117. La circostanza propizia permise a quelli di Samo di operare un fulmineo assalto dal mare sulla squadra navale all'ancora, scoperta e priva di protezione. I navigli di vedetta furono subito affondati, le unità che salparono contro di loro per contrastare l'aggressione, furono travolte e vinte. Tennero quindi per quattordici giorni sotto controllo armato lo specchio di mare che si apre davanti alla loro costa permettendo così tranquillamente di esercitarvi in ogni direzione il trasporto di tutti i beni di consumo a loro necessari. Il ritorno di Pericle con la squadra ai suoi ordini permise agli Ateniesi di ripristinare un efficace blocco dal mare. Salpò poco dopo da Atene una flotta di rinforzo, costituita di quaranta navi agli ordini di Tucidide, a Agnone e Formione, venti comandate da Tlepolemo e Anticle, trenta da Chio e da Lesbo. I Sami si batterono una volta sul mare, in uno scontro di breve durata ed entità ma in nove mesi d'assedio la loro forza e la capacità di resistenza si affievolirono, finché, costretti a capitolare, accettarono le condizioni seguenti: l'abbattimento del loro muro, la consegna di ostaggi e della flotta, il risarcimento a rate delle spese belliche. Anche a quelli di Bisanzio non rimase che sottoporsi ancora al loro precedente stato di sudditi.
118. Erano trascorsi pochi anni dalle ultime vicende narrate, quando si verificarono i casi, già riferiti, di Corcira e Potidea e gli incidenti che costituirono il motivo dichiarato per lo scoppio di questa guerra. Questo complesso quadro di operazioni militari e politiche, di rapporti reciproci tra Greci e con popolazioni straniere, si estende nel periodo di cinquant'anni circa che corre tra la ritirata di Serse e l'esplosione di questa guerra. Furono anni per Atene d'intensa e fruttuosa attività espansiva con l'ampliamento e l'energica organizzazione dell'impero e un impulso vigoroso, all'interno, della sua potenza economica e militare. Gli Spartani avvertivano questa crescita pericolosa, ma non sapevano frapporvi che limiti e ostacoli di breve respiro. Preferivano in più occasioni, una politica di acquiescenza: non avevano mai avuto, neanche prima, la dote della fulmineità nel risolversi a una guerra. Occorreva in genere che vi fossero costretti, senza alternative: e in più fu un periodo difficile e inquieto per Sparta, sconvolta dalle sommosse civili. Ma alla fine la potenza d'Atene s'era imposta, rigogliosa e superba all'attenzione del mondo: perfino la sfera d'influenza e d'alleanza tradizionalmente legata a Sparta non era immune dai suoi attacchi. La situazione critica suggerì agli Spartani che la loro supina linea di condotta era ormai superata; si doveva sferrare, loro per primi, un'offensiva, gettarvi ogni energia e demolire, se fosse possibile, quella molesta e invadente potenza. Gli Spartani erano dunque giunti alla convinzione che i patti fossero stati violati e che la responsabilità ricadesse su Atene. Mandarono quindi una delegazione a Delfi, a interrogare l'oracolo, se la guerra rappresentasse per loro la scelta migliore. Corre voce che la risposta fosse concepita in questi termini: se avessero profuso nella guerra ogni sforzo, la vittoria era loro; per parte sua, il dio rivelò che li avrebbe assistiti in ogni caso, sia invocato, sia senza suppliche.
119. Ne scaturì l'ordine, per gli alleati, di una nuova convocazione: si desiderava che deponessero il loro voto sulla necessità di affrontare il conflitto. Affluirono le missioni inviate dai paesi del patto e s'adunò un consesso, in cui molti si presentarono a esporre le loro rimostranze: si trattava in genere di accuse contro Atene e di esplicite volontà di guerra. I Corinzi, dopo avere in precedenza avanzato passi non ufficiali verso le altre delegazioni per sollecitarle a votare la guerra (erano in ansia per Potidea, temevano che la situazione laggiù degenerasse, prima di una positiva conclusione dell'assemblea); alla fine, comparvero davanti a tutti e tennero questo discorso:
120. "Sarebbe ormai fuori luogo, o alleati, che noi imputassimo agli Spartani di non aver essi stessi deliberato la guerra e di averci invece qui tutti riuniti per discutere e decidere su questo problema. Ed è giusto: giacché è dovere delle potenze dominanti amministrare con particolare scrupolo e prudenza i comuni interessi dei paesi inclusi nelle loro orbite politiche, oltre naturalmente ai propri, con principi di equità. Onde si giustifica il superiore e generale prestigio di cui godono nelle altre circostanze. Chi di voi ha già sperimentato qualche rapporto con Atene non ha bisogno di particolari avvertimenti, perché ne stia in guardia. I paesi dell'entroterra piuttosto e quanti non abitano le zone costiere devono fermamente convincersi che se non collaborano alla difesa delle città marine diverrà per loro difficoltoso usufruire di comodi e sicuri nodi di smercio delle derrate agricole e dei prodotti affluenti dal mare e diretti all'interno. Non valutino le questioni qui trattate con superficialità distratta convinti che non concernano intimamente i loro interessi. Accolgano quest'idea, questa eventualità: se lasciano al loro destino i centri costieri, il pericolo potrebbe minacciare anche loro, un giorno. Nella assemblea attualmente riunita, il loro voto riguarda sé stessi, non meno che gli altri. Nessuna esitazione dunque nell'abbandonare la pace per la guerra. Gli uomini ragionevoli vivono in quiete, se nessuno fa loro un torto: ma chi è forte prende subito le armi, se offeso, pronto, all'occasione favorevole, a interrompere le ostilità e intavolare trattative. Resta immune dalla eccitazione che i successi militari ispirano. Si ribella all'oltraggio e accantona l'amabile serenità di un'esistenza in pace. Pericoloso ed effimero incanto, per chi se ne lascia sedurre e rinuncia all'azione. Se coltiva placidamente l'inerzia che tanto l'allieta e che gli fa balenare così remota la necessità di combattere rapidamente essa gli sarà strappata. Ma anche chi concepisce per qualche felice episodio di guerra un insensato ardimento, non pondera da che fragile e temeraria illusione si slancia il suo volo di speranze. Giacché spesso difettosi e deboli progetti s'imbattono in avversari ancor più sventati, e riescono compiutamente: non meno infrequenti i casi di consigli ritenuti ottimi, dimostratisi in pratica disastrosi e fonte di discredito. Concepire un disegno e proseguirne con intatta fiducia l'attuazione, è impresa impossibile. Un senso di sicurezza pervade i momenti dell'ideazione, ma nella fase esecutiva di un piano, un accorato sgomento ci coglie per via e ci frena.
121. "La nostra volontà di guerra scaturisce da un'ingiuria patita e da ragioni ben valide di risentimento. Ottenuta la punizione di Atene, cesseremo le ostilità, nel tempo opportuno. Molti elementi concorreranno alla vittoria finale, come si può prevedere. Principalmente dominiamo il nemico per numero di combattenti ed esperienza bellica; poi, la nostra azione offensiva è un disciplinato e concorde impeto, appena si riceve il comando. Quanto alla marina, considerata loro punto di forza, si provvederà attingendo in parte alle disponibilità di ciascuno e in parte ai tesori custoditi in Delfi e in Olimpia: prestito che ci consentirà ai sottrarre agli Ateniesi, con l'offerta di una mercede più sostanziosa, i loro equipaggi formati da forestieri. Il nerbo della loro flotta militare è mercenario, non cittadino. Il nostro esercito subirà in misura minore questo rischio, poiché trae la sua forza dagli uomini, non dal denaro. Una sola vittoria sul mare ci basterà: saranno perduti. Se dovessero resistere, ci eserciteremo anche noi a lungo nell'arte di combattere sulle navi. Quando avremo conseguito una eguale perizia, li schiacceremo sotto un'altra superiorità: quella del coraggio. Virtù che la natura stessa ci istilla alla nascita e che nessun insegnamento potrà loro fornire. Noi invece possiamo annullare, con l'allenamento, lo svantaggio che ci separa dal loro livello di destrezza tecnica. Procureremo noi i mezzi economici indispensabili a questo scopo. Sarebbe un'infamia se, mentre i loro alleati non ricuseranno di versare quei tributi che servono a mantenere e rafforzare i loro ceppi, noi non vorremo sostenere le spese per la vendetta sul nemico e per la nostra stessa libera sopravvivenza, e per difenderci, quando ci aggrediranno per spogliarci dei nostri beni, di cui poi disporrebbero per alimentare la guerra e per distruggerci.
122. "Ci si prospettano anche diversi metodi di guerra: far sollevare gli stati della loro lega (sarebbe il blocco più efficace delle entrate, fonte essenziale della loro potenza); piazzare fortilizi nell'Attica e altri dispositivi di lotta che sarebbe difficile qui anticipare. Il corso della guerra non si incanala in leggi immobili; per lo più possiede regole proprie, secondo le quali s'evolve, e che occorre opportunamente sfruttare, al variare delle contingenze. Principale norma è che chi vi s'accinge con fredda determinazione procede più sicuro. Il furore conduce a precipizio nelle catastrofi più rovinose. Riflettiamo: le singole divergenze che possono opporre ciascuno di noi ai suoi avversari, questioni di confini e simili, appaiono, nel loro complesso, un tollerabile fenomeno della convivenza tra stati. Ora, gli Ateniesi posseggono forze in campo bastanti non solo a contrastarci in massa, ma, evidentemente, a dominare ogni nostra città, di per sé considerata. Quindi, se non li affronteremo in un saldo blocco, nazione con nazione, città con città, forti di un deciso e unico volere, faranno leva sulla nostra, divisione e ci soggiogheranno uno per uno, senza sforzo. La sconfitta produrrà un asservimento certo e immediato: realtà dolorosa! Il cui timore, anche se solo espresso a parole, disonora il Peloponneso: che un tal numero di città sia sopraffatto da una sola! Circostanza che, se si verificasse, dimostrerebbe che la nostra ignominia è meritata, o che stiamo soggetti per codardia, indegni dei nostri padri, che procurarono alla Grecia la libertà: un valore che ormai non siamo più in grado di difendere. Permettiamo che una città affermi la sua tirannide, mentre mostriamo la volontà d'abbattere i despoti, in qualunque paese si trovino. Non sapremmo come difendere questa linea politica, dimostrarla esente dalle tre più disastrose aberrazioni: il rozzo ingegno, la fiacchezza, l'incuria. Giacché, proprio per non aver evitato questi errori vi siete ridotti a quello sdegno sprezzante del nemico che ha già amaramente punito moltissimi, e che dall'illusione ingannevole con cui persiste nell'irretire le sue innumerevoli vittime ha cangiato il suo in un nuovo e tristo nome: follia.
123. "È vano recriminare sui fatti passati, più di quanto sia utile alla situazione attuale. Occorre invece provvedere alle esigenze del presente, mirando al futuro, senza risparmio di energie e fatiche; (è una vostra virtù tradizionale d'uscire sempre più rinfrancati dai pericoli). Non rinnegate la vostra dirittura morale, se oggi potete contare su una certa superiorità di ricchezza e di mezzi; (non è giusto che dissipiate nel momento d'attuale abbondanza le fortune accumulate durante il periodo di povertà). Avete molti motivi di fiducia per approntare la guerra: il favorevole vaticinio del Dio e la sua promessa d'appoggio. Tutta la Grecia si prepara allo sforzo comune: alcuni paesi per timore altri sperando un guadagno. Non sarete voi a violare i patti per primi: il Dio stesso, con il suo monito a battervi fa intendere che li considera oltraggiati. Voi piuttosto accorrete a tutela di quei patti offesi. Il trattato è sciolto non da chi si difende, ma chi aggredisce per primo.
124. "Da ogni lato la guerra si presenta per voi sotto felici prospettive. Vi esortiamo quindi a dichiararla, con il pensiero ai comuni vantaggi: poiché è dimostrato che l'identità di interessi è la diretti va politica più sicura per gli stati e gli individui. Non ritardate l'aiuto a Potidea: è una città dorica assediata da Ioni. Accadeva il contrario nei tempi andati. Restituite l'indipendenza agli altri Greci. Non è più possibile temporeggiare: alcuni di noi già soffrono il giogo, altri non aspetteranno a lungo una sorte altrettanto indecorosa. Giacché si saprà che ci siamo adunati, ma non abbiamo l'ardire di organizzare una difesa. Pensate che la necessità incombe, alleati; riflettete: questo è il più proficuo consiglio, votate la guerra, senza pensare al rischio immediato, ma aspirando alla pace più certa e duratura che ne deriverà. Dalla guerra sorge una pace più ferma. Ma il non voler passare dalla pace alla guerra non è altrettanto privo di pericoli. Sia questo il vostro pensiero: la città che ha imposto la sua tirannide in Grecia, minaccia egualmente l'indipendenza di tutti. Su alcuni già domina, altri progetta d'asservire. Attacchiamo questa città e soggioghiamola: non solo la nostra esistenza futura scorrerà senza pericoli, ma anche renderemo liberi i Greci già servi." Con queste parole si concluse l'intervento dei Corinzi.
125. Gli Spartani completarono così l'ascolto di tutte le opinioni, e fecero votare per ordine tutti gli alleati presenti, gli stati maggiori e i minori: la maggioranza decise la guerra. Non era possibile tuttavia tradurre immediatamente in pratica la deliberazione: non erano preparati a sufficienza, perciò decisero che ogni singolo paese contribuisse alla fornitura di quanto era necessario, senza perdite di tempo. Impiegarono poco meno di un anno ad allestire i preparativi indispensabili: seguì l'invasione dell'Attica e l'inizio aperto delle ostilità. Intanto, in quell'anno, giungevano frequenti le loro ambascerie in Atene, in genere con lagnanze e critiche da notificare, con lo scopo, qualora Atene non le considerasse degne, di sferrare l'attacco con un insieme di motivazioni più nutrito e solido.
126. La prima missione spartana intimò agli Ateniesi di espellere, in espiazione, gli autori del sacrilegio contro la Dea. Il sacrilegio di cui parlavano era stato così commesso. Cilone era un cittadino ateniese, vincitore di un'Olimpiade, nobile per discendenza antica e politicamente influente. Aveva preso in moglie la figlia di Teagene, un Megarese che in quegli anni reggeva la tirannia su Megara. Un giorno, Cilone interpellò l'oracolo di Apollo a Delfi: il dio profetò che nella più fausta festività di Zeus Cilone avrebbe occupato l'acropoli d'Atene. Cilone si fece consegnare da Teagene un nerbo d'armati e persuase alcuni amici a seguirlo. Quando giunse il tempo delle feste Olimpiche, che si celebrano nel Peloponneso, occupò l'acropoli con un colpo di mano, intenzionato a stabilirvi la tirannide. Aveva interpretato quella come la solennità più importante dedicata a Zeus e vi aveva perfino intravisto una certa relazione con la sua persona, perché aveva conseguito una vittoria proprio ad Olimpia. Se però la festa in questione dovesse essere la più importante di quelle celebrate in Attica, o in qualche altra parte di Grecia, Cilone non se l'era chiesto; nemmeno dal testo del vaticinio traspariva chiaro (ad esempio in Atene esistono le feste cosiddette Dionisie, le più solenni in onore di Zeus Meilichio: vengono celebrate fuori le mura e la cittadinanza interviene al completo, porgendo in offerta non vittime di sangue, ma altri prodotti locali). Persuaso d'aver inteso esatto l'oracolo, pose mano all'impresa: al diffondersi della voce gli Ateniesi accorsero in folla dalle campagne, li circondarono sull'acropoli e si disposero all'assedio. L'affare si trascina: la fatica e la noia del lungo blocco ne distoglie quasi tutti i cittadini, che affidano, desistendo, il compito della sorveglianza ai nove arconti con pieni poteri, con la raccomandazione che dispongano tutto il necessario al miglior esito dell'impresa: era ancora il tempo in cui gli arconti espletavano la quasi totalità delle funzioni governative e politiche. L'assedio, e soprattutto la scarsità di cibo e d'acqua intaccavano pesantemente la resistenza di Cilone e dei suoi: finché Cilone e il fratello riescono a fuggire. I loro compagni, prostrati e decimati dagli stenti si trascinano supplici all'altare collocato sull'acropoli. Gli Ateniesi che vigilavano li fecero alzare, come si accorsero che stavano spirando in uno spazio consacrato, e assicurando incolumità assoluta, li trassero fuori e li giustiziarono. Giunsero ad assassinarne per via alcuni, che si erano rifugiati nel santuario delle Venerande Dee e si appigliavano ai loro altari. Queste uccisioni fecero pesare sul capo dei loro esecutori la colpa di sacrilegio e di empietà al cospetto della Dea: anche la loro famiglia condivise la colpa e l'infamia. Di conseguenza, gli Ateniesi stessi espulsero questi sacrileghi e li bandì in seguito anche Cleomene spartano, con l'appoggio d'una fazione ateniese, durante una sommossa civile. I vivi patirono l'esilio; le ossa di quelli morti nel frattempo furono dissepolte e sparse fuori del territorio attico. Ma finirono sempre col ritornare, e la loro discendenza vive ancora in città.
127. La richiesta spartana riguardava proprio l'espiazione di quell'antico sacrilegio: principalmente, diceva Sparta, per difendere la dignità santa degli dei. In realtà sapevano che Pericle, figlio di Santippo, vi era implicato per parte di madre, e prevedevano che da un eventuale bando di quell'uomo la loro politica verso Atene avrebbe avuto il corso immensamente più agevole e libero. D'altra parte non potevano certo sperare che fosse scacciato: ma un desiderio segreto li possedeva, di poterlo almeno mettere in pessima luce di fronte al pubblico credito dei suoi concittadini, istillando loro la sensazione che la guerra, in parte, sarebbe scoppiata a causa del suo stato morale d'impuro. La vita politica d'Atene aveva in quel tempo in Pericle il suo uomo di punta, il prestigioso e geniale ispiratore d'una linea d'assoluta avversione e intransigenza nei confronti di Sparta, l'esecutore di una continua pressione psicologica degli Ateniesi alla guerra.
128. In risposta, gli Ateniesi intimarono analogamente a Sparta l'espiazione del sacrilegio perpetrato nel Tenaro. Si trattava di questo: gli Spartani tempo prima, avevano invitati i supplici Iloti a togliersi dal santuario di Posidone sul Tenaro dove avevano trovato scampo. Li massacrarono sul posto appena usciti. Sono ancora convinti che il potente sisma che ha scosso Sparta sia stata la conseguenza di quel gesto nefando. Anche i responsabili del sacrilegio contro Atena Calcieca dovevano essere espulsi, secondo Atene. Ecco il fatto: Pausania, quello spartano che i concittadini avevano richiamato dall'Ellesponto, revocandogli il comando in capo di quel settore operativo, fu giudicato dai tribunali di Sparta e prosciolto. Ma non ottenne più incarichi di comando ufficiali. Si procurò privatamente una trireme di Ermione e, senza autorizzazione governativa, fece la sua comparsa sull'Ellesponto, nominalmente per appoggiare le forze greche impegnate contro la Persia, in realtà per infittire con il re quella trama di relazioni segrete che aveva già ordito all'epoca del suo comando, e tramite la quale sperava con ardore in un personale dominio sull'intera Grecia. Aveva colto l'occasione di porgere un servizio al re, principio e base di un rapporto che si sarebbe in seguito sviluppato, nella seguente circostanza. Ripiegando da Cipro, nel periodo in cui comandava le forze in Ellesponto, aveva preso Bisanzio (un possesso persiano, in cui vennero catturati alcuni parenti e famigliari del re che vi dimoravano). Concepì allora il piano di restituire queste personalità al re, senza rivelarlo agli alleati: ufficialmente si sarebbe trattato di un tentativo di fuga riuscito. Allacciò contatti tramite Gongilo di Eretria, cui affidò la città di Bisanzio e i prigionieri. Aggiunse una lettera che Gongilo avrebbe recapitato al re. Vi stavano scritte queste parole, come si appurò in seguito: "Pausania, generale di Sparta, desiderando farti cosa gradita, ti rimanda costoro, presi con la forza e le armi. Ho in animo, se la proposta è anche a te gradita, di prendere tua figlia in moglie e consegnarti in soggezione Sparta e il resto della Grecia. Mi stimo adatto e pronto all'impresa, che dirigerò secondo i tuoi consigli. Se la prospettiva sollecita il tuo interesse, manda alla costa del mare un uomo fidato, che fungerà da intermediario per la nostra corrispondenza futura."
129. Era questo il contenuto della lettera, di cui Serse si compiacque molto. Dispone subito infatti l'invio di Artabazo, figlio di Farnace, verso la costa con l'ordine di prelevare la satrapia Dascilitide, da cui aveva rimosso il precedente governatore Megabate. Ordina ad Artabazzo di raggiungere Pausania a Bisanzio e di consegnargli una missiva di risposta, al più presto, mostrandogli il sigillo reale. Se Pausania gli avesse affidato qualche incarico o mansione pertinenti gli interessi del Re, li eseguisse al meglio e con la più scrupolosa discrezione. Artabazo eseguì gli ordini con accuratezza e trasmise la lettera. Vi era stilata la seguente risposta: "Così dice Serse il Re a Pausania: per le persone che mi hai inviate incolumi da oltre mare, da Bisanzio, durerà perenne, iscritta nella nostra casa, la gratitudine che ti è dovuta. Approvo le tue proposte. Né la notte né il giorno t'ostacolino nell'esecuzione di quanto mi prometti: nessuna spesa d'oro o d'argento deve bloccarti, o la necessità di un esercito forte, in qualunque luogo debba comparire. Utilizza Artabazo, uomo che t'ho inviato; è di grandi capacità. Coltiva i tuoi e i miei interessi con la massima energia, in modo che producano a entrambi i più splendidi e preziosi frutti."
130. Pausania era anche prima una figura di prestigioso rilievo tra i Greci, per come aveva diretto e vinto la battaglia di Platea. Ma quelle righe, ricevute dal Re, esaltarono la sua superbia, sicché gli era diventato impossibile vivere da persona normale, secondo il costume tradizionale. Usciva da Bisanzio panneggiato in abiti persiani e in viaggio per la Tracia ammetteva la sola scorta di dorifori persiani ed egizi. Di gusto persiano erano anche le sue vivande a tavola. Non sapeva celare le inclinazioni della sua mente, le sue simpatie: perfino dai suoi atti esteriori, anche da quelli particolari e irrilevanti, traspariva e baluginava quali più orgogliosi disegni architettasse per le sue attività future. Era divenuto inaccessibile: tanto altezzoso e tirannico nel trattar con tutti senza distinzione, che nessuno lo poteva accostare. Per il profondo disgusto nato dalla sua condotta, molti alleati furono lieti di passare agli Ateniesi.
131. La notizia pervenne anche a Sparta, che prese un primo provvedimento d'immediato richiamo. Ma quello con la nave di Ermione prese subito il mare una seconda volta, senza avere ricevuto l'ordine dal governo, e insistette chiaramente con il suo consueto comportamento. Quando le forze ateniesi lo ridussero a fuggire da Bisanzio espugnata invece di rientrare a Sparta, si stabilì a Colono nella Troade. Laggiù, secondo le voci che ne trapelavano a Sparta, intratteneva relazioni poco chiare con la Persia: era evidente che il suo soggiorno era dovuto a scopi politici nient'affatto onesti. Gli efori decisero di far cessare lo scandalo: inviarono un araldo a consegnargli la scitala e a ingiungergli di seguirlo. In caso diverso, Sparta lo dichiarava nemico. Pausania, intendendo dissipare i sospetti addensatisi sulla sua condotta e convinto di poter dissolvere le accuse con offerte di denaro, rimpatriava per la seconda volta. In un primo momento gli efori lo incarcerarono (è lecito agli efori operare un arresto anche del re) ma con l'intrigo ottenne in seguito la libertà, ponendosi a disposizione di chi avesse desiderio di intentargli un processo sulla base di accuse concrete e precise.
132. Ma gli Spartani, sia gli avversari di Pausania sia in generale, la cittadinanza, non potevano contare su indizi sicuri e decisivi: eppure era indispensabile congegnare un'accusa su prove inoppugnabili, per poter punire un personaggio di famiglia reale e che ancora rivestiva la carica di re (era tutore infatti, in qualità di cugino, di Plistarco il vero re, figlio di Leonide, in età ancora minorile). Ma il suo disprezzo della legalità e l'eccessiva simpatia per lo stato straniero costituivano occasioni di pesante sospetto che non volesse contenersi nei limiti dell'ordine vigente. Sottoposero a indagine il precedente corso della sua esistenza, per scoprire se avesse già commesso qualche infrazione al sistema di vita allora in uso. Trovarono che sul tripode, dedicato qualche anno prima dai Greci a Delfi, come primizia del bottino persiano, aveva voluto, di sua personale iniziativa, che fosse inciso il seguente distico: "Annientò l'armata persiana, il capo dei Greci Pausania e a Febo questo consacrò a ricordo". Gli Spartani, fin da quell'epoca avevano già fatto cancellare quel distico dal tripode, e vi avevano inciso il nome delle città che, avendo collaborato alla disgregazione della potenza persiana, avevano dedicato il tripode stesso. Anche a quell'epoca, per il vero, il gesto di Pausania sembrò una palese irregolarità: l'ispirazione di quell'atto, analizzata e interpretata alla luce dei gravi sospetti che si erano andati, consolidando intorno alla sua figura, denunciò subito la sua analogia con l'atteggiamento spirituale mostrato da Pausania in più recenti circostanze. Serpeggiava l'indiscrezione, provata poi pienamente esatta, che organizzasse complotti con gli Iloti: aveva loro promesso libertà e diritti politici, se si fossero sollevati a un suo comando, e se gli avessero prestato l'appoggio necessario. Fu sporta qualche denuncia da parte degli Iloti: anche in questo caso, pur con la sensazione che quelle accuse erano fondate, gli Spartani decisero per il momento di non prendere misure straordinarie contro di lui. Aderivano all'uso, ormai invalso presso di loro, di non lasciarsi trasportare dalla fretta, di non deliberare qualche provvedimento irrimediabile su un personaggio spartiate, senza aver in mano prove effettivamente inconfutabili. Ma da ultimo, come si dice, l'uomo incaricato di consegnare ad Artabazo l'ultima lettera per il re, un tale Argilio, intimo di Pausania e fedelissimo, fa pervenire agli efori la sua denuncia. L'aveva stimolato una paurosa sensazione, nata dal considerare che nessuno dei messi precedenti aveva fatto ritorno. Decide di contraffare il sigillo per cautela, nel caso che la sua diffidente impressione sia vana, o che Pausania gli chieda la lettera per aggiungervi qualche riga. Apre dunque la missiva, e a confermare i sospetti, vi legge, in fondo, un'istruzione supplementare: la propria condanna a morte.
133. La lettera, scritta personalmente da Pausania, rappresentava per gli efori una prova consistente; pure, per averne una definitiva, vollero ascoltare con le proprie orecchie qualche frase pronunciata da Pausania in persona, che lo compromettesse apertamente. A questo scopo, di concerto con gli efori, l'uomo si recò sul Tenaro come supplice, eresse una capanna e con una parete divisoria ne ricavò due ambienti, in uno dei quali fece appostare alcuni degli efori. Udirono chiara ogni parola, in quell'incontro tra Pausania e il suo uomo. Pausania esordì chiedendo il motivo di quella supplica ed ebbe in risposta le rimostranze del suo interlocutore, per quegli ordini contenuti nella lettera, che lo riguardavano. Elencava distintamente ogni altro particolare, facendo notare che nei suoi uffici d'intermediario presso il re non lo aveva mai esposto. Eppure gli si riservava il bel privilegio d'esser messo a morte, come gli altri che lo avevano preceduto in quel compìto. Le frasi di Pausania, che riconosceva in pieno i suoi torti e conveniva su ogni punto, che pregava l'altro di non lasciarsi fuorviare dall'irritazione di quel momento, giunsero alle orecchie degli uditori. Come le sue assicurazioni di incolumità, se quello usciva dal santuario, e l'istanza di mettersi quanto prima in viaggio, senza pregiudicare le trattative in corso.
134. L'ascolto diretto degli efori questa volta fugò ogni dubbio: ormai incrollabilmente certi della sua colpa, predisposero la cattura di Pausania in città. Si dice che un attimo prima dell'arresto per via, Pausania intuisse dall'espressione dipinta sul viso di uno degli efori, mentre gli si accostava, lo scopo di quell'incontro. Un altro eforo gli avrebbe fatto un cenno impercettibile con il capo, per fargli intendere le loro intenzioni, spinto da un senso d'amicizia. Pausania comunque scattò di corsa verso il santuario di Atena Calcieca e riuscì a rifugiarvisi in tempo: poiché il recinto sacro era vicino. Sorgeva adiacente un edificio non ampio, in cui si precipitò, per avere almeno un riparo alle intemperie. Non si mosse più. Gli inseguitori non lo raggiunsero subito: fecero smantellare il tetto della costruzione e certi che si trovasse all'interno, ve lo rinchiusero murando le porte. Circondarono l'edificio e aspettarono di prenderlo per fame. Quando si accorsero che così incarcerato in quella stanza, era vicino a spirare lo trascinano all'esterno del recinto sacro. Respira ancora ma cade subito morto, appena fuori il santuario. Avevano già stabilito di precipitarlo nel Ceada, come usava con i malfattori: prevale però l'idea di dargli sepoltura più vicino. Ma il Dio, attraverso l'oracolo di Delfi, intimò agli Spartani di traslarne la salma nel punto stesso della morte (ancor oggi riposa infatti all'ingresso del santuario, come provano le iscrizioni di alcune stele). Ingiunse anche di espiare l'atto commesso, un sacrilegio grave, dedicando ad Atena Calcieca due corpi in cambio di uno solo. Furono così fatte erigere e consacrare alla dea due statue di bronzo, quasi a compenso di Pausania.
135. Gli Ateniesi, rilevando che anche il dio aveva giudicato il loro gesto un sacrilegio, imposero a loro volta a Sparta di espellerne i responsabili con le loro famiglie. Ambasciatori spartani giunti appositamente ad Atene, implicarono anche Temistocle nell'accusa di complotto con la Persia che aveva perduto Pausania. Risultava dall'analisi dei capi d'accusa raccolti contro Pausania: onde la loro ferma richiesta che Temistocle fosse egualmente punito. Gli Ateniesi si lasciarono persuadere (poiché egli aveva già subito l'ostracismo e abitava ad Argo in quel tempo, quando non si recava, di tanto in tanto, in altre località del Peloponneso). Mobilitarono un gruppo d'uomini, cui si diede istruzione di scovarlo, in qualunque luogo si trovasse, e ricondurlo ad Atene, con l'aiuto dei messi spartani che si dichiararono disposti a collaborare nella ricerca.
136. Una voce preavverte in tempo Temistocle, che lascia in tutta fretta il Peloponneso per passare a Corcira, contando sul debito di riconoscenza che aveva contratto con quel paese. Ma i Corciresi gli confessano che temono forte le rappresaglie spartane e ateniesi, se gli danno ricovero. Abbandona anche quel rifugio e si fa sbarcare sulla terra che si estende davanti a Corcira. L'incalzare sistematico degli inseguitori, informati via via di ogni spostamento, lo costringe, in una circostanza di particolare smarrimento a fermarsi presso Admeto, re dei Molossi, che gli è ostile. Costui però, temporaneamente, si trova fuori casa. Rivolge allora la sua richiesta d'ospitalità alla moglie del re: ne riceve il consiglio di prendere in braccio il loro figlioletto e di assidersi supplice presso il focolare. Ad Admeto, che non tarda molto a rientrare, Temistocle rivela la sua identità e l'implora, anche se ha avversato ad Atene le richieste che un tempo il re vi aveva avanzato, di non vendicarsi ora su di lui, profugo e inseguito. In quelle condizioni, anche un uomo assai meno potente di Admeto avrebbe agio di rovinarlo: è proprio invece di uno spirito generoso cercare la vendetta quando gli avversari sono in una situazione di parità. Inoltre gli s'era opposto in questioni concernenti interessi particolari, non la salvezza stessa della vita; Admeto invece, se lo avesse consegnato (svelò chi e con quale scopo lo perseguitava) lo avrebbe privato dell'esistenza.
137. A queste parole, il re lo fa levare, mentre ancora tiene in braccio il figlioletto, nell'atteggiamento stesso con cui se ne stava prima seduto e che rappresenta il più solenne modo d'implorare protezione. Quando si presentano, solleciti, Ateniesi e Spartani, Admeto non ha riguardo per le loro insistenti proteste e non consegna l'ospite. Soddisfa anzi il suo desiderio di raggiungere il re, facendolo scortare per via di terra fino all'opposto mare alla corte di Alessandro a Pidna. Trova qui una nave da carico, in procinto di salpare per la Ionia, e vi s'imbarca. Ma un fortunale li trascina proprio davanti a un campo di Ateniesi intenti all'assedio di Nasso. Temistocle si lascia prendere dal panico e rivela al comandante della nave (a bordo infatti la sua identità era ignota) chi sia in realtà e le ragioni della sua fuga. Se non lo condurrà in salvo, minaccia che sosterrà la tesi d'averlo corrotto e comprato con il denaro il passaggio sulla sua nave. Il provvedimento più sicuro è che nessuno scenda a terra, mentre non si può riprendere la navigazione. Se si mostra d'accordo, la sua gratitudine sarà adeguata e sostanziosa. Il comandante accetta le condizioni di Temistocle e dopo aver tenuto ormeggiata la nave un giorno e una notte al largo del campo ateniese, salpa per Efeso. Temistocle gli compensa il favore con l'oro (gli erano state fatte pervenire da Atene e da Argo, per opera di amici, tutte le sue sostanze), e direttosi all'interno, accompagnato da un Persiano della costa, manda una lettera al re Artaserse figlio di Serse, asceso da poco alla dignità del trono. Era questo il tenore di quella missiva: "Giungo ora presso di te, io che tra i Greci sono il principale autore delle disfatte più rovinose che si sono abbattute sulla tua famiglia: nel tempo in cui mi vidi obbligato a contenere l'aggressione del padre tuo. Ma più importanti risultano i miei meriti, dal momento che la sua ritirata avvenne in condizioni per me di sicurezza assoluta, per lui di estremo pericolo. Mi è dovuta quindi riconoscenza (seguiva nella lettera l'accenno al consiglio dato al padre, subito dopo Salamina, di ritirarsi subito, e il divieto, che Temistocle falsamente si attribuiva, di, tagliare i ponti in quell'occasione) ma, anche ora mi presento fornito di cospicue possibilità di esserti utile, inseguito dai Greci a causa dell'amicizia che nutro per te. Desidero soggiornare nel tuo paese per un anno, prima di comparire al tuo cospetto per svelarti il mio disegno".
138. Il re, secondo le voci che circolano, ammirò il suo piano e lo esortò a porlo in pratica. Temistocle impiegò il tempo del suo soggiorno a impratichirsi della lingua persiana e dei costumi di quel popolo, quanto poté. Al termine stabilito di un anno si presentò al re e conquistò presso di lui un'influenza superiore a quella di qualunque altro greco, parte per la stima di cui godeva anche precedentemente, parte per la speranza suscitata nel re di offrirgli soggetta la Grecia, ma principalmente per le molte occasioni in cui aveva fatto rifulgere la propria intelligenza. Era meritevole infatti Temistocle della più ammirata meraviglia, particolarmente per la straordinaria sicurezza con cui aveva imposto in molte occasioni il suo temperamento geniale. Doveva all'agilità innata del suo intelletto, libera da ogni preparazione di studio o riflessione scaturita dall'esperienza, la perspicacia potente con cui, dopo un fulmineo esame interpretava frangenti improvvisi e l'infallibile sagacia per cui ne individuava, nel futuro, anche le conseguenze più remote. Sapeva con precisione e chiarezza esplicare ogni aspetto delle azioni cui prendeva parte personalmente: su quelle di cui non possedeva diretta esperienza, era ben lontano dal non poter formulare un giudizio criticamente valido. Eccelleva nel presagire con notevole anticipo le proficue o negative conseguenze di un fatto, quando si celavano ancora per chiunque altro indistinte. Per concludere, in una parola, quest'uomo dal genio possente, dalla concentrazione istantanea fu ineguagliato nell'improvvisare in brevi attimi la soluzione per qualunque ostacolo. Morì di malattia: alcuni soggiungono che si sia dato la morte con il veleno, vedendosi nell'impossibilità di compiere le promesse formulate al re. Rimane di lui un monumento funebre nella piazza di Magnesia d'Asia. Era governatore di questa regione. Il re gli aveva donato Magnesia come "pane" (gli fruttava infatti cinquanta talenti l'anno), Lampsaco come "vino" (le sue campagne infatti godevano fama d'esser le più fertili di viti), Miunte come "companatico". Dicono i suoi parenti che le ossa furono traslate in patria, come aveva desiderato e che siano sepolte in Attica, di nascosto da Atene: sepoltura illegale, poiché egli era esule imputato di tradimento. Furono questi i casi estremi di Pausania spartano e di Temistocle ateniese, gli uomini di più fulgido prestigio, tra quelli della loro epoca, in Grecia.
139. Gli Spartani dunque, nella prima ambasceria diedero e ricevettero queste istruzioni relative alla cacciata dei sacrileghi. Poi con una serie di richieste, ingiungevano ad Atene di levare l'assedio a Potidea e restituire l'indipendenza ad Egina. Ma insistevano, nelle loro relazioni, a chiarire un punto: la guerra non sarebbe stata dichiarata se avessero abrogato la disposizione presa ai danni di Megara, vale a dire il divieto di usufruire dei porti del dominio ateniese e d'intrattenere scambi commerciali con l'Attica. Gli Ateniesi come non prestavano ascolto alle altre richieste, così non cancellavano quel decreto: accusavano anzi i Megaresi di coltivare il suolo sacro, dove i confini non erano determinati, e di offrire ricetto ai loro schiavi ribelli. Infine, giunse da Sparta un'altra ambasceria composta da Ramfia, Melesippo, Agesandro, i quali non si soffermarono sui temi consueti ma espressero solo queste parole: "Gli Spartani hanno volontà di pace; la pace può affermarsi a condizione che voi lasciate ai Greci l'indipendenza". Gli Ateniesi convocarono l'assemblea, e aprirono il dibattito decisi ad esprimere, dopo responsabile e completa riflessione, una risposta definitiva. Si presentarono numerosi oratori a sostenere opposte ragioni. Dichiaravano gli uni che la guerra era inevitabile, gli altri che il decreto su Megara non doveva costituire un ostacolo alla pace, e ne caldeggiavano l'abrogazione. Comparve a parlare anche Pericle, figlio di Santippo, il primo ateniese di quel tempo, valentissimo nella parola e nella pratica politica, e consigliò in questo senso:
140. "La mia convinzione, Ateniesi, rimane sempre invariata: non cedere di un palmo ai Peloponnesi. Eppure sono consapevole che gli uomini stentano a profondere nella realizzazione pratica della guerra quello stesso ardore che li ispira al dichiararla, poiché adattano i loro sentimenti al variare delle contingenze. Vedo che anche nella attuale occasione è mio dovere impartirvi consigli sostanzialmente identici e pretendo che quanti di voi condividono il mio sentire appoggino in futuro la deliberazione qui presa in comune anche se dovessimo incappare in qualche disfatta o in caso contrario, nell'eventualità cioè di un successo, non usurpino il vanto della sagacia politica. Poiché si può tranquillamente ammettere che il corso degli avvenimenti pieghi con scarti non meno imprevedibili che le intenzioni umane: perciò è nostra abitudine imputare alla fortuna quanto sfugge al controllo delle nostre facoltà logiche. La politica di Sparta ci è sempre stata nettamente ostile: ora più di prima. Il trattato contempla due punti qualificanti: le singole città si accordano sull'arbitrato, come strumento per dirimere le reciproche vertenze; entrambe le parti mantengono i territori attualmente in loro possesso. Ora, a dispetto della nostra offerta, Sparta non accetta l'arbitrato e preferisce cercare nella guerra una soluzione alle controversie, scartando il dibattito. Hanno perfino sostituito le loro consuete lagnanze con dei comandi. Tre ordini per la precisione: levare l'assedio da Potidea, concedere l'autonomia ad Egina, cancellare il decreto su Megara. Con quest'ultima missione ci ingiungono di lasciare l'indipendenza agli altri Greci. Fra voi nessuno pensi che si scenda in guerra per una motivazione futile, nel caso si decida di non abrogare la disposizione su Megara. Insistono continuamente proprio con questo tema: l'abrogazione scongiurerebbe la guerra. Badate a non lasciar sorgere in futuro ed attecchire nel vostro intimo un senso di colpa, come se aveste preso le armi per una causa di lieve importanza. Questo movente così futile impegna in realtà la vostra coerenza politica ad ogni livello, costituendone una prova sicura e definitiva. Cedete, anche di poco, a Sparta: si abbatterà su di voi, senza dubbio, un'imposizione più gravosa, perché si convinceranno laggiù che siete scesi a trattare piegati dalla paura; con un atto di fermezza, avrete posto decisamente in chiaro che con voi i rapporti si istituiscono da pari a pari.
141. "Deliberate subito: o accondiscendere, prima di subire qualche colpo, o prendere le armi. Risoluzione che a me pare la più proficua, senza cedere per nessun motivo, grave o futile che sia, e dominando, sciolti da ogni timore, i territori che ora occupiamo. Una rivendicazione di diritto, su qualsiasi oggetto, gravissimo o irrilevante, che sia imposta da un paese fornito di pari potenza e facoltà a un proprio vicino, eludendo la procedura regolare, provoca sempre, inevitabilmente, un medesimo stato d'asservimento. In materia di preparazione militare e di mezzi difensivi a disposizione delle due potenze in causa, state certi, seguendo punto per punto il mio ragionamento, che non ci troveremo inferiori. I Peloponnesi fanno i campagnoli: non possono contare su risorse finanziarie private o pubbliche. Non hanno esperienza di conflitti lunghi o sostenuti al di là del mare. Sono troppo poveri per resistere ad altro che a guerricciole di confine, subito sedate. Simile gente come può essere in grado di armare e equipaggiare navi? Nemmeno campagne terrestri, a breve intervallo di tempo l'una dall'altra, si possono permettere. I contadini non disertano facilmente il loro podere e tanto meno son disposti a pagar le armi di tasca propria. Aggiungete che si vedranno precluse le vie del mare. Le riserve di denaro sono il più fermo sostegno della guerra, non le contribuzioni coatte. Le masse contadine espongono più volentieri la vita in guerra, che il loro denaro: convinti di poter anche scampar vivi dallemischie, ma per niente sicuri che i loro risparmi non sfumino del tutto prima della pace, specialmente se la guerra si trascina, come per il solito, oltre ogni previsione. In un singolo scontro, Peloponnesi e alleati fronteggerebbero gli altri Greci in blocco: ma non dispongono dei mezzi per condurre una vera guerra, contro un nemico che disciplina la sua potenza bellica con metodi radicalmente diversi. Poiché non sono diretti da una decisione e un comando unitari; di conseguenza, difetta loro la rapidità di esecuzione. Inoltre dispongono tutti di parità nel voto, ma appartengono a stirpi diverse, con interessi quindi divergenti, che ognuno caldeggia: condizione in cui generalmente non si conclude mai nulla. Questi premono, per punire un loro privato nemico; quelli recalcitrano, per non patir danni in casa propria. Nelle loro rare assemblee sbrigano in fretta gli affari comuni; la maggior parte del tempo se ne va nel discutere questioni particolari. Ciascun membro del patto non si rende conto del danno che produce con la sua indifferenza: è convinto che qualche altro provvederà in vece sua. Questo rovinoso pregiudizio, generalmente diffuso, non consente loro di accorgersi che l'interesse comune della coalizione langue e decade.
142. "Sarà per lo più la scarsità di capitali a bloccarli, quando perderanno tempo per procurarseli: in guerra invece, le occasioni opportune non consentono indugi. Le loro piazzeforti erette entro i nostri confini e la forza sul mare non preoccupano: quanto alle prime, sarebbe già impresa ardua in tempo di pace armare una città in modo che ci resista, immaginate dunque in terra nemica, tenuto anche conto del fatto che noi disponiamo di fortezze non meno potenti piazzate nel loro territorio. Potranno dislocare una guarnigione: guasterebbero una parte delle nostre campagne, con razzie e incentivi alla diserzione, ma non basterà a impedirci di gettare teste di ponte fortificate sulle loro coste, e di devastarle per rappresaglia con la flotta, la nostra arma più micidiale. Dalla pratica del mare abbiamo accumulato più esperienza noi di guerra terrestre, che loro di tattica navale dai combattimenti di terra. Non sarà facile per loro dominare anche l'arte di battersi con le navi. Perfino voi, che vi allenate ad essa dal tempo delle lotte persiane, non la possedete ancora perfettamente. Come potrebbero distinguersi, in quest'arte difficile, uomini dei campi, non di mare, cui neppure è concesso di esercitarvisi con metodo, sistematicamente bloccati dalle vostre navi numerose? Contro una flotta esigua potrebbero anche arrischiare una offensiva, supplendo alla carenza tecnica con la spavalderia ispirata dalla superiorità di numero; ma contro una squadra potente che li costringa a restare ancorati, dovranno restare inoperosi e la mancanza d'esercizio li ridurrà ancor più maldestri e, di conseguenza, meno pronti ad osare. La marineria è un'arte, più di qualunque altra: non ammette d'esser coltivata per passatempo, quando capita. Esclude piuttosto ogni diversa pratica, che le si voglia svolgere a fianco.
143. "Se poi attingono ai tesori di Olimpia e di Delfi nel tentativo di sottrarci le ciurme forestiere, attratte da paghe più consistenti, sarebbe grave che non riuscissimo a contrastarli con successo imbarcandoci noi stessi, con il rinforzo dei meteci, sulle navi da guerra. In realtà un'operazione di questo tipo è alla nostra portata e, elemento ancor più decisivo, disponiamo, tra i nostri concittadini, di piloti e altri membri d'equipaggio più numerosi e preparati che tutto il resto della Grecia. Quando il pericolo sarà imminente, nessuno dei nostri mercenari sceglierà di sua spontanea volontà il rischio di vivere esule dalla propria terra, per schierarsi (sorretto da una speranza di vittoria senza dubbio più fievole) a fianco del nemico con il miraggio di pochi giorni di paga più lauta. Mi pare questa, in sostanza, la situazione del Peloponneso. La nostra invece, immune dalle deficienze che ho additato in quelli, può contare su altri e superiori punti.di vantaggio. Se invadono l'Attica con le forze di terra, salperemo contro il loro paese. Risulterà allora ben differente il peso strategico delle nostre azioni, che devasteranno una parte del Peloponneso, e le loro contro l'Attica intera. Poiché il nemico non potrà pacificamente annettersi altro territorio in compenso. Il nostro dominio è sconfinato: si estende sulle isole e sul continente: l'egemonia sul mare è vantaggio incalcolabile. Riflettete infatti: se fossimo isolani, quale popolo sarebbe più invincibile? E anche ora è indispensabile che la nostra condotta di guerra si uniformi il più possibile a questo assunto: abbandoniamo le campagne e le loro case, puntiamo alla difesa della città e al dominio sul mare. Il dolore per la desolazione dei campi non ci induca ad accettare lo scontro aperto con le truppe dei Peloponnesi, più agguerrite. (In caso di vittoria lotteremmo sempre contro un nemico non meno numeroso e una disfatta causerebbe l'abbandono da parte degli alleati, che sono la nostra forza: non si asterranno dalla rivolta, se non potremo marciare contro di loro). Non dovremo aver rimpianto per la rovina della terra e delle case, ma delle vite umane: quei beni non danno vita agli uomini, ma sono gli uomini che creano quei beni. Se ritenessi di potervi convincere, v'ordinerei d'uscir voi stessi a distruggere raccolti e case, per dimostrare al nemico che non vi piegherete mai, per salvare quei possessi.
144. "Sono in grado di sostenere la speranza della futura vittoria con molti altri argomenti; a patto che siate disposti a non ampliare il vostro dominio, mentre siete in lotta, e a non affrontare rischi superflui. Mi incute più preoccupazione la possibilità di un nostro passo falso, che l'accortezza strategica del nemico. Ma rimando la spiegazione di questi punti a un altro discorso, quando saremo in piena guerra. Licenziamo ora gli ambasciatori con questa risposta: riapriremo a Megara il mercato e i porti, a patto che anche Sparta non applichi più né ai danni nostri né degli alleati, le norme di legge relative al bando degli stranieri. Poiché nessuno articolo del trattato impedisce espressamente questo o quello. Concederemo l'indipendenza alle città della lega che la possedevano già quando fu stipulato il trattato, ma solo nel caso che anche gli Spartani rendano alle loro genti la facoltà di governarsi con costituzioni politiche che rispecchino le loro libere scelte non che si modellino sulle loro pressioni e a vantaggio di Sparta. Secondo le clausole del trattato, siamo disposti ad affrontare un arbitrato. Non attaccheremo, ma, attaccati, respingeremo il nemico. Questa è l'unica risposta corretta e dignitosa che la città di Atene intende fornire. Bisogna rendersi conto che la lotta è inevitabile. Tanto più veemente sarà il nostro slancio all'inizio tanto meno fieri avversari avremo contro. Dai rischi più gravi rifulge alla città e all'individuo l'onore più splendido. I nostri padri contrastarono i Persiani fino alla vittoria finale: eppure non disponevano di così imponenti risorse. Anzi, si videro obbligati ad abbandonare le loro esigue fortune: ma respinsero lo straniero, fidando più nell'intelligenza che nel caso, nell'indomabile coraggio che nel vigore delle armi E hanno elevato la potenza d'Atene a tali vette! Non dobbiamo mostrarci inferiori, ma respingere l'attacco nemico con ogni forza e cercare di lasciare ai nostri figli l'eredità di un dominio e d'un prestigio intatti."
145. Fu questa la sostanza del discorso di Pericle. Gli Ateniesi, persuasi che le sue direttive fossero le più brillanti per la contingenza politica che attraversavano, le ratificarono con il loro voto. Aderirono al Suo consiglio, modellando la risposta ufficiale agli Spartani sullo spirito complessivo del suo intervento e sulle singole considerazioni che aveva espresse e giustificate. Che cioè non avrebbero dato corso a nessuna delle intimazioni spartane e che erano invece pronti a cercare un accordo secondo il senso dei trattati, su una base di assoluta parità riguardo alle accuse che gravavano su di loro. L'ambasceria fece ritorno in patria: da quel momento non comparvero più in Atene ambasciatori di Sparta.
146. Furono questi i motivi di recriminazione e dissenso che vennero alla luce nei rapporti tra le due potenze, prima che si instaurasse lo stato di guerra. La tensione che lo precedette era la conseguenza diretta dei fatti di Epidamno e di Corcira. Le relazioni, però, non si interruppero del tutto in questo periodo: i rapporti erano anzi frequenti e non si ricorreva alla funzione mediatrice degli araldi. Ma la diffidenza tra loro era acuta: poiché quegli eventi significavano l'infrazione dei patti e fornivano motivo per lo scoppio di una guerra.