1. Nell'estate successiva, nella stagione in cui il frumento mette le prime spighe, dieci navi siracusane e altrettante di Locri sciolsero le vele alla volta della città di Messene, in Sicilia e, su invito degli stessi cittadini, l'occuparono: così Messene uscì dalla lega ateniese. Quest'impresa fu sostenuta e diretta principalmente dai Siracusani, che riguardavano quella località come una testa di ponte strategica mente opportuna per un'invasione eventuale della Sicilia e temevano che gli Ateniesi la fortificassero come base operativa per aggredirli, in avvenire, con uno spiegamento di mezzi bellici più poderoso e completo. I Locri invece obbedivano a un impulso d'odio contro gli abitanti di Reggio, cui volevano muover guerra su un duplice fronte, da terra e dal mare. Perciò, con tutte le forze di cui disponevano, avevano varcato i confini del territorio di Reggio, non solo per impedire a questa città di soccorrere gli uomini di Messene, ma accogliendo anche la proposta di alcuni fuoriusciti di Reggio, che soggiornavano presso di loro. Il tempestoso clima politico che, per lunghi anni aveva sconvolto Reggio rendeva praticamente insostenibile, nelle circostanze attuali, un'efficace resistenza all'impeto dei Locri: i quali con furia tanto più viva incalzavano. Dopo aver distrutto le campagne i Locri si ritirarono con la propria fanteria mentre la marina si tratteneva a vigilare le mosse dei Messeni. In quella stessa rada, punto di partenza per le future operazioni militari, avrebbero affondato le ancore successive unità, in allestimento negli arsenali e in attesa di scendere in mare.
2. A quella stessa epoca della primavera, prima che il grano fosse maturo, i Peloponnesi con i loro alleati, agli ordini di Agide figlio di Archidamo re degli Spartani valicarono i confini dell'Attica e, ordinato il campo, cominciarono a devastarne il territorio. Intanto gli Ateniesi misero sulla rotta della Sicilia le quaranta triremi che per quello scopo eran venuti allestendo, al comando dei due strateghi, Eurimedonte e Sofocle che erano rimasti in patria: il terzo collega, infatti, Pitodoro, li aveva preceduti in Sicilia. Costoro avevano anche la consegna di effettuare una sosta a Corcira quando in navigazione fossero giunti in quelle acque: dovevano occuparsi dell'infelice stato dei Corciresi che abitavano la città esposti alle continue rapine dei profughi alla macchia sulle montagne, e porvi possibilmente un riparo. Anche una squadra di sessanta navi peloponnesie si era già diretta all'isola per sostenere i fuoriusciti sui monti e cogliere l'occasione di una rovinosa carestia imperversante sulla città per regolare, a proprio arbitrio e vantaggio, le istituzioni politiche di quel paese. A Demostene, che dopo il rimpatrio dall'Acarnania non ricopriva incarichi ufficiali, fu rilasciato inoltre su sua espressa richiesta il permesso di impiegare, a proprio criterio, queste forze navali per operazioni militari nello scacchiere del Peloponneso.
3. Quando gli Ateniesi, navigando, sfiorarono le coste della Laconia e seppero che le navi dei Peloponnesi stazionavano già nelle acque di Corcira, Eurimedonte e Sofocle si proponevano di forzare i tempi per coglierli in quel tratto di mare, mentre Demostene esigeva una puntata e uno sbarco a Pilo da dove, prese come si conveniva le necessarie misure, avrebbero finalmente proseguito il tragitto. Le discussioni si protraevano serrate su questo punto, quando il caso scelse di scatenare una tempesta che trascinò la flotta a Pilo. Demostene insisté subito perché si ponesse mano alle attrezzature difensive per munire Pilo (era il motivo per cui aveva preso parte alla spedizione), facendo notare la grande quantità di legname e materiale pietroso di cui si poteva disporre in quel punto della costa, non solo già fortificato dalla natura, ma deserto per un esteso raggio nell'entroterra. Pilo infatti dista da Sparta quattrocento stadi circa ed è situata nel territorio dell'antica Messenia: gli Spartani la chiamano Corifasio. I suoi colleghi replicarono che se voleva dissanguare il tesoro della città, il Peloponneso abbondava di promontori desertici da occupare. Ma a Demostene pareva indiscutibile l'opportunità strategica, tutta particolare, di questo luogo fornito di porto, e che costituiva tra l'altro l'antica, originaria dimora dei Messeni, gente che parlava lo stesso linguaggio degli Spartani, cui avrebbero potuto infliggere danni rilevanti, muovendo da quella fortezza per loro familiare e di cui, tra l'altro, sarebbero stati i più fidi e saldi custodi.
4. Ma, giacché non otteneva la desiderata adesione dagli strateghi, né dai soldati, né, in seguito, dai tassiarchi che aveva messo a parte del proprio disegno, costretto anche dalle condizioni avverse del mare, rinunciò al piano; finché nella stessa truppa, impaziente per la forzata inattività, nacque l'impulso di cingere la posizione con un baluardo difensivo. Cominciarono, e faticavano di buona voglia; privi di scalpelli di ferro adatti per squadrare i blocchi giudicavano a vista le pietre da scegliere e da collocare l'una accanto all'altra, così come si adattavano. Per mancanza di secchi trasportavano sul dorso l'argilla di cui v'era bisogno, procedendo curvi perché sulla schiena inarcata rimanesse la maggior quantità possibile di materiale, e intrecciando dietro le mani, per impedire che scivolasse. Si ingegnavano con ogni trovata per far presto e munire in tempo i settori più esposti agli assalti nemici, prima che gli Spartani comparissero in armi. Infatti, la posizione si presentava già naturalmente solida, senza richiedere ulteriori fortificazioni murarie.
5. Gli Spartani in quei momenti solennizzavano un loro giorno festivo e seppure informati dell'evento non vi attribuirono troppa importanza. Erano convinti che muovendosi in forze, avrebbero costretto il nemico alla fuga prima di entrare in contatto con esso, e l'avrebbero agevolmente piegato nel caso di uno scontro. Erano frenati anche dalla circostanza che le loro truppe si trattenevano ancora nelle vicinanze di Atene. In sei giorni gli Ateniesi armarono l'ala della piazzaforte rivolta all'interno della regione e vi lasciarono a presidio Demostene con cinque navi; con il grosso della flotta ripresero a tutta velocità la navigazione verso Corcira e la Sicilia.
6. Le truppe del Peloponneso che operavano nell'Attica quando furono informate della presa di Pilo accelerarono la marcia per il rientro in patria, poiché gli Spartani, con il loro re Agide, si sentivano pungere nel vivo dei propri interessi dal pensiero di quanto accadeva a Pilo. Inoltre, l'irruzione in territorio nemico era scattata prematura, quando il grano, ancora verde, non poteva assicurare alla moltitudine di truppe una riserva sufficiente di cibo. Per di più un'ondata di gelo intenso, singolare per quella stagione dell'anno, martellava l'esercito. Sicché si accumularono molti motivi per affrettare il rimpatrio e, in conseguenza, per fare di questa l'invasione più breve: si erano trattenuti nell'Attica quindici giorni soltanto.
7. Nello stesso periodo di tempo Simonide, stratego degli Ateniesi, con poche milizie raccolte dai presidi e con una massa di combattenti radunati tra le genti della lega che lassù dimoravano, fece capitolare, per tradimento, Eione, un centro della costa tracia, colonia dei Mendei ostile ad Atene. Ma un'incursione fulminea di Calcidesi e Bottiei lo ricacciò indietro, aprendo profondi vuoti nelle sue file.
8. Quando si concluse il rimpatrio dei Peloponnesi dall'Attica, gli Spartani da soli con a fianco i Perieci dei territori più vicini si diressero subito alla volta di Pilo, mentre l'avanzata degli altri abitanti della Laconia procedeva più calma, poiché solo da pochi giorni erano rientrati dall'ultima campagna. Araldi spartani corsero tutte le strade del Peloponneso con l'ordine di mobilitazione generale, il più possibile sollecita, e di convergere a Pilo. Il comando giunse anche alla squadra dislocata nel mare di Corcira: le sessanta unità, trasportate oltre l'istmo di Leucade eludono la vigilanza delle navi attiche che incrociano a Zacinto e affrettano la corsa a Pilo. Le schiere di fanteria avevano già preso posizione. Mentre la flotta nemica era ancora sulla rotta di avvicinamento a Pilo, Demostene fa uscire in tempo due navi con il compito di recare ad Eurimedonte e alla squadra di vedetta a Zacinto il messaggio di accorrere perché la fortezza si trova sotto grave minaccia. E infatti le navi obbedirono agli ordini di Demostene, procedendo a ritmo molto sostenuto. Per parte loro gli Spartani si accingevano a sferrare, dall'entroterra e dalla costa, un doppio assalto alla piazzaforte, sperando che la conquista di quel fabbricato, sorto in fretta e privo di un presidio numeroso, fosse una azione di breve e leggero impegno. Ma, giacché si attendeva da un momento all'altro la comparsa della squadra ateniese da Zacinto progettavano, nel caso che non riuscissero in tempo ad espugnare il forte, di ostruire le imboccature del porto per vietarvi, alle navi ateniesi, l'entrata e l'ancoraggio. Infatti l'isola denominata Sfacteria si protende in lunghezza davanti al porto a così breve distanza da costituirne un eccellente riparo e da ridurne gli ingressi ad anguste strettoie, consentendo il varco, dalla parte orientata verso Pilo e il forte ateniese, a due soli vascelli e dall'altra, verso il continente, a otto legni, forse nove. Era fitta di boschi e impraticabile, desolata e selvaggia: misurava in estensione circa quindici stadi. Si proponevano dunque di assiepare la massa delle navi agli sbocchi del porto, con le prue rivolte al mare aperto. Temendo inoltre che i nemici s'impadronissero di quest'isola attrezzandola a base operativa per future azioni di disturbo, vi fecero traghettare un distaccamento di opliti e ne schierarono un altro lungo la costa di fronte. Con questa mossa meditavano di isolare gli Ateniesi con fasce di territorio ostile, L'isola appunto e il continente che non offriva punti riparati d'attracco. Poiché lo stesso promontorio di Pilo all'esterno dell'imbocco portuale, laddove si allunga verso il mare aperto, non possedeva baie per accogliervi navi e forze ateniesi, pronte ad accorrere in aiuto ai loro concittadini. Essi poi avrebbero occupato con l'assedio il fortilizio senza ricorrere allo scontro navale e senza eccessivo rischio, come le circostanze lasciavano prevedere, giacché le risorse alimentari delle truppe asserragliate non dovevano resistere a lungo e, d'altra parte, la posizione non era stata organizzata con preparativi accurati e completi. Delineato il piano, ormai fermi a realizzarlo, procedevano al trasporto degli opliti sull'isola, dopo averli sorteggiati da ogni "loco". In seguito altre milizie avvicendandosi passarono sull'isola: e gli ultimi, che alla fine vi rimasero assediati, furono quattrocentoventi opliti, oltre agli Iloti che fungevano da attendenti. Li comandava Epitada figlio di Molobro.
9. Demostene, vedendo che gli Spartani preparavano da terra e dal mare l'attacco, provvide anche per parte sua alle necessarie misure. Fece trascinare in secco, protette dal muro, le navi restanti tra quelle che gli erano state lasciate e le cinse con una palizzata: fornì in dotazione agli equipaggi scudi leggeri, per lo più di vimini, poiché non era possibile in quella plaga remota rifornirsi di armature complete; anzi anche queste erano state prelevate da una nave a trenta remi di corsari messeni e da una scialuppa piccola che, molto a proposito, si erano ormeggiate a quella riva. Tra questi Messeni si trovavano circa quaranta opliti che Demostene aggregò subito al resto delle truppe. Schierò il nerbo delle sue forze, il maggior numero degli uomini armati pesantemente e di quelli spediti, sui capisaldi più poderosi e protetti del castello, con la consegna di respingere l'assalto delle fanterie nemiche, in qualunque punto. Personalmente, con una colonna di sessanta opliti scelti e una ristretta pattuglia d'arcieri s'avanzò all'esterno del forte diretto alla spiaggia dove pareva più prevedibile un eventuale tentativo di sbarco ad opera del nemico. Era un tratto di costa pietroso e scheggiato di scogli verso il mare aperto. Ma giacché era quella l'ala più debolmente munita della fortezza ateniese, Demostene s'aspettava che proprio lì il nemico concentrasse i suoi sforzi, per rompere le difese. Non si erano mai seriamente preoccupati di un possibile sbarco nemico che li mettesse alle strette: onde la solidità precaria del bastione in quel punto e la certezza, in Demostene, che se gli avversari avessero spinto a fondo le operazioni di sbarco, sarebbe divenuto inevitabile evacuare la località. In questo settore dunque avanzò fino alla linea del mare e dispose gli opliti per inchiodare, se fosse possibile, il nemico e infrangere ogni tentativo di prendere terra. Rivolse ai suoi uomini queste parole di conforto:
10. "Soldati, compagni con me d'ardimento in questo rischio! In questa ora cruciale nessuno voglia mostrarsi accorto, calcolando e prevedendo con puntiglio la gravità della minaccia che ci cinge. Faccia piuttosto spiccare la spensierata confidenza con cui insieme agli altri guarda in faccia al nemico, certo di trarsi incolume anche da questa avversità. Quando si erge di fronte a noi una strettoia simile a questa, non vale smarrirsi in congetture: occorre fulminea la determinazione a battersi. Prevedo per noi probabilità più favorevoli: se abbiamo cuore di non cedere, di non fremere davanti alla loro massa, di non rinunciare ai punti che attualmente sono in nostro vantaggio. L'accesso al caposaldo è impraticabile. Ecco dove siamo superiori: un elemento che ci darà man forte, ma è legato alla nostra resistenza. Poiché qualora noi pieghiamo, per quanto impervia quell'erta si offrirà sempre agevole se nessuno si presenta a far barriera. Inoltre lo slancio nemico insisterà più accanito, poiché la ritirata e la discesa non gli sarebbero facili, ammesso che si riesca a respingerlo (fin quando resterà a bordo delle navi, per noi sarà comodo ricacciarlo, ma se opererà lo sbarco ci batteremo ad armi pari). Il numero avversario non v'ispiri troppa soggezione. Non c'è approdo qui, e saranno costretti a combattere per piccoli gruppi. Quell'armata, certamente superiore, non ci affronta però sulla terraferma, in condizioni di parità sulle navi, in mare, dove per un trionfo devono assommarsi in buon numero fattori nettamente di favore. Sicché considero le loro difficoltà un elemento di equilibrio rispetto ai nostri scarsi effettivi. E quindi a voi che siete Ateniesi e per esperienza sapete che è impossibile sbarcare a viva forza truppe se la resistenza si attesta sulla riva e non si sgomenta al frastuono delle onde, cedendo, o della violenta fase d'attacco, io chiedo di restare radicati a questo estremo lembo di scogliera e di salvare voi stessi e la fortezza."
11. Questo breve monito a mostrarsi prodi accese negli Ateniesi un più fiducioso ardimento e costoro calando fin sulla spiaggia vi si attestarono. Le truppe spartane tolsero il campo e scatenarono un simultaneo assalto al forte con lo schieramento terrestre e con la squadra di quarantatré navi, su cui era imbarcato come navarca lo spartano Trasimelida, figlio di Cratesicle. Costui si provò a sfondare proprio nel punto designato da Demostene. La difesa ateniese reggeva, sia sul fronte di terra che su quello del mare. Gli Spartani suddivisero la flotta in gruppetti di navi, poiché l'attracco era impossibile per squadre fitte; le unità ruotavano a turno per consentire agli attaccanti di riprendere fiato, e le loro cariche si susseguivano, vibrate con vivo coraggio e tra grida reciproche d'incitamento, per cercare di scalzare gli avversari dalla spiaggia e impossessarsi del fortilizio. Su tutti brillò per ardire Brasida che esercitava il comando di una trireme e che vedendo l'esitazione degli altri comandanti e dei piloti, di fronte a quelle acque irte di spezzoni rocciosi, ed il loro timore di sfasciare gli scafi anche in punti che parevano offrire sicurezza d'approdo, urlava ch'era indegno, per salvare il legname, consentire ai nemici il possesso di quel castello eretto sul patrio suolo. Li spronava a mandare in pezzi le proprie chiglie per effettuare, a prezzo di qualunque sforzo, lo sbarco. Incitava gli alleati a non tremare davanti al sacrificio delle proprie navi in quella fase cruciale, memori delle benemerenze che gli Spartani s'erano guadagnati verso di loro. Accostassero, guadagnando in un supremo slancio la spiaggia: li attendeva la conquista del forte e del nemico che resisteva asserragliato.
12. Così aizzava gli altri e costringendo il proprio pilota all'approdo si avviava alla passerella da sbarco. Ma mentre si studiava di scendere a terra fu risospinto con violenza dagli Ateniesi e crivellato di ferite s'abbatté svenuto. Cadde a prua, e intanto lo scudo sfilatosi dal braccio era rotolato in mare: sospinto dalle onde a riva fu raccolto, più tardi, dagli Ateniesi che ne fregiarono il trofeo elevato in ricordo di questo assalto respinto. I compagni di Brasida si prodigavano con ardore, ma la località dirupata e la tenacia ferrea degli Ateniesi che non indietreggiavano di un passo fiaccò ogni loro sforzo per conquistare la terraferma. Così la fortuna invertì il consueto corso. Gli Ateniesi si stavano difendendo da una posizione terrestre, da una piazzaforte della stessa Laconia, dagli assalti nemici, inferti dal mare; mentre gli Spartani tentavano con la marina lo sbarco sulla propria terra che l'occupazione di un contingente ateniese rendeva a loro stessi ostile. A quell'epoca infatti nel mondo gli Spartani erano stimati e noti per essere una potenza principalmente continentale e insuperabili combattenti con l'armata di terra; gli Ateniesi invece, per essere, con la supremazia netta della loro flotta, gli assoluti padroni dei mari.
13. Quel giorno e molte ore del seguente videro l'accanito susseguirsi degli assalti spartani che alla fine cessarono. Il terzo giorno inviarono ad Asine alcune navi per provvedersi di legname, utile ad allestire ordigni bellici. Si auguravano di costringere alla resa il castello impiegando le macchine da guerra dal lato sul porto, dove il bastione s'ergeva alto, ma le possibilità dell'attracco si presentavano più opportune. In quel frangente spuntò la squadra ateniese proveniente da Zacinto, forte di quaranta navi: infatti si erano associate alla spedizione alcune unità del presidio navale di Naupatto oltre a quattro vascelli di Chio. Quando si avvidero che non solo il continente ma anche l'isola si affollava di opliti, e che nella rada stazionavano le navi nemiche senza rivelare il proposito di uscire a ostacolarli, gli Ateniesi stentavano a scorgere un punto dove l'approdo fosse possibile. Per quel giorno ripiegarono su Prote, un'isola non molto distante, deserta, e vi bivaccarono. Ma il mattino seguente salparono in perfetto ordine, convinti di sostenere lo scontro se gli Spartani avessero accettato la sfida di battersi in mare aperto. In caso diverso, avrebbero tentato di sfondare il blocco del porto. Ma gli Spartani non levarono le ancore, mentre si trovavano a non aver ancor messo in pratica il loro originario progetto di ostruire gli ingressi del porto. Si dedicavano tranquillamente stando a terra all'armamento delle navi, preparandosi a ricacciare un eventuale attacco, intenzionati a provarsi in battaglia, ma solo all'interno della baia, che era piuttosto estesa.
14. Gli Ateniesi intuirono la tattica avversaria e, di slancio, vogarono verso gli ingressi del porto, piombando sulle navi nemiche che già avanzavano verso il largo con le prue rivolte agli avversari, e le travolsero: durante il successivo inseguimento, per la brevità del tratto, ne misero molte fuori combattimento e ne catturarono cinque tra cui una completa di equipaggio. Vibravano colpi su colpi al resto delle navi, che cercavano riparo alla riva. Alcune furono seriamente danneggiate prima di staccarsi dalla costa, mentre ancora si stavano armando. Altre, abbandonate dagli equipaggi dispersi in fuga, furono agganciate e, vuote, tratte a rimorchio. Dolore e collera infiammarono gli Spartani, a quella scena di rovina: li arrovellava soprattutto il pensiero dei loro uomini, bloccati e isolati a Sfacteria. Accorsero in aiuto e addentrandosi con tutte le armi tra le onde si aggrappavano alle navi tentando di trascinarle dalla loro parte. E in questa fase ciascuno era convinto che l'azione non procedesse come doveva là dove veniva a mancare il suo personale impegno. Il teatro dei combattimenti ribolliva di scomposto fervore: anche le regole di lotta con le navi di preferenza impiegate dai contendenti s'erano capovolte. Poiché gli Spartani ebbri d'ardimento e di costernato orgasmo si battevano, per così dire, né più né meno che in uno scontro navale piantati sulla terra ferma; gli Ateniesi invece, che dominavano e volevano protrarre lo sforzo fino all'ultimo respiro sulle ali di quel favorevole momento, radicati alle tolde, battagliavano come fanti. Furono profondi i colpi inferti a vicenda e, infine, coperti di ferite, si concessero una tregua, e gli Spartani riuscirono a strappare le navi vuote, tranne quelle catturate all'apertura delle ostilità. Dopo essersi attestati nei rispettivi accampamenti, gli Ateniesi elevarono il trofeo, stilarono una tregua per la raccolta delle salme, s'impadronirono dei relitti degli scafi e inoltre, accerchiarono subito l'isola con le navi montando la guardia, poiché sapevano che il corpo nemico vi era rimasto tagliato fuori. Le truppe peloponnesie del continente, e quanti erano confluiti da ogni centro della lega, mantennero le loro posizioni a Pilo.
15. Quando si tenne a Sparta il resoconto dei casi avvenuti a Pilo, si decretò subito, a riparo di tale disfatta, l'invio dei magistrati all'accampamento sulla costa, per esaminare con i propri occhi lo stato delle operazioni e stabilire le più opportune misure. Ma quando furono certi che non era possibile soccorrere i loro uomini, non essendo disposti a vederli annientati dalla fame o dalle preponderanti forze nemiche, si risolsero a saggiare le intenzioni degli strateghi ateniesi per giungere a un'intesa parziale limitata al settore di Pilo. Sarebbe seguita un'ambasceria ad Atene, con il compito di trattare una convenzione e la restituzione rapida dei prigionieri.
16. Gli strateghi accolsero questa bozza di accordo e si stilò la tregua, sulla base dei seguenti punti: gli Spartani si impegnavano a concentrare a Pilo, per consegnarle agli Ateniesi, le navi con cui si erano battuti e tutti i vascelli da guerra, nessuno escluso, che operavano in Laconia; inoltre, non si dovevano sferrare assalti al castello ateniese né da terra, né con la marina. Per parte propria gli Ateniesi si obbligavano a concedere agli Spartani distaccati sul continente di trasportare ai compagni nell'isola una pattuita misura di grano lavorato a pasta, due chenici attiche di farina a testa, due cotile di vino e una porzione di carne. Per i servi le quantità dovevano considerarsi dimezzate. Il trasporto doveva effettuarsi sotto la diretta sorveglianza ateniese, cui nessuna imbarcazione doveva tentare di sfuggire, per accostarsi a Sfacteria. Il blocco ateniese intorno all'isola proseguiva invariato: solo non vi sarebbero state operazioni di sbarco, né aggressioni alle schiere dei Peloponnesi dal mare o da terra. Se i contendenti violavano uno qualsiasi di questi termini, la tregua doveva considerarsi sospesa. Essa durava in vigore fino al rientro da Atene degli ambasciatori Spartani, cui gli Ateniesi stessi mettevano a disposizione, per il viaggio di andata e ritorno, una trireme. Quando fosse ricomparsa l'ambasceria, il periodo di tregua si sarebbe concluso e gli Ateniesi avrebbero restituito un numero di navi eguale a quelle requisite. L'armistizio si articolò su questi particolari: seguì la consegna delle navi, in numero di circa sessanta, e la partenza della missione, i cui membri, giunti ad Atene, tennero il seguente discorso:
17. "Gli Spartani ci hanno inviato qui, popolo d'Atene, a proposito dei nostri soldati prigionieri a Sfacteria, con la missione di indurvi a un accordo che non solo riesca di vantaggio a voi, ma che anche, rispetto al disastro che ci ha colti e nei limiti delle circostanze attuali, rispetti al più alto grado la nostra dignità. Ci disponiamo a diffonderci in un più complesso intervento, non per contravvenire al nostro costume, ma poiché al nostro paese, quando bastano brevi parole, non vige l'uso di gettarne d'avanzo, ma di esprimerci con più libera ampiezza quando le contingenze esigono di perseguire lo scopo cui di necessità si aspira, ponendo in particolare luce, con la parola, qualche specifico lato del problema che possa fruttare un profitto. Ascoltateci senza ostili sentimenti e senza il pregiudizio che vi vogliamo imporre una lezione, come a gente sprovveduta; consideratelo piuttosto un invito a richiamare alla memoria un precetto già a voi ben noto: decidere con saggezza. Sta in voi la facoltà di trarre dall'attimo propizio che vi si offre un magnifico profitto: serbare integro quanto avete in pugno e aggiungervi un più alto possesso, il decoro e la gloria. Sappia il vostro contegno esser diverso da quello di alcuni, cui un lampo di fortuna illumina, per un attimo, la monotonia della vita: uomini che la speranza tende avidi a più larghi acquisti, nutrita dal sorriso benigno della sorte e dalla sorpresa del fresco guadagno, Ma coloro che esperienze alterne hanno educato a fronteggiare ogni caso, giustamente sanno raccogliere con equilibrata cautela i frutti di un proprio fausto successo. Questa disposizione morale per la varietà e ricchezza dei casi vissuti, deve trovare, secondo ogni ragionevole previsione, non solo nella vostra città principalmente, ma anche nella nostra, un fecondo terreno.
18. "Riconoscete il mobile volto della sorte, riflettete su quanto ha stravolto il nostro stato. Noi che riscuotiamo dai Greci la più eletta stima, ci riduciamo, giunti alla vostra presenza, a chiedere quel beneficio che, fino ad ora, ritenevamo piuttosto privilegio nostro di elargire. Eppure la sventura ci ha toccati non in un momento di flessione della nostra potenza bellica, né traditi da un'impennata d'orgoglio per il suo costante progresso. Disponevamo di risorse inalterate quando siamo incappati in un errore di valutazione: difetto in cui è naturale cadere, per tutti gli uomini indistintamente. Dunque la prosperità attuale del vostro paese, resa anche più florida dai recenti possessi, non vi seduca né v'illuda che la brezza della fortuna indulgente gonfierà sempre le vostre vele. Prudente è la condotta di chi tra gli uomini, pensoso della sorte instabile, procura di poggiare su ferme basi il patrimonio che possiede a quel tempo (ed è anche colui che più accorto e pronto si ripara dai fatali infortuni), e in fatto di guerra è convinto che non gli è dato imbrigliarne quello spicchio che, di suo arbitrio, intende scegliere a spiegarvi il proprio impegno fino in fondo: ma sa che deve percorrere le strade tracciate dal caso. Ecco una politica adatta a sperimentare più di rado il gusto amaro della disfatta, poiché non la scuote all'insolenza la cieca fiducia nata da un evento prospero sul campo e chi la pratica, più degli altri sa cogliere, nell'attimo del trionfo, l'opportunità della pace. Riflessioni che devono suggerirvi il più adatto atteggiamento, o Ateniesi, verso di noi, affinché, se sordi ai nostri avvisi vi sarà inflitto qualche pesante colpo, com'è regola nei fatti umani, non si ritenga in avvenire che anche i vantaggi conquistati da voi nel nostro tempo erano dovuti al favore del caso, mentre piano, libero da rischi, vi si porge ora l'appiglio felice di trasmettere ai secoli venturi la viva lode della vostra grandezza e politica sapienza.
19. "Gli Spartani vi suggeriscono un'intesa che sciolga lo stato di guerra, proponendovi d'instaurare relazioni pacifiche, rinsaldare l'alleanza e ogni stabile rapporto d'amicizia e collaborazione. Pretendono in cambio i soldati rinchiusi nell'isola, ritenendo più illuminata direttrice per le due potenze non correre nuovi pericoli, sia che avverandosi qualche possibilità di salvezza quei prigionieri tentino di sfondare il blocco, ovvero, soverchiati dagli assedianti subiscano una più triste fortuna: la schiavitù tra gente ostile. A nostro giudizio, i più feroci odi non si placano stabilmente quando un avversario, prevalendo per il maggior corso della guerra, acceso da un sentimento di rivalsa, tronca il conflitto opprimendo il nemico, inchiodato da insuccessi militari risolutivi, con il peso di patti e giuramenti iniqui, preludio alla servitù; ma quando, pur serrando nel pugno la forza di imporre quei vincoli si limita a un trattato onorevole vincendo l'antagonista una seconda volta, in generosa clemenza, e con un accordo ispirato a giustizia sorprende e supera le sue ansie e le sue speranze. Se l'avversario non concepisce in sé, umiliato e dolente, il dovere di tramare la rappresaglia, ma di ripagare un beneficio, sarà più pronto, per un sentimento d'onore, a rispettare i patti sottoscritti. E urge più vivo quest'impulso negli uomini, verso coloro su cui riversarono un odio estremo che verso quelli a cui li oppongono i normali dissensi della civile convivenza. Poiché vige nell'umanità l'istinto di arrendersi serenamente di fronte a chi, a propria volta, mostra la volontà di cedere e di cimentarsi invece, con forsennato slancio, contro la dirupata protervia degli orgogliosi.
20. "È questa l'ora per i nostri due paesi se mai altra fu più opportuna, di celebrare la pace: prima che un incidente senza rimedio intervenga a ledere noi Spartani in interessi vitali. Ne sorgerebbe inevitabilmente ostilità eterna, pubblica e privata, contro la vostra città, mentre voi vi ritrovereste a mani vuote, privi di quei profitti che vi invitiamo a godere. È tempo di deporre le armi, mentre l'esito del conflitto è ancora aperto, mentre per voi si profila la conquista di una nuova gloria e della nostra riconoscente amicizia e a noi, invece, l'evenienza di rimediare al colpo della sfortuna con un equo sacrificio, salvando intatto il nostro onore. Scegliamo la pace, dimentichiamo i propositi di guerra: è la politica più conveniente a noi stessi. Concediamo inoltre respiro alla Grecia prostrata dalle sventure. Anche in questo gli occhi di tutti si leveranno a voi, come agli artefici principali di un'epoca rinnovata, di pace. I Greci gemono per il peso di una guerra di cui non sanno con certezza indicare i responsabili. Ma se il conflitto si interrompe (e la decisione sta ora, più che mai, in mano vostra), la gratitudine del mondo si riverserà su Atene. Se sarà questo il vostro volere, inoltre, vi spetta il premio di un'amicizia incrollabile: quella di Sparta, che lei stessa è qui venuta ad offrirvi. In più, sarà da parte vostra un atto di benevolenza, non di forza. Riflettete poi sui vantaggi che si celano in questo nuovo corso politico e che l'avvenire si incaricherà di svelare: considerate che la nostra compatta unità d'intenti infonderà a chiunque altro in Grecia il rispetto dovuto a una superiore potenza: e il suo tributo di prestigio ci si offrirà immenso."
21. Fu questo, sostanzialmente, il discorso degli ambasciatori spartani. A loro avviso, poiché gli Ateniesi già in precedenza inclinavano a trattare per un armistizio (ma i loro approcci si erano arenati contro la fredda ostinazione di Sparta), ora che le prospettive di pace divenivano più concrete avrebbero accolto con entusiasmo quest'offerta e come avvio alla distensione, avrebbero provveduto alla riconsegna dei prigionieri. Ma gli Ateniesi, che potevano disporre della vita o della morte di quegli uomini sull'isola! ritennero di poter ormai considerare sicura la facoltà di costringere Sparta, in qualsiasi momento, a un accordo: quindi manovravano per aumentare le loro richieste. Questa direzione politica era caldeggiata principalmente da Cleone figlio di Cleeneto, il personaggio più autorevole in quel tempo del partito democratico e il più influente sulla moltitudine. E costui indusse gli Ateniesi a precisare anzitutto che i soldati reclusi a Sfacteria dovevano rimettere ai loro custodi le armi, quindi essere trasportati ad Atene. Al loro arrivo Sparta avrebbe dovuto di nuovo cedere Nisea, Pege, Trezene e l'Acaia, località che non erano cadute in seguito ad operazioni militari, ma in virtù di una precedente convenzione a cui Atene s'era indotta quando, in ginocchio per una grave disfatta, aveva un disperato bisogno di tregua. Solo allora gli Ateniesi avrebbero restituito le truppe e si sarebbero piegati a un armistizio per la durata che ad entrambi fosse parsa opportuna.
22. Nessuna replica degli ambasciatori spartani a questa presa di posizione: ma suggerirono agli Ateniesi di comporre una commissione di consiglieri con cui, intavolando con calma trattative verbali, si potessero esaminare singolarmente le controversie e su una piattaforma di reciproca comprensione, stilare un accordo complessivo. A questo punto Cleone s'avventa come una furia a urlare che già da tempo ha intuito che gli ambasciatori agiscono con scopi poco puliti, verità che finalmente splende chiara, ora che accampano scuse per non presentarsi al popolo a sostenere aperte le proprie tesi e preferiscono il conciliabolo con un comitato ristretto di cittadini. Se avevano proposte onorevoli da esporre, lo facessero in pubblico. Ma gli Spartani comprendevano che non era loro possibile divulgare alla moltitudine le clausole del loro progetto d'accordo (anche se si andavano convincendo della necessità di piegarsi a qualche nuova concessione), evitando al tempo stesso di attirarsi le critiche degli altri paesi della loro lega se avessero parlato senza ottenere nulla di positivo. D'altra parte gli Ateniesi non si mostravano disposti ad accogliere con animo equo e accondiscendente l'invito all'armistizio: perciò gli ambasciatori abbandonarono Atene, a mani vuote.
23. Al loro rientro decadde immediatamente la tregua stilata per Pilo e gli Spartani pretesero la restituzione delle navi, come prevedeva la convenzione. Ma gli Ateniesi sollevarono accuse, strepitarono per un assalto contro il loro forte e per altre presunte infrazioni, certamente di lieve peso e si rifiutarono in definitiva di ridare la squadra, facendo leva sull'articolo che l'armistizio si doveva considerare sospeso al momento stesso in cui, in un modo o nell'altro i contraenti avessero trasgredito l'accordo. Gli Spartani tempestarono per la flotta abusivamente trattenuta e, allontanatisi, riaprirono la lotta. Così le ostilità avvamparono con inaudita violenza intorno a Pilo. Di giorno gli Ateniesi sfioravano incessantemente le coste dell'isola con due vascelli che incrociavano in senso contrario (di notte il blocco era ristabilito con tutta la flotta tranne che dalla parte del mare aperto, quando s'alzava il vento: e per una sorveglianza più accurata dell'isola erano giunte da Atene altre venti navi, sicché il numero complessivo toccava le ottanta unità). I Peloponnesi invece si accamparono sulla terraferma e sferravano attacchi al castello, sempre all'erta se si presentava il momento propizio per trarre a salvezza: propri soldati reclusi a Sfacteria.
24. In questo periodo in Sicilia i Siracusani con i propri alleati rafforzarono con un altro contingente navale la squadra ancorata di guarnigione a Messene, concentrandovi, man mano che le allestivano, le nuove unità e, proprio da questo settore, facevano partire le loro operazioni militari. (Li spronavano soprattutto i Locri per l'odio contro quelli di Reggio, di cui, per proprio conto, avevano invaso con le truppe al completo il territorio). Si proponevano di cimentarsi in uno scontro navale, vedendo che le navi a disposizione degli Ateniesi, in quel mare, erano ancora poche e poiché era loro giunta l'informazione che il grosso della flotta ateniese, attesa da un momento all'altro, era invece trattenuta dall'assedio dell'isola. Se fossero riusciti dominatori nella battaglia sul mare, sarebbe stato facile per loro espugnare Reggio con le forze riunite della fanteria e della marina, e il loro vantaggio militare si sarebbe notevolmente rafforzato. Giacché infatti il promontorio di Reggio, in Italia, è separato da un brevissimo braccio di mare da Messene in Sicilia, si riteneva che la sua conquista avrebbe vietato agli Ateniesi di ancorarsi nello stretto e dominarlo. Lo stretto è costituito dall'angusto passaggio di mare tra Reggio e Messene, dove lo spazio che divide la Sicilia dal continente è minimo. Il punto ebbe nome Cariddi e si narra che anche Odisseo con la sua nave vi abbia transitato. L'angustia del braccio, la circostanza che le acque vi irrompono da due ampie distese marine, il mare Tirrenico e quello di Sicilia, con il conseguente formarsi di gorghi e correnti, giustifica perfettamente la sua fama di passaggio rischioso.
25. In questo canale i Siracusani e gli alleati si videro costretti, per proteggere una nave da carico che effettuava la traversata, a sfidare a battaglia, forti di più di trenta unità da guerra, ormai al tramonto, sedici triremi attiche e otto di Reggio. Sgominati dagli Ateniesi rientrarono a tutta forza, dopo aver perduto una nave, così come furono in grado, ognuno ai propri alloggiamenti: e gli uni ripararono a Messene, gli altri a Reggio. Era calata la notte sul teatro dello scontro. Dopo questa azione i Locri sgomberarono dai confini di Reggio, mentre le flotte di Siracusa e degli alleati, concentrandosi al promontorio Peloro, nel territorio di Messene, vi rimanevano alla fonda. La fanteria stazionava vicina. Gli Ateniesi e i Reggiani mossero per accostarsi e, scorgendo le navi vuote, lanciarono un attacco. Ma persero essi stessi una nave, su cui era piombato un arpione di ferro: la ciurma si salvò a nuoto. A questa vista i Siracusani balzarono a bordo delle loro navi e si facevano trascinare per mezzo di gomene tese dalla costa, in direzione di Messene: gli Ateniesi ripresero l'azione d'attacco, ma quelli rapidissimi, si volsero di fianco e scattati avanti sfondarono con lo sperone una seconda nave ateniese. Senza subire perdite nella fase di rimorchio della flotta e nel breve combattimento descritto, i Siracusani fecero così il loro ingresso, costeggiando, nel porto di Messene. La notizia che Camarina, ad opera di Archia e dei suoi seguaci, effettuava a tradimento il passaggio ai Siracusani, stimolò gli Ateniesi ad accorrervi con le navi. Frattanto i Messeni per terra e per mare, con le truppe al completo fecero una spedizione contro Nasso Calcidese, una città limitrofa. Nel primo giorno costrinsero i Nassi a rifugiarsi dentro le mura, e devastarono le campagne. Il giorno seguente, doppiato il promontorio con la flotta incendiarono e distrussero il territorio che si stende intorno alla foce del fiume Acesine, mentre la fanteria marciava all'assalto della cinta di Nasso. Intanto i Siculi che vivono sulle alture calarono numerosi per opporre anche le loro forze ai Messeni. La scena rincuorò i Nassi che, sollevati e incitandosi l'un l'altro nell'attesa che i Leontini e gli altri alleati greci fossero per via a respingere il nemico, con una sortita folgorante piombarono dalla città sui Messeni, e travoltili, li costrinsero, con una sanguinosa ritirata, a lasciare sul terreno più di mille dei loro e a riparare, i superstiti, oltre il proprio confine. Anche i barbari, con agguati lungo le strade, cooperarono ad aggravare la disfatta. Più tardi, le navi ancorate a Messene si separarono ciascuna sulla rotta della patria. I Leontini forti di reparti ateniesi, marciarono su Messene, ritenendola logorata dalla guerra. Gli Ateniesi gettavano la sfida con le navi contro il porto, mentre le fanterie investivano la città. Ma i Messeni e un distaccamento di Locri al comando di Demotele che, dopo l'infortunio, erano rimasti di presidio alla città, operarono una sortita e con un violento urto travolsero il nerbo dell'esercito leontino massacrandone una buona parte. Gli Ateniesi assistettero all'episodio e, balzati a terra dalle navi, accorsero in aiuto, e respinsero di nuovo i Messeni dentro la città, cogliendoli in una fase disordinata dell'assalto. Eretto un trofeo, rientrarono a Reggio. Dopo questi eventi continuarono in Sicilia i movimenti di truppe e le spedizioni terrestri dei Greci colà stanziati, ma senza il diretto intervento ateniese.
26. A Pilo, nel frattempo, si protraeva l'assedio con cui gli Ateniesi bloccavano nell'isola gli opliti Spartani, mentre sul continente l'accampamento dei Peloponnesi manteneva invariata la sua posizione. Quella continua e stretta sorveglianza affliggeva non poco gli Ateniesi non solo per la scarsità di vettovaglie, ma principalmente d'acqua: poiché non esistevano sorgenti, tranne una, proprio sulla rocca di Pilo, ma anche questa povera d'acqua. I più scavavano la ghiaia, sulla spiaggia presso il mare e si dissetavano con quell'acqua, di qualità ben immaginabile. Era una pena inoltre l'angustia soffocante degli alloggiamenti, stipati in poco spazio; non esisteva punto sicuro d'attracco, onde le ciurme, dandosi il cambio, parte scendevano a terra per i pasti, parte tenevano all'ancora le navi, in mare aperto. La durata del periodo d'assedio, estesa oltre ogni aspettativa, gettava i combattenti in un profondo sconforto: mentre prima erano convinti che un blocco di pochi giorni avrebbe avuto ragione di quel drappello di uomini, reclusi su un'isola selvaggia, costretti a dissetarsi con acqua salmastra. Il principale sostegno di questa resistenza era l'invito proclamato dagli Spartani, a chiunque fosse disposto, di trasportare nell'isola grano macinato, vino, formaggio e ogni altro genere di cibo che riuscisse utile a uomini stretti d'assedio, fissando in denaro un elevato compenso e giungendo a promettere la libertà a chi tra gli Iloti avesse tentato d'introdurre quegli alimenti. I rischi dell'impresa non scoraggiavano i molti che, soprattutto fra gli Iloti, riuscivano ad importare le vettovaglie. Salpavano da un qualunque punto del Peloponneso, accostando all'isola nelle ore notturne dalla parte del mare aperto. Erano più propizie le notti ventose, quando la brezza li sospingeva all'isola: infatti eludevano con maggior comodo la sorveglianza della flotta nemica, quando il vento spirava dal largo, poiché per le triremi era malagevole tenersi agli ormeggi. Gli Iloti erano pronti a sacrificare i loro mezzi nello sbarco. Puntavano diritti sulla costa con i loro legni, di cui era già stata pattuita una stima in denaro, mentre gli opliti montavano la guardia alle località d'approdo sulle rive dell'isola. Chi s'avventurava in una notte serena, di mare calmo, cadeva nella rete ateniese. Sotto il pelo dell'acqua, palombari arrischiavano la traversata dalla parte del porto, rimorchiando con funi degli otri gonfi di fiori di papavero addolciti con miele e di semi di lino triturati. I primi sfuggirono alle vedette ateniesi che, più tardi, infittirono le maglie della loro vigilanza. Su un fronte e sull'altro ci si ingegnava con i più vari ripieghi: gli uni a introdurre i viveri, gli altri a non lasciarsi beffare.
27. Ad Atene i resoconti sullo stato di sofferenza delle truppe e la notizia che ogni genere di conforto era introdotto per via di mare nell'isola, diffondevano imbarazzo e timore soprattutto che calasse il gelo dell'inverno sulle loro posizioni di guardia, poiché, in quel caso, tutto lasciava prevedere che l'invio di vettovaglie, costeggiando intorno il Peloponneso sarebbe risultato inattuabile: la posizione isolata di quelle spiagge fuori mano ostacolava i rifornimenti anche nella buona stagione. Inoltre quelle plaghe importuose non avrebbero offerto comodi ormeggi alle navi, vietando di protrarre il blocco; sicché si aprivano due alternative: o allentare l'assedio, e lasciar salvi i nemici oppure, atteso il maltempo, costoro si sarebbero da se stessi dileguati su quei vascelli che li provvedevano di cibo. Ma più profondamente li teneva in ansia il pensiero che gli Spartani, schiaritosi l'orizzonte militare nel settore di Pilo, non accettassero più di parlamentare con gli araldi. E Atene si pentiva di non avere stipulato l'accordo. Cleone avverti che sulla sua persona si addensava un ombroso rancore per l'intransigenza con cui s'era opposto al piano di pace. Prese a negare la verità delle informazioni che via via giungevano, e giacché i corrieri in arrivo da Pilo suggerivano di mandare laggiù un comitato che si rendesse conto con i propri occhi, se a loro non prestavano fede, Cleone stesso fu eletto commissario dagli Ateniesi e con lui Teagene. Ma Cleone comprendeva di non poter più disporre di altre scelte: o confermava i resoconti incriminati di falsità o correva lui stesso il rischio, smentendoli, di sollevare un più clamoroso e vivo sospetto di impostura. Del resto scorgeva sempre più netta delinearsi in Atene la propensione a un impegno bellico più energico, in quel teatro operativo: onde la sua intensa opera di persuasione a sciogliere gli indugi, a lasciar cadere il progetto di un comitato ispettivo, a cogliere il momento felice. Se le relazioni, secondo gli Ateniesi, rispecchiavano la realtà, era subito necessario armare la flotta e spiegare le vele. E lasciava intendere d'alludere a Nicia figlio di Nicerato, allora stratego, quando, per la vecchia ruggine che c'era tra loro, sibilava in tono sferzante che con quell'allestimento d'armi sarebbe stato uno scherzo accostare all'isola e impadronirsi del presidio: ma, purtroppo, ci sarebbero voluti veri uomini ai posti di comando: ecco, lui, se fosse stratego, scioglierebbe il nodo senz'altro.
28. Nicia allora, di sorpresa mentre gli Ateniesi vociando tempestavano Cleone ("Perché non s'imbarcava oggi stesso, se l'impresa gli pareva così liscia?") e cogliendolo nell'attimo in cui scagliava su di lui il torrente delle sue.critiche, gettò la sfida: prendesse le forze che riteneva bastanti e risolvesse di sua mano l'intralcio; il collegio degli strateghi non aveva nulla da obiettare. Cleone s'immaginò dapprima che quell'autorizzazione fosse un puro gioco di parole e si dichiarò pronto. Ma intuendo che quella trasmissione di poteri aveva tutta l'aria d'esser vera cominciò a far dei passi indietro, a protestare che lo stratego non era lui, ma Nicia. Si sentiva a disagio, ma non riteneva ancora possibile che l'avversario rinunciasse in suo favore al comando. Nicia però ripropose l'invito, dimettendosi dalla carica di stratego a Pilo e chiamando a testimone il popolo ateniese. Il quale secondo l'attitudine della folla, quanto più Cleone indietreggiava all'idea di addossarsi quel carico e tentava nuove interpretazioni una luce diversa per le sue impegnative parole di prima, tanto più insisteva con Nicia, che uscisse di carica, e con l'altro raddoppiava le urla, che prendesse subito il mare. E Cleone si vide impigliato nella sua stessa rete di promesse e si accinse alla partenza. Si fece in mezzo alla folla e dichiarò che gli Spartani non gli incutevano affatto timore: anzi sarebbe partito senza mobilitare gli opliti della città, impiegando solo le milizie di Lemno e di Imbro che si trovavano ad Atene e un reparto di fanti leggeri che si erano presentati, come truppe di rincalzo da Eno e quattrocento arcieri raccolti da altre località. E s'impegnò, con tali forze aggiunte ai soldati già in servizio a Pilo, nel termine di venti giorni, a trascinare vivi gli Spartani davanti a loro o ad annientarli sul posto. Spuntò qualche sorriso tra gli Ateniesi, per quelle sventate e presuntuose promesse. Ma l'affare non spiacque ai più moderati, convinti che l'avvenire aveva in serbo per loro almeno una di queste due fortune: liberarli di Cleone, che era la speranza più cara, o avere in pugno i soldati spartani, se le loro previsioni si fossero capovolte.
29. Dunque Cleone provvide a tutto, mentre l'assemblea era raccolta, e dopo che gli Ateniesi ratificarono con il voto il suo comando, scelse come collega uno solo degli strateghi già operanti a Pilo, Demostene, e accelerò i preparativi per salpare. Si era associato Demostene perché era al corrente di un piano, da lui elaborato, per porre piede sull'isola. Poiché gli uomini, sacrificati in uno spazio angusto, più stretti d'assedio che assediati, erano pronti a ogni prova. E più intenso stimolo era stato per Demostene un incendio divampato sull'isola. Prima il rischio gli pareva troppo grave: la boscaglia densissima, la mancanza di sentieri a tracciare un paese da sempre selvaggio gli si rivelavano come tanti punti a favore del nemico. Impossibile distinguere la fonte degli assalti che gli Spartani avrebbero inferto duramente contro una grande armata, sorpresa nel delicato momento dello sbarco. Inoltre la cortina boscosa avrebbe velato i passi falsi degli Spartani, e le loro misure di contrattacco: mentre ogni errore tattico dello schieramento ateniese sarebbe apparso ben chiaro al nemico appostato, che avrebbe potuto, di sorpresa, al primo cenno, trafiggerlo nel fianco più debolmente esposto: comunque, la prima mossa d'attacco era sempre in mano spartana. Demostene pensava anche alla possibilità di tagliarsi la strada a viva forza nel terreno accidentato del bosco: piano rischioso, poiché scarse pattuglie, esperte dei luoghi, avrebbero facilmente avuto ragione di truppe anche più forti, ma smarrite per sentieri ignoti. Il suo esercito poteva bene ordinarsi su un fronte esteso, ma sarebbe andato egualmente incontro alla disfatta, poco a poco senza accorgersi, essendo impedita la visibilità tra quei settori discosti che richiedevano un celere, scambievole sostegno.
30. Presentimenti e affanni che il disastro sperimentato in Etolia, addebitabile in parte al suolo boscoso, acuivano in lui. I suoi soldati per lo spazio minimo a disposizione, erano costretti, con la sorveglianza di presidi avanzati, a prender terra agli orli estremi dell'isola per consumare il rancio. Così uno degli uomini senza volerlo, lasciò cadere una scintilla presso la boscaglia e alzatosi poco dopo il vento le fiamme si presero la maggior parte della macchia, senza che l'evento impensierisse troppo. Ma in tal modo Demostene poté rendersi conto che gli effettivi spartani erano molto più numerosi di quanto calcolasse prima, quando stimava in base a un pregiudizio errato che i rifornimenti introdotti nell'isola per la convenzione superassero le necessità reali della truppa. Sicché era ragionevole esigere dagli Ateniesi di prepararsi a uno sforzo bellico più veemente e prolungato. L'isola si porgeva ora più aperta all'attacco: quindi si diede ad allestire lo sbarco richiamando truppe dai territori alleati del circondario e provvedendo agli altri preparativi. Cleone lo raggiunse con un corriere, notificandogli il proprio arrivo e, poco dopo approdò a Pilo con le truppe che aveva richiesto. I due strateghi, riuniti, spedirono subito un araldo al campo nemico del continente a sondare le intenzioni spartane, se mai accettavano di comunicare ai loro, asserragliati sull'isola, l'ordine di cedere le armi e di consegnarsi senza ricorrere alla lotta. Arrendendosi, avrebbero goduto di una sorveglianza mite e umana, in attesa di un piano d'accordi più globale.
31. Ma gli Spartani respinsero questa proposta; gli Ateniesi stettero fermi un giorno. Il successivo, di notte, fecero salire a bordo di poche navi le truppe oplitiche al completo. Poco prima dell'alba circa ottocento opliti effettuarono gli sbarchi sull'isola da due parti, dal mare aperto e da quella che fronteggia il porto. Balzarono in corsa verso il primo posto di guardia che si trovava sull'isola. Poiché era tale la disposizione della difesa spartana: in questo primo fortino erano attestati circa trenta opliti. Nella parte centrale dell'isola, la più pianeggiante e vicina all'acqua, si schierava il grosso delle loro forze con il comandante Epitada. Un reparto non numeroso stava di fazione proprio sul lembo estremo dell'isola, verso Pilo, che si protendeva a piombo sul mare e da terra era difficilmente attaccabile. Vi sorgeva infatti anche una roccaforte antica eretta con pietre raccolte qua e là. Gli Spartani la giudicavano opportuna come ultimo rifugio, nella eventualità di doversi aprire la strada con una ritirata impetuosa. I soldati spartani erano in tal modo ordinati.