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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Quarto - III

70. In quei giorni Brasida figlio di Tellide spartano, si trovava nei dintorni di Sicione e di Corinto e pensava ad organizzare una spedizione contro la Tracia. Quando seppe che le lunghe mura erano in mano nemica, in ansia per i Peloponnesi asserragliati a Nisea e, soprattutto, temendo per la sorte di Megara, spedì un corriere ai Beoti con l'ordine di muovere incontro a lui con tutta l'armata, a tappe forzate, a Tripodisco (sorge nella Megaride un villaggio che porta questo nome, alle pendici del gruppo montuoso della Gerania). Egli vi puntò con duemilasettecento opliti di Corinto, quattrocento di Fliunte, seicento di Sicione e con tutte le proprie milizie, quante erario state raccolte, convinto di poter giungere a Nisea prima che il nemico la prendesse. Quando seppe la verità (era notte quando aveva avviato la marcia verso Tripodisco) con trecento soldati scelti del suo esercito, prima che si spargesse la voce sul suo arrivo, si avvicinò alle mura di Megara, senza dar nell'occhio agli Ateniesi di vedetta sulla costa. Il suo disegno prevedeva un colpo di mano su Nisea (che avrebbe effettivamente operato, se gliene fosse offerta l'opportunità); ma l'obiettivo fondamentale era d'entrare in Megara e rafforzarla. Perciò chiedeva che gli si aprissero le porte con l'argomento che, a suo giudizio, c'era speranza di riprendersi Nisea.

71. I due partiti di Megara lasciarono cadere l'invito: gli uni temendo che Brasida introducesse i fuoriusciti e costringesse loro al bando, gli altri che questa stessa apprensione nutrita dai popolari li spronasse a un attacco contro di loro. E la lotta civile sarebbe stata una rovina per la città, con gli Ateniesi in agguato nei dintorni. Le due parti decisero di non arrischiare mosse, attendendo gli sviluppi. Speravano entrambi che gli Ateniesi e i Peloponnesi accorsi a contrastarli scendessero in campo tra loro: poiché sarebbe stato meno rischioso accostarsi ai vincitori, a seconda che la simpatia dettava. Così Brasida, visto vano il tentativo di persuasione, si ricongiunse al resto dell'armata.

72. Con le prime luci si presentarono i Beoti. Avevano già pensato, prima del messaggio di Brasida, a un intervento di soccorso in favore di Megara, punti sul vivo da questo episodio, come da un minaccioso avvertimento. Ed erano già giunti a Platea, con l'esercito al completo. Raddoppiò il loro slancio quando comparve il corriere: scelsero duemiladuecento opliti e seicento cavalieri con l'ordine di raggiungere Brasida, e con il nerbo dell'armata ripresero la via della patria. Ormai i ranghi erano al completo, non meno di seimila opliti pronti all'azione. Mentre le schiere degli opliti ateniesi si ordinavano intorno a Nisea e sulla spiaggia, e i reparti di fanteria leggera, in ordine sparso, occupavano la pianura, con uno scatto imprevedibile la cavalleria beota irruppe su quei fanti e li travolse fino al mare (fino a quel momento Megara non aveva mai goduto di un soccorso esterno). L'urto dei cavalieri ateniesi, volati al contrattacco, s'abbatté fulmineo: e la piana fu teatro di una grande battaglia di cavallerie, da cui uscirono entrambi fieri di non aver ceduto. Poiché gli Ateniesi avevano atterrato alcuni nemici, non molti, tra cui l'ipparco beota dopo averli premuti fin quasi alle mure di Nisea: e li avevano spogliati delle armi. In seguito, stipulata una breve tregua, restituirono queste salme di cui si erano impadroniti ed eressero un trofeo. Ma considerando l'azione in generale nessuno dei due combattenti aveva imposto una svolta risolutiva allo scontro: onde i Beoti si ritirarono presso il loro esercito e gli Ateniesi ripiegarono su Nisea.

73. Dopo questo evento, Brasida e l'armata si accostarono al mare e a Megara. Si appostarono in una località tatticamente favorevole, spiegandosi in ordine e attendendo le mosse avversarie. Prevedevano imminente l'attacco ateniese e sapevano che i Megaresi occhieggiavano ansiosi di conoscere l'esito del confronto. Condizione doppiamente vantaggiosa per sé. Infatti così ragionavano: intanto, non sarebbero stati loro a scatenare la lotta e a mostrare primi la volontà d'aprire quel rischioso duello. Ma d'esser pronti a battersi, quello sì, l'avevano fatto veder chiaro, a tutti: sicché in ogni caso era ragionevole assegnar loro la vittoria, senza sollevare la polvere della battaglia. Anche agli occhi dei Megaresi quello sarebbe stato un passo felice. Se infatti il loro arrivo non fosse stato osservato, non avrebbero più avuto scelta: la loro assenza equivaleva a una secca sconfitta e, alla perdita immediata della città. Ora poteva anche essere che gli Ateniesi stessi abbandonassero il campo mentre loro, senza lotta, avrebbero colto nel segno cui miravano. Come accadde: e i Megaresi si comportarono come era logico. Gli Ateniesi sfilarono dal campo, ordinando le schiere lungo le mura. Attendevano la prima mossa nemica, immobili. Anche i loro strateghi intanto calcolavano che un eventuale successo non equilibrava il rischio. Avevano già colto gli obiettivi più importanti. Rispondere alla sfida di un esercito più potente poteva anche significare la vittoria, e la conquista di Megara; ma la disfatta avrebbe preteso un prezzo troppo alto di sangue: i loro uomini, il fiore degli opliti, i migliori in tutta l'armata ateniese. Gli avversari invece com'era umano attendersi, potevano esser disposti a gettare nel crogiolo degli scontri solo pochi settori per volta dei reparti attualmente in campo. Dopo essersi fronteggiati per qualche tempo iniziarono per primi gli Ateniesi la ritirata verso Nisea, poi i Peloponnesi alle proprie basi. Allora a Brasida e ai comandanti delle altre città che ai loro occhi erano riusciti vincitori, poiché agli Ateniesi non era bastato l'animo di battersi, i partigiani megaresi dei profughi, tutti rinfrancati, non solo aprirono le porte, ma li accolsero in festa, tra l'accasciato smarrimento di quelli che con Atene s'erano compromessi. Poi, con Brasida e le altre personalità tennero consiglio.

74. Trascorso qualche tempo, quando le milizie alleate si sciolsero città per città, anche Brasida riprese la strada di Corinto, risoluto ad allestire la spedizione contro la Tracia, suo obiettivo originario. Tra i Megaresi rimasti in città, quando le truppe di Atene si misero in marcia verso la patria, coloro che avevano intrattenuto più scoperti e frequenti contatti con gli Ateniesi comprendendo d'essere ormai segnati, s'affrettarono a scomparire senza farsi troppo notare. Gli altri, di concerto con gli amici degli esuli fecero rientrare i concittadini da Pege impegnandosi solennemente e giurando di cancellare ogni traccia di rancore e di operare in avvenire per il benessere della città. Ma costoro, conquistato il potere, disposero subito una rassegna delle armi, a scopo ispettivo. Separarono in un certo intervallo i vari "lochi" e fecero una cernita di circa cento uomini, tra i loro avversari e quelli che parevano aver parteggiato con più calore per gli Ateniesi. Poi obbligarono il popolo, con votazione pubblica, a decidere il loro destino. Fu la condanna a morte, subito eseguita. L'ordine politico fu modellato su una rigida costituzione oligarchica. Questo regime, tra quelli nati da interne scosse e dal colpo rivoluzionario di un partito in netta minoranza, restò saldo per il periodo di tempo più lungo.

75. Nel corso di quell'estate, i Mitilenesi si accingevano a tradurre in opera il loro disegno di attrezzare Antandro come piazza fortificata. Quando si resero conto dei preparativi per mettere in funzione questa base, Demodoco e Aristeide, strateghi della squadra ateniese incaricata della raccolta tributaria, che veleggiavano nelle acque dell'Ellesponto (il loro collega Lamaco era entrato con dieci navi nel Ponto) si misero all'erta, temendo che ciò costituisse, come si era verificato di Anea nei confronti di Samo, una spina pericolosa nel fianco di Atene. Ad Anea i fuoriusciti di Samo avevano creato una base solidissima, da cui sostenevano la lotta armata dei Peloponnesi in quel mare con l'invio di piloti: inoltre alimentavano in Samo i focolai sovversivi e davano asilo ai profughi politici di quella città. Sicché gli Ateniesi, con il contributo alleato, adunarono un corpo da sbarco e puntarono su Antandro. Annientarono le milizie balzate fuori a contendere il passo da Antandro, e rioccuparono la forte posizione. Non trascorse molto tempo e Lamaco, che si era addentrato nelle acque del Ponto e aveva ancorato la squadra alla riva di Eraclea, alla bocca del fiume Calete, perse le navi per l'impeto improvviso della corrente, in tumulto per le abbondanti piogge di quei giorni. Egli però, con l'esercito, marciando per la strada di terra nel paese dei Traci di Bitinia stanziati proprio in Asia, oltremare, guadagnò Calcedone, una colonia di Megara all'ingresso del Ponto.

76. Nella stessa estate anche Demostene, stratego ateniese, giunse con quaranta navi alla base di Naupatto, subito dopo la ritirata dalla Megaride. Nei vari centri della Beozia operavano correnti politiche segretamente collegate a Demostene ed Ippocrate nell'intento di rovesciare l'attuale costituzione e di riorganizzarla su un modello democratico, ispirato a quello ateniese. Reggeva le fila del movimento rivoluzionario Pteodoro, un fuoriuscito di Tebe: si deve a lui la concezione di questo progetto operativo. Un gruppo di complici era destinato a consegnare Sife (una località del territorio tespiese sul golfo Criseo); un secondo, partendo da Orcomeno, avrebbe pensato a consegnare Cheronea, un centro tributario di Orcomeno, detto un tempo dei Mini, oggi dei Beoti. Gli esuli di Orcomeno erano i più entusiasti dell'impresa e avevano assoldato truppe anche dal Peloponneso. Cheronea è l'ultima località della Beozia, al confine con la Fanotide focese, e alcuni Focesi prendevano parte attiva al complotto. Gli Ateniesi si sarebbero dovuti occupare di Delio il santuario di Apollo nella Tanagria che guarda verso l'Eubea. Le varie azioni dovevano inoltre scattare a un giorno fissato in anticipo, per precorrere l'intervento in massa delle milizie beote in difesa di Delio, e per costringerle disperdendo le proprie forze a soffocare, nei diversi punti in cui divampavano simultanee, le fiamme della rivolta. Se la prova andava dritta al segno e Delio si cingeva di mura, si poteva guardare con fiducia all'avvenire: anche nel caso che nei singoli paesi della Beozia non si fossero subito realizzate trasformazioni radicali. L'ordine interno e le strutture politiche di quegli stati non si sarebbero conservate immobili, quando i partigiani di Atene disponessero dei loro punti strategicamente vitali, il territorio fosse offeso dagli episodi di guerriglia e a chiunque fosse accessibile, a breve distanza, un sicuro riparo. Col favore del tempo, e l'appoggio diretto degli Ateniesi agli insorti, mentre i governi beoti non potevano più contare sul sostegno di una massa militare compatta, si sperava di conferire al paese un volto politico moderno e adeguato alle nuove esigenze.

77. Così s'era organizzato il piano eversivo, Ippocrate, quando fosse scattato il momento opportuno, doveva personalmente muovere da Atene con le truppe stanziate in città contro i Beoti. A Demostene invece aveva assegnato il compito di precederlo con la squadra di quaranta navi a Naupatto per mobilitare un corpo di Acarnani e di altri alleati in quei luoghi, donde puntare con la flotta a Sife, di cui ci si aspettava la consegna per tradimento. S'era concordato il giorno in cui, contemporaneamente, operare in tutti i settori scelti. Quando Demostene approdò a Naupatto trovò che gli Eniadi erano stati costretti dalle forze coalizzate degli Acarnani a sottomettersi all'alleanza ateniese. Adunati tutti i reparti alleati che si trovavano laggiù, innanzitutto assalì Saluntio e gli Agrei imponendo loro l'intesa con Atene: poi pensò a farsi trovar pronto, in ogni particolare, quando fosse scoccata l'ora di comparire a Sife.

78. A quella stessa epoca dell'estate, Brasida era in marcia con millesettecento opliti verso le località della costa tracia. Dopo che giunse a Eraclea di Trachinia, mandò avanti un corriere ai simpatizzanti spartani di Farsalo con la richiesta di un lasciapassare per sé e per l'esercito. Riprese l'avanzata solo quando, a Melitea d'Acaia, giunsero ad incontrarlo Panero, Doro, Ippolochida, Torilao e Strofaco che era prosseno dei Calcidesi. Lo accompagnavano altri Tessali, tra i quali Niconida di Larisa, intimo di Perdicca. Poiché altrimenti, senza una guida, sarebbe stato difficilissimo attraversare la Tessaglia: specialmente per truppe in armi. Del resto, era caratteristico della mentalità greca guardare con sospetto chi varcava il confine del paese vicino senza averne richiesto e ottenuto il permesso. Inoltre quasi la totalità dei Tessali coltivava da sempre simpatie politiche per Atene. Sicché se i Tessali fossero governati non da un autoritario regime di principi, ma da uno basato sull'uguaglianza di fronte alle leggi, Brasida non avrebbe potuto muovere un passo in quel territorio. Lo conferma la circostanza che anche allora, durante la marcia, lo affrontarono alcuni che la pensavano in modo diverso da quelli della scorta: lo bloccarono sul fiume Enipeo e gli fecero minacciosamente notare l'irregolarità della sua posizione, dato che avanzava sprovvisto del consenso pubblico dei Tessali. Le sue guide chiarirono che contro il loro volere non sarebbe passato; ma s'era presentato senza preavviso, e in qualità di ospiti lo stavano scortando. Subentrò Brasida in persona, a insistere che i suoi sentimenti d'amicizia per il popolo tessalo e per loro erano intatti; la sua marcia era diretta contro il nemico ateniese, e mai le sue armi avrebbero offeso i Tessali, con cui, tra l'altro, gli Spartani intrattenevano relazioni molto cordiali: non vigeva certo il reciproco divieto di porre il piede sul suolo dei rispettivi paesi. Anche ora, se la loro volontà non lo permetteva, non avrebbe tentato di proseguire la marcia (già non l'avrebbe potuto): ma stimava ingiusto che gli sbarrassero il passo. Con questa risposta i Tessali si allontanarono. Brasida, su suggerimento delle guide, accelerò l'avanzata, senza soste, prima che un gruppo più consistente si raccogliesse a bloccargli la via. In quello stesso giorno, partito da Melitea, giunse a Farsalo e fece porre il campo sulle rive del fiume Apidano, di lì passò a Fachio e proseguendo, entrò nella Perrebia. Da questo punto le guide tessale iniziarono la marcia di ritorno; ma i Perrebi, tributari dei Tessali, lo fecero giungere a Dio, nel territorio governato da Perdicca. Sito alle pendici dell'Olimpo questo borgo è il primo della Macedonia sul confine della Tessaglia.

79. Con questa tattica Brasida riuscì ad attraversare di volo la Tessaglia, prima che si avesse il tempo di ostacolarlo e raggiunse Perdicca nella Calcidica. La spedizione di questa armata era frutto dell'appello rivolto ai Peloponnesi dai Traci della costa in urto con Perdicca ed Atene insofferenti del loro dominio e affranti dal timore che i continui successi ateniesi ispiravano loro. Anche i Calcidesi avevano fuso la loro voce a quella richiesta, ritenendo che gli Ateniesi si accingessero a piombare anzitutto sui loro centri abitati (anche le città vicine si erano unite segretamente all'invito, sebbene non avessero organizzato una vera e propria rivolta). Da ultimo s'era unito Perdicca che senza aprire le ostilità temeva anche da parte sua per le antiche divergenze che lo opponevano agli Ateniesi ma principalmente perché voleva soggiogare Arrabeo, monarca dei Lincesti. Gli insuccessi che tempestavano Sparta in quel delicato momento rese più facile per quelle genti ottenere la spedizione di un esercito dal Peloponneso.

80. Poiché la forza ateniese attanagliava il Peloponneso e particolarmente la regione degli Spartani, costoro speravano che l'arma più efficace per costringerli a lasciare la presa fosse la rappresaglia contro i loro alleati, attuata con la spedizione di un esercito: strategia suggerita anche alla circostanza che quelli di lassù si dicevano pronti a rifornire di provviste le truppe e anzi, pronti alla rivolta, li avevano già sollecitati ad intervenire. Inoltre Sparta desiderava utilizzare questo pretesto per liberarsi di una parte degli Iloti, per un po' di tempo, risoluta a troncare sul nascere ogni chimera rivoluzionaria, quale poteva balenare dalla presente crisi e dalla conquista nemica di Pilo. Anche preoccupati dalla furia irriflessiva degli Iloti e dalla loro potenza numerica (per lo più la politica spartana nei confronti di costoro era sempre stata una vicenda di misure preventive e repressive) escogitarono questo espediente: fecero pubblicamente dire che chiunque tra gli Iloti riteneva di aver acquistato, nelle passate guerre, i più alti meriti per la grandezza di Sparta presentasse i suoi titoli, che ad un esame eventualmente positivo potevano anche fruttargli la libertà. Era una prova, invece, per saggiarne gli intenti, e si aspettavano che sarebbe stato l'orgoglio a operare la scelta additando in coloro che via via eccitava a spingersi avanti con la pretesa d'esser uomini liberi, proprio i più risoluti a sfidare, quando s'offrisse il tempo propizio, la compagine dello stato. I prescelti furono circa duemila che incoronati fecero una visita a tutti i santuari della città, lieti d'avere acquistato la libertà. Non passò molto e gli altri, gli Spartani, ne cancellarono le tracce con diligenza così meticolosa che nessuno poté più indicare quale fosse stata, uomo per uomo, la fine di quegli Iloti. Così anche in quei momenti si sentirono sollevati spedendo a Brasida un corpo di settecento opliti iloti; gli altri erano reparti di ausiliari, assoldati e condotti da Brasida con sé dai paesi del Peloponneso.

81. Brasida esultò, onorato da quell'incarico che Sparta gli affidava (e che adempiva anche le aspettative più calorose dei Calcidesi). Uomo di polso, e tale lo si rispettava a Sparta, pronto e fermo: nulla lasciava imperfetto. Quando agì in paesi stranieri fu artefice insuperato di successi felici per Sparta. Rivelò subito nel suo comando un equilibrio e un'unità singolari che gli consentirono di staccare da Atene molte tra quelle genti, e altre di tenerle a segno con la conquista a tradimento dei fortilizi. Sicché non solo si coronò il desiderio spartano di una tregua come in effetti accadde, fondata sulla restituzione e lo scambio delle posizioni rispettivamente occupate, ma anche il Peloponneso respirò, un po' più sciolto dalla morsa bellica ateniese, Nelle fasi successive del conflitto, dopo gli avvenimenti di Sicilia, la dirittura morale di Brasida e le sue capacità impressero negli alleati ateniesi, sia in chi ne aveva tratta una personale esperienza, sia in chi per la pubblica voce se le prefigurava, una simpatia intensa per Sparta. Fu il primo Brasida tra gli Spartani, guidando all'estero una missione, a conquistarsi gloria d'uomo superiore di mente e di animo, a ogni prova: e a diffondere il seme al suo passaggio di una fiducia incrollabile, che anche gli altri, i suoi colleghi di Sparta, fossero simili a lui.

82. Quando dunque arrivò ad Atene l'informazione che ormai Brasida aveva raggiunto la costa tracia, gli Ateniesi dichiararono nemico Perdicca, ritenendolo il promotore di quel passaggio di Brasida sul territorio di Tracia, e raddoppiarono la vigilanza sugli alleati di lassù.

83. Perdicca, unite subito le forze dirette da Brasida alla propria armata, avanzò contro Arrabeo figlio di Bromero, sovrano dei Macedoni Lincesti, suo confinante. C'era ruggine antica fra loro, e Perdicca voleva piegarlo al suo servizio. Ma quando con l'armata e con Brasida stava per varcare le porte della Lincestide Brasida manifestò il desiderio di rimandare lo scoppio delle ostilità a dopo un incontro che si proponeva con Arrabeo e un tentativo di includerlo nella lega Spartana. D'altra parte, anche Arrabeo aveva avanzato una mossa, dichiarandosi per bocca di un araldo pronto a consegnarsi al giudizio imparziale di Brasida. E gli ambasciatori calcidesi, presenti alla spedizione, lo avvertivano di non sollevare troppo Perdicca dai rischiosi impegni che s'era voluto assumere, per disporre di lui più alacre, al momento giusto, per proteggere anche i loro interessi. Nello stesso tempo anche gli emissari di Perdicca a Sparta erano venuti sostenendo una tesi di questo tipo: che egli avrebbe costretto molte genti di quei luoghi a far lega con Sparta. Sicché a questo punto Brasida si convinse ancor più a fondo che l'ora richiedeva spassionata prudenza per sciogliere con Arrabeo, nel rispetto dei vantaggi comuni, quel suo nodo scabroso. Perdicca intanto tempestava che non aveva chiamato Brasida a dirimere da arbitro le sue pendenze: a polverizzare piuttosto i suoi nemici, quali in persona gli avrebbe indicato. Era un'enormità se Brasida si accordava con Arrabeo mentre lui, Perdicca gli manteneva mezzo esercito. Trascurando malumori e proteste Brasida ebbe un convegno con Arrabeo e, convinto dai suoi chiarimenti, ritirò l'armata senza aver fatto irruzione nel territorio. Perdicca si ritenne offeso: e in seguito fornì all'esercito non più la metà delle vettovaglie, ma un terzo.

84. In quella stessa estate Brasida, conducendo anche truppe calcidesi, a breve distanza di tempo investì Acanto, colonia degli Andri: s'era prossimi a vendemmiare. La cittadina ribolliva di polemiche: si contrastavano il partito di quelli che, d'intesa con gli uomini di Calcide, avevano invitato Brasida e la parte dei democratici, sull'opportunità di aprire le porte. Tuttavia la folla, in pensiero per l'uva ancora appesa alle viti per le campagne, si lasciò convincere dagli argomenti di Brasida a lasciare entrare lui solo, e a deliberare dopo avergli dato ascolto. Quindi egli salì sul palco e alla moltitudine (per essere Spartano la parola non gli faceva certo difetto) tenne il discorso seguente:

85. "Uomini di Acanto, la mia comparsa in armi alle vostre porte, decretata da Sparta, costituisce una verifica e una prova concreta dei suoi intenti, quali da noi, fin dallo scoppio del conflitto, furono pubblicamente espressi: battersi a fondo con gli Ateniesi per la libertà dei Greci! Nessuno ci getti in faccia il ritardo con cui ci presentiamo. Abbiamo valutato con troppa superficiale confidenza l'entità dello sforzo bellico che ci attendeva laggiù: perciò speravamo di annientare in un lampo gli Ateniesi facendo leva solo su noi stessi e risparmiandovi i sacrifici della guerra. E così oggi quando l'ora necessaria è scoccata, siamo qui giunti e con l'appoggio delle vostre forze ci studieremo di atterrare la loro potenza. Ma è una sorpresa per me la barriera delle vostre porte e mi è amara l'indifferenza che traspare dai vostri volti al mio arrivo: poiché era vivo in noi di Sparta l'auspicio di cogliervi, prima del nostro concreto arrivo, almeno moralmente disposti all'intesa con noi e, per essere franchi, si sperava una accoglienza a braccia aperte. Di qui il nostro pericolosissimo tragitto in terra straniera: molte tappe di marcia forzata. Eppure ci siamo prodigati con gioia. Ma se i vostri progetti prevedono qualche risoluzione diversa, anzi celate il calcolo di opporvi alla vostra stessa libertà e a quella dell'intera Grecia, allora non avete attenuanti. Qui non è in gioco solo il fatto che voi resistiate: ma più di un paese risponderà con un rifiuto alla mia presenza e al mio invito, inquieto e all'erta per il serio precedente del vostro diniego, di voi primo obiettivo del mio appello, cui sorride il vanto di una città degna di ogni rispetto e la stima di accortezza politica. E non disporrò di ragioni convincenti a giustificare la mia comparsa: si mormorerà che questa campagna si propone fini disonesti e non di liberazione; ovvero che la mia debolezza e l'incapacità di arginare l'assalto ateniese mi hanno spinto su queste strade. Ebbene, proprio contro quest'armata che ora dirigo, quando accorsi a proteggere Nisea, gli Ateniesi declinarono la sfida, sebbene più potenti di numero. Sicché non è ragionevole temere che, almeno per la via di mare, riescano a far affluire contro di voi una massa di combattenti pari di forza a quella dislocata nella loro base laggiù.

86. "Non mi animano propositi di sopraffazione: la mia venuta significa libertà per la Grecia. Ho vincolato il governo di Sparta con i giuramenti più solenni, nel senso che le genti convinte dalla mia personale opera all'alleanza resteranno sovrane di se stesse. Per questo noi Spartani non siamo qui per imporvi la nostra lega, con la violenza o l'inganno: piuttosto ad unire le nostre con le vostre armi contro la schiavitù ateniese. Perciò a pieno diritto pretendo: sfumi il sospetto che mi circonda, poiché, dovete convenire, offro le garanzie più ferme; cada la diffidenza sulla mia figura di difensore; e voi, con impeto sincero, unitevi e siate nostri. Se poi non basta a qualcuno l'animo a questo passo, e teme, forse per urti personali, che io consegni la città a qualche gruppo di potere, ebbene si rincuori, stia perfettamente sereno! Non sono qui venuto a sostenere torbidi faziosi: è ben ambigua, a mio giudizio, la libertà che v'imporrei, se scavalcando le tradizioni patrie adattassi ai molti un giogo oligarchico, o a una minoranza quello democratico. Una libertà che vi peserebbe più di un impero straniero. E a noi Spartani non toccherebbe la riconoscenza dovuta al nostro impegno; anzi un nembo d'accuse in luogo del prestigio e della gloria. Sarebbe un bel premio per noi: esposti alla pubblica denuncia di quelle colpe per punire le quali noi conduciamo senza respiro la lotta contro Atene! Anzi più gravi d'odio s'abbatterebbero su noi che su chi non usa, risoluto e aperto, proclamare al mondo la propria libera generosità. Impiegare la frode e lo scudo di onesti scopi per mascherare la propria ambizione infanga gente almeno che già dispone di un certo prestigio, più che la prepotenza scoperta: poiché questa t'assalta con il diritto della forza elargito dalla fortuna, quella, invece, con la sinistra rete di uno spirito vile.

87. "Ecco la radice della nostra attenta e scrupolosa politica, negli affari di più alta importanza. E oltre che sui giuramenti delle autorità spartane non potreste contare su una sicurezza più di questa degna d'ogni fiducia: voi trattate con uomini le cui azioni scrutate alla luce delle loro parole vi imprimono nell'anima, irresistibile, la convinzione che il vostro vantaggio è in armonia perfetta con quanto ho promesso. Ecco le mie proposte. Ma se vi faceste schermo della vostra impreparazione bellica, e pur tra cerimonie e complimentose proteste d'affetto pretendeste di liberarvi di noi, senza subire danno, accampando la scusa che la libertà è condizione di troppo rischio per voi è che è giusto farne dono a chi ha nerbo per accoglierla e disciplinarla, ma non sforzarvi chi non intende fruirne, io invoco a testimoni gli Dei e gli Eroi di questa terra che sebbene giunto per operare un bene non riesco a farmi ascoltare, onde con il fuoco e il ferro sul vostro paese tenterò di flettervi a viva forza. E non mi parrà di commettere un torto, anzi due ragioni decisive puntelleranno la razionale trasparenza della mia condotta. La prima concerne il lato spartano: che con tutte le vostre professioni di benevolenza, se rifiuterete di aderire all'intesa, non s'infligga un guasto a Sparta, in forza del tributo che andate versando nelle casse di Atene. La seconda riguarda il mondo greco: che la vostra ostinazione non faccia intoppo al processo di libertà in atto per tutte le genti. In caso diverso la nostra politica sarebbe priva di fondamenti logici: e non incomberebbe su noi di Sparta il dovere di affrancare chi s'oppone e recalcitra: ma urge il bene della causa comune. Non ci commuove la passione del dominio: piuttosto il tempestivo impegno a spezzare le ambizioni altrui. Saremmo in colpa con il complesso delle nazioni greche se noi, che rechiamo l'indipendenza a ogni stato, permettessimo a voi di sbarrare la strada. Inquadrate la questione in questi termini e traetene gli elementi per una savia scelta. Offrite primi il vostro braccio alla nuova lotta di liberazione cui la Grecia si accinge e imponete al mondo la vostra eredità di fama immortale. Come individui custodirete i vostri patrimoni e nel respiro possente e concorde della città unita conquisterete per lei il nobile serto di una gloria eccelsa."

88. Fu tutto qui il discorso di Brasida. I cittadini di Acanto, dopo accese polemiche, interventi a favore e contrari, votarono a scrutinio segreto e la maggioranza, vinta dalla parola affascinante di Brasida e preoccupata per il raccolto, decretò la rivolta contro Atene. E dopo avergli fatto solennemente ripetere il giuramento che le autorità di Sparta avevano prestato prima d'inviarlo in missione, che cioè gli alleati tratti dalla sua parte avrebbero serbato la propria sovranità politica, aprirono le porte all'armata. Non trascorse molto e anche Stagiro, colonia degli Andri, si associò ai ribelli. Furono questi gli eventi di quell'estate.

89. Subito all'inizio del seguente inverno, siccome i centri della Beozia dovevano consegnarsi per tradimento a Ippocrate e Demostene, strateghi in carica di Atene, a Demostene si destinò il compito di accostarsi a Sife con la squadra navale; al collega, invece, di muovere a Delio. Ma intervenne un errore nel computo dei giorni entro i quali i due strateghi dovevano mettere in moto le truppe. Demostene prese il mare in anticipo e arrivò anzitempo a Sife, con gli Acarnani che aveva a bordo e molti degli alleati di quei luoghi: tentativo infruttuoso, poiché un tale Nicomaco, cittadino Focese di Fanoteo, aveva denunciato l'impresa, svelandola agli Spartani che a loro volta passarono voce ai Beoti. La resistenza armata di costoro fu celere e unanime (Ippocrate non aveva oltrepassato i confini e non infestava ancora la loro terra): Sife e Cheronea furono occupate in tempo utile. Quando gli artefici del complotto si resero conto dell'errore, si astennero dall'appiccare in ogni città la scintilla della rivoluzione.

90. Ippocrate, mobilitate in massa le forze ateniesi, cittadini meteci e quanti stranieri soggiornavano in città, arrivò in ritardo a Delio: quando ormai i Beoti si erano ritirati da Sife. Posto il campo, provvide alla fortificazione di Delio, il santuario di Apollo, con questa tecnica. Intorno al sacro recinto e al tempio fu scavato un fossato e col materiale di sterro le truppe ammontarono, come baluardo, un rialzo, conferendogli stabilità con graticci e pali piantati a breve intervalli. Tagliarono quindi una vigna che sorgeva intorno al tempio e la gettarono sull'argine, aggiungendovi pietrame e mattoni estratti dalle case vicine, demolite: si industriavano con ogni arte di alzare il livello del terrapieno. Elevarono torri lignee nei punti adatti e dove non rimaneva più nulla in piedi della sacra fabbrica: anche il portico, un tempo esistente, giaceva ora diroccato. Le truppe avevano posto mano al lavoro il terzo giorno da che avevano valicato il confine dell'Attica e lo protrassero per il quarto e il quinto, fino all'ora del rancio. Poi, quando la fatica più grossa era compiuta, l'armata s'avviò per ritirarsi da Delio e percorse circa dieci stadi, come per marciare verso la patria; il nerbo della fanteria spedita continuò subito il cammino; gli opliti invece posero il campo e non avanzarono. Ippocrate si trattenne a disporre posti di guardia e a fornire, per gli ultimi ritocchi al caposaldo in via di compimento, le relative istruzioni.

91. Proprio in quei giorni i Beoti si concentravano a Tanagra. Quando da tutte le città furono affluiti sul posto e appresero che gli Ateniesi erano rimpatriati, gli altri beotarchi (sono in numero di undici) si dichiararono sfavorevoli a un'offensiva poiché il nemico non calcava più il suolo della Beozia (quando avevano fissato il campo gli Ateniesi si trovavano, più o meno, all'altezza della frontiera con l'Oropia). Ma Pagonda figlio di Eolade, beotarca di Tebe con Ariantide figlio di Lisimachide, e generale supremo, desideroso di battersi, stimando più proficuo gettare la sfida, invitò a raccolta ogni "loco", uno per uno ad evitare che tutta la truppa sciogliesse simultaneamente i ranghi e cercò di indurre i Beoti ad impugnare le armi contro gli Ateniesi e a provocarli in campo aperto, tenendo questo discorso:

92. "Uomini di Beozia! Nessuno di noi comandanti avrebbe dovuto anche solo lasciarsi sfiorare dall'ispirazione che non sia conveniente provocare a battaglia gli Ateniesi se, per caso, non li coglieremo più a calpestare il suolo della Beozia. Poiché si accingono a devastarla, questa terra: irromperanno dal paese vicino, violeranno i confini, e per questo vi hanno costruito una fortezza. È gente ostile: in qualunque paese la sorprenderemo, sia pure nelle loro basi in territori stranieri, da cui ci hanno vibrato gravi percosse con incursioni improvvise. E proprio in questi momenti, se qualcuno concepì l'idea che sfuggire allo scontro significhi schivare un rischio, si ravveda. Quando un'aggressione preme alle porte è ben diverso l'esercizio e il compito della prudenza: e non contempla, di necessità, quei calcoli che s'impongono a chi, già padrone del proprio, ambizioso d'acquisti, architetta un agguato. Inoltre è in armonia con le vostre tradizioni contrastare il passo a ogni armata straniera e nemica, con inalterato vigore, sia che assalti la vostra o l'altrui terra. Tanto più ora occorre rinverdire questo costume contro gli Ateniesi che oltre a tutto ci sono prossimi di confine. Poiché a chiunque, in faccia ai suoi vicini, un risoluto contegno è il baluardo più fermo d'indipendenza. E mille volte di più contro costoro, che mentre tramano la schiavitù per le genti limitrofe gettano l'occhio più in là assetati d'impero. È dunque ragionevole evitare questa sfida fatale? (ci è d'esempio l'Eubea: si stende davanti alle loro coste, e come l'hanno ridotta? E quasi l'intera Grecia, del resto?) Riflettete: le genti vicine accendono con gli altri la lotta per questioni territoriali di confine. Ma lasciamoci sconfiggere e ci inchioderà una frontiera unica per tutta la Beozia, perfettamente tranquilla, immune da controversie: caleranno sul nostro paese e ce lo prenderanno, a viva forza! Di tanto è più rischioso per noi questo contatto che con qualsiasi altro popolo. Poi, chi coltiva la coscienza della propria forza, come nel nostro tempo gli Ateniesi, assale con più sciolta irruenza il confinante che trepida in attesa e provvede solo a barricarsi sulla propria terra. Ma la loro sicurezza vacilla quando l'avversario esce dalle proprie frontiere, vi si pianta davanti impavido e, quando è l'ora giusta, scatena per primo il combattimento. Conosciamo costoro per esperienza diretta: li battemmo a Coronea, quando sfruttando le nostre interne discordie avevano posto piede in questo paese. E assicurammo per l'avvenire fino ad oggi una esistenza pacifica e sicura per la Beozia. Sia vivo quel ricordo e i più anziani eguaglino quelle gesta gloriose! E i giovani cui nelle vene corre il sangue di tanti padri s'impegnino a non smentire le virtù avite. Fidenti che il dio stenderà il suo braccio a proteggerci, il dio di cui il nemico ha empiamente preso e trasformato in forte il sacro tempio. Fidiamo nei sacrifici riusciti propizi, e battiamoci. Atene ricordi! Sfoghi pure la sua passione di conquista sugli inermi che disertano la lotta di resistenza. Ma a chi la fierezza di spirito comanda sempre di mantenere a prezzo del sangue in libertà la propria terra e di non calpestare i diritti altrui a una vita sovrana, da quelli gli uomini d'Atene non si scioglieranno prima d'averne rudemente saggiata la volontà di lotta."

93. Con il vibrante tono di quest'esortazione Pagonda persuase i Beoti alla sfida con Atene. In poche battute fece levare il campo e segnalò all'armata di mettersi in marcia (s'era già al tramonto del sole). Quando giunse nei pressi delle truppe nemiche, fece porre il campo in una località dove, per via di un colle che s'ergeva tra gli eserciti avversari, era impossibile avvistarsi. Ordinò i reparti, provvedendo a ogni particolare e risoluto a battersi. Ippocrate stazionava ancora a Delio quando lo sorprese la notizia del contrattacco beota; spedì alle truppe il comando di schierarsi in ordine di combattimento. In un lampo comparve di persona, distaccando a Delio circa trecento cavalieri con la consegna tattica di coprire quella piazzaforte, respingendo una eventuale offensiva e d'avventarsi, tenendo d'occhio le mosse dei Beoti e scegliendo il momento, alle loro spalle nel vivo dello scontro. A contrastare reparto di cavalleria i Beoti ne avanzarono uno dei loro; quando i preparativi furono perfezionati, comparvero da dietro il colle, posero le armi al piede e si ordinarono come comandava il piano. Erano pronti circa settemila opliti, oltre diecimila fanti leggeri, cinquecento peltasti. All'ala destra operavano i Tebani e i popoli a loro associati: al centro gli Aliarti, i Coronei, i Copei e gli altri abitanti del lago. Su entrambi i fianchi agivano le squadre di cavalleria e le truppe spedite. Il fronte tebano raggiungeva in profondità le venticinque file; gli altri si schieravano, volta per volta come occorreva. Questi gli effettivi Beoti e tale il loro ordine prima della battaglia.

94. Gli opliti Ateniesi, in equilibrio numerico rispetto agli avversari, si schierarono con la loro massa completa su una profondità di otto file. Fanterie leggere, armate regolarmente, erano assenti in quell'occasione, come del resto non erano previste dall'ordinamento bellico ateniese. Quelle al seguito della spedizione superavano di molte volte il numero dei corrispondenti avversari: ma la maggior parte si erano accodati inermi all'esercito, poiché quel contingente era frutto di una mobilitazione generale degli stranieri presenti ad Atene e dei cittadini. Ma solo pochi furono in effetti presenti allo scontro: quasi tutti avevano fatto ritorno in patria, prima che si avviassero le operazioni. Schierati i due eserciti, pronti a scattare, lo stratego Ippocrate percorrendo le file ateniesi le accese con un incitamento di questo tenore:

95. "Ateniesi, brevi parole per esortarvi. Ma che siano di eguale potenza su uomini prodi, cui più un ricordo vale che uno sprone. In nessuno nasca l'idea che correre a tanto sbaraglio in terra straniera non convenga e non ci tocchi. Sarà in questa terra la lotta, ma in difesa d'Atene: se trionferemo i Peloponnesi, annullata la cavalleria di costoro, non ardiranno mai più irrompere nell'Attica. In questo solo scontro si fonde il possesso della Beozia e un più schietto pegno di libertà per la vostra patria. Siate degni, affrontando il nemico, di quella città in cui ognuno di voi s'onora nell'intimo di essere nato, signora splendida della Grecia. E della memoria dei padri, che piegando costoro in campo a fianco di Mironide a Enofita conquistarono un tempo la Beozia."

96. A Ippocrate, che pronunciando queste parole d'esortazione s'era avanzato fino al cuore dell'esercito, non fu più concesso il tempo di proseguire: poiché i Beoti, dopo che anche Pagonda, intanto, li ebbe rapidamente confortati calavano di furia dal pendio del colle, al canto del peana. Si mossero anche gli Ateniesi e di slancio le due armate cozzarono. Le contrapposte estremità dei due fronti non giunsero a urtarsi, per l'identica ragione: la corsa era sbarrata da torrenti. Ma altrove gli scontri divamparono durissimi, con fiere percosse di scudi. L'ala sinistra dei Beoti fino al settore di centro si fletteva alla pressione ateniese, che in questo punto grandinava colpi anche sugli altri, specie sui Tespiesi. I soldati di questo reparto, ritirandosi quelli che erano schierati al loro fianco e rimasti essi stessi chiusi in breve cerchio, caddero mentre si difendevano, armi alla mano. Qualche Ateniese, smarrito per il congiungersi di un completo fronte circolare intorno al nemico, non riconobbe e trafisse alcuni suoi compagni. In questo settore i Beoti cedevano e si ritiravano verso l'ala che sosteneva il peso della battaglia; ma all'ala destra, occupata da forze tebane, la resistenza delle truppe ateniesi si sfaldava, finché pressate dall'azione incalzante degli avversari volsero le spalle e subirono, dapprima gradatamente, l'inseguimento. Pagonda allora effettuò una nuova mossa: da un punto coperto mandò ad aggirare il colle due squadre di cavalleria, comprendendo la difficoltà in cui si dibatteva la propria ala sinistra. Apparizione folgorante, a cui rabbrividì l'ala ateniese che nel suo campo stava dominando e che temette subito l'attacco di un secondo esercito. Questo duplice incidente, l'improvvisa comparsa della cavalleria e l'urto tebano che li incalzava sfondando il loro fronte, causò una rotta generale delle schiere ateniesi. Alcuni cercarono riparo a Delio e verso il mare; una parte si diresse ad Oropo, altri verso il monte Parnete, dove cioè ognuno sperava d'incontrare la salvezza. Gli inseguitori Beoti massacravano: più la loro cavalleria e le truppe dei Locri, intervenuti a rinforzo quando la rotta era già in corso. L'oscurità che calava ad avvolgere lo scontro rese più agevole ai fuggiaschi schivare la morte. Il giorno seguente le milizie ateniesi di Oroppo e quelle di Delio, lasciandovi un presidio (la posizione si trovava ancora in loro mano), ripresero per mare la via della patria.

97. I Beoti eressero un trofeo, si diedero a raccogliere le salme dei loro, e a spogliare quelle dei nemici. Finalmente, stabilita una guarnigione, ritornarono a Tanagra e stilavano il piano segreto per investire Delio. Un araldo in viaggio da Atene per trattare il riscatto dei morti incontrò per via un corriere beota, che gli consigliò di ritornare sui propri passi assicurandogli che non avrebbe concluso nulla prima ch'egli fosse di ritorno. Quindi costui si presentò alle autorità ateniesi ed espresse la posizione dei Beoti: che cioè gli Ateniesi agivano disonestamente calpestando le tradizioni consacrate dei Greci. Il diritto internazionale prevedeva che in caso di invasione si risparmiassero almeno i santuari degli dei. Gli Ateniesi, invece, avevano fortificato Delio e l'adoperavano come base: anzi compivano in quel santo luogo le azioni che di norma sono ristrette al suolo profano. I soldati penetravano, e attingevano di quell'acqua che i Beoti stessi non ardivano toccare se non per cerimonie di purificazione. Onde, a nome del dio e di se stessi, i Beoti, invocando a testimoni le divinità comuni e Apollo, proclamavano agli ateniesi di partirsi dal tempio trasportando con sé la propria roba.

98. Dopo queste dichiarazioni dell'araldo, gli Ateniesi mandarono a loro volta un corriere ai Beoti rammentando che non avevano danneggiato il tempio, né avevano in proposito di commettervi qualche sacrilegio in avvenire, di propria volontà. Non era quello, infatti, il loro volere trincerandosi là dentro, ma desideravano un ricovero contro gli illegittimi colpi inflitti piuttosto da loro, Beoti. Il costume legale in onore presso i Greci prevedeva che chi si facesse padrone di una terra, estesa o piccola, godesse anche la proprietà dei suoi santuari, conservando, per quanto poteva, il culto in vigore prima della conquista. Proprio i Beoti infatti e molti degli altri popoli, appropriandosi di una terra con l'espulsione violenta degli abitanti, consideravano parte della conquista quei templi forestieri contro cui avevano sferrato i loro primi attacchi. Così anche gli Ateniesi, se fossero riusciti a occupare una fascia più ampia di territorio beota, l'avrebbero tenuta: né ora lascerebbero, se non costretti a viva forza, quel lembo di suolo che, dopo la conquista, consideravano un proprio possesso. Si erano serviti dell'acqua, ma solo in caso di necessità, non determinata certo dall'insolenza ateniese. Ne attingevano per ragioni di difesa, oppressi dalla tracotanza dei Beoti che per primi avevano compiuto un'irruzione nella loro terra. Era umano sperare, anche dal dio, una certa indulgenza per tutti quei gesti che gli uomini compiono sotto l'incubo della guerra, in ginocchio per le privazioni. Non sono gli altari rifugio per le colpe che superano il nostro libero volere? Il concetto di violazione della legge rispecchia un atto di disonestà sorgiva, libera da costrizioni esterne, non gli espedienti messi avventurosamente in opera per scampare agli infortuni. Piuttosto i Beoti peccavano d'empietà profonda, pretendendo di restituire le salme solo in compenso dei santuari, non gli Ateniesi che inorridivano al pensiero di quel mercato per ricuperare quanto spettava loro. Gli Ateniesi intimarono quindi all'araldo di riportare chiara ai Beoti questa risposta: si proponevano dl raccogliere i loro caduti senza abbandonare il suolo della Beozia (già quella non era più terra beota, in cui avevano con il ferro imposto il proprio dominio) ma in virtù di una tregua, nel rispetto delle tradizioni antiche.

99. I Beoti fecero replicare che, se gli Ateniesi calcavano il suolo beota, se ne partissero recando con sé la propria roba; se invece erano in terra ateniese, sapevano da sé il da farsi. Ritenevano che l'Oropia, dove appunto si trovavano i cadaveri (la battaglia si era sviluppata lungo la frontiera) appartenesse ad Atene per diritto di sudditanza; d'altra parte gli Ateniesi non potevano strappare loro con la forza i morti. Né quindi i Beoti concedevano la tregua per un territorio che non li riguardava. In quel caso veniva loro a taglio questa risposta, corretta almeno formalmente: "evacuassero la loro terra e vedrebbero soddisfatte le proprie pretese". L'araldo di Atene ascoltò e, senza avere ottenuto nulla, si pose sulla via del ritorno.

100. I Beoti fecero venire dal golfo Maliaco combattenti; armati d'arco e frombolieri. Dopo lo scontro, erano comparsi a rincalzo anche duemila opliti corinzi e i Peloponnesi di presidio ai Nisea, che erano usciti da quella base, oltre ai Megaresi. Puntarono con tutte queste forze su Delio e assalirono la posizione fortificata. Spiegarono varie tecniche nel l'assalto: infine conquistarono il forte spingendovi contro una macchina così congegnata. Segarono un'enorme trave per il lungo, ne incavarono con cura le due sezioni facendole poi combaciare perfettamente, come per fabbricarne un flauto. Inchiodarono con delle catene a un'estremità un braciere verso cui scendeva dall'imboccatura del trave una canna da mantice, di ferro: e per un buon tratto un rivestimento metallico foderava anche il legno del trave. Da lontano presero ad accostare le macchine sempre più vicine al muro, laddove nella struttura prevaleva il legname dl vite e le fascine. Quando si trovò alla giusta misura, adattarono mantici potenti all'estremità del congegno a loro rivolta e incominciarono a insufflarvi aria. Il soffio, violentemente compresso nel braciere, che ardeva di carboni, zolfo e pece, sprigionava una grande fiammata, incenerendo il muro. Sicché nessuno poteva resistervi: i difensori lo disertarono e si dispersero fuggendo. Fu questa la tecnica che consentì di prendere il forte. Del presidio molti caddero, duecento furono catturati: gli altri, la massa, balzò a bordo delle navi e puntò sulla patria.

101. Delio era già stata presa, sedici giorni dopo la battaglia, quando l'araldo ateniese ignaro degli ultimi avvenimenti si ripresentò poco più tardi per la restituzione delle salme. I Beoti acconsentirono senza fornire più la stessa risposta. Durante la battaglia erano periti poco meno di cinquecento Beoti, un numero di Ateniesi poco inferiore a mille, con il loro stratego Ippocrate. Più seri i vuoti aperti nelle fanterie leggere e negli addetti ai trasporti. Non molto dopo la conclusione di questo scontro anche Demostene, cui era fallito, in quella sua spedizione, l'attacco proditorio a Sife, avendo a bordo delle sue navi il corpo di Acarnani e di Agrei, oltre a quattrocento opliti Ateniesi, operò uno sbarco nella Sicionia. Ma prima che la squadra al completo avesse raggiunto l'approdo, un contrattacco dei Sicioni travolse la gente già discesa a terra incalzandola fino alle navi. Alcuni restarono uccisi, molti prigionieri. I Sicioni, eretto un trofeo, restituirono i morti con una tregua. Proprio in quell'arco di giorni in cui avvenivano i casi di Delo, si spense anche Sitalce, re degli Odrisi, sconfitto sul campo durante una campagna organizzata contro i Triballi. Ascese al trono degli Odrisi e della restante Tracia, su cui già imperava il morto re, suo nipote Seute, figlio di Sparadoco.

102. In quello stesso inverno Brasida, forte di reparti alleati della Tracia avanzò in armi contro Anfipoli, la colonia ateniese sulle sponde del fiume Strimone. In questa zona, dove ora sorge la città anche Aristagora di Mileto aveva tentato in un'epoca più antica di fondare una colonia, cercandovi scampo alla collera del re Dario: ma gli Edoni lo avevano ricacciato. Trentadue anni dopo vi si riaffacciarono gli Ateniesi con l'invio, come coloni, di diecimila concittadini e di chiunque desiderasse prender parte all'impresa, ma a Drabesco furono annientati dai Traci. Gli Ateniesi ci riprovarono infine ventotto anni dopo, inviando come fondatore della nuova colonia Agnone figlio di Nicia. Espulsero gli Edoni e colonizzarono questa località, denominata in antico Nove Vie. I coloni ateniesi partivano da Eione, loro scalo marittimo e mercantile alla foce del fiume, a venti cinque stadi di distanza dalla città moderna che Agnone chiamò Anfipoli poiché, lambendole i due fianchi lo Strimone, egli, isolatala con un lungo muro teso tra i due bracci fluviali, la eresse in posizione veramente cospicua tutt'intorno, tanto dalla parte del mare che della terraferma.

103. Contro di essa marciava dunque Brasida partito con le sue truppe da Arne nella Calcidia. Giunto al tramonto ad Aulone e Bormisco, nel punto in cui il lago Bolbe fluisce nel mare, fece distribuire il pasto ai suoi uomini e riprese nella notte il cammino. Il tempo era pessimo e cadeva un nevischio fitto: sicché accelerò ancor di più il ritmo dell'avanzata, per guadagnare Anfipoli prima che gli abitanti si mettessero in allarme, tranne quelli che lavoravano sott'acqua per.consegnargli la città. Vi si trovavano non solo coloni argili (Argilo è una colonia di Andro) ma altri che collaboravano al complotto, alcuni indotti da Perdicca, molti dai Calcidesi. Con impegno più vivo fra tutti tramavano gli Argili, che avendo sede vicino ad Anfipoli erano sempre guardati con sospetto dagli Ateniesi, poiché pronti in ogni momento ad ordire tranelli ai danni della piazza. La comparsa di Brasida era occasione troppo favorevole: e quelli, che già da molto tempo andavano stringendo contatti con i loro concittadini stabiliti in Anfipoli per provocare la resa della città, accolsero Brasida entro la propria cinta e quella notte stessa, ribellandosi ad Atene, schierarono l'esercito alla testa del ponte sul fiume prima che sorgesse il sole. Il centro di Anfipoli è lontano da quel passaggio, cui non si protendevano, come al nostro tempo, le mura. Vi si appostava una debole guarnigione, che Brasida liquidò in poche battute, sia perché il tradimento gli aveva spianato il terreno, sia con il favore del tempo ostile e della sorpresa. Insomma attraversò il ponte e si impadronì con mano fulminea del contado e dei suoi beni, fuori della cerchia, poiché i nuclei di abitazione erano disseminati su tutto il territorio.

104. L'attraversamento del fiume da parte di Brasida colse improvviso i cittadini di Anfipoli: molti caddero in mano al nemico fuori le mura, altri riuscirono a rifugiarsi dentro la cerchia. Tumulto grande ed ansia in città: e serpeggiava, da uomo a uomo, l'ombra reciproca del sospetto. Se Brasida si fosse mostrato più risoluto nel distogliere la truppa dal saccheggio e nel concentrarla all'assalto delle mura era opinione diffusa, si dice ora, che le avrebbe espugnate. Brasida invece accampò e disperse l'armata in scorrerie per la campagna al di fuori delle mura: poi, atteso invano un indizio, un segnale di quegli interni moti in cui sperava, sospese le azioni. Gli avversari dei congiurati, schiacciandoli sotto la superiorità numerica, vietavano l'apertura immediata delle porte. Si decide per mezzo dello stratego Eucle, inviate da Atene e preposto alla difesa cittadina, di stabilire un contatto con l'altro generale, comandante le forze di quel settore della Tracia: Tucidide figlio di Oloro, colui che ha composto questa storia, e che si trovava allora presso Taso (l'isola è una colonia dei Pari, e dista da Anfipoli mezza tappa circa di navigazione). Porgevano l'avviso di accorrere: e costui ricevuto l'appello, sciolse le vele in un lampo alle sette navi di cui disponeva, proponendosi innanzitutto di penetrare a tempo in Anfipoli, prima della resa o, se falliva l'obiettivo, di attestarsi in Eione.