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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Quinto - III

64. Arriva frattanto a Sparta un messaggio dai partigiani di Tegea, un appello a presentarsi con la massima rapidità consentita per prevenire il passaggio di Tegea e dei suoi alleati ad Argo: la rivolta era questione di ore. Allohra Sparta mobilitò le truppe cittadine e gli Iloti in massa per la spedizione più agguerrita e rapida organizzata fino a quel tempo. Erano in marcia verso Oresteo, nella Menalia. Gli alleati arcadi ricevettero il comando di serrare le file e calcare le orme dei battistrada verso Tegea. Essi poi, inoltratisi compatti fino a Oresteo, di là congedarono per il rimpatrio la sesta parte delle truppe, i più anziani e i più giovani, a difesa delle proprie case. Con il resto dell'armata si diressero a Tegea. Non molto dopo si presentarono gli alleati dell'Arcadia. Corrieri partirono anche alla volta di Corinto, della Beozia, della Focide e della Locride con l'ordine di comparire d'urgenza in armi alle mura di Tegea. Benché il comando li avesse colti di sorpresa e non fosse facile il tragitto in territorio nemico (che infatti si stendeva a tagliare la strada) i reparti affrettavano la corsa. Gli Spartani impiegando gli alleati arcadi pronti a muovere invasero la regione di Mantinea e fissato il campo presso il santuario di Eracle devastavano il paese.

65. Gli Argivi e gli alleati, quando li avvistarono, si disposero in un luogo forte e di malagevole accesso, allineandosi con l'animo di battersi. Gli Spartani mossero diritti all'attacco, inoltrandosi fino a un tiro di sasso o di dardo. Allora uno degli anziani ammoni Agide, a gran voce, che saltava agli occhi, considerando l'ostacolo di quel forte dirupato, il suo intento di medicare un male con uno peggiore. E alludeva a quell'intempestiva prodezza, che in un momento avrebbe voluto soffocare il vespaio di critiche esploso per la sua ritirata di Argo. Agide allora, forse frenato da quel rimprovero o perché gli nacque la stessa intuizione o qualche altra idea, sottrasse una seconda volta con manovra rapida l'armata, prima che le opposte avanguardie entrassero in contatto. Giunto ai confini della Tegeatide, si dedicò a deviare verso il territorio di Mantinea quel corso d'acqua che, straripando in una regione o nell'altra, crea con i suoi danni frequenti e gravi motivi di urto fra i Mantineesi e i Tegeati. Egli si augurava di stanare con questo stratagemma, dalle alture su cui erano attestate, le truppe argive e della lega, che notando la deviazione del torrente sarebbero calate a briglia sciolta per impedirla: ed egli avrebbe dato battaglia in piano. Sicché tutto quel giorno si trattenne presso il corso d'acqua, finché lo deviò. Gli Argivi e gli alleati, dapprima, per lo stupore di quella ritirata improvvisa e con il nemico a pochi passi non sapevano più cosa indovinare: poi, quando le colonne avversarie scomparvero alla loro vista ed essi furono trattenuti sul posto, senza che si lanciasse l'inseguimento, ribollirono di nuovo le polemiche contro i propri strateghi che non solo si erano lasciati sfuggire gli Spartani quando, praticamente, li avevano chiusi in una magnifica trappola, a un passo da Argo, ma anche in questa nuova fase se la prendevano comoda: il nemico se la svignava, e nessuno gli stava alle calcagna. Sicché mentre tranquillamente si metteva in salvo, a loro restava il sapore del tradimento. Colti alla sprovvista gli strateghi si confusero: ma poi guidarono la discesa dell'armata lungo il colle e avanzatisi nel piano vi posero il campo, risoluti all'assalto.

66. Il giorno seguente gli Argivi e gli alleati si schierarono in ordine di attacco, se mai si imbattessero nel nemico. Gli Spartani di ritorno dal torrente al santuario di Eracle, che era il loro primo campo, si avvedono che il fronte avversario è già compatto in linea, disceso dalla quota sul colle fino ad allora tenuta. Percorse in quell'attimo le schiere spartane il più agghiacciante brivido di cui serbassero ricordo: brevissimi istanti restavano per riordinarsi, ma in poche battute ogni reparto con perfetta disciplina si inquadrò al suo posto, mentre il re Agide, secondo l'uso, dirigeva le singole fasi dell'operazione. Poiché, quando il re è alla testa del suo esercito, l'intero complesso obbedisce a lui: personalmente comunica la linea d'azione tattica ai "polemarchi", costoro ai "locaghi" che la passano ai "penteconteri", questi poi agli "enomotarchi" che la diranno all'"enomotia". Così i comandi che intendono impartire seguono invariata questa scala e si diffondono con celerità. Poiché l'intero esercito spartano, con limitate eccezioni. è coinvolto, con graduale trasmissione di poteri da un comandante all'altro, nella responsabilità esecutiva di ogni scelta tattica che grava, quindi, sulle spalle del maggior numero di persone.

67. Quella volta all'ala sinistra si allinearono gli Sciriti soli tra gli Spartani a mantenere in ogni scontro il privilegio di questa posizione. Al loro fianco le truppe di Brasida, rientrate dalla Tracia, seguite dai Neodamodi. Subito accanto si inquadravano gli Spartani stessi, schierati in ordine per "lochi" e insieme gli Arcadi Erei, e vicini i Menali. Sulla destra, infine, erano dislocati i reparti di Tegea e all'estrema un manipolo di Spartani. La cavalleria spartana copriva le due ali. Tale lo schieramento spartano. Sul fronte nemico l'ala destra era occupata dai Mantineesi, poiché la lotta si svolgeva sul loro suolo. Al loro fianco erano rischiarati gli alleati d'Arcadia, seguiti da mille Argivi scelti, che a spese pubbliche avevano ricevuto dallo stato una lunga e complessa istruzione alla guerra. In stretto spazio si serravano a loro gli altri Argivi, quindi i loro alleati, i Cleonei e gli Orneati. L'estrema ala sinistra era costituita dagli ateniesi che chiudevano con la propria cavalleria.

68. Questo era lo schieramento e la formazione dei due eserciti: ma l'armata spartana parve più ingente. In quanto agli effettivi numerici, però, sia dei reparti singoli in ciascun complesso o, più in generale, delle forze totali impegnate in campo, non sono in grado di registrarli con precisione: il numero degli Spartani restò un mistero, poiché in quello stato tutto è sepolto nel silenzio e le cifre degli altri contingenti mi parvero sospette, per il vanto, consueto tra gli uomini, d'ingigantire i dati relativi alla propria potenza numerica. Calcolando tuttavia come segue è possibile formulare una stima approssimata dei combattenti spartani che parteciparono all'azione. Erano sul terreno, senza contare gli Sciriti, che risultavano seicento, sette "lochi": ogni a "loco" comprendeva quattro "pentecostie", e per ogni "pentecostia" si contavano quattro "enomotie". Ora, per ogni "enomotia" operavano in prima fila quattro uomini ma non vigeva una regola uniforme per la profondità delle linee. Ciascun "locago" disponeva in merito: la media normale prescriveva comunque uno spessore di otto uomini. Sicché la prima linea, sempre escludendo gli Sciriti, si snodava su un fronte di 448 combattenti.

69. Quando l'attacco era ormai questione d'attimi ai singoli contingenti suonava così, a conforto e sprone, la voce dei propri strateghi: ai soldati di Mantinea correva l'appello a scorgere in quell'urto il baluardo della patria e la scelta tra signoria e schiavitù: a non lasciarsi quindi strappare la prima, dopo averla assaporata, e a non farsi imporre di nuovo la seconda. Agli Argivi si faceva balenare la riconquista dell'antico impero e della parità di diritti ben nota un tempo tra le genti del Peloponneso, con un richiamo a non curvare la fronte a una rinuncia che sarebbe definitiva e a trarre finalmente vendetta, su popoli confinanti e nemici, dei ripetuti oltraggi patiti. Agli Ateniesi si illustrava la nobiltà di quell'atto, d'ottenere, frutto di un duello spalla a spalla con alleati prodi e numerosi, il primato su molte genti; trionfando di Sparta sul suolo del Peloponneso, avrebbero inoltre goduto più salda ed estesa la propria egemonia, e l'Attica in avvenire sarebbe stata perfettamente libera da irruzioni straniere. Furono di questo tono gli incitamenti rivolti agli uomini d'Argo e ai loro alleati. In quanto agli Spartani, in seno a ogni singolo reparto, ritmati dai canti marziali, si studiavano di richiamarsi l'uno l'altro alla mente quei precetti di valore che erano tra loro, tra uomini di specchiato ardimento, ben famigliari e noti: nella coscienza che uno strenuo esercizio pratico è protezione più solida che il sonante accento dell'eloquenza esortativa, quando l'ora d'agire è lì lì per scoccare.

70. A questo punto le armate avanzarono i primi passi; gli Argivi e gli alleati si spingevano avanti con il cuore in tumulto, fremendo: gli Spartani con fredda disciplina, al suono regolato di molti flautisti, come usa tra loro, non per devozione al dio, ma perché la marcia di avvicinamento proceda misurata e composta, ad evitare lo scompiglio che suole nascere tra le file dei grandi eserciti nella fase di attacco.

71. Stavano ancora accorciando le distanze quando il re Agide concepì la seguente mossa. In tutte le armate, nessuna esclusa, si ripete durante l'avanzata un fatto caratteristico: la tendenza a sospingere troppo verso l'esterno la propria ala destra e a ripiegarsi quindi con reciproca manovra avvolgente sul settore sinistro del fronte avversario, poiché, per bisogno istintivo di proteggersi, ciascuno appoggia quanto più gli riesce il proprio fianco scoperto allo scudo del compagno che gli marcia immediatamente a spalla sulla destra, e sente che serrare le file è per lui il riparo più efficace. Il primo e responsabile anello di questa catena è il capofila dell'ala destra con la sua premura di sottrarre passo dopo passo, il suo fianco disarmato, ai colpi nemici inclinazione che gli altri, ispirati dall'identica paura, assecondano subito. In quel frangente, erano i Mantineesi a oltrepassare di un gran tratto l'ala degli Sciriti, mentre ancor più all'esterno s'era portato il settore spartano e tegeate rispetto agli Ateniesi schierati in faccia: il loro fronte, infatti, era più ampio. Allora Agide, temendo che la sua sinistra finisse accerchiata, e che i Mantineesi si estendessero troppo oltre i suoi, comunicò agli Sciriti e ai reparti già di Brasida l'ordine di spingersi fuori dal settore centrale dell'esercito e di fronteggiare in parità su tutta la linea la schiera inarcata dei Mantineesi: per coprire la falla che in tal modo si produceva nel corpo dell'armata, fece segnalare ai polemarchi Ipponida e Aristocle di prelevare due "lochi" dall'ala destra e con tempestiva evoluzione immetterli nei varchi via via aperti. Riteneva che la propria destra avrebbe conservato il vantaggio e che contro la sinistra, così rafforzata, i Mantineesi avrebbero avuto vita assai più dura.

72. Ora, gli toccò che Aristocle e Ipponida, sorpresi nel momento cruciale dell'urto da quel comando improvviso, rifiutassero di manovrare, come prescritto (ne conseguì per loro, imputati di viltà, l'esilio da Sparta). Il nemico frattanto, più rapido di quanto Agide s'aspettasse, entrava ormai in contatto con le sue truppe. Sicché, notando che i due "lochi" non si erano mossi a rinforzo degli Sciriti, a costoro si spedì l'ordine di rientrare nelle posizioni precedenti: ma mancò il tempo anche per operare questa manovra di congiunzione. Fu quello il momento per gli Spartani di mostrare, con il più chiaro risalto, che superati da ogni lato per destrezza ed esperienza tattica, si imponevano su tutti per coraggio indomito. Alle prime percosse delle armi nemiche, gli Sciriti e i soldati già di Brasida cedono il terreno all'ala destra avversaria cioè ai Mantineesi che incuneatisi d'impeto, con a fianco gli alleati e i mille scelti di Argo, nella lacuna che sul fronte nemico non s'era riusciti a saldare, aprirono nei ranghi spartani vuoti ingenti: dopo averli circondati e costretti a volgere le spalle, li incalzano di furia fino alla linea dei carriaggi, dove falciarono alcuni veterani che vi si erano appostati a custodia. In questo settore del campo gli Spartani erano sconfitti: ma altrove, in tutto il resto dell'esercito e più al centro, dove il re dirigeva di persona i così chiamati "Trecento Cavalieri", l'assalto vibrato ai veterani di Argo e ai reparti noti come i "Cinque lochi", che investì anche i Cleonei, gli Orneati, e gli Ateniesi allineati spalla spalla con loro, sfondò in quel punto l'intero fronte; anzi, i più si erano dispersi prima di ricevere il primo colpo nemico, poiché vedendo sopraggiungere gli Spartani avevano ceduto subito. Nella calca più d'uno finì calpestato: così vivo era il terrore di non sottrarsi in tempo alla stretta del ferreo cerchio spartano.

73. Quando in quel settore, come s'è detto, lo schieramento argivo e degli alleati si fu scompaginato, anche alle due estremità del fronte la resistenza si sfaldò mentre con uno spostamento simultaneo l'ala destra degli Spartani e dei Tegeati sorpassava con la sua estensione gli Ateniesi e avvolgendoli creava su entrambi i loro fianchi, una posizione di mortale rischio: da un lato praticamente accerchiati, dall'altro disfatti. In tutto il complesso, il loro reparto avrebbe sofferto la prova più sanguinosa se la cavalleria non avesse fornito il suo utile appoggio in quello spazio. Accadde anche che Agide, vedendo in acque agitate la propria ala sinistra, esposta ai colpi dei Mantineesi e dei mille Argivi scelti, comandò all'esercito di spostarsi a sostegno del fianco pericolante. Eseguita questa manovra, con cui il fronte avversario slittando verso sinistra interrompeva il contatto con loro, gli Ateniesi, imitati dal corpo di Argivi sconfitti, respirarono e presero a uscire con calma dalla zona critica dello scontro. I Mantineesi e gli alleati con gli uomini scelti d'Argo, scartarono ormai la decisione di gettarsi sulle tracce dei diretti avversari ma alla vista dei compagni vinti e degli Spartani scatenati volsero le spalle e scomparvero. Tra i Mantineesi si seminò una strage, mentre il reparto scelto di Argivi fu risparmiato quasi al completo. In realtà la fuga e la ritirata non furono azioni impetuose, né si prolungarono a grande distanza: poiché gli Spartani sono combattenti caparbi; che premono inflessibili fino a rovesciare le difese nemiche: ma quando l'avversario mostra le spalle desistono subito, dopo un breve tratto, dalla caccia ai fuggitivi.

74. Lo scontro ebbe questo sviluppo, o molto simile: dal più antico tempo fu il fatto d'armi di maggior peso tra genti greche, e vi si confrontarono le potenze più illustri. Gli Spartani allineandosi in armi di fronte ai corpi dei nemici abbattuti eressero subito un trofeo, e dopo aver spogliato quei cadaveri, raccolsero i propri caduti e li traslarono a Tegea, dove furono tumulati. Accordata la debita tregua, consentirono al nemico la rimozione delle proprie salme. Degli Argivi, degli Orneati e dei Cleonei caddero in settecento; tra i Mantineesi si lamentarono duecento vittime, mentre gli Ateniesi, che persero entrambi gli strateghi, ebbero con quelli di Egina duecento morti. Agli alleati di Sparta non furono inflitte perdite veramente degne di rilievo. Quanto agli Spartani, era arduo far luce sul loro contributo di sangue, ma si parlava di un numero di morti vicino ai trecento.

75. Quando la battaglia era ancora imminente, anche Plistoanatte, l'altro re, accorse in aiuto con i reparti della riserva, reclutati tra i veterani e i più giovani. Si portò fino a Tegea, ma alla notizia della vittoria si ritirò. Anche le truppe alleate in arrivo da Corinto e delle altre genti di oltre Istmo, fermate da corrieri spartani, sospesero la marcia e rimpatriarono. Gli stessi Spartani, rientrando alle basi e congedando gli alleati (cadeva il tempo sacro ad Apollo Carneo) si diedero subito a celebrare la solennità. Si dissolse alla risolutezza mostrata in quest'ultimo scontro, il nome imposto agli Spartani di viltà, con risonanza via via più larga in quel tempo nel mondo greco, a causa della disfatta sull'isola, e le altre accuse di volontà inerte e goffa. Pareva allora che avessero subito lo schiaffo della fortuna, ma nel vigore dei sentimenti nulla in essi era mutato. Nel giorno che precedette questa battaglia accadde che gli Epidauri operassero un'invasione generale del territorio argivo, sapendolo privo di difese: il distaccamento di Argivi rimasto a presidiare fu decimato dai loro attacchi. A battaglia finita, giunsero ai Mantineesi in soccorso tremila opliti elei e mille Ateniesi oltre a quelli già in forza e le truppe della lega così riunite marciarono in fretta su Epidauro, finché Sparta era intenta alle solenni Carnee e, distribuiti i compiti ai reparti, cingevano con un baluardo la città. In seguito gli altri sospesero i lavori: i soli Ateniesi tenaci nell'eseguire l'ordine, perfezionarono con rapidi tocchi il settore della fortificazione destinata a loro del santuario di Era sul colle. Con una leva collettiva si lasciò a guardare il fortilizio un presidio, mentre tutte le altre truppe rimpatriarono. E l'estate finiva.

76. S'apriva appena l'inverno seguente, quando, concluse le festività Carnee, gli Spartani uscirono per una campagna e, arrivati a Tegea mandarono avanti ad Argo offerte di accordo. Già da tempo operava in questa città un gruppo di ispirazione filo spartana, che intendeva rovesciare il regime democratico. Dopo l'esito della battaglia costoro ebbero a disposizione argomenti molto più autorevoli per istillare alla maggioranza il proposito di associarsi a Sparta. Si desiderava, come primo e immediato passo di sancire con gli Spartani una tregua, il cui naturale sviluppo sarebbe stata una alleanza: e si avrebbero così avuto in mano le armi per attaccare la democrazia. Si presenta su mandato di Sparta Lica figlio di Arcesilao, prosseno degli Argivi, con due documenti diretti al governo popolare di Argo: il primo chiarisce le conseguenze di un'eventuale volontà di guerra da parte degli Argivi; l'altro illustra la pace. Divamparono accese polemiche (poiché anche Alcibiade si trovava presente), finché gli esponenti del partito favorevole a Sparta, agendo ormai con più disinvolta baldanza, convinsero i concittadini a far buon viso al disegno d'intesa. Eccone le formule:

77. "Alle seguenti condizioni l'assemblea degli Spartani delibera di varare trattative con Argo.

78. Argo approvò, in un primo momento, questo piano d'intesa, e l'armata spartana si mise in moto da Tegea verso la patria. In seguito all'accordo si stabilirono tra le due potenze canali diplomatici regolari. Ma non passò molto, e lo stesso gruppo si prodigò fin quando spinse gli Argivi a denunciare l'intesa con Mantinea, Elea ed Atene, e a stipulare un nuovo patto e un'alleanza con gli Spartani. Secondo questi articoli:

79.

80. Si erano così fissati i punti di quest'intesa di pace e di collaborazione politico militare: si procedette quindi alla restituzione delle piazze conquistate in guerra e a smussare ogni altro motivo di contrasto. I rapporti internazionali erano ormai materia di scelte comuni: sicché deliberarono a una voce di respingere ogni araldo o ambasceria in arrivo dagli Ateniesi, se costoro non sgomberavano dal Peloponneso abbandonando le fortezze e, inoltre, di non trattare con nessuno una guerra o una pace separata, ma di consultarsi sempre con la lega. E non solo diedero un vigoroso impulso politico ai propri interessi in ogni diverso settore, ma, tra l'altro, i due stati inviarono ambascerie alle genti della Tracia e a Perdicca. Persuasero Perdicca ad associarsi a loro. Costui, per la verità, non scisse subito i suoi rapporti con Atene: ci pensava, però, e rifletteva sull'esempio di Argo. E proprio ad Argo il suo ceppo aveva antiche radici. Rinnovarono con i Calcidesi i patti giurati in passato e ne sancirono di nuovi. Comparvero anche ad Atene ambasciatori argivi con la richiesta di disarmare il baluardo di Epidauro. Atene, considerando la sproporzione di forze tra il suo contingente e il resto di quella guarnigione collettiva, molto più numerosa, affidò a Demostene l'incarico di rimpatriare il suo reparto. Costui giunse, e simulando di allestire una gara ginnica nello spiazzo antistante il forte, attirò fuori gli effettivi al completo della guarnigione: quindi serrò dietro di sé le porte. Più tardi rinnovando il trattato con Epidauro, furono gli stessi Ateniesi a riconsegnare il fortilizio.

81. Sull'esempio di Argo, che si era staccata dalla lega ateniese, anche Mantinea, dopo aver resistito per qualche tempo, non fu più in grado di rinunciare alla solidarietà con gli Argivi: sicché anch'essa negoziò con Sparta, cedendo il suo primato sulle città suddite. Spartani e Argivi, con mille soldati per parte, iniziarono una campagna comune. Forze spartane, comparse da sole a Scione ne modellarono il regime su principi spiccatamente oligarchici. Dopo quell'operazione, riunirono le armi e rovesciarono il governo democratico in Argo, fondandovi una costituzione oligarchica di stampo spartano. Tramontava già quest'inverno e la primavera avanzava, e volgeva a termine il quattordicesimo anno di guerra.

82. Nell'estate successiva i Dii del monte Atos si staccarono da Atene per far lega con i Calcidesi; gli Spartani per conto loro operavano il riassetto politico dell'Acaia, mal disposta prima nei confronti di Sparta. In Argo, frattanto, la parte popolare raccoglieva a poco a poco le fila del movimento e, ripreso coraggio e fede in se stessa, aspettò proprio l'epoca delle Gimliopedie spartane, per organizzare un colpo di mano contro il regime degli oligarchi. Nella città divamparono gli scontri, finché i democratici primeggiarono nettamente. Tra gli avversari alcuni caddero, altri furono esiliati. Gli Spartani, trascurando gli accorati appelli dei loro partigiani in Argo, lasciarono trascorrere troppo tempo: finalmente, rinviando le Gimnopedie, si mossero per un intervento di soccorso. Ma era tardi. Appresero a Tegea che il partito oligarchico s'era dissolto e decisero quindi di sospendere l'avanzata senza dar peso ai richiami urgenti dei fuoriusciti. Rimpatriati si dedicarono alla solennità delle loro Gimnopedie. Più tardi si presentarono in delegazione gli Argivi, padroni ormai della città, e gli esuli. Al cospetto della lega si ebbero scambi vivaci e ripetuti di accuse e chiarimenti reciproci, finché Sparta, riconosciuta la colpevolezza dei democratici cittadini, decretò una campagna di guerra contro Argo: ma esitazioni e ritardi ne intralciarono l'allestimento. I popolari di Argo non perdevano tempo: all'erta per le mosse spartane, si associarono nuovamente alla lega ateniese, il cui appoggio era stimato della più alta utilità: ma non si limitarono a questo. Si decide di prolungare alla marina le lunghe mura, per poter fruire in caso di blocco dalla terraferma, dei servizi marittimi ateniesi con cui fare affluire i generi di prima necessità. Anche in diversi centri del Peloponneso correva la notizia di questa nuova fabbrica di mura cui gli Argivi lavoravano con una generale mobilitazione, perfino di donne e di servi. Da Atene comparvero falegnami e spaccapietre. Intanto finiva l'estate.

83. L'inverno seguente, a quella novità delle mura in costruzione, gli Spartani fiancheggiati dalla lega, tranne Corinto, avanzarono in armi contro Argo. Resisteva in Argo stessa una frangia che, sott'acqua, si adoperava a propiziare il loro intervento. Dirigeva l'armata Agide, figlio di Archidamo, re degli Spartani. Però non si notavano ancora concreti progressi di quelle forze che, in seno alla città, lasciavano sperare preparativi adeguati per l'azione. Sicché gli Spartani occuparono e rasero al suolo le mura in via di allestimento e, invadendo, Isie, località dell'Argolide, passarono per le armi tutti gli adulti liberi catturati: poi, finalmente, i reparti si congedarono città per città. In seguito anche gli Argivi scatenarono un'offensiva sul territorio di Fliunte e dopo averlo spianato rimpatriarono. Era una rappresaglia, poiché quella gente dava ricetto ai profughi di Argo, che in numero elevato vi si erano stabiliti. Nel medesimo inverno gli Ateniesi sottoposero le coste macedoni a un blocco rigido, addossando a Perdicca la responsabilità dei patti giurati con gli Argivi e gli Spartani. Vi era un secondo motivo d'astio: quando Atene aveva già allestita una spedizione contro i Calcidesi di Tracia e Anfipoli, e Nicia figlio di Nicerato ne aveva già assunto il comando egli aveva eluso i doveri prescritti dal trattato d'alleanza e s'erano dovute congedare le milizie principalmente a causa della sua rinuncia. Dunque era un nemico. Così era ormai alla fine questo inverno, e con esso spirava il quindicesimo anno di guerra.

84. Nell'estate successiva Alcibiade con una squadra di venti navi fece un'incursione ad Argo catturando gli individui ancora sospetti di nutrire simpatie politiche di marca spartana: i trecento detenuti furono confinati nelle isole vicine, suddite di Atene. Quindi gli Ateniesi si rivolsero contro gli isolani di Melo con trenta navi della propria flotta, sei di Chio, due di Lesbo, con milleduecento opliti propri, trecento arcieri e duecento arcieri montati: gli alleati e gli abitanti delle isole avevano contribuito con circa millecinquecento opliti. Melo è una colonia degli Spartani: per nulla disposta ad inchinarsi, imitando gli altri isolani, alla grandezza di Atene. Nelle fasi iniziali del conflitto i Meli si mantenevano in sapiente equilibrio tra gli stati in lotta: ma in seguito, sforzati dagli Ateniesi che ne devastavano il territorio, ruppero la propria neutralità e fu guerra aperta. Dunque, piantato il campo sul suolo dei Meli con gli effettivi militari di cui s'è dato cenno gli strateghi Cleomede, figlio di Licomede, e Tisia, figlio di Tisimaco, prima di infliggere danni al paese mandarono un'ambasceria con l'intento di intavolare subito dei preliminari. I Meli non introdussero al cospetto della moltitudine i delegati ma li invitarono ad esprimere le ragioni della visita alla presenza delle autorità più alte e dei notabili. E gli ambasciatori ateniesi esposero questi punti:

85. "Poiché questo colloquio tra noi deve restare segreto alle orecchie del popolo, e traluce da questa riserva da voi prescritta l'ansia che esponendo i nostri motivi tutti d'un fiato, con eloquenza ininterrotta, noi s'incanti la folla martellandola di argomenti non esposti volta per volta a una diretta replica (sappiamo che è questo il pensiero che vi turba e che vi ha spinto a presentarci a questo ristretto consiglio), dunque anche voi qui raccolti scegliete per dialogare una strada più sicura. Rinunciate anche voi a un discorso complesso e prolungato: scrutate ogni singola ragione esposta e contrapponendovi di volta in volta le eccezioni che vi parranno opportune, giudicate di essa. E per cominciare dite se la proposta vi conviene."

86. Il comitato dei Meli emise questo verdetto: "La correttezza leale della vostra offerta, di chiarire serenamente tra noi le varie posizioni, non si discute: ma stride, a nostro giudizio, con l'apparato bellico che già ci minaccia, pronto a mettersi in moto. Voi v'imponete ai nostri occhi in aspetto di arbitri del dibattito non ancora avviato. E ci prefiguriamo il suo esito, com'è facile del resto: se trionferanno le nostre ragioni di giustizia, ispirandoci fermezza, ci toccherà la guerra. Cedendo, la schiavitù."

87. Ateniesi: "Attenti a voi. Se organizzate il convegno per scrutare con sospettosi ragionamenti l'avvenire o con altri intenti, non per vagliare alla concreta luce dei casi attuali il vostro stato, e risolvervi a destinare la vostra città ad un sereno futuro, possiamo anche tagliare corto. Ma se la salvezza della vostra gente vi sta a cuore, apriamo pure il dibattito."

88. Meli: "Usateci comprensione: è umano che chi posa così sulle spine, orienti e sbrigli in mille direzioni le sue fantasie e le sue ansie. Ma statene certi: ci si raccoglie per provvedere alla vita del nostro stato, e si proceda pure a discutere, con le regole che avete indicato."

89. Ateniesi: "D'accordo. Dal canto nostro rinunciamo all'armamentario fastoso dell'eloquenza, alla retorica interminabile di quei discorsi celebrativi che non danno frutto. Sicché non ribadiremo che per avere demolito la prepotenza persiana, rifulge per noi il diritto all'impero, o che la nostra attuale campagna è la replica a un attentato inferto al nostro onore. Ma si pretende qui che neppure voi tentiate di piegarci giustificando il vostro rifiuto di fornire leve all'armata con la circostanza che siete coloni di Sparta, o soggiungendo che nei nostri riguardi siete innocenti e puri. Sentite: sforziamoci di restringere le ipotesi di compromesso nei confini del realizzabile, attingendole ciascuno ai principi più autentici cui ispira, di norma, la sua condotta. Siete consapevoli quanto noi che i concetti della giustizia affiorano e assumono corpo nel linguaggio degli uomini quando la bilancia della necessità sta sospesa in equilibrio tra due forze pari. Se no, a seconda; i più potenti agiscono, i deboli si flettono."

90. Meli: "È nostro avviso, almeno che a proposito d'interesse (già ormai è questa l'espressione da usarsi, poiché voi avete subito accordato il dibattito su questo tono dell'utile ignorando quello di giustizia) non vi convenga annullare le riflessioni che concernono il vantaggio comune, e che sia ragionevole concedere a chiunque, quando si dibatta in un rischioso frangente, i diritti che gli spettano se non altro in quanto creatura umana: tra l'altro, che possa perlomeno aspirare alla salvezza, avvalendosi, pur senza perfetto ossequio alle severe regole del ragionare, degli argomenti che meglio crede. Considerazione che vi tocca più da vicino di chiunque altro, poiché nell'eventualità di una disfatta vi scolpireste esempio eterno nella memoria dei popoli, per l'atrocità sanguinosa della vostra pena."

91. Ateniesi: "Piano. Non ci sgomenta la decadenza della nostra signoria, se mai tramonterà. Non è chi domina su altre genti, come ad esempio Sparta, la sorgente più viva di terrore per i vinti (e noi, tra l'altro, non siamo in conflitto con Sparta); i soggetti piuttosto devono incutere l'angoscia quando se mai con spontaneo slancio rovesciano il potere di chi li tiene a freno. Ma conviene che è affar nostro vedercela con questo rischio. Per ora siamo qui a documentare due circostanze: primo, che il nostro intervento si ripromette un utile per il nostro dominio; secondo che con le offerte sul tappeto mostreremo la volontà politica di salvaguardare la sicurezza del vostro stato. Intendiamo praticare su di voi un governo libero da ansie e da rischi, e impiegare integre le vostre forze per un comune profitto."

92. Meli: "E come potrebbero collimare i nostri interessi, noi fatti schiavi, voi a dominarci?"

93. Ateniesi: "A voi toccherebbe la fortuna di vivere sudditi, prima di soffrire il castigo più crudele: e per noi sarebbe un guadagno non avervi annientati."

94. Meli: "Non sareste paghi della nostra neutralità, se invece di brandire le armi resteremo amici?"

95. Ateniesi: "No. Per noi è minaccia più pericolosa la vostra amicizia che il vostro odio aperto: la prima proporrebbe agli occhi degli altri sudditi un esempio di fiacchezza da parte nostra, il rancore invece rammenterà sempre viva la nostra potenza."

96. Meli: "Sicché i vostri sudditi possiedono un tale concetto di equità, da assegnare senza discrezione l'identico ruolo nel mondo a chi non ha legami di sudditanza con voi, e ai molti su cui pesa il vostro pugno, tra i quali i più sono coloni e altri son quelli che tentarono la rivolta?"

97. Ateniesi: "Sono anzi convinti che né agli uni né agli altri facciano difetto le ragioni per sostenere la propria causa, e che alcuni appunto si garantiscono questo diritto di libertà con la potenza, mentre noi intimiditi da essa scegliamo di non aggredirli. Dunque lasciamo stare che la vostra conquista ci assicurerà una signoria più estesa: renderete più solida la nostra posizione considerando il fatto che non riuscireste mai voi, forza isolana non certo tra le più potenti, a soverchiare i dominatori del mare."

98. Meli: "E non vedete che per voi la sicurezza è là, in quell'altra politica? È per noi pure urgente, ancora una volta, prendere a modello il contegno vostro, la costrizione cioè a scartare i temi del diritto per farci curvare a forza la fronte davanti all'idolo della vostra convenienza, e illustrarvi quale sarebbe l'utile per noi, nell'intento, se mai la fortuna sceglie che coincida con il vostro sperato guadagno, d'indurvi ad accettarlo. Tutti gli stati che attualmente non sono iscritti a nessuna lega, credete voi che non prepareranno ostili le armi, quando riflettendo sul nostro destino temeranno di ora in ora che vibriate loro il primo assalto? E non sarà un accrescere, con le vostre mani, le potenze che già vi sfidano? E un colpo di sproni a giurarvi odio, in chi ancora se ne vive in disparte, e vuol star tranquillo?"

99. Ateniesi: "Non ci pare che la minaccia di costoro incomba tanto grave. È gente di terra, sparsa per il continente: vivono liberi, e correrà gran tempo prima che avvertano seriamente l'obbligo di mettersi in guardia contro di noi! Gli isolani, piuttosto, ci fanno tremare, quelli sì! Non solo quelli che, come voi, chi su un'isola, chi su un'altra, non soffrono nessun giogo, ma quelli che, esacerbati, già mordono il freno del nostro impero. Poiché costoro, in uno scatto folle e senza speranza, potrebbero coinvolgerci in una caduta verso ben prevedibili abissi."

100. Meli: "Ebbene, come voi per non vedervi strappata la vostra sovranità, così gli altri che già servono si affacciano a un così cieco precipizio pur d'abbatterla, non sarebbe prova di spirito vile se noi che godiamo ancora l'indipendenza non ci studiassimo con ogni sforzo di tenercela stretta, di non cambiarla con i ceppi?"

101. Ateniesi: "Nessun indizio di bassezza, se almeno vi ispirate alla ragione. Non è una contesa questa, per voi, in cui confrontarsi a parità di forze e farsi onore. Lo scotto da pagare non è qui la fama di viltà. Urge piuttosto provvedere con prudenza alla vita, senza provocare un nemico troppo più poderoso."

102. Meli: "Eppure è noto che talvolta le sorti della guerra si orientano verso equilibri che le rispettive potenze in campo non lascerebbero mai supporre. Sicché per noi fletter subito il capo significa precluderci ogni speranza: agendo si può forse nutrirla ancora, questa speranza di risorgere."

103. Ateniesi: "Speranza: incanto che illude ad osare! Sempre pronta a vibrare un colpo, anche se non a prostrare in ginocchio, chi arrischia con lei il superfluo. Ma chi profonde nell'avventura tutto il proprio (ha natura di prodiga, la speranza!) apprende dopo la disfatta a riconoscerne il volto: quando ormai, a chi sarà entrato in familiarità con lei, spogliato a causa sua di tutto, non sarà più concessa occasione di mettere a frutto quella sua esperienza per farsene scudo, in avvenire. Il vostro paese è debole, e alla bilancia della sorte basterà oscillare di poco per cancellarvi: evitatelo. Come dovreste rinunciare ad imitare la maggior parte dell'umanità, cui, benché sia ancora possibile la salvezza con espedienti terreni, quando ogni tangibile e ragionevole motivo di speranza li abbandona in male acque, sovviene la seduzione dell'oltremondo, i vapori mistici della mantica, gli oracoli, e il fumoso corredo che li accompagna: risorse che suscitano l'illusione, e affrettano il disastro."

104. Meli: "Credetelo, è arduo soprattutto per noi questo confronto disperato con la vostra potenza e con la sorte se costei non si terrà neutrale. Ci sorregge tuttavia la fede che, in quanto alla fortuna, non sia volontà del dio di sopprimerci: poiché ci erigiamo innocenti a contrasto di chi viola il giusto. Quanto allo squilibrio di forze, c'è fondata ragione di aspettarsi l'intervento amico di Sparta. Crediamo sia costretta a non sottrarsi, se non per altro, alla difesa d'uomini del suo stesso ceppo e per sentimento d'onore. Considerandolo da ogni lato, non è poi tanto folle il nostro ardimento."

105. Ateniesi: "Quanto al sorriso del dio, siamo certi che anche noi non resteremo in ombra. Poiché le nostre pretese o la nostra politica non varcano gli orizzonti entro cui la coscienza dell'umanità colloca il suo rapporto con la realtà divina o regola civilmente le relazioni tra uomo e uomo. Riteniamo infatti che nel cosmo divino, come in quello umano (vale l'opinione per il primo, ma per l'altro è una sicurezza nitida) urga eterno, trionfante, radicato nel seno stesso della natura, un impulso: a dominare, ovunque s'imponga la propria forza. È una legge, che non fummo noi a istituire, o ad applicare primi, quando già esistesse. L'ereditammo che già era in onore e la trasmetteremo perenne nel tempo, noi che la rispettiamo, consapevoli che la vostra condotta, o quella di chiunque altro, se salisse a tali vertici di potenza, ricalcherebbe perfettamente il contegno da noi tenuto in questa occasione. Ecco i ragionevoli motivi in virtù dei quali non ci allarma la volontà divina: non periremo per causa sua. Per il credito che accordate a Sparta, per il senso d'onore che le attribuite e che dovrebbe spingerla a proteggervi, ci felicitiamo per il vostro inesperto candore, ma non invidiamo in voi l'incoscienza! Negli Spartani, quand'è scopertamente in gioco il proprio destino o le tradizioni del loro stato, fervono gli spiriti più nobili. Ma la discussione sul loro modo di trattare con le altre genti riuscirebbe prolissa: ebbene, stringendola in giudizio conciso si verificherebbe al più alto grado di chiarezza, tra i popoli di cui abbiamo esperienza, che nei loro ideali onesto equivale a gradito e giusto a utile. Non sarà davvero una disposizione spirituale come quella descritta a favorire la vostra irrazionale fiducia di salvezza."

106. Meli: "Ma è proprio un'obiezione così concepita a metter ali a questa nostra fiducia. Melo è una colonia di Sparta. Sarà la sua opportunità politica a distoglierla dall'idea di tradirci: per non apparire infida a quanti tra i Greci favoreggiano la sua causa, e far così un dono prezioso ai nemici."

107. Ateniesi: "Ne siete certi? Allora ignorate che, in politica, l'utile va d'accordo con la sicurezza dello stato, mentre a praticare il giusto e l'onesto ci si espone a pesanti rischi. Non sono da Spartani queste prodezze: non è la loro natura."

108. Meli: "Però noi pensiamo che, in nostro favore, Sparta sarà più portata a imboccare questa strada rischiosa e valuterà, in fondo, meno pericolosi i suoi passi in questo scacchiere che in altri: siamo prossimi, come teatro d'operazioni, al Peloponneso e, per concezioni politiche, la comunanza di stirpe ci rende più degni di fiducia degli estranei."

109. Ateniesi: "Non ci si può illudere che per chi entra spalla a spalla in un conflitto, la sicurezza assuma il volto dell'affinità politica con chi ne ha invocato l'intervento: deve piuttosto spiccare, in questo o quel settore, un vantaggio bellico ben definito, dal lato di chi ricorre all'alleanza. E Sparta è più scrupolosa delle altre potenze su questo punto (diffida perfino dei propri mezzi e si accinge a una azione d'offesa solo se intorno a lei si assiepa un quadrato ben agguerrito di reparti amici). Sicché non è nemmeno logico aspettarsi che tentino una traversata: verso un'isola poi, quando noi dominiamo i mari!"

110. Meli: "Potrebbe affidare ad altri l'incarico della nostra difesa. Il mare di Creta è ampio. I dominatori del mare saranno tenuti in scacco se vorranno agguantare una squadra: e mille sentieri di salvezza si apriranno a chi vorrà eludere il blocco. Se anche questa prova cadesse, potrebbero offendere il vostro paese e il resto della vostra lega: quegli alleati cui la spada di Brasida non giunse. Così dovrete battervi più per la vostra terra e per quella degli alleati, che per un possesso straniero."

111. Ateniesi: "Quand'anche quest'ipotesi s'avverasse, non ci coglierebbe sprovvisti d'esperienza, e anche a voi dovrebbe già esser noto che gli Ateniesi non indietreggiarono mai da un assedio per paura d'altri. Ma ormai ci siamo convinti: benché si sia qui asserito che il dibattito doveva avere il suo centro nel problema della vostra salvezza non avete voluto, in questi preliminari non brevi, pronunziare una parola sola cui ci si possa umanamente affidare per concepire un piano sicuro di salvezza. I vostri temi ricorrenti e più solidi sono speranze, fantasie campate nel futuro: e le concrete difese con cui vi proponete di sbarrare il passo al congegno bellico che già preme alle vostre porte paiono troppo fragili per garantirvi scampo. E vi renderete colpevoli di una più sinistra follia, se dopo averci congedati non stillerete dalle vostre menti qualche risoluzione più avveduta. Non vi appellerete, speriamo, al sentimento dell'onore: causa prima di tanta rovina tra gli stati, tra i funesti e minacciosi bagliori di un abisso che può inghiottire un popolo e seppellirlo in un silenzio avvilente. Già più d'uno, con gli occhi ben aperti sul destino cui volava incontro, fu trascinato fatalmente dall'istinto noto tra gli uomini con nome di onore: potere malefico di un nome! Domati da una parola, costoro s'abbattono di schianto su pene irrimediabili, spontaneamente scelte e desiderate, attingendo un'umiliazione più vile, perché prodotta dalla propria follia, non da una percossa della fortuna. State in guardia, se vi sorregge la ragione, da questa rovina: non sentitevi schiaffeggiati se la città più potente di Grecia vi costringe a cedere, con offerte equanimi. Non è per voi una infamia entrare nella sua lega, serbando la vostra terra a prezzo di un tributo. Vi si consente di scegliere tra la sicurezza e la lotta: non appigliatevi al partito peggiore. Poiché è destinato sempre a felici successi chi non si flette di Eronte agli uguali, mentre intrattiene con i più forti rapporti di prudente fermezza e di severità moderata con gli inferiori. Dibattete fra voi, anche quando noi delegati saremo lontani, questi punti e tornate spesso su questa riflessione: la scelta coinvolge la patria. È una la patria: e a una parola sola, decisiva, sta sospeso il suo destino, di vita o di morte."

112. A tal punto gli Ateniesi troncarono il negoziato e si ritirarono. I Meli rimasero con se stessi: e ostinati in quei medesimi principi che avevano espresso in sede di dibattito, emisero il seguente comunicato: "La nostra decisione non è mutata, cittadini d'Atene, non strapperemo a una città viva ormai da ottocent'anni, con una parola che dura un attimo, la sua libertà. Pieni di fede nella fortuna che sotto il governo degli dei l'ha per tanti secoli salvaguardata, tenteremo con le nostre forze e aspettando l'aiuto spartano, di salvare la città. Ci offriamo neutrali alla vostra amicizia, e vi proponiamo di allontanarvi dal nostro suolo dopo aver sancito quei patti che ad ambedue promettano e garantiscano un profitto.".

113. Fu tutto qui il responso dei Meli. Gli Ateniesi sospendendo definitivamente a questo punto i negoziati, replicarono: "A giudicare da questa risposta, frutto di una risoluzione meditata, si potrebbe dire che tra gli uomini voi siete gli unici a valutare il patrimonio del futuro più solido di quello del presente. Per il desiderio che vibra in voi scorgete una realtà concreta laddove è l'invisibile. E per esservi dati, anima e corpo, agli Spartani, alla sorte, alle speranze con la più incondizionata fiducia, crollerete nel più sanguinoso disastro."

114. I delegati ateniesi tornarono al proprio campo. Gli strateghi, poiché i Meli opponevano un così netto rifiuto, si dedicarono a preparare l'azione e distribuiti tra i reparti, città per città, i vari compiti, si pose mano al blocco dei Meli con un baluardo. Più tardi, lasciata una guarnigione di milizie cittadine ed alleate, gli Ateniesi ritirarono per terra e per mare il nerbo dell'esercito. Il presidio distaccato in quella località guardava il bastione.

115. In quell'epoca, anche gli Argivi dilagarono nel territorio di Fliunte, ma vittima di un agguato di truppe fliasie e di propri cittadini profughi lasciarono sul terreno circa ottanta uomini. Da Pilo gli Ateniesi rapinarono agli Spartani una ricca messe di prede. Per rappresaglia gli Spartani, benché anche in quest'occasione non denunciassero i patti per aprire il conflitto, proclamarono un bando che garantiva impunità a chiunque fosse disposto tra loro a taglieggiare gli Ateniesi. Per vertenze marginali i Corinzi scesero in campo contro Atene: ma su gli altri stati del Peloponneso regnava la pace. Anche i Meli tentarono un colpo di mano sul muro ateniese che li bloccava: di notte, dal lato della piazza. Uccisero alcune sentinelle, e importati viveri e oggetti di generale utilità, quanti più poterono, si asserragliarono e stettero immobili. Da allora gli Ateniesi strinsero e rinsaldarono le maglie della loro vigilanza. E l'estate finiva.

116. Nel seguente inverno gli Spartani, che avevano in proposito di invadere l'Argolide, rimpatriarono poiché alla frontiera i loro sacrifici non erano riusciti propizi. Il disegno spartano fece balenare in Argo il sospetto che certi personaggi in città non ne fossero proprio all'oscuro: sicché parte furono arrestati, mentre altri sparirono. Proprio a quell'epoca i Meli attaccarono, in un altro punto, per la seconda volta, lo sbarramento ateniese, dove le scolte erano al minimo. Aggiuntosi più tardi un nuovo esercito da Atene, per porre riparo al moltiplicarsi di simili tentativi, al comando di Filocrate figlio di Demeo, l'assedio fu stretto con più ferreo vigore. Inoltre in seno ai Meli ci fu un tradimento: ed essi si videro obbligati alla resa senza condizioni. Gli Ateniesi passarono per le armi tutti i Meli adulti che caddero in loro potere, e misero in vendita come schiavi i piccoli e le donne. Si stabilirono essi stessi in quella località, provvedendo più tardi all'invio di cinquecento coloni.