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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Secondo - II

40. "Amiamo la bellezza, ma con limpido equilibrio coltiviamo il pensiero, ma senza languori. Investiamo l'oro in imprese attive, senza futili vanti. Non è vergogna, da noi, rivelare la propria povertà: piuttosto non saperla vincere, operando. In ogni cittadino non si distingue la cura degli affari politici da quella dei domestici e privati problemi, ed è viva in tutti la capacità di adempiere egregiamente agli incarichi pubblici, qualunque sia per natura la consueta mansione. Poiché unici al mondo non valutiamo tranquillo un individuo in quanto si astiene da quelle attività, ma superfluo. Siamo noi stessi a prendere direttamente le decisioni o almeno a ragionare come si conviene sulle circostanze politiche: non riteniamo nocivo il discutere all'agire, ma il non rendere alla luce, attraverso il dibattito, tutti i particolari possibili di un'operazione, prima di intraprenderla. Anche in questo si nota la differenza tra noi e i nemici: le nostre direttive s'ispirano all'audacia più temeraria, temperata dalla più responsabile riflessione. Dove per gli altri l'osare è incoscienza, il ponderare impaccio. Saldissimi di cuore si giudicherebbero in modo retto coloro che penetrano nitidamente e distinguono le difficoltà e i diletti della vita, ma non per questo volgono le spalle di fronte ai pericoli. Per noi la nobiltà di spirito riveste un senso opposto all'interpretazione corrente: ci procuriamo le amicizie operando, non ricevendo benefici. L'autore di un beneficio mantiene più ferma la sua amicizia, in modo da custodire, come un pegno, la gratitudine, colma di simpatia del beneficato: chi rende un favore è più tiepido, poiché comprende che il suo ricambiare non è uno spontaneo atto di benevolenza, ma un debito assoluto. E soli offriamo altrui il nostro aiuto, non ponderando l'utile che ne potremo trarre, ma spinti dalla franca fiducia nel nostro spirito libero".

41. "Dirò, in breve, che la città nostra è, nel suo complesso, una viva scuola per la Grecia. Non solo, ma in particolare mi sembra che ogni cittadino, educato alla nostra scuola, acquisti una personalità completa, agile all'esercizio degli impegni più diversi, con elegante disinvoltura. Non è questo puro splendore di parole, degno dell'occasione attuale, ma effettiva realtà. Lo mostra la potenza della nostra città, acquisto di tali metodi di vita. Unica infatti, nel nostro secolo, risulta nella prova superiore alla sua fama e sola non offre al nemico che l'assale motivo d'amaro sdegno per la bassa natura di quelli da cui è vinto e afflitto, e di disgusto ai sudditi, come se servissero una gente indegna. Non solo i contemporanei, ma più i posteri ci ammireranno, come autori di una potenza che ha lasciato profonde tracce nel mondo e ricche testimonianze. Non ci è indispensabile il canto celebrativo di un Omero o di qualunque poeta che ci diletti di lusinghe, al presente, con i suoi versi, mentre la verità s'incarica di smascherare l'esagerata lode dei fatti compiuti. Abbiamo piegato ogni mare, ogni terra a schiudere i suoi sentieri ai nostri passi impavidi, abbiamo elevato in ogni contrada i monumenti magnifici, perenni, delle nostre disfatte e dei nostri trionfi. Per tale città caddero lottando questi morti, nobilmente saldi a non lasciarsela rapire: è doveroso che ognuno dei vivi sia pronto per lei a soffrire lo stesso sacrificio".

42. "Per questo ho intessuto il mio discorso a magnificare la città, non solo per spiegare che nella nostra lotta difendiamo un valore diverso da quelli che nulla possiedono di tanto prezioso, ma anche perché il mio elogio di questi prodi rifulga su salde basi. Elogio di cui ho già esposto la parte maggiore. I pregi, solennemente celebrati d'Atene, sono opera di quei valorosi e d'uomini simili. Non sono molti in Grecia, le cui imprese siano pari alla fama: come accadde per questi. E mi pare che un simile genere di morte, quella che si offre ora ai nostri sguardi, riveli appieno il valore di un uomo: ne costituisce il primo segno e insieme la testimonianza estrema. Poiché è giusto porre in rilievo il coraggio dimostrato da costoro che, pur manchevoli, umanamente, in qualche aspetto, lottarono contro il nemico, difendendo la patria: con un gesto intrepido cancellarono le ombre che offuscavano la loro vita e il loro pubblico merito è più profondo delle irregolarità privatamente commesse. Nessuno tra essi preferì godere oltre dei suoi averi o si lasciò sedurre dalla speranza di potere un giorno, fattosi ricco, sfuggire la povertà: nessuno fu vile per questo, né arretrò davanti al rischio estremo. Più li attrasse la vendetta sull'avversario e il pensiero che il proprio era il più nobile cimento: e vollero in esso punire il nemico e aspirare insieme a quei beni. Confidarono alla speranza l'incertezza della vittoria, ma nel vivo dell'azione, di fronte a una realtà ormai tangibile, preferirono contare unicamente su se stessi. Ritennero miglior destino combattere e morire che ripiegare e salvarsi. Sfuggirono l'onta della viltà, ressero a prezzo della vita lo sforzo e nell'attimo folgorante che corona il destino, al culmine di un lucido eroismo, più che d'uno smarrito sgomento, trapassarono.

43. "Così furono degni d'Atene: voi, continuate pure la vita nell'augurio fidente di non esporla a così mortali pericoli, ma risoluti a non opporvi al nemico con più tiepido ardimento. Vantaggiosa condotta: ma che non divenga puro oggetto d'intellettuale riflessione, accesa in voi da chi potrebbe a lungo magnificarvela, esaltando la nobile necessità di difendervi, senza che voi imparaste qualcosa di nuovo. Più dovete esplorare con occhi d'amanti il crescere in concreta potenza, giorno dopo giorno, della nostra città, e ardere di lei. E quando vi sarete convinti della sua grandezza, considerare in voi che ne furono autori uomini audaci, pronti d'intelletto nelle necessità della vita, onesti, che se a volte fallirono nei loro progetti, mai almeno furono disposti a defraudare la patria del proprio valore, porgendolo a lei come il più ricco tributo. Poiché la comune salvezza richiese loro la vita: ma ciascuno d'essi n'ebbe in prezzo gloria eterna e il più insigne sepolcro non questo in cui posano, ma l'immortale memoria del mondo, in cui sopravvive e brilla, sempre risorgendo in ogni occasione di parola e d'opera, la loro fama. L'intera terra è sepolcro agli uomini illustri, ed il ricordo aleggia non solo sulle iscritte lastre tombali, in patria, ma anche in stranieri paesi la memoria non scritta dello spirito ne è più salda custode, in ogni uomo, di un monumento. Prendeteli a modello: considerate che la felicità è essere liberi, che la libertà è l'impavido coraggio. Non volgete atterriti lo sguardo ai sacrifici della guerra. Una vita desolata e vile, senza speranza d'elevazione, non può offrire, a chi la conduce, motivo d'esporla a rischi mortali; ben ne hanno, invece, coloro cui il futuro può ancora riservare un mutamento di condizione e cui la sconfitta procurerebbe un destino tormentosamente diverso dall'attuale. Poiché è più dolente amarezza, almeno per un uomo che possieda spirito fiero, piegarsi umile all'accettazione di una squallida sorte che accogliere, nell'espressione virile della propria forza e nella luce di una speranza comune, l'indistinto, leggero passaggio della morte.

44. "Perciò non mi soffermo al compianto di voi, padri qui riuniti di questi caduti: piuttosto vi conforterò. Sapete tutti che l'esistenza è intessuta di varie sciagure. La preferibile fortuna per gli uomini è, come per questi, un nobilissimo morire, o come per voi, un purissimo soffrire. Felici anche coloro cui la misura della vita fu colma in un'ora di letizia. Comprendo quanto sia difficile convincervi di questa realtà. Quante volte la felicità altrui, di cui voi pure esultaste un tempo, farà rinascere il ricordo di chi avete perduto. Lo struggimento sgorga non dalla privazione di sconosciute fortune, ma quando v'è strappata una gioia resa soave dall'abitudine. A chi l'età consente altri figli stia saldo nel suo dolore e coltivi la speranza di affetti futuri, che faranno lieti i focolari, cancellando a poco poco lo strazio presente, e arrecheranno alla città un duplice vantaggio: non s'estinguerà il suo popolo e vivrà sicura. Poiché coloro che non si espongono ai rischi implicandovi, come gli altri, i propri figli, non possono esprimere deliberazioni misurate ed eque. Chi è avanti negli anni consideri un personale guadagno questo fortunato e più esteso tratto di vita. Pensate all'esiguità di quello che vi rimane, e vi conforti il pensiero di costoro, di come rifulga la loro gloria. Poiché l'amore di gloria è il solo sentimento che l'invecchiare non intacchi e sulle soglie estreme di una lunga vita non vige, come affermano pochi, la seduzione del lucro, ma dell'essere onorati.

45. "Per i loro figli qui raccolti e per i fratelli prevedo un'ardua gara (si è soliti infatti lodare chi non è più in vita): anche se compirete gesta d'esaltante valore, conquisterete a gran fatica, nella generale considerazione, un livello forse lievemente inferiore al loro, pari giammai. In un paragone tra viventi, un sentimento di gelosia s'insinua sempre nel giudicare un antagonista. Ma a chi non è più tra i vivi compete il tributo affettuoso d'un apprezzamento puro da gelosa avversione. Se occorre un ricordo anche della virtù femminile, di quelle che rimarranno ora vedove, lo esprimerò in un monito brevissimo. Onore grande è per voi non risultare inferiori alla vostra natura di donne, ottenere che il vostro nome, in biasimo o in lode, corra il meno possibile sulle labbra degli uomini.

46. "Ho dunque offerto, con il mio discorso, esponendo i pensieri che ritenevo degni, il tributo di parole che la legge prescrive a questi caduti: mentre le loro esequie ufficiali sono state in pratica celebrate, da questo istante lo stato sosterrà pubblicamente le spese per mantenere ed educare i loro figli fino all'età virile. Questa è l'utile corona che la città assegna come premio dopo tali cimenti, a questi che qui posano, e a quanti rimangono a vivere. Lo stato che propone al valore così eletti allori, godrà sempre dei cittadini più degni. Piangete ora ciascuno il vostro caro, e andate."

47. Così si celebrarono le esequie in questo inverno con cui si concludeva il primo anno di guerra. All'apparire dell'estate, Peloponnesi e alleati con un corpo di spedizione pari a due terzi delle milizie, come l'anno precedente, irruppero nell'Attica (li dirigeva Archidamo, figlio di Zeussidamo, re di Sparta), vi si istallarono e si davano a devastarne il territorio. Si trovavano in Attica da non molti giorni, quando prese a serpeggiare in Atene l'epidemia: anche in precedenti circostanze s'era diffusa la voce, ora qui ora là, che l'epidemia fosse esplosa, a Lemno, per esempio, e in altre località. Ma nessuna tradizione serba memoria, in nessun luogo, di un così selvaggio male e di una messe tanto ampia di morti. I medici nulla potevano, per fronteggiare questo morbo ignoto, che tentavano di curare per la prima volta. Ne erano anzi le vittime più frequenti, poiché con maggiore facilità si trovavano esposti ai contatti con i malati. Ogni altra scienza o arte umana non poteva lottare contro il contagio. Le suppliche rivolte agli altari, il ricorso agli oracoli e ad altri simili rimedi riuscirono completamente inefficaci: desistettero infine da ogni tentativo e giacquero, soverchiati dal male.

48. A quanto si dice, comparve per la prima volta in Etiopia al di là dell'Egitto, calò poi nell'Egitto e in Libia e si diffuse in quasi tutti i domini del re. Su Atene si abbatté fulmineo, attaccando per primi gli abitanti del Pireo. Cosicché si mormorava che ne sarebbero stati colpevoli i Peloponnesi, con l'inquinare le cisterne d'acqua piovana mediante veleno: s'era ancora sprovvisti d'acqua di fonte, laggiù al Pireo. Ma il contagio non tardò troppo a dilagare nella città alta, e il numero dei decessi ad ampliarsi, con una progressione sempre più irrefrenabile. Ora chiunque, esperto o profano di scienza medica, può esprimere quanto ha appreso e pensa sull'epidemia: dove si possa verosimilmente individuare il focolaio infettivo originario e quali fattori siano sufficienti a far degenerare con così grave e funesta cadenza la situazione. Per parte mia, esporrò gli aspetti in cui si manifestava, enumerandone i segni caratteristici, il cui studio riuscirà utile, nel caso che il flagello infierisca in futuro, a riconoscerlo in qualche modo, confrontando i sintomi  precedentemente appurati. La mia relazione si fonda su personali esperienze: ho sofferto la malattia e ne ho osservato in altri il decorso.

49. Quell'anno, a giudizio di tutti, era trascorso completamente immune da altre forme di malattia. E se qualcuno aveva contratto in precedenza un morbo, questo degenerava senza eccezione nella presente infermità. Gli altri, senza motivo visibile, all'improvviso, mentre fino a quell'attimo erano perfettamente sani, erano dapprima assaliti da forti vampe al capo. Contemporaneo l'arrossamento e l'infiammato enfiarsi degli occhi. All'interno, organi come la laringe e la lingua prendevano subito a buttare sangue. Il respiro esalava irregolare e fetido. Sopraggiungevano altri sintomi, dopo i primi: starnuto e raucedine. In breve il male calava nel petto, con violenti attacchi di tosse. Penetrava e si fissava poi nello stomaco: onde nausee frequenti, accompagnate da tutte quelle forme di evacuazione della bile che i medici hanno catalogato con i loro nomi. In questa fase le sofferenze erano molto acute. In più casi, l'infermo era squassato da urti di vomito, a vuoto, che gli procuravano all'interno spasimi tremendi: per alcuni, ciò avveniva subito dopo che si erano diradati i sintomi precedenti, mentre altri dovevano attendere lungo tempo. Al tocco esterno il corpo non rivelava una temperatura elevata fuori dell'ordinario, né un eccessivo pallore: ma si presentava rossastro, livido, coperto da una fioritura di pustolette e di minuscole ulcerazioni. Dentro, il malato bruciava di tale arsura da non tollerare neppure il contatto di vesti o tessuti per quanto leggeri, o di veli: solo nudo poteva resistere. Il loro più grande sollievo era di poter gettarsi nell'acqua fredda. E non pochi vi riuscirono, eludendo la sorveglianza dei loro familiari e lanciandosi nei pozzi, in preda a una sete insaziabile. Ma il bere misurato o abbondante produceva il medesimo effetto. Senza pause li tormentava l'insonnia e l'impossibilità assoluta di riposare. Le energie fisiche non si andavano spegnendo, nel periodo in cui la virulenza del male toccava l'acme, ma rivelavano di poter resistere in modo inaspettato e incredibile ai patimenti: sicché in molti casi la morte sopraggiungeva al nono e al settimo giorno, per effetto dell'interna arsura, mentre il malato era ancora discretamente in forze. Se invece superava la fase critica, il male s'estendeva aggredendo gli intestini, al cui interno si produceva una ulcerazione disastrosa accompagnata da una violenta diarrea: ne conseguiva una spossatezza, un esaurimento molte volte mortali. La malattia, circoscritta dapprima in alto, alla testa, si ampliava in seguito percorrendo tutto il corpo, e se si usciva vivi dagli stadi più acuti, il suo marchio restava, a denunciarne il passaggio, almeno alle estremità. Ne rimanevano intaccati i genitali, e le punte dei piedi e delle mani: molti, sopravvivendo al male, perdevano la facoltà di usare questi organi alcuni restavano privi anche degli occhi. Vi fu anche chi riacquistata appena la salute, fu colto da un oblio così profondo e completo da non conservare nemmeno la coscienza di se stesso e da ignorare i suoi cari.

50. Il carattere di questo morbo trascende ogni possibilità descrittiva: non solo i suoi attacchi si rivelavano sempre più maligni di quanto le difese a disposizione della natura umana potessero tollerare, ma anche nel particolare seguente risultò che si trattava di un fenomeno morboso profondamente diverso dagli altri consueti: tutti gli uccelli e i quadrupedi che si cibano di cadaveri umani (molti giacevano allo scoperto) questa volta non si accostavano, ovvero morivano, dopo averne mangiato. Se ne ha una prova sicura poiché questa specie di volatili scomparve del tutto e non era più possibile notarli intenti al loro pasto macabro, né altrove. Ma indizi ancora più visibili della situazione erano offerti dal comportamento dei cani, per il loro costume di passar la vita tra gli uomini.

51. È questo il generale e complessivo quadro della malattia, sebbene sia stato costretto a tralasciare molti fenomeni e caratteri peculiari per cui ogni caso, anche se di poco, tendeva sempre a distinguersi dall'altro. Nessun'altra infermità di tipo comune insorse nel periodo in cui infuriava il contagio e in esso confluiva qualunque altro sintomo si manifestasse. I decessi si dovevano in parte alle cure molto precarie, ma anche un'assistenza assidua e precisa si rivelava inefficace. Non si riuscì a determinare, si può dire, neppure una sola linea terapeutica la cui applicazione risultasse universalmente positiva. (Un farmaco salutare in un caso, era nocivo in un altro). Nessuna complessione, di debole o vigorosa tempra, mostrò mai di possedere in sé energie bastanti a contrastare il morbo, che rapiva indifferentemente chiunque, anche quelli circondati dalle precauzioni più scrupolose. Nel complesso di dolorosi particolari che caratterizzavano questo flagello, uno s'imponeva, tristissimo: lo sgomento, da cui ci si lasciava cogliere, quando si faceva strada la certezza di aver contratto il contagio (la disperazione prostrava rapida lo spirito, sicché ci si esponeva molto più inermi all'attacco del morbo, con un cedimento immediato); inoltre la circostanza che, nel desiderio di scambiarsi cure ed aiuti, i rapporti reciproci s'intensificavano, e la gente moriva, come le pecore. Era questa la causa della enorme mortalità. Chi per paura rifiutava ogni contatto, periva solo. Famiglie al completo furono distrutte per mancanza di chi fosse disposto a curarle. Chi invece coltivava amicizie e relazioni, perdeva egualmente la vita: quelli in particolare che tenevano a far mostra di nobiltà di spirito. Mossi da rispetto umano, si recavano in visita dagli amici, disprezzando il pericolo, quando perfino gli intimi trascuravano la pratica del lamento funebre sui propri congiunti, abbattuti e vinti sotto la sferza del la calamità. Una compassione più viva, su un morto o verso un malato, dimostravano quelli che ne erano scampati vivi: conoscevano di persona l'intensità del soffrire e si facevano forti d'un sentimento di sicurezza. Il male non aggrediva mai due volte: o, almeno l'eventuale ricaduta non era letale. Erano giudicati felici dagli altri e nella eccitata commozione di un momento si abbandonavano alla speranza, illusoria e incerta, che anche in futuro nessuna malattia si sarebbe più impossessata di loro, strappandoli a questo mondo.

52. L'imperversare dell'epidemia era reso più insopportabile dal continuo afflusso di contadini alla città: la prova più dolorosa colpiva gli sfollati. Poiché non disponevano di abitazioni adatte e vivevano in baracche soffocanti per quella stagione dell'anno: il contagio mieteva vittime con furia disordinata. I cadaveri giacevano a mucchi e tra essi, alla rinfusa, alcuni ancora in agonia. Per le strade si voltolavano strisciando uomini già prossimi a morire, disperatamente tesi alle fontane, pazzi di sete. I santuari che avevano offerto una sistemazione provvisoria, erano colmi di morti: individui che erano spirati lì dentro, uno dopo l'altro. La violenza selvaggia del morbo aveva come spezzato i freni morali degli uomini che, preda di un destino ignoto, non si attenevano più alle leggi divine e alle norme di pietà umana. Le pie usanze che fino a quell'epoca avevano regolato le esequie funebri caddero travolte in abbandono. Ciascuno seppelliva come poteva. Molti si ridussero a funerali indecorosi per la scarsità di arredi necessari, causata dal grande numero di morti che avevano già avuto in famiglia: deponevano il cadavere del proprio congiunto su pire preparate per altri e vi appiccicavano la fiamma prima che i proprietari vi facessero ritorno, mentre altri gettavano sul rogo già acceso per un altro il proprio morto, allontanandosi subito dopo.

53. Anche in campi diversi, l'epidemia travolse in più punti gli argini della legalità fino allora vigente nella vita cittadina. Si scatenarono dilagando impulsi prima lungamente repressi, alla vista di mutamenti di fortuna inaspettati e fulminei: decessi improvvisi di persone facoltose, gente povera da sempre che ora, in un batter di ciglia, si ritrovava ricca di inattese eredità. Considerando ormai la vita e il denaro come valori di passaggio, bramavano godimenti e piaceri che s'esaurissero in fretta, in soddisfazioni rapide e concrete. Nessuno si sentiva trasportare dallo zelo di impegnare con anticipo energie in qualche impresa ritenuta degna, nel dubbio che la morte giungesse a folgorarlo, a mezzo del cammino. L'immediato piacere e qualsiasi espediente atto a procurarlo costituivano gli unici beni considerati onesti e utili. Nessun freno di pietà divina o di umana regola: rispetto e sacrilegio non si distinguevano, da parte di chi assisteva al quotidiano spettacolo di una morte che colpiva senza distinzione, ciecamente. Inoltre, nessuno concepiva il serio timore di arrivar vivo a rendere conto alla giustizia dei propri crimini. Avvertivano sospesa sul loro capo una condanna ben più pesante: e prima che s'abbattesse, era umano cercare di goder qualche po' della vita.

54. Tale flagello aveva prostrato Atene, imponendovi il suo giogo. Dentro le mura cadevano le vittime del contagio; fuori, le campagne subivano la devastazione nemica. Venne naturalmente alla luce, mentre il morbo incrudeliva, la memoria di quell'oracolo che, a detta dei più anziani, risaliva a tempi molto antichi: "Verrà la guerra Dorica e pestilenza con essa." Si discusse se gli antichi avessero veramente pronunciato nel testo di quell'oracolo l'espressione "pestilenza" e non piuttosto "carestia". Prevalse, come ci si può ragionevolmente aspettare, considerate le circostanze, l'interpretazione secondo cui nel testo suddetto compariva la parola pestilenza, in quanto la gente configurava il suo ricordo alle presenti sofferenze. Ma io sono convinto che se i Dori, successiva a questa, scatenassero un'altra guerra ed esplodesse una carestia prevarrebbe allora l'altra interpretazione, come è del resto naturale. Inoltre, quanti ne erano al corrente, rammentarono l'altro oracolo riguardante gli Spartani, quello espresso dal dio in occasione della loro richiesta se dovessero dichiarare la guerra, con la risposta che la vittoria avrebbe arriso a loro, se s'impegnavano a fondo nei combattimenti, e con la promessa di un aiuto particolare del dio. Si congetturava che gli eventi coincidevano con le parole dell'oracolo: l'invasione dei Peloponnesi aveva segnato l'esplosione immediata dell'epidemia, che non era invece penetrata nel Peloponneso, almeno con conseguenze degne di menzione. Invase soprattutto Atene e, in un processo di tempo, anche le fasce più popolose delle altre regioni. Questo è quanto concerne l'epidemia.

55. I Peloponnesi, dopo aver devastato la pianura dell'Attica, avanzarono fino alla località chiamata "Paralo", alle falde del Laurio, il monte in cui si trovano le miniere d'argento ateniesi. Danneggiarono subito quel settore che è orientato verso il Peloponneso, poi la parte che guarda l'Eubea e Andro. Pericle, stratego anche in quel periodo, insisteva nella sua convinzione, sostenuta anche durante il precedente attacco: vale a dire di non contrapporre al nemico le forze ateniesi in campo aperto.

56. Mentre il nemico si trovava ancora nella piana, prima di toccare il territorio costiero, Pericle allestì un centinaio di navi per compiere una crociera di guerra intorno al Peloponneso. Quando l'armamento fu completo, levò le ancore. Fece imbarcare quattromila opliti ateniesi e trecento cavalieri su vascelli adatti al trasporto dei cavalli e costruiti per la prima volta utilizzando materiale di vecchie navi. Partecipavano alla spedizione anche Chii e Lesbi con cinquanta navi. Quando questo esercito ateniese salpò, i Peloponnesi si trattenevano ancora nel territorio costiero dell'Attica. Approdarono a Epidauro nel Peloponneso e devastarono gran parte di quella zona. Sferrarono un attacco contro la città, giunsero a nutrire speranze di vittoria, ma infine desistettero. Salpando dalla riva di Epidauro saccheggiarono la regione di Trezene, di Ali e di Ermione: tutte località peloponnesiache situate sulla costa. Levarono di lì le ancore e approdarono a Prasie, cittadina rivierasca della Laconia: guastarono la campagna, occuparono la cittadina stessa e la misero a sacco. Conclusero queste operazioni e cominciarono a rientrare. Trovarono in patria che i Peloponnesi avevano cessato la loro permanenza e si erano ritirati.

57. Per tutto il periodo che i Peloponnesi rimasero nell'Attica e gli Ateniesi incrociavano con le loro navi, il contagio mieteva vittime nell'esercito e in città: sicché si sparse la voce che i Peloponnesi abbandonavano il paese prima del previsto temendo il male. Erano stati informati da alcuni disertori che in città divampava l'epidemia: d'altra parte, assistevano alla scena di continui funerali. Non solo questa invasione si protrasse più a lungo, ma il danno al paese fu più grave e più sistematicamente inferto: operarono in territorio attico per circa quaranta giorni.

58. Durante quella stessa estate, Agnone figlio di Nicia e Cleopompo, figlio di Clinia, colleghi di Pericle nella strategia, rilevando l'esercito che quello aveva precedentemente diretto, mossero rapidi contro i Calcidesi della costa trace e contro Potidea ancora assediata. Raggiunta Potidea, vi accostarono le macchine d'assalto e con tutti gli sforzi si studiavano di espugnarla. Ma la città non cadde e neppure nel resto dell'operazione i successi furono pari all'impegno. Giacché i focolai epidemici che covavano nel corpo di spedizione ateniese esplosero qui con impressionante violenza e lo decimarono con terribili sofferenze degli Ateniesi; finché contrassero l'affezione, per il contagio con quelli di Agnone, anche i soldati che, perfettamente sani, avevano agito fino ad allora in quel settore. Formione invece con i suoi milleseicento uomini non si trovava più nella Calcidica. Agnone decise di rientrare con le navi ad Atene: aveva perduto per malattia millecinquecento dei suoi quattromila opliti in circa quaranta giorni. Le milizie precedenti si trattennero per continuare il blocco di Potidea.

59. Dopo la seconda invasione dei Peloponnesi e dopo che il territorio era stato per la seconda volta danneggiato, mentre infuriavano contemporanee l'epidemia e la guerra, si notò ad Atene un profondo cambiamento d'umori. Si riteneva Pericle, che li aveva convinti all'avventura della guerra, responsabile di tanti sacrifici, di tanto dolore: e si propendeva ormai a intavolare trattative di pace con i Peloponnesi. Inviarono anche alcuni ambasciatori, ma non si venne a capo di nulla. Si sentirono allora intrappolati in una situazione priva di sbocchi e incominciarono ad attaccare Pericle, che comprendeva la loro irritazione e le presenti difficoltà che la esasperavano. Constatava anche che la loro condotta coincideva con le sue previsioni: in qualità di stratego convocò allora l'assemblea, intendendo confortarli rimuovere dai loro cuori i motivi d'inquietudine, calmarli e rassicurarli. Si presentò, esordendo con queste parole:

60. "Prevedevo il vostro risentimento che non mi ha colto improvviso, poiché ne avverto in trasparenza le ragioni. Perciò ho ora deciso di convocarvi in assemblea, per ravvivarvi la memoria e correggervi, se qualche irragionevole ombra appanna il vostro atteggiamento, inquieto e tetro nei miei confronti e troppo passivo contro le avversità di quest'ora. È mia opinione che il profitto del singolo cittadino, quando l'organismo dello stato è sorretto da una mano ferma e regolare, sia più prospero che quando l'utile pubblico, fiorente per le individuali e private sostanze, soggiace in realtà nel suo complesso a squilibri e tracolli. Se un cittadino vola alto sulle ali della sua personale fortuna ma la sua patria langue in decadenza, il suo volo avrà breve respiro: se al contrario la sua condizione è vile e la salute dello stato robusta godrà di più cospicue facoltà d'elevarsi. Poiché lo stato dispone di forze sufficienti per sanare i dissesti a livello famigliare, ma ciascuno, nella propria individualità, rovinerebbe sotto il crollo della compagine cittadina, splende chiaro il dovere di collaborare concordi alla sua difesa e di convertire radicalmente il vostro comportamento: sbigottiti dalle miserie domestiche trascurate d'operare per la pubblica salvezza, scagliando accuse contro di me che vi ho incitato ad entrare in guerra e contro voi stessi che maturaste con me quella risoluzione. E il vostro sdegno si riversa su di me, un uomo un cittadino che ha coscienza di non essere a nessuno inferiore nell'individuare i provvedimenti che urgono e nell'esplicarli alla comprensione del pubblico, caldo d'amore per la sua città, invincibile alla seduzione dell'oro. Poiché colui che possiede doti intuitive, ma non è in grado di spiegare con chiarezza i suoi scopi, politicamente è sullo stesso piano di chi non dispone di quelle facoltà. Chi è adorno di entrambi i pregi, ma ha mente ostile allo stato, non potrebbe egualmente esprimere ragionevoli ed utili proposte. Se è sensibile agli interessi comuni, ma indulge all'incanto dell'oro, farebbe mercato di tutto, senza distinguere, per placare questa febbre esclusiva. Ora, se vi lasciaste attrarre dal mio consiglio di sostenere la guerra, convinti di scorgere in me, riguardo a queste doti, una superiorità seppure modesta sugli altri, non mi pare ora coerente che io subisca, da parte vostra, il carico di queste accuse, come se vi avessi trattato iniquamente.

61. "Fuori di dubbio, se ci fosse concesso scegliere tra la guerra e la pace e, fruendo di uno stato per ogni altro rispetto felice, decretassimo l'entrata in guerra, peccheremmo di acuta demenza. Ma se fosse questa l'alternativa ferrea: piegare il capo davanti allo straniero e divenirne immediatamente sudditi o rischiare la vita dimostrando la propria superiorità, volgere le spalle al pericolo sarebbe più indegna condotta che affrontarlo decisi. Io sono sempre lo stesso, non muto di pensiero. Voi siete incostanti poiché propendeste ad abbracciare il mio consiglio quando i vostri interessi fiorivano intatti, mentre ora, provati dai sacrifici, ve ne pentite. Onde il mio ragionamento si proietta strano, delirante sul vostro spirito esausto: poiché ciascuno già ne sente in sé gli effetti dolorosi, mentre la sua utilità non spicca ancora chiara per tutti. I gravi, bruschi eventi sopraggiunti a sconvolgere le vostre vite hanno incrinato la resistenza morale con cui era vostro dovere operare fino in fondo secondo le decisioni da voi espresse. L'elemento incalcolabile e folgorante, insito in un caso che infranga ogni previsione, soggioga anche un'anima fiera: esperienza che ci ha coinvolti non solo a causa delle altre sciagure, ma soprattutto di questa epidemia. Ma voi, che vivete in una città gloriosa, educati a credere in valori degni di lei, sappiatevi opporre con la forza della vostra volontà alle prove più pesanti, senza svilire il nome di Atene. (Per gli uomini è retto infliggere a chi per bassezza riesce immeritevole della gloria dei padri un giudizio così acerbo di condanna, qual è l'odio che concepiscono contro chi si arroga, per sfrontatezza, una fama che non gli compete). Contribuite tutti alla salvezza della patria, reprimendo la pena per le privazioni e i dolori domestici.

62. "L'apprensione istillata dal carico della guerra, l'ansia che si aggravi fino a schiacciarci, senza concederci possibilità di sopravvivenza, devono sfumare al puro ricordo di quei molti argomenti di cui già in ripetute circostanze vi venni ragionando, per mostrarvi chiara la inconsistenza di quei timori. Ma schiarirò il vostro orizzonte rammentandovi anche un vantaggio di cui voi godete, essenziale per il saldo sviluppo di un dominio, e a cui voi non usate porre mente, mentre io stesso intervenendo in precedenza a parlare, mi sono sempre astenuto dal citarlo. Temendo che la rivendicazione di quel vantaggio suonasse a vanteria, non vi avrei fatto ricorso neppure in questo istante, se non vi scorgessi così avviliti, contro ogni logica aspettativa. Credete che il vostro impero s'imponga solo sugli alleati, ma io vi chiarisco che dei due elementi aperti all'esercizio della civiltà umana, la terra e il mare, uno è soggetto al vostro assoluto impero, non solo nella misura in cui attualmente lo reggete, ma anche se sarete disposti ad ampliarne i confini. Non esiste monarca barbaro o qualche altra nazione che sia in grado in questi momenti di contrastarvi sui mari, quando vi muovete con la vostra flotta, armata dell'odierna forza. Tenete evidentemente in pugno una potenza cui non si potrebbe neppure mettere a confronto i profitti che traete dell'uso di quelle case e di quelle campagne per la cui rovina vi affligge un dolore così vivo. Non è ragionevole quest'angoscia che vi coglie per la loro perdita: non più che se vi fosse strappato un piccolo giardino, o un prezioso oggetto di lusso. Dovreste considerare insignificanti queste privazioni, in confronto alla vostra potenza navale, e pensare che se battendoci con inflessibile energia serberemo inviolata la nostra libertà, agevolmente rientreremo in possesso di quei beni. Cedendo invece allo straniero, di norma si è defraudati anche delle sostanze precedentemente accumulate. Badate a non riuscire inferiori ai vostri padri in entrambe le azioni in cui sfolgorò la loro gloria: poiché essi conquistarono faticando quelle fortune e senza averle ricevute da altri, tutelandole gelosamente, le trasmisero integre nelle vostre mani. (Onta più grave lasciarsi togliere ciò che si possiede, che fallire in un tentativo di conquista.) Bisogna affrontare il nemico non solo fieri, ma concentrati in un sentimento di superiorità. Poiché anche a una bassa natura l'incoscienza cui sorrida una sorte favorevole può ispirare uno sventato ardimento; ma l'autentico, fiducioso sprezzo del nemico si concepisce quando la speranza del successo germoglia sicura dalla limpida, intelligente visione delle circostanze attuali. Facoltà che ci appartiene. Quando la fortuna è in equilibrio quel senso di superiorità, che si appoggia all'intelligenza, rinsalda il coraggio. E non urge vivo il bisogno di affidarsi alla speranza, il cui potere s'impone quando gli eventi sono ambigui, problematici: si sfrutta il calcolo razionale dei fattori in campo per poter contare su un più certo presagio.

63. "È vostro dovere soccorrere la nobiltà che riveste lo stato, frutto della sua signoria, da cui traete la vostra gloria. Non eludete gli impegni, non cessate la conquista di quell'eletta stima. Vi stia lontano il pensiero di scendere in lotta per un'unica posta: schiavitù o indipendenza. Si tratta in realtà di perdita dell'impero e di esporvi all'immenso odio che avete sollevato dominando. Non potete abdicare oggi dal vostro potere, anche se in questa ora critica qualche galantuomo, che desidera la vita quieta, va suggerendo una tanto nobile azione. Il vostro impero, di fatto, è una tirannide: certo illegale a conquistarsi, ma rischiosissima a deporsi. Questi bravi cittadini, se esercitassero sugli altri un'effettiva influenza, condurrebbero subito alla deriva Atene o qualsiasi altra città da loro fondata e retta. La vita pacifica non salva se stessa, se non si allea con la severa volontà d'agire, né è di pari profitto in una città egemone, come in una di schiavi, la monotonia senza voli del giogo.

64. "Non accondiscendete a uomini di tale natura e non riversate su di me il vostro cruccio, poiché foste voi stessi a condividere con me la decisione della guerra. Ora subite i colpi dell'aggressione nemica: ma era prevedibile se non foste disposti a piegarvi di fronte alle loro minacce. È sopraggiunta l'epidemia a sconvolgere i nostri calcoli: ma è il solo flagello che si sia mostrato oltre il raggio delle nostre facoltà di previsione. So che s'annida in essa, per buona parte, la causa dell'astio che ormai vi ispiro. È giustizia questa? a meno che non attribuiate a me anche il vanto di qualche vittoria che vi colga inaspettata. Ai sacrifici imposti dal valore divino - sono inevitabili - bisogna opporre una rassegnata pazienza; a quelli provocati dal nemico un energico ardire. Furono questi, nel tempo passato, i valori venerati in Atene: non interrompetene la tradizione. Sappiate che la sua gloria trascorre sulle labbra di tutti gli uomini poiché non si piegò mai alle prove e ha profuso nella guerra un tributo infinito di vite e di stenti e ha disteso sul mondo, fino allora presente, la signoria più ampia. Potenza di cui sfolgorerà perenne la memoria nei secoli futuri, anche se in questo conflitto dovessimo cederne qualche parte (poiché il ritmo della norma universale contempla anche la decadenza). Vivrà il ricordo del fatto che noi Greci dominammo quasi intera la Grecia contrastando in gigantesche lotte non solo la lega di tutti i popoli avversi, ma ogni singola gente, in conflitti particolari; e che la nostra esistenza si svolse nella città sotto ogni riguardo più potente e più ricca. Certo, quell'uomo tranquillo potrà criticare la mia linea politica, che godrà però l'entusiastico favore di chi voglia esprimersi pienamente nell'azione: mentre colui che non riuscirà a seguire il nostro slancio, ci invidierà. Astio e gelosa intolleranza: ecco il destino che è costretto a interpretare di fronte ai suoi contemporanei chi ha preteso il potere. È saggezza attirarsi l'invidia per aver raggiunto nobili traguardi. L'odio non è sentimento che resista a lungo: ma il fulgore attuale e la gloria che verso i tempi futuri ne irraggia brilleranno eterne, scolpite nel ricordo del mondo. Volgete l'animo a un avvenire illustre e ad un presente non meno degno, ed operate per assicurarvi entrambi, con empito generoso. Non insistete a trattare con Sparta per mezzo di araldi e non date a vedere la sofferenza che provate in quest'ora difficile: chi di fronte alle sventure mantiene lucido il suo intelletto dalla nebbia del dolore, e si oppone e fa sforzo con ogni energia, si assicura, per se stesso e per lo stato, il più chiaro destino."

65. Era questo in sostanza il discorso con cui Pericle tentava di far sfumare l'avversione che gli Ateniesi avevano concepito per la sua persona e, in più, di distrarre il loro spirito dalle presenti e via via più grevi difficoltà. Nella sfera della vita pubblica si adattavano volentieri alle direttrici da lui proposte, cioè cessarono d'inviare ambascerie a Sparta e rafforzarono la loro volontà di battersi. Ma quando si ritrovavano tra le pareti domestiche, le privazioni e le perdite subite erano un supplizio per tutti: per il popolo minuto che si sentiva strappare perfino quel poco che possedeva all'inizio; per le classi ricche, pesantemente provate dalla rovina dei loro averi di campagna: ville, lussuosi arredi, denaro. Ma era questo il cruccio che più a fondo li affliggeva: vivere in guerra, piuttosto che in pace. Orbene, il diffuso malumore contro Pericle non si placò prima che gli fosse inflitta un'ammenda in denaro. Non passò molto e la folla si comportò come è solita: lo rielessero stratego e gli affidarono la piena direzione politica. Poiché reagivano ormai alle personali disgrazie con sensibilità sempre meno viva, mentre nessuno, nella loro considerazione, era dotato di abilità pari a quella di Pericle nell'elaborare le soluzioni più adatte al momento critico che la città, nel suo complesso, stava attraversando. Il periodo contrassegnato dalla sua attività di governo in tempo di pace, ne mise in luce l'equilibrio politico e la fermezza con cui seppe tutelare gli interessi dello stato che nelle sue mani crebbe in potenza. La guerra esplose: anche in questa circostanza risulta chiaro che ne previde perfettamente la portata. La visse per due anni e sei mesi. Dopo la sua scomparsa si comprese di che acuta sagacia egli fosse munito nei riguardi della guerra. Aveva predetti i principi che avrebbero assicurato il successo finale ad Atene: non lasciarsi trascinare dall'orgasmo, dedicare ogni cura alla flotta, non tentare di ampliare i confini nel periodo di guerra esponendo la città a pericoli superflui. Gli Ateniesi non solo stabilirono una condotta del tutto opposta, ma sotto lo stimolo di private ambizioni e abbagliati da personali guadagni si slanciarono in avventure politiche, ritenute estranee allo svolgimento del conflitto, ma in realtà rovinose per la stessa sopravvivenza dello stato e per i rapporti con i paesi alleati. Si trattò in generale, di iniziative che, fin quando furono coronate da successo, procurarono, ma solo ai singoli, prestigio e sostanze: ma fallirono anche, e fu ogni volta per lo stato un tracollo incalcolabile nei confronti dello sforzo bellico. Il motivo consiste nel fatto che Pericle, molto autorevole per la considerazione che lo circondava e per l'acume politico e per la condotta limpidamente pura dal minimo dubbio di corrutela venale, dirigeva il popolo nel rispetto della sua libera volontà. Dominava senza lasciarsi dominare. Poiché le trasparenti e oneste basi su cui poggiava il suo prestigio gli consentivano di astenersi dagli artifici tribuni di una eloquenza volta a carpire, con le lusinghe il favore della moltitudine. La contrastava anzi, talvolta con durezza: tanta era la sua autorità morale. Se ad esempio avvertiva in loro un agitarsi, un impulso inopportuno all'osare, con il rigore dei suoi discorsi li riconduceva nei confini di una giudiziosa prudenza, ovvero restituiva loro la fiducia in se stessi, avvilita da un moto di irrazionale scoramento. Nominalmente, vigeva la democrazia: ma nella realtà della pratica politica, il governo era saldo nel pugno del primo cittadino. Riguardo quanti vennero dopo di lui, si notava un sostanziale equilibrio di valori: e l'ambizione di primeggiare li trascinava a concedere agli estri della folla anche gli affari dello stato. Onde, in una città potente a capo di immensi domini, si commise una catena di gravissimi spropositi, ultimo dei quali la spedizione navale in Sicilia il cui esito disastroso fu il frutto non tanto di un errore di stima sulle forze nemiche che si andava laggiù ad affrontare, quanto dell'imprevidenza di coloro che idearono un'impresa tanto remota dalle proprie basi, senza preoccuparsi di assicurare alle truppe in campagna i collegamenti e le vettovaglie essenziali: intanto, gli ambiziosi antagonismi, gli attacchi personali intesi a conquistare il favorevole appoggio del popolo, rallentavano e infiacchivano le operazioni militari in campo, mentre il clima politico interno della città cominciava allora, per la prima volta, ad oscurarsi e sconvolgersi. Eppure, la disfatta in Sicilia, che inghiottì, nel generale naufragio delle risorse militari colà impegnate, la parte più sostanziosa della flotta, la città dilaniata dalle lotte intestine, non impedirono agli Ateniesi di opporsi per altri dieci anni ai colpi degli antichi nemici cui s'erano aggiunti a rinforzo anche quelli più recenti della Sicilia, e un buon numero di paesi della loro stessa lega che avevano scelto quel momento per ribellarsi. In seguito, ebbero contro anche Ciro, il figlio del re, che sovvenzionava con il suo oro l'allestimento della flotta in dotazione alle forze del Peloponneso. In Atene, la resa si delineò inevitabile solo quando, nel cuore della città, gli scontri tra le individuali smanie di potere ebbero consumata e arsa ogni energia. Tanto eccellenti e copiose erano le risorse che avevano consentito a Pericle di formulare le sue previsioni sul successo che Atene avrebbe potuto conseguire in guerra contro le forze isolate del Peloponneso, con una facilità addirittura irrisoria.

66. Nella stessa estate gli Spartani e i loro alleati compirono una spedizione contro l'isola di Zacinto, posta di fronte all'Elide, con cento navi. Gli abitanti, coloni Achei del Peloponneso, erano allora alleati di Atene. Parteciparono mille opliti spartani agli ordini di Cnemo, navarca spartiate. Effettuarono lo sbarco e guastarono la maggior parte del territorio. Ma poiché non riuscivano ad assoggettarla, rimpatriarono.

67. Allo spirare di quella medesima estate Aristeo di Corinto e gli ambasciatori spartani Aneristo, Nicolao, Stratodamo, Timagora di Tegea, e in più Pollide di Argo, che li seguiva in qualità di privato, in viaggio verso l'Asia per raggiungere il re e tentare di convincerlo a sovvenzionare la guerra e ad entrarvi a sua volta, arrivarono prima in Tracia da Sitalce, figlio di Tere: desideravano indurlo, se potevano a interrompere l'alleanza con gli Ateniesi e a muovere con un esercito alla volta di Potidea dove il contingente ateniese era ancora impegnato nell'assedio. Richiedevano inoltre la sua assistenza per attraversare l'Ellesponto, secondo l'itinerario che avevano stabilito partendo, e passare quindi da Farnace, figlio di Farnabazo, che avrebbe pensato a scortarli fino al re. Ma gli ambasciatori ateniesi Learco figlio di Callimaco e Aminiade, figlio di Filemone, convinsero il figlio di Sitalce, Sadoco, che era divenuto cittadino ateniese, a bloccare quegli uomini e a consegnarli nelle loro mani, perché non potessero recarsi dal re e danneggiare, per quanto era in loro potere Atene. Quello accondiscese, fece raggiungere gli ambasciatori che, attraverso la Tracia si dirigevano all'imbarcazione con cui avrebbero attraversato l'Ellesponto, e li fece porre in stato d'arresto prima che riuscissero a prendere il mare. Aveva fatto scortare Learco e Aminiade da alcuni suoi uomini, cui aveva ingiunto di affidar loro i prigionieri: quando li ebbero in pugno, li condussero ad Atene. Al loro arrivo, gli Ateniesi, nel timore che Aristeo riuscisse a sfuggir loro e insistesse peggio di prima a tendere insidie alla città, poiché anche in precedenza era risultato chiaro ch'era lui l'esecutore della rete di maneggi intessuta a Potidea e sulla costa della Tracia, li uccisero tutti quello stesso giorno senza sottoporli a processo e troncando il loro desiderio di rilasciare qualche chiarimento. I cadaveri furono gettati in fondo a un burrone. Si davano anche una giustificazione: adottavano gli stessi metodi di rappresaglia inaugurati dagli Spartani, che avevano assassinato e fatto sparire in fondo a dei dirupi tutti i commercianti ateniesi e alleati che, in viaggio su navi mercantili intorno al Peloponneso, erano caduti nelle loro mani. Allo scoppio delle ostilità gli Spartani uccisero come nemico chiunque fosse sorpreso a solcare le loro acque, fosse alleato degli Ateniesi o puramente neutrale.

68. S'era circa alla stessa epoca, tramontava l'estate, quando gli Ambracioti, di loro iniziativa e collegati ad alcune popolazioni barbare che avevano istigato alla rivolta mossero in armi contro Argo di Anfilochia. La loro avversione contro gli abitanti di Argo era scaturita da queste remote radici: Argo d'Anfilochia e la regione circostante, appunto l'Anfilochia, che s'affaccia sul golfo di Ambracia, erano state scelte come sedi di una colonia da Anfiloco, figlio di Anfiarao, che rientrato in patria dopo la spedizione di Troia, non si era più trovato a suo agio nelle mutate condizioni di Argo: aveva imposto alla città fondata di fresco il nome di Argo, in ricordo della patria. Questo centro era il più vasto dell'Anfilochia e la sua popolazione la più potente. Prostrati da numerosi flagelli che nel corso di molte generazioni avevano afflitto il paese, offrirono agli Ambracioti confinanti dell'Anfilochia di spartire con loro la cittadinanza. Si ellenizzarono allora per la prima volta nella lingua, ancor oggi in uso presso di loro, per effetto dei rapporti continui con gli Ambracioti, divenuti loro concittadini. Gli altri abitatori dell'Anfilochia sono tuttora barbari. Trascorre il tempo e quelli di Ambracia espellono gli Argivi e s'istallano da soli nella città. Di fronte a questo stato di cose gli Anfilochi si consegnano alla tutela degli Acarnani e decidono insieme di ricorrere all'aiuto di Atene, che  mobilita subito lo stratego Formione con trenta navi. All'arrivo di Formione, Argo è occupata di forza e gli Ambracioti fatti schiavi. La città diventa comune sede di Anfilochi e Acarnani. Dopo queste operazioni per la prima volta Ateniesi ed Acarnani allacciarono un'alleanza, mentre dall'asservimento dei loro consanguinei trassero motivo di rancore gli Ambracioti contro gli Argivi. In seguito, durante questa guerra, gli Ambracioti, rinforzati da reparti di Caoni e di altre genti barbare delle regioni vicine, compiono quella spedizione cui ho già fatto cenno. Si presentarono in armi davanti ad Argo, occuparono la regione, ma non riuscendo ad espugnare la città con i loro assalti, tornarono in patria e l'esercito si divise tribù per tribù. Furono questi gli eventi di quell'estate.

69. Nel successivo inverno, gli Ateniesi inviarono nel mare del Peloponneso una flotta di venti navi, al comando dello stratego Formione, che muovendo dalla base di Naupatto sorvegliava e bloccava Corinto e il golfo di Crisa: nessuno poteva entrare o uscire. Altre sei navi salparono per la Licia e la Caria agli ordini dello stratego Melesandro, con la missione di raccogliere i contributi da quei paesi e di impedire ai pirati del Peloponneso di sfruttare alcuni punti di quella costa come stazioni per le loro uscite ai danni del traffico mercantile in partenza dalla Faselide, dalla Fenicia e da quel continente. Melesandro, con le truppe ateniesi e alleate, fatte sbarcare dalle navi, tentò un'avanzata all'interno della Licia, ma sconfitto sul campo, perse la vita e causò la distruzione di buona parte dell'esercito.

70. Nel medesimo inverno, si rivelò impossibile per quelli di Potidea, accerchiati dall'assedio, insistere nella resistenza. Le irruzioni dei Peloponnesi nell'Attica non risultavano più efficaci degli altri espedienti strategici messi in opera per costringere gli Ateniesi a levare l'assedio; le scorte di viveri esaurite, il ripetersi di raccapriccianti episodi, causati dalla mancanza del cibo indispensabile (si erano verificati casi di antropofagia), li indussero ad allacciare trattative per la resa con gli strateghi delle opposte forze ateniesi: Senofonte figlio di Euripide, Estiodoro figlio di Aristocleide, e Fanomaco figlio di Callimaco. Costoro accettarono di discutere, considerando le sofferenze delle truppe in quel clima d'inverno rigido e la spesa di duemila talenti che lo stato aveva già profuso per sostenere l'assedio. I punti dell'accordo furono questi: gli abitanti sarebbero usciti da Potidea con le donne i figli e le milizie ausiliarie recando ciascuno una sola veste (le donne due) e una limitata somma di denaro per le spese di viaggio. Protetti dalle regole del trattato abbandonarono la città per recarsi nella Calcidica e dove ognuno poteva. Gli Ateniesi sottoposero in seguito gli strateghi a uno stato d'accusa, in quanto avevano intavolato trattative senza prima interpellarli (ritenevano che fosse infatti possibile imporre a Potidea una resa senza condizioni). Dopo qualche tempo inviarono una loro colonia a Potidea occupandola. Questi avvenimenti si verificarono durante l'inverno con cui terminava il secondo anno di questa guerra narrata da Tucidide.

71. Nell'estate seguente i Peloponnesi e i loro alleati non fecero irruzione nell'Attica ma mossero in armi contro Platea. Li dirigeva Archidamo, figlio di Zeussidamo, re degli Spartani, che, dopo aver disposto l'accampamento per l'esercito, si accingeva a devastare il territorio. I Plateesi gli inviarono in fretta alcuni ambasciatori, a riferire queste dichiarazioni: "Archidamo e Spartani, non siete in diritto di commettere queste azioni, indegne di voi e dei vostri padri, attaccando armati il territorio di Platea. Poiché Pausania spartano figlio di Cleombroto, colui che con l'appoggio dei Greci decisi ad affrontare insieme il rischio della battaglia che divampò presso le nostre mura affrancò dal Persiano la.Grecia intera, sacrificò nella piazza di Platea a  Zeus Liberatore e, davanti all'adunanza di tutti gli alleati, concesse ai Plateesi l'indipendente possesso e godimento della propria campagna e città. Vietò inoltre a chiunque in futuro di attaccarli per motivi ingiusti e per renderli servi: in caso contrario, tutti gli alleati lì raccolti li avrebbero difesi, per quanto era in loro potere. Furono questi i benefici che i padri vostri ci elargirono a ricompensa del valore e del l'ardimento con cui ci battemmo in quegli istanti terribili, di rischio mortale. Il vostro atteggiamento è troppo diverso: vi presentate infatti, forti di questi Tebani che ci odiano a morte, per adattarci il giogo. Invochiamo la testimonianza di quei numi che benedissero e convalidarono allora il trattato, e i vostri Dei patri e le nostre divinità indigene: vi intimiamo di non danneggiare contro giustizia il territorio di Platea, di non calpestare la santità dei giuramenti e di permettere la nostra libera sopravvivenza in questa località, come Pausania in persona ritenne giusto e degno."

72. Archidamo lasciò che i Plateesi esprimessero queste affermazioni e ribatté: "Cittadini di Platea, le vostre dichiarazioni suonano giuste a patto che vi accordiate la vostra pratica condotta. Come Pausania predispose per. Il vostro bene, godete pure la vostra indipendenza e collaborate a far liberi gli altri, quanti parteciparono con voi a quei giorni di lotta e si vincolarono giurando e servono ora sotto il pugno ateniese. Questo sforzo bellico e questa guerra sono sorti per ottenere la libertà d'essi e di altri ancora. Porgete il vostro aiuto all'impresa, quanto vi è possibile, e rivelate tangibilmente la fedeltà vostra ai patti giurati. In caso diverso, accondiscendete all'esigenza già innanzi manifestata: abitate e coltivate in tutta calma la vostra terra, senza schierarvi né con gli uni né con gli altri. Accogliete e ricambiate l'amicizia di entrambe le parti, ma non fornite a nessuno il vostro appoggio militare. E questa sarà per noi sufficiente garanzia." Fu tale in sostanza il tenore della risposta di Archidamo. I messaggeri di Platea, dopo averla ascoltata, rientrarono in città e misero il popolo al corrente dell'esito della trattativa. Tornarono quindi a rispondere che era loro impossibile dar corso alla sua richiesta senza il consenso di Atene (dove si trovavano in quel momento le loro donne con i figli ) e mostrandosi in ansia per l'esistenza futura della città, nel caso che gli Ateniesi approfittando della loro ritirata, si presentassero in forze a impedire l'attuazione del patto o che i Tebani, appoggiandosi sul particolare che quelli di Platea erano obbligati per vincolo giurato a dare ricetto a entrambe le parti in causa, tentassero un secondo colpo di mano sulla città. Timori che Archidamo si studiò di dissipare, con queste rassicuranti parole: "Affidate a noi Spartani la città e le vostre case. Indicateci con chiarezza i confini del vostro territorio. Stilate un elenco degli alberi e di ogni oggetto passibile di conteggio. Scegliete una nuova residenza e recatevici, finché si protrae la guerra. Appena sarà tutto finito vi riconsegneremo ogni cosa che avrete deposto nelle nostre mani. Fino a quel tempo la conserveremo come un pegno, coltivando la campagna e versandovi un tributo proporzionato alle vostre esigenze di vita."

73. Gli intermediari ascoltarono attenti e di nuovo si portarono in città e dopo averne pubblicamente discusso, ribadirono la loro intenzione di sottoporre prima al giudizio di Atene le richieste avanzate, che solo con l'approvazione ateniese si sarebbero decisi a realizzare: nell'intervallo, proponevano che ci si accordasse su una tregua, senza passare a vie di fatto contro la loro terra. Archidamo stipulò la tregua per un numero di giorni adatto al loro viaggio di andata e ritorno da Atene e rispettò il paese. Gli ambasciatori di Platea giunsero a destinazione, si consultarono con gli Ateniesi e, tornati in patria, resero nota ai concittadini in attesa la loro replica: "Dichiarano gli Ateniesi, cittadini di Platea, che nell'epoca precedente a questa, da quando strinsero l'alleanza con voi, mai capitò che vi abbandonassero vittime di qualche ingiusto attacco: anche in questa occasione non resteranno inattivi a guardare, s'impegneranno a fondo per proteggervi e vendicarvi. Vi scongiurano, in nome dei voti solenni con cui si vincolarono i vostri padri, a non inserire mutamenti nei patti dell'alleanza."

74. Udita la relazione degli ambasciatori, quelli di Platea deliberarono di non tradire gli Ateniesi e di sostenere, se era indispensabile, la vista delle distruzioni che si sarebbero abbattute sulla loro terra e di ogni altra rovina, conseguenza della guerra: nessuno lasciasse più la protezione delle mura, da cui si doveva lanciare al nemico questa risposta: per Platea era impossibile eseguire gli ordini di Sparta. Compresa ormai la posizione della città, Archidamo invocò innanzi tutto la testimonianza dei Numi e degli Eroi del luogo, con tale formula: "Voi tutti, Dei ed Eroi che tutelate la terra di Platea, attestate che il principio ispiratore della nostra iniziativa d'invadere questo paese si conforma a giustizia, poiché furono costoro i primi a infrangere i patti sacri: su questo suolo i nostri padri, dopo le suppliche a voi rivolte, annientarono i Persiani, su un campo di battaglia che il vostro favore aveva reso propizio ai combattenti greci. Ora neppure, qualunque mossa intraprendiamo, violeremo il giusto, dacché ci vediamo respinte tutte le nostre ripetute ed eque richieste. Compiaceteci: che il castigo si scagli su chi ha perpetrato primo l'azione iniqua e si consenta la vendetta a quelli che, secondo giustizia, si presentano ad esigerla."