75. "Non siamo degni cittadini di Sparta per i nostri trascorsi atti di valore, e per la perspicacia dei nostri intendimenti di esercitare sui Greci l'attuale supremazia senza attirarci un'invidia e un odio così pesanti? Eppure noi l'assumemmo non con la violenza, ma poiché voi non eravate disposti ad affrontare il resto delle truppe barbare. Da noi invece si presentarono gli alleati con la spontanea preghiera di porci alla loro guida. La forza insita nei fatti ci indusse in un primo tempo a ampliare fino a questo segno il nostro dominio, soprattutto per il timore ispirato dallo straniero, in seguito per il nostro decoro, solo più tardi in vista nel nostro utile. Tenevamo ormai per poco sicuro, essendo invisi alla maggior parte degli alleati, di sottoporci al rischio di lasciarli indipendenti (avrebbero defezionato dalla parte vostra). Alcuni, dopo un tentativo di rivolta, erano già stati ridotti in condizione di sudditi, mentre voi non ci ricambiavate di pari amicizia, ma ci trattavate con sospetto e ostilità. Si concede a tutti, senza animosità, di stabilire al meglio, quando versa nei più gravi pericoli, la propria situazione.
76. "Per esempio voi, uomini di Sparta, esercitate la signoria sulle città del Peloponneso dopo averne confermati gli ordinamenti politici al vostro interesse: se, in quel tempo, perseguendo la guerra contro il barbaro fino alla sua conclusione, vi foste attirati, nel vostro dominio, un odio pari a quello che ora ci circonda, sappiamo bene che non avreste adottato meno rigide misure con gli alleati e vi sareste visti costretti o a governare con sistemi ferrei, o a rischiare voi stessi di perder l'impero. Così noi non ci siamo comportati in modo assolutamente straordinario: non ci pare estraneo alla mentalità umana, se accettammo una signoria che c'era offerta, non rinunciandovi più, sotto la spinta di tre potenti fattori: il decoro, il timore e l'utile. Non fummo noi i primi a porre in vigore questa legge, ma è universale e perenne norma che il più debole sia suddito del più forte. In aggiunta, noi ci stimiamo meritevoli del nostro dominio e tali anche a voi siamo sempre sembrati. Finché, per calcolo d'utilità ora sbandierate il concetto di giustizia. Ma chi realmente preferisce applicarlo, quando si offra l'occasione di realizzare con la forza un acquisto? Tutti procurano piuttosto d'incrementare i loro interessi. Meritano lode quanti, pur aderendo all'istinto proprio dell'uomo di dominare sugli altri si comportano con maggior giustizia rispetto alla potenza di cui dispongono. Pensiamo che se altri fossero entrati in possesso del nostro impero darebbero più chiaro risalto alla nostra moderazione, mentre dalla nostra equità è scaturito, del tutto fuori luogo, biasimo più che plauso.
77. "Sebbene infatti ci troviamo in condizioni di svantaggio rispetto agli alleati quando si discutono in casa loro processi relativi a trattati commerciali, mentre nei tribunali ateniesi vengono applicate norme del tutto imparziali, pure abbiamo fama di litigiosi. Ma nessuno esamina com'avviene che quanti posseggono in altre parti del mondo un dominio e con minor comprensione della nostra lo fanno valere sui loro alleati, non ne ricavino un tale biasimo. Chi ha licenza infatti d'usar la forza, non ha alcun bisogno di procedimenti giudiziari. I nostri alleati, per la consuetudine di intrattenere con noi rapporti d'assoluta parità, se in qualche sentenza patiscono un inaspettato rovescio o per una nostra decisione legale o per l'esercizio del nostro potere imperiale o per motivi diversi, non ci tributano gratitudine per aver conservato il più dei loro beni, ma si sdegnano per quanto vien loro sottratto, più profondamente che se noi, avendo fin dall'inizio cancellato ogni parvenza di legalità, esercitassimo sistematiche e inoppugnabili sopraffazioni. Allora neppur essi avrebbero negato la necessità che il debole sia soggetto al più forte. Quando subiscono un torto, com'è naturale, gli uomini si gonfiano di rancore più di quando sottostanno a una violenza: nel primo caso si ha l'impressione d'esser soverchiati da chi è eguale, nel secondo, di soggiacere a uno più forte. Per esempio, sottoposti dai Persiani a privazioni ben più dolorose di queste le tolleravano, ma la nostra signoria par troppo grave, è naturale; poiché la situazione presente è la più insopportabile per chi è soggetto. Se voi ci toglieste di mezzo e governaste al posto nostro, vedreste in breve tramontare il favore che ora godete, conseguenza diretta della paura che mai ispiriamo, qualora adottaste metodi uguali a quelli che lasciaste indovinare nel breve periodo di egemonia prima del conflitto persiano. Le usanze in vigore presso di voi sono incompatibili con quelle degli altri paesi e, per giunta, ognuno di voi, uscendo dalla propria città non si uniforma più ad esse, né a quelle in uso nel resto della Grecia.
78. "Ponderate la vostra decisione, che non è su questioni di piccolo momento: non vi lasciate indurre da sentimenti e recriminazioni altrui ad assumere un carico che sarebbe poi interamente vostro. Cercate di riflettere in anticipo alla dose d'imprevisto insita in una guerra, prima d'impegnarvi: una guerra, quando si prolunga, degenera di solito in un puro gioco della sorte, su cui nessuno dei due belligeranti, pari sotto questo rispetto, può esercitare un controllo, e il suo esito è sempre ignoto. Quando gli uomini entrano in guerra, si danno a precipizio all'azione: cosa che dovrebbero fare solo in un secondo momento. Solo quando subiscono le prime disfatte, si mettono a ragionare. Non abbiamo mai commesso questo errore, e vediamo che voi pure ne siete immuni. Perciò vi diciamo, fintanto che dipende ancora da entrambi la scelta di una decisione assennata, non sciogliete i patti e non trasgredite i giuramenti, risolvete le controversie secondo le convenzioni. In altro caso, ci siano testimoni gli dei che proteggono i giuramenti, se scatenerete la guerra vi respingeremo con ogni forza e coi mezzi che voi stessi ci avrete indicato."
79. Fu tale il contenuto delle parole ateniesi. Dopo aver dato ascolto alle accuse che gli alleati intentavano agli Ateniesi e all'intervento di questi ultimi, gli Spartani fecero allontanare tutti per tener consiglio, tra di loro, sullo sviluppo della situazione. I pareri dei più concordavano su un punto: il comportamento ateniese era illegale e bisognava scendere in guerra in gran fretta: ma si presenta Archidamo il loro re, considerato uomo capace e prudente, ed espone le sue osservazioni:
80. "Anch'io, o Spartani, ho esperienza di numerose guerre: come quanti vedo tra voi della mia stessa età. Quindi nessuno può desiderare la guerra per inesperienza, come a molti potrebbe accadere, né ritenerla utile e priva d'incognite. Se ponderaste saggiamente e a fondo questa guerra di cui ora si discute, trovereste che non è delle meno importanti. In confronto agli stati del Peloponneso e ai vicini, il nostro potenziale offensivo è pari, e sarebbe possibile scatenare un attacco in qualsiasi direzione, nel giro di pochissimi giorni. Ma ora la lotta è contro uomini che abitano una regione lontana e per di più espertissimi del mare; la loro preparazione militare è ottima e completa. Dispongono di possibilità finanziarie private e pubbliche, di flotte, cavalieri, armamenti, riserve d'uomini quante non esistono in nessun altro stato di Grecia, singolarmente considerato. Possono contare su un numero enorme di alleati soggetti a tributo. Come sollevare una guerra, così, alla leggera contro uomini simili? E su quali elementi fidarsi, per scaternarla a precipizio, senza adeguata preparazione? Sulla flotta? Siamo inferiori sul mare. Dovremo attendere per completare a nostra volta i preparativi bellici: ci vuol tempo. Sul denaro? Qui il nostro distacco è ancora più netto: la cassa pubblica ne è vuota e non possiamo esigerne sollecitamente dai privati.
81. "Qualcuno potrebbe alimentare i suoi propositi bellicosi con l'idea che li superiamo per armamenti e numero di soldati, e pensa che potremmo devastare il loro paese con ripetute irruzioni. Ma le terre su cui si stende il loro dominio sono molte e si riforniranno via mare di quanto mancano. Se poi cercheremo di far sollevare i loro alleati, bisognerà appoggiare i loro tentativi con le flotte, perché la maggior parte abita le isole. Che tipo di guerra condurremo dunque? Se infatti non li batteremo sul mare e non taglieremo loro l'afflusso di tributi con cui mantengono la loro forza navale, subiremo una completa disfatta. Non sarà allora decoroso per noi in queste condizioni riappacificarci, specialmente se prevarrà l'opinione che siamo stati noi i primi a sollevare la contesa. Non esaltiamoci neanche a quell'altra speranza che la guerra finirà in breve, se guastiamo il loro paese, temo piuttosto che la lasceremo in eredità ai nostri figli. Non è verosimile che gli Ateniesi, con la loro fierezza, si leghino schiavi alla propria terra né che, con la loro esperienza, si lascino piegare dalla guerra.
82. "Neppure comando di restare insensibili, e permettere che gli Ateniesi danneggino i nostri alleati, o di starli semplicemente a guardare mentre intessono le loro trame. Non agitiamo per il momento le armi. Inviamo ambasciatori ad Atene, presentiamo le nostre rimostranze: senza dichiarare troppo apertamente la nostra volontà di guerra, ma mostrando d'essere inflessibili. Nel frattempo badiamo a rafforzarci e a prepararci, procuriamoci alleati, tra i Greci e tra i barbari. Occorre che ci costituiamo una potenza navale e finanziaria (non è motivo di biasimo per quanti come noi, sono esposti agli attacchi di Atene, cercar l'appoggio non solo dei Greci, ma anche dei barbari, per salvarsi): frattanto sfruttiamo anche le nostre risorse. Se presteranno orecchio alle nostre missioni diplomatiche, tanto di guadagnato: in caso contrario nel giro di due o tre anni, se saremo ancora dell'avviso li attaccheremo forti di un allestimento militare più efficiente. Consideriamo inoltre che forse vedendo l'ampiezza dei nostri preparativi e confrontandola con il corrispondente tono delle nostre ambascerie saranno più invogliati a mostrarsi remissivi, mentre il loro paese sarà ancora incolume e le loro deliberazioni verteranno su fortune ancora intatte. Sappiate che per voi la loro terra è come un ostaggio, tanto più importante quanto meglio è coltivata: bisogna astenerci il più possibile dal rovinarla, per evitare che, spinti dalla disperazione, si difendano con più furiosa energia. Se, pressati dalla richiesta e dalle accuse degli alleati, ci risolveremo a devastare il loro paese, senza prepararci prima, guardate che non si abbattano sul Peloponneso, come coerente risultato, disonore e miseria. Le controversie tra gli stati e gli individui si possono sempre in qualche modo risolvere: ma se scoppia per motivi d'interessi particolari, una guerra comune, ché non è dato sapere come andrà a finire, non è facile uscirne con un pretesto onorevole.
83. "A nessuno sembri viltà la nostra esitazione, pur essendo in molti alleati, ad aggredire una città sola. Dispongono anch'essi di alleati non meno numerosi, che procurano loro fondi: la guerra non si combatte per lo più con le armi ma con il denaro, su cui si appoggiano le armi, soprattutto se è guerra di continentali contro gente di mare. Vediamo di procurarcene prima e molto: non lasciamoci trascinare in anticipo dalle proposte degli alleati. Poiché, qualunque sia l'esito della guerra, saremo noi a sopportarne le più gravi conseguenze, bisogna che le esaminiamo e le discutiamo con calma e in un certo tempo.
84. "La vostra lentezza e il vostro prender tempo, difetti che gli altri per lo più ci rimproverano, non vi siano motivo di vergogna. Agendo affrettatamente, terminereste l'impresa assai più tardi, per avervi posto mano senza i necessari preparativi. Eppure abitiamo una città libera e stimata da sempre. Dopo tutto, questo particolare del nostro carattere può ben essere interpretato come assennata prudenza. Per esso infatti noi soli non ci inebriamo nell'esaltazione dei successi e meno degli altri ci abbattiamo nelle sventure. Non può nulla su di noi il fascino dell'adulazione, se qualcuno intende eccitarci ad avventure rischiose oltre il limite che consideriamo ragionevole. Se altri ci pungola con i rimproveri, non per questo ci lasciamo indurre a una pronta adesione. Affondano nell'interiore equilibrio le radici della nostra virtù guerriera e della temperata saggezza. Eccelliamo nella prima perché essenzialmente dalla prudenza promana il senso dell'onore, il cui culto ispira il coraggio l'esser savi nelle nostre deliberazioni dipende strettamente dal sistema educativo cui siamo avvezzi, troppo essenziale e schietto per istillare nelle nostre menti l'irriverente sufficienza verso l'ordine legale, e troppo rigidamente severo per consentircene la trasgressione o il disprezzo. Senza dissipare la nostra intelligenza in vane e lambiccate sofisticherie senza spregiare gli armamenti del nemico con adorne parole tanto diverse dall'effettiva inerzia in cui, di solito, si risolvono, noi riteniamo che i disegni ostili non siano in sagacia inferiori ai nostri, perfettamente convinti che le impennate del caso non si possano imbrigliare e definire con la dialettica dei discorsi. In ogni circostanza la nostra preparazione militare obbedisce a un'idea fissa: che le forze nemiche sono altrettanto abili e preparate. Le nostre speranze di vittoria non si basano sulla convinzione che, prima o poi, l'avversario commetterà un errore: ma nella consapevolezza preventiva ed esatta dei nostri mezzi. Non differisce molto l'uomo dall'uomo: ma sempre è superiore colui che è stato educato alla più rigorosa disciplina.
85. "Non trascuriamo dunque questi fondamenti di vita, trasmessi dai padri, che abbiamo da sempre praticato con nostro vantaggio. Non decidiamo in fretta, nel giro di poche ore: si tratta di molte vite umane, della sorte di stati e di averi, del nostro prestigio. Ponderiamo bene: a noi è concesso, data la nostra potenza. Mandate messi ad Atene, che sollevino la discussione su Potidea, sui soprusi che gli alleati sostengono di subire, soprattutto ora che si dichiarano pronti a render ragioni: non è legale attaccare chi ha in sé questa disposizione, prima di chi commette un'aperta sopraffazione. Ma insieme preparate la guerra. Saran queste le decisioni più utili per voi, e più temibili per il nemico." Fu questo il contenuto del suo intervento. Si presenta da ultimo Stenelada, che era eforo in quel tempo, con queste parole rivolte agli Spartani:
86. "Non so che vogliano dire gli Ateniesi, con tutti quei loro bei discorsi: si son rivolti grandi lodi, è vero. Ma sul fatto che soverchiano illegalmente i nostri alleati che cosa han saputo ribattere? Se pure furono valorosi un tempo contro i Persiani, e con noi agiscono da scellerati, meritano un castigo doppio, perché il loro valore è degenerato in bassezza. Noi siamo immutati, adesso come allora; e se è vero che siamo prudenti non lasceremo nei guai i nostri alleati né indugeremo a soccorrerli: loro non hanno aspettato troppo a lungo la sventura. Gli altri si tengano pure i loro denari, le navi e i cavalli: a noi bastano bravi alleati, che non dobbiamo lasciare in mano agli Ateniesi. Né bisogna dirimere la questione con arbitrati e chiacchiere, dato che le loro aggressioni non avvengono certo a forza di chiacchiere. Corriamo in aiuto subito e con ogni mezzo. Nessuno ci venga a dire che dobbiamo riflettere, mentre subiamo un torto. Chi sta per commetterlo invece, conviene che ci pensi su a lungo. Votate dunque Spartani, in modo degno di Sparta: la guerra. Non consentite agli Ateniesi di farsi più potenti. Non lasciamo alla loro discrezione gli alleati; puniamo, col favore degli dei, chi li tormenta."
87. Dopo un tale discorso, mise egli stesso ai voti la questione, davanti all'assemblea spartana. Ma diceva di non poter distinguere quale acclamazione risuonasse più forte (votano infatti per acclamazione, non con il sassolino). Desiderando che col manifestare in modo più tangibile la loro opinione si eccitassero alla guerra, propose: "Chi di voi, Spartani, pensa che i patti siano rotti e la colpa ricada su Atene, si collochi da questa parte", e mostrava un settore dell'assemblea. "Chi è d'idea contraria da quest'altra". Alzatisi, si divisero e furono molti di più quelli che ritenevano interrotta la tregua. Fatti venire gli alleati rivelarono il responso dell'assemblea: gli Ateniesi erano colpevoli. Desideravano però invitare al voto tutti gli appartenenti alla lega, affinché, se la decisione fosse stata in questo senso, sollevassero una guerra comune. Acquisito questo risultato, gli alleati tornarono in patria e la missione ateniese si trattenne fino a espletare gli affari per cui era stata inviata. Questa deliberazione dell'assemblea, che cioè i patti dovevano considerarsi sciolti, è avvenuta nel quattordicesimo anno del trattato trentennale, stipulato dopo i fatti dell'Eubea.
88. La votazione spartana sui patti da considerarsi sciolti e sulla guerra da intraprendere, non è scaturita dall'opera di convinzione degli alleati, quanto dall'apprensione suscitata dalla potenza ateniese, in costante sviluppo. Vedevano infatti che Atene aveva le mani sulla maggior parte della Grecia.
89. Esporrò ora le circostanze che hanno preceduto e favorito l'avvento della potenza ateniese. Disfatti sul mare e nelle battaglie di fanteria, i Persiani si erano ritirati dalla Grecia; quanti di loro avevano cercato la salvezza dirigendo con la flotta a Micale, erano stati distrutti. Leotichida, re Spartano, che a Micale aveva avuto il comando sui Greci, fece ritorno in patria con gli alleati del Peloponneso. Gli Ateniesi invece e gli alleati della Ionia, e dell'Ellesponto che s'erano già ribellati al Re, proseguivano la lotta con l'assedio di Sesto, ancora in mano persiana. Svernarono laggiù e presero la città quando lo straniero l'abbandonò loro, facendo vela immediatamente dopo ciascuno verso le proprie sedi. Gli abitanti di Atene, dopo che l'invasore ebbe lasciato finalmente libero il loro paese, si dedicavano subito a ricondurvi i figli e le donne, dal luogo in cui li avevano posti in salvo, e a trasportarvi le suppellettili sottratte alla rovina. E si preparavano a far risorgere la città con le sue mura, la cui cerchia restava ancora in piedi per tratti brevissimi. Le case erano rase al suolo, quasi tutte: poche erano intatte, quelle in cui si erano sistemati i notabili persiani.
90. Gli Spartani, avuto sentore di ciò che gli Ateniesi avevano in animo di fare, inviarono messi. Vedevano di buon occhio che né Atene né alcun'altra città possedesse mura a difesa; gli alleati poi li incitavano in questo senso, temendo la potenza navale degli ateniesi, che in effetti prima non esisteva, e lo slancio guerresco di cui avevano fornito prova nella guerra persiana. Da Sparta si esigeva che Atene non elevasse mura: anzi, che collaborasse a demolire quelle che ancora cingevano le città esterne al Peloponneso. Naturalmente, i diplomatici spartani non svelavano agli Ateniesi il reale desiderio, misto a una sospettosa diffidenza, che il loro piano celava. Il pretesto era di sottrarre al barbaro, nel caso di un nuovo assalto, la possibilità di occupare teste di ponte fortificate, da cui muovere: come proprio di recente era accaduto, con Tebe. La giustificazione era che il Peloponneso costituiva un'area difensiva abbastanza ampia per tutti, e una base sufficiente per le operazioni di guerra. Ma gli Ateniesi, consigliati da Temistocle, licenziarono in gran fretta i messi spartani con le loro proposte, ribattendo che avrebbero inviato loro un'ambasceria a trattare della questione. Temistocle propose d'inviar lui, al più presto: scegliessero con calma gli altri componenti la missione e non li facessero partire subito. Era preferibile trattenerli fin quando il muro in costruzione si fosse elevato fino all'altezza necessaria per una difesa accettabile. Dovevano collaborare tutti senza distinzione, donne e fanciulli, alla fabbrica, ricavando da qualsiasi edificio, fosse privato o pubblico, senza riguardi, i materiali che risultassero utili all'opera, anche se si rendesse indispensabile demolire la città intera. Dopo aver disposto queste istruzioni, aggiunse che al resto avrebbe pensato da sé, e si mise in cammino. A Sparta prendeva tempo, non si presentava alle autorità, interponeva pretesti e giustificazioni. Quando qualche notabile spartano gli faceva chiedere perché tanto ritardo nel presentarsi, la sua risposta era che stava attendendo i colleghi di missione, probabilmente trattenuti ad Atene da qualche affare improvviso, ma ch'era certo della loro venuta, ormai imminente: si stupiva anzi che non fossero ancora arrivati.
91. Lo ascoltavano e gli davano credito, per il sentimento d'amicizia che ispirava loro. Ma quando incominciarono a venir altri da Atene, a denunciare senz'ombra di dubbio che la città si fortificava di mura ed i lavori erano già a buon segno, non era più possibile nutrire incertezze. Le voci approdano anche a Temistocle, che li esorta a non dar troppo credito alle chiacchiere: mandino invece ad Atene uomini loro, fidati, che vedano pure con i propri occhi, e tornino a riferire notizie finalmente chiare. Così fanno: ma intanto, in gran segreto, Temistocle spedisce ad Atene un suo uomo, con l'ordine di trattenerli il più a lungo possibile senza darne l'aria, e di non rilasciarli fino al loro ritorno (lo avevano raggiunto a Sparta i colleghi, Abronico figlio di Lisicle e Aristeide, figlio di Lisimaco, con la notizia che il muro era già a un livello rispettabile). Una vaga inquietudine lo molestava, che gli Spartani non avrebbero permesso loro di rimpatriare, quando fossero stati perfettamente certi di come si evolvevano le cose. Come Temistocle aveva consigliato, gli Ateniesi trattenevano gli ambasciatori: egli, recatosi dai magistrati di Sparta, rivelava ora senza reticenze che la sua città era protetta da una cerchia di mura, sufficiente alla difesa di tutti gli abitanti. Se gli Spartani o gli alleati volevano mandar loro ambasciatori, tenessero conto che avrebbero trattato con gente ben decisa a riconoscer distinti in futuro gli interessi propri da quelli comuni dei Greci. Quando s'eran risolti ad abbandonar la città e ad imbarcarsi, la decisione era sorta spontanea, e non ci fu nessun bisogno del consiglio spartano per osare. Inoltre, in ogni deliberazione concepita in accordo con loro, non erano mai risultati meno valenti in accortezza politica. In questo momento, ritenevano più sicuro per la propria città possedere una cinta murale, che più avanti avrebbe certo mostrato la propria utilità non solo per i cittadini d'Atene ma per tutti i loro alleati. Non era concepibile infatti di risolversi in futuro a qualche impresa comune, cui tutti partecipassero in condizioni di assoluta parità, se non si disponeva, fin dal principio, di potenziali bellici equivalenti. O entravano nell'ordine di idee che tutti gli alleati fossero sguarniti di difese murali, o accettavano di buon animo la nuova situazione, convinti della sua giustezza.
92. Gli Spartani stanno a sentire questo discorso senza dimostrare un'aperta animosità verso gli Ateniesi (scopo ufficiale delle loro ambascerie non era infatti di frapporre ostacoli alla costruzione delle mura, ma di consigliarli in amicizia dichiaravano, soprattutto allora che i loro rapporti erano ottimi, in virtù della decisione con cui Atene aveva fronteggiato lo straniero). Ma copertamente erano gonfi di livore per aver fallito nel loro disegno. Senza ulteriori proteste le due missioni tornarono in patria.
93. In questo modo gli Ateniesi si erano fortificati di mura in brevissimo tempo. È ancor oggi evidente che la costruzione è stata condotta in gran fretta. Le fondamenta infatti e le parti inferiori poggiano su strati di pietre grezze, di ogni forma talvolta neppure levigate per adattarle, ma disposte l'una accanto all'altra, come via via le venivano gettando. Sono state giustapposte perfino stele tombali e lastre, già lavorate per destinazioni diverse. Il perimetro della cerchia è stato ampliato ovunque oltre i confini precedenti della città e perciò devono aver ammassato ogni specie di materiale, nella febbre di concludere in fretta. Fu Temistocle ad esortarli a completare anche le opere difensive del Pireo (vi s'era posto mano già prima, nell'anno del suo arcontato). Riteneva adatta quella località, che disponeva di tre ripari naturali, ed era convinto che lo sviluppo d'Atene sul mare sarebbe stato di fondamentale importanza per la crescita della sua potenza politica (fu sua infatti l'originale audacia di proporre il mare come campo d'espansione per il futuro d'Atene) e collaborò subito a gettarne le fondamenta. Seguendo il suo piano, sorsero le mura, di cui ancor oggi è dato rilevare la larghezza, intorno al Pireo: due carri potevano trasportarvi il loro carico di massi, incrociandosi per poi procedere in direzioni opposte. L'interno non consisteva di ghiaia o di argilla, ma di enormi pietre squadrate e regolarmente giustapposte, connesse salde da ganci di ferro all'esterno e da piombo fuso nelle fessure. L'altezza fu elevata fino a metà dell'originario progetto. Era desiderio di Temistocle di contrapporre agli eventuali attacchi del nemico l'altezza imponente e lo spessore del baluardo. Riteneva che sarebbe così bastata la guardia di un gruppo ristretto d'uomini, i meno validi. Gli altri avrebbero preso posto sulle navi. Il suo pensiero era costantemente incentrato sulla flotta: era convinto, a mio parere, che un'eventuale armata del Re avrebbe più facilmente aggredito dal mare che da terra. Perciò considerava il Pireo più utile e sicuro della città alta e andava spesso proponendo ai suoi concittadini questo consiglio; nel caso di un attacco dal continente, si trasferissero giù nel Pireo e contrastassero qualunque nemico con la flotta. Così Atene si armò di fortificazioni e mise a punto gli altri dispositivi di difesa, dopo la ritirata dei Persiani.
94. Pausania, figlio di Cleombroto, era partito da Sparta per assumere il comando delle forze greche con venti navi del Peloponneso. Le affiancavano trenta navi ateniesi e un numero consistente di alleati. La spedizione era rivolta contro Cipro e gran parte dell'isola fu sottomessa. Si diressero poi verso Bisanzio, ancora possesso persiano, e vi posero l'assedio, agli ordini di Pausania.
95. La condotta prepotente di quest'uomo aveva già suscitato non lieve malumore negli altri Greci ma soprattutto negli Ioni e in quelli che si erano da poco affrancati dal dominio del Re. Presero quindi ad insistere con gli Ateniesi, affinché assumessero loro il comando, per i vincoli di stirpe che li univano, e non permettessero a Pausania di accanirsi in quel modo su di loro. Gli Ateniesi si mostrarono ben disposti a dar loro soddisfazione, lasciando intendere che non avrebbero tollerato nessun atteggiamento prevaricatore. Quanto al resto, avrebbero disposto nel senso a loro più vantaggioso. Quand'ecco, gli Spartani richiamano Pausania per interrogarlo sui fatti di cui è giunta voce. Sono molte e pesanti le critiche sollevate dai Greci che di tanto in tanto giungono a Sparta, sui suoi arbitri e illegalità. L'esercizio del suo comando ha piuttosto l'aria di modellarsi sulla tirannide. La citazione in tribunale lo raggiunge proprio nel momento in cui gli alleati, tranne le truppe del Peloponneso, passano agli Ateniesi, per l'odiosità che ispirava. A Sparta, fu ritenuto colpevole di certe irregolarità a danno di privati, ma sciolto dalle più gravi accuse: era principalmente imputato di sospetta inclinazione verso la Persia e, pareva, senza ombra di dubbio. Comunque, non è più proposto capo delle spedizioni armate. Sparta manda Dorchis, e altri colleghi di carica, con un ristretto contingente. Ma neppure a costoro gli alleati commisero più il supremo comando. Intuito il clima che li circondava, tornarono a Sparta, che in seguito non inviò più altri comandanti, nel dubbio che, fuori del suo controllo, degenerassero, come insegnava l'esperienza patita con Pausania. Gli Spartani volevano anche chiudere con la guerra persiana: riconoscevano agli Ateniesi, legati in quel momento da rapporti d'amicizia con loro, le doti di comando atte a perfezionare l'impresa.
96. Accettato in tal modo il comando che le forze alleate, avverse a Pausania, avevano loro spontaneamente offerto gli Ateniesi disposero l'entità delle quote in denari o armamenti navali, con cui ogni città doveva singolarmente contribuire alla comune lotta contro lo straniero. Fine dichiarato era quello di dar corpo a una lega che, devastando i paesi del Re, vendicasse le sofferenze patite. S'istituì per la prima volta allora, con sede in Atene, la carica di Ellenotami, con l'ufficio di esigere il "contributo" (si definì così il versamento contributivo in denaro, cui erano tenuti gli alleati). Il primo "contributo" fu fissato in quattrocentosessanta talenti. La tesoreria della lega era situata a Delo e le assemblee si radunavano nel sacro recinto.
97. Egemoni di una lega alleata, in cui vigeva dapprima l'indipendenza dei singoli membri, e l'uso di deliberare in assemblee plenarie, gli Ateniesi conseguirono una serie di progressivi successi militari, diplomatici e, più ampiamente, politici, nell'intervallo di tempo tra questa guerra e quella persiana, impegnati nella lotta contro il barbaro, contro gli alleati che manifestassero disegni di defezione e contro le città del Peloponneso che, di volta in volta, trovassero come ostacolo sulla loro strada. Ho descritto queste imprese aprendo una digressione nell'esporre la mia storia, in quanto tutti coloro che prima di me si sono occupati di opere storiche hanno trascurato questo spazio di tempo, concentrandosi o sull'epoca anteriore alla guerra persiana o propriamente su quest'ultima. Solo Ellanico, nella sua "Storia dell'Attica" ha toccato di scorcio l'argomento, ma troppo in breve e senza esattezza cronologica. Nello stesso tempo, si avrà dimostrazione di come si sia venuta costituendo la signoria d'Atene.
98. Come prima impresa, gli Ateniesi agli ordini di Cimone figlio di Milziade, occuparono e ridussero in servitù Eione, un possesso persiano sullo Strimone. In seguito assoggettarono Sciro, isola dell'Egeo dimora dei Dolopi e vi collocarono una loro colonia. Intrapresero poi una guerra contro i Caristi da soli, senza l'intervento delle altre città dell'Eubea e dopo un certo tempo vennero a un accordo. Organizzarono una campagna contro i Nassi, che erano in rivolta, e li piegarono con un assedio, primo esempio di una città alleata asservita contro i trattati in vigore nella lega, seguita poi via via da altre, in tempi e circostanze diverse.
99. Tra i numerosi motivi di defezione, primeggiavano il mancato versamento del "contributo", il rifiuto di consegnare le navi e la renitenza al servizio armato, quando toccava. Gli Ateniesi procedevano con inflessibilità; perciò le loro pretese pesavano intollerabili su gente che, non avvezza e meno disposta a durar fatiche, si vedeva costretta da un'energia ferrea a subire le privazioni e le miserie di una guerra continua. Anche per altri e diversi motivi gli Ateniesi esercitavano il comando non più circondati dal consueto favore. Non partecipavano infatti in parità di condizioni alle campagne: per loro era immensamente più facile piegare i ribelli. Ma di questo stato di cose si rendevano responsabili gli alleati stessi: per la loro renitenza al servizio armato, la maggior parte di essi, per poter restare a casa, si lasciava imporre il pagamento di una somma pari in valore alle navi non corrisposte. In tal modo cresceva la potenza navale degli Ateniesi, che vi impegnavano i fondi derivati dalle varie contribuzioni, e gli alleati quando accennavano a un tentativo di rivolta, si trovavano in guerra senza preparazione né esperienza.
100. Si è svolto, dopo tali avvenimenti, lo scontro di fanteria e di navi sull'Eurimedonte, fiume della Pamfilia, di Ateniesi e alleati contro i Persiani, con la vittoria ateniese ottenuta nello stesso giorno su entrambi i fronti, sotto gli ordini di Cimone, figlio di Milziade. Catturarono e distrussero circa 200 triremi fenicie. In un tempo successivo si verificò la rivolta dei Tasi, causata da controversie attinenti certi empori commerciali dislocati sulla costa della Tracia, loro antistante, e alla miniera che possedevano. Gli Ateniesi fan vela a Taso, danno battaglia con le navi e dopo il successo effettuano uno sbarco sul territorio nemico. Circa in quel tempo inviarono sullo Strimone diecimila coloni dei loro e alleati con l'intento di colonizzare la località detta allora Nove Vie, ora Anfipoli. Occuparono Nove Vie prima possesso degli Edoni; ma avanzati in terra di Tracia furono distrutti a Drabesco Dodonica dalle forze collegate dei Traci, che interpretavano la fondazione di una colonia in quel luogo, Nove Vie, come atto di scoperta ostilità.
101. I Tasi, sbaragliati sul campo e cinti d'assedio, invocarono il soccorso spartano, pretendendo che Sparta, per provvedere alla loro difesa e vendetta invadesse l'Attica. Quelli rispondevano con promesse, segrete agli Ateniesi, ma il loro effettivo intervento fu impedito da un terremoto, in occasione del quale esplose anche la rivolta degli Iloti dei Perieci di Turia e degli Etei, che si rifugiarono a Itome. La maggior parte degli Iloti discendeva dagli antichi Messeni, ridotti schiavi in tempi lontani: perciò avevano tutti il nome di Messeni. Sparta dovette così sostenere una guerra contro quelli che si erano asserragliati in Itome, con la conseguenza che i Tasi dopo tre anni d'assedio, si arresero agli Ateniesi a condizione di demolire le loro mura e consegnare le navi. Versarono immediatamente la dovuta imposta, con l'impegno di contribuire in modo regolare per il futuro. Persero i possessi del continente e la miniera.
102. La guerra contro i rivoltosi chiusi in Itone si trascinava per le lunghe, finché Sparta decise di chiedere man forte agli alleati tra cui agli Ateniesi, che si presentarono con un esercito numeroso, agli ordini di Cimone. Il loro aiuto era il più richiesto, poiché avevano fama di esperti ed abilissimi nelle operazioni di assedio, ma essendosi questo, intorno a Itome, protratto già a lungo, il loro vanto parve impari alle effettive qualità militari: altrimenti avrebbero conquistato la rocca d'impeto. Emerse drammaticamente per la prima volta in occasione di questa campagna l'attrito tra Spartani e Ateniesi. La tenacia della piazzaforte, imprendibile di slancio e la molesta diffidenza istillata dalla sciolta audacia del carattere degli Ateniesi e dalla loro sovversiva inclinazione alle novità (mista al netto sentimento di appartenere a stirpi diverse) suscitavano non lieve inquietudine negli Spartani. Li tormentava il timore che protraendo l'assedio, il contatto con i ribelli di Itome ispirasse agli Ateniesi chissà che eversiva e rivoluzionaria macchinazione. Perciò idearono di rinunciare al loro aiuto, e di contare su tutti gli altri alleati. Naturalmente non rivelarono il sospetto che li agitava, limitandosi ad osservare che il loro appoggio era divenuto superfluo. Gli Ateniesi intuirono immediatamente che quello era un puro pretesto, neppure il più abile, per allontanarli. Certo doveva esser sorto qualche diverso e non dichiarato motivo di diffidenza nei propri riguardi: ne concepirono una sdegnata amarezza, convinti nell'intimo di non meritare una offesa tanto bruciante da quelli di Sparta. Al loro ritorno in Atene seguì l'immediato scioglimento del patto difensivo attuato con Sparta contro i Persiani, e la creazione di una nuova sfera d'intese politico militari con gli Argivi, i nemici più accaniti di Sparta, e contemporaneamente con i Tessali: un blocco di alleanze sancito da giuramenti comuni.
103. In Itome si resisteva da dieci anni, finché, non potendo più reggere lo sforzo della difesa, i ribelli scesero a trattare con gli Spartani, ottenendo di partire, sotto garanzia d'incolumità, dal Peloponneso, a patto di non tentarvi mai più il ritorno. Chi di loro fosse sorpreso in quella terra, sarebbe stato schiavo di chi l'avesse arrestato. Ancor prima della guerra un vaticinio di Apollo Pizio aveva ingiunto agli Spartani che presso di loro fosse sempre lasciato andare chi si fosse appellato supplice a Zeus di Itome. Uscirono dunque dalla fortezza e da quel paese con i figli e le donne: furono accolti dagli Ateniesi che, pieni di rancore contro gli Spartani, li collocarono come coloni a Naupatto, un'isola che avevano recentemente occupato, un antico possesso dei Locri Ozoli. Anche quelli di Megara cercarono l'appoggio dell'alleanza ateniese, dopo essersi staccati da Sparta, in quanto i Corinzi li tenevano impegnati in una lunga guerra per questioni di confine. Così gli Ateniesi s'impossessarono di Megara e di Peghe, elevarono in difesa dei Megaresi le lunghe mura che collegano la città al porto di Nisea, guarnendole con proprie scorte armate. L'accanita avversione che divise poi sempre Ateniesi e Corinzi, deve essenzialmente a questo fatto la sua prima origine.
104. In quel tempo Inaro figlio di Psammetico, di razza libica, signore dei Libici che confinano con l'Egitto, partendo da Marea, la città soprastante Faro, istigò la maggior parte dei centri d'Egitto a sollevarsi contro il re Artaserse, e divenuto lui stesso re sollecitò l'appoggio degli Ateniesi. Costoro (si trovavano sulla rotta per Cipro, con duecento navi da guerra, tra le loro e quelle degli alleati) accorsero, trascurando l'impresa di Cipro. Entrarono con la flotta nel Nilo, lo risalirono e ne sottoposero a controllo il corso, occuparono i due terzi della città di Menfi e sferrarono un attacco a quell'ultimo settore urbano che ha nome Mura Bianche, dove si erano ritirati i Medi e i Persiani che avevano trovato salvezza nella fuga e quanti tra gli Egizi non avevano aderito all'insurrezione.
105. Intanto un gruppo di soldati ateniesi, sbarcato ad Alie, si scontrò con Corinzi ed Epidauri, uscendone disfatto. Tempo dopo gli Ateniesi attaccarono una squadra di navi del Peloponneso nelle acque di Cecrifalea e la sconfissero. Esplose poi una guerra tra Egina ed Atene ed ebbe luogo un ingente scontro navale nel mare di Egina. I belligeranti erano affiancati dai rispettivi alleati. La vittoria fu degli Ateniesi con la cattura di settanta navi. Segui uno sbarco in territorio nemico e un assedio, condotto da Leocrate figlio di Strebo. Poco tempo intercorse e i Peloponnesi, impegnatisi alla vendetta e alla difesa di Egina, mobilitarono trecento opliti, già truppe ausiliarie dei Corinzi e degli Epidauri, trasportandoli sull'isola. Nel frattempo i Corinzi con gli alleati avevano occupato la catena montagnosa di Gerania e di lì erano calati nella Megaride, calcolando che sarebbe riuscito impossibile agii Ateniesi accorrere alla difesa di Megara, poiché molte delle loro milizie erano dislocate parte ad Egina, parte in Egitto. La loro speranza era anche che, quand'anche spedissero forze in soccorso, dovessero togliersi da Egina. Ma gli Ateniesi non spostarono il contingente stanziato ad Egina: furono i più anziani e i più giovani, cioè quelli rimasti in città, a partire per Megara, sotto gli ordini di Mironide. La mischia con i Corinzi si risolse con un esito sostanzialmente equilibrato; i due eserciti si separarono, persuasi entrambi di non aver riportato la sconfitta in campo. Furono gli Ateniesi che, a dire il vero, avevano conseguito un nuovo vantaggio) a elevare un trofeo dato l'allontanamento delle truppe corinzie, mentre questi ultimi, tacciati di codardia dai più anziani rimasti in città, e dopo essersi riorganizzati, trascorsi circa dodici giorni, ritornarono a contrapporre a quello ateniese anche un proprio trofeo, per significare che il successo era toccato a loro. Frattanto gli Ateniesi irrompono da Megara e annientano l'esiguo gruppo di quelli che si occupavano del trofeo da erigere; si scontrano anche con gli altri, sconfiggendoli.
106. I Corinzi battuti ripiegavano. Un gruppo piuttosto consistente, cedendo alla pressione nemica, si precipita in rotta in direzione sbagliata e piomba in un terreno di proprietà privata, delimitato intorno da un fossato fondo e ampio, privo di vie d'uscita. Gli Ateniesi non tardarono a intuirlo: lo bloccarono di fronte con gli opliti e schierati intorno al fosso, a cerchio, quelli di armatura leggera, fecero lapidare fino all'ultimo i nemici incappati in quella trappola. Fu un disastro gravissimo per Corinto. Il nerbo dell'esercito riuscì tuttavia a tornare a casa.
107. Fu circa a quell'epoca, che gli Ateniesi posero mano alla costruzione delle lunghe mura, collegando la città al mare, da una parte fino al Falero, dall'altra al Pireo. Apprendendo che i Focesi avevano invaso la Doride, madrepatria degli Spartani, con obbiettivo Beo, Citinio ed Erineo, cittadine di cui avevano già occupato la prima, Sparta inviò truppe di soccorso a quelli di Doride, agli ordini di Nicodemo figlio di Cleombroto, che sostituiva il re Pausania, figlio di Plistoanatte, ancor troppo giovane: si mossero millecinquecento opliti dei loro e diecimila alleati. Costrinsero in breve i Focesi alla resa e alla restituzione della città. Concluse le operazioni decisero il rientro in patria. Non era facile: la flotta ateniese, che aveva effettuato il periplo del Peloponneso, stazionava nel golfo Criseo, pronta a bloccarli se avessero tentato la traversata in quel tratto di mare. Anche il ritorno via terra, attraverso le alture Geranie, non pareva cammino esente da rischi, con gli Ateniesi che presidiavano Megara e Peghe. Era tra l'altro una strada dirupata, quasi impraticabile, guardata in permanenza da postazioni ateniesi, e s'era sparsa la notizia che anche per quella parte gli Ateniesi si preparavano a ostacolarli. Non rimaneva pertanto che temporeggiare in Beozia, vagliando accuratamente le prospettive di ritorno che presentassero meno gravi pericoli. Non mancarono perfino uomini d'Atene che, con trattative segretissime, li incitavano a dirigersi da loro: avevano speranze di soffocare il partito democratico e far sospendere l'erezione delle lunghe mura. Si presentarono ad affrontarli a un tratto gli Ateniesi al completo, con mille Argivi e con i singoli effettivi provenienti da ciascun paese della lega: si ritrovarono in campo quattordicimila uomini. Li animava la certezza che il nemico si dibattesse in gravi difficoltà, non avendo via d'uscita: per questo, e per la diffusa impressione che qualche complotto si stesse tramando per rovesciare la democrazia scatenarono l'attacco. Si posero a disposizione degli Ateniesi anche i cavalieri Tessali, secondo il testo dell'alleanza, ma passarono al nemico appena s'accese lo scontro.
108. La battaglia divampò in località Tanagra, in Beozia: la vittoria tocca a Sparta e ai suoi, ma le perdite sono ingenti sui due fronti. Gli Spartani si misero subito in marcia per la Megaride, ne raggiunsero e devastarono il territorio, rientrarono in patria per le alture della Gerania e attraverso l'istmo. A sessantadue giorni dalla battaglia, gli Ateniesi con lo stratego Mironide aggredirono i Beoti e sconfittili presso Enofita dilagarono per la Beozia e la Focide, fecero demolire le muraglie a difesa di Tanagra, intimarono ai Locri Opunzi l'immediata consegna di cento ostaggi scelti tra i concittadini più facoltosi. Perfezionarono in quel tempo la fabbrica delle lunghe mura. Non molto dopo questi fatti anche quelli di Egina cedettero agli Ateniesi: subirono l'abbattimento del loro muro, la consegna delle navi, l'imposizione di un tributo da versare in seguito per sempre. Compivano frattanto gli Ateniesi il periplo del Peloponneso, sotto il comando di Tolmide, figlio di Tolmeo. Riuscirono a incendiare l'arsenale spartano, a occupare Calcide, un centro corinzio, a piegare i Sicioni in uno scontro, seguito a uno sbarco sulla loro terra.
109. Gli Ateniesi e gli altri della lega, impegnati in Egitto, vi si trattenevano già da gran tempo protagonisti di alterne vicende di guerra. In una prima fase, gli Ateniesi erano riusciti a impadronirsi dell'intera estensione dell'Egitto, quando il re mandò a Sparta un persiano, tale Megabazo, fornendolo di risorse finanziarie ingenti con l'intento di indurre i Peloponnesi a invadere l'Attica, e la conseguente speranza che gli Ateniesi fossero costretti a sgomberare dall'Egitto. Missione improduttiva la sua, con il denaro che s'involava per vie traverse, senza effetto: sicché Megabazo, con l'oro che gli restava, rimpatriò. Al posto suo e dell'oro, il re spedisce Megabizo, figlio di Zopiro, e un esercito potente. Al suo arrivo costui annientò gli Egizi e gli alleati in una battaglia terrestre: strappò da Menfi i Greci e li incalzò fino a bloccarli sull'isola Prosopitide, e ve li tenne assediati per un anno e sei mesi. Alla fine, prosciugando il canale con la deviazione delle sue acque, ridusse in secca le navi ateniesi e, congiunta al continente la maggior parte dell'isola, vi condusse le sue milizie e la prese.
110. Dopo sei anni di lotta le forze greche patirono quella rovinosa disfatta: furono pochi, dei molti ch'erano partiti, a trovare salvezza a Cirene, attraverso la Libia. I più erano caduti. L'intero Egitto tornò sotto il dominio del re, tranne Amirteo, che signoreggiava ancora sulle paludi, intorno al corso inferiore del Nilo. Le milizie del re, non erano in grado di occupare questa che è la zona più ampia del paese e che ospita gli abitanti della palude, i più accaniti combattenti d'Egitto. Il signore di Libia, Inaro, autore del complesso moto insurrezionale in Egitto, catturato con il tradimento, fu ucciso con il supplizio del palo. Intanto, cinquanta triremi ateniesi e di altri alleati, che recavano truppe fresche in Egitto, approdarono alla foce di Mendes, completamente ignare degli ultimi sviluppi. Da terra si scagliarono su di loro le fanterie nemiche, dal mare un contingente di Fenici distrusse la maggior parte della flotta; il resto, un minimo numero di navi, si volse in fuga, a precipizio, sulla via del ritorno. Fu questa la conclusione dell'imponente sforzo bellico che gli Ateniesi e i loro alleati avevano prodotto in terra egizia.
111. Oreste, figlio del re tessalo Echecrate, tentò d'indurre Atene a rimpatriarlo. Mobilitate le milizie beote e focesi, allora alleate, gli Ateniesi marciarono su Farsalo, città tessala. Presero a occupare il territorio, senza tuttavia allontanarsi troppo dall'accampamento, poiché i cavalieri tessali lo impedivano. Ma non riuscirono a conquistare la città, né a conseguire qualcuno degli obiettivi in vista dei quali avevano organizzato la spedizione. Dovettero rimpatriare, con Oreste e a mani vuote. Non passò molto tempo e mille ateniesi, equipaggiate le navi all'ancora presso Peghe, (la base era ancora in mano agli Ateniesi), sfilarono lungo la costa, fino a Sicione, al comando di Pericle, figlio di Santippo..Effettuarono uno sbarco e quelli di Sicione, che tentavano di opporsi, furono battuti in uno scontro. Mobilitarono in fretta, subito dopo, gli Achei e attraversato con loro il braccio di mare che li separa dall'Acarnania si diressero a Eniade, la assediarono, ma senza successo. Seguì subito il rientro in patria.
112. Trascorrono tre anni da questi fatti d'armi, e tra Ateniesi e Peloponnesi si stipula un patto quinquennale. L'asse degli interessi militari ateniesi si spostò quindi dalla Grecia, orientandosi su Cipro. Cimone, con una flotta di duecento navi ateniesi e alleate, assunse il comando della nuova impresa. Sessanta navi furono però dirottate in Egitto, su richiesta di Amirteo, che regnava ancora sulle paludi; le altre si accingevano al blocco di Cizio. La morte di Cimone e l'imperversare di una carestia li indussero a ripiegare da Cizio. Incrociando nelle acque di Salamina Cipria, vennero a contatto con forze fenicie ciprie e cilicie, impegnandole in mare e in uno scontro terrestre. Vinsero sui due fronti e ripresero la rotta verso la patria: erano con loro anche le navi reduci dalla diversione in Egitto. Nel periodo successivo a questo gli Spartani intrapresero la guerra cosiddetta sacra. Si impadronirono del santuario di Delfi e lo riconsegnarono agli abitanti del paese. Non impiegarono gran tempo gli Ateniesi, dopo la loro partenza, a comparire con un esercito, riprendere il santuario e riconsegnarlo ai Focesi.
113. Poco dopo gli ultimi avvenimenti narrati i fuoriusciti Beoti che tenevano Orcomeno, Cheronea, e qualche altra piazzaforte della regione, subirono l'urto di mille opliti ateniesi con il rinforzo di singoli reparti alleati, agli ordini di Tolmide, figlio di Tolmeo. La conquista di Cheronea e l'asservimento dei suoi abitanti segnò l'esito di quest'impresa: in Beozia rimasero guarnigioni ateniesi. Mentre gli altri, poco fuori Cheronea, sono in marcia per rientrare, si vedono piombare addosso i profughi beoti di Orcomeno spalleggiati dai Locri, dagli esuli eubei e da quanti partecipavano con loro della stessa fede politica. L'assalto ebbe successo: il contingente ateniese fu annientato, pochi i prigionieri vivi. Gli Ateniesi lasciarono libero tutto il territorio beota, concludendo un trattato che consentiva il recupero dei loro uomini, prigionieri o caduti. I fuoriusciti beoti rimpatriarono e con tutti gli altri riacquistano l'indipendenza.
114. Non intercorse molto tempo da questi ultimi avvenimenti alla ribellione esplosa in Eubea. Pericle era già passato nell'isola con un corpo di spedizione ateniese, quando la raggiunsero preoccupanti notizie, che cioè anche Megara si era sollevata, che i Peloponnesi preparavano un'invasione in Attica, che le guarnigioni ateniesi erano state annientate da quelli di Megara, tranne i pochi che erano riusciti a trovar scampo a Nisea. I ribelli di Megara avevano sollecitato rinforzi da Corinto, Sicione, Epidauro. Pericle procedeva allora all'immediato rientro del suo esercito d'Eubea. Quasi contemporanea scattò l'invasione dell'Attica da parte dei Peloponnesi, che agli ordini di Pausania, re spartano, penetrarono fino a Eleusi e a Trio, devastando il paese. L'avanzata non si spinse oltre; rientrarono così alle basi di partenza. La circostanza si offrì propizia ad Atene per effettuare un secondo sbarco in Eubea. Con Pericle stratego l'assoggettarono intera, sistemando conformi ai loro interessi gli ordinamenti politici dei vari centri isolani, mediante trattati: solo gli Estiei furono espulsi e costretti a cedere la loro terra.
115. Dopo il rimpatrio delle forze ateniesi che avevano operato in Eubea, furono sanciti con Sparta e i suoi alleati) patti di pace trentennali, tra cui si contemplava la riconsegna di Nisea, Peghe, Trezene e l'Acaia, tutte località peloponnesiache ancora in possesso di Atene. Trascorsi cinque anni, scoppiò tra quelli di Samo e i Milesi una guerra per Priene: la sconfitta patita in campo militare dai Milesi li indusse a spedire una missione ad Atene, che esprimesse con forza le loro rimostranze contro i Sami. Vi si aggregavano anche cittadini di Samo stessa, desiderosi di rivolgimenti politici in patria. Gli Ateniesi, convinti, comparvero a Samo con quaranta navi, vi istituirono una costituzione democratica, garantendosi con cinquanta giovani presi in ostaggio e altrettanti uomini, trasportati al sicuro nell'isola di Lemno. Stabilitavi una guarnigione, gli altri rientrarono. Alcuni di Samo però, incapaci di tollerare oltre quel clima politico, esularono nel continente. Ottenuto il sostegno dei personaggi in quel momento al vertice della vita politica cittadina e l'alleanza militare di Pissutne, figlio di Istaspe, signore in quell'epoca di Sardi, raccolto un corpo di circa settecento ausiliari, una notte passarono a Samo. L'attacco al partito democratico fu la loro prima azione, con l'immediato arresto dei personaggi più considerevoli: procedettero subito dopo alla liberazione dei loro ostaggi, rinchiusi in Lemno, e alla ribellione aperta contro Atene, consegnando a Pissutne i componenti le guarnigioni e le autorità ateniesi che soggiornavano a Samo. Infine, si accingevano a una rapida preparazione della campagna contro Mileto. Si sollevarono anche quelli di Bisanzio, sul loro esempio.
116. Alla notizia, gli Ateniesi misero sulla rotta per Samo sessanta navi da guerra, tra cui però sedici fecero vela parte verso la Caria, per sorvegliare le mosse della flotta fenicia, il resto verso Chio e Lesbo, per presentare una richiesta d'aiuto. Con le altre quarantaquattro, Pericle con altri nove strateghi, impegnò in una mischia, nelle acque di Traghia, settanta navi dei Sami, tra cui venti adibite a trasporti militari (stavano tutte tornando da Mileto). La vittoria fu ateniese. Quaranta navi di rinforzo salparono subito da Atene e venticinque giunsero da Chio e da Lesbo. Dopo lo sbarco e una vittoria conseguita in uno scontro terrestre, procedevano all'assedio della città con l'erezione di mura sui tre lati di essa, e bloccando dal mare il quarto. Pericle, dalla flotta che partecipava all'assedio, prelevò sessanta navi per accorrere a tutta forza verso Cauno in Caria, da dove era giunta notizia che unità fenicie muovevano contro di loro. Infatti anche da Samo, Stesagora ed altri erano salpati con cinque navi per congiungersi con la flotta fenicia.