però piacque seguire la versione del Lehrs: odorato vino.
  64. Tutta questa descrizione del tripudio dell'intero popolo trojano, delle danze che s'intrecciano intorno al meraviglioso cavallo, de' suoni e canti onde l'aere risuona, è una piena imitazione dell'antistrofe d'Euripide nelle Troadi al v. 535 e segg., e del libro II dell'Eneide di Virgilio al verso 235 e segg.
  65. La stessa similitudine delle gru che schiamazzando fuggono l'inverno ed i nembi, trovasi pure al principiare del libro III dell'Iliade d'Omero: nell'Eneide libro X v. 262 e segg., e fu pure imitata dal Tasso nel canto XX, ottava 2ª della sua Gerusalemme Liberata. Ma per tornare al nostro poeta, poiché nella sua bella similitudine havvi qualche difficoltà, così a chiarezza maggiore ne aggiungo la versione letterale latina: Quales vero divitis advenæ Oceani - hiemis ministræ, gruum turmæ in-aere gruentium - circulum ineunt erraticæ choreæ - terram-exer-centibus aratoribus invisa clangentes - sic hi clangore per urbem et tumultu - duxerunt in arcem gravidum intus equum.
    E qui non è forse inutile aggiungere che Trifiodoro chiama le gru χείμονος ἀμφίπολοι - hiemis ministræ - perchè annunziatrici del freddo e delle pioggie invernali, e che appunto per tale motivo il poeta dice più sotto che lo strido di quegli uccelli riesce odioso agli agricoltori. Ed ora non sarà sgradito che citi alcuni versi del buon pastore d'Ascra, il quale nei Lavori e le Giornate (Opere e giorni), v. 446 e segg., indirizzandosi al fratello Perse, delle gru in tal modo favella:
    Φράζεσθαι δ᾽εὖτ ἄν φωνὴν γεράνου ἐπακούσῃς
    ϓψόθεν ἐκ νεφέων ἐνιαύσια κεκληγυίης·
    Ἠ δ᾽ἀρότοιό τε σῆμα φέρει καὶ χείμονος ὥρην
    Δεικνύει ὀμβρηροῦ κ.τ.λ.
    cioè: osserva poi quando udrai la voce della gru dall'alto delle nubi ogni anno stridente: essa dell'aratura il segno arreca e del piovoso inverno indica il tempo, ecc.
  66. Per il μύωψ del testo si dovrebbe propriamente intendere il tabanus dei latini, il tafano, così definito da Esichio: μύωψ μυῖά τις ἐρεθίζουσα τὰς βοῦς. Il naturalista francese Cuvier a pag. 615 del suo Tableau de l'histoire des animaux ne fornisce una più esatta descrizione. Ecco le sue stesse parole: «Le taon, qui rassemble assez par sa forme aux mouches ordinaires, mais dont la trompe est armée d'un suçoir formé de cinq pièces semblables à autant de lancettes.... Le bétail, et surtout les chevaux, en sont tourmentés dans les temps chauds et orageux»
    I prosatori ed i poeti hanno di frequente usato là stessa similitudine di Trifiodoro: confrontisi Coluto, Rapimento d'Elena, v. 41; Apollonio Rodio, Argonauti, lib. 1, v. 1265; Omero Odissea, lib. XXII, v. 300; Oppiano, Pesca, lib. 2, v. 521 e Virgilio nel III della Georgica. Si noti ancora che assai spesso confondesi il μύωψ coll'οἶ στρος: Eschilo nelle Supplici, 313: Βοηλάτην μύωπα, κινητήριον,?
    Οἶ στρον καλοῦσιν αὐτὸν οί Νείλου πέλας.
    Sostrato definisce in tal modo queste due parole: ὁ μἑν γἁρ μύωψ ἐκ τῶν ξύλων ἀπογεννἅται, ὁ δὲ οἶ στρος ἐκ τῶν ἐν τοἶς ποταμοῖς ζωδαρίων. Tuttavia i poeti esprimendo per metafora l'effetto d'una passione, si servono indifferentemente tanto di οἶ στρος quanto di μύωψ. Veggansi le Note a Coluto dello Stan. Julien.
  67. Trifiodoro chiama il μύωψ nel passo presente βοοῤῥαιστής; Coluto invece al verso 43 del suo Rapimento d'Elena, βοῶν ἐλατήρ, e Callimaco nel frammento XLVI ha μύωψ βουσσόος.
  68. La Cassandra di Trifiodoro paragonata alla Menade Tracia, ricorda la Didone di Virgilio nel quarto dell'Eneide, v. 300 e segg,:
    Saeivit inops animi, totamque incensa por urbem Bàcchatur, qualis commotis- excita sacris Thyias, ubi audito stimulant trieterica Baccho Orgia nocturnusque vocat clamore Cithaeron.
  69. In questo passo il nostro poeta, per bocca della fatidica Cassandra, opportunamente ricorda il funesto sogno d'Ecuba, ch'ella ebbe quand'era gravida di Paride, ed in cui le parve dare alla luce una face ardente, che tutta incendiasse la Frigia.
  70. Giove Erceo venne così chiamato ἀπὸ τοῦ εἴργειν cioè ab arcendo et sepiendo. La di lui ara veniva solitamente eretta nel mezzo della casa, acciò fosse custodia e difesa di tutta la famiglia.
  71. Fingono i poeti che Ecuba sia stata dagli dèi mutata in cagna, facendo in tal modo allusione al furore ed alla rabbia ond'era agitata quell'infelice regina per le tante sue sciagure.
  72. Qui Cassandra predice il suo destino e quello d'Agamennone: ed infatti dopo che Troja fu incendiata e distrutta, essendo ella toccata in sorte al supremo duce degli Achei, venne con lui uccisa per ordine di Clitennestra, moglie dello stesso Agamennone ed amante d'Egisto.
  73. L'espressione del testo :
    Στησάμενοι κρητῆρας ἐλευθερίης ἐρατεινῆς
    è tolta dal libro VI dell'Iliade, v. 528 :
    Κρητῆρα στήσασθαι ἐλεύθερον ἐν μεγάροισιν
    cioè: craterem statuere liberum in domibus.
  74. Al verso 438 della sua edizione, nota il Bandini :
    Versus hic in fine vitiatus, lectione codicis A., saltem quoad inetrum ita emendatur:
    Άφραδίῃ τε βέβυστο μεθησύνῃ τε κεχῄνει.
    che letteralmente si traduce in latino: Stultitia referta erat atque ebrietate vacabat.
  75. Ho tradotto l'ἀλυκτοπεδῇσι del testo col vocabolo lacci e non con tanaglie, come fecero il Salvini ed il Villa, poiché mi pare che tale sia il valore di quella voce; ed infatti parlando di Prometeo legato, Esiodo nella Teogonia, v. 521, dice:
    Δῇσε ἀλυκτοπεδῇσι Προμηθέα ποικιλόβουλον
    e cosi pure Apollonio Rodio nel lib. II degli Argonauti :
    Ίλλόμενος χαλχείῃσι ἀλυκτοπεδῆσιν Προμηθεύς
    donde di leggieri puossi arguire che lacci o catene e non tanaglie avranno rattenuto ed avvinto Prometeo.
  76. Ottima è la lezione μάσταχα, mascillam, da me seguita nella mia versione, in luogo del μύσταχα, labrum, dato dal Lezio, inquantochè anche Omero nel quarto dell'Odissea usa la medesima parola, parlando dello stesso Anticlo.
  77. Ho tradotto il φἰλου del testo per suo, proprio, perché l'aggettivo φἰλος ha pure un tal valore, come spesse volte si può vedere in Omero. Il Salvini per altro intende diletto, e caro il Villa. Dei due modi di versione, qual ti sa meglio ti piglia.
  78. Tutto questo episodio è tolto dal libro quarto dell'Odissea, esam. 265 al 289, dove Menelao, per celebrare la prudenza di Ulisse, narra, in presenza di Telemaco e di Pisistrato, come l'astuto eroe ritenesse i Greci racchiusi nel cavallo di legno dal rispondere ad Elena che vi s'aggirava intorno, nominando con soavi voci le loro spose.
  79. Propriamente il greco dice αὐτομάτως, sponte.
  80. Omerica è l'idea che Giove faccia calare la bilancia in danno de' Trojani. Veggasi l'Iliade, lib. VIII v. 69 e segg., e lib, XXII v. 209 e segg.
  81. Anche Virgilio, Eneide, lib. II. v. 351:
    Excessere omnes, adytis arisque relictis Dî, quibus imperium hoc steterat, etc.
  82. L'espressione del testo ἀνἰσταται ἄσχιον ἀχλύν, venne tradotta dal Salvini suscita la nebbia senz'ombra; cadendo in tal modo in errore simile a quello rimarcato alla nota 47, poiché l'alfa di ἄσχιον nel caso nostro non è punto privativa ma epitatica. Inoltre quel sostantivo nebbia, che trovasi anche nella versione del Villa, non mi pare che renda l'ἀχλύν del testo, che, secondo l'avviso mio, dovrebbe tradursi per tenebria, perchè non mi saprei spiegare come la luna suscitar possa la nebbia.
  83. Terapne era piccola città della Laconia in prossimità di Sparta.
  84. Devesi leggere nel greco ἔνδοθι σίμβλου, e non già ἴππου, come fecero Lezio ed il Salvini. Ed infatti come dire che le api mellifichino dentro un cavallo?
  85. Il testo dello Schaefer :
    Ές νομόν εὐγυάλοιο κατ᾽ ἄγκεος ἀμφιχυθεῖσαι
    ad pabulum concavam per vallem circumfusae; quello del Lezio invece :
    Ές νομὸν εὐγυάλοιο καὶ ἀνθεσιν ἀμφιχυθεῖσαι
    ad pabulum litoris et floribus circumfusae. Se anche a me fosse concesso di mettere innanzi una congettura, proporrei di leggere :
    Ες νομὸν εἰαρινοῖσι μετ᾽ ἄνθεσιν ἀμφιχυθεῖσαι
    verso che assai più ricorderebbe il seguente che trovasi nella divina similitudine omerica, qui imitata dal nostro poeta:
    Βοτρυδὸν δὲ πέτονται ἐπ᾽ ἄνθεσιν εἰαρινοῖσιν.
    Ma forse la mia congettura è un po' troppo alla Lennep; in ogni modo docti judicabunt.
  86. Questa similitudine delle api che uscendo dall'alveare si diffondono sui fiori de' campi, trovasi pure in Omero, Iliade, lib. II v. 87 e segg.; in Apol. Rod., Arg. lib. I v. 879 e segg. ; ed in Virgilio, Eneide, libro VI v. 707 e segg.
  87. Ho preferito l'ἔνθορον, irruebant, dell'edizione parigina all'εὔζονοι, milites, dato dallo Schaefer.
  88. Il testo: Κύμασι παφλάζουσα πολυφλοίσβου πολέμοιο
    cioè: undis aestuans tumultuosi belli, ed è verso copiato con qualche leggiero mutamento dal libro XIII dell'Iliade, esam. 798.
  89. Trifiodoro ha in questo luogo imitato lo splendido passo omerico che trovasi al libro XX dell'Iliade, v. 61 e segg. Eccone la versione: Spaventossi nelle profondità il re dell'inferno Plutone, e spaurito balzò dal trono, e gridava acciò sopra non gli squarciasse la terra lo scuotitore Nettuno, ed agli uomini apparissero ed agli immortali le orribili, squallide sedi, odiate anco da' Numi.
  90. Il testo:Χθονίων δ᾽ ἐξέδραμε θώκων. Tutti i traduttori interpretarono l'aggettivo Χθόνίων per terrestri ed infatti Esichio spiega χθόνιος γήἴος: ma nel caso nostro ha il senso che lo stesso Lessicografo gli dà alla voce χθόνιυ, quello cioè d'ὑπόγειος. In simil modo nel Rapimento d'Elena di Coluto, al verso 49 dell'ediz. Bekker:
    Έκ χθονίων Τιτεῆνας ἀναστήσασα βερέθρων,
    che devesi intendere: e subterraneis barathris Titanibus excitatis, etc.
  91. Il Salvini rende il κλίμακος ἐξελάθοντο del testo coll'espressione - della lumaca si scordare - Davvero che se quel traduttore avesse aggiunto a lumaca il sostantivo scala, sarebbe stata assai più chiara od intelligibile la sua versione.
  92. Propriamente il greco dice οἰχομένοισι, abeuntibus ed il poeta vuoi dire che alcuni non cercavan nemmeno di correre in salvo, ma qua e colà erravano istupiditi dallo spavento.
  93. Ecco uno de' passi più oscuri ed intralciati di Trifiodoro. Havvi nel greco: ....ἀνημέλκτου δὲ γάλακτος Παιδἰ μάτην ὀρέγουσαχοὰς ἐκόμισσε τιθήνη, che, dietro i più recenti studi, sembra doversi ordinare nel modo seguente: τιθήνη δὲ ὀρέγουσα παιδἰ χοὰς γάλακτος ἀνημέλκτου, μάτην ἐκόμισσε , - e spiegherei: nutrix autem praebens infanti fontes lactis nondum-exhausti, frusta (eas) porrexit; epperò il. pensiero del poeta sarebbe che la nutrice porgeva. invano le mammelle al bambino per allattarlo, poiché barbaramente le veniva strappato dalle braccia ed ucciso.
  94. Questa similitudine de' lupi che piombano sopra le greggi mal guardate, trovasi di frequente in Omero e Virgilio, ed anche nei nostri epici, specialmente poi nel Tasso.
  95. Ho in questo passo seguita l'ottima correzione dello Schaefer, adottata anche dal Lehrs Θὴρ ὤς δειμαλέας ἐλάφους, ἐδάιξεν Όδυσσεύς:. cioè: ut fera timidas cervas, superavit Ulysses.
  96. Il greco dice ἧς (sub.χαίτης) ὐπὸ θυμὸν ἀπέκλασεν, che ottimamente il Lezio spiega propter quam iram fregit. Il Salvini invece traduce e ne cacciò la vita, versione che non è punto ammissibile, perché sarebbe una ripetizione dello κτάνε usato tre versi prima dal nostro poeta, e un inopportuno interrompimento dell'antitesi tra Achille e il di lui figlio Neottolemo. Non bisogna per altro ascrivere a soverchia colpa del Salvini codeste inesattezze che trovansi nelle sue versioni, imperciocché egli non ebbe que' validi aiuti de' quali noi possiamo e dobbiamo valerci, e fu inoltre obbligato a tessere i propri lavori sopra edizioni o codici non correttissimi al certo.
  97. Neottolemo, figlio d'Achille, venne ucciso da Oreste nel tempio di Delfo, per vendetta della moglie Ermione, irritata che al suo giungere in Epiro egli avesse sposato la schiava Andromaca, già sposa d'Ettore.
  98. Anche Virgilio, Eneide, lib. I v. 33 e segg.
    .... Pallas ne exurere classem Argivûm atque ipsos potuit submergere ponto Unius ob noxam et furias Aiacis Oìlei?
  99. Antenore, fratello di Priamo, e Teano, sorella, d'Ecuba, accolsero ospitalmente Ulisse e Menelao, che s'erano furtivamente introdotti in Troja quali esploratori, come narra Omero, Iliade, lib. IlI v. 205 e segg.. Credesi che Antenore abbia fondato in Italia la città di Padova, dopo aver tradita la patria sua, e Dante infatti dal di lui nome chiamò Antenora la bolgia infernale, dove sono puniti i traditori della patria.
  100. Laodica, figlia di Priamo e di Ecuba, venne abbandonata all'epoca dell'assedio di Troja dal marito Telefo, figlio d'Ercole, e quindi rimaritata con Elicaone.
    Dopo la rovina della città paterna, temendo di cadere schiava de' Greci e specialmente dalla moglie del suo primo marito, si uccise precipitandosi dall'alto d'una rupe.
  101. Anche Virgilio chiude il secondo libro della Georgica colla similitudine del cavallo che ha compiuto il suo corso.
    Sed nos immensum spatiis confecimus aequor, Et iam tempus equùm fumantia solvere colla.
  102. L'epiteto di ὐπποτις dato qui dal nostro poeta all'Aurora è una nuova e felice autorità in favore della correzione del dotto Longueville al difficilissimo verso 310 del Rapimento d'Elena di Coluto, dove invece di ὤπασεν il chiaro filologo legge ἵπασεν, correzione che del resto non sembrerà forzata a chi s'intende di paleografia. Veggasi la nota 34 alla mia versione di quel poemetto.
  103. Trifiodoro dicendo che lo Xanto, benché addolorato, non osa per tema di Giunone d'opporsi a Vulcano, cioè alle fiamme devastatrici di Troja, allude al terribile incendio che il dio del fuoco suscitò per ordine della madre contro quel Fiume, in modo che n'ebbe arsa tutta la sua bella correntìa. Leggasi e s'ammiri nel XXI libro dell'Iliade la divina descrizione omerica di quel grande incendio.
  104. Polissena, altra figlia di Priamo e d'Ecuba, venne sagrificata da Pirro Neottolemo sulla tomba del padre Achille, onde placarne l'ombra sdegnata.