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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Primo - I

1. Tucidide d'Atene descrisse la guerra tra Peloponnesi e Ateniesi, come combatterono fra loro. Mise subito mano alla stesura dell'opera, dallo scoppio della guerra, che prevedeva sarebbe stata grave, anzi la più degna di memoria tra le precedenti. Lo deduceva dal fatto che i due popoli vi si apprestavano all'epoca della loro massima potenza e con una preparazione completa osservava inoltre il resto delle genti greche schierarsi con gli uni o con gli altri, chi immediatamente, chi invece meditando di farlo. Fu senza dubbio questo l'evento che sconvolse più a fondo la Grecia e alcuni paesi barbari: si potrebbe dire addirittura che i suoi effetti si estesero alla maggior parte degli uomini. Infatti, sugli avvenimenti che precedettero il conflitto e su quelli ancor più remoti era impossibile raccogliere notizie sicure e chiare, per il troppo distacco di tempo; ma sulla base dei documenti, cui l'indagine più approfondita mi consente di prestar fede, ritengo che non se ne siano verificati di considerevoli, né sotto il profilo militare, né per altri rispetti.

2. E risulta infatti evidente che la terra chiamata ai nostri giorni Grecia non era in tempi antichi abitata stabilmente, ma in principio vi si succedevano migrazioni e le singole genti, premute da popoli di volta in volta più numerosi, abbandonavano con facilità le loro sedi. Non vi era commercio; né esistevano relazioni reciproche sicure per terra o attraverso il mare. Ciascuno lavorava il proprio podere quant'era necessario a ricavarne il vitto: senz'accumulo di capitale e senza coltivare piantagioni, nel dubbio che una volta o l'altra qualche nuovo venuto li depredasse con improvvisa aggressione, poiché, tra l'altro, non si fortificavano con mura. Inoltre, convinti di poter ottenere dovunque il cibo di volta in volta sufficiente per un giorno, mutavano residenza senza difficoltà. Perciò non possedevano la potenza costituita dalle città grandi e dagli altri dispositivi militari. In particolare erano i territori migliori di questo paese a subire l'avvicendarsi continuo degli abitanti: la regione che ora ha nome Tessaglia, la Beozia e gran parte del Peloponneso, tranne l'Arcadia; del resto, quelle terre che erano più fertili. Infatti, l'accrescersi in alcune genti della loro potenza, in virtù del suolo eccellente, era motivo al loro interno di discordie che ne causavano naturalmente la rovina. Al tempo stesso, erano esposti agli attacchi anche più insidiosi delle popolazioni straniere. L'Attica, ad esempio, per la povertà del suolo fu abitata per lunghissimo tempo sempre dal medesimo popolo. Ed ecco la prova più determinante a sostegno del mio ragionamento, che proprio per le migrazioni le altre genti greche non sono pervenute a un pari progresso: dai diversi luoghi della Grecia, esuli per un conflitto o per una sedizione intestina, gli uomini più ragguardevoli ricorrevano agli Ateniesi, certi di godervi un saldo rifugio. Fatti membri della città, fino dagli antichi tempi contribuirono a renderla via via maggiore per numero d'uomini: cosicché in seguito, non bastando più il territorio dell'Attica, Atene mandò fino nella Ionia le sue colonie.

3. A parer mio, dimostra la debolezza degli antichi stati anche la considerazione seguente, certissima: prima dei fatti di Troia, è evidente che la Grecia non ha saputo mai riunire le proprie forze e dirigerle a un'impresa comune. Mi pare anzi che neppure tutta possedesse ancora il nome attuale e che nell'epoca precedente ad Elleno, figlio di Deucalione, tale appellativo non esistesse nemmeno. Furono invece singole genti, sembra, e soprattutto i Pelasgi a fornire di volta in volta il proprio nome a tratti sempre più ampi del paese. Quando crebbe nella regione di Ftia la potenza d'Elleno e dei suoi, accadeva di frequente che gli altri stati li chiamassero, bisognosi d'aiuto. Fu allora che in ognuno di questi paesi, per effetto di tali relazioni, a mio vedere, si diffuse progressivamente il nome di Elleni; ma non poté affermarsi né a lungo né sul complesso delle stirpi greche. Lo testimonia manifestamente Omero: infatti, vissuto molto più tardi della guerra di Troia, non accomunò mai, in nessun punto della sua opera, tutti gli Elleni sotto questo nome, né lo conferì ad altri, eccettuati quelli che provennero dalla Ftiotide al seguito di Achille e che invero erano gli Elleni originari. Nei suoi versi nomina i Danai gli Argivi e gli Achei. In effetti non ha mai neppure espresso il nome di barbari in quanto, a mio avviso, neanche i Greci erano ancora contraddistinti, in antitesi, con un unico appellativo. Dunque, quelli ché singolarmente, una città dopo l'altra, nei limiti di quanti si comprendevano tra loro, e più tardi nel loro complesso ebbero nome di Greci, non si collegarono mai prima della guerra troiana per organizzare uno sforzo comune, per l'inconsistenza politica e l'assoluta mancanza di reciproci rapporti. Ma anche per questa famosa spedizione si riunirono quando avevano già acquistato maggiore dimestichezza con il mare.

4. Minosse fu il più antico, tra quanti conosciamo per tradizione orale, a procurarsi una flotta e a dominare la parte più estesa del mare detto attualmente greco. Resse le isole Cicladi e ne colonizzò per primo il maggior numero, dopo averne espulsi i Cari e avervi preposto come governatori i suoi figli. Naturalmente cercava, per quanto era in suo potere di spazzar via dalle rotte marittime la pirateria per agevolare l'afflusso dei suoi tributi.

5. Infatti i Greci antichi e i barbari, che sul continente vivevano in località costiere, o abitavano le isole, dopo che presero con più stabilità e frequenza a trafficare tra loro per nave tendevano all'esercizio della pirateria. Li capeggiavano le personalità più in vista, per lucro privato e per reperire il cibo necessario agli individui più deboli del loro popolo. Assalivano centri sforniti di mura difensive, costituiti di villaggi sparsi e li mettevano a sacco: le loro risorse vitali provenivano essenzialmente da questa attività, che mentre non aveva ancora in sé nulla di indecoroso, costituiva piuttosto il mezzo per procurarsi una discreta rinomanza. Ne fanno fede alcune popolazioni del continente, che ancora ai nostri tempi si onorano di praticare con successo questa professione e i poeti antichi, che mettono invariabilmente in bocca ai loro eroi, in qualsiasi approdo sbarchino, la domanda: "siete pirati?"; e gli interrogati non suscitano affatto l'impressione di disprezzare un'attività simile, né pare che la giudichino indegna quelli che esigono una risposta. Anche sulla terraferma praticavano un brigantaggio reciproco. E ancora oggi, in molte terre di Grecia, la vita si svolge con queste antiquate consuetudini: nel paese dei Locri Ozoli, ad esempio, degli Etoli e degli Acarnani e nei territori circostanti. In particolare dall'antico uso della pirateria s'è inveterato in questi abitatori del continente il costume d'indossare sempre le armi.

6. Poiché era abitudine un tempo in Grecia che tutti circolassero armati: le abitazioni non fortificate, i reciproci rapporti irti di rischi avevano imposto l'abitudine di passare la vita in armi, al modo dei barbari. Queste terre greche, dove ancora oggi si vive con il sistema antico, sono indizio di costumanze simili in vigore un tempo e generalmente estese. Primi gli Ateniesi deposero l'uso di camminare armati: con modi di vita sciolti dal rigido tenore antico, divennero meno austeri, più delicati. Per questa preziosa raffinatezza, non è molto da che i rappresentanti più anziani delle classi facoltose hanno smesso d'indossare lunghi chitoni in lino e d'intrecciare alla sommità del capo con cicale d'oro il nodo dei capelli. Pertanto anche tra gli Ioni i più vecchi per la loro parentela con gli Ateniesi, mantennero a lungo questa moda. Furono i primi gli Spartani ad adottare un sistema di vestire misurato e semplice, moderno: anche per quanto concerne gli altri aspetti della vita i più abbienti generalmente si mantennero allo stesso livello del popolo. Gli Spartani furono anche i primi a spogliarsi e, mostrandosi nudi in pubblico, a spalmarsi con abbondanza d'olio in occasione degli esercizi ginnici. In antico invece, anche alle Olimpiadi, gli atleti gareggiavano con una cintura sui fianchi, e non è gran tempo che quest'uso si è estinto. Ancora oggi vige presso alcune genti barbare, specie in Asia, la pratica di istituire gare di pugilato e di lotta in cui gli atleti si affrontano muniti di cintura. Si potrebbe provare che anticamente in Grecia si adottava, sotto molti e svariati aspetti, un regime di vita analogo a quello dei barbari del nostro tempo.

7. I centri in cui gli abitanti, ormai molto sicuri nelle comunicazioni marittime, si insediarono più di recente, dotati di più consistenti risorse economiche, venivano fondati per lo più lungo i litorali e fortificati con mura. Si cercava inoltre di occupare gli istmi per praticare agevolmente i propri traffici e contrapporsi di potenza ai rispettivi confinanti. Le città antiche, per contro, timorose della pirateria, fiorita per lungo tempo, si edificavano piuttosto lontano dal mare, sia quelle isolane, che le continentali. (Poiché i pirati compivano incursioni reciproche, rivolgendole anche contro quelli che pur non praticando il mare erano rivieraschi). Ancor oggi questi centri si trovano all'interno.

8. Particolarmente dediti alla pirateria erano gli isolani, vale a dire Cari e Fenici. Costoro possedevano la maggior parte delle isole. Eccone la prova: quando Delo fu sottoposta dagli Ateniesi, nel corso di questa guerra, alla purificazione rituale e furono asportate le tombe di quanti erano deceduti sull'isola, apparve chiaro che per più della metà si trattava di Cari. Si riconobbero dalla fattura delle armi sepolte con i cadaveri e dal sistema di inumazione, in vigore ancor oggi. Affermatasi la forza navale di Minosse, i rapporti per mare si infittirono: i pirati delle isole ne furono espulsi, mentre egli veniva colonizzandone la maggior parte. Gli abitatori delle regioni litoranee, già più decisi ad accrescere i loro capitali, sempre più consolidavano le proprie sedi: alcuni poi, accortisi di diventar via via più facoltosi, si cingevano di mura. Per desiderio di lucro i più deboli si assoggettavano al servizio dei più forti, mentre i più potenti, ricchi a profusione, si annettevano le città minori. Progredivano già da qualche tempo in tale regola di vita quando, più tardi, i Greci si accinsero alla campagna di Troia.

9. A mio vedere, Agamennone riuscì a raccogliere il corpo di spedizione perché eccelleva in potenza tra i contemporanei, non certo sollecitando i pretendenti di Elena con il giuramento che li vincolava a Tindaro. Quelli che hanno accolto, tramandate oralmente dai loro antichi, le notizie più certe sulle vicende del Peloponneso, affermano che Pelope dapprima ottenne una notevole potenza politica, mettendo a frutto le enormi somme di denaro che recò con sé trasferendosi dall'Asia in un paese abitato da uomini indigenti, e riuscì inoltre a imporre, sebbene forestiero il proprio nome su quella terra. In seguito, i suoi discendenti si sarebbero impossessati di una potenza anche più rilevante, quando Euristeo perì in Attica, per mano degli Eraclidi. Euristeo, per il tempo che fosse durata la sua spedizione, aveva affidato ad Atreo, che gli era zio materno e quindi parente, Micene e il regno Atreo si trovava ad esser profugo, temendo il padre a causa dell'assassinio di Crisippo). Sostengono che siccome Euristeo non fece mai più ritorno, Atreo ottenne la successione al regno su volere degli stessi Micenei, in ansia per un'eventuale rappresaglia degli Eraclidi, e poiché s'era creato fama di uomo capace, conquistando le simpatie di quel popolo e degli altri già soggetti ad Euristeo. Così i Pelopidi riuscirono più potenti dei Perseidi. Sono convinto che Agamennone, ricevuto in eredità il regno e più potente sul mare di tutti gli altri, abbia effettuato la spedizione raccogliendone i componenti piuttosto con il severo rispetto che sapeva imporre che in virtù d'una affettuosa benevolenza. È indubitabile infatti che egli partì per Troia con un numero di navi superiore agli altri, e che ne fornì agli Arcadi: lo ha dimostrato Omero, se la sua testimonianza ha valore. Inoltre, narrando la "trasmissione dello scettro" ha lasciato detto che Agamennone su isole molte signoreggiava e su Argo tutta. Senza dubbio, vivendo sul continente, non avrebbe potuto tenere soggette le isole, oltre a quelle prossime alla costa, che non sarebbero molte, se non avesse disposto di una flotta discretamente forte. Anche da questa spedizione si deve dedurre l'entità di quelle che la precedettero.

10. La circostanza che Micene fosse un piccolo nucleo urbano, o se qualche altro centro dei tempi antichi destasse attualmente l'impressione d'essere stato insignificante, non costituirebbe una prova decisiva per chi nutrisse dubbi sull'importanza della spedizione, quale l'hanno magnificata i poeti e la tradizione ancora la celebra. Poiché se la città degli Spartani restasse deserta e rimanessero i templi e le fondamenta degli edifici, penso che dopo molto tempo sorgerebbe nei posteri un'incredulità forte che la potenza spartana fosse adeguata alla sua fama; (eppure occupano i due quinti del Peloponneso, detengono l'egemonia su di esso e su numerosi alleati esterni: tuttavia raccogliendosi la città intorno ad un unico nucleo privo di templi e costruzioni sontuose, con la sua caratteristica struttura in villaggi sparsi, secondo l'antico costume greco, parrebbe una mediocre potenza). Se gli Ateniesi invece subissero la stessa sorte, la loro importanza, a dedurla dai resti visibili della città, si supporrebbe, credo, doppia di quella reale. Non conviene dunque dubitare, né attribuire maggiore rilievo all'esame degli aspetti esteriori delle città che della loro effettiva potenza; ci si deve convincere che quella spedizione fu la più importante tra quante la precedettero, ma inferiore alle attuali, se pure da questo lato dobbiamo prestar fede all'ispirazione poetica di Omero, che da poeta appunto, com'è naturale, l'ha esaltata e abbellita; tuttavia, anche così, è evidente che fu inferiore. Infatti, di milleduecento navi, il poeta ha descritto quelle dei Beoti come fornite di centoventi uomini d'equipaggio ciascuna, quelle al comando di Filottete di cinquanta, volendo indicare, a mio avviso, le maggiori e le minori: e infatti relativamente alla portata delle altre non fece parola nel catalogo delle navi. Che poi i rematori fossero tutti anche combattenti l'ha significato chiaro, citando le navi di Filottete; poiché gli uomini ai remi li ha fatti tutti arcieri. Non è verosimile che fossero imbarcati molti passeggeri non addetti alla manovra, tranne i principi e i personaggi più autorevoli soprattutto considerando che li attendeva una traversata lunga e con macchine da guerra: inoltre, i navigli non erano coperti da ponti, ma armati alla corsara, secondo l'uso antico. Se si calcola dunque la media tra le navi minori e le più capaci, risulta chiaro che non presero il mare in molti, considerato che erano inviati da tutti i paesi di Grecia.

11. Era causa di ciò non tanto il ristretto numero d'uomini, quanto la scarsità di denaro. In effetti, il problema dei rifornimenti li indusse a mobilitare un contingente di spedizione ridotto: nei limiti di quanti calcolavano che avrebbero ricavato laggiù con l'attività di guerra i mezzi per vivere. Arrivati nella regione di Troia, riuscirono vincitori in un primo scontro (è sicuro, in quanto non avrebbero potuto, in caso diverso, rafforzare con il vallo il loro attendamento): pure è noto che neppur là, nella piana di Troia, abbiano utilizzato al completo i loro effettivi. Urgeva la necessità di vettovaglie, quindi si dettero all'agricoltura nel Chersoneso, e a praticar la pirateria. Onde, per il frazionamento delle forze nemiche, i Troiani resistettero ancor più validamente per quei dieci celebri anni, disponendo sempre di truppe numericamente pari a quelle greche che, di volta in volta, rimanevano ad affrontarli sul campo. Di contro, se i Greci fossero giunti già forniti di riserve alimentari adeguate, quindi in blocco, senza disperdersi chi facendo il predone, chi l'agricoltore, avessero protratto senza interruzione il loro sforzo bellico superiori com'erano negli scontri in campo, avrebbero conquistato la città agevolmente: essi che, senza mai fronteggiarlo compatti, erano sempre in grado di contrastare il nemico con la parte di truppe ch'era di volta in volta presente e che, serrando Troia di continuo assedio, l'avrebbero presa in tempo più breve e con minori fatiche. Al contrario, per esiguità di risorse economiche, non solo risultavano irrilevanti le imprese anteriori, ma queste stesse gesta, le più celebri tra quelle condotte prima, appaiono in realtà impari alla fama che ne nacque e alla memoria che fra noi sopravvive ancora, per il canto dei poeti.

12. E infatti, anche dopo l'impresa troiana, la Grecia andava soggetta a continui movimenti migratori e di colonizzazione, sicché mancante di una pacifica stabilità, non progredì in potenza. Infatti, il ritorno dei principi da Troia avvenuto così tardivo, introdusse molti mutamenti, mentre nelle città soprattutto fiammeggiavano sedizioni e rivolte, con la conseguenza che i profughi ne uscivano fondando nuovi centri di abitazione. In tal modo, gli attuali Beoti, nel sessantesimo anno dalla conquista di Troia, scalzati da Arne per opera dei Tessali si stanziarono nella moderna Beozia, denominata in antico "Paese di Cadmo" (in questa terra, in tempi lontani, viveva già un loro nucleo, e di là avevano mandato un loro reparto a combattere sotto le mura di Troia): analogamente i Dori, nell'ottantesimo anno, occuparono il Peloponneso, guidati dagli Eraclidi. Faticosamente e dopo gran tempo in Grecia si stabilì una situazione di pace sicura, senza interne scosse migratorie: si cominciarono a mandar gruppi di coloni. Gli Ateniesi colonizzarono la Ionia e il maggior numero di isole; quelli del Peloponneso le parti più estese della Sicilia e dell'Italia, insieme ad alcune località della restante Grecia. Queste fondazioni si effettuarono tutte dopo le vicende di Troia.

13. Aumentando in progressione la potenza dei Greci che si impegnavano con sforzo ancor più sollecito di prima ad accumulare le loro rendite, presero piede in numerosi stati, in relazione alla crescita della loro ricchezza, le tirannidi (anteriormente invece vigevano monarchie ereditarie, limitate da certe prerogative): i Greci inoltre armavano flotte ed esercitavano più decisamente la marineria. Corre fama che siano stati i Corinzi a introdurre migliorie tecniche nella fabbricazione delle navi, avvicinandole di molto al livello moderno, e che le prime triremi, in Grecia, uscissero appunto dai cantieri di Corinto. Pare anzi accertato che Aminocle di Corinto, un costruttore navale, abbia fabbricato quattro navi per quelli di Samo. Saranno circa trecento anni alla fine di questa guerra, da che Aminocle giunse a Samo. Il più antico scontro sul mare di cui siamo al corrente è quello tra Corinzi e Corciresi: a computare fino alla medesima data, saranno all'incirca duecentosettanta anni. Dunque i Corinzi con la loro città situata proprio sull'istmo, costituirono sempre, fin da epoche remote, uno scalo commerciale: poiché i Greci antichi all'interno del Peloponneso e quelli esterni trafficavano tra loro per terra più che per mare, percorrendo di necessità il loro istmo; così i Corinzi erano diventati una potenza economica, come mostrano anche gli antichi poeti: attribuirono infatti alla località l'epiteto di "doviziosa". In seguito, quando i Greci incrementarono i negozi marittimi, quelli di Corinto, allestite parecchie navi, si volsero a sterminare i pirati e potendo offrire per mare e per terra un punto di smistamento al traffico commerciale, fecero poderosa l'economia del loro stato con l'afflusso di rendite. Anche gli Ioni dispongono in seguito di una flotta consistente, all'epoca di Ciro, primo sovrano dei Persiani, e del figlio Cambise; in lotta con Ciro dominarono per qualche tempo il tratto di mare che è loro antistante. Pure Policrate, tiranno di Samo al tempo di Cambise, forte di una buona flotta, non solo ridusse in suo potere le altre isole, ma consacrò anche Reneia, dopo la sua conquista, ad Apollo di Delo. I Focesi poi, durante la fondazione della loro colonia Marsiglia, misero in rotta in uno scontro navale i Cartaginesi.

14. Le flotte più poderose erano dunque queste. Risulta però che, per quanto di molte generazioni più recenti rispetto alla guerra di Troia, utilizzassero anch'esse poche triremi e avessero in organico, come quelle arcaiche, essenzialmente scafi a cinquanta remi e navigli lunghi. Poco avanti le guerre persiane e la morte di Dario, che regnò in Persia dopo Cambise, i tiranni di Sicilia, ebbero a disposizione un numero considerevole di triremi, come i Corciresi; e infatti queste furono le ultime flotte degne di ricordo in Grecia, prima dell'assalto di Serse. Gli abitanti di Egina infatti e gli Ateniesi, con altri pochi, erano in possesso di scarse flottiglie, in massima parte composte di navi a cinquanta rematori. Solo più tardi, quando gli Ateniesi erano in guerra contro gli Egineti, Temistocle riuscì a convincerli, anche nel timore che fosse imminente l'aggressione del popolo persiano, ad allestire triremi, con le quali poi effettivamente avrebbero combattuto: ma anche queste erano sfornite di ponti, a proteggere intera la lunghezza dello scafo.

15. Tale si presentava l'entità delle potenze navali greche: le più antiche e quelle sorte in epoche più recenti. Comunque, chi poteva esercitare la marineria, si creò una considerevole potenza, non solo in entrate economiche, ma anche in supremazia sugli altri. Spostandosi con la flotta, sottomettevano a tributo le isole, che costituivano uno sbocco particolarmente ricercato da quelli che non possedevano territorio sufficiente. Conflitti terrestri invece, da cui potesse nascere qualche rispettabile potenza, non se ne effettuarono: si trattava in complesso, quante se ne verificavano, di guerricciole impegnate con i propri vicini di confine; ma vere e proprie campagne. militari, molto lontane dal proprio paese e a scopo di dominio, i Greci non usavano organizzare. Perché non esistevano città che si fossero affiancate in soggezione a stati più potenti: nemmeno pensavano di sostenere, a condizioni di parità, spedizioni comuni; pertanto le singole genti preferivano guerreggiare coi propri vicini. In occasione tuttavia di un antico conflitto esploso tra Calcidesi e quelli di Eretria, anche le altre popolazioni greche si trovarono divise, alleandosi chi con l'uno chi con l'altro belligerante.

16. In vari paesi di Grecia intervennero diversi fattori negativi, che ne interruppero il progresso. Anche presso gli Ioni, per addurre un esempio: la loro potenza era già discretamente avanzata, quando Ciro con il regno di Persia, dopo aver abbattuto Creso e assoggettato il paese che si stende tra il fiume Alis e il mare, mosse loro guerra e soggiogò le città sul continente. Inoltre Dario, tempo dopo, forte della flotta fenicia, asservì le isole.

17. I tiranni, quanti v'erano nelle città greche, con lo sguardo egoisticamente teso al personale interesse, all'incolumità fisica oltre che al crescente prestigio della propria casata, preferivano dedicarsi, fin tanto ch'era loro possibile e per evidenti ragioni di sicurezza, alle questioni di politica interna, ciascuno nel chiuso delle proprie città: nessuna impresa pertanto fu da loro diretta, che fosse degna di memoria eccettuata forse qualche incursione a spese delle genti limitrofe. Non certo i tiranni di Sicilia, che invece conquistarono una grande potenza. In tal modo, da ogni parte e per lungo tempo, la Grecia si trovò praticamente preclusa la via a qualunque impresa veramente apprezzabile, poiché le città, singolarmente prese, mancavano di spirito d'iniziativa.

18. I tiranni d'Atene e quelli delle altre parti di Grecia, soggetta anche prima di Atene e in varie località alle tirannidi, furono abbattuti finalmente, per la maggior parte, eccetto quelli in Sicilia, dagli Spartani. (Poiché Sparta, dopo la sua fondazione ad opera di quei Dori che attualmente l'abitano, pur sconvolta da interni fermenti per il periodo di tempo più esteso di cui s'abbia storicamente memoria, pure fin dall'antichità godette per la concordia delle sue componenti politiche una temperata costituzione e in seguito fu sciolta sempre dalla tirannide: son corsi quattrocent'anni circa e poco più fino alla conclusione di questo conflitto, da quando gli Spartani adottano, immutato, quell'ordinamento politico. Fatti possenti da questa salda coesione interna stabilivano anche le forme di governo nelle altre città). Dopo l'espulsione dei tiranni dalla Grecia, dicevamo, trascorsi non molti anni si combatté a Maratona tra Persiani e Ateniesi. Passan dieci anni, e una seconda volta lo straniero cala in Grecia con quell'esercito sconfinato, deciso a soggiogarla. Il pericolo immineva gravissimo: gli Spartani, che eccellevano per potenza militare, si assunsero il comando dei Greci, serrati in alleanza a respingere il nemico. Per parte loro gli Ateniesi, mentre avanzava l'aggressione persiana. decisero di abbandonare del tutto la città raccolsero i loro beni di fortuna e si imbarcarono sulle navi da guerra: si fecero così esperti del mare. Respinto lo straniero con sforzo concorde, non passò molto che il fronte comune dei Greci, di quelli che si erano emancipati dal Gran Re e di quelli che ne avevano retto l'assalto, si spezzò in contrapposti blocchi, polarizzandosi l'uno intorno ad Atene l'altro a Sparta. Questi due stati disponevano evidentemente delle potenze maggiori: gli uni sulla terra, gli altri con la flotta. L'intesa fra loro non fu duratura. Presto i rapporti s'incrinarono. Spartani e Ateniesi entrarono in uno stato di guerra, con al fianco i rispettivi collegati. Gli altri Greci poi, se insorgevano contrasti, si inserivano nell'orbita dell'una o dell'altra potenza. Di conseguenza il periodo tra il conflitto persiano e questa guerra fu tutto un avvicendarsi continuo di tregue e di atti di ostilità reciproci o sferrati contro i propri alleati dissidenti: così i Greci raffinarono la tecnica delle azioni militari e, costretti all'esercizio ininterrotto tra effettivi pericoli, ne approfondirono la competenza.

19. Gli Spartani, esercitavano l'egemonia sugli alleati senza costringerli alla soggezione del tributo attenti solo a che i loro sistemi politici si conformassero ai precetti dell'oligarchia e riuscissero sostanzialmente di vantaggio solo alla loro città, Sparta. All'opposto, gli Ateniesi non solo requisivano via via le flotte dei paesi collegati, all'infuori di quelle di Chio e di Lesbo, ma imposero, in generale, il versamento di determinate quote. In effetti, le risorse e gli armamenti di cui disponevano preparandosi ad entrare in guerra superavano in potenza quelli del tempo in cui erano al fiorire del loro splendore e la loro coalizione non s'era ancora spezzata.

20. È questo il frutto delle indagini e dello studio, cui ho sottoposto i fatti antichi: materia difficile ad accertarsi, scrutando ogni singolo indizio e testimonianza man mano che si presentava. Poiché gli uomini in genere accolgono e tramandano fra loro, senza vagliarle criticamente anche se concernono vicende della propria terra, le memorie del passato. Ad esempio, la gente in Atene è convinta che Ipparco sia stato assassinato da Armodio e Aristogitone, mentre reggeva la tirannide e non è al corrente che era Ippia, primogenito dei figli di Pisistrato, a dominare e che Ipparco e Tessalo erano suoi fratelli. In quel giorno, e mentre proprio si accingevano all'azione, Armodio e Aristogitone furono colti dal sospetto che qualcuno del complotto li avesse denunciati ad Ippia. Si tennero quindi lontani da lui, convinti che fosse preavvertito. Ma pure desideravano, prima della cattura, por mano a qualche gesto esemplare, esporsi a qualche memorabile pericolo e imbattutisi in Ipparco che ordinava la processione Panatenaica nella località detta Leocorio, lo ammazzarono. Ma su numerosi altri particolari di vicende contemporanee, non ancora offuscati dal tempo, gli altri Greci non posseggono cognizioni chiare ed esatte. Sono persuasi, ad esempio, che i re Spartani dispongano ciascuno non di un voto, ma di due, e che presso di loro vi sia la schiera denominata Pitane, che in realtà non è mai esistita. Così intraprendono molti, con troppa leggerezza, la ricerca della verità, e preferiscono arrestarsi agli elementi immediati, che non esigono applicazione e studio.

21. Gli argomenti invece e gli indizi da me addotti assicurano la possibilità d'interpretare i fatti storici, quali io stesso ho passato in rassegna, con una certezza che non si discosta essenzialmente dal vero. Per questo, non ci si affidi piuttosto ai poeti, che nell'esaltazione del canto ampliano ogni particolare e lo fanno prezioso; insicure anche le opere dei logografi, composte più a diletto dell'ascolto, che a severa indagine della verità. Poiché si tratta di un campo di ricerca in cui la verifica è estremamente ardua: l'antichità stessa di questi casi ne ha velato i contorni di un favoloso, mitico alone. Si converrà che il prodotto delle mie ricerche, elaborato dall'analisi degli elementi di prova più sicuri e perspicui, raggiunge la sufficienza, se si considera la distanza di tempo che ci separa dagli eventi discussi. Questa guerra, sebbene di norma gli uomini valutino più grave il conflitto in cui sono di volta in volta impegnati, per poi, rivolgere, appena l'attuale è spento, la loro ammirazione ai fatti d'armi più antichi, risulterà sempre, a chi esamini la realtà con dati concreti, la più importante di tutte.

22. Per quanto concerne i discorsi pronunciati da ciascun oratore, quando la guerra era imminente o già infuriava, era impresa critica riprodurne a memoria, con precisione e completezza, i rispettivi contenuti; per me, di quanti avevo personalmente udito, e per gli altri che da luoghi diversi me ne riferivano. Questo metodo ho seguito riscrivendo i discorsi: riprodurre il linguaggio con cui i singoli personaggi, a parer mio avrebbero espresso nelle contingenze che via via si susseguivano i provvedimenti ritenuti ogni volta più opportuni. Ho impiegato il massimo scrupolo nel mantenermi il più possibile aderente al senso complessivo dei discorsi effettivamente declamati. Ho ritenuto mio dovere descrivere le azioni compiute in questa guerra non sulla base di elementi d'informazione ricevuti dal primo che incontrassi per via; né come paresse a me, con un'approssimazione arbitraria, ma analizzando con infinita cura e precisione, naturalmente nei confini del possibile, ogni particolare dei fatti cui avessi di persona assistito, o che altri mi avessero riportato. La boriosa e complessa indagine: poiché le memorie di quanti intervennero in una stessa azione, non coincidono mai sulle medesime circostanze e sfumature di quella. Da qui resoconti diversi, a seconda della individuale capacità di ricordo o delle soggettive propensioni. Il tono severo della mia storia, mai indulgente al fiabesco, suonerà forse scabro all'orecchio: basterà che stimino la mia opera feconda quanti vogliono scrutare e penetrare la verità delle vicende passate e di quelle che nel tempo futuro, per le leggi immanenti al mondo umano, s'attueranno di simili, o perfino d'identiche. Possesso per l'eternità è la mia storia, non composta per la lode, immediata e subito spenta, espressa dall'ascolto pubblico.

23. Delle antecedenti imprese, la più importante fu la guerra persiana: eppure si risolse rapidamente con due soli scontri navali e di fanterie. Questa guerra s'è trascinata invece a lungo, generando dolori e patimenti in Grecia, quali mai, in tale tratto di tempo, s'erano avuti. Mai tante città, travolte nel conflitto, languirono spopolate. Fu opera dei barbari per alcune, per altre degli stessi contendenti (non mancano esempi di città espugnate che mutarono i propri abitanti). Mai tanti profughi e tanto sangue, versato combattendo negli infiniti episodi di guerra o nelle lotte civili. Molti casi straordinari, trasmessi prima per tradizione orale, ma raramente verificati alla prova dei fatti, confermarono la loro indubbia esistenza: terremoti ad esempio, che sconvolsero zone molto ampie, intensificandosi con inusitata violenza. Eclissi solari che intervennero più frequenti di quelle accadute, a memoria d'uomo, nelle epoche andate. Certe siccità interminabili flagellavano talune contrade, onde carestie imperversanti, e quell'epidemia che tanta desolazione e lutto seminò per la Grecia: tutte sventure esplose parallele al decorso di questa guerra. La fecero scoppiare Ateniesi e Peloponnesi, abrogando i patti trentennali che avevano stipulato dopo l'occupazione dell'Eubea. Espongo dapprima le cause e gli attriti che produssero quest'atto d'abrogazione, perché nessuno debba più, in seguito, indagare le origini di questa guerra. Sono convinto che la motivazione più autentica, quella però che meno traspariva dai discorsi ufficiali, fosse la formidabile potenza conseguita da Atene e l'apprensione che ne derivava per Sparta: e la guerra fu inevitabile. Le ragioni invece, addotte nelle rispettive dichiarazioni rilasciate dai belligeranti, per la rottura dei patti e lo scoppio delle ostilità, erano le seguenti.

24. La città di Epidamno è situata alla destra di chi entri navigando nel golfo Ionio. Nei suoi dintorni hanno dimora i Taulanti, barbari di stirpe illirica. Questa località fu colonizzata dai Corciresi: ne fu fondatore e capo Falio, nato da Eratoclide, di schiatta Corinzia, dei discendenti da Eracle. Fu invitato a recarsi colà dalla madrepatria, in osservanza dell'antico costume. Presero parte alla colonizzazione anche alcuni tra i Corinzi e del resto delle genti doriche. Con il trascorrere del tempo, Epidamno si fece una città potente e popolosa. Dopo parecchi anni di lotte civili, come è fama, furono ridotti in rovina da una guerra sostenuta contro popolazioni barbare confinanti e la loro potenza declinò notevolmente. Negli ultimi tempi prima di questa guerra, la parte democratica aveva scacciato da Epidamno gli oligarchi, i quali, fiancheggiati dai barbari, fecero ritorno depredando quelli che erano rimasti in città, per terra e sul mare. Gli Epidamni che si trovavano in città, oppressi dalle continue violenze, spediscono una legazione a Corcira, come loro madrepatria: supplicano che non si assista inerti al loro massacro, che si cerchi di rimettere pace tra loro e gli esiliati, che si faccia cessare l'ostilità dei barbari. Queste le richieste avanzate dagli ambasciatori, postisi in atto di supplici davanti al tempio di Era. Il governo di Corcira non accolse la loro preghiera, rimandandoli senza aver rilasciato nessuna promessa concreta.

25. Quando gli Epidamni appresero che Corcira non avrebbe stanziato nessun aiuto per loro, non erano in grado di trovare un qualsiasi sbocco alle difficoltà presenti. Così mandarono dei legati a Delfi a consultare l'oracolo di Apollo, se dovessero consegnare la città ai Corinzi, come fondatori della colonia e tentare di ottener da loro una difesa. Il responso fu di affidarsi ai Corinzi, sottomettendosi fiduciosi alle loro direttive. Gli Epidamni si recarono dunque a Corinto secondo la volontà dell'oracolo e consegnarono la colonia avvalendosi del fatto che il loro fondatore era originario di Corinto e notificando il testo dell'oracolo: li pregavano di non tollerare senza far nulla il loro massacro, che accorressero a difenderli. I Corinzi si assunsero il compito della loro tutela, in parte per sentimenti di giustizia, riflettendo che la colonia in fondo apparteneva a loro non meno che ai Corciresi, ma più accesi di rancore nei confronti di quelli che, sebbene ne fossero coloni, non li rispettavano come si conveniva. Poiché in occasione delle grandi adunanze festive comuni non attribuivano loro i privilegi rituali e non offrivano la prima e scelta parte di ogni vittima sacrificale a un cittadino di Corinto, com'era regola per le altre colonie. Li trattavano inoltre con irriguardosa sufficienza, dacché in quel tempo disponevano di un potere economico pari alle città più ricche di Grecia, e militarmente, erano addirittura più preparati e forti. Quanto alla flotta, in qualche occasione si gloriavano d'esser superiori di molto, in relazione anche al fatto che i Feaci così celebri per la loro arte nautica, avevano avuto sede in Corcira (onde con tanto più impegno armavano la flotta e, in realtà, erano davvero potenti: al principio della guerra i Corciresi potevano contare su centoventi triremi).

26. Bruciando dunque di risentimento per le suddette ragioni i Corinzi furono lieti di inviare il contingente di soccorso ad Epidamno, incitando a recarvisi come coloro chiunque volesse, scortati da truppe di Ambracia, di Leucade e di Corinto stessa. I Corciresi quando conobbero che ad Epidamno affluivano coloni e scorte armate e che la colonia era stata consegnata ai Corinzi, s'irritarono. Posta rapidamente in mare una squadra di venticinque unità e poi un contingente ulteriore imponevano minacciosi agli Epidamni di riaccogliere gli esuli (i profughi di Epidamno si erano recati infatti a Corcira e, additando i sepolcri dei loro progenitori e con il ricordo dell'antica consanguineità, li avevano supplicati di ricondurli in patria). C'era l'ordine inoltre di licenziare le guarnigioni e i coloni mandati da Corinto. Gli Epidamni non prestarono orecchio a nessuna di tali richieste. I Corciresi allora con quaranta navi muovono contro di loro, coi profughi, decisi a restituirli in patria, e forti d'un corpo d'Illiri. Si attendarono davanti alla città proclamando che ne uscissero incolumi gli stranieri e chi volesse degli Epidamni; in caso contrario, li avrebbero tenuti per nemici. Nessun segno di risposta: i Corciresi si disposero ad assediare la città, collocata su un istmo.

27. I Corinzi, dal canto loro, quando li raggiunsero dei messaggeri da Epidamno con la notizia ch'erano stretti d'assedio, allestivano una spedizione e insieme facevano bandire una colonia ad Epidamno, promettendo uguaglianza di condizioni e di diritti a chiunque volesse recarvisi. Se poi uno lì sul momento non si trovava disposto alla partenza, ma desiderava prender parte alla colonia, restasse pure a casa, impegnando come cauzione cinquanta dracme corinzie. Così furono in molti a partire, e molti a depositare il denaro. Chiesero a quelli di Megara di scortarli con le loro navi temendo d'esser bloccati in mare dai Corciresi: e quelli si preparavano a seguirli con otto navi, e i Paleesi di Cefallenia con quattro. Ne richiesero anche agli Epidauri, ché ne fornirono cinque; gli Ermoniesi una e i Trezeni due; quelli di Leucade dieci e gli Ambracioti otto. Ai Tebani e ai Fliasi chiesero denaro, agli Elei denaro e navi senza ciurma. Le navi armate dai Corinzi erano trenta e i loro opliti tremila.

28. Giunta notizia di tali preparativi, i Corciresi si recarono a Corinto, accompagnati dagli ambasciatori spartani e di Sicione che avevano preso con sé e intimarono ai Corinzi di richiamare indietro le guarnigioni da Epidamno e i loro coloni, poiché Epidamno non era terra che li riguardasse. Se però i Corinzi ritenevano di poter avanzar qualche pretesa, erano disposti ad accogliere le decisioni di un arbitrato nel Peloponneso, presso la città su cui i contendenti si trovassero concordi. Riuscirebbe vincitrice quella delle due parti cui si decidesse di assegnare la colonia. Erano anche disposti a sottoporre la controversia all'oracolo di Apollo a Delfi. Erano decisi a non permettere la guerra: in caso diverso, si sarebbero visti costretti, dicevano, per la loro violenta condotta, a cercar di collegarsi con genti diverse dalle attuali alleate, e che a loro non piacevano, per ragioni di profitto. I Corinzi ribatterono: scenderebbero a trattati e solo a patto che fossero ritirati da Epidamno le navi e i contingenti barbari. Ma, in primo luogo, non era onorevole che gli uni subissero un assedio, e loro stessero a far discussioni. I Corciresi ripresero che solo se i Corinzi avessero richiamato da Epidamno i loro avrebbero accolto le proposte avanzate: erano anche pronti a questo, che le due parti rimanessero nelle posizioni occupate, si stilasse una tregua e si attendesse l'esito dell'arbitrato.

29. I Corinzi non accolsero nessuna delle proposte fatte, ma dopo che le loro navi furono fornite di equipaggi ed erano giunti gli alleati, mandarono subito avanti un araldo, con la dichiarazione di guerra ai Corciresi salpando con settantacinque navi e duemila opliti fecero rotta su Epidamno, per attaccare i Corciresi: erano strateghi della flotta Aristeo figlio di Pellico, Callicrate figlio di Callia e Timanore figlio di Timante, e dell'esercito Archetimo figlio di Euritimo e Isarchida figlio di Isarco. Quando quelli furono all'altezza di Azio nella regione Anattoria, dove è sito il santuario di Apollo, all'imboccatura del golfo di Ambracia, i Corciresi mandarono loro incontro su una scialuppa un araldo, intimando di non proseguire la navigazione contro di loro. Intanto però equipaggiavano le navi, riparando le vecchie, che erano in grado di tenere il mare, e altre che avevano allestite. Come l'araldo tornò a riferire che dai Corinzi non si aspettassero alcun segno di pace, e le loro navi furono pronte in numero di ottanta (quaranta infatti partecipavano all'assedio di Epidamno), si portarono a ridosso del nemico, e messisi in formazione, diedero battaglia. Vinsero nettamente i Corciresi: affondarono quindici navi nemiche. Quel giorno stesso si verificò un ulteriore vantaggio per loro: quelli che assediavano Epidamno avevano costretto la città alla resa con le condizioni seguenti: gli stranieri venduti schiavi, i Corinzi prigionieri in catene, fino a che intervenisse una decisione diversa.

30. Dopo lo scontro sul mare i Corciresi elevarono a Leucimma, che è un promontorio di Corcira, un trofeo; passarono per le armi tutti gli altri prigionieri catturati; i Corinzi invece furon posti in catene. In seguito, dopo che i Corinzi e gli alleati, sconfitti sul mare, tornarono ai loro paesi, i Corciresi restavano dominatori di quello specchio di mare, e messa la prua su Leucade, colonia di Corinto, ne devastarono il territorio e diedero fuoco a Cillene, porto militare degli Elei, in quanto avevano posto navi e denaro a disposizione dei Corinzi. Per quasi l'intero periodo che seguì lo scontro, i Corciresi ebbero la supremazia del mare e con la flotta da guerra infliggevano seri danni agli alleati dei Corinzi. Finché costoro l'estate successiva, mobilitando una flotta e un esercito, poiché i loro alleati si trovavano a mal partito, si attendarono ad Azio e presso Chimerio, un luogo della Tesprotide, per vigilare su Leucade e gli altri centri loro amici. Di contro anche i Corciresi posero il campo a Leucimma, con le navi e le truppe. Nessuna delle due parti prendeva l'iniziativa di un attacco: restarono accampati l'uno contro l'altro per tutta quell'estate e solo al sopraggiungere dell'inverno si ritirarono entrambi nei loro paesi.

31. Per l'intero anno che seguì lo scontro navale e per il successivo, i Corinzi, ardendo di rancore per l'esito del conflitto con Corcira, erano impegnati ad allestire navi e venivano armando una flotta che fosse forte il più possibile: per questo attiravano rematori, oltre che dal Peloponneso, dal resto della Grecia, promettendo una lauta paga. Le informazioni sui preparativi nemici suscitarono in Corcira uno stato d'allarme. Poiché non erano alleati con nessuna popolazione greca e non avevano aderito né alla coalizione ateniese né a quella spartana, presero consiglio di rivolgersi ad Atene, divenirne alleati, e tentare di ottenere di là una qualche forma di aiuto. I Corinzi informati di questa manovra, vennero anche loro ad Atene, in ambasceria, per vedere se fosse possibile impedire che alla flotta di Corcira si affiancasse anche quella ateniese, creando ostacoli alla conclusione della guerra, com'essi la desideravano. Di fronte all'assemblea convocata, posero a confronto le loro ragioni e i Corciresi, per primi, in tal modo le espressero.

32. "È cosa giusta, cittadini d'Atene, che chi ricorre al vicino con una preghiera di soccorso, come noi in questo momento, e non gode il credito di un importante beneficio reso da tempo o d'un patto d'alleanza precedentemente stretto, cerchi in primo luogo e soprattutto di chiarire a fondo che quanto richiede è anche di vantaggio agli interlocutori, in altro caso, almeno che non è loro di danno; poi, che la propria riconoscenza rimarrà incrollabile. Se non saprà porre nella più limpida luce questi assunti, non si sdegni poi del sicuro insuccesso. Quelli di Corcira ci hanno mandato a voi con la richiesta d'alleanza e intimamente persuasi di potervi garantire, in futuro, questi punti. In effetti, è risultato che il nostro tipo di atteggiamento politico non solo viene ora rivelando nei vostri confronti tutta la sua incongruenza rispetto alla richiesta che vi proponiamo, ma anche quanto sia di svantaggio a noi stessi, in questo particolare momento. Poiché noi, che fino ad ora non abbiamo mai gradito e accettato l'alleanza di nessuno, veniamo adesso da altri, proprio a richiederla. Non solo: nella presente guerra contro i Corinzi la nostra condotta ci ha fatti trovare isolati. Quel che prima giudicavamo prudenza, cioè il non sottoporci, alleandoci con genti estranee, ai loro medesimi rischi eseguendo i piani elaborati da un vicino, si chiarisce ora come dissennatezza e impotenza. Certo, nel precedente scontro navale abbiamo soverchiato i Corinzi con le nostre sole forze. Ma ora muovono contro di noi dal.Peloponneso e dal resto della Grecia con una potenza bellica ben più considerevole, da cui noi vediamo che non ci è possibile scampare, se restiamo isolati, con le nostre uniche risorse. Inoltre, è ben grave il pericolo per noi se cadremo in loro potere: perciò è indispensabile che noi chiediamo l'aiuto vostro o di chiunque altro. Ci si comprenda, se troviamo ora il coraggio di intraprendere un corso politico nuovo rispetto al precedente immobilismo, non per bassezza d'animo, ma nella coscienza che si è trattato di un errore di valutazione.

33. "Se vi lascerete persuadere, l'occasione della nostra richiesta vi sarà di vantaggio sotto molteplici riguardi. Principalmente, fornirete mezzi di soccorso a gente che subisce un'ingiustizia, non che la perpetra in danno altrui; in secondo luogo, accettandoci come alleati mentre ci troviamo in un rischio di gravità estrema, vi conquisterete la nostra assoluta riconoscenza con una testimonianza perenne. Da ultimo, noi possediamo la flotta più cospicua dopo la vostra. Riflettete ora: quale più rara occasione di fortuna per voi, o di danno per i vostri nemici, di questa. Se cioè quella potenza che voi, chissà a quale prezzo d'oro e di favori stimereste degno annettervi alleata, essa è qui spontanea, che vi si dà, senza rischi e senza costarvi nulla. Vi procura anzi, di fronte al mondo, fama di magnanimi, riconoscenza da parte di un popolo che difendete e, al vostro paese, un'accresciuta potenza: vantaggiose occasioni, che a ben pochi in ogni tempo si sono presentate tutte insieme, come ben pochi, cercando un'alleanza, possono offrire a chi interpellano sicurezza e decoro non inferiori a quelli che sperano di ricevere. Se alcuno di voi è convinto che non scoppierà la guerra, in cui potremmo esservi utili, commette un grossolano errore. Non s'avvede che gli Spartani desiderano la guerra per timore di voi; ché i Corinzi godono notevole ascendente su di loro e vi sono ostili; che tentano di sottometter prima noi e poi attaccarvi. Essi temono che il nostro comune odio ci colleghi strettamente contro di loro e di veder quindi sfumare uno dei due scopi che si propongono: danneggiare noi o acquistar loro in forza. Sia comune impresa dunque prevenirli: noi offrendo, voi accettando l'alleanza. Si preferisca attaccarli prima di dovercene difendere.