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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Quarto - II

32. Le prime scolte, su cui gli Ateniesi si avventavano, caddero subito, mentre ancora nelle tende cercavano di rivestire le armi. Nessun segnale d'allarme per lo sbarco: il movimento al largo delle navi ateniesi s'era interpretato come il consueto servizio di sorveglianza notturna per mantenere il blocco. Al sorgere del sole operava lo sbarco anche il resto di quell'armata. Settanta e più navi rovesciarono a terra gli equipaggi completi, tranne i talamii, con armi distinte per ogni contingente; inoltre, ottocento arcieri, effettivi non minori di peltasti, le unità di Messeni accorse in aiuto e tutta l'altra gente di stazione a Pilo tranne il corpo di guardia a presidio della fortezza. Demostene schierò gli uomini in plotoni di duecento e più, talvolta meno, occupando le alture più elevate per mettere in difficoltà il nemico, accerchiato da ogni parte, privo di un distinto bersaglio contro cui ordinare un piano difensivo e scoperto al tiro incrociato e fitto delle truppe ateniesi. Con un attacco frontale gli Spartani si sarebbero esposti ai colpi vibrati alle spalle; se operavano una mezza conversione a destra o a sinistra offrivano sempre, da una parte o dall'altra, un fianco indifeso ai proiettili nemici. Le truppe leggere ateniesi si accingevano a tallonarli in qualunque punto dell'isola: e non c'era riparo contro la loro azione pungente, alla tempesta di frecce, pietre, giavellotti, lanci di fionda scagliati da lontano; contro di loro l'urto frontale non faceva presa: dileguavano e, spediti, erano sempre in vantaggio, mentre quando il nemico ripiegava se li trovava alle spalle di volo. A questi principi tattici si affidava Demostene, progettando lo sbarco: e su questi modellò l'azione.

33. Gli uomini di Epitada, il nerbo più poderoso dell'armata spartana sull'isola, quando videro che il primo caposaldo era stato annientato e il nemico che marciava in forza contro di loro, fecero quadrato intorno al proprio comandante e mossero a contrastare gli opliti ateniesi, desiderando la lotta. Costoro, giunti faccia a faccia con gli avversari, segnarono il passo: di fianco e alle spalle la fanteria leggera. Gli opliti spartani non riuscirono pertanto ad entrare in contatto con le forze schierate di fronte e a spiegare la propria destrezza. Li tenevano a distanza, da un lato e dall'altro, i fanti, con il loro tiro preciso, mentre gli opliti non mostravano di voler avanzare: stavano fermi in difesa. Quando l'azione di disturbo di quei combattimenti leggeri si faceva troppo ardita e vicina, gli opliti li travolgevano; ma quelli, voltandosi rapidi, riprendevano a battersi. Erano uomini di agile armatura, cui la ritirata veloce era facilitata dalla natura stessa del terreno, non solo sconnesso ma selvaggio e folto per il lungo abbandono, impraticabile per i soldati spartani, lenti ad inseguire per il peso delle armi.

34. Così, per qualche ora, si accesero qua e là lievi mischie, tra gli eserciti contrapposti: ma, ormai, s'infiacchiva lo slancio spartano nel tamponare, con manovre celeri, le incursioni avversarie. I fanti leggeri riconobbero i segni della stanchezza, nelle mosse sempre più appesantite con cui gli opliti s'impegnavano alla difesa. La scena intensificò il loro tono morale; rifioriva la fiducia alla vista del proprio numero, schiacciante rispetto alle forze ostili. Nei loro spiriti s'andava radicando una convinzione nuova, una consuetudine mentale profondamente diversa da quella che, al momento di porre piede sull'isola, li inchiodava sotto la cappa angosciosa di un pensiero fisso, di trovarsi, di lì a poco, a viso aperto con gli Spartani: che poi, come aveva chiarito l'esito per nulla letale del primo scontro, tanto più felice delle loro intimidite previsioni, non si erano certo rivelati quei fenomeni travolgenti di potenza che un pregiudizio di antica data e il fremito per l'urto imminente induceva a prefigurarsi e temere. Sfumata quell'angoscia, quella reverenza, con un clamore formidabile la massa della fanteria leggera si riversò sugli opliti, crivellandoli di pietre, giavellotti e frecce, di qualunque proiettile ciascuno si trovasse tra mano. Le urla frammiste alla tempestosa azione d'assalto fecero correre un brivido tra quegli uomini, non addestrati per questo tipo di combattimento. Per giunta volute dense di cenere si sprigionavano verso il cielo sopra la macchia distrutta poco prima dalle fiamme. Nulla si distingueva davanti ai propri occhi, per la grandine di frecce e pietre vibrate, in quella spessa cortina, da molti uomini insieme. La posizione spartana diveniva sempre più critica. Le corazze di feltro non costituivano una protezione sufficiente contro i dardi e molti spezzoni di giavellotti vi rimanevano infissi, quando i colpi giungevano a segno. D'altra parte gli armati non sapevano come impiegare e dirigere i propri sforzi impossibile discernere quanto accadeva di fronte a sé. Gli ordini a loro diretti si smarrivano nel generale frastuono delle urla nemiche, altissime: onde un penoso stato d'incertezza. La minaccia incombeva da ogni lato: si perdeva la speranza di escogitare un riparo, una tattica di difesa per salvare la vita.

35. Alla fine, quando costretti a manovrare in un cerchio sempre più esiguo videro accrescersi il numero dei feriti, serrando le schiere ripiegavano fino all'estremo fortilizio sull'isola, a breve distanza, verso i loro compagni che lo presidiavano. Ma, appena iniziata questa manovra di rientro, la massa urlante dei fanti, con foga anche più viva, si rovesciò addosso agli opliti, abbattendo quelli che nella ritirata rimanevano isolati e stretti in cerchio dagli avversari. Ma il grosso guadagnò il castello e, trovatovi riparo, si dispose in ordine, affiancato dalle truppe della guarnigione, sui capisaldi più esposti alla furia nemica, pronto alla controffensiva. Gli Ateniesi scattarono all'inseguimento, ma la posizione fortificata del baluardo non consentiva di aggirarlo e di chiuderlo in un cerchio offensivo: quindi si schierarono sul fronte di quella rocca e cercavano di espugnarla con puntate in verticale. Per molte ore, fino quasi a sera i combattenti si prodigarono sfiniti dalla lotta, dalla sete e dal sole cocente: gli uni nello sforzo di scalzare gli avversari dall'altura, gli altri di resistere, con disperata energia. Ma la resistenza spartana si trincerava ora su una posizione molto più favorevole, poiché non dovevano guardarsi dall'incubo continuo d'esser circondati sui fianchi.

36. Sul fronte del combattimenti, da una parte e dall'altra, non si profilava la più lieve schiarita. Allora lo stratego dei Messeni si presentò a Cleone e a Demostene, avvertendoli che ogni loro prova era destinata a fallire. Se erano disposti a fornirgli una pattuglia di arcieri e una colonna di fanti spediti per filtrare, seguendo il sentiero che gli sarebbe riuscito di trovare alle spalle del nemico ed accerchiarlo era sicuro di tagliarsi un varco a viva forza nella difesa avversaria. Ebbe gli uomini: partì da un punto coperto, chiuso alla vista degli Spartani e, passo dopo passo aggrappato alle sporgenze via via praticabili dell'erta scoscesa a picco sulle onde, dove gli Spartani, fiduciosi del luogo naturalmente impervio, non avevano dislocato vedette, riuscì rischiando mille volte di precipitare e concludere senza dar nell'occhio la scalata intorno alla fortezza. La sua comparsa improvvisa sul picco, proprio alle loro spalle, sconvolse le truppe spartane, sgomente per la sorpresa di quella inaspettata minaccia. Crebbe invece, negli Ateniesi, la fiducia e la forza vedendo coronata la propria attesa per quella prodezza. Gli Spartani erano ormai esposti al tiro incrociato degli Ateniesi e, per paragonare un fatto di interesse ristretto ad un altro d'importanza storica molto più ampia, la loro condizione richiamava alla memoria l'episodio delle Termopili, quando il celebre manipolo fu annientato dai Persiani che per quel famoso sentiero di montagna, lo avevano accerchiato: similmente questi sotto i colpi sferrati da due direzioni allentarono la resistenza. Non era più sostenibile la lotta di pochi contro molti e, sfibrati fisicamente dall'interminabile digiuno, presero a indietreggiare. Gli Ateniesi s'erano aperta la strada per salire al forte.

37. Cleone e Demostene intuirono che se gli Spartani avessero ceduto ancora, seppure di un solo passo, sarebbero stati distrutti dalla propria armata. Segnalarono di interrompere la lotta e tennero a freno i soldati. Si proponevano di condurre vivi ad Atene quegli opliti, se mai si mostravano disposti a flettere il proprio orgoglio e a consegnare le armi all'intimazione di un araldo, in ginocchio sotto quel colpo acerbo della fortuna. Fecero dunque chiedere da un araldo se intendevano cedere le proprie armi e rimettersi alla discrezione ateniese.

38. Ascoltata attentamente la proposta, la maggior parte abbassò gli scudi e agitò in alto le braccia significando che il messaggio aveva incontrato il loro favore. Dopo questi preliminari si concordò una tregua: si incontrarono per parlamentare, Cleone e Demostene e, da parte avversa Stifone figlio di Farace poiché di coloro che tenevano in precedenza il comando il primo, Epitada, era rimasto sul terreno, quello scelto per sostituirlo, Ippagreto, sebbene vivo era dato per morto e giaceva tra i cadaveri, e quell'ultimo era stato eletto terzo, secondo le norme in vigore, per subentrare ai primi due, in caso d'infortunio. Stifone, accompagnato dai suoi, dichiarò che desiderava uno scambio di messaggi con gli Spartani che attendevano sul continente, prima di fissare una linea definitiva di comportamento. Ma i capi Ateniesi non aprirono per nessuno le maglie del blocco: sollecitarono essi stessi l'invio di araldi dalle forze del continente. Si ebbero due o tre vertici e l'ultimo corriere proveniente per nave dalla terraferma recò da parte spartana la seguente risposta: "Gli Spartani vi ingiungono di scegliere liberi da voi la vostra strada, ma che l'onore sia salvo". Si raccolsero, e decretarono di rimettersi agli Ateniesi con le armi. Costoro li tennero sotto stretta vigilanza quel giorno e la notte successiva. Al sorgere del sole gli Ateniesi eressero un trofeo sull'isola e provvidero alle altre disposizioni necessarie per la partenza, assegnando ai trierarchi i prigionieri divisi in gruppi con la consegna di tenerli in custodia. Gli Spartani, mediante l'invio di un araldo trattarono e ottennero la restituzione dei morti. Registro il numero dei caduti e dei soldati prigionieri nelle operazioni sull'isola: vi si erano trasferiti in tutto quattrocentoventi opliti, tra cui duecentonovantadue furono condotti in prigionia ad Atene. Gli altri erano rimasti sul campo. Tra questi sopravvissuti si contavano circa centoventi Spartiati. Da parte ateniese le perdite furono irrilevanti, poiché la battaglia non si sviluppò in fasi statiche, con urti impressi e sostenuti a pié saldo.

39. Gli Spartani rimasero bloccati nell'isola, dallo scontro con le navi fino alla battaglia di Sfacteria, per un periodo complessivo di settantadue giorni. Durante questo tempo, per i venti giorni che gli ambasciatori impiegarono a compiere il tragitto di andata e ritorno in occasione delle trattative di pace, furono regolarmente riforniti di generi alimentari: per il resto si nutrirono con le provviste introdotte di contrabbando. Infatti nell'isola si rinvenne un certo quantitativo di frumento, ed altri commestibili che v'erano rimasti. Il comandante, Epitada, aveva assunto la regola di distribuire a ciascuno razioni più scarse di quanto avrebbe potuto. Ateniesi e Spartani disposero il rientro in patria delle rispettive forze impegnate a Pilo. La promessa di Cleone, per quanto avventata, era adempiuta: nel giro di venti giorni, come aveva assicurato, per opera sua i prigionieri si trovavano in Atene.

40. Dai Greci questo fu considerato l'episodio più stupefacente di tutta la guerra. Poiché era diffusa l'opinione che gli Spartani non avrebbero consegnato le armi né per fame né vinti da qualche altra strettezza, ma che combattessero in qualunque condizione, spada alla mano, fino alla morte. E dubitavano che l'eroismo dei caduti avesse un reale corrispettivo nei superstiti, che avevano ceduto le armi. Tempo dopo, anzi, un tale, alleato ateniese, chiese con crudele ironia a uno dei prigionieri dell'isola se i loro morti fossero stati davvero dei valorosi: e quello replicò che la canna - voleva significare la freccia - sarebbe un mirabile strumento se sapesse discernere i valorosi. Intendeva dire che i colpi di fionda e i dardi atterravano chiunque venisse colto.

41. Dopo che i prigionieri furono condotti ad Atene, gli Ateniesi decretarono di tenerli in carcere finché non si fosse raggiunto un accordo; ma se i Peloponnesi forzavano i tempi irrompendo in Attica, li avrebbero trascinati fuori e giustiziati. Un presidio fu stabilito a Pilo, dove i Messeni di Naupatto, tratti quasi da un sentimento di patria (poiché Pilo è situata nei confini della Messenia antica), inviarono un reparto di loro uomini, i più indicati per quel compito. Costoro si diedero a saccheggiare i paesi della Laconia e riuscivano a provocare danni gravissimi utilizzando l'identità del loro linguaggio con quello parlato dagli abitanti del luogo. Fino a quell'epoca, gli Spartani non avevano sofferto mai rapine, estorsioni o le miserie della guerriglia. Ora anche gli Iloti disertavano e Sparta viveva ore drammatiche temendo lo scoppio, nel suo stesso paese, di qualche più grave disordine insurrezionale. Difficile sopportare quell'incubo: quindi si risolsero, studiandosi di tener segreto il loro stato d'animo, ad inviare ambasciatori ad Atene tentando di riavere Pilo e i propri uomini. Ma ora le aspirazioni ateniesi si slanciavano più alte, e dopo frequenti contatti gli ambasciatori furono liquidati con un infruttuoso congedo. Così si svilupparono gli eventi di Pilo.

42. Subito dopo questi casi, gli Ateniesi organizzarono una campagna, nella stessa estate, in terra corinzia con ottanta navi e duemila dei propri opliti e forti di duecento cavalieri, imbarcati su navi adattate al trasporto dei cavalli. Partecipavano, tra gli alleati, i Milesi gli Andri e i Caristi. Al comando era Nicia, figlio di Nicerato, con due colleghi. Sciolte le ancore, ai primi chiarori dell'alba approdarono tra Chersoneso e Reito, sulla riva del territorio sovrastato dal colle di Soligea. I Dori, in antico, avevano fissato la propria sede su questa altura, da cui calavano per guerreggiare con i Corinzi della città, che erano Eoli di schiatta. Ed oggi alla sommità della collina sorge un borgo, denominato Soligea. Dal punto della spiaggia dove si era ormeggiata la squadra correvano dodici stadi fino a quel villaggio, sessanta fino alla città di Corinto, venti fino all'Istmo. I Corinzi, messi in allarme da quelli di Argo con l'avviso che un'armata ateniese si avvicinava marciando, da tempo erano già attestati sull'Istmo accorsi per fare barriera: al completo le loro truppe, tranne quelli che abitano sull'opposto lato dell'Istmo. Inoltre, erano assenti cinquecento dei loro, impegnati a presidiare Ambracia e Leucade. Tutti gli altri stavano all'erta per scorgere in tempo il punto preciso dello sbarco ateniese. Ma, protetta dall'oscurità, la flotta ateniese aveva preso terra senza suscitare l'allarme: quando si segnalò l'arrivo del nemico, i Corinzi lasciarono la metà delle proprie truppe a Cencrea, nel dubbio che gli Ateniesi marciassero contro Crommione, e mossero rapidi per contendere il passo al nemico.

43. Batto, uno degli strateghi (erano due al comando, nel momento della battaglia) prese con sé un "loco" e accorse al villaggio di Soligea, sfornito di mura, per proteggerlo. Licofrone mobilitò gli altri e scatenò l'attacco. Nella fase iniziale, le schiere corinzie piombarono sull'ala destra ateniese che aveva appena concluso lo sbarco davanti al Chersoneso, poi l'urto fu vibrato a tutto il resto dell'armata nemica. Il combattimento procedeva duro, statico, corpo a corpo. E l'ala destra, dove operavano Ateniesi e Caristi (costoro infatti chiudevano all'estrema destra lo schieramento) sostenne lo sforzo dei Corinzi e, provatissima, li respinse. Costoro indietreggiarono fino a un muretto, a riparo di un fondo, e sfruttando la circostanza che il terreno era un crescente pendio di cui occupavano la sommità, dall'alto presero a tempestare di ciottoli il nemico e intonando il peana si precipitarono di foga a un rinnovato attacco. Gli Ateniesi attesero il contraccolpo, non si piegarono e il corpo a corpo divampò una seconda volta. Un "loco" di Corinzi, spostatosi nel settore della loro ala sinistra per dar man forte, travolse lo schieramento ateniese sulla destra e proseguì l'azione di sfondamento fino al mare. In prossimità delle navi ancorate, Ateniesi e Caristi compirono un giro completo e improvviso su se stessi. Il resto dell'armata, su un fronte e sull'altro, si batteva senza respiro, e con più vivo furore l'ala destra corinzia che, al comando di Licofrone in persona, lottava con l'ala sinistra ateniese, sbarrando la strada verso quello che si riteneva il principale obiettivo nemico: il centro di Soligea.

44. Gli urti raddoppiarono d'intensità per ore e ore: nessuna flessione di un fronte o dell'altro. In una fase successiva (molto opportuno per gli Ateniesi il diretto intervento della cavalleria nel vivo dello scontro, mentre gli avversari non disponevano di cavalli) i Corinzi volsero le spalle e si ritirarono verso le pendici dell'altura, deposero accanto a sé le armi e ripresero fiato, in attesa, senza nuove azioni offensive. Le perdite più gravi, tra cui anche lo stratego Licofrone, furono inflitte ai Corinzi dell'ala destra nel corso di questa rotta. Anche gli altri reparti, in questo modo, si ritirarono; sottoposti a una dura pressione, ma senza essere incalzati con veemenza, con una manovra composta guadagnarono le alture e vi si trincerarono. Gli Ateniesi, poiché il nemico non muoveva più all'assalto, si diedero a spogliare i caduti della parte avversa e a raccogliere i propri; ed elevarono subito un trofeo. A quella metà delle truppe corinzie che stavano di presidio a Cencrea, vigilando su un'eventuale mossa nemica contro Crommione con la squadra navale, la vista o qualsiasi notizia della battaglia era preclusa dalla massa montagnosa dell'Eneo. Ma quando costoro scorsero una cortina di polvere che si levava e capirono, scattarono per recare aiuto. La notizia, diffusa a Corinto, indusse anche i più anziani ad uscire dalla città come truppe di rincalzo. Di fronte a questo massiccio attacco gli Ateniesi pensarono subito che si preparava una controffensiva manovrata con tutte le forze disponibili dalle cittadine peloponnesie dei dintorni. Sicché retrocessero in fretta verso le navi, trascinando con sé il bottino e i propri caduti, tranne due che lasciarono sul terreno, non essendo riusciti a trovarli. Si imbarcarono e compirono la traversata verso le vicine isole, da cui trattarono e ottennero, per mezzo di un araldo, la restituzione dei propri morti, dopo aver firmato un'adatta tregua. Si contarono duecentododici vittime tra i Corinzi, tra gli Ateniesi poco meno di cinquanta: e tale fu il definitivo bilancio dello scontro.

45. Salpati dalle isole, quello stesso giorno gli Ateniesi puntarono su Crommione, in terra corinzia. La località dista dal centro urbano di Corinto centoventi stadi. Vi calarono le ancore, devastarono il territorio e vi bivaccarono. Il giorno successivo, dopo aver veleggiato verso Epidauria rasente la costa, ed avervi effettuato uno sbarco, approdarono a Metana a mezza via tra Epidauro e Trezene. Occuparono l'istmo della penisola, sulla quale sorge Metana, vi eressero un baluardo e dopo avervi schierato un presidio si dedicarono per un certo tempo al saccheggio nelle contrade di Trezene, Alis, Epidauro. Dopo aver perfezionati i dispositivi di difesa in quel settore, si imbarcarono e mossero verso la patria.

46. S'era alla stessa epoca in cui accadevano questi eventi, quando Eurimedonte e Sofocle che avevano levato le ancore da Pilo e dirigevano la flotta verso la Sicilia, giunti all'altezza di Corcira, unirono le proprie forze alla parte popolare che teneva in pugno la città per liquidare i fuoriusciti corciresi alla macchia sul gruppo montuoso dell'Istone. Costoro vi si erano istallati dopo i disordini politici che avevano sconvolto la città e spadroneggiando per quelle campagne causavano pesanti perdite. Con un assalto gli Ateniesi espugnarono il forte, ma gli occupanti si gettarono tutti in fuga verso un'altura e trattarono su queste basi: consegna delle truppe mercenarie, e in cambio, l'assicurazione che, rendendo le armi, il loro futuro sarebbe stato deciso dal popolo ateniese. Con queste garanzie gli strateghi li fecero trasportare sotto scorta e custodire nell'isola di Ptichia, fino al loro invio ad Atene. Con la convenzione che se anche uno solo veniva colto in un tentativo di fuga, il patto doveva considerarsi annullato per tutti. I capi del partito popolare di Corcira temendo che giunti ad Atene i loro avversari politici trovassero clemenza, architettarono questa trappola: fecero cadere nella rete un gruppetto di confinati sull'isola intessendo con loro un contatto segreto per mezzo di comuni amici, ai quali, simulando calore di sentimenti, affidarono col consiglio di trasmetterlo subito ai detenuti questo avviso traditore, che provvedessero a loro stessi tentando la fuga, al più presto. Una scialuppa era pronta: ci avevano pensato loro, i capi. Poiché, dicevano, gli strateghi Ateniesi covavano il pensiero di consegnarli in mano agli esponenti del partito popolare corcirese.

47. Il suggerimento fu accolto. Ci si dà da fare per il battello, ma sul punto di salpare i fuggitivi sono colti e messi agli arresti. Sospesa la tregua, furono consegnati, fino all'ultimo, ai Corciresi. Tale corso degli avvenimenti fu favorito, e in proporzione non trascurabile, dal contegno degli strateghi ateniesi che esprimevano in pubblico il loro malumore per l'indebito prestigio che altri, scortando i prigionieri ad Atene, si sarebbero visto attribuire, mentre a loro spettava di proseguire la rotta verso la Sicilia: sicché si stagliava più netta l'autorevolezza di quella proposta d'evasione e gli artefici del piano avevano avuto agio di tramarlo con più sciolta confidenza. Quand'ebbero in custodia i detenuti, i Corciresi li segregarono in un ampio edificio, da cui presero in seguito a trascinarli all'esterno a drappelli di venti, tra due ali di opliti schierati su due fianchi. Procedevano legati e chiunque tra le due file scorgesse in questi un nemico di parte era autorizzato a vibrare percosse e colpi di lancia. Armate di frusta, li tallonavano alcune guardie, pronte a sveltire il passo di chi accennava a rallentare.

48. Circa sessanta uomini furono trascinati fuori e assassinati con questa tattica, senza che nulla trapelasse a illuminare i reclusi nella grande fabbrica (credevano che li si conducesse via per scortarli a qualche altra destinazione). Ma quando la realtà si fece strada o qualcuno ne informò i prigionieri, costoro si misero ad invocare gli Ateniesi a viva voce, che li finissero loro piuttosto, se desideravano vederli morti. Rifiutarono comunque di porre piede fuori da quella casa e urlavano che fin quando avessero avuto fiato avrebbero conteso a chiunque l'entrata lì dentro. Da parte loro, neppure i Corciresi erano molto invogliati a tentare di sfondare le porte: scalato il tetto del casamento e abbattutane la copertura presero a grandinarli di tegole e frecce. I detenuti si facevano scudo di ciò che trovavano mentre i più preferivano darsi da sé la morte, chi affondandosi nella gola i puntali dei dardi che gli avversari avevano scagliato, altri impiccandosi con le cinghie svelte da alcuni letti che lì giacevano e con strisce di tessuto strappate dagli indumenti. Per molte ore della notte (l'oscurità era calata sull'eccidio) continuarono, con ogni mezzo, a togliersi la vita o a cadere vittime dei colpi inferti dall'alto. Appena fu giorno, i Corciresi ammucchiarono i cadaveri su alcuni carri, trasportandoli fuori dalie proprie mura. Tutte le donne che furono sorprese nella fortezza vennero vendute come schiave. Così dal partito popolare furono annientati i Corciresi dei monti e fu tale l'esito, almeno per quanto riguarda il periodo di questa guerra, di quell'immenso e sanguinoso tumulto civile. Poiché i resti di una delle due parti in campo si erano ridotti a brandelli trascurabili. Gli Ateniesi, come già da tempo avevano stabilito, tolsero le ancore per la Sicilia e affiancati dagli amici di laggiù, aprirono le ostilità.

49. Frattanto le truppe ateniesi stanziate a Naupatto e gli Acarnani diressero, sul finire dell'estate, una spedizione contro Anattorio, un centro Corinzio situato all'imboccatura del golfo di Ambracia e lo occuparono con il tradimento. Espulsi i Corinzi, vi si stabilirono come coloni gli Acarnani provenienti da ogni contrada del loro paese. Intanto finiva l'estate.

50. Nell'inverno seguente Aristide figlio di Archippo, stratego di una delle navi spedite dagli Ateniesi in missione per la raccolta dei contributi imposti agii alleati, sorprende Artaferne, personalità persiana in viaggio verso Sparta per conto del Re, a Eone, una cittadina sulle rive dello Strimone. Quando fu condotto ad Atene gli Ateniesi fecero tradurre per iscritto dalla lingua assira e quindi lessero il messaggio che quello recava con sé. Vi si trattavano molti argomenti, ma il principale era un appunto che il re muoveva agli Spartani: i loro propositi non gli riuscivano affatto chiari. Si erano susseguite varie missioni diplomatiche, ma nessuna che concordasse con le altre sui punti da trattare. Se ora si erano decisi a esprimersi in termini un po' più comprensibili; facessero scortare da un'ambasceria, diretta alla capitale del regno, questo suo emissario persiano. Artaferne fu fatto accompagnare in seguito con una trireme e con un'ambasceria a Efeso. Ma quando gli agenti ateniesi seppero laggiù della morte di Artaserse figlio di Serse, accaduta da poco (s'era spento infatti proprio in quell'anno) decisero l'immediato rientro.

51. Nello stesso inverno, inoltre, i Chii atterrarono il loro muro nuovo su ordine degli Ateniesi che dubitavano di qualche intrigo a proprio danno: sebbene, nei limiti delle loro possibilità, i Chii avessero concordato con gli Ateniesi, sulla base di una precisa assicurazione, che nessun attentato politico sarebbe stato posto in atto contro la sovranità del proprio paese. E spirava anche quest'inverno, e volgeva al termine con esso il settimo anno di questa guerra che Tucidide narrò.

52. Proprio al sorgere dell'estate si verificò un'eclissi parziale di sole, subito all'inizio del mese, e nella prima decade del mese si ebbe una scossa di terremoto. I profughi di Mitilene e delle altre località di Lesbo, dopo avere assoldato reparti di mercenari dal Peloponneso e altri concentrati sul posto per lo più dalle basi del continente mossero contro Reteo e l'occuparono. Ma avendo pattuito un riscatto di duemila stateri di Focea la restituirono, senza torcere un capello agli abitanti. Da qui puntarono su Antandro e, favoriti da un tradimento, vi penetrarono da padroni. Intendevano affrancare principalmente Antandro, poi le altre città denominate Attee che mentre costituivano prima un protettorato di Mitilene, ora erano sottoposte al dominio ateniese. Inoltre, il possesso di questa località (molto opportuno per l'allestimento di navi e di altre attrezzature belliche, per la sua ricchezza di legname e la vicinanza del monte Ida) avrebbe rese più comode e sicure le spedizioni contro Lesbo, assai prossima, per devastarne i territori e per soggiogare le cittadine eoliche del continente. Quindi, come prevedevano i loro piani, gli esiliati di Mitilene si occupavano di questi preparativi.

53. Nella stessa estate, con una squadra di sessanta navi gli Ateniesi forti di duemila opliti e di uno scarso contingente di cavalleria fecero una spedizione contro Citera. Degli alleati mobilitarono pochi reparti di Milesi e alcuni corpi di diversa provenienza. Li dirigevano gli strateghi Nicia figlio di Nicerato, Nicostrato figlio di Diitrefo e Autocle, figlio di Tolmeo. Citera è un'isola sita di fronte alla Laconia, presso il capo Malea. Gli isolani sono Lacedemoni della classe dei perieci. Il potere era esercitato dal Citerodìce, un'autorità che passava sull'isola da Sparta ogni anno. Inoltre gli Spartani vi dislocavano sempre una guarnigione di opliti ed avevano molto a cuore questo lembo di terra di cui si servivano come scalo per il traffico mercantile in partenza dai porti dell'Egitto e della Libia; al tempo stesso era un valido argine alle incursioni dei pirati contro le località della Laconia rivolte al mare, l'unica parte di quella regione che poteva essere vittima dei loro assalti. Poiché, in tutta la sua estensione, l'isola si protende verso il mare di Sicilia e di Creta.

54. Gli Ateniesi con la loro armata approdarono all'isola e con dieci navi, impiegando una colonna di duemila opliti milesi occuparono la città di nome Scandia, ubicata sulla costa. Gli altri reparti presero terra sulla spiaggia dell'isola orientata verso il promontorio Malea: di lì iniziarono la marcia verso la città dei Citeresi, che non sorge sul mare. Si trovarono subito di fronte i cittadini schierati in campo con gli effettivi al completo, già in ordine di battaglia. Divampato lo scontro i Citeresi resistettero per poco all'urto nemico, poi volgendo le spalle cercarono riparo nella città sita all'interno, e in seguito scesero a trattative con Nicia e i colleghi di comando, disposti ad arrendersi a discrezione pur di conservare la vita. Già in precedenza s'era parlato di una consegna della città, tra Nicia e alcuni personaggi di Citera: circostanza che consentì discussioni assai più spedite e accordi più umani, sia per regolare i rapporti immediati, sia in vista dell'avvenire. In altro caso, gli Ateniesi avrebbero proceduto alla deportazione dei Citeresi, che erano una gente spartana ed erano stanziati su un'isola tanto prossima alla Laconia. Stretta la convenzione gli Ateniesi entrarono in Scandia, la minuscola città che sorge sul porto e, dopo avervi disposto un contingente a presidio di Citera toccarono veleggiando Asinio, Eli e la maggior parte delle località costiere. Effettuando sbarchi e bivaccando nei punti richiesti dai particolari momenti strategici si dedicarono per circa sette giorni al saccheggio di quel paese.

55. Gli Spartani, vedendo che gli Ateniesi occupavano Citera trasformandola in una loro base, preoccupati per la possibilità che sbarchi di questo genere potessero operarsi anche contro le proprie coste, non schierarono mai su un unico caposaldo tutte le loro forze armate, ma seguendo il criterio dell'opportunità strategica distribuirono sul territorio nazionale un'ampia rete di presidi, mobilitando un numero considerevole di milizie oplitiche. Vigeva in tutto il paese lo stato di all'erta. Li angustiava il sospetto di un criminoso tentativo di sovversione contro l'ordine politico costituito, dopo il serio e folgorante colpo di Sfacteria, mentre il nemico era padrone di Pilo e di Citera e la morsa della guerra tendeva a serrarli con imprevedibile rapidità. Sicché istituirono un nuovo corso nelle loro concezioni militari, creando un corpo di quattrocento cavalieri e d'arcieri. Le loro mosse tattiche raddoppiarono in prudenza: si sentivano vincolati ormai ad una lotta sul mare, in contrasto con i tradizionali principi cui erano venuti informando il proprio apparato bellico: e contro di loro s'ergeva in armi Atene, cioè uomini per cui ritrarre la mano da una prova significava ogni volta mancare a un preciso dovere: osare sempre e sperare in un fausto successo. Inquietudine più ombrosa, alla riflessione dei ripetuti colpi inferti dal destino al loro popolo, in breve arco di tempo, oltre ogni logica aspettativa. Trepidavano al pensiero che il caso potesse vibrar loro una percossa bruciante come a Sfacteria. Stati d'animo che snervavano il loro impeto a battersi; e così avvertivano in ogni passo avanti il rischio di perdere l'equilibrio; non gustavano da antico tempo il sapore della disfatta e perciò il loro animo aveva smarrito la fiduciosa coscienza del suo stesso valore.

56. Allora, contro gli Ateniesi che proseguivano il saccheggio delle località costiere, preferivano quasi sempre non aprire le ostilità, qualunque fosse il presidio scelto come obiettivo dello sbarco nemico. Era il paralizzante effetto di quella loro crisi morale e di una convinzione ostinata: di trovarsi cioè di volta in volta, numericamente inferiori. Si verificò un isolato episodio di resistenza armata: un presidio reagì nei pressi di Cotirtia e Afrodisia e con un assalto seminò il terrore tra alcuni reparti di fanteria leggera che procedevano in ordine sparso. Ma sottentrarono subito gli opliti a parare il colpo e quelli ripiegarono. Pochi uomini rimasero sul terreno, e furono subito spogliati delle armi. Eretto un trofeo gli Ateniesi rientrarono veleggiando a Citera. Ne ripartirono con le navi e doppiando il promontorio Malea comparvero a Epidauro Limera e dopo aver saccheggiato parte delle campagne si presentarono a Tirea, un centro del territorio chiamato Cinuria, al confine tra l'Argolide e la Laconia. Gli Spartani, che ne erano padroni, l'avevano concessa affinché vi abitassero ai profughi di Egina, memori non solo dei benefici che ne avevano ricevuti in occasione del terremoto e della rivolta degli Iloti, ma anche della loro aperta simpatia per la politica di Sparta, incurante della circostanza che gli Ateniesi tenevano suddita Egina.

57. Mentre la squadra ateniese era ancora in navigazione verso di loro, gli Egineti disertarono il caposaldo che proprio in quei giorni si trovavano ad approntare sulla spiaggia e si ritirarono verso l'interno, nella città che era la loro sede e che sorgeva a circa dieci stadi dal mare. Una sola guarnigione tra quelle dislocate in quel paese cooperava alla fabbrica del baluardo. Ma i suoi componenti non si dichiararono disposti a seguire gli Egineti nel riparo della cerchia muraria: consideravano troppo rischioso chiudersi nella cinta. Guadagnarono le colline e ritenendosi impari alle forze nemiche non tentavano offesa di sorta. Nel frattempo gli Ateniesi presero terra, e muovendo subito con l'intera armata investirono Tirea. Bruciarono la città, misero a sacco le sue case, condussero con sé ad Atene gli Egineti che non avevano ucciso negli scontri; cadde in mano ateniese, ferito ma vivo, anche Tantalo, figlio di Patrocle, un'autorità spartana presente a Tirea al momento dell'attacco. Inoltre, gli Ateniesi portarono con sé anche un certo numero, non alto, di cittadini citeresi, cui ragioni di sicurezza suggerivano di far cambiare aria. Si decise il loro trasferimento alle isole, mentre gli altri abitanti di Citera conservavano la propria sede ma si impegnavano a versare un tributo annuo di quattro talenti. Tutti gli Egineti catturati dovevano morire, traditi dal loro antico e inesausto odio contro Atene. Per Tantalo si decise la prigionia insieme agli altri Spartani che avevano ceduto le armi a Sfacteria.

58. Nel corso della stessa estate in Sicilia gli uomini di Camarina e di Gela furono i primi a stilare una convenzione bilaterale di pace. In un secondo tempo si tenne a Gela un vertice degli altri stati della Sicilia alla presenza degli ambasciatori provenienti da ogni città. Si riunì un congresso, si vagliarono le ipotesi di accordo, si tentarono le strade per giungere a una tregua. Si successero numerosi interventi, parte favorevoli parte contrari alle proposte di pace, mentre raddoppiavano i dissidi e i reclami da parte di chi si riteneva offeso o danneggiato in qualche proprio diritto. Alla fine Ermocrate, figlio di Ermone, cittadino di Siracusa, destinato a raccogliere il più concorde plauso, comparve davanti all'assemblea riunita ed espresse queste ragioni:

59. "La città nel cui nome mi accingo a parlarvi, uomini di Sicilia, non è la meno potente: e più fra tutte resiste al logorio della guerra. Dunque esporrò a questo pubblico consesso la linea politica che mi pare più densa di promesse per l'avvenire dell'intera Sicilia. La guerra è un male: i suoi danni vi sono noti. È quindi inutile che mi dilunghi a rammentarvene i sacrifici; sono già un patrimonio d'esperienza per voi. Nessuno è spronato a impugnare le armi dall'ignoranza dell'alto prezzo di sangue che esigono, né lo convince a riporle il timore, quando balena nei suoi progetti la speranza di un acquisto. Accade invece che all'aggressore paiano più fruttuosi i profitti, delle privazioni cui s'espone; sull'altro fronte, chi si difende è più disposto ad imboccare il sentiero di un conflitto, irto di pericoli, che a curvare il capo a un'offesa immediata. Ma nel momento in cui queste politiche si rivelano ugualmente dannose, allora i suggerimenti e gli sforzi per riottenere la pace acquistano più decisiva efficacia. Se ce ne convinceremo nelle attuali circostanze, gli interessi comuni ne trarranno un beneficio notevole. Noi tutti abbiamo peccato di particolarismo e siamo giunti alla guerra per regolare al meglio ciascuno le proprie convenienze. Ora, con il dibattito, cerchiamo di approdare a un'intesa e se si rivelerà inattuabile un accordo che soddisfi equamente le singole pretese, ebbene riprenderemo le armi.

60. "Ora dunque bisogna comprendere, se facciamo appello alla ragione, che la conferenza qui raccolta non deve avere sul tappeto polemiche d'interesse privato. A mio avviso, la rete ateniese minaccia di avviluppare l'intera Sicilia. Occorre discutere se c'è ancora tempo per scioglierla da questa trama. La questione ateniese deve essere un monito ben più severo e urgente all'interna armonia di quanto possono le mie parole. Costoro non solo rappresentano in Grecia la potenza principale, ma anche qui da noi, in Sicilia allungano l'occhio a spiare, con una piccola flotta, i nostri passi falsi. Attenti alle proprie opportunità manovrano con quel loro scaltro stile politico, protetti dallo schermo legittimo di un'alleanza, una forza che per tradizione e natura dovrebbe essere loro ostile. Se ci assumiamo noi stessi il compito di sollevare una guerra spingendoli a intervenire - uomini che non hanno bisogno di troppi colpi di sprone per presentarsi in armi - se non solo ci distruggiamo a spese nostre, ma tracciamo loro, piana e dritta, la via del dominio aspetteranno con ansia di vederci all'ultimo stadio dello sfinimento, come è ragionevole temere, e compariranno allora con una flotta più potente, bramosi di soggiogare tutta la nostra Sicilia.

61. "Invece se ci guida la prudenza, occorrerebbe ampliare la sfera di intese politico-militari e imbarcarci in operazioni rischiose più per conquistare ciascuno al proprio paese possessi esterni, che per sacrificarne il patrimonio attuale. E dovete convincervi che la discordia è il più mortale nemico per le città e per tutta la Sicilia e riflettere sul fatto che noi, quanti vi risiedono, mentre incombe lo spettro di un attacco nemico coltiviamo imperterriti, città contro città, le nostre discordie. È indispensabile prendere coscienza di questa realtà. Cadano vertenze tra uomo e uomo, tra città e città. Associamo le nostre forze in un impeto concorde, per restituire sicura la Sicilia. A nessuno sorga il pensiero che la guerra contro Atene coinvolge solo quelli tra noi che appartengono al ceppo dorico, mentre gli uomini di Calcide possono tenersi tranquilli fuori dalla mischia, fiduciosi nella loro affinità con gli Ioni. Si oppongono qui due stirpi, ma l'artiglio di Atene non vuol offendere, vibrato dall'odio razziale, una di esse; minaccia in blocco gli averi della Sicilia, le nostre comuni fortune. Proprio ora si sono smascherati in occasione dell'appello che i coloni di origine calcidese hanno loro rivolto. Costoro non si erano mai attenuti ai loro concreti obblighi di alleanza, ma sono stati ben pronti e lieti gli Ateniesi a superare di slancio perfino il proprio dovere, quale, alla lettera, gli articoli del patto esigevano. Capisco benissimo e giustifico questi ardori ateniesi e l'accortezza che li governa e non mi scaglio contro chi aspira all'impero, ma contro chi è troppo supino a lasciarselo imporre. Poiché è universale e perenne impulso nell'uomo dominare chi si piega, e difendersi dall'oppressore. È in colpa chi tra noi, conscio di tali principi, non provvede in tempo a misure adeguate di protezione ed è forse qui convenuto recando in sé un errore di fondo se non è convinto che il nostro problema capitale è di porre riparo, con i mezzi più fidati e in armonia d'intenti all'abisso in cui stiamo tutti per affondare. Certo un sollecito accordo tra noi significherebbe un enorme passo avanti, verso la libertà da quest'incubo: poiché le basi avanzate ateniesi non si trovano certo nei propri confini, ma in quelli di coloro che ne hanno invocato la presenza. Impiegando questo rimedio non occorrerà un nuovo conflitto per risolvere il precedente: con la pace i dissidi si sciolgono senza postumi dolorosi e chi ha sfruttato una richiesta di aiuto per ammantare di decoro una passione immorale di dominio, è pregato ora, con un onestissimo motivo, di ritirare le mani e prendere la strada di casa.

62. "Riguardo agli Ateniesi, è tale il profitto che si ricava da una deliberazione ponderata. Se, a giudizio di tutti, la pace è la fortuna più preziosa, perché non dovremmo anche noi imporla, nei nostri rapporti interni? O non vi volete convincere che se uno possiede un vantaggio da custodire, e su un secondo s'addensa l'ombra di un infortunio da sventare, è la pace, non la guerra, la condizione migliore per consentire al primo di difendersi e all'altro di liberarsi? E che la pace offre meno rischiose occasioni di prestigio e di gesti magnifici? E quanti diversi privilegi potrebbero, a ricordarli, fornire sostanza a discorsi interminabili, come, purtroppo, le miserie e gli orrori della guerra? Sono queste le riflessioni da approfondire, senza irridere alle mie parole, di cui piuttosto ciascuno si avvalga come di un tempestivo avviso, per provvedere in tempo alla propria sicurezza. E se qualcuno confida saldamente in se stesso, nella giustizia delle proprie ragioni e nella forza che stima di possedere, badi a non subire una delusione cocente; sappia di molti che s'avventarono a vendicare una offesa patita e di altri che, ben temprati giurarono a se stessi di riuscire in una conquista; e i primi non solo fallirono il colpo vendicatore, ma neppure sfuggirono alla catastrofe, mentre agli altri, in luogo di un guadagno toccò la perdita del proprio. Il giusto motivo di una vendetta non ne garantisce anche il successo finale, solo per il fatto che è la replica a una percossa illegalmente inferta; e la potenza non assicura il trionfo, anche se l'accompagna la speranza. Domina sempre il fattore incalcolabile del futuro: ma questa incertezza, la più illusoria tra tutte, può divenire anche l'elemento più utile. Poiché l'impero universale del previdente timore ci ispira, nelle relazioni con gli stati stranieri, una politica più prudente.

63. "Ora, sotto l'influsso di questa duplice cosciente inquietudine, per il futuro indecifrabile, sorgente sempre viva di ansie, e per la reale allarmante presenza degli Ateniesi, e ormai convinti, in relazione al disinganno di molti tra noi nei loro progetti, che bastarono questi scogli a frantumare i sogni e le ambizioni di grandezza da ciascuno coltivati, respingiamo il nemico dalla nostra terra, ove ha posto piede. Abbracciamo il partito migliore, una pace stabile nel tempo: se non si può giungere a tanto, firmiamo tra noi un armistizio, il più duraturo possibile, o rimandiamo a più opportune occasioni le vertenze particolari. Seguendo il mio consiglio, dovete persuadervi, abiteremo ciascuno una città libera e contrapporremo a chiunque, amico o ostile, in virtù della nostra sovrana indipendenza e su basi di parità, un'adeguata e gagliarda replica. Ma se, non confidando in questi argomenti, pieghiamo il capo ad altri, non sarà più questione di voler punire un eventuale aggressore. Ci potremo dire felici, se solo ci si imporrà l'obbligo di stringerci in amicizia con gli avversari più odiosi e di alzare le armi contro chi meno dovremmo.

64. "E io che, come ho già detto all'inizio, parlo in nome della città più potente, e che mi sento più pronto ad assalire che a difendermi, prevedendone gli effetti, giudico più proficua una politica riflessiva, aperta anche a qualche concessione. Irrigidirsi contro il nemico è una follia, cui segue un danno anche più grave. Non vibro a una frenesia dissennata di vittoria, che mi inculchi la convinzione di poter egualmente disciplinare il mio personale volere e il corso della fortuna, su cui non vale il mio freno. Quando s'impone una rinuncia, mi fletto e l'accolgo. Ebbene proclamo che secondo giustizia il mio contegno deve essere modello per tutti, che dobbiamo adattarci a qualche sacrificio tra noi per non favorirne il nemico. Non è vergogna per uomini che abitano la stessa patria scendere a qualche concessione reciproca, Dori a Dori, Calcidesi a quelli dello stesso ceppo e, in complesso, tra genti vicine che abitano il medesimo suolo, lambito dal mare e distinto da un unico nome di popolo: Sicelioti. Combatteremo, io credo, e ricorreremo alla pace quando sarà opportuno, ma sempre tra noi, appellandoci a trattati che noi soli riguardino. Stringiamoci compatti sempre a far barriera, se siamo ragionevoli, contro genti straniere che si avanzino con propositi aggressivi. Poiché sappiamo che una perdita inflitta ai singoli è ogni volta un pericolo per il fronte comune. Così non sentiremo più l'urgenza d'invitare dall'estero alleati e intermediari di pace. Con questa politica, oltre a non privare la Sicilia, nelle circostanze attuali, di due fruttuosi risultati, la liberazione dalla minaccia ateniese, e dalla lotta interna, potremo in seguito godere quest'isola in assoluta autonomia, tra noi, senza il terrore costante di un agguato straniero.".

65. Ermocrate, con un discorso sostanzialmente così concepito convinse i Sicelioti a stilare una convenzione, relativa unicamente a se stessi, che contemplava la cessazione delle ostilità e assicurava a ciascuno il godimento dei propri possessi. Ai Camarinesi restava Morgantina dietro il versamento di una somma pattuita ai Siracusani che la cedevano. Gli alleati di Atene convocarono l'alto comando ateniese dichiarando che si sarebbero allineati con gli altri nel nuovo ordine di pace i cui trattati avrebbero incluso anche Atene. Ottenuto il loro consenso stipularono l'accordo. Dopo questi eventi le navi ateniesi presero il mare per rimpatriare. All'arrivo degli strateghi gli Ateniesi rimasti in città ne condannarono due all'esilio, Pitodoro e Sofocle, il terzo, Eurimedonte, a una multa. Secondo loro sarebbe stato possibile sottomettere i centri della Sicilia, se gli strateghi non si fossero lasciati sedurre dall'oro. La fortuna che, almeno in quei momenti, gonfiava le vele di Atene, appannava le loro menti: un possibile ostacolo era sogno, ogni operazione doveva essere diretta a buon termine, senza curarsi se fosse umanamente possibile o troppo arrischiata, se si fosse con mezzi adeguati preparato il terreno o si procedesse così, all'avventura. Ne erano responsabili i clamorosi trionfi che sorprendendoli avevano dato ali alle loro speranze.

66. In quella stessa estate i Megaresi che vivevano in città prostrati sia dalla guerra con gli Ateniesi che invariabilmente ogni anno irrompevano a due riprese nella loro terra con l'armata al completo, sia dai propri concittadini, profughi di Peghe, che ai tempi dei tumulti popolari erano stati scacciati dal partito democratico e si facevano pesantemente sentire con la loro attività di predoni, incominciarono a scambiarsi i pareri sull'opportunità di riaprire le porte ai fuoriusciti, per allontanare dalla città lo spettro di un disastroso attacco su due fronti. Gli amici degli esuli, cui anche erano approdate queste voci, insistevano più scopertamente di prima affinché ci si attenesse a questo proposito. I capi del partito popolare, sicuri che per le privazioni sofferte il popolo non avrebbe più a lungo avuto la energia per sostenere al loro fianco la lotta, cercarono di mettersi in contatto, ormai preda dell'ansia, con gli strateghi ateniesi. Ippocrate figlio di Arifrone e Demostene figlio di Alcistene. Intendevano consegnare la città, pensando che fosse in fondo un rischio meno grave di quello comportato dal rimpatrio di quegli uomini che essi stessi avevano allontanato. L'intesa previde innanzitutto la cessione delle lunghe mura agli Ateniesi (esse congiungevano con un percorso di otto stadi la città al loro porto, Nisea). Si impediva in questo modo un'azione di soccorso dei Peloponnesi da Nisea, dove vigilavano con un presidio composto di propri soldati per tenere d'occhio Megara. In una fase successiva, i popolari avrebbero tentato di far capitolare la città alta: quando avessero avuto in pugno le mura, questa resa si sarebbe ottenuta molto più facilmente.

67. Quando gli impegni verbali e l'organizzazione pratica del colpo furono conclusi da una parte e dall'altra, gli Ateniesi, attesa la notte, passarono sull'isola megarese di Minoa, in numero di seicento opliti agli ordini di Ippocrate e si acquattarono nella cava da cui si traeva l'argilla per i mattoni e che non era molto lontana. Un secondo reparto, diretto dall'altro stratego Demostene, e costituito da Plateesi di leggera armatura e da altre truppe di peripoli si imboscò presso il tempio di Enialio, ancor più vicino alle mura. Per quella notte nessuno ebbe sentore delle manovre che si svolgevano così vicine, tranne quelli cui le notizie dell'azione stavano particolarmente a cuore. Poco prima dell'alba quei Megaresi che si preparavano a tradire la città misero in opera questo espediente. Si erano già dati d'attorno per ottenere l'apertura delle porte murali e da qualche tempo da quando avevamo corrotto il comandante della guarnigione coperti dall'oscurità erano soliti farsi aprire caricare su un veicolo un battello a doppio remo, all'uso dei pirati, scavalcare la fossa guadagnare la spiaggia e di lì salpare, prima che sorgesse il sole si presentavano con lo stesso carico alle porte delle mura e lo introducevano all'interno. Scopo dichiarato di questo andirivieni era di lasciare sgombro di imbarcazioni il porto, con la speranza di rendere meno rigoroso il blocco delle navi ateniesi da Minoa. Dunque anche allora il carro era giunto alle porte che, secondo il solito, si erano spalancate per accoglierlo. Gli Ateniesi avvistarono quel traffico e (tutto si svolgeva secondo gli accordi) si slanciarono dai propri nascondigli decisi a prevenire la chiusura delle porte e a sfruttare quelle frazioni di tempo in cui il carro le ingombrava, impedendo di accostarle con mossa tempestiva. Intanto i complici Megaresi pensavano ad eliminare le guardie dalle mura. Avanti a tutti penetrarono correndo i Plateesi e i peripoli di Demostene, nel punto dove oggi sorge il trofeo e, appena dentro le mura, accesero la mischia (l'allarme trapelò ai Peloponnesi più vicini). I Plateesi travolsero il reparto accorso a tamponare la falla e permisero agli opliti sopraggiunti di introdursi con tutto comodo.

68. In seguito, anche gli Ateniesi, man mano che affluivano dall'apertura puntavano sul muro. In una fase iniziale, pochi soldati della guarnigione peloponnesia si schierarono a difesa; alcuni caddero, i più fuggirono, atterriti dall'attacco notturno dei nemici e vedendo combattere anche i Megaresi che avevano tradito pensarono di aver ormai contro tutta la cittadinanza di Megara, votata al tradimento. Si aggiunse la circostanza che l'araldo ateniese spontaneamente, bandì che chiunque tra i Megaresi volendo, poteva unire le proprie armi agli Ateniesi. Questo proclama fugò ogni esitazione dei Peloponnesi: certi che si trattasse di un'azione congiunta, si precipitarono a Nisea. All'alba la conquista delle mura era conclusa e in città i Megaresi erano in fermento. Gli uomini d'accordo con gli Ateniesi, e il resto del partito popolare che era al corrente dell'intesa segreta sostenevano la necessità di spalancare le porte e uscire a battersi in campo aperto. C'era un accordo: quando le porte fossero aperte gli Ateniesi dovevano irrompere in città. I loro partigiani si sarebbero fatti conoscere spalmandosi d'aglio, per essere risparmiati negli scontri. Si sentivano più baldanzosi nel caldeggiare l'apertura delle porte poiché, in ossequio agli articoli del patto, si erano già presentati da Eleusi quattromila opliti Ateniesi e seicento cavalieri che avevano marciato durante la notte. Dopo che i popolari si furono riuniti e si.assiepavano presso le porte, uno che era a parte della congiura ne avvertì l'altra fazione cittadina. Costoro si raccolsero e puntarono in massa sugli avversari: dichiararono che la sortita era impossibile (neppure prima, quando erano più forti, avevano mai avuto tanto ardire), e non era permesso spingere la città sull'orlo di un disastro così evidente. Se qualcuno era di opposto avviso, avrebbero parlato lì subito le armi. Tuttavia non rivelarono di conoscere la trama. Si ostinavano a dire che era quello il partito migliore, e lo appoggiavano. Ma frattanto montavano la guardia alle porte, sicché a quegli uomini non riuscì il complotto che avevano organizzato.

69. Gli strateghi ateniesi, quando si avvidero che qualche intralcio era nato e non sarebbero più stati in grado di espugnare la città a viva forza, accelerarono innanzitutto le operazioni di blocco intorno a Nisea calcolando che con una tempestiva presa della località, anteriore all'arrivo di truppe di rinforzo, anche Megara avrebbe più rapidamente ceduto le armi (in poche battute erano giunti da Atene l'attrezzatura di ferro, gli scalpellini, e tutto l'occorrente). Gli strateghi cominciarono il lavoro dalle lunghe mura, già sotto controllo: bloccarono il corridoio verso Megara con l'erezione tra le due cinte, di un baluardo trasversale, a partire dal quale, da una parte e dall'altra di Nisea, condussero fino al mare un fossato e un muro. Il lavoro era stato distribuito tra i vari reparti: utilizzando pietre e mattoni del sobborgo, e con il taglio degli alberi e di un bosco si piantavano palizzate dove c'era necessità. Inoltre, le abitazioni del sobborgo, una volta guarnite di merli, servivano da veri e propri fortilizi. La fatica ateniese si pro trasse per tutto quel giorno. Il giorno seguente, al tramonto, il muro era quasi completato. Lo spavento s'impadronì della guarnigione rinchiusa a Nisea, sia per la scarsità di vettovaglie (provvedevano di giorno in giorno dalla città alta) sia, principalmente, per la sfiducia in un celere soccorso dei rinforzi Peloponnesi. Anche l'ostilità dei Megaresi sembrava solidamente provata. Insomma si accordarono con gli Ateniesi per il riscatto di ogni cittadino dietro versamento di una quota pattuita, e per la consegna delle armi. A discrezione degli Ateniesi gli Spartani - comandante e truppe - con loro bloccati. Confermata l'intesa, uscirono da Nisea. Gli Ateniesi, dopo aver atterrato le lunghe mura a partire dalla cerchia di Megara, si istallarono a Nisea occupandosi dei nuovi preparativi.