33. Nella medesima estate gli Spartani, agli ordini di Pausania figlio di Plistoanatte, re di Sparta, dilagarono con la massa dei loro armati nel territorio dei Parrasi di Arcadia soggetti al dominio di Mantinea: straziato dalle lotte civili, questo paese si era rivolto agli Spartani che nel corso della campagna avevano anche in proposito di radere al suolo, se bastava loro la forza, il baluardo di Cipselo, eretto dai Mantineesi che lo presidiavano con proprie guarnigioni, e situato sul suolo dei Parrasi: un aculeo nel fianco della Sciritide un distretto della Laconia. Gli Spartani bruciarono e desolarono la terra dei Parrasi: quelli di Mantinea, invece, affidata la città a un presidio argivo, svolgevano personalmente il compito arduo di proteggere il paese alleato. Ma, vistisi impotenti ad arginare gli attacchi spartani sul duplice fronte, la piazza di Cipselo e i centri della Parrasia, si ritirarono. Gli Spartani resero l'indipendenza alle città parrasie e, atterrato il fortilizio, rimpatriarono.
34. Nella stessa estate, quando affluirono in patria le armate che agli ordini di Brasida avevano operato la campagna di Tracia e che Clearida aveva provveduto a ritirare all'avvento della pace, gli Spartani decisero di affrancare gli Iloti che avevano combattuto sotto Brasida, permettendo loro di scegliersi in libertà la propria sede. Non passò molto e quando Sparta era già in urto con gli Elei, li fece stabilire con i Neodamodi a Lepreo, il centro al confine tra la Laconia e l'Elide. Poi Sparta tolse i diritti civili a quei propri detenuti, tra cui si contavano alcuni già provvisti di alte autorità, che sull'isola avevano reso le armi al nemico. Dava ombra a Sparta il sospetto che costoro, temendo per l'infortunio patito di esser relegati nella società spartana a un posto degradante e ancora padroni dei propri diritti, tentassero l'avventura della rivoluzione. Con tale provvedimento si precluse loro l'esercizio delle cariche pubbliche e la personalità giuridica per stilare contratti validi di compra e vendita. Fondamentali diritti che tuttavia, in seguito, furono loro restituiti.
35. Nella stessa estate i Dii s'impossessarono di Tisso, un centro alleato di Atene, sito sulla costa del promontorio Atos. Durante l'intero corso di questa estate si intensificarono gli scambi e le relazioni tra il Peloponneso ed Atene; ma gli screzi che nacquero subito dopo la firma del trattato di pace avvelenarono i rapporti tra Spartani e Ateniesi, innanzitutto per la reciproca rinuncia a riconsegnare le piazze forti. Agli Spartani era toccato in sorte di aprire la lista delle restituzioni, con Anfipoli: ma non avevano ancora assolto il proprio obbligo, e non avevano indotto gli alleati di Tracia a sottoscrivere la convenzione, né i Beoti o i Corinti: sebbene dichiarassero in ogni occasione di essere pronti, a fianco di Atene, a un'azione di forza contro quelle genti, per convincerle al rispetto. E segnalavano date (senza però fissarle scritte su un documento) entro le quali si dovevano considerare nemici comuni i dissidenti sul trattato. Ma di queste promesse gli Ateniesi attendevano; invano l'attuazione: e cominciarono a dubitare della buonafede spartana. Sicché, trascurando i ripetuti appelli, non solo si tennero Pilo, ma si pentirono di aver restituito i prigionieri dell'isola. In quanto alle altre fortezze, si guardarono bene dal cederle: si preferiva una politica di attesa, nella speranza di una concreta volontà di adesione, da parte dell'altra potenza, alla lettera del trattato. Sul fronte opposto Sparta protestava d'essersi prodigata ai limiti del possibile. Aveva restituito liberi i prigionieri di guerra ateniesi che si trovavano nelle sue carceri; aveva ritirato le proprie truppe dalla Tracia e compiuto ogni altro passo dipendente dalla propria volontà epotere. Anfipoli, chiarivano, non era soggetta al suo dominio: perciò non erano in grado di provvedere alla sua restituzione. Al più si poteva tentare di indurre i Beoti e i Corinzi ad accettare le formule del compromesso, e di riprendere Panatto. In più Sparta avrebbe procurato la liberazione di tutti i prigionieri ateniesi della Beozia. Ma almeno. Pilo doveva essere al più presto riconsegnata: altrimenti Atene procedesse a far sgomberare dalla piazzaforte i reparti di Messeni ed Iloti, seguendo l'esempio spartano in Tracia. Se proprio lo desiderava, dislocasse una guarnigione di Ateniesi a guardare il caposaldo. Dopo frequenti e approfonditi contatti gli Ateniesi si convinsero a predisporre il ritiro delle truppe messeniche e ilote da Pilo, e gli altri corpi irregolari di gente che aveva disertato da varie località della Laconia: queste forze furono trasferite a Crane in Cefallenia. Questa estate trascorse dunque in un clima di distensione, mentre le relazioni e i vertici di pace si moltiplicavano.
36. Nell'inverno che seguì (erano entrati in carica altri efori, diversi da quelli sotto il cui alto patrocinio si erano felicemente conclusi i preliminari di pace, e in questo nuovo collegio si contavano anche alcuni sfavorevoli alla distensione) giunsero missioni diplomatiche dagli alleati tra le quali, alla presenza degli Ateniesi, i Beoti e i Corinzi. Si tennero negoziati interminabili, scambi vivaci e prolungati d'opinioni, ma senza frutto concreto. Sicché erano tutti sulle mosse per rimpatriare, quando Cleobulo e Senare, proprio i due efori più energicamente impegnati a denunziare il patto, varano, a schietto titolo personale, una trattativa con i Beoti e con i Corinzi, caldeggiando l'unità più salda di scelte politiche tra i loro due stati e sollecitando in particolare i Beoti a concludere subito un'alleanza con gli Argivi, e quindi a proporre a questi ultimi l'entrata, al loro fianco, nella sfera d'intese spartana. Politica che avrebbe agevolmente sciolto la Beozia dall'obbligo di abbracciare la pace attica. Giacché nei programmi di Sparta, prima di aprire le ostilità con Atene e dichiarare scaduta la convenzione, un punto fermo restava l'acquisto della solidarietà, politica e militare, di Argo. I due conoscevano l'animo di Sparta, e il suo costante desiderio di poter contare sull'amicizia fraterna degli Argivi. Quest'intesa avrebbe permesso agli strateghi spartani di guidare con mani più libere le operazioni belliche all'esterno del Peloponneso. Richiedevano inoltre agli ambasciatori di lavorare sui Beoti e di fletterli alla restituzione di Panatto a Sparta, perché lo scambio di questa località con Pilo, se andava in porto, l'avrebbe alleviata di un grave impegno strategico supplementare.
37. A questo punto i Beoti e i Corinzi, ricevuto da Senare e Cleobulo, e da quanti condividevano verso i loro paesi il sentimento amichevole di quelli, l'incarico di trasmettere ai rispettivi governi i messaggi esposti, si separarono e si diressero alle proprie città. Sulla strada del ritorno trovarono ad attenderli due tra i massimi esponenti del governo argivo, che si accostarono e intavolarono un colloquio. Sondavano le intenzioni dei Beoti per appurarne l'eventuale desiderio di allearsi, imitando i Corinzi gli Elei e i Mantineesi, ad Argo. Pensavano che se questi preliminari si concludevano felicemente sarebbe stato più facile, facendo valere una decisione comune, fronteggiare gli Spartani, o chiunque altro si ritenesse conveniente, in guerra o in pace. L'offerta piacque agli ambasciatori beoti: fortuna voleva che queste ultime proposte ricalcassero testualmente l'incarico di cui i loro amici di Sparta li avevano richiesti. E le personalità argive, paghe d'aver riscontrato in loro soddisfazione per quell'offerta, si allontanarono con l'avviso che una propria ambasceria si sarebbe presentata in Beozia. Tornati in patria i Beoti riferirono ai Beotarchi le offerte spartane e le proposte scaturite dal successivo incontro con gli alti emissari del governo argivo. Anche alle autorità beote il disegno suonò gradito: anzi si accesero d'entusiasmo, vedendo che il progetto degli amici spartani nei loro confronti coincideva con gli intenti cui agli Argivi stava tanto a cuore d'indurre il popolo di Beozia. Poco dopo comparvero i delegati argivi a sollecitare una risposta precisa: dai Beotarchi fu bene accolto il piano, e gli ambasciatori vennero congedati con la promessa di una urgente missione di Beoti ad Argo per perfezionare, in ogni aspetto, l'accordo tra i due paesi.
38. Intanto ai beotarchi la misura più immediata parve annodare con i Corinzi, i Megaresi e gli ambasciatori in arrivo dalla Tracia un accordo giurato di mutuo soccorso, al momento opportuno, a chi tra i contraenti si trovasse in difficoltà, con la clausola che erano nulle le dichiarazioni di guerra o di pace prive di una ratifica collettiva. Dopo questi preliminari i Beoti e i Megaresi, che facevano causa comune, dovevano firmare la convenzione con gli Argivi. Prima però che i patti venissero consacrati i beotarchi ne diedero comunicazione ai quattro Consigli della Beozia, che riassumono nelle proprie mani ogni potere esecutivo, con un caldo invito a collegarsi, per mezzo di convenzioni giurate, a tutte le città desiderose di questo passo per regolare al meglio i propri interessi. Ma i membri dei Consigli beoti bocciarono il progetto, temendo di compromettere le relazioni con Sparta associandosi a Corinto che se ne era staccata: i Beotarchi, per parte loro, si erano astenuti dal riferire i mandati ricevuti da Sparta, il fatto cioè che due efori, Cleobulo e Senare fiancheggiati da alcuni compagni suggerivano di unirsi prima agli Argivi e ai Corinzi, per poi allearsi agli Spartani. Prevedevano che i consiglieri, anche se non preavvisati, non avrebbero prescritto un corso politico divergente da quello che, già da essi elaborato, erano venuti suggerendo. Ora invece lo scoglio era insuperabile: e i Corinzi, seguiti dai rappresentanti della Tracia, si ritirarono a mani vuote, mentre i Beotarchi che disponevano già di un piano per indurre i membri dei Consigli, quando si fosse concretato il primo disegno, a stipulare un'alleanza con Argo, lasciarono cadere questo argomento nelle sedute successive. Anche l'idea di mandare ad Argo l'ambasceria promessa si arenò: e un generale disinteresse prevalse, nell'attesa torpida di tempi migliori.
39. In quello stesso inverno gli Olinti conquistarono con un assalto Maciberna, presidiata da truppe ateniesi. Dopo questi avvenimenti (continuavano i colloqui tra Ateniesi e Spartani per la restituzione reciproca dei possessi di guerra), poiché gli Spartani avevano speranze di ricuperare Pilo se gli Ateniesi riacquistavano dai Beoti Panatto, inviarono ambasciatori in Beozia e richiesero la consegna di Panatto e dei prigionieri ateniesi, ancora trattenuti, al fine di ottenerne in compenso Pilo. I Beoti respinsero l'invito, ponendo come condizione pregiudiziale la firma di un accordo separato tra i loro due paesi, analogo a quello che Sparta aveva allacciato con Atene. Gli Spartani erano consapevoli dell'offesa inflitta ad Atene, poiché l'accordo prescriveva che solo per decisione unanime si potevano intrattenere rapporti di pace o di guerra, ma l'urgenza di ottenere Panatto per negoziarla con Pilo, e lo zelo sempre più vivo di quanti, insofferenti della conversione attica, operavano per spostare l'asse politico spartano verso la federazione beota, sollecitarono il governo di Sparta a sottoscrivere quell'alleanza, allo spirare dell'inverno mentre la primavera era alle porte. E si cominciò subito a smantellare Panatto. Così finiva l'undicesimo anno di guerra.
40. Appena sorse la primavera della seguente stagione estiva, gli Argivi stettero sul chi vive: l'attesa missione beota non era arrivata, mentre giungevano le novità che Panatto era rasa al suolo, e che tra Beoti e Spartani era intercorsa un'alleanza particolare: si profilava la minaccia dell'isolamento internazionale, e che il cardine politico della lega gravitasse ormai risolutamente sui soli Spartani. Costoro, si temeva ad Argo, avevano indotto i Beoti a demolire Panatto e a fare buon viso alla pace attica: e ad Atene lo si era di certo risaputo. Sicché neppure con gli Ateniesi era più possibile stipulare un trattato: per contro, il precedente stato dei rapporti tra le due potenze, Sparta e Atene, per i frequenti attriti faceva balenare la speranza di una rottura, e la possibilità quindi di unirsi almeno ad Atene in alleanza. Messi così alle strette, sotto l'incubo di dover affrontare una coalizione di Sparta, Tegea, della Beozia e di Atene, gli Argivi mutarono parere sul patto con gli Spartani e mentre qualche tempo prima lo spregiavano, nella fiducia superba di potersi insignorire del Peloponneso, ora spedirono a Sparta in un lampo gli ambasciatori Eustrofo ed Esone, ritenuti le personalità meglio accette laggiù. Si era imposta l'opinione che allo stato attuale delle rispettive forze il riparo più utile fosse la firma di un trattato con Sparta senza discuterne troppo i particolari: e frenarne certi entusiasmi.
41. Giunti sul posto gli ambasciatori intavolarono con le autorità governative di Sparta le discussioni preliminari per l'accordo. Gli Argivi pretesero innanzitutto un giudizio arbitrale affidato a una città o a un privato, sulla questione della Cinuria. È questa una fascia di confine, perenne oggetto di contestazione (è un protettorato spartano che comprende i centri di Tirea e di Antene). Ma appena se ne fece menzione Sparta troncò il dialogo, dicendosi tuttavia pronta a una intesa fondata sulle condizioni già avanti discusse e accolte. Tuttavia gli ambasciatori argivi riuscirono a strappare agli Spartani questa concessione: firma immediata di una tregua per cinquant'anni, con la riserva che a ciascuna delle due parti era concessa facoltà di provocare l'altra - essendo Argo e Sparta libere da guerre o epidemie - per dirimere con la lotta quell'annosa questione di territori: al loro modo antico, quando entrambe le parti si arrogavano, con la vittoria, il diritto alla proprietà. Inoltre, si vietava a che avesse la meglio di incalzare l'avversario oltre le frontiere di Argo e di Sparta. Articoli assurdi, si dissero in principio gli Spartani: ma poi, aspirando ad ogni prezzo all'amicizia di Argo, aderirono a quelle richieste e apposero la firma al trattato. Prima però che divenisse esecutivo, gli Spartani pretesero che gli ambasciatori tornati ad Argo comunicassero al popolo l'esito dei colloqui: e se ottenevano il suo consenso, si presentassero per le feste Iacinzie a sancire i giuramenti. E gli ambasciatori si ritirarono.
42. Nella stessa epoca in cui si svolgevano i negoziati tra Argo e Sparta, gli ambasciatori spartani Andromede, Faidimo, Antimenide, incaricati di prelevare dai Beoti i detenuti ateniesi e la fortezza di Panatto per restituirli ad Atene, trovarono il forte spianato dai Beoti stessi, che si facevano scudo di certi loro antichi giuramenti, intercorsi con gli Ateniesi, quando in passato si urtarono per il possesso della piazza: e a quell'epoca s'era pattuito che la località non sarebbe mai stata proprietà separata di uno dei due paesi, ma terreno comune. Andromede e colleghi scortarono ad Atene i detenuti ateniesi liberati dai Beoti, nelle cui mani si trovavano ancora: e comunicarono che Panatto era rasa al suolo. Comunque la restituzione, a loro avviso, era valida: poiché nessuno, in avvenire, avrebbe potuto installarsi in quella base con intenti aggressivi per Atene. Qui invece si fiammeggiò di collera, a una simile rivelazione; Sparta aveva l'obbligo di restituire un forte in perfetta efficienza, non dei ruderi: l'offesa era sanguinosa. Si veniva inoltre a sapere che Sparta, tradendo lo spirito delle sue consuete dichiarazioni, che cioè a forze concordi bisognava sforzare i non aderenti, aveva stretto un'alleanza separata con i Beoti. Si prese a stilare un bilancio delle omissioni e inosservanze al patto, e dei punti su cui pareva indiscutibile un torto patito: ne scaturì un comunicato duro e violento, con cui licenziarono gli ambasciatori.
43. L'inasprimento improvviso dei rapporti spartano ateniesi offrì alle correnti che caldeggiavano in Atene la denuncia del trattato l'occasione per riprendere e moltiplicare gli sforzi. Primeggiava tra gli altri Alcibiade, figlio di Clinia, immaturo d'anni, a quell'epoca, per qualunque altra città, ma ormai in alto ad Atene, sulle ali del prestigio tra smessogli dagli avi. Costui era certo che il colloquio con Argo avrebbe prodotto miglior frutto: d'altra parte, non era estranea a questo suo rigore contro la pace spartana la trafittura inferta all'ambizione di cui andava superbo, quando gli Spartani negoziarono la tregua valendosi degli uffici di Nicia e di Lachete e scartando, per l'età troppo acerba, il suo nome: quell'insolenza macchiava il merito antico della prossenia, cui il nonno aveva rinunziato, ma che il giovane intendeva rinnovare prodigandosi per alleviare la sorte dei detenuti spartani dell'isola. Gli pareva che da ogni lato si fosse schizzato fango sul suo onore: anche all'inizio della vicenda aveva alzato la voce, ammonendo della doppiezza spartana, che sfruttava l'alleanza ateniese per annullare Argo e brandire quindi le armi contro Atene ormai isolata: a questo scopo serviva a Sparta il trattato. Dopo la rottura delle relazioni, s'impegnò più a fondo: a titolo personale spedì subito ad Argo un suo corriere con il consiglio di precorrere i tempi e farsi vivi ad Atene e sollecitare, con Mantineesi ed Elei, un'alleanza: il momento era maturo ed egli li aspettava, risoluto a prestare tutto se stesso alla causa.
44. A questo messaggio gli Argivi, poiché compresero che l'alleanza dei Beoti con Atene non era stata conclusa, e che inoltre tra questo stato e Sparta era sorto un violento dissenso, non si dettero più pensiero della loro ambasceria, che in quei giorni negoziava con gli Spartani i preliminari di un accordo, e concentrarono le proprie attenzioni piuttosto verso Atene. I legami antichi d'amicizia, il regime democratico simile al proprio, la solida potenza della sua marina facevano di Atene una sicurezza ai loro occhi, nel caso che lo scoppio di una guerra imponesse di richiederne il sostegno bellico. Ambasciatori argivi partirono subito per Atene, incaricati di trattare per l'intesa: partecipavano alla missione Elei e Mantineesi. Camparvero spediti anche ambasciatori da Sparta, un terzetto formato da Filocarida, Leone ed Endio, uomini che godevano credito d'essere in eccellenti rapporti con gli Ateniesi. Principalmente erano costoro ad allarmare Sparta, se mai mossi dal rancore facevano lega con Argo. Scopi secondari dell'ambasceria spartana erano la richiesta di Pilo in cambio di Panatto e quella di fornire un chiarimento sull'alleanza sancita con i Beoti: essa non copriva intenti aggressivi contro Atene.
45. Davanti al consiglio gli ambasciatori espressero questi argomenti, sottolineando che erano forniti di pieni poteri per spianare ogni dissidio: questo particolare preoccupò Alcibiade, cui sorse il dubbio che comunicandolo al popolo gli Spartani si guadagnassero i favori della folla, e che quindi il progetto d'alleanza con Argo potesse venir respinto. Poiché Alcibiade applica un'astuzia di questa specie: giura agli ambasciatori la sua fede, e li fa certi che se sapranno astenersi dall'affermare davanti alla moltitudine la questione dei pieni poteri, per suo merito Pilo sarà resa (poiché, come ora s'oppone, si darà poi d'attorno per convincere gli Ateniesi) e sarà risolta ogni vertenza. Ordì l'intrigo perché voleva staccarli da Nicia e indurre il popolo, suggestionato dalla sua pubblica denuncia contro gli ambasciatori d'ipocrisia e di clamoroso contrasto con se stessi, a far lega con Argo, gli Elei e i Mantineesi . E così accadde. Gli ambasciatori infatti quando, introdotti al cospetto del popolo, negarono di fruire quei pieni poteri che nel Consiglio avevano asserito, gli Ateniesi non si dominarono più, ormai presi dalle ragioni di Acibiade che con raddoppiata foga tempestava contro gli Spartani ed era già pronto a far entrare Argivi e compagni per stipulare un trattato. Ma intervenne un terremoto prima che ci si risolvesse a qualcosa di concreto, e la seduta stessa fu aggiornata all'indomani.
46. Nell'assemblea del giorno successivo Nicia, sebbene coinvolto di persona, con sua cocente sorpresa, nel raggiro che aveva spinto gli Spartani a contraddirsi sui pieni poteri, affermò che associarsi costoro restava sempre il partito più necessario e utile, e che conveniva quindi sospendere gli approcci con Argo, riallacciando per vie diplomatiche i rapporti con Sparta, allo scopo d'interpretarne gli intenti. Allontanando la guerra si illustrava il bel nome d'Atene, mentre quello di Sparta ne sarebbe rimasto in ombra: finché durava l'agiatezza presente conveniva prodigarsi a tutelare con ogni cura questo proprio benessere, quando invece all'avversario in difficoltà sarebbe parsa non vera questa fortuna di gettare la sfida. Così ragionando li indusse a mandare un'ambasceria, di cui fu membro, a sollecitare gli Spartani, se nutrivano propositi retti, a restituire in efficienza il forte di Panatto e la città di Anfipoli e a denunciare l'alleanza con i Beoti, se costoro erano ancora restii a sottoscrivere il trattato: in omaggio a quanto s'era di comune accordo convenuto, che cioè nessuna delle due potenze aveva facoltà di stringere intese separate. La missione fu inoltre incaricata di far notare come anche Atene, se avesse scelto una politica spregiudicata, avrebbe già sancito una lega con Argo i cui rappresentanti erano proprio in quei giorni in visita ufficiale per trattare questo negozio. Affidarono ogni rimostranza a Nicia e colleghi, raccomandando loro che si facessero valere a Sparta: e quelli si misero in cammino. Al loro arrivo, riferirono le proprie ragioni e chiusero con un avviso: se non si affrettavano a sciogliere il trattato con la Beozia ostinata nel suo rifiuto al patto, anche Atene si sarebbe procurata l'alleanza con Argo e con gli stati della sua lega. Orbene a Sparta si declinò l'invito a dichiarare nulla la tregua beota (così trionfava la corrente dell'eforo Senare e il suo indirizzo politico, cui per solidarietà di principi diverse forze cittadine prestavano il proprio appoggio), ma si rinnovarono i giuramenti, su pretesa esplicita di Nicia: poiché era turbato l'Ateniese, al pensiero di far ritorno senza neppure un risultato positivo. Prevedeva polemiche e proteste: e vide giusto, poiché era intieramente sua, agli occhi del pubblico, la responsabilità della pace spartana. Al suo rientro la notizia che le attese riposte in quel viaggio a Sparta erano fallite ferì acerbamente gli Ateniesi. Si delineò netta l'impressione d'essere offesi e colta l'opportunità che un'ambasceria argiva e alleata, introdotta da Alcibiade al tempo giusto, era a portata di mano, si firmarono subito i documenti che sancivano la pace e l'intesa, a queste precise condizioni:
47.
48. Si stipulò in queste forme la pace e l'intesa. Ma non ne nacque tra Spartani e Ateniesi, né per volere dell'una né dell'altra parte, l'annullamento della loro tregua. I Corinzi, alleati degli Argivi, non sottoscrissero il trattato, ma ormai in possesso di un documento controfirmato da Elei Argivi e Mantinesi, che prescriveva con queste potenze solidarietà politica in pace e in guerra, comunicarono di sentirsi a sufficienza protetti da questa alleanza difensiva, già da tempo stilata, che obbligava però al solo soccorso reciproco: quindi non avrebbero cooperato ad operazioni offensive. Così i Corinzi si scostarono dalla nuova lega e Sparta tornò ad essere il loro polo d'orientamento politico.
49. Ricorsero proprio in quell'estate le feste olimpiche: fu quando l'arcade Androstene vinse il pancrazio per la prima volta. Gli Elei interdissero agli Spartani l'accesso al santuario: sicché costoro rimasero esclusi dalle cerimonie rituali e dalle gare. Avevano rifiutato infatti di corrispondere agli Elei, cui la legge olimpica riconosceva e sanciva questo diritto, l'ammenda addebitata a Sparta. Secondo il vibrato reclamo degli Elei, gli Spartani avevano attaccato la fortezza di Firco e offeso la tregua olimpica distaccando proprio in quei giorni un reparto dei loro opliti a Lepreo. La multa assommava a duemila mine, due mine per ogni oplita come prescriveva la legge. Un'ambasceria si presentò inviata da Sparta con l'incarico di protestare contro la multa, a loro avviso ingiusta, poiché, come tenevano a mettere in luce, la spedizione degli opliti era anteriore alla notifica del bando di tregua. Gli Elei ribatterono che presso di loro la tregua era già esecutiva (ne pubblicano il primo avviso ai propri concittadini) e che mentre attendevano pacifici alle proprie opere, com'è umano in periodo di sospensione delle ostilità, Sparta sceglieva quell'ora serena per pugnalarli alle spalle, senza preavviso. Dall'altro lato si replicò osservando che allora non ci sarebbe più stata necessità d'inviare l'annuncio di tregua a Sparta, se già la stimavano colpevole di quell'atto criminoso. E invece l'avevano fatto recapitare: quindi non erano ancora del parere di aver subito un torto. Ricevuto il bando, gli Spartani avevano subito abbassato le armi. Gli Elei su un punto non cedettero: la colpa spartana era lampante. Se la parte avversa consentiva a cedere Lepreo, erano disposti a condonare la quota di multa a sé spettante e a versare di tasca propria quella destinata al tesoro del dio, alleviandone gli Spartani.
50. Costoro rifiutarono. Allora gli altri presentarono una nuova offerta. Non cedessero Lepreo, se erano così restii: ma poiché desideravano proprio di cuore l'accesso al santuario, salendo all'altare di Zeus d'Olimpia s'impegnassero con un giuramento al cospetto dei Greci di versare in avvenire la multa fissata. Ma neppure la nuova proposta piacque agli Spartani, che allontanati dall'area sacra, dalle cerimonie rituali e dai giochi, celebrarono la festività in patria. Gli altri Greci presero parte alle cerimonie, esclusi i Lepreati. Gli Elei tuttavia, temendo che gli Spartani intendessero partecipare al sacrificio impiegando la forza, predisposero una guardia di giovani in armi. Vi si aggregarono due reparti di Argivi e di Mantineesi, di mille uomini ciascuno, e cavalieri di Atene che attendevano ad Arpina di presentarsi per la festa. Ma la moltitudine raccolta in Olimpia stava inquieta attendendo di ora in ora una rappresaglia armata spartana, specialmente in seguito all'incidente di cui fu protagonista Lica, figlio di Arcesilao, da Sparta, che sul terreno di gara fu percosso dai rabduchi. Il suo cocchio era riuscito primo: ma su di lui, spartano, pesava la squalifica, sicché l'araldo proclamò vincitore lo stato dei Beoti. Allora quello, sceso in mezzo alla pista, coronò l'auriga, volendo con questo gesto segnalare che il carro apparteneva a lui. Così calò sulla folla un senso di disagio più teso, più opprimente, e si stava all'erta, pronti a qualche caso straordinario. Ma gli Spartani non persero la calma e così trascorsero, senza nuove scosse quei giorni festivi. Chiuse le solennità olimpiche, gli Argivi accompagnati da esponenti della loro lega giunsero in visita di stato a Corinto con la proposta di associarsi alla federazione. Vi trovarono anche un'ambasceria spartana. L'esito dei ripetuti incontri fu negativo: intervenne un terremoto e il vertice si sciolse, città per città. Intanto tramontava l'estate.
51. Nell'inverno successivo i combattenti di Eraclea di Trachis si misurarono in campo con gli Eniani, i Dolopi, i Maloesi e con alcune tribù tessale. Erano genti vicine a quella città e la consideravano ostile, poiché s'era cinta di spalti per tendere agguati a loro esclusivo danno. Sorgeva appena dalle fondamenta, e avevano già preso ad osteggiarla, mettendosi d'impegno per demolirla. Ora dal duello la gente di Eraclea era uscita prostrata, e anche Senare, figlio di Cnidis, da Sparta, che la guidava giacque sul terreno, a fianco di altri di Eraclea. Spirava intanto l'inverno e volgeva con esso al termine il dodicesimo anno di questa guerra.
52. Incominciata appena la seguente stagione estiva, alla vista di tanta desolazione in Eraclea dopo lo scontro, i Beoti la presero sotto di sé e ne licenziarono lo spartano Efesippida, colpevole, ai loro occhi, di una reggenza molto discutibile. Si insediarono nella piazzaforte temendo che gli Ateniesi li prevenissero, sfruttando la circostanza che Sparta, in una fase delicata e critica dei suoi rapporti con il Peloponneso, aveva le mani legate. Tuttavia questo colpo di mano inasprì Sparta con la Beozia. Correva la medesima estate quando Alcibiade, figlio di Clinia, stratego ateniese, sostenuto da Argo e dalla sua lega calò nel Peloponneso con pochi opliti e arcieri ateniesi cui riunì altre truppe mobilitate tra i paesi amici di laggiù e, di passaggio con la sua colonna nei territori del Peloponneso, tra le altre misure che applicò a consolidare la rete di alleanze ateniesi, non solo indusse i cittadini di Patre ad estendere la propria cinta fino alla marina, ma di persona elaborava anche il progetto di elevare un nuovo forte a Rio di Acaia. Ma i Corinzi e la gente di Sicione, spalleggiati dagli altri, cui l'erezione del fortilizio minacciava di recare danni, accorsero impedendo i lavori.
53. Nella stessa estate esplose una guerra tra Epidauri e Argivi. La causa prossima fu la vittima ad Apollo Pizio, compenso dovuto al dio per il diritto di pascolo, cui gli Epidauri, questa volta, non avevano provveduto (gli Argivi esercitavano la proprietà assoluta sull'area sacra). Ma anche senza ricorrere a quel pretesto Alcibiade e gli Argivi disponevano già di un proprio piano per assoggettarsi, se era possibile, Epidauro: sia per tenere al suo posto Corinto, sia perché in avvenire una spedizione di soccorso ateniese muovendo da Egina marcerebbe più spedita che doppiando il capo Scilleo. Sicché Argo si accingeva a varcare con le sue sole forze le frontiere di Epidauro, a pretendere la vittima dovuta.
54. Negli stessi giorni anche gli Spartani, agli ordini del loro re Agide, figlio di Archidamo uscirono in campagna con l'armata al completo fino a Leuttra, sita alla loro frontiera nei pressi del monte Liceo: il bersaglio strategico restava segreto, perfino alla città che avevano fornito truppe. Sulla frontiera i sacrifici riuscirono infausti: e gli Spartani rientrarono in città, diramando agli alleati l'ordine di tenersi pronti a muovere in armi dopo il prossimo mese, che era il Carneo, tempo sacro per i Dori. Rientrati i reparti alle proprie basi, gli Argivi che si erano messi in marcia il quart'ultimo giorno del mese precedente al Carneo, assegnarono a tutti i giorni successivi, per il periodo necessario, quella stessa data e dilagati nel paese di Epidauro lo devastarono. Epidauro si appellò alla lega: ma chi si riparò dietro il divieto religioso del mese sacro, chi invece, giunto alle frontiere di Epidauro, segnò il passo attendendo gli eventi.
55. All'epoca delle operazioni argive sul suolo di Epidauro, su invito di Atene, convennero a Mantinea le ambascerie delle città alleate. Mentre però si svolgevano i lavori Eufamida da Corinto fece notare che i fatti smentivano le parole: ossia mentre la loro assise discuteva intorno al tavolo della pace, Epidauro e i suoi alleati affrontava con le armi le schiere argive. Il compito più urgente era quindi di entrare in contatto con le parti in lotta e disarmarne gli eserciti: in seguito si convocherebbe una nuova conferenza di pace. I rappresentanti annuirono e raggiunti gli Argivi li indussero a sgomberare dal territorio di Epidauro. L'assemblea, riunita intorno allo stesso tavolo, non riuscì ad esprimere neppure un'ipotesi di accordo: anzi gli Argivi violarono di nuovo i confini di Epidauro portandovi la distruzione. Anche gli Spartani giunsero in armi a Carie: ma si ripeté alla frontiera, il responso negativo dei sacrifici che, ancora una volta, li convinse a ripiegare. Spianato per circa un terzo il paese di Epidauro, l'armata argiva rimpatriò Atene intendeva contribuire allo sforzo di Argo con mille opliti agli ordini dello stratego Alcibiade. Costui quando apprese che l'offensiva spartana si era esaurita e il suo intervento era ormai superfluo, ricondusse alla sua sede l'esercito. Così passò l'estate.
56. Nell'inverno seguente gli Spartani, senza farsi notare dagli Ateniesi, fecero passare con la flotta ad Epidauro una guarnigione di trecento armati, al comando di Agesippida. Gli Argivi comparvero ad Atene in un baleno protestando che, a dispetto degli articoli stilati nel patto riguardo al divieto di passaggio sui rispettivi territori per truppe ostili all'una e all'altra delle parti contraenti, agli Spartani s'era permesso, in tutta tranquillità, di costeggiare a vele spiegate lungo i territori ateniesi: se a loro volta gli Ateniesi non avessero risposto dislocando a Pilo i reparti di Messeni e di Iloti a minaccia di Sparta, gli Argivi ritenevano lesi i propri diritti. Frattanto gli Ateniesi, obbedendo a un'idea di Alcibiade, incisero alla base della stele marmorea, sotto le clausole del patto, che Sparta non si era tenuta fedele ai sacri obblighi: quindi, allestita a Pilo una base, la affidarono agli Iloti di Crani per esercitarvi la pirateria. Altre azioni belliche, per il momento, non furono indette. Durante questa guerra invernale tra Argo ed Epidauro non ci si batté mai in uno scontro ampio, con le evoluzioni dettate dai principi della tattica. Imboscate per lo più, a scorrerie volanti erano le manovre ordinarie che talvolta, a caso, infliggevano alle opposte linee vuoti di lieve entità. Sul finire dell'inverno, già quasi a primavera, gli Argivi si accostarono forniti di scale alla cinta di Epidauro, sicuri che la guerra l'avesse spopolata e che un'azione di forza avrebbe dato il suo frutto: ma se ne allontanarono delusi. Spirava intanto l'inverno e con esso si chiudeva anche il tredicesimo anno di questa guerra.
57. La seguente estate era al suo culmine quando gli Spartani, consapevoli delle gravi difficoltà in cui si dibattevano gli alleati di Epidauro, di fronte alle sempre più frequenti defezioni che punteggiavano il Peloponneso e alla minaccia di moti insurrezionali più allargati, calcolando che, se non provvedevano con tempestive misure, i torbidi sarebbero raddoppiati, mobilitarono gli Iloti e le proprie truppe per una generale campagna contro Argo: dirigeva Agide, figlio di Archidamo, re di Sparta. Partecipavano i Tegeati e tutti gli altri Arcadi alleati con Sparta: quelli invece provenienti dal resto del Peloponneso e da oltre confine si concentravano a Fliunte. I Beoti fornivano cinquemila opliti corinzi, e gli altri si aggregavano con forze disparate: i Fliasi furono mobilitati in massa, poiché l'armata si veniva raccogliendo nel loro territorio.
58. Ad Argo erano affluite sin dall'inizio informazioni sollecite e complete sui preparativi degli Spartani, e quando costoro mossero per riunirsi a Fliunte al grosso dell'armata anche gli Argivi scesero in campo. Al loro fianco si erano schierati i Mantineesi con i propri alleati e tremila opliti Elei. Marciando si trovarono a viso aperto con gli Spartani a Metidrio in Arcadia, e i due eserciti presero ciascuno posizione su un'altura. Gli Argivi si rallegravano di aver intercettato i reparti spartani ancora isolati e si accingevano a battersi: senonché Agide attese la notte e fatto togliere il campo all'insaputa degli avversari marciò su Fliunte per ricongiungersi agli alleati. Con l'alba gli Argivi se ne accorsero e si misero anch'essi in moto, prima in direzione di Argo, poi del punto che presumibilmente gli Spartani avrebbero scelto per calare con gli alleati nella pianura di Argo, cioè verso la strada di Nemea. Ma Agide accantonò questo presunto passaggio e fatto circolare l'ordine tra gli Spartani, gli Arcadi e gli Epidauri percorse una strada diversa e scoscesa per affacciarsi finalmente alla piana di Argo. I Corinzi, i Pelleni, i Fliasi, dovettero incamminarsi per un altro sentiero dirupato: ai Beoti, ai Megaresi, ai Sicioni fu impartito l'ordine di prendere la discesa della strada di Nemea, dove gli Argivi attendevano accampati, con lo scopo, se quelli muovevano all'attacco contro il nerbo dei loro reparti in pianura, di gettare la cavalleria in un assalto alle spalle. Distribuiti in questo modo i compiti tattici, Agide dilagò nella pianura desolando Saminto e altre località.
59. Ma gli Argivi, compresa la mossa, accorsero da Nemea quando il sole era già alto e urtando l'armata dei Fliasi e dei Corinzi inflissero perdite esigue ai Fliasi subendone a loro volta dai Corinzi, non molto più gravi. In tanto i Beoti i Megaresi e i Sicioni marciavano, secondo le disposizioni avute, verso Nemea: ma gli Argivi erano scomparsi. Costoro avendo visto le proprie campagne preda del ferro e del fuoco nemico, erano discesi nella pianura e si ordinavano con disciplina per la battaglia. Intanto anche gli Spartani si allineavano. Gli Argivi si erano lasciati cogliere in mezzo da ogni lato. Nel piano, gli Spartani e le truppe al loro fianco bloccavano la strada per la città dalle alture minacciavano i Corinzi, i Fliasii e i Pelleni, dalla parte di Nemea premevano Beoti, Sicioni e Megaresi. Gli Argivi erano sforniti di cavalleria, poiché gli Ateniesi, unici tra gli alleati, erano ancora assenti. Tuttavia la maggioranza degli Argivi e degli alleati non giudicava poi così nera la propria posizione: anzi il teatro del futuro scontro garantiva tutti i requisiti strategico tattici per una vittoria. Gli Spartani, infatti, si erano lasciati sorprendere in una sacca nella pianura di Argo: la città, inoltre, era a breve tratto. Ma due personalità argive, Trasillo, uno dei cinque strateghi, e Alcifrone, prosseno degli Spartani, quando le armate erano già a un soffio dall'incrociare le armi, si appartarono con Agide e in un colloquio lo pregarono di sospendere il combattimento. Poiché Argo era disposta ad affidarsi ad un arbitrato nel rispetto dell'equità giuridica tra le due potenze, se gli Spartani intendevano far valere le proprie rimostranze. Per l'avvenire con la stesura di un trattato avrebbero osservato la pace.
60. Questi due personaggi argivi avevano rilasciato le loro dichiarazioni a titolo personale, senza espresso incarico del popolo di Argo: e a titolo strettamente privato Agide accolse le proposte senza conferire con una cerchia più ampia di autorità; dopo essersi consultato con una sola delle personalità governative di Sparta aggregate alla campagna, pattuì una tregua di quattro mesi, entro cui Argo si obbligava a mantenere l'impegno assunto. E ordinò subito all'armata di indietreggiare, serbandone segreto il motivo agli alleati. Agli Spartani e agli altri della lega riuscì naturale eseguire il comando del proprio capo, ma tra le loro file si accendevano acerbe le critiche sulla figura e sull'operato di Agide: ci si doveva battere! Il trionfo era lì a portata di mano: il nemico chiuso in cerchio senza scampo, da fanterie e cavalli. E si abbandonava il campo senza un'azione, una manovra degna di preparativi così imponenti! Poiché questa era la più efficiente e poderosa armata greca che si fosse fino a quell'epoca composta: spiccava con straordinario risalto quando le colonne erano ancora allineate al completo laggiù a Nemea. Vi si concentravano le divisioni spartane, a ranghi compatti, quelle arcadi, beote, corinzie, sicionie, pelleniche, fliasie e megaresi. Truppe selezionate, il fiore di ciascun esercito nazionale: parevano in grado di travolgere qualunque potenza, non solo quella d'Argo e dei suoi, ma di una seconda lega, se fosse intervenuta a rinforzo. Così nell'esercito in ritirata serpeggiava il malumore contro Agide: finché, reparto per reparto, l'armata si sciolse. Per parte loro, gli Argivi erano anche peggio disposti contro chi, privo di.autorizzazione popolare, aveva di testa propria stipulato l'armistizio. Un'occasione d'oro come quella, irripetibile, e s'era lasciata via libera agli Spartani! Con la propria città a un passo, con tanti e prodi alleati a fianco, si poteva bene dar battaglia! Sicché sulla strada del ritorno, in località Caradro dove prima del rientro in città si processano gli imputati di crimini militari, presero a lapidare Trasillo, che scampò balzando sull'altare: ma il suo patrimonio fu confiscato.
61. Finalmente spuntarono i soccorsi ateniesi: mille opliti e trecento cavalieri, agli ordini degli strateghi Lachete e Nicostrato. Ma gli Argivi che, dopo tutto, tentennavano a denunciare la tregua spartana, suggerirono ai nuovi venuti di tornare subito sui propri passi: né li introdussero alla presenza del popolo, sebbene quelli desiderassero un incontro. Finché le insistenze dei Mantineesi e degli Elei (ancora ad Argo) piegarono la loro opposizione. Gli Ateniesi, allora per voce di Alcibiade che fungeva da ambasciatore, rivolsero agli Argivi e agli alleati una comune protesta: primo, l'armistizio pattuito senza la ratifica collettiva della lega non era valido. Secondo, il loro arrivo opportuno consigliava urgentemente di riaprire le ostilità. Queste ragioni persuasero gli alleati, che unanimi mossero contro Orcomeno di Arcadia, tranne gli Argivi. Costoro, sebbene convinti, dapprima si sottrassero, ma poi entrarono in linea anch'essi. Posto il campo nei pressi di Orcomeno lavora vano concordi ad assediarla, con assalti alla cinta. Molti i motivi per cui si desiderava la sua adesione alla lega: principale la presenza degli ostaggi d'Arcadia, lasciativi dagli Spartani. Gli Orcomeni, allarmati per la fortificazione sommaria dei loro spalti e dalla potenza d'urto che traspariva dagli assalitori, sotto l'angoscia d'esser spazzati via se non interveniva un soccorso, scelsero di trattare il proprio ingresso nella lega e la consegna ai Mantineesi di propri con cittadini in qualità di ostaggi, e la restituzione di quelli che Sparta vi deteneva.
62. Dopo questo esito fortunato, già in possesso di Orcomeno, gli alleati si consultarono su quale tra le altre fortezze convenisse scegliere come prossimo bersaglio. E mentre gli Elei si ostinavano su Lepreo, i Mantineesi non volevano sentir altro che Tegea: Argo e Atene appoggiarono Mantinea. Gli Elei, delusi da quella scelta che risparmiava Lepreo, rimpatriarono. Gli altri della lega si preparavano, nel territorio di Mantinea, a invadere Tegea, dove alcuni in seno alla città avevano deciso di tradirla al nemico.
63. Gli Spartani intanto rientrati dalla campagna d'Argo dopo aver pattuito quattro mesi di tregua, addossavano ad Agide pesanti accuse, incapace, incalzavano, di sfruttare un momento favorevole, unico, si poteva dire, per metter piede in Argo: poiché un nerbo così agguerrito e solido di alleati non era facile da radunare. Quando risuonò a Sparta la notizia d'Orcomeno, che cioè la piazza era perduta, il malcontento nei suoi riguardi si fece più acerbo: anzi pieni di veleno, deliberarono a precipizio - con uno strappo alle proprie norme di vita - di spianare la sua casa e infliggergli centomila dracme di multa. Agide li pregò di non applicare le misure decretate: sarebbe sceso subito in campo, e guidando da prode una campagna avrebbe annullato le sue colpe. Altrimenti, si riservassero dopo di trattarlo come più credevano. La multa e l'atterramento della casa furono sospesi, ma si creò sui due piedi una legge senza precedenti a Sparta: gli posero alle costole dieci cittadini con funzioni consultive, e senza la loro autorizzazione gli si vietava di condurre l'armata fuori la cinta.