41. Da Cauno intanto arriva un dispaccio: le ventisette navi con a bordo i consiglieri spartani sono riparate laggiù. Convinto di dover accantonare ogni altra incombenza di fronte a quel compito capitale di proteggere una così potente squadra in navigazione lungo la costa, destinata a rafforzare il possesso delle vie marittime, e di far da scorta per un tragitto privo di sorprese ai commissari d'inchiesta giunti espressamente da Sparta per valutare il suo operato, Astioco depose subito la preoccupazione di Chio o fece vela su Cauno. Sbarcato durante il tragitto costiero a Cos, nella Meropide, saccheggiò a fondo la città, che non possedeva difese e che era in gran parte diroccata a causa di un terremoto, il più micidiale di cui si sia conservato il ricordo: gli abitanti avevano trovato rifugio sulle alture. Astioco devastò con scorrerie e rapine il paese: ma non toccò i liberi, cui permise di andare. Salpato da Cos, giunto nella notte a Cnido, fu costretto dalle insistenze degli abitanti a non disarmare le navi, ma a riprendere subito il largo con i medesimi equipaggi, per affrontare le venti navi Ateniesi che Carmino, uno degli strateghi del comando di Samo, aveva appostato al varco in attesa che venissero a tiro le ventisette unità provenienti dal Peloponneso, le quali, del resto, costituivano la stessa meta anche per Astioco. Frattanto la flotta che stazionava a Samo veniva informata della squadra nemica in avvicinamento da Melo: sicché Carmino stava all'erta, seminando vedette a Sime, e nei pressi di Calcia, di Rodi e delle coste della Licia giacché aveva appreso a suo tempo dello scalo nemico a Cauno.
42. Prima che si segnalasse la sua comparsa, così come si trovava, Astioco si diresse a Sime, per tentare il colpo di sorprendere l'avversario in mare aperto e spiegare la manovra d'avvolgimento. Ma lo colse la pioggia e l'abbuiarsi del cielo rannuvolato sfaldò la squadra, le cui navi si trovarono a vagare in disordine. Quando si levò l'aurora le unità erano disperse, e un settore della flotta, l'ala sinistra, era già stato avvistato dagli Ateniesi, mentre il resto s'aggirava smarrito intorno all'isola. Carmino e gli Ateniesi attaccarono di slancio le unità avversarie a prua senza disporre della propria squadra completa di venti navi, poiché avevano scambiato quella flotta con l'altra in arrivo da Cauno e a cui tendevano l'agguato. Al primo urto sommersero tre vascelli e altri ne posero fuori combattimento: e stavano dominando nell'azione finché, inaspettato, si presentò il resto della flotta nemica, molto più potente. Gli Ateniesi si videro accerchiati da ogni parte. Voltisi quindi in fuga ebbero sei navi colate a picco: con le superstiti cercarono riparo all'isola Teutlussa, di lì più tardi ad Alicarnasso. Dopo lo scontro i Peloponnesi presero terra a Cnido da dove, aggregatesi le loro ventisette unità appena sopraggiunte da Cauno, proseguirono la navigazione a ranghi serrati, finché, eretto un trofeo a Sime, tornano a gettar l'ancora nella Ibaia di Cnido.
43. Appena furono raggiunti dalle prime informazioni sulla battaglia di navi, gli Ateniesi uscirono dalla rada di Samo con tutte le unità puntando direttamente a Sime, senza tuttavia attaccare la squadra nemica, né esserne provocati: ritirarono l'attrezzatura navale in deposito sull'isola di Sime e dopo un assalto contro la piazza di Lorima sul continente, veleggiarono indietro sulla rotta di Samo. Alle navi del Peloponneso, ormai tutte raccolte nella rada di Cnido, venivano apportate le riparazioni occorrenti: intanto, il comitato spartano degli undici negoziava con Tissaferne (poiché era presente anch'egli) per ritoccare gli accordi stilati a suo tempo, perfezionando questo o quell'articolo, se poco soddisfacente, e studiando la direttrice strategica che assicurasse, per entrambi, il più vantaggioso sviluppo delle operazioni belliche in corso. Era Lica il commissario più scrupoloso nel vagliare ogni iniziativa, presa o da prendersi, e il più polemico sulle formule con cui s'erano stesi i patti: né l'intesa firmata da Calcideo, né quella di Terimene si salvavano dalle sue critiche. Pareva anzi scandaloso, a suo avviso, che il Re esigesse di dominare sull'intera estensione del suo impero attuale e di quello occupato dai suoi avi in tempi antichi: poiché questa riserva implicava il ritorno alla schiavitù per tutte le isole, per la Tessaglia e la Locride fino alla frontiere beote, e che infine Sparta applicasse ai Greci, invece della libertà, il giogo persiano. Perciò Lica reclamava la stesura di un nuovo documento, più equo: o che si invalidasse il precedente, rinunciando perfino, se si mantenevano queste condizioni, ad esigere lo stipendio per l'armata. Di umor nero Tissaferne si ritirò dai colloqui, incollerito e senza aver concluso nulla.
44. Del resto gli undici avevano in progetto di recarsi a Rodi, dove la loro presenza era richiesta, per voce degli araldi, dalle autorità cittadine più influenti. Speravano di far aderire quell'isola di rispettabile potenza per numero di forze armate terrestri e navali, e li animava l'idea di poter provvedere al mantenimento della flotta, sfruttando le risorse degli alleati di cui disponevano senza dover più interpellare Tissaferne per i fondi. Salparono quindi direttamente quell'inverno da Cnido e forti di novantaquattro navi operarono uno sbarco anzitutto a Camiro, località dell'isola di Rodi, e seminarono il terrore nella folla dei cittadini che non capendo gli avvenimenti si disperdeva fuggitiva: per di più il centro era sfornito di mura. Più tardi gli Spartani, convocata questa gente di Camiro e l'altra delle due città di Lindo e di Ialiso, indussero Rodi alla rivolta contro Atene: e l'isola aderì alla lega del Peloponneso. Gli Ateniesi che intanto avevano appreso dei tentativi nemici uscirono dalla base di Samo con le proprie navi risoluti a prevenire gli avversari: e già erano visibili in alto mare. Ma, traditi da un leggero ritardo, per quel momento fecero scalo a Calcia e di lì si ritirarono a Samo. In seguito, scattando da Calcia, da Cos e da Samo, operando scorrerie volanti, rinnovavano la guerra ai danni di Rodi. Sull'altro fronte, i Peloponnesi raccolsero sussidi dai Rodiesi per circa trentadue talenti. Ma, quanto al resto, tratta in secco la squadra sospesero ogni attività.
45. In questo lasso di tempo ed anche prima, quando gli Spartani non si erano ancora diretti a Rodi, altri eventi si stavano preparando. Dopo l'uccisione di Calcideo e dopo lo scontro di Mileto, Alcibiade aveva svegliato nei Peloponnesi la diffidenza: e da parte loro, precisamente da Sparta, era partita, diretta ad Astioco, una lettera con l'ordine di eliminarlo (poiché era in disaccordo con Agide e per altri motivi destava sospetto). Alcibiade allora, preoccupato, si trasferì subito presso Tissaferne e col tempo, preoccupato, si tentava con ogni sua malizia di guastare le relazioni tra questo personaggio e il Peloponneso. A poco a poco gli divenne braccio destro e guida in tutte le risoluzioni: gli ispirò di tagliare il soldo all'armata dei Peloponnesi, così da ridurre la dracma attica a tre oboli, e pure questi saltuari, suggerendo a Tissaferne di motivare alla controparte questa riduzione con un riferimento agli Ateniesi che, provetti da più antica data nell'arte di disciplinare la marina, versavano ai propri equipaggi tre oboli: non tanto per scarsità di denari, quanto per premunirsi dalle sfrenatezze cui l'eccessivo lusso avrebbe allettato la gente di bordo: chi a rovinarsi nel fisico scialando in quegli svaghi da cui s'esce guasti e molli; chi a disertare dal proprio banco senza depositare come garanzia la paga non ancora corrisposta. Oltre a ciò Alcibiade lo istruiva a sedurre i trierarchi e gli strateghi delle altre città con donativi in denaro, in modo da renderseli tutti arrendevoli, tranne i Siracusani, su questo particolare del soldo: ma Ermocrate, che era appunto stratego dei Siracusani, elevò il suo isolato reclamo in nome di tutta la lega alleata. Alcibiade, per finire, si prendeva da sé la libertà di chiudere la porta in faccia alle delegazioni cittadine che si presentavano con richieste di sussidi finanziari: ad esempio, si fece portavoce di Tissaferne ribattendo personalmente ai rappresentanti di Chio che non possedevano un briciolo di pudore se, benché fossero i più ricchi tra i Greci, protetti dal soccorso straniero, insistevano nel pretendere che per garantire loro la libertà, altri mettessero a repentaglio vita e risorse. Entrò in polemica con gli altri centri, mettendone in rilievo l'incoerente contegno se, versando prima della defezione il tributo agli Ateniesi, non erano adesso disposti a pagare altrettanto, e anche di più, per assicurarsi una difesa. Chiarì che Tissaferne, sostenendo di tasca propria le spese belliche, aveva buoni motivi di tendere al risparmio: se mai gli fossero giunti dal Re i fondi occorrenti avrebbe corrisposto loro la paga intera e le città avrebbero avuto la debita soddisfazione.
46. Rinnovava a Tissaferne il consiglio di non mostrare eccessiva premura per uno scioglimento affrettato della guerra; che non gli venisse desiderio, mettendo a disposizione la flotta fenicia che proprio verso quell'epoca allestiva, o reclutando un maggior nerbo di ausiliari greci, di concedere a un'unica potenza la supremazia terrestre e marittima. Per necessità politica i due stati dovevano esercitare ciascuno il suo potere: al Re sarebbe toccato, quando volesse, d'istigare gli uni contro gli altri, se questi procuravano fastidi al suo trono. Stabilendosi invece, sul continente e sul mare, il primato di una medesima città, il re si sarebbe venuto a trovare in imbarazzo non sapendo a chi allearsi per atterrarla; almeno che non desiderasse personalmente, in avvenire, provocare lui quel duello, con enorme spreco di denaro e rischio non lieve. Risultava assai più economica questa politica: con l'uscita di modeste somme, e da una posizione assolutamente intoccabile, lasciare che i Greci si sbranassero tra loro per soverchiarsi. E Alcibiade illustrava per lui la convenienza di spartire il dominio piuttosto con gli Ateniesi: le loro ambizioni sui possessi continentali erano meno forti e opportunissime per la sua politica la loro ideologia strategica e la conduzione pratica delle imprese militari. Poiché gli Ateniesi amici, legati alla potenza persiana, non solo avrebbero piegato al proprio volere i paesi marittimi, ma avrebbero assoggettato a Tissaferne le genti greche stanziate nei territori del re, mentre gli Spartani accorrevano a liberarle. Non era conseguente che Sparta s'affaticasse ora a sciogliere i popoli greci al freno di altri Greci e non si prodigasse poi per farli emancipare dalla Persia barbara, tranne che quest'ultima non riuscisse a liquidarla. Lo ammoniva quindi a lasciar pure che le due potenze si consumassero nell'attrito poi, con saggia attesa, a circoscrivere il più possibile l'area di supremazia ateniese, per fare allora, ma solo allora, piazza pulita dei Peloponnesi dalle sue regioni. Per quanto si possa opinare dalle sue successive scelte politiche, anche Tissaferne accettò di massima il programma elaborato da Alcibiade. I cui consigli tanto gli piacquero, che confidò ciecamente in lui, stimandolo consigliere insuperabile per tale specie di affari: sicché passava alle truppe peloponnesie una miseria di stipendio, dissentiva sul la necessità di sfidare il nemico in mare: poi, proclamando che erano in arrivo le squadre navali fenicie, che avrebbero permesso di battersi in condizioni di vantaggio numerico, recò danno alle operazioni in corso, mortificando la vigorosa carica morale che la marina alleata aveva accumulato fino a un livello realmente formidabile. Per concludere, ogni suo atteggiamento era troppo chiaro perché sfuggisse agli altri: gli era caduto l'impulso per quella guerra in comune.
47. Da una parte, mentre Alcibiade forniva a Tissaferne e al re, che gli offrivano ricetto, questi suggerimenti che egli considerava ottimi, dall'altra preparava il terreno per il suo rientro in patria. Presentiva che, risparmiandoli da una totale rovina, gli sarebbe riuscito, un giorno, d'indurre i concittadini a richiamarlo. E giudicava più facile il tentativo di convinzione se metteva in risalto i suoi rapporti d'amicizia con Tissaferne: così accadde. Le truppe ateniesi di stanza a Samo avevano avuto sentore del suo influsso su Tissaferne: e quando, per conto proprio, Alcibiade s'era appellato con un messaggio ai membri del loro alto comando perché adoprandosi per lui si facessero interpreti verso il ceto più sano della città del suo desiderio di rimpatriare, purché accolto da un governo oligarchico, non da quella banda di faziosi pezzenti, da quella "democrazia" che l'aveva espulso, e annunziassero che procurando l'alleanza di Tissaferne era disposto a prender parte attiva alla vita politica, per questi motivi e perché, principalmente, rispondeva alle loro intime aspirazioni i trierarchi e le autorità ateniesi di Samo si prepararono ad affossare la democrazia.
48. Così il moto nacque e scosse anzitutto il campo ateniese, ma ben presto si propagò in città. Un comitato, più tardi, salpò da Samo per intavolare colloqui con Alcibiade; e poiché costui presentava come sicura l'amicizia, prima di Tissaferne, poi dello stesso re, a patto che rinunciassero al regime democratico (per rassicurare meglio il re), gli elementi più facoltosi, sulle cui spalle grava di solito il carico più pesante, concepivano belle speranze di volgere a proprio profitto la direzione politica e di sbarazzarsi degli avversari. Rientrati a Samo diedero vita con i propri partigiani più fidi a una società vincolata dal giuramento e alla moltitudine divulgarono senza misteri che il re poteva legarsi d'amicizia con loro, e fornire denari, solo che Alcibiade rimpatriasse e la democrazia cadesse. E la folla, benché sul momento provasse un impulso d'ostilità contro i fautori del complotto, pure si mantenne calma, fiduciosa in quella promessa, che l'accesso agli stipendi reali divenisse largo e piano. Quindi, chi reggeva le fila dell'organizzazione oligarchica, dopo aver informato la gente sui propositi del partito, si appartò a discutere con un buon numero di aderenti al proprio programma politico le offerte di Alcibiade. A giudizio degli altri esse parvero d'immediato vantaggio e fidate: ma a Frinico, che ricopriva ancora la carica di stratego, spiacquero risolutamente. Secondo lui (e la realtà era proprio quella) ad Alcibiade non stava più a cuore l'oligarchia o la democrazia e quell'individuo non nutriva altra aspirazione che sconvolgere l'ordinamento attuale dello stato per ottenere il richiamo dai suoi compagni di fede politica e il ritorno in città, mentre i dirigenti ateniesi dovevano anzitutto preoccuparsi di prevenire gli urti interni tra le classi. Non risultava poi così conveniente al re, quando ormai i Peloponnesi equilibravano sul mare la potenza bellica ateniese e controllavano, dentro i confini del suo impero, città di prima grandezza, crearsi noie legandosi a filo doppio con gli Ateniesi di cui per giunta poco si fidava, mentre aveva a portata di mano l'accordo con i Peloponnesi, dai quali non aveva mai dovuto lamentarsi del minimo danno. E venendo alle città alleate, continuava Frinico, si sarebbe loro promesso una costituzione oligarchica, senza dubbio: giacché Atene stessa s'accingeva a smettere quella democratica. Ma egli sosteneva di presagire con chiarezza che questo non era un motivo sufficiente per far tornare docili le città in rivolta o per ottenere più leale la soggezione di quelle ancora fedeli all'alleanza: non avrebbero scelto di sicuro la schiavitù ai piedi di un governo oligarchico o democratico - non faceva differenza - in cambio di una libera vita, non importa sotto quale dei due regimi. Ritenevano, le città alleate, di doversi guardare dai tiri della cosiddetta "gente per bene " con ansia non meno viva che dagli elementi democratici: poiché portavano sempre la firma di quelle buone lane le trovate e le proposte a danno del popolo, dalle quali erano sempre loro a ricavare un bel profitto. Si temevano da un regime simile arbitri giudiziari ed eliminazioni violente, mentre l'ordine democratico era per loro un riparo e un fattore di moderazione per le forze oligarchiche. Frinico non dubitava che fossero proprio così le aspettative e i timori delle città, che attingevano, per rendersi conto, alla concreta esperienza del passato. In conclusione Frinico si diceva pienamente insoddisfatto delle proposte avanzate da Alcibiade e dei negoziati che in quelle circostanze s'allacciavano.
49. Ma tutti gli altri collegati, presenti alla conferenza del partito, rimasero della medesima idea ed espressero parere favorevole al programma di Alcibiade. Così prepararono un'ambasceria da mandare ad Atene, guidata da Pisandro, in compagnia di alcuni colleghi, per discutere il rimpatrio di Alcibiade, la soppressione della democrazia e per negoziare i preliminari di intesa tra Atene e Tissaferne.
50. Appena Frinico apprese che all'assemblea del popolo ateniese sarebbe stata messa ai voti una mozione, favorevole al rientro di Alcibiade e che la maggioranza sicuramente l'avrebbe fatta passare, temette che Alcibiade, quando fosse rimpatriato, gli facesse scontare quelle parole ostili, tendenti a intralciare il suo ritorno, ed escogitò uno stratagemma di questa specie. Spedì al navarco spartano Astioco, che si tratteneva ancora a Mileto, una nota segreta, in cui rivelava i raggiri di Alcibiade, che si faceva in quattro per rovinare Sparta favorendo l'accordo tra gli Ateniesi e Tissaferne; aggiungeva una relazione dettagliata e precisa di altri particolari, chiudendo con un appello alla comprensione se per liquidare un avversario non guardava per il sottile e porgeva un suggerimento preciso, anche a danno della patria. Ad Astioco non passò nemmeno per il capo di farla pagare ad Alcibiade, che, tra l'altro, aveva molto diradato le occasioni d'incontro; anzi recandosi lui, Astioco, a Magnesia per fargli visita e per abboccarsi anche con Tissaferne, rivelò ai due il messaggio speditogli da Samo: e interpretò il ruolo di spia. Anzi, per ragioni di personale profitto, almeno stando alle voci correnti, divenne intimo di Tissaferne, tanto da riferirgli non solo su questa, ma su altre faccende. E per tale motivo Astioco si mostrava così svogliato nell'opporsi a Tissaferne, quando si toccava il tasto scottante della paga dimezzata. Senza perdere tempo Alcibiade spedì agli alti ufficiali di Samo un rapporto d'accusa contro l'operato di Frinico, di cui esigeva il supplizio. Sconvolto e sentendosi proprio sull'orlo di un rischio fatale per quella delazione, Frinico indirizzò ad Astioco un secondo messaggio, risentendosi per la mancanza di discrezione mostrata nel caso precedente ma ora era pronto a consegnare agli Spartani l'armata ateniese di Samo in blocco, affinché la potessero annientare. Seguiva un particolareggiato rapporto su cui Astioco avrebbe potuto modellare il disegno strategico per assicurarsi il successo, non essendo Samo protetta da installazioni difensive. Non gli si poteva addebitare a colpa, ormai in pericolo di vita a causa di quella gente, se metteva in opera questo ripiego, e se altri era disposto ad attuarne, prima di farsi distruggere dai suoi avversari più odiati. Astiaco denuncia quest'ultima offerta ad Alcibiade.
51. Mai presagendo che anche questa volta il destinatario avrebbe peccato di slealtà, Frinico che di ora in ora si attendeva l'arrivo di un messaggio da parte di Alcibiade con l'informazione del suo nuovo passo, lo precorse e anticipò personalmente alle forze armate che il nemico si apprestava a vibrare un'offensiva contro le loro posizioni, attratto dalla mancanza di una efficace cintura protettiva intorno a Samo e dal fatto che la flotta ancorata nella baia era incompleta. La fonte delle notizie era fidata. Illustrava quanto fosse urgente munire Samo al più presto e, in generale, faceva osservare una vigilanza stretta. Frinico era stratego e aveva quindi l'autorità di disporre questi ripari. I combattenti si misero all'opera per attrezzare una linea di trincea e di conseguenza Samo, che si sarebbe comunque trasformata in fortezza, subì più celermente questa evoluzione. Non trascorse molto tempo ed ecco puntuale la lettera di Alcibiade con l'avviso che l'esercito è stato venduto da Frinico e che il nemico si prepara a sferrare l'attacco. Ma su Alcibiade calò il sospetto di malafede e parve che, preavvertito del progetto nemico, avesse avuto l'ispirazione di accollarne a Frinico la complicità, mosso da un impulso d'odio; ma, anziché rovinarlo, era riuscito a testimoniarne ancor meglio la sagacia, ratificando con questa conferma l'attendibilità delle sue previsioni.
52. Dopo questi avvenimenti Alcibiade si lavorava Tissaferne per disporlo all'amicizia con lo stato ateniese. Il Persiano era intimidito dalla potenza della marina peloponnesiaca, che ormai dominava per numero di unità quella ateniese; e, se solo avesse potuto, era ben pronto ad accondiscendere, tanto più che s'era risentito apprendendo i dissapori nati tra i Peloponnesi a Cnido sul testo della convenzione firmata da Terimene (la vertenza s'era già aperta all'epoca degli ultimi fatti, e risaliva al periodo del soggiorno degli spartani a Rodi). In quella controversia la dichiarazione di Lica, secondo cui non era ammissibile l'accordo che legittimava il dominio del Re sulle città che attualmente o in passato erano suo personale possesso o degli avi, convalidava l'asserzione espressa a suo tempo da Alcibiade: gli Spartani intendevano affrancare le città greche una dopo l'altra. Ora Alcibiade, in corsa per un traguardo di alta importanza, circondava Tissaferne d'omaggi particolari con devozione indefessa.
53. La delegazione ateniese guidata da Pisandro, che intanto viaggiava per incarico dei dirigenti di Samo, giunse ad Atene e si presentò all'assemblea per riferire. Riassunse gli argomenti di contorno e si concentrò sull'avviso capitale che, rimpatriando Alcibiade e apportando qualche rettifica al sistema democratico, si presentava l'opportunità di essere favoriti dall'alleanza del re e di lasciarsi alle spalle, vinto, il Peloponneso. Contro il programma esplosero molte e diverse critiche, favorevoli al regime democratico: si distinse per vivacità la reazione con cui gli avversari di Alcibiade protestarono ch'era un autentico scandalo se un individuo simile, dopo aver calpestato le leggi poteva rimpatriare, mentre gli Eumolpidi e i Kerykes si sostenevano ricorrendo all'accusa delle parodie misteriche che ad Alcibiade erano costate l'esilio, e in nome della santità divina proibivano il suo ritorno. Pisandro allora facendosi avanti sostenne quella tempesta di polemiche e l'indignata ostilità e invitando sul palco ad uno ad uno i dissidenti, li interrogava su quale fidato espediente di salvezza avessero da proporre per la città, mentre i Peloponnesi tenevano in assetto di guerra sui mari una flotta non inferiore alla loro, si assicuravano l'alleanza di più numerose città e si procuravano dal re e da Tissaferne quelle finanze di cui il tesoro ateniese era esausto: a meno che qualcuno non inducesse il re ad aderire alla causa ateniese. E ad ogni negativa risposta degli avversari, Pisandro replicava loro chiaro e tondo: "Non ci riuscirà di raggiungere questa salvezza, se non intraprenderemo un nuovo corso politico, più moderato, regolando l'accesso alle cariche di governo, ristrette a pochi, per riscuotere la fiduciosa simpatia del Re; non fissiamoci per il momento, dovendo prendere una risoluzione definitiva, sulla forma delle istituzioni, più che sul problema fondamentale della salvezza (ci sarà pure possibile, più avanti, correggere qualche particolare del sistema che non ci vada più a genio): richiamiamo dunque Alcibiade, l'unico oggi al mondo in grado di coronare con successo questa speranza."
54. Il popolo, a quel primo ventilare d'un progetto di costituzione oligarchica, tese le orecchie e s'inalberò: ma quando Pisandro confermò con chiari argomenti che non esisteva prospettiva diversa, per timore, e per la sopraggiunta speranza in un rinnovamento futuro del regime, s'addolcì. Finalmente l'assemblea popolare decretò che Pisandro, alla testa di una commissione formata da dieci concittadini, s'imbarcasse per trattare con Tissaferne ed Alcibiade, nei tempi e nei modi che ritenevano più opportuni. Poi, avendo Pisandro pubblicamente accusato il contegno di Frinico, il popolo in assemblea depose costui e il suo collega Scironide dalla loro carica e li sostituì, spedendo come strateghi della marina Diomedonte e Leonte. L'accusa con cui Pisandro colpì Frinico, da lui giudicato poco incline ai negoziati in corso con Alcibiade, fu di tradimento ai danni di Iaso e di Amorge. In seguito, Pisandro fece un giro di visite nelle sedi delle organizzazioni a carattere segreto che già da tempo prosperavano numerose in città esercitando il proprio ascendente politico sui verdetti delle giurie e sui risultati delle elezioni agli uffici statali, e le pregò caldamente di cercare un'intesa tra loro e di prendere una decisione collettiva per abolire gli ordinamenti democratici. Più tardi, attuate le disposizioni occorrenti in quell'ora per affrettare la partenza, salpò in compagnia dei suoi dieci colleghi per recarsi da Tissaferne.
55. Nel medesimo inverno Leonte e Diomedonte, assunto il loro comando nella flotta ateniese, sferrarono un'offensiva navale contro Rodi. Vi sorpresero le unità dei Peloponnesi tratte sulla spiaggia e operato uno sbarco sulla costa travolsero in battaglia un contingente di Rodiesi accorsi per impedire. Poi si ritirarono a Calcia, trovando più comoda questa base operativa che quella di Cos; da qui si poteva vigilare meglio, se per caso i Peloponnesi prendessero il largo con la flotta. Da Chio approdò a Rodi anche lo spartano Senofontide inviato da Pedarito con l'avviso che lo sbarramento ateniese era ormai ultimato e che se non erano più che solleciti a farsi vivi a Chio con la flotta da guerra, potevano dare l'addio per sempre alle loro speranze sull'isola. Così si decise di partire subito. Pedarito intanto, impiegando personalmente il proprio esercito di mercenari e l'intero esercito di Chio, assalendo il baluardo eretto dagli Ateniesi a copertura delle navi, ne invase un'ala, impadronendosi anche di pochi scafi tratti all'asciutto: ma i rinforzi ateniesi reagirono prontamente e disperdendo dapprima le schiere di Chio, determinarono la disfatta anche delle truppe raccolte intorno a Pedarito: cadde costui, con molti di Chio, lasciando sul terreno un bottino cospicuo d'armi.
56. In seguito a questo scontro gli isolani furono bloccati, per terra e per mare, da un assedio ancora più soffocante: nel paese la carestia era implacabile. Intanto, l'ambasceria ateniese capeggiata da Pisandro giunse presso Tissaferne ed aprì la discussione sui preliminari d'accordo. Ma Alcibiade (cui la figura di Tissaferne ispirava ora meno affidamento, essendosi aggravato in lui il timore verso i Peloponnesi ed insistendo, in accordo con le istruzioni che lo stesso Alcibiade gli aveva fornito, nel voler giocare una potenza contro l'altra finché si logorassero) ricorse al metodo seguente: che Tissaferne calcasse troppo la mano con le sue richieste, precludendosi in pratica la possibilità d'intesa con gli Ateniesi. Ora, io credo che neppure Tissaferne covasse personalmente altro proposito da questo, infusogli dal timore per la minaccia dei Peloponnesi. Alcibiade poi per suo conto appena s'avvide che costui non avrebbe mai trovato l'accordo con gli Ateniesi, non volendo apparire ai loro occhi sprovvisto di efficacia persuasiva si proponeva di far fare agli Ateniesi la figura di quelli che non sapevano venire incontro con proposte adeguate a un Tissaferne già da lui ispirato e disposto a legarsi in alleanza. Sicché Alcibiade, facendosi portavoce di Tissaferne che, del resto presenziava al vertice, esagerò a tal punto le richieste, che gli Ateniesi, benché cedendo su molti dei punti avanzati dall'interlocutore, finirono col lasciarsi addossare la responsabilità del rifiuto. Pretendeva la cessione dell'intera Ionia con le isole contigue e altri privilegi, cui gli Ateniesi, in fondo, non si apponevano troppo risoluti. Ma alla fine, nel corso del terzo incontro tra le parti, sospettando che la sua inettitudine a persuadere il Persiano emergesse limpidamente, Alcibiade chiese per il re l'autorizzazione d'allestire unità da guerra e di incrociare lungo le proprie coste per i tratti e con le forze navali che più gli piacessero. A questo punto gli Ateniesi non si trattennero più, ma ritenendo il negoziato privo di sbocchi favorevoli, con la netta impressione d'esser stati beffati da Alcibiade, si ritirarono indignati e si diressero a Samo.
57. Quello stesso inverno, poco più tardi, Tissaferne si recò a Cauno, nel proposito di ricondurre a Mileto i Peloponnesi e di rinnovare, per quanto gli era possibile, su altre basi il precedente trattato. Intendeva pure somministrare il sussidio all'armata ed evitare una rottura definitiva con la lega spartana. Egli temeva che non disponendo dei mezzi per mantenere in efficienza equipaggi così numerosi, i Peloponnesi si riducessero sotto la pressione della strapotenza nemica ad accettare il combattimento, per poi uscirne disfatti; ovvero, per la diserzione delle ciurme dalle loro navi, che gli Ateniesi avessero campo d'imporsi come volevano, anche senza il suo sostegno. La sua preoccupazione più grave restava che i Peloponnesi, angustiati dalla mancanza di risorse, tentassero di far provviste dal continente, saccheggiandolo. Ragionando quindi su tutte queste premesse e presagendone in sé i possibili sviluppi, poiché anche desiderava che la bilancia delle potenze greche si mantenesse stabile, convocò i Peloponnesi, corrispose gli stipendi e stipulò per la terza volta un accordo così formulato:
58. "Nel tredicesimo anno del regno di Dario, essendo eforo a Sparta Alessipida, si è sancita quest'intesa nella pianura del Meandro, tra Sparta e la sua lega da un lato e Tissaferne, Ieramene e i figli di Farnace dall'altro: per regolare gli affari del re, degli Spartani e degli alleati. Il territorio del re, situato in Asia, è possesso, in tutta la sua estensione, del re: riguardo al territorio che gli appartiene il re decreti quanto crede. Gli Spartani e i loro alleati non invadano i paesi del re con propositi aggressivi, né il re potrà similmente danneggiare la regione di Sparta o dei suoi alleati. Se qualcuno degli Spartani o degli alleati marcerà in armi contro i territori del re, gli Spartani e gli alleati cerchino di impedirlo. Se qualcuno dai territori del re marcerà in armi contro gli Spartani o i loro alleati, il re si adoperi per impedirlo. Tissaferne, secondo la convenzione, verserà la paga per le navi attualmente in servizio fino a che entrerà in azione la flotta del re. Gli Spartani e gli alleati, allorché sia giunta questa flotta del re, potranno, volendolo, provvedere da sé al mantenimento delle proprie navi. Se invece decideranno di esigere il sussidio da Tissaferne, costui sarà tenuto a versarlo: ma alla cessazione delle ostilità Sparta con i suoi alleati restituiranno a Tissaferne una somma pari a quella ricevuta. Quando la flotta del re sarà arrivata, le squadre spartane e alleate, con a fianco quella del re, sosterranno con concorde sforzo la guerra, secondo le istruzioni decise in comune da Tissaferne e dagli Spartani con i loro alleati. E se ci si risolverà a cessare la lotta con Atene la decisione sia unanime."
59. Questi furono gli articoli del negoziato. Dopo la convenzione, Tissaferne si preparava a far scendere in campo la flotta fenicia, secondo gli accordi stipulati, e in generale a dar corso a tutte le promesse fatte. O almeno desiderava che si notasse la sua buona disposizione.
60. Sul finire di quell'inverno i Beoti si aggregarono Oropo, per tradimento, mentre la piazza era guardata da un presidio ateniese. Il colpo di mano fu propiziato da elementi di Eretria e di Oropo stessa, che tramavano per far sollevare l'Eubea. Poiché, trovandosi Oropo di faccia ad Eretria, era impossibile che gli Ateniesi, occupandola, non tenessero sotto costante e grave minaccia non solo Eretria ma tutto il resto dell'Eubea. Quando erano già entrati in Oropo e la tenevano; gli Eretriesi passarono a Rodi con l'intento di sollecitare l'intervento dei Peloponnesi nell'Eubea. Ma costoro avevano altro per la testa: c'era Chio da soccorrere, ridotta male dalla stretta ateniese. Sicché tolte le ancore con le squadre al completo si staccarono da Rodi. Costeggiando presso il promontorio Triopio avvistarono al largo in navigazione la flotta ateniese che sopraggiungeva da Calcia. Ma, poiché nessuna delle due formazioni muoveva all'attacco, gli Ateniesi proseguirono la rotta fino a Samo, gli altri si diressero a Mileto. I Peloponnesi si avvidero che senza affrontare il nemico in battaglia navale non era più possibile arrecare soccorso a Chio. Così volgeva a termine quest'inverno, e con esso il ventesimo anno di questa guerra che Tucidide descrisse.
61. Al primo aprirsi della seguente stagione primaverile, senza indugi lo Spartiata Dercilida fu messo in viaggio per l'Ellesponto con un'armata terrestre non ingente, lungo la strada costiera, con il compito di provocare la rivolta contro Atene di Abido (la città è una colonia milesia). Intanto i cittadini di Chio, mentre Astioco non trovava mezzo di soccorrerli, messi alle strette dal blocco ateniese, si videro spinti a battersi con le navi. Era avvenuto che, all'epoca della permanenza di Astioco in Rodi, gli abitanti di Chio avevano richiesto da Mileto lo Spartiata Leonte, che al seguito di Antistene rivestiva la carica di secondo ufficiale, affinché sottentrasse a Pedarito, caduto sul campo, nel posto di comando. S'erano aggiunte anche dodici unità appartenenti al presidio navale di Mileto, così composte: cinque di Turi, quattro di Siracusa, una di Anea, una di Mileto e una di Leonte. Con una sortita generale i combattenti di Chio occuparono una località munita di trincee: simultaneamente presero il largo con le loro trentasei navi e attaccarono la flotta ateniese, forte di trentadue unità. Nel contrasto che si protrasse veemente le forze di Chio e alleate non subirono sul piano tattico il sopravvento nemico, ma (l'ombra ormai calava) si ricoverarono nel porto cittadino.
62. A breve intervallo da questo episodio, essendo sopraggiunto da Mileto nell'Ellesponto Dercilida con l'armata terrestre, Abido defezionò dalla parte di Dercilide e di Farnabazo: due giorni dopo fu la volta di Lampsaco. Appreso il fatto, Strombichide si precipitò da Chio a porre rimedio con ventiquattro unità ateniesi, tra cui alcune attrezzate apposta per caricare opliti. I Lampsaceni uscirono a contrastargli il passo, ma vennero battuti in campo. Invasa al primo assalto Lampsaco sfornita di cinta, Strombichida raccolse una ricca preda in beni e schiavi e, dopo aver restituito ai liberi le loro sedi, puntò contro Abido. Ma siccome i cittadini rifiutavano di arrendersi e prenderli di slancio risultava impossibile, l'esercito ateniese si trasferì sulla sponda opposta rispetto ad Abido e, occupata Sesto, località del Chersoneso, un possesso persiano dei tempi antichi l'attrezzò come posto d'osservazione e di presidio dell'intero Ellesponto.
63. Allo stesso tempo cresceva l'autorità e la sicurezza della marina di Chio; anche Astioco, con i Peloponnesi di Mileto, informato sull'esito dello scontro navale e della partenza di Strombichide con le navi, raddoppiò in fiducia. Costeggiando con un paio di navi fino a Chio, Astioco ne prelevò la squadra e con la flotta ormai completa investì Samo dalla parte del mare. Ma gli Ateniesi, tra cui s'affermava di giorno in giorno un clima di reciproco sospetto, non gli salparono contro: onde quello invertì la rotta e si ritirò a Mileto. Poiché, verso quest'epoca, e anche prima, la costituzione democratica d'Atene era stata abolita. Appena infatti comparve a Samo l'ambasceria di Pisandro reduce dai colloqui avuti con Tissaferne, i membri del partito cominciarono a organizzarne con mano più ferma le strutture, anzitutto in seno all'armata ateniese; poi ricorsero ai cittadini più autorevoli di Samo per indurli al tentativo d'inaugurare, con il loro appoggio, un regime oligarchico, benché in passato con faziosi disordini di piazza i Sami avessero già dato prova di non gradire la forma oligarchica. Raccoltisi intanto tra loro per uno scambio d'opinioni, quegli Ateniesi insediati a Samo si proposero di non tenere in conto Alcibiade, in seguito al suo rifiuto di cooperare (del resto non era il soggetto adatto, pensavano, per partecipare a una coalizione oligarchica); di escogitare piuttosto da sé, trovandosi ormai a mezzo di quell'impresa rischiosa, gli espedienti per proteggere la posizione del partito da eventuali passi falsi; di protrarre con energia la guerra e di contribuirvi largamente con le proprie fortune private, versando denari o col soddisfare ogni altra esigenza, nel pensiero che da quel momento le privazioni future sarebbero servite a beneficio di loro stessi, non d'altri.
64. Dopo aver così tratto da questa seduta un nuovo spirito di confidenza, spedirono in patria senza perdere tempo Pisandro con metà dei suoi ambasciatori per applicare laggiù il programma politico da loro elaborato; s'era affidato alla commissione l'ordine supplementare di istituire in ognuna delle città suddite, toccate durante il tragitto la costituzione oligarchica. All'altra metà degli ambasciatori venne assegnato a chi un centro, a chi un altro di quelli soggetti al dominio ateniese. Diitrefo, che aveva ricevuto la nomina di direttore delle operazioni sulla costa trace, partì per ricoprire il suo comando. Sbarcato a Taso, costui abrogò il regime democratico. Non era ancora spirato il secondo mese dalla sua partenza quando i Tasi si accinsero a munire la città, sentendo che l'urgenza di un governo aristocratico dipendente da Atene era ormai scomparsa, e che anzi ogni giorno era buono per un intervento liberatore di Sparta. Senza contare che alcuni dei loro profughi espulsi dagli Ateniesi avevano trovato ricovero presso i Peloponnesi, all'esterno dell'isola; e questo gruppo di fuoriusciti, d'accordo con i propri fautori rimasti in città, si prodigava già con energia per ottenere la spedizione di una flotta e provocare la rivolta di Samo. Sicché accadde che costoro trovassero esaudite le proprie aspirazioni più vive: nella città si restaurava il corso politico desiderato, senza rischi personali, mentre la democrazia, che poteva creare intralci, era stata atterrata. Quanto a Taso, dunque, lo sviluppo dei fatti contrastava con le mire degli Ateniesi promotori del trapasso oligarchico, ed ho ragione di credere che i risultati non fossero diversi con molte delle genti suddite. Poiché gli stati, attinta con oculato ordine sociale, immuni da rischi nell'eseguire progetti e riforme, si protesero a un'autentica condizione di libertà, senza darsi troppo pensiero del bugiardo sistema legale imposto da Atene.
65. Pisandro e i suoi colleghi intanto abolivano gli statuti democratici nelle città in cui facevano scalo costeggiando, come s'era deciso. Di tanto in tanto, anzi, si rifornivano di opliti affidati loro come truppe di rinforzo da certe località. Finalmente giunsero ad Atene. Ivi trovarono che molta parte delle operazioni preliminari era già in atto, per l'impegno degli affiliati al partito. Androcle, per esempio, l'uomo del popolo, una personalità del movimento democratico era stato segretamente eliminato da alcuni giovani partigiani collegatisi. Era lui il responsabile principale dell'espulsione di Alcibiade e i congiurati se ne sbarazzarono più volentieri per un duplice motivo: perché costui era una testa per la corrente popolare e perché credevano di rendere un servizio grato ad Alcibiade, in attesa che rimpatriasse procurando l'amicizia di Tissaferne. Avevano anche soppresso altri dell'opposizione, con gli identici metodi clandestini. In più, in un loro comunicato programmatico steso in precedenza e reso pubblico, si diceva che nessun altro doveva percepire indennità di servizio tranne i dipendenti delle forze armate, attualmente impiegati, e che alla direzione politica non potevano accedere più di cinquemila persone, selezionate tra quelli che per patrimonio e doti personali erano meglio in grado di servire lo stato.
66. Non era questo che un lusinghiero ripiego per placare la moltitudine, giacché in quanto ai posti governativi vi sarebbero ascesi quegli stessi che avevano preso parte attiva al moto rivoluzionario. Ad onor del vero, non s'era per questo smesso d'indire le sedute dell'assemblea popolare, o del Consiglio estratto a sorte: ma i decreti di quegli organismi, ricalcavano con fedeltà le scelte politiche espresse dai cospiratori. Anzi i proponenti appartenevano al circolo dei congiurati e il testo dei discorsi era sottoposto a censura preventiva. Eventuali oppositori erano anticipatamente ridotti al silenzio, intimiditi dalla forza numerica del partito. Bastava che qualcuno dissentisse, ed eccolo soppresso all'istante con un colpo ben azzeccato, e discreto: né la giustizia apriva un'inchiesta sugli esecutori del crimine, o spiegava la sua autorità repressiva nel caso che nascessero indizi, anche fondati. Il popolo stava ritirato: e gravava così sinistro un clima di terrore, che si poteva ben rallegrare, come di una bella fortuna, chi, pur osservando il silenzio, non pativa qualche infortunio. Nella fantasia della folla il numero degli associati s'ingigantiva, e gli spiriti dei popolari s'afflosciavano, mentre l'estensione stessa d'Atene e l'impossibilità di una conoscenza approfondita tra i cittadini generavano ostacoli alla scoperta della verità. Per questo medesimo motivo risultava impossibile che uno confidasse spassionatamente la sua amarezza a un vicino, tanto da concordare un abbozzo di difesa, o di rappresaglia, poiché ci si poteva imbattere con queste conversazioni in uno sconosciuto, o in un conoscente sospetto. In generale, sui rapporti reciproci tra i membri del movimento democratico aleggiava la diffidenza: il compagno a fianco era forse uno partecipe degli avvenimenti in corso. Poiché vi era coinvolta gente su cui tutti giuravano che mai avrebbe potuto convertirsi all'oligarchia. E toccò proprio a costoro di avvelenare più a fondo con il sospetto i rapporti in seno al popolo, e di rendere un utilissimo servizio all'impunità degli oligarchici, col dar corpo alle ombre di sfiducia che, tra uomo e uomo, calavano dense nel partito democratico.
67. S'era a tal punto della crisi, quando intervennero Pisandro e soci, e si applicarono a rifinire il lavoro avviato. Prima di tutto, adunata l'assemblea del popolo, proposero una mozione che richiedeva la nomina di un comitato costituente, formato di dieci membri con pieni poteri, i quali, dopo aver stilato in comune un progetto di costituzione per l'ottimo governo dello stato, fossero tenuti ad esporlo alla presenza dell'assemblea entro una data prescritta. In seguito, scaduto il termine concesso, riunirono l'adunanza in uno spazio chiuso in località Colono (è un santuario di Poseidone, fuori porta, distante una decina di stadi in periferia). I compilatori della costituente non redassero e pubblicarono altro, limitandosi a questa norma: a qualsiasi cittadino ateniese si doveva riconoscere il diritto d'esprimere impunemente la proposta che meglio credesse. E sanzioni gravissime si comminavano contro chi, notificando un'accusa di illegalità, o con altro espediente, si provasse a ledere l'autore della proposta. Da questo momento cadde il velo, e si proseguì chiarendo che diveniva ormai necessario abrogare tutte le cariche previste dal sistema politico vigente; che le indennità andavano soppresse; che si dovevano creare cinque proedri cui affidare il compito di scegliere cento altri cittadini: e ognuno di questi cento, a proprio arbitrio, doveva associarsene tre; stava a questi Quattrocento, infine d'insediarsi nell'ufficio del Consiglio e amministrare con pienezza di poteri lo stato, applicando i metodi da loro ritenuti più efficaci. Spettava loro anche l'autorità di convocare i Cinquemila nel caso che paresse opportuno.
68. Fu autore di questa proposta Pisandro, che in generale si prodigò con il più aperto entusiasmo per annullare l'ordine democratico. Ma il fondatore autentico dell'intero rinnovamento politico, l'uomo che ideò strutture e metodi per elevarlo a tal grado di sviluppo con un'applicazione e uno studio di anni, fu Antifonte, un ingegno che per valorosa altezza si lasciò alle spalle tutti gli Ateniesi della sua epoca. Mente superiore nel concepire e limpidissima nell'esprimere, schivo al punto che di libera volontà non soleva esibirsi di fronte ai consessi popolari, o quando ci fosse da dibattere una questione in piazza, pure per l'alta stima d'oratore temibile destava sempre sospetto nel pubblico: ma nei duelli davanti al tribunale, o al popolo assiso in adunanza, era unico per trovare in ogni caso il mezzo di sovvenire chiunque ricorresse a lui per ottenerne consiglio. In tempi più recenti, quando si ristabilì il regime democratico e la sorte dei Quattrocento, a loro volta in declino, fu rudemente segnata dall'avversione popolare, Antifonte, cui pure s'intentò l'accusa d'aver cospirato al movimento oligarchico si difese con l'arringa evidentemente più straordinaria tra quelle pronunciate, almeno fino ai miei tempi, in un processo di vita o di morte. Anche la personalità di Frinico brillò su tutti per aver abbracciato con tutto il suo ardore la causa dell'oligarchia: poiché Alcibiade gli dava ombra, col pensiero molesto che un tal uomo conosceva l'intrigo intessuto a suo tempo cori Astioco, da Samo. Frinico s'augurava ovviamente che il sistema oligarchico non fosse mai propizio al rimpatrio del suo nemico. In mille intralci rischiosi, gettatosi a capofitto nell'impresa, svelò tempra d'uomo dalle rette intenzioni. Anche Teramene figlio di Agnone, elemento svelto di cervello e di lingua, figurò in prima fila nella lotta agli istituti democratici. Onde, sorretta da un pugno d'uomini numerosi e tutti così fini d'intuito, la rivoluzione, benché impresa grande e difficoltosa, ebbe diversi e seri motivi per coronarsi felicemente. Non era affare di poco conto, trascorsi quasi cento anni dalla caduta della tirannide, far smettere al popolo d'Atene l'abitudine della libertà: poiché non solo non era avvezzo a chinare la fronte, ma per oltre la metà di quel periodo secolare aveva contratto l'uso di costringere le altre genti all'obbedienza.
69. Reso esecutivo questo programma, senza che nessuna voce si levasse a contraddire, l'adunanza popolare si sciolse. Poco dopo i Quattrocento furono insediati nell'aula del Consiglio con la procedura seguente. Degli Ateniesi mobilitati in massa, chi era in servizio di vigilanza sugli spalti, chi schierato nelle formazioni di complemento, sempre in guardia con le armi addosso, per via del nemico annidato a Decelea. Venne il giorno, e si lasciò che i combattenti all'oscuro del complotto si recassero, come le altre mattine, ai propri posti. Gli aderenti al partito, invece, ricevettero l'ordine di star pronti, senza agitarsi, non ai consueti punti di vedetta, ma a una certa distanza, per stroncare con le armi qualunque indizio di reazione all'iniziativa in corso. Erano anche comparse, per contribuire alla buona riuscita, milizie di Andro di Teno e trecento tra Caristi e cleruchi mandati da Atene a colonizzare Egina: tutti elementi dotati di armature proprie. Anche costoro avevano ricevuto istruzioni analoghe. Dislocate secondo questo disegno le forze, si fecero avanti i Quattrocento tenendosi sotto un pugnale ciascuno, e con loro uno stuolo di centoventi giovanotti, gente di cui ci si serviva per appoggiare qualche pugno, all'occorrenza. Presentatisi sul posto, si avvicinarono ai consiglieri estratti a sorte che si trovavano nell'aula consiliare e suggerirono loro di accettare l'indennità e filarsela: avevano recato con sé la somma sufficiente a ripagarli per tutto il restante periodo di nomina, e la distribuivano via via che ciascuno dei prescelti si allontanava dalla sede.
70. Dopo che con questo metodo l'intero Consiglio si fu sciolto senza il più lieve fermento o resistenza, visto che il resto della cittadinanza subiva, anziché tentare qualche gesto impulsivo, i Quattrocento penetrarono nel Consiglio e dal loro stesso numero estrassero a sorte i Pritani; e resi agli dei i debiti sacrifici e offerte, entrarono in carica. In progresso di tempo però si distinsero profondamente dalla regola di governo democratica (tranne che per la pratica di non richiamare i fuoriusciti, per via di Alcibiade) e, in generale, vessarono la città con un autoritarismo violento, suppliziarono un certo numero, non alto, di soggetti che per utilità politica parve opportuno eliminare; altri gettarono in carcere, ed altri ancora fecero cambiare aria per forza. Poi spedirono un araldo ad Agide, re degli Spartani acquartierato a Decelera, comunicandogli l'intenzione di trattare la pace. Era logico sperare ch'egli preferisse stabilire un dialogo pacifico con loro, e non più con un governo democratico cui non poteva accordare la sua fiducia.
71. Sennonché Agide, prevedendo la reazione della città, dubitoso che un popolo tanto legato a una tradizione di libertà se la lasciasse strappare così all'improvviso, e convinto d'altra parte che alla vista della potente armata spartana quella gente avrebbe avuto un repentino risveglio (e anche in quei momenti non gli pareva di veder troppo chiaro dentro quell'apparente immobilità, forse illusoria) all'ambasceria dei Quattrocento negò una parola da cui trasparisse il proposito di accordarsi, mentre intimò dal Peloponneso l'invio di una forte colonna di rincalzo. Attese un po' di tempo e finalmente guidò di persona la calata del presidio di Decelea e dei reparti nuovi arrivati fin sotto la cinta di Atene, nella speranza che gli Ateniesi sgomenti si sarebbero più docilmente consegnati in mano agli Spartani con una resa a discrezione; o che, con un solo attacco, non avrebbe fallito la conquista delle Lunghe Mura, quando allo sconcerto dell'insurrezione interna si fosse frammisto lo smarrimento infuso dall'urto nemico contro gli spalti esterni, e per questi fattori la diserzione avesse fatto il vuoto nelle difese. Ma quando Agide si fu accostato alle mura, gli Ateniesi non solo si trattennero dal suscitare il minimo tumulto interno, ma anzi lanciarono fuori la cavalleria, spalleggiata da un buon contingente di opliti, di fanti leggeri e di arcieri che gli massacrarono qualche reparto, poiché l'avanzata aveva osato troppo. Armi e salme rimasero di proprietà ateniese. Compreso lo stato di fatto, Agide ritrasse indietro le truppe. Egli con le milizie di presidio si trattenne nel paese, mettendo capo a Decelea, e diede l'ordine di rimpatrio alle divisioni sopraggiunte, dopo una breve permanenza in territorio attico. Chiuso l'incidente, i Quattrocento non rinunciarono ad inviare da Agide una nuova ambasceria, che costui accolse con più rispetto: anzi, su suo consiglio, indirizzarono una commissione a Sparta, incaricata dei preliminari di tregua. Esisteva dunque, una volontà di pace.
72. I Quattrocento spedirono anche dieci rappresentanti a Samo, ad addomesticare l'esercito e ad illustrare le finalità della rivoluzione oligarchica che non si proponeva il danno della città e del suo popolo, ma una politica di sicurezza su tutti i fronti. Si doveva annunciare che al governo sedevano i Cinquemila, non i soli Quattrocento: benché gli Ateniesi, chi lontano in armi, chi all'estero per affari, non s'erano mai in precedenza adunati a discutere su un problema, per quanto capitale, che bastasse a richiamare i cittadini in numero di cinquemila. Con raccomandazioni di esporre sulle altre questioni generali quanto occorreva, i Quattrocento fecero partire l'ambasceria subito dopo il colpo di stato: temendo che la gente della marina, come poi effettivamente accadde, non fosse disposta a pazientare nel nuovo ordinamento oligarchico, e che da Samo sorgesse una reazione ostile con lo scopo preciso di abbatterli.
73. Effettivamente a Samo serpeggiava un movimento contrario alla costituzione oligarchica e, all'epoca precisa in cui i Quattrocento s'insediavano al potere, accaddero gli episodi seguenti. Le persone di Samo che a loro tempo erano insorte contro le autorità aristocratiche e davano vita al partito popolare, mutarono nuovamente di fede politica e sotto la duplice influenza di Pisandro, dopo il suo arrivo, e della lega dei partigiani oligarchici ateniesi di Samo, si erano raccolti a cospirare in un circolo di circa trecento individui. Costoro, si accingevano ad attaccare il resto della cittadinanza sempre fedele alle idee democratiche. Come prova di lealtà politica, costoro avevano assassinato un tale Iperbolo, un ateniese, un elemento miserabile colpito dall'ostracismo non per timore della sua potenza o del seguito che poteva avere, ma per i suoi scandali, per le sue infamie che oltraggiavano il buon nome di Atene. Avevano agito d'accordo con Carmino, uno degli strateghi ateniesi, e con un manipolo di Ateniesi che faceva causa comune con loro e della cui complicità si erano più volte avvalsi per imprese simili. Questa forza organizzava un'offensiva contro la maggioranza democratica. Ma in seno al popolo la voce si diffuse e si segnalò l'allarme agli strateghi, Leonte e Diomedonte (costoro per essere bene accolti dalle masse popolari facevano il viso dell'armi agli oligarchici), a Trasibulo e a Trasillo, l'uno trierarca, il secondo in servizio da oplita, e agli altri che l'opinione pubblica additava come gli oppositori più accesi della nuova associazione. I popolari li scongiuravano di non assistere senza intervenire al loro massacro, e all'ostile distacco da Atene della città di Samo unico appoggio su cui, fino a quei giorni, l'impero ateniese s'era sostenuto. Apprendendo queste notizie gli strateghi circolarono tra le truppe incitando uomo per uomo ad opporsi con fermezza assoluta: più fervido il monito all'equipaggio dell'unità Paralo, composto esclusivamente di cittadini ateniesi, uniti a bordo della nave, liberi dalla nascita e animati quindi da un'avversione congenita all'oligarchia, anche prima che s'affermasse, sempre e ovunque. Leonte e Diomedonte poi, quando uscivano in missione, distaccavano sempre dalla squadra qualche unità a presidio di Samo. Sicché, quando i trecento sfoderarono le armi, coalizzandosi queste resistenze (più accaniti gli uomini della Paralo) la maggioranza democratica di Samo ebbe il sopravvento, eliminò una trentina sui trecento della cospirazione e punì con l'esilio i tre più responsabili del moto Per l'avvenire la vita continuò con gli altri a parità di diritti, sotto un regime democratico, seppellendo nel silenzio le discordie del passato.
74. I democratici di Samo e i combattenti di stanza nella base imbarcarono senza indugi sulla nave Paralo Cherea, figlio di Archestrato, cittadino ateniese, una delle guide più attive della reazione antioligarchica, con l'ordine di recarsi ad Atene e riferire i fatti di Samo: non si era ancora al corrente dell'ascesa dei Quattrocento al potere. Appena la Paralo toccò il molo di Atene, i Quattrocento misero pochi dell'equipaggio agli arresti, due, forse tre: requisirono la nave agli altri e fattili trasbordare su un'altra unità, un trasporto truppe, assegnarono loro il compito di incrociare di ronda intorno alle coste dell'Eubea. Cherea non perse tempo: data un'occhiata intorno si sottrasse inosservato e di ritorno a Samo riferì all'armata notizie fresche ad Atene, ma caricandole di tinte impressionanti: che in città le bastonate fioccavano ch'era una meraviglia; ch'eran dolori solo a contraddire tanto così i dirigenti; per tacere poi delle offese inflitte alle loro donne, e ai figlioli: si premeditava addirittura di rastrellare tutte le famiglie delle truppe dislocate a Samo, che in fatto di politica non la pensavano ad un'unica maniera, per tenerle in carcere ed eventualmente, in caso di disobbedienza dell'armata, per farne una ecatombe. La relazione proseguiva con un cumulo di diverse menzogne.
75. A sentire queste enormità i soldati si volsero di scatto per aggredire i più compromessi nella rivoluzione oligarchica, senza risparmiare gli altri, forse semplici simpatizzanti. Ma poi, sbollito il primo impulso, diedero ascolto ai moderati che li frenavano, avvisandoli di non provocare una disfatta generale, mentre il nemico era a breve distanza e con gli occhi puntati sull'isola: e quegli lasciarono correre. Dopo questo contrattempo chiaramente risoluti a rinnovare in Samo gli istituti democratici, Trasibulo figlio di Lico e Trasillo (combattenti della prima ora nella lotta antioligarchica) fecero prestare ad ogni soldato, e anzitutto a quelli di simpatie oligarchiche, con le formule più alte giuramento solenne di tenersi leali alla democrazia; di agire con unanimità d'intenti; di protrarre con valore lo sforzo bellico contro il Peloponneso fino alla vittoria finale e di giurare guerra ai Quattrocento, troncando con la loro cricca ogni scambio diplomatico. Ogni cittadino di Samo in età di leva si aggregò al giuramento. Con questa formula i soldati ateniesi avevano saldamente fuso al proprio il destino dei Sami, e li avevano fatti partecipi delle stesse speranze e ansie che il momento attuale lasciava trapelare per il futuro, considerando che per l'isola, come per loro stessi, non poteva esistere diverso varco di salvezza: si fossero affermati i Quattrocento, o riuscisse a sfondare il nemico appostato a Mileto, il loro fato restava uno: la morte.
76. Verso quest'epoca si provocarono in un duello feroce il partito desideroso d'imporre alla città la reazione democratica, e quello che pretendeva l'ossequio dell'armata alla riforma oligarchica. Le truppe non stettero con le mani in mano, e raccolsero un'adunanza, nel corso della quale tolsero l'autorità agli strateghi precedenti e a qualche trierarca di fede non troppo limpida, supplendo loro con nuovi strateghi e trierarchi tra cui Trasibulo e Trasillo. E facendosi innanzi i sodati prendevano la parola, per confortarsi l'un l'altro: specialmente ricordando che non era necessario avvilirsi se la città aveva separato la propria strada dalla loro. Non era che il distacco di una minoranza da un organismo superiore, dotato, sotto ogni aspetto, di migliori risorse. Tenevano a loro completa disposizione il complesso della flotta, con cui avrebbero costretto tutte le altre città del dominio a corrispondere un tributo identico, proprio come se la loro forza gravitasse ancora sul polo Atene (potevano contare su Samo, città non delle ultime: di potenza tale, anzi, che quando reagì con le armi contro Atene per poco non le aveva strappato la supremazia marittima: del resto la resistenza contro il Peloponneso nemico si organizzava muovendo dalle stesse basi di prima). Con la marina, inoltre, essi avevano possibilità migliori che la gente di città per provvedersi dell'occorrente. Senza contare che gli Ateniesi avevano potuto usufruire fino a quel momento del l'accesso al Pireo, solo perché la flotta stazionava in posizione avanzata nelle acque di Samo. Sicché già fin d'ora potevano creare le premesse, quando la città si rifiutasse di restituir loro i diritti civili, di un proprio dominio navale, con la conseguente esclusione dalle vie marittime dei concittadini rimasti in Atene, piuttosto che di loro stessi. Per il felice risultato della guerra, lieve e trascurabile era l'aiuto proveniente dalla città: sicché non avevano rinunciato a nessun cespite di rendita, staccandosi da gente che non aveva più un soldo da versare. Tanto provvedevano le milizie stesse a rifornirsi di denari. Né ci si poteva più aspettare un decreto illuminato da Atene: l'unico elemento per cui si può giudicare una città superiore a un esercito. Invece, anche sotto questo riguardo, gli Ateniesi cittadini si trovavano in torto, per aver abrogato l'antico ordine legale; mentre essi ne restavano i fidi tutori, quelli che avrebbero anche tentato con la forza di indurre i colpevoli al debito rispetto. Dunque, in fatto d'uomini abili a fornire un parere di senno, l'esercito non aveva nulla da invidiare alla città. C'era poi Alcibiade che se avesse avuto l'immunità e l'autorizzazione a rimpatriare, era volentieri disposto a procurare l'alleanza con il Re. Ma anche ammettendo che tutte le loro aspettative andassero deluse, restava il fattore più importante di superiorità: l'occasione di scegliere, con una tale forza di navi a portata di mano, tra infinite vie di salvezza in fondo alle quali scoprire il rifugio di città e paesi.
77. Tra i radunati in assemblea erano questi gli accenti d'ottimismo e di conforto che risuonavano più frequenti. Ma i reparti non si fermavano alle parole: con energia non più scarsa s'inquadravano in vista della lotta. Frattanto i dieci uomini dei Quattrocento inviati a Samo, informati degli ultimi sviluppi quando si trovavano già all'altezza di Delo, vi si trattennero in attesa.