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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Quarto - IV

105. Brasida intanto, in pensiero sia per la spedizione di soccorso della squadra in arrivo da Taso, sia informato della circostanza che Tucidide non solo disponeva del diritto di sfruttare le miniere d'oro site in quelle località della Tracia ma che traeva da questo privilegio un'influenza potente sulle autorità della regione, si ingegnò con tutte le proprie forze d'occupare per tempo le mura: per impedire che con il suo arrivo il nerbo dei cittadini d'Anfipoli, fiduciosi che Tucidide con truppe alleate raccolte dalle zone costiere e dalla Tracia comparisse a dissipare le loro avversità, rifiutasse allora di affidarsi a lui, Brasida. Quindi costui propose alla città un disegno d'accordo molto moderato, pubblicando un bando così concepito: tra gli Anfipolitani e gli Ateniesi attualmente in città, a chi lo desiderava, era concesso rimanervi padrone come prima delle proprie sostanze, con assoluta, inalterata equità di diritti. A chi non era disposto, si assegnava la facoltà di sgomberare entro cinque giorni, con la roba.

106. Questo proclama, diffuso, mutò per lo più lo stato d'animo della popolazione: principalmente perché il gruppo di cittadini ateniesi residenti in città era sparuto; la maggioranza era di provenienza mista, e numerosi si trovavano dentro la cerchia i parenti di quelli catturati di fuori. Oltre a ciò il bando li conquistava con la sua umanità, confrontata al timore con cui l'avevano atteso. Anche gli Ateniesi: poiché lasciavano lieti quella piazza per loro scottante, nella speranza di migliorare comunque il proprio stato, e nella certezza che, almeno a breve scadenza, un soccorso non sarebbe mai giunto. L'altra moltitudine si contentava di godere inalterato il possesso della propria città e di sciogliersi, quando ormai la fiducia mancava, da quell'angoscia. Sicché mentre i sostenitori di Brasida con sempre più disinvolto entusiasmo approvavano le sue offerte, notando il mutato umore delle correnti popolari e il declino progressivo dell'autorità prima goduta dallo stratego ateniese, ancora presente, si confermò l'intesa e Brasida fu accolto in virtù degli articoli compresi nel bando. In questo modo gli Anfipolitani cedettero la città: mentre Tucidide con la sua squadra quello stesso giorno a sera, prendeva terra ad Eione. Brasida era padrone di Anfipoli solo da poche ore, e mancò una notte sola che conquistasse anche Eione: poiché se la flotta di Tucidide non avesse forzato la corsa, alle prime luci la presa d'Eione era cosa fatta.

107. Dopo questi eventi l'uno organizzava la resistenza in Eione in vista non solo delle necessità protettive immediate, cioè di un assalto a sorpresa di Brasida ma soprattutto di un piano difensivo più generale proiettato verso il futuro: e accettò quanti, secondo i patti, avevano scelto di migrare dalla città dell'interno. L'avversario calò improvviso ad Eione lungo lo Strimone, seguendo il filo della corrente con una squadra forte di navi: a tentare la lingua di terra che si protende oltre la cinta e il cui possesso gli avrebbe assicurato il dominio sull'entrata del porto. Sferrò simultanea anche un'offensiva dalla parte di terra. Ma su entrambi i fronti fu respinto. Si occupò allora delle fortificazioni di Anfipoli e dei dintorni. Inoltre gli si arrese non solo Mircino, centro edonico (il re degli Edoni, Pittaco, era caduto vittima di una congiura ad opera dei figli di Goassi e della propria moglie Brauro), ma anche Galepso, di lì a poco, ed Esine: due colonie dei Tasi. Anche Perdicca, presentatosi subito dopo la resa di Anfipoli collaborò al compimento di ogni preparativo.

108. La conquista di Anfipoli allarmò profondamente Atene: principalmente per l'interesse che quella località rivestiva come produttrice di legname per allestimenti navali e per i suoi contributi finanziari. Ma c'era di più: con la scorta dei Tessali gli Spartani avrebbero avuto via libera anche prima, in qualunque momento, per giungere a colpire gli alleati d'Atene fino al corso dello Strimone; ma, senza dominare il ponte poiché mentre verso settentrione la corrente dilaga in una palude estesa e dal lato di Eione le triremi ateniesi montavano buona guardia, condurre a fondo un'invasione era impresa inattuabile per loro. Ma ormai si diffondeva in Atene l'ansia che tutte quelle difficoltà fossero cadute. E si temevano di ora in ora, le voci di città alleate in rivolta. Brasida per giunta, in ogni suo atto, manteneva un contegno mite e nei suoi discorsi, dovunque li pronunciasse, insisteva a ricordare che la sua missione significava la libertà della Grecia. Sicché nelle città suddite di Atene, alla notizia della caduta di Anfipoli, degli accordi che Brasida offriva, della sua mansuetudine, moltiplicò d'impeto il vento rivoluzionario. Onde un traffico fitto ma discreto di corrieri, un appellarsi ininterrotto a Brasida, con richieste pressanti d'intervento: una gara insomma per essere i primi a staccarsi. Neppure si profilava, a loro avviso, lo spettro di un castigo: traviati da una stima di tanto errata della potenza ateniese, di quanto, più tardi, essa spiegò la sua concreta ampiezza. Poiché la folla giudicava con impazienza confusa, non con limpida riflessione. Che è il tratto caratteristico della mentalità umana: abbandonarsi, in ciò che si sogna, a fantasie avventurose e accantonare con analisi sbrigativa, senza appello, ciò che ci disgusta. Si aggiungevano altri motivi; la disastrosa giornata ateniese in Beozia; gli argomenti di Brasida che incantavano, ma non corrispondevano ai fatti (a Nisea gli Ateniesi, secondo lui, pur con forze di molto maggiori non avevano avuto cuore d'incrociare il ferro con i soldati del suo esercito isolato): sicché le città fremevano d'entusiasmo, colme di fede in un'impunità assoluta. E imperava un sentimento: la facilità franca ad ogni passo pericoloso, raddoppiata dall'impressione gioiosa e momentanea d'essere liberi e dall'attesa di vedere, per la prima volta all'opera, e duramente impegnati, gli Spartani. A queste notizie gli Ateniesi assegnarono alle città, per quanto consentivano l'urgenza e la stagione invernale, presidi di rinforzo. In quanto a Brasida, sollecitava vivacemente da Sparta la spedizione di un'altra armata: di persona si occupava di allestire triremi sullo Strimone. Ma Sparta non soddisfece le richieste di Brasida ormai la sua figura ispirava un geloso rancore alle personalità più influenti, inoltre si preferiva operare per il recupero degli uomini di Sfacteria e per la fine delle ostilità.

109. Nello stesso inverno le forze di Megara ripresero e atterrarono fino alle basi le proprie lunghe mura che erano ancora sotto il controllo ateniese. Brasida, dopo la presa di Anfipoli fece una spedizione contro la cosiddetta Atte: è una regione questa che protendendosi dal canale del re si avanza nell'Egeo, dove culmina con l'imponente Atos, un picco sul mare. Vi sono le città: Sane, colonia degli Andri, che sorge proprio sul canale orientata verso il braccio di mare euboico. Le altre: Tisso, Cleone, Acrotoo, Olofisso e Dio: sedi di barbari bilingui di origini miste. Vi si è stabilita anche una minoranza calcidese ma la maggior parte sono Pelasgi (gente tirrena che abitò un tempo Lemno e Atene). Inoltre Bisalti, Crestoni ed Edoni. Vivono in borghi minuscoli. I più si affidarono a Brasida; ma Sane e Dio fecero resistenza e quello fermò il campo nel loro territorio ordinando alle truppe di distruggerle.

110. Poiché non si arrendevano, passò subito contro Torone, centro della Calcidica, in mano agli Ateniesi. Gli avevano fatto fretta pochi personaggi, risoluti a consegnargli la città. Era ancora notte quando giunse e albeggiava appena quando con l'esercito si accampò presso il tempio dei Dioscuri a circa tre stadi dalla città. Nel resto della gente di Torone e nel presidio ateniese nessuno diede l'allarme; i suoi emissari però, all'interno, sapevano ch'era prossima la sua comparsa. Perciò una sottile pattuglia dei loro uscì nell'ombra dalle mura a spiarne l'arrivo. Quando lo avvistarono introdussero nella propria città sette uomini di leggera armatura, forniti di pugnali (tanti infatti furono i soli che tra i venti soldati scelti per la prova non si lasciarono intimorire da quell'entrata rischiosa: li capeggiava Lisistrato di Olinto). Il drappello penetrò in un varco tra le mura che guardano il mare; si tennero coperti per non dare nell'occhio salendo ai soldati del presidio più alto (la città è addossata a un colle), di cui uccisero gli occupanti, accingendosi subito a sfondare la piccola porta che dà sulla strada di Canastreo.

111. Brasida spintosi poco avanti, attendeva immobile con il resto dell'esercito: solo mandò in avanscoperta cento peltasti, che si cacciassero dentro primi, quando una porta si fosse schiusa e s'alzasse il segnale concordato. Ma il tempo scorreva e, a poco a poco lo squadrone, con sua viva sorpresa, si trovò a ridosso della cerchia urbana. I Toronei intanto, che dall'interno si prodigavano a fianco dei sette assalitori per appoggiare il tentativo, scardinato il portale piccolo e dopo che riuscirono a schiudere, spezzando il chiavistello, le porte che immettevano nella piazza, prima fecero affluire con un grido dalla porta piccola alcuni peltasti, per seminare il panico con un assalto improvviso, dalle spalle e su due fronti, tra i cittadini ignari, poi, come si era concertato, segnalarono con il fuoco, e per l'accesso della piazza, ormai sgombra, diedero via libera agli altri peltasti.

112. Avvistato il segno Brasida staccò la corsa, ponendo tumultuosamente in moto l'esercito che si rovesciò con un solo formidabile urlo verso le mura: indescrivibile lo sgomento dei cittadini. Alcuni reparti piombarono rapidi alle porte: altri si avvalsero dei travi quadrangolari, appoggiati proprio in quei momenti ad un'ala diroccata e in riparazione delle mura: servivano a sollevare le pietre. Brasida, con il grosso dell'armata, si diresse subito verso i quartieri più elevati della città, deciso a una solida conquista dei punti strategici fondamentali. L'altra moltitudine di armati si disperdeva senza ordine in ogni direzione.

113. Mentre era in atto l'occupazione di Torone, la maggior parte dei cittadini, all'oscuro di tutto, vagava smarrita: ma i partigiani di Brasida e gli altri che nutrivano favore per questa sua azione, si accostarono subito alle truppe penetrate in città. Gli Ateniesi (circa cinquanta opliti si trovavano a dormire nella piazza) quando si avvidero dell'attentato, alcuni, pochi, caddero negli scontri, gli altri, parte a piedi, parte sulle due triremi che stazionavano nel porto, ripararono nel fortino di Lecito, che gli Ateniesi da soli avevano occupato e sorvegliavano. È questa la cittadella di Torone: si addentra nel mare, chiusa in uno stretto lembo di terra. Tutti i partigiani ateniesi di Torone vi accorsero, cercando riparo.

114. Quando il sole era già alto e Brasida teneva salda in pugno la città, proclamò un bando, per voce di un araldo, diretto ai Toronei fuoriusciti e protetti dagli Ateniesi del forte: che chiunque avesse questa disposizione d'animo poteva uscire da Lecito e, ridivenuto padrone della sua fortuna, godere sereno i propri diritti di cittadino. Agli Ateniesi ingiunse con l'invio di un araldo, di evacuare Lecito con la propria roba durante un periodo di tregua, poiché la cittadella apparteneva ai Calcidesi. Gli Ateniesi respinsero l'invito e pretesero un giorno di tregua per raccogliere le salme dei loro. Brasida ne concesse due, che utilizzò lui stesso per fortificare gli edifici adiacenti, mentre gli Ateniesi si occupavano della proprie posizioni. Frattanto, raccolta un'assemblea di Toronei, Brasida ripeté un discorso simile a quello tenuto in Acanto. Non erano in diritto di trattare con sdegno, quasi fossero traditori, quanti gli avevano prestato la propria opera per il successo del colpo di mano sulla città (nessun progetto di farla schiava, nella loro azione, e non erano mossi dall'oro; semplicemente avevano a cuore il benessere del proprio paese e la sua libertà: per questo si prodigavano). Neppure si pensasse che i neutrali restavano esclusi da quegli stessi diritti. Poiché non si era presentato per infliggere danni, né privati né pubblici. Onde quel suo proclama ai profughi di Lecito che rispecchiava lo spirito di intatta stima da lui coltivata nei loro riguardi: nessuna incrinatura in essa per le simpatie politiche che avevano mostrato. Giudicava che quando quegli uomini avessero fatto esperienza del rapporto con i suoi soldati, un sentimento di solidarietà non meno intenso, anzi più caldo li avrebbe affratellati agli Spartani: quanto più avrebbe avuto spicco l'integrità della loro condotta. Alla radice di quel timore c'era dell'inesperienza. Spronò tutti a star pronti: tra breve si rinsalderebbe un'alleanza tra i loro due paesi. Dopo, avrebbero compiutamente risposto di ogni loro atto. In quanto al passato Sparta non poteva dire d'aver patito oltraggi, come loro piuttosto potevano reclamare molestati da una potenza più forte: e qualche impennata un po' vivace, qualche urto erano degni di indulgenza e di perdono.

115. Con un discorso di questo tenore Brasida rincuorò i Toronei e spirato il termine della tregua cominciò a sferrare i suoi attacchi contro Lecito. Gli Ateniesi trincerati in una fortificazione precaria, cioè in case guarnite di merli, resistettero per quel primo giorno. Il successivo dalla parte nemica stava per essere avvicinata una macchina, da cui si progettava di scagliare fiamme sui sarmenti che fasciavano il bastione. Già l'armata si accostava: allora gli Ateniesi, nel punto che ritenevano il più probabile obiettivo dell'ordigno nemico, quello di più agevole accesso, issarono contro su una casa un torrione di legno e vi caricarono anfore e otri di acqua. Infine vi montò un drappello numeroso di soldati. La casa, oppressa da un peso eccessivo, crollò di schianto con un boato immenso. Gli Ateniesi presenti alla scena ne furono più che atterriti, contrariati; ma quelli troppo discosti per vedere e soprattutto quelli molto lontani, sgomenti al pensiero che in quel settore la difesa doveva essere stata sfondata, si gettarono in fuga verso il mare e le navi.

116. Brasida, accortosi che il nemico disarmava sgomberando i merli, e vedendo quanto accadeva in campo avverso, scattando con l'esercitò occupò di forza il caposaldo e sterminò quelli che vi colse. Frattanto gli Ateniesi abbandonando in questo modo la piazza, passarono con il naviglio da carico e le triremi a Pallene. Quindi Brasida (sorge in Lecito un santuario di Atena ed egli, all'inizio dell'attacco, aveva pensato di assegnare in dono trenta mine d'argento a chi scalasse primo il muro) persuaso che la conquista fosse dovuta più a un intervento divino che a potenze umane consacrò alla dea nel tesoro del tempio le trenta mine. Atterrò Lecito, la ripulì degli oggetti che vi si trovavano, dedicò in onore della dea tutto lo spazio ove sorgeva il forte. Per il resto dell'inverno Brasida provvide al riassetto delle posizioni occupate, e ad architettare piani di conquista per le altre. Spirando l'inverno veniva a fine anche questo ottavo anno di guerra.

117. Subito all'inizio della stagione, nell'estate successiva, Sparta e Atene stipularono una tregua annuale: con essa Atene calcolava di interrompere l'attività sovversiva che Brasida insisteva a spiegare tra i suoi alleati; ci si poteva concedere un po' di sollievo e meditare con calma sulle misure necessarie. Inoltre, ricavandone un vantaggio, nulla vietava di pensare a un accordo di più ampio respiro. Sparta, che intravedeva esatte le reali paure di Atene, riteneva che questa schiarita nei loro disagi e sacrifici, con il suo gesto di pace avrebbe ispirato ai nemici una sete più viva di pace autentica, definitiva, duratura: sicché avrebbero riconsegnato i prigionieri e, su fondamenti concreti, si sarebbero varati i preliminari per un accordo a lungo termine. Riavere a casa i suoi uomini: ecco l'aspirazione intima di Sparta, finché Brasida aveva alleata la fortuna. Se costui conquistava altri felici successi e. ristabiliva l'equilibrio del conflitto, Sparta aveva ben ragione di temere la perdita dei suoi uomini, e di arrischiare altre vite umane in una sfida ad armi pari. Si giunge pertanto ad una tregua su queste basi:

118. "In quanto al santuario e all'oracolo di Apollo Pizio, noi di Atene stabiliamo che vi sia libero l'accesso a chiunque desidera visitarlo, senza frode e senza timore, nel rispetto delle patrie tradizioni. Gli Spartani e gli alleati presenti si associano a questo decreto. Costoro dichiarano inoltre che invieranno un araldo dai Beoti e dai Focesi tentando, nei limiti del possibile, di indurli a ratificare anch'essi questa clausola. Riguardo al tesoro del dio, ci prodigheremo per rintracciare i colpevoli, facendo nostre, secondo rettitudine e giustizia, le patrie norme, sia voi Ateniesi che noi, e chiunque tra gli altri sia disposto a cooperare, sempre nel rispetto delle consuetudini antiche. In tali articoli si è formulato l'accordo con gli Spartani e i loro alleati su queste basi. Spartani e altri alleati hanno poi stabilito i seguenti punti, nel caso che con Atene si pervenga ad un'intesa. Le due parti si mantengano nelle proprie frontiere, conservando i possessi attuali. Le truppe ateniesi di Corifasio si mantengano al di qua di Bufrade e di Tomeo: quelle di Citera non intrattengano rapporti con gli alleati di Sparta: né gli alleati con loro, né loro con gli alleati. I reparti ateniesi di Minoa e di Nisea non varchino la via che mena dalle porte di Niso al tempio di Posidone, e dal tempio di Posidone direttamente al ponte che congiunge Minoa (neppure ai Megaresi o ai loro alleati è concesso oltrepassare questa strada). L'isola che gli Ateniesi hanno occupato stia pure in loro mano: ma non vi siano relazioni tra l'isola e il continente, di nessun tipo. Tengano anche le zone della Trezenia, che attualmente occupano, e quelle per cui sono intercorsi accordi tra Ateniesi e Trezeni. Gli Spartani possono solcare le acque territoriali proprie e degli alleati, non però con una nave da guerra, ma con qualunque altro legno mercantile a remi, purché con un carico che non oltrepassi i cinquanta talenti. Via libera dal Peloponneso ad Atene, per terra e per mare, nei viaggi di andata e in quelli di ritorno, a qualunque araldo o ambasceria col proprio seguito, con un numero di membri quanti si vuole, purché sia per trattare la composizione della guerra o di altre vertenze più particolari. I disertori, liberi o schiavi, non devono trovare ricetto nei due paesi durante il periodo di tregua. Nel rispetto delle tradizioni patrie Ateniesi e Spartani impiegheranno nei loro rapporti le vie legali, cercando di sciogliere i contrasti secondo i metodi della giustizia, non della guerra. Questo hanno stabilito Spartani e alleati. Se voi Ateniesi disponete di qualche più proficua o giusta proposta, recatevi a Sparta ed esponetela: poiché ne Sparati né i suoi alleati respingeranno mai un argomento da voi espresso, purché ispirato a giustizia. A patto che il comitato cui si assegnerà questa missione venga a Sparta fornito di pieni poteri, come anche voi avete preteso da noi; la tregua durerà in vigore un anno. Decreto del popolo. La tribù Acamantide esercitava la pritania. Segretario Fenippo. Presidente Niciade. Fu Lachete a proporre che, con il favore della sorte per Atene, si articolasse una tregua secondo le offerte avanzate da Sparta e dai suoi alleati, dopo che nell'assemblea il popolo aveva decretato d'accettarla il patto rimanesse valido un anno, a cominciare da quel giorno quattordicesimo del mese di Elafebolione. Durante questo periodo gli ambasciatori e gli araldi si recassero nei due paesi e avanzassero trattative concrete per la totale cessazione delle ostilità. Convocando l'assemblea, strateghi e pritani ponessero all'ordine del giorno al primo punto la questione della pace, ogni volta che in vista di un accordo per risolvere il conflitto, si presentasse un'ambasceria, qualunque fossero gli argomenti sostenuti dall'ambasceria medesima. Senza esitare, gli ambasciatori presenti all'assemblea s'impegnassero a rispettare per un anno il trattato.

119. "Quest'intesa fu giurata fra Spartani e alleati da una parte, e dall'altra dagli Ateniesi e alleati nel dodicesimo giorno del mese spartano di Gerastio. Stipularono la tregua e la firmarono, da parte spartana, le autorità seguenti: Tauro figlio di Echetinida, Ateneo figlio di Pericleida, Filocrida figlio di Eurissilaida. Per parte dei Corinzi: Enea figlio di Ocito, Eufamida figlio di Aristonimo. Per parte dei Sicioni: Damotimo figlio di Naucrate, Onasimo figlio di Megacle. Per parte dei Megaresi: Nicasio figlio di Cecalo, Menecrate figlio di Anfidoro. Per parte degli Epidauri: Anfia figlio di Eupaida. Per parte ateniese gli strateghi Nicostrato figlio di Diitrefo, Nicia figlio di Nicerato, Autocle figlio di Tolmeo." Il trattato si articolò su questi termini e per tutto il periodo in cui rimase in vigore si succedettero ambascerie e incontri per ottenere un patto di pace di più vasto respiro.

120. Proprio durante quei giorni, in cui si concretavano gli accordi di tregua, Scione, una città nella penisola di Pallene si ribellò agli Ateniesi, accostandosi a Brasida. Gli Scionesi sostengono di trarre origine da Pellene nel Peloponneso. I loro avi, veleggiando da Troia, sarebbero stati spinti da una tempesta (quella stessa che travolse gli Achei) su queste rive, dove posero la propria sede. Quando la rivolta era già in atto, Brasida passò di notte a Scione. Gli faceva strada una trireme alberata; a bordo di un battellino Brasida seguiva a distanza. Con questo scopo: se una nave più forte intercettava l'imbarcazione piccola, avrebbe dovuto vedersela con la trireme di scorta. Nel caso poi che comparisse una nave da guerra di uguale stazza, a suo avviso non si sarebbe gettata sulla lancia, ma sull'altra nave: e lui frattanto si sarebbe messo in salvo. Compiuta la traversata, raccolse un'assemblea di Scionesi e ripeté un discorso simile a quello tenuto in Acanto e a Torone. Ma vi espresse in aggiunta la sua stima altissima, poiché incuranti del fatto che Pallene costituiva ormai una sacca sull'istmo, serrata dalle forze ateniesi che occupavano Potidea, e che quindi, in pratica, essi abitavano una vera e propria isola, con spontaneo impeto avevano teso le braccia alla libertà senza attendere, come gli animi bassi, il colpo di sferza dell'estremo bisogno per appropriarsi di una fortuna così preziosa, così limpida. E Brasida considerava questo atto un indizio dell'ardimento con cui avrebbero fronteggiato, da uomini, ogni altra prova, anche la più impegnativa. Se il corso degli eventi si poteva regolare secondo i suoi disegni li avrebbe tenuti per i più sinceri e fidi alleati di Sparta: e il loro prestigio si sarebbe levato luminoso ai suoi occhi.

121. Commozione e fierezza scossero gli Scionesi a questo elogio, vibrando tutti come un'anima sola, anche quelli che prima guardavano ostili al nuovo corso politico. Decretarono uno sforzo bellico vigoroso e in quanto a Brasida, oltre ad accoglierlo con ogni fervido sentimento, in una cerimonia pubblica lo cinsero con un diadema d'oro, esaltato a liberatore di Grecia; e a titolo personale gli consacrarono l'onore di corone e primizie, come a un atleta vittorioso. Brasida lasciò subito nella città un presidio e passò di nuovo a Torone; non impiegò molto a traghettare un corpo di truppe più solido, risoluto, con queste forze, a saggiare la resistenza di Mende e di Potidea. Si aspettava che gli Ateniesi, considerando Scione un'isola, accorressero di volo, e intendeva precorrerli. Frattanto avviava relazioni e trame anche in questi centri per minarne la difesa con il tradimento.

122. Già era Brasida sulle mosse per investire queste città: ma proprio in quell'ora lo raggiungono i corrieri che con una trireme compiono il giro per notificare la tregua intercorsa. A rappresentare gli Ateniesi c'era Aristonimo, gli Spartani Ateneo. Così l'armata di Brasida riprese la via di Torone, mentre la commissione rendeva ufficialmente presenti a Brasida gli articoli del patto. Tutte le località alleate di Sparta sulla costa tracia si attennero alla risoluzione. Aristonimo si mostrò pago di questo contegno delle città: ma negò che i benefici del trattato si potessero considerare estesi anche agli uomini di Scione, poiché computando i giorni s'era avveduto che la rivolta era esplosa in ritardo rispetto alla consacrazione del patto; Brasida contrappose molti argomenti, a dimostrare che il moto precedeva nel tempo l'armistizio, e non cedeva la città. Quando Aristonimo segnalò lo stato dei fatti ad Atene, la città si mise subito all'opera per allestire una spedizione punitiva contro Scione. Missione immediata di ambasciatori spartani: ad avvertire che la tregua sarebbe stata infranta. Sparta, che confidava in Brasida, rivendicava la città: tuttavia si sarebbe di buon animo sottoposta a una sentenza arbitrale. Atene respinse il rischio di un arbitrato: si salpasse subito piuttosto, armi alla mano. Si fremeva di collera ad Atene, se ora anche gli isolani pretendevano di staccarsi, sedotti dalla potenza militare terrestre di Sparta, inefficace in questo genere di conflitto. Del resto, la verità sulla rivolta di Scione convalidava, piuttosto, il vibrato reclamo ateniese: giacché era divampata due giorni posteriore al patto. Con votazione rapida, aderendo a una proposta di Cleone, gli Ateniesi ratificarono un decreto: atterrare Scione ed eliminarne gli abitanti. Interruppero le azioni negli altri teatri di guerra e si concentrarono su questo settore.

123. Frattanto Mende si ribella. È una città della Pallene, colonia degli Eretri. Brasida fu pronto subito a garantirne la protezione, ritenendo di non commettere un'irregolarità trascurando la circostanza clamorosa che, vigendo la tregua, i Mendei erano passati dalla sua parte. Disponeva anche lui di motivi fondati di recriminazione nei confronti di Atene che non si era, in tutto, attenuta alle clausole. Onde raddoppiò l'ardire in quelli di Mende, vedendo la prontezza franca di Brasida e, inoltre, traendo fiducia dall'episodio di Scione: si poteva giurare che non li avrebbe traditi. Intanto, un nuovo particolare: operavano tra loro partigiani di Brasida (una pattuglia trascurabile però) i quali già, in procinto d'agire, non potevano più concedersi esitazioni: incombeva il pericolo di morte se il complotto era svelato. Così sforzarono la folla ad abbracciare un partito che i più non condividevano. In un lampo la voce corse ad Atene: lo sdegno s'inasprì, febbrile e cupo, mentre ci si preparava a muovere in armi contro le due ribelli. Brasida intanto è allerta: le vele nemiche possono sorgere di ora in ora dal mare. Fa passare ad Olinto di Calcide, al sicuro, le donne e i piccoli di Scione e di Mende: vi distacca cinquecento opliti peloponnesi e trecento peltasti di Calcide, affidandone la direzione generale al Polidamida. Gli uomini di Mende e di Scione si industriavano a forze collegate per approntare la difesa: ché la minaccia ateniese pareva loro imminente.

124. Intanto Brasida e Perdicca si volgono contro Arrabeo, piombando una seconda volta su Linco. Perdicca era alla testa delle sue forze macedoni e di quelle oplitiche dei greci di Macedonia; Brasida, oltre ai reparti di cui disponeva ancora di truppe del Peloponneso, dirigeva contingenti di Calcide, di Acanto, delle altre città, forniti in proporzione alla potenza di ciascuna gente. Lo schieramento oplitico dei Greci comprendeva in complesso tremila uomini. Al seguito la cavalleria Macedone, rafforzata da quella di Calcide: un nerbo di circa mille cavalli. Seguiva un nugolo sconfinato di combattenti barbari. Irruppero nei confini di Arrabeo e vistisi fronteggiati dall'esercito dei Lincesti accampati in assetto di guerra, fissarono anch'essi le tende, sotto gli occhi del nemico. Le fanterie, avversarie si erano attestate su due colli, tra cui si stendeva un piano: vi si gettarono a briglie sciolte le cavallerie e diedero fuoco per prime allo scontro. Un istante dopo Brasida e Perdicca, poiché primi gli opliti lincesti avanzando calavano lungo il pendio per appoggiare l'urto dei cavalli e si mostravano pronti a battersi; diedero anch'essi il segnale d'assalto: giunsero a contatto con i lincesti e li travolsero, abbattendone molti. I superstiti ripararono sulle alture e stettero immobili. Dopo questa fase i vincitori alzarono un trofeo e attesero fermi, per due giorni o tre, l'arrivo degli Illiri che erano per via, assoldati da Perdicca per dare man forte. Mai poi Perdicca concepì il progetto di avanzare direttamente contro i villaggi di Arrabeo, senza altri indugi. Brasida invece in ansia per Mende, preoccupato per lo svantaggio incalcolabile che un tempestivo sbarco ateniese gli avrebbe inflitto in quella località, di malumore per il ritardo prolungato dei mercenari Illiri, era più proclive a ritirarsi, che all'avventura di un'avanzata in territorio nemico.

125. Proprio mentre ribollivano queste discussioni li sorprese la notizia che le truppe Illiriche, tradito Perdicca, si erano date ad Arrabeo: sicché ormai tanto a Brasida che a Perdicca la ritirata parve l'unico sviluppo ragionevole dell'azione. Il nome degli Illiri, gente portata alla guerra, incuteva un rispetto profondo. Ma per via dei dissapori tra i generali, dalle dispute non emerse con risolutezza il momento preciso della partenza. Sopraggiunta l'oscurità, in un attimo uno sgomento improvviso percorse la cavalleria macedone e la folla dei barbari. È un fenomeno frequente nelle grandi armate, questo terrore indefinibile, privo di motivo evidente. Si convinsero che fosse in marcia un nemico molte volte superiore a quello che in effetti sopraggiungeva e credevano da un istante all'altro, di vederselo davanti agli occhi. Di colpo ruppero le file, e fuggendo ciascuno prese la strada di casa. In principio Perdicca non si era reso conto dei movimenti; ma quando li notò fu costretto a levare le tende prima di potersi incontrare con Brasida (i rispettivi accampamenti erano divisi da un grande spazio). All'aurora Brasida si avvide che i Macedoni si erano dileguati per tempo, mentre gli Illiri e le forze di Arrabeo si congiungevano per dargli addosso. Quindi raccolse anch'egli in quadrato il nerbo oplitico, concentrandovi in mezzo la fanteria leggera: intanto elaborava un piano per ritirarsi. Schierò all'esterno i più giovani, caricati a spiccare la corsa in caso di assalto, e di persona si collocò con trecento soldati scelti alla retroguardia, intendendo proteggere la marcia dei suoi uomini con la tattica di indietreggiare a poco a poco, sempre affrontando e respingendo le puntate offensive delle avanguardie nemiche. Prima che l'avversario li premesse da vicino, Brasida spronò con brevi parole i suoi soldati.

126. "Soldati del Peloponneso! Se non mi cogliesse il sospetto che l'esservi visti isolati di sorpresa, bersaglio di una moltitudine numerosa e aggressiva di barbari abbia diffuso tra voi lo smarrimento, non avrei suggellato le mie parole di conforto, come ora mi dispongo a fare, con alcune istruzioni. Ma ora, di fronte alla diserzione dei nostri alleati e alla folla dei nemici, cercherò d'imprimere nella vostra memoria con una traccia concisa e un cenno d'incoraggiamento le regole di condotta cui, assolutamente, dovete attenervi. In guerra, è dover vostro d'essere intrepidi non per l'intervento al vostro fianco, su ogni terreno di battaglia, di forze amiche, ma per il valore che in voi spira innato; quindi v'è estraneo il sentimento di timore di fronte alle schiere avversarie, anche se immense. Poiché voi non provenite da stati simili ai loro; nei vostri non sono i molti a dominare su una scelta minoranza, ma piuttosto i pochi a reggere le sorti dei propri popoli: e questo potere non l'acquistarono che con la superiorità bellica. Riguardo ai barbari che ora, per inesperienza, temete, dovreste invece convincervi, sia per la prova che ne avete avuto un tempo sostenendo l'urto di alcuni tra loro, i Macedoni, sia per quanto li conosco io per mia propria riflessione e per voci sentite da altri, che non costituiranno un ostacolo seriamente impegnativo. Infatti un chiarimento illuminato, un'interpretazione al tempo giusto su quelle che, pur essendo in verità le lacune più clamorose di un apparato bellico nemico, ne appaiono tuttavia come le armi più micidiali, di norma rincuorano il soldato e gli ridanno ali: per contro, se il nerbo nemico possiede doti particolari di solidità, d'inquadramento, si corre il rischio, non avvertiti a tempo, di cozzarvi contro con audacia troppo disinvolta. È l'attesa dell'urto che rende temibili questi barbari, per chi non vi ha confidenza: lo spettacolo del loro numero è agghiacciante, insopportabile il volume di grida che riescono a cacciare, e le armi scosse all'aria infondono il senso di un sinistro incubo. Impressioni che si dissolvono quando, corpo a corpo con chi sostiene il primo impeto, si svela la loro autentica figura di combattenti. Non possiedono l'abitudine e il concetto di allineamento: perciò vinti dalla pressione nemica disertano senza vergogna da un posto all'altro. La fuga e l'assalto per loro sono fonte identica di onore, sicché il coraggio individuale non si afferma con una verifica netta (così la loro sciolta e personale tecnica di combattimento può sempre offrire, a chiunque un degno pretesto per scamparla). Perciò ritengono più sicuro tentare di intimorirvi da lontano, senza rischio diretto, che farsi sotto a saggiare le vostre armi: altrimenti anteporrebbero quella tattica a quelle cerimonie. Ormai vedete chiaro che in complesso quel loro preambolo minaccioso, visto in una prospettiva concreta, sfuma in un miserabile spauracchio: una furia molesta solo all'occhio e all'udito. Opponetevi ferrei al colpo e, al momento opportuno, riprendete imperturbabili e con disciplina la ritirata. Guadagnerete presto un riparo più solido e, per l'avvenire, rammenterete che queste torme scomposte si contentano di pavoneggiarsi a distanza, simulando coraggio con quei gesti truci rivolti a chi respinge il loro primo slancio solo con chi si flette sotto la loro spinta mostrano esultando la tempra dei propri spiriti: alle costole dei fuggiaschi, sentendosi fuori tiro."

127. Dopo aver così acceso la sua armata, Brasida comandò la ritirata. A questa scena i barbari con urla altissime, in disordine, gli rovinarono addosso, convinti che fosse in rotta e che agguantandolo lo avrebbero sterminato. Ma in qualunque punto tentassero di trafiggere l'esercito, le truppe d'assalto, fulminee, volavano a frantumare l'incursione. Brasida in persona manovrava i contrattacchi delle squadre scelte, se l'assalto minacciava di farsi troppo pungente. Al primo slancio, con viva sorpresa dei barbari, i Peloponnesi stettero fermi. Agli impeti successivi non retrocedevano di un passo e raddoppiavano con vigore i colpi di risposta; quando invece il nemico manteneva le distanze, riprendevano con cal ma a ritirarsi. A questo punto i più tra i barbari rinunciarono alla tattica di disturbo contro i Greci di Brasida, inefficace in una piana così aperta e, dislocata una massa dei loro a molestarli tallonandoli senza respiro, il resto della moltitudine si lanciò di corsa sulle tracce dei Macedoni fuggiaschi, massacrandone quanti cadevano in loro mano; e riuscirono a sopravanzarli, sbarrando in tempo l'angusto valico tra due colli che immette nel territorio di Arrabeo: sapevano che Brasida non disponeva di altra via per ritirarsi. E proprio mentre Brasida s'avvicina al punto più difficile e delicato del passaggio, lo chiudono in cerchio per tagliargli ogni strada di salvezza.

128. La mossa non gli sfuggì; impose ai suoi trecento il compito di gettarsi di corsa su quella tra le due alture che gli pareva più accessibile: con quanto fiato ciascuno aveva, trascurando pure l'ordine di schieramento. Dovevano poi tentare di scalzare i barbari che si erano già trincerati sul colle, prima che a quelli si congiungessero anche gli altri reparti incaricati di procedere al loro accerchiamento. I trecento scalarono il colle e distrussero le postazioni nemiche: il grosso dell'armata greca poté ormai mettersi più comodamente in marcia per valicare l'altura. Poiché i barbari tremarono avvistando il proprio avamposto che a precipizio e in rotta si riversava lungo i fianchi del colle: e rinunciarono definitivamente ad inseguire il nemico, ormai certi che avesse guadagnato le alture, il confine e la salvezza. Quando Brasida si assicurò i colli, procedendo con marcia più sicura giunse quel giorno stesso ad Arnisa, il primo centro del dominio di Perdicca. L'esercito era esasperato per la ritirata inattesa e furtiva dei Macedoni: perciò quando raggiungeva per via qualche loro carro trainato da buoi o qualche altro carico abbandonato a terra (come era naturale e frequente che accadesse, nel corso di un ritirata notturna e per di più agitata dal terrore) sciogliendo dai primi le bestie le macellavano, dei secondi si impadronivano senz'altro. Da quel momento Perdicca nutri un acceso rancore per Brasida e vi associò il resto dei Peloponnesi, in un'intensa passione d'odio, singolarmente in contrasto con i suoi sentimenti ostili per Atene. Trascurando l'urgenza di certi suoi impegni e gli innegabili profitti di quell'alleanza, si diede allora ad armeggiare con puntiglio per riottenere con gli uni l'intesa, e con gli altri la rottura di ogni rapporto.

129. Brasida, in ritirata dalla Macedonia, a Torone apprese che gli ateniesi erano già in possesso di Mende. Quindi s'arrestò a Torone, ritenendo ormai una follia tentare con le forze a disposizione il passaggio alla Pallene e il colpo di mano per riprendere Mende. Decise pertanto di provvedere alla difesa di Torone. Circa all'epoca della campagna contro la Lincestide gli Ateniesi, per mare, erano comparsi in armi a Mende e a Sicione, come i loro piani e i loro preparativi richiedevano. Erano forti di cinquanta navi, tra cui dieci di Chio, di mille opliti propri e di seicento arcieri; seguivano mille mercenari traci e altri peltasti tratti con una leva in quei territori alleati. Erano strateghi Nicia, figlio di Nicerato, e Nicostrato figlio di Diitrefo. Sciogliendo le vele da Potidea e approdati a Posidonio, si misero in marcia per Mende. Gli abitanti, con i trecento accorsi da Scione in appoggio e con gli ausiliari del Peloponneso, settecento opliti in tutto agli ordini di Polidamida, avevano già ordinato il campo in una solida posizione, fuori la cinta, su un colle. Nicia tentò un'azione contro di loro, alla testa di centoventi soldati leggeri di Metone, di sessanta opliti scelti ateniesi e degli arcieri in massa: si avviò su per il colle seguendo un sentiero e cercando il contatto con il nemico. Ma crivellato di proiettili non riuscì a forzare il blocco. Nicostrato abbordò il colle (dirupato e impervio) con un giro più ampio e conducendo tutto il resto dell'esercito. Ma le schiere si ruppero subito; fu una rotta generale e mancò poco che l'episodio si trasformasse in una disfatta irrimediabile per le forze ateniesi. In questa giornata, poiché l'esercito di Mende e quello alleato non si erano arresi, gli Ateniesi retrocessero e si attendarono, mentre i Mendei, atteso il calare della notte, ripararono nelle proprie mura.

130. Il giorno dopo gli Ateniesi si trasferirono con la flotta nella zona di Scione, occuparono il sobborgo trascorrendo tutta quella giornata a devastare il contado, senza nessun indizio di resistenza (poiché in città si affrontavano i partiti avversi). I trecento Scionesi, favoriti dall'oscurità, tornarono a casa. Nicia il giorno successivo con metà dell'armata percorse desolandolo il territorio di Scione fino alla frontiera, mentre Nicostrato disponeva il resto in un campo eretto di fronte alla porta settentrionale della città, per cui si va a Potidea. All'interno della cinta, in perfetta corrispondenza, si situava lo spazio destinato ai Mendei e ai loro alleati per concentrarvi le truppe: quindi Polidamida, pronto a battersi le schierava incitandole all'uscita. Ma, a causa dei partiti politici in urto, un esponente dei popolari alzò contro la sua voce, proclamando che non intendeva partecipare alla sortita e che i suoi principi non gli intimavano affatto di battersi. Contestazione cui Polidamida replicò afferrando un braccio all'interlocutore e scuotendolo energicamente. I democratici non attesero altro: furenti sguainarono i ferri e assalirono i Peloponnesi e gli altri che, parteggiando per costoro, avevano intralciato il passo al partito del popolo. L'aggressione, la sorpresa, il terrore alla vista delle porte che intanto venivano schiuse agli Ateniesi sconvolsero gli Spartani che si dispersero fuggiaschi. Pensarono subito a una trama segreta, a un assalto proditorio, preparato da tempo. Alcuni, scampati al fulmineo eccidio ripararono trafelati all'acropoli ove già era collocato in precedenza un quartiere esclusivamente per loro. Intanto, gli Ateniesi (visto Nicia che, di ritorno dalle sue incursioni marciava già nelle vicinanze della città) irruppero in Mende. Sfruttando la circostanza che le porte non erano aperte in virtù di un regolare accordo, l'armata al completo si rovesciò nella città, ritenuta conquista bellica, per metterla a sacco. Gli strateghi a fatica li frenarono: avrebbero massacrato anche la popolazione. Dopo questi eventi gli Ateniesi imposero ai Mendei di istaurare il regime politico e i diritti civili consueti e di processare con un giudizio del tutto autonomo quelli che ritenevano colpevoli della ribellione. Un duplice baluardo cinse le truppe trincerate sull'acropoli, fino al mare; dispostovi un presidio, ristabilito l'ordine e il proprio potere a Mende, gli Ateniesi puntarono su Scione.

131. Da Scione uscirono ad affrontarli gli abitanti e i Peloponnesi, che si attestarono su un colle fortificato di fronte alla cinta di mura. Essi sapevano che isolare la città con una barriera era impossibile, se il nemico non prendeva proprio quel colle. Con un attacco violento e uno scontro prolungato gli Ateniesi scalzarono dal colle gli occupanti: ordinarono l'accampamento, e elevato un trofeo provvidero ai materiali per costruire il muro destinato a bloccare Mende. Non molto dopo (il lavoro già ferveva) le truppe di rinforzo bloccate nella rocca di Mende sfondando a viva forza il cerchio di reparti nemici che li presidiava, riuscirono di notte a guadagnare la marina e filtrando, senza suscitare allarme, attraverso il campo avversario che circondava Scione, penetrarono in quella città.

132. Mentre si lavorava al muro per serrare Scione, Perdicca, per voce di un araldo mandato alla presenza degli strateghi ateniesi, s'impegna a un'intesa con Atene. Lo infiammava il rancore contro Brasida, scaturito in seguito alla ritirata dal territorio dei Lincesti. E a quella data risalivano i suoi primi maneggi con Atene. Proprio in quei giorni lo spartano Iscagora si accingeva a condurre da Brasida, per via terrestre, un esercito. Ma Perdicca, sia perché Nicia lo spingeva dopo la firma del trattato a mostrare tangibilmente qualche segno indubitabile della sua fedeltà per Atene, sia perché si proponeva personalmente di troncare i movimenti di truppe del Peloponneso sul suo suolo, fece pressione sui suoi amici tessali, poiché i suoi rapporti con i maggiorenti di quel popolo si mantenevano sempre calorosi, e ostacolò tanto la spedizione e ogni preparativo che gli Spartani si astennero dal tentare il passaggio attraverso la Tessaglia. Comunque è sicuro che solo Iscagora Aminia ed Aristide riuscirono a giungere da Brasida, mandati da Sparta a.sorvegliare coi propri occhi lo stato delle operazioni. Con uno strappo alla legge, costoro condussero anche alcuni giovani da Sparta affinché Brasida li ponesse al governo delle città occupate, evitando di affidarle al primo venuto. Brasida assegnò quindi Anfipoli a Clearida figlio di Cleonimo, e Torone a Pasitelida figlio di Egesandro

133. Nella medesima estate i Tebani atterrarono la cerchia di Tespie, imputandole un sentimento di affetto per Atene. In realtà era questo un loro sogno, da antico tempo: e l'occasione si era offerta propizia, poiché nella battaglia contro gli Ateniesi la morte aveva falciato il fiore della gioventù di Tespie. Nella stessa estate s'incendiò anche il tempio di Era in Argo: la sacerdotessa Criside, dopo aver posto una lampada accesa accanto alle corone appese nel santuario s'era addormentata: sicché ogni arredo e il tempio arsero e fiammeggiarono, e nessuno se ne avvide. Quella notte stessa Criside riparò a Fliunte, temendo la reazione degli Argivi; costoro le sostituirono una nuova sacerdotessa, rispettando le sacre consuetudini, di nome Faenide. Da otto anni durava questa guerra e il nono era già a mezzo, quando Criside fuggì da Argo. Sul finire dell'estate il muro che circondava Scione era ormai perfezionato e gli Ateniesi, lasciatovi un presidio, rimpatriarono con il resto dell'esercito.

134. L'inverno seguente Ateniesi e Spartani sospesero ogni operazione militare, in ossequio ai patti. Ma i Mantineesi e i Tegeati, forti ciascuno dei propri alleati, si affrontarono in battaglia a Laodocio nell'Orestide con esito molto controverso: entrambe le schiere travolsero le ali rispettivamente avversarie, elevando un trofeo ciascuno e inviando le spoglie a Delfi. Del resto le perdite furono molto gravi su entrambi i fronti: lo scontro rimase dubbio e calata la notte i Tegeati bivaccarono, ed eressero senza esitare il trofeo. I Mantineesi invece si ritirarono a Bucolione e a loro volta, più tardi, innalzarono il trofeo.

135. Sul morire dello stesso inverno, quando la primavera era ormai alle porte, Brasida sfidò la resistenza di Potidea. Si accostò di notte e riuscì ad appoggiare al muro una scala: fino a questo punto eluse le sentinelle. Infatti per la posa della scala scelse precisamente l'intervallo di tempo quando la scolta con la campana era già passata e, dopo aver consegnato la campana alla scolta successiva, si accingeva a ritornare nel suo posto di guardia. Ma poi le pattuglie gettarono subito l'allarme, prima che gli Spartani avessero il tempo di scalare e Brasida rimosse celermente le truppe, senza attendere l'aurora. Così finiva quell'inverno, e con esso volgeva a termine il nono anno di questa guerra che Tucidide ha descritto.