78. Nello stesso giro di tempo, anche i soldati della flotta peloponnesiaca di stanza a Mileto tempestavano tra loro a voce alta che per colpa di Astioco e Tissaferne li andava tutto a catafascio. Si sibilava che il primo, Astioco, aveva rinunciato all'attacco anche prima, quando essi erano al culmine della potenza e la marina ateniese si trovava incompleta, e che insisteva ancora nel rifiuto proprio adesso che le voci in corso parlavano di Ateniesi in fermento rivoluzionario, e le squadre nemiche non si erano ancora concentrate in una base principale. Lì si perdeva tempo, si rischiava forte attendendo immobili la flotta fenicia promessa da Tissaferne; flotta di cui si chiacchierava a tutto spiano: ma di navi vere nemmeno l'ombra. Quell'altro poi, Tissaferne, non solo non tirava fuori questa flotta, ma comprometteva il vigore della marina con la sua mania di dimezzare gli stipendi e di non versarli neanche regolarmente. In conclusione intimavano di accantonare i ritardi, e di battersi una buona volta. L'insistenza più clamorosa proveniva dal settore dei Siracusani.
79. Rumori e polemiche giunsero alle orecchie degli alleati e d'Astioco, che raccolti tra loro avevano deciso in sede di consiglio l'attacco navale attratti principalmente dalle notizie in arrivo sui disordini scoppiati a Samo. Quindi i Peloponnesi staccandosi con la flotta in pieno assetto potente di centododici unità, puntarono diritti su Micale dopo aver dato ai Milesi il comando di raggiungerli là costeggiando per la via di terra. Con le ottantadue navi di Samo, che stazionavano ancorate a Glauce, nel territorio di Micale (da questo versante dell'isola Samo dista poco dal capo di Micale sul continente) gli Ateniesi, appena avvistarono l'offensiva delle unità peloponnesie, si ritirarono a Samo stimando le proprie forze impari al rischio di uno scontro risolutivo. Al tempo stesso (da Mileto erano stati preavvertiti che il nemico avrebbe sferrato l'attacco dal mare) attendevano che dall'Ellesponto s'affrettasse Strombichide, scortato dalla squadra con cui da Chio era passato ad Abido: un tempestivo appello infatti gli era stato spedito. Sicché gli Ateniesi si ritrassero a Samo, mentre i Peloponnesi toccarono terra a Micale, dove piantarono il campo a fianco delle truppe milesie e delle fanterie sopraggiunte dai paesi vicini. Il mattino seguente, quando erano già pronti a dirigere su Samo, li colse l'avviso che Strombichide era giunto con la squadra dell'Ellesponto: e quelli retrocessero rapidamente a Mileto. Furono gli Ateniesi allora, rinforzati dai nuovi arrivi, a prendere l'iniziativa di muovere contro Mileto con centootto navi, risoluti a sfidare il nemico: ma non notandosi segno di reazione dalla base avversaria, fecero vela indietro alla volta di Samo.
80. Era trascorso poco tempo e correva la medesima estate, quando i Peloponnesi, dopo che avevano rinunciato al combattimento dubitando di non poter reggere all'urto, benché operassero con la flotta completa, trovandosi nell'imbarazzo di dover cavar denari per una moltitudine così ingente di equipaggi, tanto più che Tissaferne era un pessimo pagatore, spedirono da Farnabazo Clearco, figlio di Ranfia alla testa di quaranta navi ed eseguirono in tal modo le istruzioni che già da tempo erano partite dal Peloponneso. Insisteva Farnabazo in persona ad invitarli, pronto a fornire i mezzi per mantenerli: inoltre con l'invio di corrieri Bisanzio rendeva nota la sua decisione di passare dalla loro parte. Queste unità della flotta peloponnesiaca tolsero le ancore e veleggiarono al largo per sfuggire durante il tragitto all'attenzione delle unità ateniesi. Ma furono sorprese da un fortunale e la squadra più numerosa, con a bordo Clearco, approdò a Delo da dove, passato del tempo, fece ritorno a Mileto (in seguito Clearco si recò all'Ellesponto seguendo a piedi la via costiera e arrivato laggiù assunse il suo comando); le altre dieci navi, con imbarcato lo stratego megarese Elisso, giunte senza danni nelle acque dell'Ellesponto fecero sollevare Bisanzio. Dopo questo fatto gli Ateniesi di Samo, che ne erano stati informati inviarono nell'Ellesponto una forza navale di soccorso e una guarnigione e nello specchio d'acqua prospiciente Bisanzio accadde un breve incidente: la sfida di otto navi contro otto nemiche.
81. Da parte delle autorità ateniesi di Samo, e tra loro spiccava per impegno Trasibulo, sempre saldo dopo la reazione democratica da lui promossa nel progetto di rimpatriare Alcibiade, si riuscì a convincere la folla delle forze armate raccolte in assemblea. Trasibulo, dopo che si ratificò con il voto il provvedimento di richiamo e la garanzia di sicurezza per Alcibiade, prese una nave e presentatosi da Tissaferne ricondusse a Samo Alcibiade, ritenendo che l'unica ancora di salvezza fosse per loro la conversione di Tissaferne dalle simpatie per il Peloponneso a quelle per gli Ateniesi, ad opera di Alcibiade. Costui, quando fu in mezzo all'adunanza speditamente convocata, ebbe anzitutto parole di condanna e di amarezza per la sua personale vicenda dell'esilio e passato alle questioni di interesse pubblico si diffuse a far balenare speranze grandiose riguardo all'avvenire, ed illustrava con dettagli esagerati il suo ascendente su Tissaferne, affinché i dirigenti oligarchici di Atene concepissero spavento di lui, e si accelerasse il processo di scioglimento delle società segrete; affinché l'armata di Samo gli riservasse più alto prestigio, trovando per sé più rassicuranti motivi di conforto: e, infine, perché i nemici nutrissero contro Tissaferne l'ostilità più viva e rovinassero dall'alto delle proprie speranze ambiziose. Poi Alcibiade asseriva, come ultima e abissale fanfaronata, d'avere in mano, sicura come l'oro, questa promessa di Tissaferne: solo che gli Ateniesi gli dessero garanzie di fiducia, fin quando gli fosse rimasto qualcosa della sua sostanza, non avrebbero mai più dovuto lamentare penuria di risorse neppure se, ridotto allo stremo, avesse dovuto vendersi il letto, per farne quattrini. Naturalmente la flotta fenicia ancorata ad Aspendo sarebbe finita a rinforzare gli Ateniesi, non i nemici del Peloponneso. Ma la sua fiducia in Atene era sospesa a questa sola riserva, se cioè Alcibiade, rimpatriato sano e salvo, si fosse assunto l'impegno di garante.
82. I soldati, udito un discorso tale e anche più lungo lo crearono stratego sui due piedi, aggregandolo agli ufficiali già in carica anche prima e diedero loro carta bianca per la prosecuzione della guerra. In ciascuno brillava la speranza della salvezza e di potersi vendicare dei Quattrocento; e a nessun prezzo al mondo avrebbero rinunciato a questo attimo prezioso. Prendeva a circolare nell'armata un sentimento di sprezzo per la minaccia nemica in agguato intorno, e ci si eccitava, sull'onda delle promesse udite, a scioglier subito le vele contro il Pireo. Ma Alcibiade fu pronto a stroncare con energia l'ispirazione di lasciarsi alle spalle il nemico più diretto, per muovere verso il Pireo: benchè molti mordessero il freno. Risolvere il conflitto, obiettava, era il suo principale compito, poiché l'avevano eletto stratego. E avrebbe cominciato imbarcandosi per recarsi da Tissaferne, e per intendersi con lui. Appena questa assemblea si sciolse, egli partì: principalmente per assumer l'aria di quello che non muoveva un passo senza accordarsi con il Persiano: ma anche per elevarsi nel concetto di quello e fargli intender chiaro che con la sua elezione a stratego era lui ora a manovrare le redini, e poteva rendergli un servizio come infliggergli un danno. sicchè il risultato era questo: ad Alcibiade riusciva di tener sulla corda gli Ateniesi facendo balenare la forza di Tissaferne e d'impensierire il Persiano per mezzo di quelli.
83. Con Tissaferne i rapporti di lealtà dei Peloponnesi ancorati a Mileto soffrivano già da tempo gravi incrinature: ma appena fu noto il ritorno di Alcibiade la esasperazione degli alleati letteralmente raddoppiò. Era loro accaduto, all'epoca dell'offensiva ateniese contro Mileto, quando non se la sentirono di uscire dal porto a battaglia, che la sollecitudine di Tissaferne nel pagare il soldo alla flotta si fosse ancora più intiepidita: e così s'era acuito il rancore sorto nell'animo dei Peloponnesi contro di lui, anche prima di questi fatti, per colpa di Alcibiade. Raggruppandosi tra loro, come era d'uso anche in occasioni precedenti, i soldati si soffermavano a fare un po' di conti (non era solo la truppa, interveniva anche qualche personaggio altolocato) e capivano di non aver mai percepito lo stipendio intero; che il soldo versato era scarso e per di più saltuario; che se qualcuno non prendeva la decisione di provocare una battaglia risolutiva, o di trasferirsi dove c'erano risorse per poter campare, le ciurme avrebbero disertato la flotta. La colpa di questa rovina ricadeva su Astioco, chiarivano, che per interesse personale alimentava gli umori di Tissaferne.
84. Mentre i combattenti erano assorti in questi loro calcoli, esplose anche quest'altra violenta polemica intorno ad Astioco. Gli equipaggi di Siracusa e di Turi, proprio perché nella gran parte si componevano di uomini liberi, con tanto più viva arroganza gli si pararono davanti esigendo le paghe. La replica di Astioco peccò un po' troppo di boria; giunse alle minacce e contro Dorieo, che perorava per sostenere il reclamo dei compagni, fece perfino l'atto di levare il bastone. A vedere il gesto la folla degli armati - naturale, erano marinai - reagì con furore e con alte imprecazioni si rovesciò su Astioco, risoluta a linciarlo. Ma costui preavvertì la tempesta e trovò rifugio ai piedi di un altare. Benchè il tumulto fosse grave, gli furono risparmiati i colpi: i capannelli di militari si dispersero. Inoltre, gli uomini di Mileto con un attacco di furto invasero la fortezza eretta per ordine di Tissaferne dentro la loro cinta, e ne espulsero il presidio che vi aveva sede. L'aggressione era approvata anche dagli altri della lega e con maggiore entusiasmo dai Siracusani. Lica invece era di cattivo umore per questa mossa, e sosteneva che, nei limiti del decoro, i Milesi avevano il dovere di assecondare Tissaferne e di rendergli omaggio, come pure gli altri centri dei territori del re, finché almeno non si fosse vittoriosamente conclusa la guerra. I Milesi ne concepirono un'indignazione profonda contro di lui ma non bastò: per altri motivi dello stesso genere o simili, quando Lica, più tardi, venne a morte per malattia non gli concessero la sepoltura nel luogo che gli Spartani presenti avrebbero scelto.
85. Mentre ferveva quest'ostilità nelle relazioni tra i Peloponnesi da un lato, Astioco e Tissaferne dall'altro, sopraggiunse da Sparta Mindaro, destinato a sostituire Astioco nel comando della flotta; e s'insediò al suo grado. Astioco tornò in patria con una nave. Tissaferne gli affiancò come ambasciatore un personaggio della sua corte, di nome Gaulite, un Cario che sapeva le due lingue, incaricato di esporre il suo reclamo ufficiale contro l'atto dei Milesi a danno della fortezza e di presentare la sua difesa, poiché gli era noto come una delegazione di Milesi fosse in viaggio anch'essa con lo scopo preciso di accusare il suo comportamento. Era informato anche di Ermocrate, che li accompagnava con l'intento di illustrare l'ambigua condotta di Tissaferne, il quale in complicità con Alcibiade si prodigava per rovinare gli interessi del Peloponneso. Tra Ermocrate e Tissaferne, da antica data, non era più corso buon sangue per via di quei pagamenti precari del soldo. sicchè quando Ermocrate, alla fine, fu espulso da Siracusa e altri vennero a prelevare il comando della squadra siracusana in forza a Mileto, gli strateghi Potamida Miscone e Demarco, Tissaferne gli si accanì contro con ferocia anche più sfrenata, ora che il rivale era fuggiasco: e tra le altre accuse contro Ermocrate, rivelava che gli era nato dentro quell'odio contro di lui da quel giorno in cui venne con una richiesta di denari, e se ne dovette tornare deluso. Così Astioco, i Milesi ed Ermocrate s'imbarcarono in compagnia diretti a Sparta; Alcibiade s'era già congedato da Tissaferne, e si trovava ormai a Samo.
86. Muovendo da Delo, approdarono a Samo anche gli emissari dei Quattrocento spediti qualche tempo prima con l'incarico di ammorbidire la reazione dell'armata e per informarla degli ultimi avvenimenti. All'arrivo era presente anche Alcibiade e, adunatasi l'assemblea, gli ambasciatori, si fecero avanti per prendere la parola. I soldati, al primo vederli, non avevano nemmeno la pazienza di starli a sentire, ma si misero a protestare che occorreva uccidere i demolitori del sistema democratico: poi, ristabilita con qualche difficoltà l'attenzione, si disposero ad udire. E quelli cominciarono: il trapasso di regimi non s'era attuato per procurare il declino alla città ma per salvarla, non esisteva alcun proposito di consegnare lo stato in pugno ai nemici (avrebbero già avuto occasione di farlo quando il nemico aveva sferrato l'offensiva, ed il potere era già nelle loro mani)ogni cittadino, a turno, avrebbe potuto accedere alla carica dei Cinquemila di offese alle loro famiglie non era nemmeno il caso di parlare, e la relazione di Cherea era un seguito di vergognose calunnie; vivevano sereni, invece, senza oltraggi, ciascuno al suo posto, a godersi le proprie fortune. Assicurazioni simili a queste ne snocciolarono parecchie, ma intanto l'insofferenza della truppa cresceva: li si voleva interrompere, e tra le diverse opinioni si distingueva, più frequente e chiara, quella di mettersi in mare diretti al Pireo. Pare indubitabile che in quell'occasione, per la prima volta e con più efficacia di chiunque altro, Alcibiade si sia sforzato d'esser utile alla sua città. Poiché, mentre gli Ateniesi di Samo erano già sulle mosse per imbarcarsi contro i propri concittadini in patria, consentendo senz'altro ai nemici di annettersi la Ionia e l'Ellesponto, e, gli s'oppose. In momenti simili nessuno avrebbe goduto di autorità tale da arginare la folla. Egli la dissuase da quella partenza e rimproverando severamente troncò in bocca ai più accesi le parole e i motivi di privato rancore con cui assalivano i delegati. Personalmente poi s'incaricò di rimandarli, con questa replica: sul governo dei Cinquemila non discuteva, ma pretendeva che l'istituto dei Quattrocento fosse abolito e si reintegrasse nel suo antico ufficio il Consiglio dei Cinquecento. Dava tutta la sua approvazione, se si era scelta una politica di contenimento delle spese, per fare economia e poter distribuire un salario più sostanzioso alle forze armate. In generale esigeva resistenza inflessibile contro il nemico, senza cedimenti. Purché la città si conservasse in vita, si potevano nutrire eccellenti speranze di giungere a una riconciliazione tra i loro due movimenti. Ma bastava che uno solo dei due partiti, quello di Samo o quello cittadino, si sfaldasse scomparendo, che l'altro non avrebbe più avuto con chi stringere nuovi rapporti d'amicizia. Presenziava anche un'ambasceria proveniente da Argo, con offerte d'appoggio dalla loro città alla lega democratica degli Ateniesi in Samo. Alcibiade si complimentò, congedandone i membri con l'invito di accorrere al primo accenno. Gli Argivi avevano compiuto il tragitto a bordo della nave azionata dai Parali, l'equipaggio che a suo tempo aveva avuto istruzione dai Quattrocento di costeggiare l'Eubea per vigilarla con il trasporto pesante. Costoro più tardi, mentre avevano a bordo, diretti a Sparta, gli emissari ateniesi dei Quattrocento Lespodia, Aristofonte e Melesia, giunti in navigazione all'altezza di Argo misero le mani sui rappresentanti dell'ambasceria e li consegnarono ai cittadini di Argo, considerandoli tra i soggetti più colpevoli della rivoluzione antidemocratica. Quanto a loro non tornarono più ad Atene, ma traghettando da Argo a Samo gli ambasciatori argivi, erano approdati all'isola con la stessa trireme.
87. Era la medesima estate quando Tissaferne, circa nel lo stesso periodo in cui s'addensava su di lui più fosco per diverse ragioni, ma più per il ritorno di Alcibiade, il nembo d'odio dei Peloponnesi che, ormai, lo incolpavano di spudorata inclinazione per Atene, Tissaferne, dicevo, si accingeva a recarsi presso la flotta fenicia ad Aspendo, esigendo che anche Lica facesse parte del suo seguito. Era intenzionato, almeno così lasciava credere, a chiarire le sue responsabilità e a smentire le calunnie. Affermava inoltre di aver passato a Tamo, suo ufficiale, l'incombenza di saldare i conti con gli equipaggi della marina, durante il periodo d'assenza. Variano le interpretazioni sui suoi reali propositi, e non è facile scorgere la natura dell'impulso mentale che lo spinse a recarsi nella località di Aspendo per ritornare senza condurre la flotta. Che le centoquarantasette navi fenicie siano giunte fino all'altezza di Aspendo è fuor di dubbio: ma le incertezze e le ipotesi si moltiplicano, cercando di chiarire il motivo per cui non proseguirono. Chi la spiega così: Tissaferne si allontanò per logorare la forza della marina dei Peloponnesi; proposito che aveva già formulato da tempo (in effetti Tamo, il suo sostituto in quest'operazione, anziché migliorare i pagamenti li peggiorava). Altri commentano nel senso che avesse voluto attirare i Fenici fino ad Aspendo, per trattenerli e licenziarli solo dopo averne estorto denaro (non aveva mai avuto, infatti, intenzione seria di impiegarli in zona d'operazioni). Altri afferma che la sua idea fosse di scolparsi di fronte a Sparta, che si illustrasse la sua innocenza, e divenisse pubblico, senza dubbi, il suo viaggio personale alla flotta fenicia che, realmente, era fornita di equipaggi. Tuttavia a me paiono chiarissimi quali furono i suoi intenti: Tissaferne non recò la flotta per logorare le forze greche e costringerle a una sospesa immobilità; perché se ne allentasse il nerbo, mentre durava la sua escursione e il suo soggiorno laggiù ad Aspendo, e si pareggiassero i potenziali offensivi, in modo che anche alleandosi con gli uni non avrebbe loro consentito un risolutivo sopravvento sugli altri. Poiché al suo primo intervento avrebbe provocato una svolta conclusiva nel conflitto, solo che l'avesse voluto senza incertezze. Con l'apporto della flotta si può ben ritenere che avrebbe dato la vittoria agli Spartani i quali, già in quel tempo, contrastavano gli Ateniesi con forze navali direi piuttosto equilibrate che inferiori. Ma la più lucida denuncia contro la malafede di Tissaferne fu il pretesto da lui addotto per non aver recato con sé le squadre fenicie. Sostenne infatti che le navi al raduno di Aspendo erano inferiori al numero che il Re aveva imposto d'allestire: ora, se le cose fossero proprio andate così Tissaferne avrebbe avuto occasione di guadagnarsi ancor meglio la gratitudine del Re, non solo permettendo alle sue finanze un risparmio notevole, ma conquistando con mezzi ridotti un identico successo. Sicché, qualunque fosse il suo proposito, Tissaferne si recò realmente ad Aspendo ed ebbe contatti con i Fenici. E i Peloponnesi, convinti di presentarsi a ritirare la flotta, dietro sue istruzioni inviarono laggiù lo spartano Filippo con due triremi.
88. Apprendendo che Tissaferne era in viaggio per incontrare i Fenici ad Aspendo, anche Alcibiade si mise sulla sua scia con tredici navi, promettendo all'armata rimasta a Samo di compensarla con un beneficio sicuro e di grande importanza (poiché lo avrebbe personalmente condotto agli Ateniesi la flotta fenicia o almeno le avrebbe impedito di congiungersi alle forze del Peloponneso). Credo si possa dedurre con attendibilità che, Alcibiade conoscesse da lungo tempo la genuina intenzione di Tissaferne, cioè di non condurre affatto la marina fenicia, e voleva, sfruttando questo particolare, mettere il Persiano in forte luce di sospetto agli occhi dei Peloponnesi, insinuando l'idea di una sua nuova simpatia per Atene, nonché per Alcibiade stesso: la mossa giovava per costringere con argomenti più persuasivi Tissaferne all'alleanza con gli Ateniesi. Tolte le ancore, Alcibiade mise la prua sull'oriente, e puntò dritto a Faselide e a Cauno.
89. Gli ambasciatori dei Quattrocento ripartirono da Samo e rientrati ad Atene esposero il messaggio ricevuto da Alcibiade: la sua esortazione a resistere, senza nessun cedimento di fronte al nemico, e le sue numerose speranze di riconciliazione politica tra l'armata di Samo e il partito al potere in Atene, oltre che di vittoria sul Peloponneso. La maggioranza degli oligarchici, cui già da tempo il compito della direzione politica generava pesante fastidio e che di buon grado si sarebbe levata da quell'affare pericoloso, purché con una scappatoia sicura, si sentì enormemente rinfrancata. Nei circoli riaffioravano più acute le polemiche contro l'operato delle alte sfere: alla testa di questo movimento d'opposizione pubblica si notavano alte cariche militari, membri piuttosto in vista della classe dirigente, e addirittura dei ministri come Teramene figlio di Agnone, Aristocrate figlio di Scelio, e altri. Costoro erano stati ed erano figure di prima grandezza nella vita politica di Atene: ma si dicevano preoccupati, e molto gravemente, dell'esercito stanziato a Samo e da Alcibiade. Non erano tranquilli, inoltre, anche per quell'ambasceria mandata a Sparta: poteva procurare qualche spiacevole incidente a danno dello stato, senza il consenso della maggioranza degli oligarchi. Non che il loro desiderio fosse di deviare da una rigorosa ortodossia oligarchica, ma le circostanze esigevano di restituire ai Cinquemila un'autentica fisionomia di organo con poteri decisionali, smettendo di considerarla una pura espressione verbale; inoltre occorreva rettificare il sistema nel senso di garantire effettiva uguaglianza tra i cittadini. Ma questo rinnovamento delle strutture sociali e politiche, di cui predicavano, non era che una maschera: nella sostanza, sotto lo stimolo delle ambiziose rivalità personali, molti si aggrappavano con ogni loro energia a quella specie di metodi d'azione il cui impiego costituisce il più efficace espediente per dissolvere un regime oligarchico sorto dalle ceneri della democrazia. Tutta gente che fin dal giorno d'inizio del nuovo stato si fa largo a spallate, non per esser uguali agli altri, ma per dominare dal seggio senz'altro più alto. Vigendo invece il sistema democratico, è più naturale che si accolgano con pazienza i responsi di una consultazione elettorale, poiché anche in caso di sconfitta non si possono nutrire sentimenti di inferiorità rispetto ai prescelti, che sono pur sempre, in fondo, degli uguali. Nella maniera più netta aggiunse a costoro nuovo mordente la posizione ormai solida di Alcibiade a Mileto e l'intuizione, via via più chiara, che il regime oligarchico aveva i giorni contati. Così ognuno di essi si batteva per emergere, per conquistare la testa del movimento popolare.
90. Ma in seno ai Quattrocento operavano correnti che mostravano inflessibile ostilità a questa tendenza di apertura democratica. Tra costoro si notavano le autorità di maggiore spicco: Frinico, che all'epoca del suo incarico di stratego a Samo si era guastato irrimediabilmente con Alcibiade; Aristarco personalità delle più impegnate e di più lunga esperienza nell'opposizione alla democrazia; infine Pisandro, Antifonte e numerosa compagnia di elementi altolocati. Questi politici già da tempo, fin dall'epoca della loro ascesa al potere, e dopo la secessione dei loro compatrioti in forza alla base di Samo che avevano creato un nuovo partito democratico, insistevano a mandare a Sparta proprie ambascerie nell'intento di raggiungere un accordo. Frattanto si poneva mano, per loro ordine, all'erezione di un baluardo nella località chiamata Eezionia. Le loro iniziative si moltiplicarono affannose quando rientrarono da Samo gli ambasciatori che vi avevano inviato, notando sintomi di conversione nella maggioranza prima favorevole all'oligarchia, e perfino in quelli che fino ad allora figuravano come partigiani di insospettabile fede. Preoccupati dalla situazione critica che si veniva determinando presso di loro, ad Atene, e laggiù a Samo, incaricarono di premura Antifonte con altri dieci colleghi di recarsi a Sparta e di tentare a qualsiasi prezzo, naturalmente accettabile, un negoziato per interrompere le ostilità. Accelerarono intanto il ritmo del lavoro nella costruzione della fortezza a Eezionia. Lo scopo per cui si allestiva il caposaldo, a detta almeno di Teramene e del suo gruppo, non era d'impedire l'accesso del Pireo alle truppe di Samo, nel caso che si provassero in una azione di forza, ma piuttosto per introdurre con maggior sicurezza, quando una simile mossa fosse decisa, la marina e la fanteria nemica. Eezionia, infatti, è una prominenza naturale, a mo' di diga, e costeggiandola si penetra direttamente nella rada del Pireo. La nuova costruzione così si innestava nel muro precedentemente eretto lungo il lato della terraferma, sicché era sufficiente dislocarvi una guarnigione anche modesta per avere in pugno l'entrata del porto. Poiché tanto il muro vecchio, quello rivolto alla terraferma che il nuovo, in via di allestimento dalla parte del mare all'interno si congiungevano proprio a una delle due torri dominanti l'imboccatura del porto, là dove essa tende a farsi più angusta. I dirigenti fecero murare anche l'accesso che dai magazzini portava al portico più vasto dell'intero complesso del Pireo, direttamente saldato a questo nuovo muro e di cui si riservavano personalmente l'impiego e il controllo. Esigevano che ciascuno trasferisse in questo portico tutto il grano disponibile nei depositi, oltre ai nuovi arrivi, man mano che venivano scaricati sulle banchine. Per le vendite in città, si doveva prelevare il grano da quel magazzino.
91. Da gran tempo Teramene manteneva un atteggiamento di aperta critica contro queste iniziative, e lo accentuò dopo il ritorno degli ambasciatori che a Sparta non erano riusciti a trovare una via d'accordo generalmente applicabile all'intera cittadinanza ateniese; e si ostinava asserendo che quella costruzione rischiava di provocare il naufragio della stessa città. Ora, proprio in questo periodo, accadeva che su richiesta degli Eubei si trovassero in navigazione dalle basi del Peloponneso quarantadue unità da guerra, tra cui alcune siceliote e italiote, partite da Taranto e da Locri. Per quei giorni erano all'ormeggio nella località di Laa, una base della Laconia, e si preparavano a compiere il tragitto verso l'Eubea (le comandava Agesandrida figlio di Agesandro, Spartiata). Teramene affermava che questa flotta s'era allestita non per correre all'Eubea, ma verso quelli che munivano Eezionia e se qualcuno non vi metteva riparo si sarebbero visti perduti prima di rendersene conto. E fuor di dubbio l'attività di quelli chiamati in causa da Teramene celava un proposito simile: nella sua denuncia esisteva della sostanza di verità, non era pura calunnia. Poiché la principale mira degli oligarchi di stretta osservanza era di sostenere appunto il regime vigente, e con esso dominare come prima sulla lega degli alleati. Se questo disegno risultava irrealizzabile, puntavano almeno a garantirsi l'indipendenza con il possesso delle mura e della flotta. Non disponendo più nemmeno di questo estremo baluardo, non volevano esser loro le prime vittime del nuovo partito democratico, quando avrebbe avuto il sopravvento. Sceglievano piuttosto d'introdurre i nemici e patteggiare la rinuncia alla flotta e alle mura, per sostenersi, non importa a quali condizioni, al governo dello stato: purché la loro personale impunità restasse garantita.
92. Per questo motivo gli oligarchi non lesinavano sui mezzi per elevare questa fortezza, munita di pusterle, accessi e corridoi per farvi penetrare i nemici, desiderando vivamente che fosse ultimata nel minor tempo possibile. All'inizio s'è visto che questi propositi circolavano tra gruppi severamente ristretti ed avevano carattere di segretezza. Ma accadde che Frinico, di ritorno dalla sua ambasceria a Sparta subisse un attentato, a pochi passi di distanza dalla sede del Consiglio, da cui era uscito in quel momento: un uomo, uno dei peripoli, gli tese un agguato nella piazza traboccante di folla e trafiggendolo lo uccise sul colpo. L'attentatore s'eclissò: ma il suo complice, uno di Argo, fu preso, e sottoposto alla tortura dai Quattrocento non fece il nome di nessun mandante e non rivelò altro se non che sapeva di affollati convegni a casa del capo dei peripoli, e ad altri indirizzi. Allora, benché dal fatto di sangue non fossero sorti nuovi disordini, con più spedito ardire Teramene, affiancato da Aristocrate e da quanti condividevano dentro e fuori l'organismo dei Quattrocento la sua ideologia, si dispose a intervenire. Si era aggiunta intanto una circostanza nuova: la squadra ancorata a Laa, doppiando il promontorio e trasferendo la propria base ad Epidauro, aveva scagliato un'offensiva contro Egina. Orbene, a giudizio di Teramene era assurdo che una flotta partita con l'obiettivo dell'Eubea, dopo aver effettuato una diversione nel golfo di Egina, tornasse ad ormeggiarsi nella rada di Epidauro: a meno che fosse valida la sua tesi, e quelle navi sopraggiungessero proprio per diretto invito di coloro che egli aveva già a suo tempo denunciato: quindi ora urgeva risolversi all'azione. Finalmente, facendo anche ricorso a una serie di comizi incitanti alla rivolta, in un clima di dilagante diffidenza, ci s'impegnò ormai ad agire in concreto. Le squadre di opliti, addetti, giù al Pireo, alla costruzione del muro, tra cui lavorava anche Aristocrate come tassiarco al comando della sua tribù, arrestarono Alessicle, stratego votato all'oligarchia e gravemente compromesso nei circoli politici del regime; condottolo in una casa lo sottoposero a vigilanza. Con gli altri, aveva preso parte attiva alla operazione un certo Ermone, comandante dei peripoli assegnati al presidio di Munichia e, particolare di maggiore interesse, la massa degli opliti dava il suo appoggio. Appena i Quattrocento furono colti dalla notizia, mentre erano adunati nel Consiglio, tutti tranne naturalmente gli oppositori di quella linea politica erano subito pronti a presidiare in armi i posti di blocco della città, e mantenevano un atteggiamento di minaccia verso Teramene e il suo gruppo. Costui però fu lesto a difendersi: e dichiarò d'essere ansioso di favorirli nell'iniziativa di scarcerare Alessicle. Infatti fece cenno a uno degli strateghi che gli era fedele in fatto di idee, e scese con lui al Pireo. Anche Aristarco si presentò a dare man forte con un seguito di giovani cavalieri. Il tumulto era grande e il panico cresceva. Gli Ateniesi della città alta si convincevano che il Pireo era caduto in mano dei nemici e che lo stratego prigioniero era stato ucciso; quelli del Pireo temevano, di momento in momento, l'assalto dei cittadini. Furono gli anziani a frenare in corsa quelli che in vari punti della città si precipitavano alle armi; e fu Tucidide di Farsalo, prosseno di Atene, presente allo scompiglio, che sbarrando energicamente il passo ora all'uno, ora all'altro drappello, e sgolandosi di non volere la rovina della patria proprio mentre il nemico li circondava con la sua rete minacciosa, li indusse alla. calma, con seria difficoltà e riuscì a strappar di mano le armi della lotta civile. Teramene frattanto era arrivato al Pireo (anch'egli era stratego) e, solo a parole, mantenne un contegno di duro rimprovero contro gli opliti: mentre Aristarco e gli oligarchici puri erano realmente schiumanti di collera. Ma gli opliti, senza far mostra di contrizione, si avviavano per rimettersi all'opera e raggruppandosi intorno a Teramene gli domandavano se la fortezza sorgesse per un utile fine o se non fosse meglio abbatterla. Quegli rispose che se essi decidevano di distruggerla, si aggregava al progetto. Senza attendere oltre, gli opliti e molti abitanti del Pireo montarono sulla costruzione e presero a demolirla. Per la folla lì raccolta era questa la parola d'ordine: chi voleva che al governo dei Quattrocento sottentrassero i Cinquemila era tenuto a collaborare all'opera di demolizione. Il moto democratico era avviato, ma ciò nonostante si continuava a nasconderne la realtà effettiva sotto il velo di quella formula: i Cinquemila. E meglio avrebbe detto "popolo ", senza ambiguità, chi desiderava il ritorno di quel partito alla guida dello stato: ma si temeva che in realtà i Cinquemila fossero già stati scelti, ed era forte il sospetto di commettere un fatale errore aprendosi con quell'espressione indicativa davanti a uno sconosciuto. Giocando su questo sentimento di paura i Quattrocento non avevano voluto dar corpo all'istituzione dei Cinquemila, ma neppure lasciar capire troppo espressamente che esso, in sostanza, era un'illusione: poiché ritenevano che un intervento così allargato alla base di cittadini al governo non fosse, né più né meno, che una forma di democrazia e presagivano, del resto, che la perplessità avrebbe generato negli animi diffidenza e paura.
93. Il giorno dopo i Quattrocento, benché in preda a una agitazione profonda, tennero la propria seduta nell'aula consiliare. Gli opliti del Pireo, rimesso in libertà il detenuto Alessicle e abbattuto il muro, si concentrarono nel teatro di Dioniso presso Munichia dove, deposte le armi, organizzarono un'assemblea. Stabilita la condotta futura, si avviarono direttamente alla città e presero posizione in armi nel santuario dei Dioscuri, questa volta. Venne ad incontrarli una delegazione dei Quattrocento, e scendendo a contatti personali i membri tentavano di indurre quelli che sembravano più ragionevoli a tenersi tranquilli e ad adoperarsi per moderare i compagni più vivi, con ampie assicurazioni ch'erano pronti a nominare i Cinquemila, da cui, a turno, sarebbe stato estratto il collegio dei Quattrocento, secondo le modalità predisposte dall'organismo più ampio. Intanto badassero alla città, evitassero la sua rovina con la consegna dello stato in mano ai nemici. L'intera compagnia degli opliti, dopo numerosi discorsi rivolti a molti di loro, si placò alquanto e prese a preoccuparsi più seriamente delle sorti comuni, in grave pericolo. Giunsero quindi ad accordarsi di convenire, in un giorno fissato, al teatro di Dioniso per tenervi un'assemblea e decidere le attività in avvenire.
94. Il giorno stabilito venne ed erano già quasi tutti a posto per aprire l'adunanza, quando li sorprese l'allarme: Agesandrida, salpato da Megara con le quarantadue navi, era in movimento lungo le coste di Salamina. Non vi fu allora uno solo, in tutta la schiera degli opliti, che non corse subito col pensiero alle frequenti denunce di Teramene e del suo circolo, convinto che proprio quel monito si stava avverando, che cioè la flotta nemica stesse dirigendo sul forte, e si ritenne una fortuna averlo atterrato. Forse era vero, forse Agesandrida si aggirava intorno ad Epidauro e a quella zona del paese proprio in seguito a un'intesa segreta: ma è anche plausibile che incrociasse in quelle acque poiché sapeva che Atene era sconvolta dai torbidi interni e sperava di individuare, al momento opportuno, il varco per inserirvisi. Gli Ateniesi, appena squillò l'all'erta, piombarono con una corsa generale al Pireo, pensando che la minaccia dell'offensiva nemica, non lontana, ma addirittura schierata davanti all'ingresso del porto, esigeva in quanto affare di maggiore importanza, di superare i loro contrasti civili. Alcuni balzarono sulle unità pronte in acqua, altri facevano scendere il resto delle navi in mare: c'era anche chi accorreva a difendere le mura e l'accesso portuale.
95. La squadra dei Peloponnesi, dopo aver costeggiato e girato intorno al capo Sunio si ancorò prima tra Torico e Prasie, più tardi si mise in rotta verso Oropo. Gli Ateniesi, costretti a impiegare di furia equipaggi fuori forma, a causa dei dissidi cittadini e per affrettarsi a respingere la minaccia che gravava sul loro possesso più importante (con l'Attica obbligata a subire il blocco, per loro l'Eubea voleva dir tutto), non persero tempo a spedire una squadra di navi con lo stratego Timocare verso Eretria. All'arrivo di queste unità, con l'aggiunta di quelle che già da tempo si trovavano in assetto nelle basi euboiche, si arrivò a costituire una flotta di trentasei navi. Gli Ateniesi furono costretti a dare subito battaglia: poiché Agesandrida, distribuito il rancio alla truppa, muoveva da Oropo con le sue unità: Oropo è separata dalla città degli Eretriesi da un tratto di circa sessanta stadi di mare. Appena fu in vista, anche gli Ateniesi armarono le navi, convinti che i loro combattenti fossero a poca distanza dalla flotta: ma costoro, non avendo potuto provvedersi di cibo al mercato (che con mossa premeditata gli Eretriesi avevano chiuso loro in faccia) erano in cerca presso le abitazioni dell'estrema periferia: con la conseguenza (prevista dagli Eretriesi) che questo intralcio ritardava l'imbarco e dava al nemico tutto il tempo di attaccare di sorpresa, costringendo gli Ateniesi a prendere il mare in disordine, così come si trovavano. Il segnale d'assalto, per i Peloponnesi di Oropo, fu alzato appunto da Eretria. Dopo preparativi così precari, gli Ateniesi presero il largo e battendosi davanti all'imboccatura del porto di Eretria, superando le difficoltà iniziali, opposero un valido contrasto per qualche tempo: poi, cedendo, furono travolti e inseguiti verso la costa. Chi cercò riparo nella città degli Eretriesi, credendola di amichevoli intenzioni, patì una rude sorte, ucciso dagli Eretriesi stessi: chi scelse invece il forte di Eretria, guardato da un presidio ateniese, ebbe salva la vita, come gli equipaggi che giunsero a Calcide. Dopo la conquista di ventidue navi ateniesi, distrutti in parte gli equipaggi, catturati vivi gli altri, i Peloponnesi eressero un trofeo. Poco più tardi, provocata la rivolta dell'intera Eubea tranne Oreo (solido possesso ateniese) applicarono alla regione ogni altro opportuno provvedimento.
96. Quando giunse ad Atene l'avviso della disfatta incassata in Eubea si diffuse il panico popolare più vivo che mai si ricordi. Neppure il disastro in Sicilia benché apparso irrimediabile a suo tempo, né poi in seguito altro infortunio li avvilì allo stesso segno. Era umano: l'armata di Samo era in rivolta; non disponevano di altre navi, né di equipaggi da imbarcarvi; l'organismo stesso della città era agitato da fermenti di rivoluzione e gravava il rischio ogni momento che esplodesse un conflitto fratricida risolutivo. E ora s'era aggiunta questa sventura gravissima: la distruzione della marina e, perdita più rovinosa, il distacco dell'Eubea, divenuta ormai più indispensabile che la terra stessa dell'Attica: si poteva non lasciarsi vincere dallo sconforto? L'angoscia più tormentosa e il più diretto spavento era il dubbio che il nemico vittorioso ardisse gettarsi subito contro il Pireo, il loro porto, ormai deserto di difese navali; e credevano di scorgerselo già davanti agli occhi. Tentativo facilmente coronabile da successo, solo che il nemico fosse stato più risoluto: cingendo la città con il blocco, gli alleati avrebbero acuito le discordie civili, e protraendo con fermezza l'assedio avrebbero costretto la flotta della Ionia, per quanto avversa al regime oligarchico, a correre in difesa dei parenti e della città intera. Sicché avrebbero disposto dell'Ellesponto della Ionia, e dell'arcipelago fino alle acque dell'Eubea: in una parola, di tutto l'impero ateniese. Ma non fu questa l'unica circostanza in cui gli Spartani fecero la più gran fortuna degli Ateniesi, con il loro stile di condurre la guerra: se ne aggiunsero molte altre di occasioni. Per la diversità netta di temperamento - vivi da una parte, torpidi dall'altra; intraprendenti questi, indecisi quelli - risultava cospicuo il vantaggio concesso agli Ateniesi, specie nella supremazia sui mari. Lo testimoniò chiaro Siracusa, che per la somiglianza profonda di carattere si batté contro Atene con migliore efficacia.
97. Benché in ginocchio, appena si sparse la notizia gli Ateniesi riuscivano ad allestire venti navi e convocavano con procedura urgente l'adunanza, allora per la prima volta dopo la rivoluzione, nella cosiddetta Pnice, cioè nel luogo che era stato in antico il consueto teatro delle riunioni assembleari. Nel corso di questa seduta destituirono i Quattrocento e decisero di affidare la direzione politica ai Cinquemila (di cui poteva far parte solo chi disponesse dei mezzi per mantenere un'armatura pesante) e di sospendere ogni indennità percepita per un servizio pubblico: si decretò la maledizione ai trasgressori. Dopo questa prima, si infittirono in seguito le assemblee nella Pnice, dalle quali emersero il decreto che istituiva la commissione dei nomoteti ed altri provvedimenti per regolare al meglio il meccanismo della nuova costituzione. In questo periodo iniziale è evidente che gli Ateniesi si avvantaggiarono del regime migliore, almeno fino al mio tempo: si trattò di una temperata fusione di istituti oligarchici e democratici, che costituì il primo fattore di ripresa per una città decaduta in una posizione realmente critica. Si decretò anche il rimpatrio di Alcibiade e dei suoi compagni d'esilio e, mandato un messaggio all'armata di Samo, le si ordinò di tener duro gagliardamente sul fronte della guerra.
98. Alle prime avvisaglie di questo rinnovamento politico Pisandro, con Alessicle e il loro circolo, seguiti da quelli che con l'avventura oligarchica erano più compromessi, uscirono alla chetichella e ripararono a Decelea. Aristarco fu l'unico tra loro (poiché infatti era ancora stratego, a quel tempo) a prelevare di colpo un pugno di arcieri tra i più barbari e ad avviarsi ad Enoe. Era questa una fortezza ateniese alla frontiera con la Beozia, assediata a quell'epoca dai Corinzi, per iniziativa loro propria. Costoro, chiamati a rinforzo i Beoti, erano risoluti a far pagare caro a quelli di Enoe un infortunio che avevano provocato ai loro danni: l'annientamento di un manipolo corinzio in ritirata da Decelea. Aristarco concertò l'azione con i Corinzi e trasse in inganno gli assediati di Enoe comunicando che, stipulata una pace generale con gli Spartani, una clausola del patto prescriveva da parte loro l'obbligo di riconsegnare il caposaldo ai Beoti: su questa base s'era negoziato. Quelli ebbero fiducia in uno stratego e, all'oscuro di quanto era successo nel mondo, poiché reclusi nella fortezza, accettarono la tregua e vennero fuori. Con questa tattica i Beoti invasero Enoe sguarnita, mentre in Atene si estinguevano l'oligarchia e la lotta fratricida.
99. In quello stesso periodo estivo ai Peloponnesi di Mileto toccò questo. Nessuno degli incaricati da Tissaferne, quando se n'era partito per Aspedno, si preoccupava di versare le paghe per gli equipaggi. Di navi fenicie e di Tissaferne con loro non s'era mai vista traccia, per tutto quel tempo; Filippo che lo accompagnava aveva mandato a dire al navarco Mindaro che la flotta non sarebbe mai comparsa e che era tutta una trappola di Tissaferne, lo asseriva anche Ippocrate, un alto Spartiata che si trovava a Faselide; d'altra parte Farnabazo li invitava, dichiarandosi ansioso di mettere in mare anche la sua flotta e provocare la rivolta contro Atene in quelle città dei propri territori che restavano devote al suo dominio; tal quale Tissaferne, sperando di cavare qualche buon profitto dalle circostanze. Così Mindaro, salpando da Mileto con la flotta perfettamente inquadrata, partita di scatto a un cenno improvviso per prevenire le vedette ateniesi di Samo, si diresse con settantatre unità verso l'Ellesponto (prima di questa stessa estate si erano aggiunte alla sua squadra sedici navi, quelle che avevano compiuto scorrerie danneggiando il Chersoneso). Ma, sorpreso dalla tempesta, fu costretto a prender terra ad Icaro, e dopo essere rimasto relegato per cinque o sei giorni per le condizioni pessime del mare, si trasferì a Chio.
100. Da Samo Trasillo, appena seppe che Mindaro aveva tolto le ancore da Mileto, si mise subito in corsa anch'egli con cinquantacinque navi affrettandosi per intercettare il nemico prima che varcasse la soglia dell'Ellesponto. Apprendendo in seguito che il rivale aveva fatto scalo a Chio, convinto che vi si trattenesse qualche tempo dislocò delle vedette sulla costa di Lesbo e del continente su cui l'isola s'affaccia per tenersi informato dei movimenti navali di Mindaro ed evitare una fuga tempestiva. Per conto suo poi costeggiò fino a Metimna, dove ordinò che ci si rifornisse di farina e degli altri generi alimentari di prima necessità poiché aveva in mente, se il ritardo di Mindaro si prolungava, di scagliare da Lesbo qualche attacco contro Chio. Il suo programma provvedeva anche una puntata su Ereso, località dell'isola di Lesbo che era in rivolta, per tentarla dal mare e, possibilmente, chiudere i conti con lei. A suo tempo infatti, i più facoltosi esuli di Metimna avevano fatto passare da Cuma circa cinquanta opliti devoti al loro partito e avevano reclutato truppe ausiliarie sul continente, attaccando con queste forze (una compagnia di circa trecento uomini) guidate dal tebano Anassandro, per affinità di ceppo, anzitutto Metimna. Il tentativo era stato stroncato da una sortita del presidio ateniese di Mitilene e quelli, respinti una seconda volta nello scontro avvenuto fuori della città, si erano dispersi sulle alture e di lì, calando ad Ereso, ne avevano organizzato la defezione. Sicché Trasillo, muovendo contro questa città con tutta la sua flotta, premeditava di assalirla. Lo aveva preceduto sul posto, ed era presente, anche Trasibulo, partito da Samo con cinque navi appena in quella base si era sparsa voce del passaggio effettuato sull'isola dai fuoriusciti: ma essendo giunto un po' in ritardo si era diretto ad Ereso e la teneva bloccata. Alla squadra erano più tardi sopraggiunte un paio di navi provenienti dall'Ellesponto e sulla rotta per rimpatriare, oltre alle cinque navi di Metimna. Così si erano adunate sessantasette unità. Con i combattenti di questa flotta gli strateghi si ccingevano a conquistare possibilmente Ereso, con la forza, con gli ordigni, o con qualunque altro espediente.
101. Mindaro intanto con le navi peloponnesiache di Chio dato ordine di provvedersi di cibo per due giorni e dopo che ogni soldato ebbe percepito dai cittadini dell'isola tre tessaracoste di Chio, il terzo giorno fece togliere, in fretta le ancore da Chio e, senza avventurarsi in mare aperto per non incrociare la squadra nemica di Ereso, fece dirigere sul continente, lasciandosi a mancina l'isola di Lesbo. Attraccarono a Carterie, un porto nel territorio focese, e vi presero il rancio mattutino; poi si rimisero per mare e costeggiato il paese di Cuma giunsero per l'ora del pasto serale alle Arginuse, località del continente dirimpetto a Mitilene. Muovendo di qui, a notte ancora fonda, proseguirono costeggiando: e toccato Amatunte, centro continentale di fronte a Metimna, si rifocillarono; dopo aggirarono a buona velocità Lecto, Larisa, Amassita e altre località di quella zona e prima di mezzanotte arrivarono a Reteo: erano entrati ormai nell'Ellesponto. Alcune navi presero terra anche a Sigeo e in altre località costiere.
102. Gli Ateniesi che stazionavano a Sesto con diciotto navi compresero che i Peloponnesi stavano penetrando nell'Ellesponto, dai segnali di fuoco accesi dalle proprie sentinelle e per l'improvviso lampeggiare di molti segnali luminosi anche in territorio nemico. Quella notte stessa, forzando il ritmo il più possibile e tenendosi, per non dar nell'occhio, vicino alla costa, sfilarono lungo il Chersoneso in direzione di Elunte con l'intento di guadagnare il mare aperto, fuori dalla portata delle squadre nemiche. Sfuggirono così alle sedici navi di Abido, benché la flotta amica di Mindaro le avesse avvisate ordinando di stare sul chi vive con la massima attenzione, nel caso appunto che gli Ateniesi tentassero di uscire. Quanto alle navi di Mindaro, entrate in contatto all'alba, non tutte le unità ateniesi riuscirono ad eludere il loro inseguimento: la maggior parte riparò verso Imbro e Lemno ma le quattro navi di coda furono tagliate fuori e catturate in prossimità di Eleunte. Una, incagliatasi presso il santuario di Protesilao, fu presa con l'intero equipaggio; altre due vuote; la quarta, ormai priva di ciurma, fu data alle fiamme nelle acque di Imbro.
103. Dopo quest'episodio, i Peloponnesi con annesse le navi di Abido e tutte le altre, raggiunta la forza di ottantasei unità, assediarono per tutto quel giorno Eleunte, ma di fronte all'ostinato contrasto della cittadinanza tornarono alla base di Abido. Gli Ateniesi, invece, traditi dalla loro ingenua fiducia nelle sentinelle, convinti che eventuali spostamenti della flotta nemica non sarebbero passati inosservati, proseguivano con comodo l'assedio di Ereso: finché furono informati degli eventi e abbandonata a precipizio l'impresa di Ereso, accorsero verso l'Ellesponto. Riuscirono così a intercettare due unità nemiche che spingendo con eccessiva audacia in alto mare l'azione dell'inseguimento caddero in braccio agli Ateniesi. Passato un giorno giunsero ad Eleunte, dopo posarono le ancore: richiamarono da Imbro tutte le navi che vi avevano trovato rifugio e per cinque giorni si allenarono allo scontro.
104. Chiusi i preparativi, la battaglia si svolse in queste fasi. Le navi ateniesi sfilavano di costa, l'una sulla scia dell'altra, in direzione di Sesto. I Peloponnesi, avvistandole, dirigevano anch'essi per tagliar loro la strada, da Abido. Appena compresero che l'urto era questione di attimi, gli Ateniesi distesero il loro fronte di navi, settantasei unità, lungo la riva del Chersoneso, a cominciare da Idaco fino alla regione degli Arriani. Per parte loro i Peloponnesi allungarono lo schieramento delle ottantasei navi da Abido fino a Dardano: all'ala destra agivano i Siracusani, sul fianco opposto stazionava Mindaro con le unità di miglior corso. Nella flotta ateniese l'ala sinistra era affidata a Trasillo, la destra a Trasibulo. Gli altri strateghi si distribuirono ciascuno le varie posizioni sul centro. I Peloponnesi aspiravano vivamente a vibrar loro il primo urto, per poi, avvolgendo con la propria ala sinistra la destra ateniese, precludere al nemico, se le forze bastavano, l'uscita dallo stretto, e sfondando il fronte inchiodarlo contro la costa, che alle spalle era poco distante. Gli ateniesi intuirono la mossa, e protesa la loro linea là dove gli avversari tentavano di intercettare il passaggio al mare aperto, li superarono in velocità, mentre l'ala sinistra si era già lasciata alle spalle il promontorio noto col nome di Cinossema. Ma attuando questa manovra di allargamento alle ali si trovarono con un centro indebolito e rado di navi; anche considerando che per potenza numerica cedevano al nemico e che la riva intorno a Cinossema forma un angolo acuto: onde non si riusciva a scorgere quanto avvenisse sull'altro versante.
105. Le navi del Peloponneso, ora, piombarono di slancio sul centro ateniese travolgendolo fino alla linea della spiaggia, e gli equipaggi balzarono a terra dopo aver riportato una larga supremazia nello scontro diretto. Non poteva rinforzare il centro l'ala destra di Trasibulo per il nugolo di navi che la premeva alle spalle; né poteva accorrere da sinistra Trasillo con la sua squadra (lo sperone di Cinossema chiudeva la vista, e inoltre le unità siracusane, in parità di numero, tenevano energicamente a bada le ateniesi). Nel corso del combattimento però, i Peloponnesi che vincevano presero a sbandarsi in qualche settore, per l'eccessiva disinvoltura cui davano la caccia, ora qui, ora là, alle navi fuggitive. Avvedendosi di questo fatto, l'ala di Trasibulo interruppe la manovra di estensione del fronte e virando improvvisamente passò al contrattacco. Prima travolse le più dirette inseguitrici poi, cogliendo di sorpresa le navi sparse in disordine nello specchio in cui si sviluppava l'azione vittoriosa dei Peloponnesi, ne avariò un discreto numero e seminò tra le altre il panico, senza urtarle direttamente. Frattanto Trasillo con il suo fianco costringeva anche i Siracusani a ripiegare: costoro, scorgendo il generale cedimento, si volsero a fuga precipitosa.
106. Battuti in rotta affannosa, i Peloponnesi per la maggior parte cercarono scampo in un primo tempo verso il fiume Midio, poi in direzione di Abido. Furono un piccolo numero le navi catturate dagli ateniesi (l'Ellesponto è un angusto braccio, e porgeva agli sconfitti comodi punti di ricovero a breve distanza), ma nessuna vittoria come questa delle navi giunse loro più opportuna. Fino a quel giorno per le disfatte toccate in scontri episodici, e per il generale disastro di Sicilia, avevano concepito un autentico tenore della marina avversaria. La vittoria dell'Ellesponto fu una liberazione per gli Ateniesi: smisero di sentirsi umiliati e di tenere in esagerato conto la flotta nemica. Strapparono ai rivali otto vascelli di Chio, cinque di Corinto, due di Ambracia, due di Beozia, uno per ciascuno ai Leucadi, ai Siracusani agli Spartani e ai Pelleni. Le loro perdite assommarono a cinque navi. Eretto un trofeo sul promontorio Cinossema, raccolti i relitti e consegnate le salme al nemico con un'apposita tregua, spedirono anche una trireme ad Atene con l'annuncio della vittoria. Nei cittadini, appena la nave toccò terra e riferì la sorprendente notizia, crebbe vivissima la fiducia in se stessi, spenta dal disastro d'Eubea, intervenuto ad aggravare la crisi della lotta civile. Ripresero a sperare nella possibilità di affermarsi, se si applicavano con entusiasmo.
107. Nel quarto giorno dalla battaglia gli Ateniesi di Sesto, riattate a gran velocità le navi, puntarono su Cizico che era in rivolta. Avvistarono ormeggiate ad Arpaghio e Priapo le otto navi rientrate da Bisanzio: si rovesciarono loro addosso e annientati gli equipaggi in uno scontro terrestre, si tennero gli scafi vuoti. Approdati poi a Cizico, non protetta da difese murali, la costrinsero al rispetto estorcendo un tributo. Intanto i Peloponnesi erano in navigazione da Abido ad Eleunte e, giuntivi, ripresero le loro navi catturate che erano ancora in buon assetto (le altre furono bruciate dai cittadini di Eleunte) e spedirono in Eubea Ippocrate con Epicle, affidandogli l'incarico di condurre la flotta colà dislocata.
108. Verso questa medesima epoca, anche Alcibiade con le sue tredici navi veleggiò da Cauno e da Faselide indietro a Samo, comunicando di essersi così bene impegnato da impedire che la flotta fenicia riunisse ai Peloponnesi le proprie forze, e da rendere assai più vivo il sentimento d'amicizia coltivato da Tissaferne per Atene. Poi, armate altre nove unità in aggiunta a quelle di cui già disponeva, impose un tributo ingente agli Alicarnassi e munì Cos. Eseguita questa operazione e lasciato un dirigente al presidio di Cos fece ritorno a Samo, quando già s'annunciava l'autunno. Appena informato che la flotta del Peloponneso era passata da Mileto nell'Ellesponto Tissaferne da Aspendo partì diretto in Ionia. Mentre i Peloponnesi stazionavano nell'Ellesponto gli Antandri (gente di ceppo eolico) avevano fatto penetrare in città un contingente di opliti richiamati per la via di terra da Abido, valicando il monte Ida. Il persiano Arsace, luogotenente di Tissaferne, aveva commesso un sopruso. Costui, adducendo oscuri motivi d'ostilità, aveva comandato ai cittadini più autorevoli tra quei Deli che gli Ateniesi avevano espulso dall'isola in occasione di quella cerimonia purificatrice, e che si erano trasferiti nella sede di Atramittio, di tenersi pronti per una campagna militare. Poi, fattili uscire dalla città con i motivi dell'amicizia e dell'alleanza, atteso il momento del rancio e schierati intorno i suoi li fece crivellare di frecce. Preoccupati dunque da questo precedente e temendo che quell'individuo riservasse anche a loro un tiro di tal fatta, gli Antandri affranti da altre sue richieste esose e intollerabili espulsero dalla rocca il suo presidio.
109. Tissaferne, indovinando anche in questo gesto lo stile dei Peloponnesi, a lui ben noto dagli episodi di Mileto e di Cnido (dalle cui rocche erano già pure stati espulsi i suoi presidi) ritenne di essersi ormai compromesso irrimediabilmente agli occhi degli alleati: e stette all'erta per schivare qualche colpo peggiore. Del resto, andava in collera se correva con il pensiero a Farnabazo che, tratti dalla sua i Peloponnesi da più recente data e con spese più contenute, ora si avvantaggiava meglio di lui nel contrasto con gli Ateniesi. Così decise di mettersi in cammino per incontrare i Peloponnesi sulle rive dell'Ellesponto: teneva in serbo le sue brave rimostranze per gli avvenimenti di Andro, e vari argomenti con cui scolparsi nel modo più dignitoso dalle molte e pesanti riserve che ombreggiavano la sua condotta, per l'affare della flotta fenicia, e per altro. Giunto anzitutto ad Efeso sacrificò alla dea Artemide. Alla fine dell'inverno successivo a quest'estate, sarebbe spirato con esso il ventunesimo anno di guerra.