75. Dopo aver così invocato i Numi, dispose l'esercito per l'attacco. Prima di tutto, con i tronchi degli alberi che avevano abbattuto, elevarono tutt'intorno a Platea una palizzata per impedire a chiunque l'uscita. Poi si dedicarono ad erigere un terrapieno contro la città, auspicando di espugnarla in brevissimo tempo, tanto ferveva il ritmo di lavoro di un esercito così vasto, intento a quell'opera. Utilizzando il legame che avevano tagliato e raccolto sulle pendici del Citerone, costruivano dei tralicci incrociati che venivano adattando, quasi fossero delle pareti, ai due fianchi dell'argine per contenerne gli smottamenti e impedire al materiale di spargersi su un'area di base troppo ampia. Per la fabbrica del terrapieno ammassavano pietre, zolle, fascine e tutto quanto potesse servire allo scopo. Faticarono per settanta giorni e altrettante notti senza pause, distribuendo i turni di riposo, sicché mentre gli uni continuavano il trasporto di materiale, gli altri mangiavano o dormivano. Gli ufficiali spartani aggregati ai comandi dei contingenti ausiliari di ogni singola città tenevano viva la cadenza del lavoro. I Plateesi, vedendo che l'argine s'alzava erigevano un'impalcatura di legno in forma di muro sovrapponendolo a quel punto della propria cerchia, contro il quale si ergeva il terrapieno nemico: colmarono lo spazio interno con mattoni d'argilla prelevati dalle case vicine. Il legname, per loro, costituiva una specie di struttura portante, perché la costruzione, crescendo verso l'alto, non mancasse di stabilità: la proteggevano coperte di pelli e cuoio, tese sui lavoranti e sui legni per mantenerli al sicuro dal tiro dei dardi incendiari. Il muro si ergeva molto alto, ma anche il livello del terrapieno non procedeva, di fronte ad esso, con minore solerzia. Allora i Plateesi posero in opera questo accorgimento: praticando una apertura in quella parte delle mura contro cui era rivolto l'argine, ne asportavano in città il materiale.
76. I Peloponnesi se ne avvidero, e presero a scagliare, nella cavità che s'era prodotta, impastata su graticci di canne, dell'argilla che, più solida, non si sarebbe sfatta e non avrebbe potuto essere sottratta e trasportata, come la terra in città. Impediti da questa parte, gli assediati sospesero l'attività: ma scavarono nel sottosuolo un passaggio e calcolando con precisione il tratto che li separava dal terrapieno, vi giunsero esattamente sotto: si diedero di nuovo a sottrarre terreno e a portarlo in città. Espediente che sfuggì a lungo all'attenzione delle truppe intente al lavoro esterno: il loro continuo scaricare terra non produceva risultato apprezzabile, poiché l'argine cedeva continuamente di sotto e s'abbassava in corrispondenza dei vuoti praticati nelle sue fondamenta. Temendo di non potere comunque resistere così in pochi allo sforzo continuo di molti idearono una tattica difensiva diversa: cessarono di lavorare alla grande costruzione che andava sorgendo di contro al terrapieno e partendo dall'una e dall'altra estremità di essa, da dove si dipartiva, in opposta direzione, la più bassa cinta delle loro mura, incurvarono in aggiunta verso l'interno della città una struttura difensiva a forma di luna falcata perché nell'eventualità che la costruzione alta cadesse in mano nemica la resistenza si attestasse su quella e gli assalitori fossero costretti all'erezione di un nuovo argine di fronte al loro secondo sbarramento. Tentando di penetrare all'interno, avrebbero poi patito un doppio svantaggio, esposti sull'uno e l'altro fianco alla tempesta di colpi vibrati, in tutta sicurezza, dai difensori. Contemporaneo all'erezione dell'argine i Peloponnesi operavano anche l'accostamento delle macchine belliche alla città, tra le quali una, manovrata lungo il terrapieno, impresse un urto rovinoso alla costruzione grande, con enorme sbigottimento dei Plateesi. Altre percossero settori diversi del muro. Gli assediati cercavano di imbrigliarle con dei lacci e svellerle. Tra l'altro, legarono con possenti catene di ferro alle due estremità dei pali enormi, sospendendoli all'incrocio di due travi che si appoggiavano al muro e si protendevano all'esterno di esso; li alzavano quindi a piombo contro la macchina nemica, e quando questa stava per investire qualche punto, abbandonavano il palo lasciando scorrere le catene e non trattenendole più: quello s'avventava violento sfracellando la punta dell'ariete.
77. In seguito a tale fatto, i Peloponnesi compresero che l'impiego delle macchine belliche risultava, in quelle circostanze, del tutto inefficace: tra l'altro, la fortificazione nemica continuava ad opporsi al loro argine. Ritenendo estremamente arduo debellare la città con i mezzi offensivi di cui disponevano, si preparavano a circondarla con un muro. Nacque però in loro l'idea di effettuare in precedenza un altro tentativo: sfruttare il vento, che s'era alzato, per incendiare la città, che non si estendeva su un'area troppo ampia. La speranza di risparmiare denaro evitando, per la presa della città, l'onere di un assedio ispirava loro ogni genere di accorgimenti. Si davano quindi a trasportare fascine di legna secca per lasciarle cadere dalla sommità del loro rialzo verso le mura di Platea: colmarono dapprima l'intervallo tra il terrapieno e la cinta. Il lavoro febbrile e la mano d'opera numerosa coprirono rapidamente lo spazio: presero allora ad accumulare fascine lungo i margini della restante cerchia muraria scagliandole, dall'alto del terrapieno, alla maggiore distanza possibile. Sparsero pece e zolfo appiccandovi la fiamma, e incominciò a divampare un incendio furioso e vasto quanto mai s'era visto, almeno fino a quel giorno, suscitato dall'opera umana: in un bosco montano invece, come già diverse volte si è verificato, per l'attrito che le raffiche di vento producono tra i rami, può brillare spontanea una scintilla e destare una fiamma immensa. L'incendio si estendeva e i Plateesi, dopo essere sfuggiti a tanti rischi, videro in faccia la morte, poiché per un lungo tratto all'interno dell'abitato non era possibile accostarsi al fuoco, che se fosse stato alimentato dal favore del vento, come auspicava il nemico, avrebbe distrutto ogni speranza di salvezza. Ora, a quanto si dice, accadde invece che un acquazzone violento e insistente sferzando Platea soffocasse il fuoco, e scongiurasse il pericolo.
78. I Peloponnesi, vista vana anche quest'ultima prova, lasciarono un settore dell'esercito sul posto, ne congedarono la maggior parte e si dedicarono alla costruzione di un muro intorno alla città, dopo aver distribuito una sezione del perimetro a ogni singolo reparto dei diversi paesi. All'interno e all'esterno del bastione era visibile una fossa, da cui si estraeva l'argilla necessaria a fabbricare i mattoni. Quando l'opera ebbe termine, all'epoca in cui sorge Arturo, istallando posti di guardia a vigilare su una metà del muro (l'altra parte era custodita da sentinelle beote), si ritirarono con il grosso dell'esercito e si dispersero ciascuno verso la propria città. I Plateesi avevano già trasferito in precedenza le loro donne, i loro vecchi e la massa di cittadini invalidi per la difesa, ad Atene. Sostenevano l'assedio trecento di essi, ottanta Ateniesi, centodieci donne per cucinare il cibo. Questo il numero complessivo quando furono bloccati dall'assedio: all'interno delle mura non si trovava nessun altro, né libero né servo. Furono queste le disposizioni messe in opera per assediare Platea.
79. Nella stessa estate mentre continuava l'assedio di Platea, gli Ateniesi mobilitarono duemila loro opliti e duecento cavalieri per una spedizione contro i Calcidesi della costa trace e contro i Bottiei, alla stagione del grano maturo. Era stratego Senofonte figlio di Euripide con due colleghi. Giunti nelle vicinanze di Spartolo Bottiea si dedicarono alla devastazione delle messi. Sembrava che anche la città dovesse arrendersi, per i maneggi di alcuni che vi erano dentro. Ma in seguito ad un appello lanciato verso Olinto dalla fazione politicamente avversa, comparve un contingente di opliti con truppe di rincalzo per assumersi la difesa della città. All'uscita di queste milizie da Spartolo, gli Ateniesi proprio sotto le mura della città si ordinarono per il combattimento. Su un fronte, gli opliti dei Calcidesi e qualche reparto di ausiliari furono sgominati dagli Ateniesi e costretti a ripiegare dentro Spartolo: sull'altro, la cavalleria calcidese e le truppe leggere travolsero i cavalieri e i fanti degli Ateniesi, che potevano contare su un numero limitato di peltasti, raccolti con una leva nel territorio chiamato Cruside. La battaglia si era chiusa da poco, quando accorsero in aiuto altri peltasti da Olinto. Le fanterie leggere, che da Spartolo li avvistarono, imbaldanziti per il sopraggiungere di rinforzi e per il fatto che nello scontro precedente non avevano ceduto, con i cavalieri e le truppe accorse in loro appoggio, riassalgono gli Ateniesi. Costoro si ritirano verso le due schiere che avevano lasciato presso i bagagli. Ad ogni assalto ateniese, gli avversari accennavano una ritirata; quando iniziavano la manovra di rientro, li incalzavano tempestandoli di proiettili. La cavalleria calcidese arrivava di galoppo in quel settore della battaglia in cui l'attacco sembrava più favorevole, e vi irrompeva, seminando confusione e panico nelle soldatesche ateniesi, che furono piegate e inseguite per un buon tratto. Agli Ateniesi non resta che trovare rifugio a Potidea; raccolti in seguito i cadaveri, sotto garanzia di tregua rientrano ad Atene con l'esercito superstite: erano caduti sul campo quattrocentotrenta dei loro soldati e tutti gli strateghi. I Calcidesi e i Bottiei invece eressero un trofeo e, dopo aver raccolto i loro morti, città per città si dispersero.
80. Nel corso della stessa estate, conclusi da poco questi avvenimenti, gli Ambracioti e i Caoni, volendo soggiogare l'intera Acarnania e provocarne il dissidio con Atene, inducono gli Spartani ad allestire, facendo leva sulle forze alleate, una flotta e a mandare in Acarnania mille opliti. Affermavano che se gli Spartani fossero intervenuti al loro fianco con le milizie di mare e di terra, dell'Acarnania cui non si potevano opporre gli Acarnani della zona costiera, avrebbe permesso, sicuro e agevole, anche un colpo di mano su Zacinto e Cefallenia, con la conseguenza che gli Ateniesi non avrebbero più spadroneggiato così liberamente sulle rotte intorno al Peloponneso. Non era irragionevole sperare anche nella conquista di Naupatto. L'adesione spartana al progetto è presto ottenuta: onde il sollecito invio di Cnemo, che era ancora navarco, con squadre di opliti a bordo di poche navi e l'ordine alla flotta alleata di tenersi immediatamente pronta ad entrare in azione e a far vela su Leucade. Erano i Corinzi a urgere con più fervore per l'intervento in appoggio agli Ambracioti, che erano loro coloni. La flotta di Corinto, di Sicione e dei paesi vicini si trovava ancora in fase di preparazione, mentre quelle di Leucade, di Anattorio e di Ambracia, che avevano già raggiunto la base di Leucade attendevano all'ancora. Frattanto Cnemo e i mille opliti ai suoi ordini, passati eludendo la sorveglianza di Formione che dirigeva le venti navi attiche incrocianti di vedetta nelle acque di Naupatto, allestirono subito la spedizione terrestre. Operavano al comando di Cnemo dei Greci, gli Ambracioti, gli Anattori, i Leucadi e i mille opliti che avevano recato con sé dal Peloponneso, e dei barbari, precisamente un corpo di mille Caopi, popolo non sottoposto a potestà regia, su cui governavano con carica annuale Fozio e Nicarone, membri della famiglia dominante. In appoggio ai Caoni partecipavano alla spedizione i Tesprozi, popolo privo anch'esso di monarca. V'erano anche i Molossi e gli Atintani, al comando di Sabilinto, tutore del re Taripo, ancora fanciullo, oltre ai Paravei con Oredo, loro sovrano. Mille Oresti, dei quali era signore Antioco, seguivano nella spedizione i Paravei di Oredo. Anche Perdicca, in gran segreto dagli Ateniesi, aveva inviato mille Macedoni, che giunsero più tardi. Con queste truppe Cnemo avanzava senza attendere la flotta in arrivo da Corinto. Marciando attraverso il territorio di Argo devastarono Limnea, un borgo sguarnito di mura. Giunsero così nelle vicinanze di Strato, la città più importante dell'Acarnania ritenendo che l'eventuale conquista di questo primo centro avrebbe spianato la strada per le successive occupazioni.
81. Quando gli Acarnani appresero che un forte esercito aveva valicato i loro confini e che i nemici avrebbero completato l'invasione dal mare, con la flotta, non si adunarono per organizzare uno sforzo protettivo comune, ma ciascuno provvide alla difesa della propria terra, mentre si inviavano a Formione appelli di soccorso: ma quegli fece replicare che gli era impossibile sguarnire la base di Naupatto proprio quando era imminente l'arrivo di una flotta nemica da Corinto. Intanto i Peloponnesi con i loro alleati, ripartito l'esercito in tre squadroni, marciavano contro la città degli Strati per fissare i loro accampamenti nelle vicinanze e tentare d'assalto la presa delle mura se non fossero riusciti con le trattative ad ottenerne la resa. Al centro dello schieramento avanzavano i Caoni con gli altri reparti di barbari, all'ala destra i Leucadi e gli Anattori, con a fianco i loro alleati sulla sinistra marciava Cnemo con i Peloponnesi e gli Ambracioti. La distanza tra i settori dell'esercito era grande: talvolta non si vedevano l'un l'altro. I Greci avanzavano in formazione da combattimento e tenendosi bene in guardia finché giunsero in una località adatta a collocarvi il campo. I Caoni invece, pieni di fiducia in loro stessi e ritenuti da quegli abitanti del continente come il popolo più bellicoso, non si arrestarono per disporre le tende. Partendo di slancio con gli altri barbari, pensavano d'impadronirsi della città al primo impeto per fregiarsi di quel gesto ardito. L'informazione che stavano ancora proseguendo la marcia raggiunse gli Strati, i quali calcolarono subito che schiacciando quel reparto isolato non avrebbero dovuto sostenere un attacco egualmente animoso da parte dei Greci. Si imboscano in diversi punti intorno alla cinta di mura e attendono in agguato. Piombano sul nemico, ormai vicino scattando al tempo stesso dalla città e dai loro ripari. Smarriti e in preda al panico molti Caoni subiscono il massacro, mentre le altre truppe barbare, vedendoli travolti, si danno per vinte e ripiegano in una rotta generale. Nessuno, negli accampamenti greci, aveva sentito nulla dello scontro, poiché l'avanzata dei barbari si era spinta molto oltre e si pensava che si fossero affrettati per preparare il campo. Ma quando i barbari in fuga cominciarono ad affluire tra loro li accolsero riunirono gli accampamenti e per quella giornata preferirono non prendere altre iniziative. Gli Strati non li aggredivano poiché non era ancora comparso il rinforzo degli altri Acarnani: si limitavano a tempestarli a distanza con colpi di fionda. Situazione critica, in quanto non ci si poteva spostare se non protetti dall'armatura completa: gli Acarnani godono fama di notevole destrezza nel maneggio di quest'arma d'offesa.
82. Quando cadde la notte, Cnemo si ritirò rapidamente con l'esercito verso il fiume Anapo, che dista ottanta stadi da Strato. Il giorno successivo, stipulata una tregua, raccolse i morti e riparò nel territorio degli Eniadi che, per amicizia, si trovavano in forze tra le sue truppe. Il corpo di soccorso nemico non si era ancora presentato. Di lì ognuno rientrò in patria. Gli Strati innalzarono un trofeo per la vittoria conseguita contro i barbari.
83. Le forze navali che da Corinto e dagli altri centri alleati dal golfo Criseo avrebbero dovuto congiungersi con quelle di Cnemo, per ostacolare l'azione di soccorso verso l'interno degli Acarnani rivieraschi, non si erano presentate. Proprio nei giorni in cui si era svolto lo scontro nei pressi di Strato, si erano viste costrette ad accettare la battaglia sul mare contro Formione e le sue venti navi attiche, che incrociavano di vedetta nelle acque di Naupatto. Poiché Formione, vigilava, e li teneva d'occhio mentre uscivano costeggiando dal golfo: il suo piano era di attaccarli in mare aperto. I Corinzi e le navi alleate veleggiavano sulla rotta dell'Acarnania, non disposti ad uno scontro sul mare, ma preparati per una campagna terrestre, senza immaginare che contro la loro squadra, potente di quarantasette navi, gli Ateniesi trovassero l'ardire di sferrare un attacco con le loro venti triremi. Ma intanto, mentre essi seguivano veleggiando la costa, avvistavano in navigazione, parallele alle loro e lungo la riva di fronte, le navi ateniesi: ma quando da Patre, cittadina dell'Acaia, misero la prua sulla terra opposta, l'Acarnania tentando la traversata, scorsero gli Ateniesi che puntavano dritto su di loro da Calcide e dalla foce dell'Eveno. E così la loro manovra notturna, il tentativo di sfuggire inosservati alla vigilanza ateniese era fallita e dovettero in ogni modo accettare di battersi in quell'aperto tratto di mare. La flotta operava in battaglia agli ordini degli strateghi inviati dalle singole città che avevano fornito contingenti: da Corinto, Macaone Isocrate e Agatarchida. I Peloponnesi ordinarono le navi su un fronte circolare il più ampio possibile, facendo rivolgere all'esterno le prue e all'interno le poppe, per impedire al nemico di adottare la tattica di sfondamento delle linee. I navigli leggeri che accompagnavano la spedizione trovarono riparo nel mezzo, dove si disposero anche le cinque navi meglio manovrabili pronte a scattare di slancio e a comparire nei punti scelti dagli Ateniesi per sferrare la loro offensiva.
84. Gli Ateniesi con le navi schierate su un'unica fila una dietro l'altra, presero a descrivere intorno al nemico cerchi sempre più stretti e a premerlo in un tratto di mare sempre più esiguo, sfiorando le sue chiglie e dando di continuo l'impressione di attaccare da un momento all'altro. Formione aveva disposto l'ordine di non eseguire l'assalto prima di un suo preciso segnale. Sperava che la flotta avversaria non potesse mantenere le posizioni iniziali, come uno schieramento di fanterie in uno scontro terrestre, ma che gli scafi si sarebbero urtati e che i vascelli leggeri avrebbero provocato scompiglio. Se dal golfo si fosse alzato il vento, in attesa del quale Formione continuava ad accerchiare le navi dei Peloponnesi (si tratta della brezza mattutina, che si leva generalmente a quell'ora), calcolava che il nemico non avrebbe più avuto un attimo di tregua. Sapeva di avere in pugno la decisione dell'attacco, di poterlo sferrare nel momento che riteneva più propizio, poiché le sue navi erano meglio manovrabili e che quell'occasione del vento sarebbe stata favorevolissima. La brezza prese a soffiare e i legni peloponnesi già ridotti in uno spazio angusto, impediti dall'azione combinata del vento e del naviglio leggero, che acuiva le difficoltà di manovra, si sbandavano senza più la minima traccia di ordine. Onde collisioni frequenti tra gli scafi e tentativi di tenerli lontani con i remi: le urla, gli scambi vivaci d'avvenimento per non urtarsi, i reciproci insulti coprivano gli ordini trasmessi dai comandanti e dai capivoga. Oltre a tutto, gli equipaggi inesperti e incapaci di tenere sollevati i remi sui flutti in tempesta rendevano difficilissimo ai piloti il governo delle navi. Scocca il momento atteso e Formione segnala l'assalto. Un balzo avanti e i vascelli ateniesi colano subito a picco una delle navi ammiraglie nemiche. Ogni chiglia poi che si trova sulla traiettoria dei loro speroni finisce sfondata. Ridussero il nemico in uno stato di così generale scompiglio che non riuscì neppure una volta ad impegnarsi in un efficace contrattacco. Alla fine, si volse in rotta al ricovero di Patre e di Dime, centri dell'Acaia. Gli Ateniesi balzarono all'inseguimento, che fruttò la cattura di dodici navi e del maggior numero dei relativi membri d'equipaggio: seguì il ritorno a Molicrio. Fu elevato un trofeo sul promontorio Rio e una nave fu offerta in voto a Pasidone. Rientrarono infine alla base di Naupatto. Anche i Peloponnesi si ritirarono con i legni superstiti, veleggiando lungo la costa, da Dime e da Patre verso Cilene, dove si trovava il cantiere navale degli Elei. Anche Cnemo da Leucade e le navi che si erano mosse da quella base, con la missione di congiungersi a queste che avevano combattuto, approdano a Cillene, dopo la battaglia di Strato.
85. Gli Spartani mandano a Cnemo, come consiglieri perle operazioni sul mare Timocrate, Brasida e Licofrone, con l'ordine di preparare le navi e gli uomini ad un altro scontro, di esito naturalmente più felice e di non lasciarsi imporre da un così esiguo gruppo di navi il divieto di correre le vie marine. Poiché pareva loro che l'esito della battaglia fosse stato determinato dall'elemento della sorpresa, imprevisto e incalcolabile, specie in quanto, dopo un vasto periodo di tempo, si erano battuti allora per la prima volta con le navi. Non sapevano convincersi che la loro marina si trovasse a un livello tanto inferiore: anzi sospettavano qualche atto di viltà da parte dei comandanti e non istituivano un ragionevole confronto tra la destrezza ateniese, frutto di una complessa esperienza, e la loro preparazione durata pochi giorni. Di qui la loro collera e la missione dei consiglieri. Costoro, in accordo con Cnemo, presentarono alle città nuove richieste di altre navi mentre riparavano i danni di quelle ancora disponibili, decisi a sfidare il nemico alla battaglia. Anche Formione manda dei messaggeri ad Atene a riferire i preparativi nemici, ad esporre una relazione sul successo riportato nello scontro navale e a raccomandare l'invio il più rapido possibile di un buon numero di navi, poiché di giorno in giorno si faceva imminente un nuovo scontro. I concittadini rispondono con la spedizione di venti navi, ma assegnarono a chi doveva consegnargli la flotta l'incarico di approdare prima a Creta. Infatti, il cretese Nicia, che era prosseno ateniese, li persuase a veleggiare a Cidonia spiegando che avrebbe loro consentito il soggiogare questa città, nemica di Atene. Li incitava a questa campagna per fare cosa gradita ai Policniti, vicini di confine dei Cidoniati. Così l'uomo cui era stato assegnato il comando salpa con la flotta diretto a Creta e con l'appoggio dei Policniti devastava la terra dei Cidoniati, dove si trattenne molto tempo ostacolato dai venti sfavorevoli e da molti altri intralci, che impedivano di salpare.
86. Intanto i Peloponnesi concentrati a Cillene, mentre gli Ateniesi indugiavano nel mare di Creta, costeggiarono, in completo ordine di battaglia, fino a Panormo, porto dell'Acaia dove erano affluiti i reparti di fanteria peloponnesi destinati al loro rinforzo. Anche Formione veleggiò seguendo la costa fino alla punta di Rio Molicrico e gettò le ancore al largo di questo promontorio, con le venti navi che avevano già sostenuto la battaglia. Questo capo, Rio, era un territorio legato agli Ateniesi da vincoli di amicizia: l'altro Rio, che fa parte del Peloponneso, è situato sulla riva opposta. La distanza tra i due punti è di circa sette stadi, naturalmente di mare: si tratta dell'imboccatura del golfo Criseo. I Peloponnesi, quando ebbero avvistato la flotta nemica, si ancorarono a Rio di Acaia, con settantasette navi, coprendo il breve tratto che separa questa località da Panormo, dove si era concentrata la loro armata terrestre. Per sei o sette giorni stettero alla fonda, gli uni di fronte agli altri: trascorrevano il tempo addestrandosi e mettendo a punto i preparativi per lo scontro. Opposti i loro piani: mentre gli uni non intendevano uscire dallo specchio di acqua tra i due promontori, verso il mare aperto, memori della sconfitta da poco subita, gli avversari si proponevano di non accettare la sfida nello stretto, calcolando che sarebbe stato un vantaggio per il nemico battersi in acque anguste. Poi Cnemo, Brasida e gli altri strateghi peloponnesi, desiderosi di sferrare l'attacco al più presto, prima che sopraggiungesse da Atene qualche contingente di soccorso convocarono anzitutto i soldati, quindi leggendo sui visi di molti lo sgomento che la precedente disfatta vi aveva impresso e l'ombra dello sconforto, decisero di rincuorarli con queste parole d'incitamento:
87. "Soldati del Peloponneso, se qualcuno tra voi si lascia suggestionare dalla conclusione della passata battaglia e lo stringe l'angoscia per l'imminente scontro, sappia che i suoi motivi di timore sono infondati. I nostri preparativi erano, come sapete, inadeguati: si navigava diretti a una campagna terrestre, non a una battaglia navale. Parte non piccola della nostra sconfitta è imputabile alla fortuna avversa e scivolammo anche, in certa misura, per l'inesperienza di questo primo combattimento con le navi. Per cui la disfatta non trasse origine dalla nostra codardia. Non v'è ragione che in voi l'energia morale, per nulla spezzata dalla forza nemica, serbando in sé decisa la volontà di riaffermarsi, veda snervarsi il suo slancio per un colpo della sorte ostile. Bisogna riflettere che rientra nell'ordine dell'umano destino soggiacere talvolta alle mazzate della fortuna, mentre il sentimento del coraggio impone ai cuori ardimentosi di resistere incrollabili. Se brilla il valore, la mancanza di pratica non si potrà mai accampare come giustificazione efficace della propria viltà. Voi cedete in esperienza al nemico un vantaggio assai meno notevole di quello che potete vantare in audacia. La destrezza tecnica del nemico, che tanto vi angustia, se è sorretta dall'ardimento nell'attimo rovente del rischio, saprà richiamare alla memoria i suoi principi di pratica, ma senza cuore virile nessun'arte resiste alla prova del pericolo. La paura agghiaccia e sbigottisce la memoria: e il mestiere, senza impeto guerriero, è disarmato. Alla loro superiorità tecnica rispondete schierando in campo il vostro più ardente coraggio; all'ansia che vi incute la precedente disfatta, opponete il ricordo della scarsa preparazione. Netto è il vostro vantaggio per numero di navi e per la circostanza che combatterete presso la costa amica e con il rinforzo degli opliti. In tutte le battaglie, prevale chi dispone della più consistente massa d'urto e di uomini più agguerriti. Ragionando, non potremmo individuare un solo fattore che possa vero similmente istillarci il dubbio di una sconfitta. Gli errori precedenti, entrati a far parte del nostro patrimonio d'esperienza, ci chiariranno la via da percorrere. Piloti e marinai, eseguite da valorosi ciascuno il proprio compito e seguiteci: non abbandonate il posto di combattimento. Prepareremo i piani d'attacco con scrupolo non inferiore a quello dei comandanti che ci hanno preceduto: non concederemo a nessuno motivo di mostrarsi vile. Ma sé qualcuno avrà desiderio di commettere una simile bassezza subirà una punizione esemplare; mentre i prodi godranno l'onore di premi degni del loro eroismo."
88. Fu questo il discorso esortativo rivolto dai comandanti ai Peloponnesi. Formione, a sua volta, temendo che l'apprensione si insinuasse a infiacchire il morale delle truppe e rendendosi conto che la potenza numerica del nemico, commentata nelle discussioni tra soldati, poteva seminare un sentimento di paura tra i suoi uomini, decise di radunarli, ridare loro la sicurezza in se stessi e spronarli nel momento che si apprestavano a vivere. Anche in ogni precedente occasione era solito recare loro il conforto della sua parola e prepararli accuratamente sul piano psicologico con la ripetizione continua di questo concetto: non doveva esistere per loro un numero così grande di navi nemiche da non essere in grado di respingere l'urto. Così da lungo tempo i soldati alimentavano in se stessi la coscienza del proprio valore e la convinzione che non esistesse flotta peloponnesiaca per quanto imponente, capace di fare indietreggiare dei marinai d'Atene. Ora, comprendendo che assistevano avviliti allo spiegarsi della potenza ostile aveva voluto ravvivare in loro la memoria di quel senso d'interiore fiducia. Raccolse le truppe ed esordì con queste parole:
89. "Vi vedo sgomenti, soldati, a mirare la massa delle navi nemiche: perciò vi ho raccolto, ritenendo la vostra ansia ingiustificata di fronte a oggetti che non devono ispirarne. In primo luogo costoro, proprio perché già disfatti una volta e perciò incapaci loro stessi di considerarsi al nostro livello si sono muniti di un così sterminato numero di navi, non certo eguale al nostro. Considerate poi l'elemento in cui ripongono la più viva fiducia: sono convinti che il coraggio sia una loro prerogativa, ma quest'idea di prodezza nient'altro la infuse loro che l'esperienza dei combattimenti terrestri che consentì alle forze del Peloponneso per lo più il successo in questo tipo di guerra. Si aspettano che sul mare potranno contare su un invariato vantaggio. Ma logicamente, qui saremo noi superiori: come loro sulla terra. Giacché in ardimento non ci lasciano affatto alle spalle e dalla circostanza che ciascuna delle due parti vanta maggior pratica in un determinato genere di lotta saremo noi a trarre più validi motivi di sicurezza. Gli Spartani, capeggiando gli alleati, li spingono ad affrontare il pericolo, i più contro volere, unicamente per riaffermare la loro gloria: altrimenti, dopo quella formidabile disfatta, non avrebbero concepito l'iniziativa di un successivo scontro. Perciò non temete il loro impeto. La paura che voi infondete loro è molto più intensa e giustificata poiché già una volta la vittoria fu vostra e perché non possono aspettarsi che noi ci schieriamo attendendo il loro urto senza pensare che abbiamo in animo di compiere un gesto veramente memorabile. Gli avversari che come costoro possono contare sulla superiorità numerica, sono soliti attaccare fidando nella massa più che nel coraggio: chi si contrappone da posizioni molto più deboli e, senza esservi costretto, accetta la sfida, è mosso da una energia spirituale che lo rende invincibile. Deve essere questo il loro pensiero: e in loro vibra lo sconforto di fronte a questa amara sorpresa, più che per il nostro armamento, di cui hanno già avuto prova. Molti eserciti già furono sgominati da forze più esigue, parte per incompetenza tecnica, talvolta per viltà: due difetti da cui siamo immuni. Non permetterò che la battaglia si accenda nel golfo, al cui interno vedrò di non dirigermi. Poiché so che contro molte navi male governate non conviene a un piccolo numero di legni, diretti alla perfezione e ottimamente manovrabili, operare in acque anguste. Non si potrebbe attuare, come si conviene, la manovra d'attacco con il rostro poiché non si ha la vista aperta per vasto spazio in avanti sullo schieramento nemico, né uno scafo incalzato potrebbe ritirarsi con agio: nessuna manovra di sfondamento risulta possibile o di conversione, che sono le armi più efficaci di una flotta più agile. È inevitabile che lo scontro navale degeneri in una battaglia di fanteria e, in queste circostanze, le navi più numerose hanno cospicue possibilità di successo. Per quanto mi sarà possibile, provvederò in questo senso: a voi il compito di conservare il vostro posto sulle navi e di eseguire gli ordini con rapida intelligenza: tanto più considerando che il nemico ci staziona di fronte a breve distanza. Durante il combattimento osservate il più possibile il silenzio e la disciplina, che sono condizioni essenziali in ogni altro fatto d'armi, ma soprattutto in una battaglia navale. Respingete il nemico con ardire degno delle gesta precedenti. Il nostro rischio è grande: spezzare per sempre la speranza dei Peloponnesi di prevalere con la flotta o accostare ad Atene il pericolo di veder svanire la sua superiorità marittima. Vi rammento ancora una volta che, di questi avversari, i più sono già stati vinti da voi: uomini che hanno già visto in volto la sconfitta, non sono disposti ad affrontare con la stessa passione i medesimi pericoli."
90. Fu questo in sostanza l'incitamento rivolto da Formione ai suoi uomini. I Peloponnesi poiché la flotta nemica non mostrava il proposito di attaccarli verso l'interno del golfo, dove il braccio di mare si restringeva, mentre il proprio piano prevedeva di trascinarveli, anche contro le loro stesse intenzioni, levarono le ancore ai primi chiarori dell'alba e si posero in navigazione con le navi schierate su quattro file, seguendo la loro costa e procedendo verso l'interno del golfo, con l'ala destra più avanzata, conservando: l'ordine con cui s'erano disposti durante il periodo d'attesa alle ancore. Erano in linea su quest'ala le venti navi di miglior corso, con un preciso compito tattico; se Formione, temendo una loro puntata offensiva su Naupatto, si fosse lanciato con le sue navi in questa direzione a copertura della base, queste triremi veloci avrebbero dovuto tagliare la strada agli Ateniesi, impedendo loro di superare la propria ala e di sfuggire all'attacco delle altre navi accorrenti. La loro previsione s'avverava: Formione, in ansia per il destino della piazzaforte scoperta quando li avvistò in movimento, contro voglia e di gran fretta fece imbarcare i suoi uomini e prese a costeggiare. Anche la fanteria dei Messeni avanzava lungo la riva scortandolo pronta a intervenire in caso d'aiuto. Quando i Peloponnesi scorsero la flotta nemica che sfilava, una nave dopo l'altra, lungo la costa e già penetrava all'interno del golfo a ridosso della terraferma, come era nelle loro migliori speranze, al primo segnale operarono una conversione fulminea delle navi e balzarono, con la massima velocità permessa a ogni nave, a un attacco su una sola linea frontale contro gli Ateniesi, augurandosi d'intercettare la loro flotta al completo. Ma undici legni, quelli che guidavano la squadra, sorpassano l'ala destra dello schieramento nemico e la sua manovra offensiva di conversione, sfuggendo in un tratto d'acqua più libero. Sulle altre si precipitarono i Peloponnesi, premendole in fuga verso la costa e ponendole fuori combattimento: le ciurme ateniesi furono massacrate tranne i pochi che trovarono la salvezza a nuoto. Alcuni scafi vuoti furono legati a rimorchio (uno era già stato catturato con l'equipaggio al completo). Altri invece furono strappati al nemico, che già li rimorchiava al largo dalla fanteria dei Messeni che erano accorsi e che, inoltratisi completamente armati nelle onde, avevano dato l'assalto alle tolde, sulle quali si battevano.
91. In questo settore i Peloponnesi dominavano e avevano tolto dal combattimento le navi attiche, mentre le loro venti navi lanciatesi dall'ala destra proseguivano l'inseguimento degli undici legni ateniesi che si erano sottratti alla conversione d'attacco e vogavano verso il mare aperto. Questa parte della squadra, eccettuata una nave, sopravanza gli inseguitori e trova ricovero nella base di Naupatto, in cui ferme presso il santuario di Apollo, con le prue rivolte al mare, le navi si tenevano pronte alla difesa e a respingere un eventuale assalto del nemico verso la terraferma. Frattanto i Peloponnesi, alquanto in ritardo, vogavano innalzando insieme il canto del peana, per festeggiare la loro vittoria, mentre una sola nave, di Leucade, molto avanzata rispetto alle altre, incalzava l'unico vascello ateniese rimasto indietro. Si trovava per caso ancorata nella baia una nave mercantile intorno alla quale l'equipaggio attico riesce con grande anticipo ad effettuare una virata completa, quindi scattando pianta il suo rostro nella chiglia della nave inseguitrice e l'affonda. Un episodio imprevisto e una rude sorpresa per i Peloponnesi attoniti: si aggiunga l'indisciplina della manovra d'inseguimento, ispirata dalla loro superiorità, per cui alcune ciurme avevano affondato in acqua le pale dei remi per frenare la corsa (gesto rischiosissimo, a così breve distanza dal nemico, che poteva, in qualunque istante, sferrare un contrattacco) e desiderando farsi raggiungere dal grosso della flotta. Alcuni altri, inesperti di quelle acque, si arenarono nelle secche.
92. Questa scena rincuorò gli Ateniesi, restituendo fiducia in loro stessi: bastò un solo ordine e, scagliato un formidabile urlo, si piegarono a tutta forza sui remi, contro il nemico. La catena di spropositi commessi e il disordine in cui si dibattevano non consentì ai Peloponnesi una lunga ed efficace resistenza: dopo poco si diressero a Panormo, da cui erano salpati. Incalzando, gli Ateniesi si impadronirono delle sei navi più vicine e strapparono le proprie navi al nemico che le aveva messe fuori combattimento in vicinanza della costa e le aveva già trascinate a rimorchio: degli equipaggi, alcuni furono passati per le armi, altri presi vivi. Sul ponte della nave di Leucade, che affondava presso il vascello da carico, lo spartano Timocrate che vi era imbarcato, quando lo scafo si sfasciò, si trafisse con la spada e il suo cadavere, trascinato dai flutti, affiorò nella rada di Naupatto. Gli Ateniesi, al ritorno nel porto da cui s'erano mossi per conseguire quel trionfo, eressero un trofeo, raccolsero le salme e i relitti che galleggiavano dalla loro parte e restituirono al nemico i suoi caduti, dopo avere varato un'apposita tregua. Anche i Peloponnesi elevarono un trofeo, in segno di vittoria per avere travolto le navi nemiche e averle danneggiate nello scontro presso la costa. La nave catturata fu offerta in dono votivo al Dio sul promontorio di Rio di Acaia, presso il trofeo. Conclusi questi atti, temendo l'arrivo della flotta ausiliaria da Atene, quando sorse la notte, la squadra al completo, tranne i Leucadi, entrò nel golfo Criseo in direzione di Corinto. Le forze ateniesi che provenendo da Creta con le venti navi avrebbero dovuto ricongiungersi con la squadra di Formione prima della battaglia navale, approdano a Naupatto non molto tempo dopo la partenza delle navi avversarie. L'estate ormai declinava.
93. Prima di congedare i soldati della flotta che si era raccolta nel golfo di Crisa e a Corinto, all'inizio di quell'inverno, Cnemo Brasida e gli altri comandanti peloponnesi decisero, su consiglio e istruzione di Megara, di effettuare un tentativo contro il Pireo, porto di Atene, che non era protetto da vedette né chiuso da sbarramenti: logica conseguenza della profonda superiorità navale su cui Atene poteva contare. Elaborarono questo piano: ciascun marinaio doveva prendere con sé il suo remo, il suo cuscino e uno stroppo per il remo e partire a piedi da Corinto per raggiungere la riva del mare che bagna Atene: portatisi rapidamente a Megara dovevano varare da Nisea, che è il loro arsenale, quaranta navi che vi si trovavano alloggiate e puntare immediatamente sul Pireo. Non stazionava infatti a copertura del porto neppure una nave né ad Atene si nutriva il benché minimo sospetto che i nemici fossero in grado di sferrare un attacco così inopinato, poiché o non avrebbero mai avuto l'ardire di accostarsi scopertamente, con tranquilla sicurezza, o se anche avessero concepito un simile progetto, non avrebbero potuto realizzarlo prima d'essere scoperti. Appena ebbero perfezionato il loro disegno, si posero in viaggio: arrivarono di notte, e spinte in mare da Nisea le navi non fecero vela subito in direzione del Pireo, come prevedeva il piano originale, ma, temendo il rischio (si dice anche che si fosse alzato il vento a ostacolarli) puntarono sul promontorio di Salamina che guarda a Megara. Vi si ergeva un fortilizio e vi erano appostate tre navi con il compito di bloccare qualsiasi importazione o esportazione da Megara. Assalirono il forte, trassero a rimorchio le triremi vuote e misero a ferro e fuoco il territorio di Salamina, aggredendone all'improvviso gli abitanti atterriti.
94. Atene fu colta impreparata dai segnali di fuoco che annunciavano l'attacco nemico. Un sentimento di terrore, più vivo di quello provato nelle molte e diverse circostanze di questa guerra, gelava la città. Gli abitanti all'interno delle mura pensavano che le navi nemiche avessero già forzato e occupato il Pireo, dove invece tra chi vi abitava prendeva piede la convinzione che Salamina era ormai presa e che erano loro il prossimo, immediato bersaglio dell'assalto nemico. Obiettivo agevolmente conseguibile, se i Peloponnesi fossero stati sorretti dalla volontà di agire senza esitazione e il levarsi della brezza non li avesse intralciati. All'aurora gli Ateniesi calarono con le loro forze al completo al Pireo per presidiarlo: fecero scivolare in acqua le triremi, balzarono agitati a bordo e in tempestoso disordine vogarono alla volta di Salamina, dopo aver collocate squadre di fanteria a difesa del Pireo. I Peloponnesi compresero che il soccorso nemico era imminente e dopo aver devastato la maggior parte di Salamina con le loro incursioni, assicurandosi un considerevole bottino, molti prigionieri oltre alle tre navi di postazione al forte Budoro, presero a tutta forza la via del ritorno verso Nisea. Li pungeva inoltre una certa preoccupata inquietudine per il fasciame delle loro navi che, poste in mare dopo un lungo intervallo di tempo, minacciava di non tenere più. Dopo l'approdo a Megara ripercorsero a piedi la via di Corinto. Anche gli Ateniesi, che non erano arrivati a coglierli a Salamina, tornarono al loro porto: ma da allora vegliarono con la più attenta sollecitudine sul complesso del Pireo, sbarrandone i porti e adottando ogni altro accorgimento utile allo scopo.
95. In quella stessa epoca, al principio di questo inverno, l'odrisio Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci, organizzò una campagna contro Perdicca figlio di Alessandro, signore dei Macedoni, dirigendosi anche contro i Calcidesi della costa trace per via di due promesse: una che aveva in proposito di far adempiere, l'altra che intendeva personalmente assolvere. Perdicca infatti aveva contratto con lui degli obblighi, se fosse riuscito a riconciliarlo con Atene quando, allo scoppio della guerra versava in brutte acque, e se non avesse restituito il trono al fratello di lui Filippo, che, gli era ostile: ma non aveva tenuto fede agli impegni. Da parte sua, aveva concordato con gli Ateniesi, quando stipularono la loro alleanza, che avrebbe risolto con un successo le operazioni militari nel settore della Calcidica sulla costa trace. Erano questi dunque i due obiettivi ché l'avevano spinto alla spedizione. Lo accompagnava il figlio di Filippo, Aminta ch'egli aveva intenzione di riporre a capo della monarchia macedone e lo seguivano anche gli ambasciatori ateniesi che soggiornavano presso di lui per caldeggiare l'esecuzione di questi disegni. Agnone si assunse il comando: poiché anche gli Ateniesi dovevano contribuire allo sforzo contro i Calcidesi con una squadra navale e un esercito il più possibile agguerrito.
96. Muovendo allora dal territorio degli Odrisi mobilitò innanzitutto i Traci stanziati tra il monte Emo e la catena del Rodope, tutte popolazioni su cui si estendeva il suo dominio, fino al mare, vale a dire il Ponto Eussino e l'Ellesponto; poi i Geti che vivono al di là dell'Emo e tutte le altre genti che abitano i territori al di qua del fiume Istro, nella parte però più prossima alla costa del Ponto Eussino. I Geti e le popolazioni di quelle zone dividono con gli Sciti i confini e la medesima foggia d'armi: sono tutti arcieri a cavallo. Convocò anche un nutrito gruppo di Traci delle montagne, che vivono indipendenti e si armano di spade. Hanno nome Dii e la maggior parte di loro abita sul Rodope. Alcuni si lasciarono attrarre da una cospicua paga, altri si presentarono volontari. Mobilitò anche gli Agriani i Leei e butte le altre tribù peoniche su cui regnava. Erano questi i limiti estremi della sua signoria, che arrivava, dalla parte dei Peoni, ormai indipendenti, fino ai Leei Peoni e al corso dello Strimone il fiume che nascendo dal monte Scombro bagna il paese degli Agriani e dei Leei. Dalla parte dei Triballi, indipendenti anch'essi, il confine era segnato dalle terre dei Treri e dei Tilatei, che vivono a settentrione del monte Scombro e a occidente si protendono fino al fiume Oschio. Questo fiume scaturisce dallo stesso monte da cui nascono anche il Nesto e l'Ebro: è un picco alto e desolato, congiunto al gruppo montagnoso del Rodope.
97. L'estensione in ampiezza del regno degli Odrisi, affacciato sul mare, va dalla città di Abdera al Ponto Eussino, fino alla foce dell'Istro. La navigazione lungo tutto questo tratto di costa e seguendo la rotta più breve comporterebbe per una nave da carico, nell'ipotesi che il vento spiri sempre di poppa, quattro giorni di viaggio e altrettante notti: per le strade di terra, prendendo sempre la via più spiccia, un marciatore agile copre in undici giorni la distanza tra Abdera e il fiume Istro. È questo lo sviluppo della costa: dalla parte del continente, partendo da Bisanzio diretto al paese dei Leei e al fiume Strimone (che costituisce il tratto più lungo dalla costa all'interno) uno che marci spedito impiega tredici giorni. In quanto ai tributi che affluivano da tutto il territorio barbaro e dagli altri centri greci sottomessi al potere degli Odrisi, all'epoca di Seute, che asceso al trono dopo Sitalce li aveva elevati alla cifra più considerevole, ammontavano ad una somma di valore pari a circa quattrocento talenti di argento, e in argento e in oro venivano pagati. Entrata d'equivalente pregio costituiva il complesso dei doni non solo in oro e argento, ma in tessuti ricamati e lisci e in oggetti d'arredamento d'ogni diversa natura, che approdavano alle mani del re, oltre che dei dignitari investiti di qualche carica governativa e dei nobili Odrisi. Contro il costume vigente nel regno di Persia, hanno stabilito in quel paese una norma: prendere più che donare (rappresentava più acuta vergogna eludere una richiesta che avanzarne una senza successo). Regola onorata anche dagli altri Traci: ma qui, fra gli Odrisi, in proporzione alla loro più ampia potenza questa pratica era più radicata e diffusa. Senza allungare regali non si veniva a capo di nulla. Onde questo regno salì a grande ricchezza. Per entrate finanziarie e per pubblica prosperità era divenuto il più potente tra i regni situati in Europa, fra il golfo Ionio e il Ponto Eussino. Per vigore bellico invece e per massa di combattenti risultava molto inferiore agli Sciti. Ma contro costoro non c'è popolo in Europa che possa reggere il confronto: neppure in Asia esiste una nazione che, singolarmente considerata, sia in grado di opporsi con efficacia agli Sciti, se dessero vita a un complesso politicamente unitario. Anche negli altri aspetti della vita, per assennata chiarezza d'idee e pronta soluzione dei problemi immediati, non si trovano certo al livello normale delle altre genti.
98. Dunque Sitalce che era signore di un così ampio regno allestiva la spedizione. Quando la preparazione fu completa, iniziò la marcia verso la Macedonia, prima attraverso i suoi territori, poi valicando il Cercine, un gruppo montagnoso deserto che si erge al confine tra i Sinti e i Peoni. Percorse quella pista che si era lui stesso aperta, tagliandola nella foresta, in occasione della precedente campagna contro i Peoni. Uscendo dal paese degli Odrisi e attraversando questi valichi montani tenevano sulla destra i Peoni, sulla sinistra i Sinti e i Medi. Compiuto il passaggio giunsero a Dobero Peonica. Durante la marcia Sitalce non subiva perdite di truppe, anzi ne affluivano di rinforzo. Numerosi Traci indipendenti si accodavano all'esercito, senza essere stati chiamati, per desiderio di bottino. Si dice così che questo esercito raggiunse la forza di centocinquantamila uomini. La massa più rilevante era costituita dalla fanteria: circa un terzo erano cavalieri. Il nerbo della cavalleria era stato fornito dagli stessi Odrisi, poi dai Geti. Nella fanteria, le milizie più agguerrite erano i Traci indipendenti calati dal Rodope, che si armavano di spada. Il resto delle truppe si accalcava in disordine, ma era la loro massa a incutere il terrore.
99. I soldati si venivano concentrando a Dobero e si preparavano a sferrare dalle alture l'invasione della sottostante Macedonia soggetta a Perdicca. Fanno parte della Macedonia anche i Lincesti e gli Elimioti e altre genti dell'interno che sono alleate e suddite di questi che abitano la bassa Macedonia, sebbene si reggano con singole monarchie. Si insignorirono per Frimi della moderna Macedonia bagnata dal mare, Alessandro, padre di Perdicca e i suoi avi Temenidi originari in antico di Argo. Confermarono il loro potere espellendo dalla Pieria con uno scontro armato i Pieri, che in seguito si stanziarono alle pendici del Pangeo, un monte al di là dello Strimone, nella località chiamata Fagrete e in altre zone (infatti ancora oggi il paese costiero sito tra le falde del Pangeo e il mare, si chiama golfo Pierico); dalla regione chiamata Bottia cacciarono i Bottiei attuali confinanti dei Calcidesi. S'impossessarono nella Peonia di una stretta fascia di territorio che, lungo il fiume Assio, dall'interno scende fino a Pella e al mare. Oltre il corso dell'Assio fino a quello dello Strimone scacciarono gli Edoni dalla regione chiamata Migdonia che ora è in loro mano. Tolsero anche, dalla cosiddetta Eordia gli Eordi, tra cui molti perirono, mentre un loro esiguo gruppo si è stanziato presso Fisca. Dall'Almopia rimossero gli Almopi. Questi Macedoni soggiogarono anche le altre genti ancora sotto il loro controllo, oltre ad Antemnute, la Grestonia, la Bisaltia e un ampio tratto di territorio propriamente macedone. Il complesso di queste terre ha nome Macedonia e ne era sovrano Perdicca, figlio di Alessandro quando Sitalce gli mosse contro.
100. Questi Macedoni non potendo opporre in campo un efficace riparo all'avanzata di un esercito così numeroso, ricorsero per la difesa ai capisaldi e alle piazzeforti della regione, che invero non erano molte: soltanto in seguito Archelao figlio di Perdicca fece elevare i fortilizi che ancora si notano in quel paese, tracciò strade diritte e mise a punto ogni altro dispositivo militare con l'acquisto di cavalli e di armi. Insomma dotò il paese di una forza bellica più consistente di quella che seppero organizzare gli otto sovrani che lo precedettero sul trono. L'esercito dei Traci dilagò innanzitutto negli antichi possedimenti di Filippo, espugnando con la forza Edomene, Gortinia e Atalante. Alcune altre piazzeforti cedettero spontaneamente per l'amicizia che li legava ad Aminta, figlio di Filippo, che era presente. Assediarono Europo, ma senza successo. Penetrarono nel resto della Macedonia, a sinistra di Pella e di Cirro. Non avanzarono però oltre queste località, fino alla Pieria e alla Bottia: si fermarono a devastare la Migdonia, la Grestonia e Antemunte. Il piano macedone non contemplava nemmeno la possibilità di affrontare con le fanterie il nemico: ma rafforzarono la propria cavalleria con contingenti fatti venire dai paesi dell'interno loro alleati e irrompevano in pochi contro l'esercito dei Traci, immenso, ovunque se ne presentasse l'opportunità. In qualsiasi punto vibrassero l'assalto, nessuno poteva sostenere l'urto di cavalieri valenti protetti da corazze. Ma poi, accerchiati da truppe molte volte più numerose di loro correvano un pericolo fatale contro un nemico numericamente troppo più forte: alla fine troncarono queste iniziative, calcolando di non poter contrastare un nemico così sconfinato.
101. Intanto Sitalce varava trattative con Perdicca per conseguire gli scopi in vista dei quali si era mosso. Siccome gli Ateniesi non comparivano con le navi, poiché non avevano molta fiducia nel suo arrivo (gli avevano però inviato ambasciatori con dei doni) distaccò una parte delle truppe sia contro i Calcidesi che contro i Bottiei, li bloccò nelle fortezze e ordinò la devastazione del territorio. Mentre egli operava in queste contrade i Tessali che abitano a mezzogiorno, i Magneti e altre genti suddite dei Tessali e i Greci che vivono nelle località prossime alle Termopili, temettero che l'esercito muovesse anche contro di loro e si mantenevano in stato di all'erta. Anche i Traci che abitano le pianure al di là dello Strimone, verso settentrione i Panei, gli Odomanti, i Droi, i Dersei, erano in apprensione; sono tutti popoli indipendenti. L'ansia attanagliava anche i Greci nemici di Atene, poiché si aspettavano che, incitate dagli Ateniesi e in virtù della loro alleanza, quelle truppe si proponessero anche la propria terra come obiettivo. Sitalce intanto si intratteneva a devastare con azioni contemporanee la Calcidica, la Bottia e la Macedonia: ma poiché non otteneva nessuno dei successi che si era proposto iniziando l'invasione e inoltre l'esercito non disponeva di vettovaglie sufficienti ed era messo a dura prova dall'inverno avanzato, si lasciò indurre da Suete, figlio di Sparadoco, suo nipote e l'autorità più influente dopo di lui, ad operare una rapida ritirata. Era stato Perdicca, con la promessa segretissima di dargli in moglie la sorella accompagnata da una cospicua dote, a trarre Seute dalla sua parte. Sitalce cedette e dopo una permanenza complessiva di trenta giorni, di cui otto nella Calcidica, rimpatriò in fretta con l'esercito. In seguito Perdicca tenne fede all'impegno, consegnando la sorella Stratonica a Seute. Furono questi gli avvenimenti durante la spedizione di Sitalce.
102. In questo inverno, dopo che si sciolse la flotta dei Peloponnesi, gli Ateniesi attestati a Naupatto, al comando di Formione costeggiarono fino ad Astaco ed effettuato uno sbarco penetrarono in armi verso l'interno dell'Acarnania con i quattrocento opliti della flotta e quattrocento opliti dei Messeni. Espulsero da Strato, da Coronta e da altre località i cittadini che non parevano loro sicuri, ristabilirono a Coronta Cinete figlio di Teolito e fecero ritorno alle navi. Non giudicavano possibile insistere con una spedizione, in quel rigido inverno, contro gli Eniadi, gli unici Acarnani ostili da sempre ad Atene. Infatti l'Acheloo, un fiume che sorgendo dalla catena del Pindo solca la Dolopia, l'Agraide, l'Anfilochia e la pianura acarnana, lambisce Strato quando scorre ancora all'interno della regione, sbocca in mare presso gli Eniadi, impaludando la zona intorno alla loro città, rende impossibile durante l'inverno, a causa della quantità d'acqua, le manovre militari. Di fronte alle località costiere degli Eniadi a non grande distanza dalla foce dell'Acheloo,.sono ubicate la maggior parte delle isole Echinadi. Il fiume è di grande portata e continua ad accumulare i suoi detriti alluvionali, onde alcune isole sono già congiunte alla terraferma e ci si può aspettare che in breve tempo, subiranno tutte la medesima sorte. La corrente del fiume è ampia, possente, fangosa: inoltre le isole sono fitte e così vicine l'una all'altra formano come un continuo sbarramento ai materiali di deposito fluviale, impedendo la loro dispersione in mare aperto: poiché sono irregolarmente disposte, non su un'unica fila e non consentono il libero fluire delle acque verso il largo. Sono disabitate e poco estese. È leggenda che Apollo abbia intimato con un responso ad Alcmeone, figlio di Anfiarao, di stabilirsi in queste terre quando errava esule dopo l'assassinio della madre: gli proclamava inoltre che non vi sarebbe stata per lui liberazione dai suoi attacchi di terrore, fino a quando, scoperto questo paese, non vi avesse preso dimora: un luogo che non fosse ancora sotto lo sguardo del sole e che anzi non fosse ancora terra, poiché ogni altra contrada del mondo era stata da lui contaminata. Si dice che Alcmeone si trovasse in difficoltà: finché, a fatica, prese in considerazione questo terreno alluvionale alla foce dell'Acheloo. Gli sembrò che nel non breve tratto di tempo in cui era andato vagando, dopo l'uccisione di sua madre, si fosse accumulato un deposito di terra sufficiente a garantire la vita per una persona. Stanziatosi in questi luoghi vicini al paese degli Eniadi, vi prese a regnare e ne fissò per sempre, dal nome del figlio suo Acarnane, la denominazione. È questa la tradizione sulla vicenda di Alcmeone, quale l'abbiamo raccolta.
103. Gli Ateniesi agli ordini di Formione, salpando dalla costa dell'Acarnania approdarono a Naupatto, e al principio della primavera, ripartirono verso Atene. Conducevano con sé i prigionieri di condizione libera catturati nelle battaglie navali (che riottennero la libertà attraverso un esatto scambio di uomini) e le navi che avevano prese. Tramontava intanto anche questo inverno e si chiudeva con esso il terzo anno di questa guerra, descritta da Tucidide.