1. Nell'estate seguente la tregua di un anno era scaduta, dopo essersi prodotta fino ai giochi Pitici. Nel periodo di armistizio gli Ateniesi espulsero dall'isola di Delo gli abitanti, ritenendo che i Deli fossero stati riconsacrati al dio ancora impuri per un antico crimine, convinti, inoltre, che questo particolare fosse indispensabile alla perfezione del rito purificatore che gli Ateniesi celebrarono quando, come ho sopra annotato, certi di assolvere un proprio dovere religioso, tolsero dall'isola le sepolture dei morti. Il centro di Atramittio in Asia offerto da Farnace agli isolani divenne la loro nuova sede: e a seconda delle preferenze di ognuno vi si stabilirono.
2. Allo spirare del patto, Cleone indusse gli Ateniesi a consegnargli una flotta per una missione di guerra sulle coste della Tracia. Così prese il mare, forte di milledue cento opliti, trecento cavalieri, un contingente ancor più nutrito di alleati e una squadra di trenta navi. Si ancorò in anzitutto a Scione, ancora stretta dall'assedio. Fuse alla sua armata alcuni reparti oplitici tolti da quel presidio e puntò con le triremi sul porto di Cofo, a breve distanza dalla città dei Toronei. Già in posizione, apprese dai disertori che Brasida si era allontanato da quella piazza e che le milizie preposte alla sua difesa non erano in grado di resistere: mosse quindi l'esercito di terra ad assalire le mura e fornì istruzioni a dieci navi della flotta di compiere il giro e. penetrare in quel porto. Primo ostacolo alla sua marcia si erse la cerchia esterna di mura, con cui Brasida aveva cinto la città intendendo rinchiudervi a difesa anche il sobborgo: sicché atterrando un'ala delle mura antiche, s'era determinata una nuova, unica area urbana.
3. Corsi a presidiare il baluardo, il comandante spartano Pasitelida e la guarnigione di cui disponeva riuscirono a stroncare le offensive ateniesi. Ma in più punti la resistenza esposta agli urti cominciava a scricchiolare, mentre le triremi inviate da Cleone stavano per concludere nel porto il loro tragitto. Sicché Pasitelida, intuendo il rischio di una manovra rapida delle navi, che gli strappassero con una tempestiva azione la città sguarnita e conscio che se per deva il bastione avrebbe potuto restare sorpreso tra due schieramenti nemici, sloggiando dalla sua posizione si di resse a precipizio alla città. Ma le truppe da sbarco ateniesi lo anticipano, occupando Torone. La fanteria è di volo alle calcagna dei fuggiaschi, si caccia nel varco delle mura vecchie, dilaga in città. Peloponnesi e Toronei, in buon numero, restando sul terreno dopo la mischia; altri, fra cui il comandante Pasitelida, cadono prigionieri. Brasida era in marcia per rafforzare la difesa di Torone, ma informato per via che la città era perduta ritirò le proprie forze: da quel punto correva un tratto di quaranta stadi al massimo per piombare in tempo sull'obiettivo. Cleone, con gli Ateniesi, fece erigere due trofei, uno dal lato del porto, l'altro di fronte al bastione. Le donne e i fanciulli di Torone furono venduti schiavi, gli uomini della città, i Peloponnesi e qual che altro Calcidese coinvolto nell'incidente, in tutto settecento persone circa, subirono la deportazione ad Atene. Fra questi il gruppo dei Peloponnesi rimpatriò, più tardi, quando si allacciarono nuovi accordi. Con uno scambio di prigionieri, uomo contro uomo, il resto fu riscattato dagli Olinti. Inoltre in quel tempo i Beoti conquistarono col tradimento Panatto, una piazzaforte ateniese di frontiera. Frattanto Cleone, dislocato un presidio a Torone sciolse le vele e, doppiando il promontorio dell'Atos, si mise in rotta per Anfipoli.
4. Feace figlio di Erasistrato, ricevuto dagli Ateniesi l'incarico d'una missione ufficiale con due colleghi, salpò alla volta dell'Italia e della Sicilia: s'era circa a quell'epoca stessa dell'anno. Era accaduto questo: i Leontini, alla partenza degli Ateniesi dalla Sicilia, in forza dell'accordo tra loro stilato avevano iscritto nelle proprie liste molti cittadini nuovi e il partito popolare aveva in progetto una ridistribuzione dei poderi. Le autorità oligarchiche percepirono questo fermento: quindi invitarono i Siracusani e, al loro fianco, espulsero la parte democratica i cui membri si sbandarono, ciascuno per conto proprio. Gli aristocratici concluso un patto con i Siracusani, abbandonarono la città, ormai vuota, e si stabilirono, con tutti i diritti di cittadinanza, a Siracusa. Più tardi, una parte di essi che non si trovava a suo agio si insediò in un quartiere della loro primitiva città denominato Focea, e a Bricinnia, che è una fortezza nel territorio di Leontini. Allora il numero più forte di profughi democratici si aggregò a loro e attestatisi saldamente nelle due piazzeforti, vibrarono puntate offensive ai danni di Siracusa. A queste novità gli Ateniesi avevano disposto l'ambasceria di Feace al fine di indurre i loro alleati di laggiù e, se riuscivano, anche le altre genti di Sicilia a prendere le armi contro Siracusa: a ridurre nel giusto la prepotenza siracusana, un po' troppo ardita, a loro avviso, e a conservare in vita il partito popolare di Leontini. Appena sul posto Feace persuase quelli di Camarina e di Agrigento, ma a Gela la sua missione s'incagliò tra i contrasti ed egli rinunciò a proseguirla, intuendo che nessuno l'avrebbe più ascoltato. Attraversando le terre dei Siculi si riaffacciò a Catania. Ma non oltrepassò nel viaggio Bricinnia senza presentarsi in visita, a rincuorare gli occupanti. Indi s'imbarcò per Atene.
5. Nel suo percorso di andata e di ritorno in patria dalla Sicilia, Feace toccò anche alcuni centri dell'Italia, trafficando per indurli a stringere relazioni ed intese con Atene. Ebbe un incontro anche con i coloni locresi un tempo abita tori di Messene, ora profughi. Costoro erano stati inviati a creare una colonia, poiché dopo che tra i Siciliani s'era stabilito quel generale accordo di pace, a Messene, ancora preda di tumulti civili, uno dei due partiti aveva rivolto ai Locri un appello, e per qualche tempo Messene subì il pugno dei Locri. Proprio con questi s'imbatté Feace, mentre rientravano in patria: incontro cordiale, poiché i cittadini di Locri gli avevano affermato la propria ottima disposizione a un dialogo con Atene. Quando lo scacchiere della Sicilia aveva assunto il suo nuovo, pacificato volto politico unici della lega costoro non avevano firmato l'intesa con Atene. Neppure ora si sarebbero indotti, se non si fossero trovati insabbiati in un conflitto contro gli Ipponi e i Medmei, loro confinanti e coloni. Poco tempo dopo Feace fece ritorno ad Atene.
6. Cleone intanto che, come s'è visto, staccatosi da Torone s'era avviato doppiando l'Atos con la flotta ad Anfipoli, scelta Eione come base e presovi piede aggredì Stagiro, una colonia degli Andri. Ma fallì il colpo. Allora prese di forza Galepso, colonia dei Tasi. Quindi sollecitò Perdicca con un'ambasceria a far onore al suo impegno d'alleanza con la spedizione di un esercito; altri suoi agenti raggiunsero in Tracia Polle sovrano degli Odomanti, con il compito di riportarne il numero più forte possibile di mercenari traci. Per conto suo Cleone attendeva ad Eione, senza tentare mosse. Queste notizie suggerirono a Brasida di appostarsi anch'egli con le proprie forze sul Cerdilio, di fronte al nemico. È questa una località del territorio argilio a cavallo di un'altura, oltre il fiume e a breve tratto dalla città di Anfipoli. Da quel punto la vista spaziava aperta sulla valle sottostante: sicché nessuno spostamento di Cleone con le sue truppe avrebbe potuto sfuggire alla vigilanza di Brasida. E proprio questo passo Brasida si aspettava dall'avversario, che si addentrasse verso il suo obiettivo, Anfipoli, con le sole truppe di cui disponeva, mostrando di ridersi delle forze nemiche. Frattanto egli si rafforzava mobilitando millecinquecento mercenari traci e i soldati di Edone in massa, peltasti e cavalieri; aveva inoltre al seguito mille peltasti mircini e calcidesi, oltre alle milizie di Anfipoli. Il concentramento delle sue forze oplitiche toccava il numero di circa duemila con uomini e la cavalleria greca di trecento. Quando Brasida aveva preso posizione sul Cerdilio, recava con sé millecinquecento combattenti di quest'armata: il resto era già schierato in Anfipoli, agli ordini di Clearida.
7. Cleone si tenne fermo per qualche ora, ma poi di necessità si risolse a manovrare come Brasida s'attendeva. L'inattività spiaceva alle truppe, tra cui si cominciavano a sibilare malignità sulla tempra del proprio comandante: e sorgeva naturale alle labbra il confronto tra la perizia e l'ardimento che rifulgevano nel campo avverso e la goffa, imbelle replica che dal proprio vi si opponeva; e il ricordo di quanto fosse ripugnante uscire da Atene per mettersi agli ordini di costui. Il rumore giunse anche alle orecchie di Cleone, che volendo dissipare la noia accumulata nei suoi uomini per la lunga sosta nel medesimo punto tolse il campo e ordinò l'avanzata. Impiegò la tattica che gli aveva garantito un successo felice a Pilo, infondendogli fiducia nei suoi lumi di stratega. Saliva in direzione della città ma si diceva certo che nessuno sarebbe uscito in armi a contendergli il campo. Si trattava piuttosto di una ricognizione dei luoghi, per ingannare l'attesa di rinforzi più potenti: non in vista di inchiodare e schiacciare senza rischi il nemico, se fosse stato costretto a impegnarsi in un combattimento, ma per cingere la città e stroncarne a viva forza le difese. Giunto sul terreno fermò l'esercito su un rilievo fortificato di fronte ad Anfipoli e Cleone in persona si spinse a perlustrare come lo Strimone impaludava le zone prossime ad Anfipoli e come si presentasse la situazione della città verso la Tracia. Pensava che la ritirata gli fosse sempre aperta, a suo talento, senz'obbligo di battersi. Poiché nessuno si faceva vivo sugli spalti, né si notavano indizi di reazione alle porte, tutte sbarrate. Sicché ormai gli pareva una mossa falsa l'essersi fatto sotto senza la scorta degli ordigni d'assedio: osservava la città disarmata rammaricandosi che, in pochi colpi, avrebbe potuto esser sua.
8. Quando Brasida avvistò in moto le colonne ateniesi, calando anche egli dal Cerdilio si rinchiuse in Anfipoli. Preferì non irrompere all'esterno contro le schiere nemiche e neppure dispose in ordine il proprio esercito a fronteggiarli. La sua potenza d'urto non gli offriva un affidamento pieno: giudicava inferiori i propri effettivi, non per massa numerica (c'era equilibrio da questo lato), ma per qualità e prestigio, poiché nell'organico ateniese militavano truppe speciali, e al loro fianco il nerbo scelto dei Lemni e degli Imbri. Si accingeva quindi a predisporre l'attacco sul terreno dell'astuzia tattica. Se infatti avesse consentito al nemico il tempo di calcolare la potenza numerica della sua gente e di passare in rassegna il suo armamento ridotto all'essenziale, riteneva assai più arduo spuntarla che se gli Ateniesi non li avessero scorti a tempo, concependo un disprezzo non infondato per l'entità reale delle sue forze. Si pose quindi personalmente alla testa, dopo averli selezionati, di centocinquanta opliti e consegnò gli altri a Clearida. Il suo piano prevedeva un attacco a sorpresa contro le linee ateniesi, prima che iniziassero la ritirata, considerando che era quella l'ultima occasione di coglierli isolati: poiché di li a poco sarebbero comparsi i loro rinforzi. Raccolse presso di sé tutti i soldati e intendendo non solo esortarli, ma istruirli sul proprio piano d'azione, pronunciò, in sostanza, queste parole:
9. "Uomini del Peloponneso, quale sia la terra da cui siamo usciti, perennemente libera per lo spirito fiero del suo popolo; del fatto che voi, gente dorica, affilate l'armi contro Ioni, cui natura e civiltà vi gridano d'imporvi, basti memoria brevissima ad illustrare. Ho in mente il progetto d'assalto. Eccolo: a soffocare sul nascere in chiunque lo scoramento, al pensiero che, forse, accingendoci alla lotta in pochi (una frazione della nostra potenza) ci offriremo più vulnerabili alla percossa ostile. Ho buon motivo d'immaginare che il nemico scali l'altura facendosi beffe di noi e scartando spavaldo l'ipotesi di una nostra sortita in campo: e certamente ha rotto le file ed è disperso in abbandono a perlustrare. Chi sa meglio indovinare simili passi falsi nell'armata avversaria, e dosando con cautela lo sforzo scaglia i suoi uomini alla mischia, non da terreno aperto, non da una schiera allineata in bell'ordine, ma cogliendo l'istante utile, è destinato al trionfo. E queste specie d'astuzie, concepite a intrappolare meglio il nemico per sostenere al massimo la propria causa, è fonte viva della fama più illustre. Finché dunque muovono in fiduciosa scioltezza e, a giudicare dall'apparenza mentre hanno più in animo di ritirarsi che di prender posizione, in quel loro attimo di spensierato smarrimento, prima che lo spirito si tenda chiamando a raccolta i suoi pensieri, io con i miei piomberò di volo, se mi riesce, sul loro centro. Quanto a te, Clearida, attendi quando m'avrai scorto nel vivo, che semino il terrore, fa' aprire ai tuoi d'Anfipoli e agli altri alleati le porte. Poi è affar tuo di gettarti fuori e d'entrare quanto prima in azione. È la tattica che garantisce il più sicuro effetto di sgomento sul nemico: un'incalzante ondata di assalitori sconcerta l'avversario più di quella con cui già si batte corpo a corpo. Tu Clearida sei Spartano: va' e combatti da prode. Sta a voi, alleati, seguirlo da valorosi. Riflettete ai tre fattori principi della vittoria: energia morale, sentimento d'onore, obbedienza ai capi. Questa giornata al suo tramonto vi vedrà liberi per il vostro ardire e degni alleati di Sparta, o sudditi d'Atene: e sarà già successo grande se scamperete alla schiavitù o alla morte. Vi premerà un giogo più greve dell'usato e intralcerete al mondo greco il cammino alla liberazione. Siate risoluti: vedete per quali valori si combatte. E io mostrerò di non esser solo valente ad incitare gli altri, ma anche a guidare un assalto, con le armi in pugno."
10. E Brasida chiuse qui il suo discorso. Quindi si accinse alla sortita appostando il resto delle truppe, al comando di Clearida, presso le porte chiamate di Tracia, pronte a scagliarsi all'aperto secondo le istruzioni impartite. Ma la discesa di Brasida lungo la china del Cerdilio era stata notata; poi in città - che dall'esterno si apre libera da ogni parte agli sguardi - s'era osservato il suo sacrificio dinanzi al santuario di Atena e lo zelo con cui preparava l'azione. Novità che raggiunsero subito Cleone allontanandosi proprio in quel frangente per effettuare la progettata ricognizione: e gli riferirono in particolare che si scorgeva distintamente concentrata in città la forza nemica al completo e che di sotto le porte, certo indizio di una sortita orma imminente, s'era intravisto il trepestio di molti zoccoli di cavalli e di piedi umani. Cleone udì il rapporto: e corse a sincerarsi con i propri occhi. Gli ripugnava l'idea di lanciare la sfida in campo aperto, prima di poter contare sulle truppe di rinforzo: d'altra parte era sicuro di aver sempre il tempo di allontanarsi. Quindi fece suonare a tutti i reparti il segnale di ritirata, diramando intanto l'ordine agli scaglioni, via via che sgomberavano, di convergere gradualmente sull'ala sinistra, verso la strada di Eione: che era la sola manovra eseguibile. Eppure gli parve che riuscisse troppo lenta: e di persona diresse la conversione dell'ala destra, offrendo al tiro nemico il fianco scoperto, e incominciò a ritirare l'armata. Brasida all'erta coglie di volo l'attimo felice: spiando in moto le file ateniesi urla a chi lo circonda e agli altri: "Costoro non ci aspettano: vedete le teste e le punte di lancia, come oscillano? È chiaro: chi marcia a quel modo non è in regola per ricacciare un assalto. Si esegua l'ordine, via! Forza con quella porta! Animo, addosso al nemico, con tutto il fiato che abbiamo!" È il primo a cacciarsi fuori dalla porta che dà sulla palizzata e dalla prima porta della lunga cerchia, che a quel tempo s'ergeva ancora. E divora a tutta velocità la strada dritta, dove oggi in direzione del settore più fortificato dell'altura torreggia ancora un trofeo. Vibra l'urto al cuore delle schiere avversarie, tra gli Ateniesi agghiacciati per la propria indisciplina e sgomenti di fronte alla sua audacia: in pochi colpi è la rotta. Simultaneo l'attacco di Clearida che esegue l'ordine riversandosi con le sue truppe dalla porta di Tracia. Fulminati dalla sorpresa, sconvolti dall'urgenza di ordinarsi per resistere, tra gli Ateniesi in tempesta da due lati si determinò lo sconcerto. Il loro fianco sinistro, che in cammino verso Eione si era già avanzato alquanto, perse violentemente contatto e si sciolse fuggendo. E Brasida, scardinata la difesa di quell'ala, si volge ad offendere quella destra: ma cade ferito. Nessuno, tra gli Ateniesi, si avvede del colpo: i suoi fanno quadrato e depostolo sulle spalle lo portano lontano dagli scontri. Il contrasto del fianco destro ateniese dura più vivo, mentre Cleone se la batte senza indugio (già dall'inizio meditava di cedere): ma colto da un peltasta mircinio s'abbatte ucciso. Gli opliti che s'erano riordinati e tenevano la sommità del colle, infransero due o tre assalti di Clarida e non disarmarono prima che la cavalleria mircinia e calcidica, con il concorso dei peltasti che, in cerchio, li bersagliavano di giavellotti, riuscisse a scalzarli dalla posizione. Ormai l'intera compagine dell'armata ateniese si sfaldava in una rotta sanguinosa, guadagnando in disordine i monti per mille sentieri: quanti non giacquero in campo o trafitti dai cavalieri calcidici e dai peltasti, i pochi vivi, ripararono ad Eione. Frattanto gli Spartani levavano Brasida dalla mischia e a braccia lo deponevano al sicuro entro la cerchia di Anfipoli: respirava appena. Apprese che i suoi trionfavano. Poco dopo morì. Gli altri reparti, rientrando dall'inseguimento al comando di Clearida con le spoglie tolte ai cadaveri eressero un trofeo.
11. Spento il fragore della battaglia, in folla gli alleati, indossando le armi, accompagnarono la spoglia di Brasida e con rito solenne lo seppellirono in città, all'entrata di quella che oggi è la piazza centrale. Da quel tempo i cittadini di Anfipoli, che ne hanno protetto il sepolcro con un recinto, gli votavano sacrifici, come a un Eroe; e ne celebrano la memoria ogni anno con giochi e vittime. Lo designarono inoltre fondatore della colonia, atterrando gli edifici eretti da Agnone e cancellando in città ogni traccia che potesse, in futuro, suggerire il ricordo di quella fondazione antica. Riconobbero in Brasida il loro autentico salvatore, tesi dall'ansia di una rappresaglia ateniese e inclini, in quel momento particolare, a coltivare con ossequio l'alleanza spartana. In quanto agli onori tributati ad Agnone si riteneva che l'ostilità con Atene li avesse ormai spogliati di quel significato politico che a loro tornava di vantaggio e che doveva, per Agnone stesso, essere di letizia. Restituirono agli Ateniesi le salme: le vittime ateniesi furono seicento; in campo avverso sette. Poiché lo scontro non si sviluppò con le truppe bene ordinate in linea: piuttosto con un succedersi avventuroso di circostanze come s'è notato, e di espedienti tattici impiegati con l'intento di diffondere il panico, prima dell'urto effettivo. Dopo il pietoso ufficio sui cadaveri, gli Ateniesi ripreso il mare verso la patria: gli altri, invece, provvidero sotto la direzione di Clearida a riordinare l'apparato amministrativo e politico di Anfipoli.
12. Correva all'incirca quel tempo, quando sul declinare dell'estate gli spartani Ranfia, Autocaride ed Epicidide face vano passare sulla costa tracia un contingente di novecento opliti, a rinforzo: giunti a Eraclea di Trachinia riassestavano ogni particolare, politico o bellico, che a loro paresse fuori squadra. Mentre si trattenevano in quei luoghi, si svolse la battaglia sopra descritta. E l'estate spirava.
13. Già sul cominciare dell'inverno seguente Ranfia e i suoi trascorsero la Tessaglia fino al monte Pierio, ma in seguito, osteggiati dai Tessali (Brasida, inoltre, cui conducevano l'esercito era già caduto) rimpatriarono. A loro giudizio, inoltrarsi in quei territori diveniva inutile: dopo la disfatta gli Ateniesi erano scomparsi. Inoltre giudicavano insufficienti le proprie forze a perseguire anche uno soltanto dei piani elaborati da Brasida. Ma si decisero al rientro principalmente perché avevano percepito nell'aria, uscendo da Sparta, un'inclinazione spiccata per la pace.
14. Risultò così che appena conclusa la campagna di Anfipoli e dopo il rientro dalla Tessaglia di Ranfia, le due parti si astennero da qualsiasi atto d'offesa, proclivi piuttosto alla pace. Gli Ateniesi, duramente disfatti a Delio e, in breve giro di tempo, di nuovo ad Anfipoli, percepivano incrinature sinistre in quella coscienza della propria forza che, un tempo solida, li aveva colmati di sdegno alle offerte di pace quando, per i successi splendidi di quell'ora, fidavano di riuscire dominatori dallo scontro. Intanto si approfondiva ad Atene l'inquietudine che il vento della rivolta spirasse più diffuso e vivo dai paesi della lega, eccitati, vibranti all'eco delle sconfitte ateniesi. E costoro si dolevano di non aver voluto allacciare i preliminari dopo l'incidente di Pilo, in una fase di così netto vantaggio. Sull'altra sponda gli Spartani miravano con dolente stupore gli infiniti strascichi del conflitto: essi che nell'arco di brevi anni speravano di atterrare dalle radici la potenza ateniese, desolandone i poderi. Ora, inginocchiati alla sferza di una sciagura, quella di Sfacteria, quale mai prima Sparta aveva saggiato; mentre la loro terra era esposta alle offese dei corsari annidati a Pilo e a Citera; mentre gli Iloti disertavano e, da un'ora all'altra, la città poteva esser scossa dall'allarme che quelli rimasti entro la cinta, pieni d'animo per l'angoscia che opprimeva Sparta, si collegassero ai fuoriusciti e, spianando loro la strada, tentassero, come qualche anno prima, la ribellione. Un altro serio pensiero era l'accordo trentennale di pace con gli Argivi, che stava per scadere: una tregua che Argo non intendeva rinnovare se non le si restituiva il territorio di Cinuria: sicché si profilava la minaccia di un duplice conflitto, contro Atene e contro Argo: e Sparta sentiva che non le sarebbero bastate le forze. Da ultimo, li mordeva il sospetto, rivelatovi poi giustificato, che alcuni centri del Peloponneso meditassero di passare ad Argo.
15. Riflettendo su questi punti, parve ragionevole ad entrambi allacciare l'accordo: e fu più caldo l'impegno di Sparta, desiderosa di riavere al sicuro i suoi uomini implicati nell'episodio di Sfacteria, poiché in quel reparto militavano le personalità più alte, intime a loro tutti e pari di rango. Subito dopo la loro cattura, infatti, gli Spartani vararono trattative: ma Atene, sulle ali della fortuna, non intendeva sciogliere le ostilità a condizioni uguali. Sopravvenne però lo scacco di Delio: e con passo tempestivo gli Spartani, intuendo che gli avversari avrebbero ormai scelto una linea più morbida, proposero l'armistizio di un anno: periodo in cui dovevano svolgere trattative e incontri, diretti ad aprire più fondate e solide prospettive di pace.
16. Poi calò su Atene il disastro di Anfipoli, in cui giacquero morti Cleone e Brasida. Costoro, in campo opposti, erano le voci più fiere contro la pace. All'uno la guerra aveva tributato splendori e fortuna. Con la pace incombeva sull'altro - lo presentiva nettamente - lo spettro di una verifica più meticolosa e limpida della sua politica: le sue pratiche losche sarebbero svelate, il suo torrente abituale di calunnie scemerebbe di credulità. A quell'epoca, nelle rispettive capitali, si prodigavano per affermarsi al vertice della direzione pubblica due figure di statisti: Plistoanatte, figlio di Pausania, re degli Spartani, e Nicia figlio di Nicerato, lo stratego di massimo spicco per felice genio militare, a quel tempo. Erano gli artefici più fervidi di una politica di pace. In quanto a Nicia aspirava a serbarsi integro il frutto dei suoi successi prosperi, mentre la sconfitta non lo aveva ancora toccato e un prestigio immenso aleggiava intorno a lui: per riporre lui stesso in avvenire le armi e troncare le angosce dei concittadini. Le generazioni venture riceverebbero in riverente eredità il suo nome: una vita profusa al servizio dello Stato, tersa di errori. Riteneva più probabile l'avverarsi di questa aspirazione sotto l'impero della sicurezza, per chi è meno incline a consegnarsi agli arbitri del caso: e la pace soltanto rende sicura la vita. Su Plistoanatte grandinavano le sfuriate dei suoi avversari di parte, di cui era fonte il suo rientro dall'esilio: e quell'argomento, l'illegalità del suo rimpatrio, di cui si avvalevano come rimprovero e monito per gli Spartani, era ogni volta il primo a spuntare quando un infortunio lacerava la città. S'aggiungeva un'accusa precisa: di aver indotto con il fratello Aristocle la profetessa di Delfi a fornire più volte questo responso agli interroganti che la visitavano da Sparta: "dalla straniera terra ricondurre alla patria la prole del semidio, figlio di Zeus: se no, con aratro d'argento dovranno arare". Gli rinfacciavano quindi che la profetessa aveva spronato gli Spartani a richiamarlo. Viveva esule, sospetto di aver ritirato le truppe dall'Attica per sete d'oro in un rifugio sul monte Liceo, una casa disposta per metà sul terreno sacrato a Zeus: un accorgimento dettato dalla paura che gli Spartani gli incutevano. Il suo richiamo fu celebrato dopo diciannove anni di esilio con cori e sacrifici non meno solenni di quelli che accompagnarono, all'atto della fondazione di Sparta, l'insediamento dei primi re.
17. Logorato da questi attacchi incessanti, augurandosi che in periodo di pace nessun incidente sarebbe intervenuto a sconvolgere la città, mentre allo stesso tempo gli Spartani avrebbero riavuto i propri uomini attualmente in prigionia, credeva anch'egli di godere alla fine un po' di respiro dai suoi nemici. Se perdura la guerra le personalità più influenti sarebbero sempre state bersaglio degli strali acri dei propri rivali in ogni avversità. Sicché bramò intensamente l'accordo. Per tutto il corso dell'inverno si intavolarono i negoziati e al sorgere della primavera, per ammorbidire la intransigenza di Atene, Sparta si premunì sventolando la minaccia di un rapido allestimento bellico, diramando alla lega l'ordine di tenersi all'erta in vista di una irruzione nell'Attica per dislocarvi teste di ponte fortificate. Nei preliminari di pace, da una parte e dall'altra, volarono pretese grosse, e in gran numero: alla fine si pervenne a un accordo. Era questa la base: i belligeranti restituivano le zone occupate in guerra. Ed era la pace. Gli Ateniesi potevano conservare Nisea (quando costoro reclamarono Platea, i Tebani fecero presente che la piazza si era loro accostata in virtù di un accordo, non di una violenza, e il tradimento era estraneo a quel loro possesso: gli Ateniesi d'altra parte si erano assicurati Nisea con la stessa tattica). A questo punto gli Spartani convocarono i propri alleati e dopo il voto concordemente favorevole di tutti, esclusi i Beoti, i Corinzi, gli Elei, i Megaresi (contrari a questa linea politica), stipularono un'intesa di pace e con il vincolo solenne del giuramento i due paesi ratificarono il seguente trattato:
18. "Hanno firmato la pace, Ateniesi e Spartani e rispettivi alleati, articolandola sulle seguenti clausole, sancite, città per città, dal giuramento.
19. "Il trattato di pace entra in vigore sotto l'eforo Plistola, nel giorno quarto prima che spiri il mese di Artemisio, in Atene sotto l'arconte Alceo, nel sesto giorno prima che spiri il mese di Elafebolione. Hanno presenziato ai giuramenti e alle cerimonie di rito le personalità seguenti. In nome di Sparta: Plistoanatte, Agide, Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeussida, Antippo, Tellide, Alcinada,Empedia, Mena, Lafilo. In nome di Atene: Lampone, Istmionico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Proclo, Pitodoro, Agnone Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolchio, Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene."
20. Questo negoziato si concluse quando l'inverno finiva e si era al principio della primavera, appena celebrate le Dionisie cittadine, trascorsi precisamente dieci anni con l'aggiunta di qualche giorno dalla prima irruzione nell'Attica e dall'effettivo scoppio di questa guerra. Lo si appurerà scrutando piuttosto la vicenda delle epoche naturali dell'anno, che prestando fede agli elenchi di coloro che per aver esercitato nelle singole città poteri e onori pubblici individuano con il proprio nome le tappe del passato. Criterio cronologico non rigoroso: poiché non inquadra con precisione l'evento, non specificando se intervenne all'inizio, nel mezzo, o in quale altro punto della loro carriera. Il sistema di computo, invece, per estati e inverni, da me scelto per questa storia riconoscendo a ciascuna di queste due divisioni la durata di una metà dell'anno, consentirà di stabilire che questa prima fase del conflitto si è estesa nel tempo per dieci anni precisi e altrettanti inverni.
21. Gli Spartani (cui la sorte assegnò di aprire le restituzioni) liberarono senza esitare gli uomini detenuti presso di loro. Quindi inviarono in Tracia gli ambasciatori Iscagora, Mena, Filocarida per riferire a Clearida l'ordine di consegnare Anfipoli agli Ateniesi e agli altri di attenersi agli articoli del trattato, applicandoli città per città alle condizioni decise. Costoro però stimarono inaccettabile il patto così formulato, e lo respinsero. Anche Clearida si rifiutò di restituire la città, per rendere un servizio ai Calcidesi e poiché, a suo dire, non aveva la forza di opporsi al volere di quelle genti cedendo Anfipoli. Partì lui piuttosto, scortato da ambasciatori del luogo, per scolparsi di fronte al tribunale spartano se Iscagora e i suoi lo accusavano di insubordinazione; poi si proponeva di sincerarsi se si potessero introdurre varianti nel trattato. Ma si rese conto che l'impegno di Sparta era già giurato: sicché, ricevuto dagli Spartani l'invito a ritornare e l'ordine di rimettere, se possibile, agli Ateniesi la piazza, o almeno, di far sgomberare quanti Peloponnesi vi si trovavano, ripartì a gran carriera.
22. Gli spartani colsero l'occasione dell'assemblea ancora riunita, lì da loro, dei propri alleati, per imporre a quanti avevano sdegnato il patto un fermo invito all'osservanza della pace. Ma quelli insistettero, accampando il motivo consueto, nel loro rifiuto di sottoscrivere il negoziato, se Sparta non ne otteneva uno più equo. Di fronte a quell'ostinazione gli Spartani congedarono gli alleati e strinsero con Atene un'alleanza, stimando questa la tattica più sicura a sedare gli Argivi irrequieti (che già avevano declinato l'offerta di rinnovare il concordato, all'arrivo di Ampelida e di Lico, ambasciatori), convinti che costoro senza l'appoggio ateniese non avrebbero mai rappresentato una minaccia irreparabile. Inoltre, le altre genti del Peloponneso se ne sarebbero state per lo più, in pace (piuttosto si sarebbero accostate, se era concesso, agli ateniesi). Dunque, alla presenza dell'ambasceria ateniese, suggellati gli accordi, vararono un piano di pace e d'intesa politico militare, ratificata con giuramenti e concepita in questi termini:
23. "Su questa base di accordi Spartani e Ateniesi stipulano un'alleanza valevole cinquant'anni.
24. "Hanno ratificato giurando: in nome di Sparta: Plistoanatte, Agide, Plistola, Damageto, Chionide, Metagene, Acanto, Daito, Iscagora, Filocarida, Zeussida, Antippo, Tellide, Alcinada, Empedia, Mena, Lafilo. In nome di Atene: Lampone, Istmionico, Nicia, Lachete, Eutidemo, Proclo, Pitodoro, Agnone, Mirtilo, Trasicle, Teagene, Aristocrate, Iolchio, Timocrate, Leone, Lamaco, Demostene." Quest'alleanza s'allacciò quando dal negoziato di pace non era corso molto tempo: subito dopo gli Ateniesi restituirono a Sparta i prigionieri di Sfacteria; e si era al principio dell'estate. Correva l'undicesimo anno: e qui si conclude la descrizione della prima fase della guerra, protrattasi senza respiro per questo decennio.
25. In seguito alla ratifica del piano di pace e dell'intesa tra Spartani e Ateniesi, intervenuta dopo un decennio di lotta sotto l'eforato di Plistola a Sparta e, in Atene, mentre reggeva l'arcontato Alceo, gli stati che avevano sottoscritto quei documenti salvaguardavano la pace. Al contrario, i Corinzi con a fianco altre città del Peloponneso tentavano di agitare le acque. In un lampo insorsero nei paesi della lega spartana nuovi motivi di contestazione avverso alla capitale. Intanto, col passare degli anni, gli Spartani suscitavano in Atene una inquietudine sospettosa per certe loro mosse in contrasto con lo spirito e gli articoli del patto. Ad ogni modo si astennero da operazioni militari dirette a colpire il suolo dei loro due stati, per sei anni e dieci mesi; ma all'estero, durante questo periodo di tregua non solida, si infersero a vicenda ferite gravissime. Infine, costrette a sciogliere il patto concluso dopo dieci anni di lotta, riaccesero per la seconda volta lo stato di guerra aperta.
26. Anche la narrazione di questi avvenimenti è stata composta dallo stesso Tucidide d'Atene, seguendo l'ordine del loro reale svolgimento, uno dopo l'altro, per estati e inverni, finché gli Spartani con gli alleati a fianco umiliarono la potenza ateniese e invasero le Lunghe Mura con il Pireo. Ventisette anni di guerra erano corsi fino alla data di questo evento. Poiché stilerà un giudizio erroneo, chi non convenga sul definire guerra l'intervallo d'anni in cui prevalse la tregua. Scruti alla luce dei fatti positivi gli elementi che distinsero questo periodo dal precedente o da quello che lo seguì: e potrà riscontrare quanto sia fuor di luogo attribuire gli autentici caratteri della pace a quest'epoca di passaggio: durante la quale né si riconsegnò, né si ottenne ciò che il negoziato aveva prescritto. Oltre a questa circostanza, si notino i conflitti contro Martinea e Epidauro e le trasgressioni al patto di cui, a diverse riprese, le due potenze si resero colpevoli. Non si allentò la tensione ostile con gli alleati della Tracia e i Beoti si riducevano a formulare armistizi che spiravano entro dieci giorni. Sicché cumulando gli anni della prima fase bellica, cioè un decennio, con quelli della tregua malsicura che ne fu l'epilogo e con quelli dell'aperta lotta che poi ne nacque, si troverà, calcolando secondo le epoche naturali dell'anno, il numero già riferito, con l'aggiunta di pochi giorni: risultato che, in questa sola occasione, centrò compiutamente le attese di chi affidandosi agli oracoli l'aveva previsto. Giacché serbo un ricordo personale, d'aver sentito sempre, dallo scoppio della guerra fino al suo termine, più d'uno asserire che la sua durata doveva essere di tre volte nove anni. L'ho vissuta intera, stagione dopo stagione, maturo d'anni per indagarla e intenderla criticamente, studiandone ogni fase con riflessiva premura, con rigore assoluto di documentazione e di scienza. Mi toccarono inoltre venti anni d'esilio dalla mia patria, frutto di quella strategia ch'esercitai ad Anfipoli; mi fu così dato ti frequentare ambedue i terreni d'operazione, e a causa della mia sorte d'esule, d'esser vicino soprattutto al campo dei Peloponnesi e di documentarmi con scrupolo minuzioso su ogni piega su ogni sfumatura dei singoli episodi. Mi accingo ora a riferire i motivi di dissidio e le violazioni dell'accordo nell'intermezzo successivo ai dieci anni iniziali di guerra e le azioni belliche che ne trassero origine.
27. Dopo la ratifica del trattato cinquantennale e dell'alleanza di poco posteriore, le ambascerie del Peloponneso, che a questo scopo erano state invitate a Sparta, ad una ad una si allontanavano. Mentre gli altri rientravano alle proprie sedi, i Corinzi, compiuta prima una visita ad Argo, intavolarono negoziati con alcune autorità argive, risoluti a imporre il concetto che, poiché Sparta aveva ormai stretto obblighi di distinsione e di alleanza con Atene, cioè col nemico in passato più fiero, certo in vista dell'asservimento, non della prosperità del Peloponneso, urgeva un intervento sollecito e diretto di Argo per risollevare le fortune del paese, ormai compromesse. A tal fine, gli Argivi deliberassero col voto che qualunque città greca bene intenzionata, purché indipendente e fornita di uguaglianza e parità di diritti, poteva accostarsi ad Argo con un'intesa di tipo difensivo. Inoltre si assegnassero per questo a un comitato ristretto i pieni poteri, senza divulgare alla discussione della folla il progetto, ad evitare che, fallendo l'accordo con il popolo, i promotori di quelle nuove leghe rimanessero imprudentemente esposti. I Corinzi illustrarono i pregi del piano: il rancore contro Sparta avrebbe suggerito a molti l'adesione. Quindi, dopo aver espresso questi consigli, ripresero il cammino verso la patria.
28. Le personalità di Argo accolsero queste proposte e le trasmisero ai magistrati e al popolo, che con il proprio voto le approvarono. Crearono quindi una commissione di dodici cittadini con i quali ogni paese greco era autorizzato a trattare se desiderava l'alleanza con Argo: esclusi ovviamente Ateniesi e Spartani. Con l'una o l'altra di queste due potenze non si permetteva il negoziato senza consultare in precedenza il popolo di Argo. Agli Argivi il proposito espresso dai Corinzi parve tanto più accettabile, in quanto si percepiva ormai come Sparta affilasse le armi contro di loro (la tregua fra loro era prossima a spirare), ma soprattutto poiché si concretava la speranza di un impero argivo esteso a tutto il Peloponneso. E a coltivarla sovveniva il pensiero che Sparta, in quei pochi anni, era caduta molto in basso nella stima del mondo greco, mentre si sviliva il suo prestigio scosso dagli infortuni patiti; la potenza d'Argo, invece, salva dai sacrifici della guerra Attica, superbo frutto di una neutralità bilanciata tra le forze in urto, troneggiava dominatrice in tutti i campi. In questo spirito Argo si schiudeva alle diplomazie del cosmo greco, lieta di accogliere da chi fosse disposto un'offerta di alleanza.
29. Per la suggestione della minaccia spartana, si iscrissero primi alla lega i Mantineesi con i loro alleati. Costoro avevano piegato al proprio potere una zona dell'Arcadia; mentre vigeva ancora lo stato di guerra contro Atene. Ma ora prevedevano che gli Spartani, sciolti dall'impegno bellico, non avrebbero più tollerato questa loro signoria. Sicché ricorsero di cuore ad Argo, considerando che era una città importante, in perenne dissidio con Sparta e abitata anch'essa in regime democratico come Mantinea. Avvenuta la secessione di questo centro, anche tra gli altri sparsi nel Peloponneso circolavano voci dirette a illustrare per tutti l'urgenza di quel passo: si sussurrava tra i denti che quelli di Mantinea avevano agito in questo modo perché la sapevano più lunga degli altri e si fremeva di collera contro Sparta, tra l'altro, al ricordo di quell'articolo inserito nel piano di pace, che cioè il giuramento non vietava a Sparta e ad Atene, nei limiti di un accordo reciproco, aggiunte eventuali o restrizioni di territori. Soprattutto questa clausola rendeva inquieto il Peloponneso, e gli incuteva il sospetto che Sparta trafficasse con Atene, spinta da ambizioni dispotiche sull'intero paese. Sarebbe stato più regolare che nell'articolo la facoltà di modificare la geografia politica della Grecia riguardasse il complesso degli alleati. Sicché la maggioranza per questa apprensione si affrettava, città per città, a negoziare con Argo i preliminari di un'intesa.
30. Gli Spartani, intuendo che un'aria di tempesta spirava dal Peloponneso e rinforzava di giorno in giorno, ben sapendo che i Corinzi non solo ne erano stati gli ispiratori, ma si accingevano a far lega con Argo, spedirono un'ambasceria a Corinto, risoluti a precorrere gli eventi. Rinfacciarono d'aver ordito quella trama, facendo notare l'illegalità delle loro scelte, se staccandosi da Sparta si allacciavano ad Argo. Erano corsi giuramenti tra Corinto e Sparta, e quella iniziativa li avrebbe traditi. Già la loro politica peccava gravemente sul piano dell'onestà rifiutando di sottoscrivere gli accordi con Atene, poiché s'era convenuto che l'assemblea plenaria della lega fosse arbitra della futura condotta comune con i più ampi poteri di decisione. Sempre che da parte degli Dei, o degli Eroi non si interponesse un divieto. Al cospetto degli alleati dissidenti sulla questione degli accordi con Atene (convocati con sollecito avviso a Corinto) i Corinzi ribatterono ai rappresentanti di Sparta senza rifarsi direttamente ai torti di cui erano vittime - Sparta non era riuscita ad ottenere per loro, ad esempio, la restituzione da parte ateniese di Sollio e di Anattorio, e altri interessi, a loro giudizio, erano stati lesi - preferirono porre in campo il pretesto che non se la sentivano di tradire gli alleati della Tracia: cui privatamente personaggi corinzi s'erano legati giurando, nei primi momenti della loro rivolta al fianco di Potidea, e in seguito la cittadinanza al completo. Si chiariva così il loro assunto, che il rifiuto di aderire alla convenzione ateniese non calpestava i vincoli sacri d'alleanza: poiché, impegnando in nome degli dei la propria parola con quelle genti, sarebbe stato un crimine da spergiuri tradirli. La formula non prescriveva espressamente: "sempre che da parte degli Dei o degli Eroi non si interponesse un divieto"? Orbene, a loro vedere nel proprio caso scattava proprio la riserva dell'impedimento divino. Così troncarono la questione dei giuramenti da loro stretti in passato. In quanto al l'alleanza con Argo, risposero che si sarebbero attenuti alle scelte operate in comune con i paesi amici, nel rispetto della giustizia. A questo punto gli ambasciatori spartani ripresero il cammino per la patria. I colloqui s'erano svolti alla presenza di una missione argiva, che si trovava in città: costoro suggerirono ai Corinzi di rompere gli indugi e sottoscrivere con Argo l'intesa: ma l'altra parte replicò con un invito a farsi vivi di nuovo in occasione della conferenza che, di lì a poco, si sarebbe raccolta in Corinto.
31. Sopraggiunse, subito dopo, anche un'ambasceria di Elei e stipulò innanzitutto un'alleanza con la gente di Corinto; trasferitasi di lì ad Argo strinse, alle condizioni convenute, un'intesa anche con questo stato. A quel tempo gli Elei erano in rotta con gli Spartani per l'affare di Lepreo. Molti anni prima era esploso un conflitto tra alcuni centri arcadi e i Lepreati, che ricorsero all'alleanza degli Elei con la promessa di metà del proprio territorio. Risolte le ostilità, gli Elei lasciarono da coltivare la terra a quelli di Lepreo, imponendo la quota di un talento da versare nel tesoro di Zeus ad Olimpia. Lepreo pagò fino allo scoppio di questa guerra, di cui si avvalse in seguito come pretesto per sospendere il pagamento: Elea minacciò l'uso della forza, e quelli di Lepreo si appellarono a Sparta. S'era rimessa la vertenza, quindi, al giudizio spartano: di cui però gli Elei sospettavano la neutralità. Scartando questa via per comporre il dissenso, gli Elei irruppero nei confini di Lepreo. L'incidente non impedì a Sparta di sentenziare l'indipendenza per Lepreo e di addossare il torto agli Elei, di cui si volle punire il violento disprezzo dell'arbitrato dislocando a Lepreo un presidio di opliti spartani. Gli Elei, imputando a Sparta d'aver protetto una città a loro ribelle e accampando il trattato di pace in cui si prevedeva a guerra conclusa il rientro per ciascuno nei possessi che allo scoppio delle ostilità godeva, sentendosi frodati del proprio passarono agli Argivi e, alle condizioni prescritte, stipularono anch'essi l'alleanza. Si iscrissero alla lega, seguendo subito quell'esempio, anche i Corinzi e i Calcidesi della Tracia. Per contro i Beoti e i Megaresi, pur attratti da quella causa, preferirono non compromettersi, intenti a spiare le mosse spartane e riflettendo che lo statuto democratico di Argo, sul piano dell'ideologia e dei rapporti pratici, era meno vicino al proprio regime oligarchico della costituzione aristocratica spartana..
32. Correva la stessa epoca di questa estate quando gli Ateniesi, dopo avere espugnato Scione, ne massacrarono gli adulti, ridussero schiavi i fanciulli e le donne, assegnando da sfruttare il territorio ai Plateesi. Ristabilirono i Deli nell'isola che già fu loro, perché intravidero nelle proprie disfatte militari un avvertimento, e vollero rendere, inoltre, ossequio a un comando del dio delfico. Tra Focesi e Locresi esplose un conflitto. Corinzi e Argivi, ormai alleati, comparvero a Tegea con l'intento di farla sollevare contro Sparta. La vedevano occupare un vasto spazio del Peloponneso: se la inducevano dalla loro il dominio sul Peloponneso era assicurato. Ma di fronte alla volontà precisa di Tegea di astenersi da qualunque atto offensivo ai danni di Sparta, i Corinzi, prodigatisi fino ad allora, spensero i propri sediziosi bollori e presero a considerare seriamente il rischio che nessun'altra città si accostasse più a loro. Tuttavia si presentarono ai Beoti, proponendo caldamente di farsi alleati di Corinto e di Argo e, in avvenire, di essere solidali con le due potenze. Inoltre i Corinzi pregavano i Beoti di accompagnarli ad Atene, al fine di ottenere per loro, alle stesse condizioni, la ratifica di un patto simile alla tregua bilaterale, cosiddetta dei dieci giorni, che Ateniesi e Beoti avevano stipulato a breve distanza dal trattato dei cinquant'anni; raccomandavano che, se Atene non era d'accordo, sciogliessero l'armistizio, astenendosi dal trattare in futuro con Atene senza aver in precedenza consultato Corinto. A tali richieste, i Beoti sollecitarono i Corinzi a sospendere i preliminari con Argo. Presentatisi ad Atene non trovarono soddisfazione in quanto al trattato dei dieci giorni, poiché gli Ateniesi replicarono che una convenzione con Corinto, come alleata di Sparta, era già in vigore. Ma i Beoti non si lasciarono per questo indurre a denunciare l'armistizio dei dieci giorni, sordi ai reclami e alle pretese dei Corinzi, che si facevano forti dell'accordo intercorso a questo scopo con i Beoti stessi. Tra Ateniesi e Corinzi, dunque, vigeva un armistizio non protetto da una tregua ufficialmente sancita tra i due stati.