1. S'inizia ormai da questo punto la storia della guerra tra Ateniesi e Peloponnesi, e i rispettivi alleati. Le relazioni reciproche, di norma, s'intrattenevano in questo periodo esclusivamente per mezzo di araldi: nessuna tregua, da quando si dichiarò e s'impose lo stato di guerra. Il resoconto dei fatti ricalca con esattezza l'ordine del loro succedersi, per estati e inverni.
2. La tregua trentennale, conclusa dopo l'occupazione dell'Eubea, resistette in vigore per quattordici anni. Correva il quindicesimo anno, quarantottesimo del sacerdozio di Criside in Argo, mentre era eforo a Sparta Enesio e stava per concludersi (di lì a due mesi) il periodo di arcontato in Atene di Pitidoro, ed erano trascorsi cinque mesi dalla battaglia di Potidea, quando, all'avvento della primavera, un drappello di circa trecento soldati tebani (guidati dai beotarchi Pitangelo, figlio di Filide e Diemporo, figlio di Onetoride) irruppero armati in Platea, città della Beozia alleata d'Atene, nell'ora del sonno più profondo. Avevano trovate le porte della città aperte da quegli stessi uomini di Platea che li avevano chiamati, vale a dire Nauclide e i suoi seguaci. Il movente di costoro era di accrescere il loro personale potere, distruggere la parte politica che li osteggiava, e consegnare Platea alla soggezione tebana. Fungeva da intermediario in questo complotto Eurimaco, figlio di Leontiade, uno dei personaggi tebani più influenti. A Tebe si presagiva lo scoppio del conflitto; desideravano quindi anticipare il colpo di mano su Platea, con cui avevano sempre avuto violenti dissidi, mentre vigeva lo stato di pace e la guerra, ufficialmente, non era ancora divampata. Di qui la facilità con cui sorpresero il nemico, al primo tentativo d'aggressione: non era stata predisposta a Platea la vigilanza notturna. Deposero le armi nella piazza, ma non soddisfecero la pretesa di coloro che li avevano chiamati: di entrare in azione immediatamente e assaltare le case dei loro avversari politici. Progettavano piuttosto, con proclami di tono amichevole e moderato, di indurre a un accordo la città occupata. (L'araldo ingiunse che, se qualcuno era disposto ad allearsi con loro, secondo l'antico costume in vigore presso tutti i Beoti, venisse a deporre le armi nella piazza). Il loro calcolo era d'addurre più agevolmente, con l'impiego di questi metodi, la città dalla loro parte.
3. La voce che un corpo tebano s'era acquartierato all'interno delle mura e che aveva occupato a sorpresa la città, serpeggiò in Platea generando il panico. Gli abitanti, nella convinzione che le forze nemiche fossero molto più ingenti (era notte fonda, non riuscivano a scorgerle bene) preferivano accondiscendere a quanto veniva loro intimato. Discussero in questo senso con i Tebani: la calma tornava a stendersi su Platea. Nessun provvedimento ostile era stato finora disposto dagli occupanti. Ma operando queste trattative si resero conto che i militari tebani non erano poi numerosi e che un proprio contrattacco avrebbe avuto un successo facile. La maggior parte dei Plateesi non era disposta a staccarsi da Atene. L'azione parve subito possibile e doverosa: demolendo i muri divisori tra le case si raccoglievano in gruppi, senza dar nell'occhio circolando per le vie. Disponevano di traverso per le strade i carri, da cui avevano sciolto le bestie da traino, perché fungessero da barricate. Ogni altro riparo che sembrasse opportuno, ogni disposizione che le circostanze esigevano, furono posti rapidamente in atto. Procurarono di completare, secondo che era possibile, ogni preparativo prima che spiasse la notte: presero a uscire in armi dalle case contro il nemico al primo luccicare dell'alba. Temevano che il chiaro giorno rendesse il nemico più ardito nel respingere il loro assalto, consentendogli dibattersi in condizioni pari. Nell'incerto baluginare tra la notte e l'aurora, li avrebbe colti lo sgomento, la sensazione angosciosa di dover cedere agli assalitori un vantaggio enorme: la conoscenza di ogni strada nella città. Sferrarono l'attacco e la mischia divampò accanita.
4. I Tebani compresero d'esser vittime di un raggiro: serrarono le file e riuscirono a respingere le prime offensive, ovunque venissero scagliate. Resistettero a due o tre assalti. In una fase successiva, il clamore degli attaccanti, ingigantito dagli urli altissimi e dalle grida delle donne e dei servi che dai tetti li tempestavano di ciottoli e tegole, la pioggia violenta che aveva flagellato Platea l'intera notte, crearono nelle schiere tebane disperazione e timore. Piegarono, cominciando a disperdersi in fuga per le strade. Quasi nessuno era pratico delle vie per condursi in salvo; ritardati dal fango e smarriti nelle tenebre (era prossima la fine del mese), erano premuti da inseguitori che, invece, conoscevano bene quali punti bloccare per sottrar loro ogni scampo. Fu la fine per molti. Qualcuno di Platea, utilizzando come paletto un'asta di lancia, la adattò al chiavistello della porta da cui avevano fatto irruzione i soldati tebani, l'unica aperta. Anche da questa parte l'uscita era ormai preclusa. Inseguiti per tutta la città, alcuni di loro scalarono le mura slanciandosi nel vuoto verso l'esterno. Si schiantarono quasi tutti. Un gruppo esiguo (l'allarme fu lanciato subito) riuscì a sfuggire per una porta incustodita, sforzando di nascosto il chiavistello con un'ascia, che una donna aveva loro fornito. Gli altri caddero in punti diversi della città, uno per uno. La squadra più nutrita, ancora serrata in formazione da combattimento, s'abbatté di slancio in una grande fabbrica, annessa alle mura, di cui aveva trovato spalancata la porta. Erano certi che alla porta dell'edificio corrispondesse un'apertura verso l'esterno nelle mura. I Plateesi si avvidero subito che gli avversari erano piombati in una trappola: si attardavano dunque a discutere se li dovessero bruciare vivi, lì al momento, incendiando la costruzione o se dovessero riservar loro un trattamento diverso. Infine, i rinchiusi e gli altri superstiti tebani che si aggiravano per le strade si consegnarono ai Plateesi: facessero di loro e delle armi ciò che preferivano. Fu questa la conclusione dei fatti di Platea.
5. Il piano prevedeva che il resto delle forze tebane avrebbe dovuto giungere in massa alle mura di Platea, ancora nel cuore della notte, per sostenere gli aggressori nel caso che al tentativo si opponesse qualche ostacolo. La notizia della disfatta li colse mentre ancora marciavano: forzarono l'andatura, per soccorrere in tempo. Dista Platea da Tebe settanta stadi, e la pioggia che s'era abbattuta nella notte aveva rallentato i soldati. L'Asopo s'era gonfiato violento, guadarlo era difficoltoso. Marciando sotto la sferza della tempesta e nel fango, attraversato il fiume con mille stenti, giunsero sul teatro delle operazioni troppo tardi. I loro compagni erano tutti periti, tranne pochi vivi, in ceppi. Ormai a conoscenza dei fatti, i Tebani progettavano di assalire di sorpresa i Plateesi in cui si fossero imbattuti, fuori le mura: s'aggiravano contadini infatti nei campi, con i loro attrezzi, poiché il violento episodio s'era verificato improvviso e in tempo di pace. Intendevano catturare qualche ostaggio, per ottenerne lo scambio con qualcuno dei loro, che fosse prigioniero in città. Mentre ancora elaboravano quest'idea, quelli di Platea sospettavano che il nemico si preparasse ad attuare una simile mossa e, in ansia per i loro ancora fuori città, inviarono un araldo ai Tebani. Fecero notare quanto empia fosse la loro condotta precedente, il colpo di mano sferrato su una città protetta dalla tregua in vigore. Ingiunsero di non danneggiare gli averi e di non toccare i loro uomini, che erano ancora fuori le mura: la rappresaglia si sarebbe abbattuta immediatamente sui commilitoni, ancora vivi, in mano propria. Li avrebbero riconsegnati incolumi, solo a patto che l'esercito tebano sgombrasse senza indugio dal paese. Questa è la versione tebana, con l'aggiunta di un giuramento con cui i Plateesi si sarebbero impegnati. Quella plateese non collima: negano d'aver promesso l'istantanea restituzione dei prigionieri. Avrebbero dovuto prima intervenire le consuete trattative ed eventualmente un accordo. Il giuramento poi non sarebbe mai avvenuto. Comunque i Tebani si ritirarono dal territorio senza infliggere danni: i Plateesi radunarono dentro le mura uomini e averi della campagna, e massacrarono i prigionieri. Erano centottanta. Fra loro si trovava anche Eurimaco, l'intermediario del complotto organizzato dai traditori.
6. In seguito a quest'azione inviarono un messo ad Atene e si accordarono con i Tebani per la riconsegna dei cadaveri. In materia di politica interna predisposero le misure che ritenevano più utili per fronteggiare le circostanze attuali. Appena ad Atene si seppe di Platea, tutti i Beoti che si trovavano in Attica furono immediatamente arrestati. Un araldo partì per Platea, con l'ordine di non attuare provvedimenti punitivi contro i cittadini tebani che avevano in pugno. Attendessero le decisioni da Atene. Non si sapeva ancora che erano stati passati per le armi. Il primo messo era uscito da Platea nel preciso istante in cui vi penetravano i Tebani, il successivo quando erano già sopraffatti e prigionieri. Gli Ateniesi ignoravano lo sviluppo della vicenda. Per questo avevano spedito il messo. Costui, al suo arrivo, trovò i Tebani già uccisi. Atene organizzò subito una spedizione armata da inviare in appoggio a Platea. Rifornirono di vettovaglie la città, la affidarono a una guarnigione in armi e recarono con sé, ripartendo, le donne, i piccoli e gli uomini invalidi.
7. L'incidente di Platea e la scoperta violazione dei patti inducevano Atene ad accelerare e intensificare la sua preparazione bellica: la guerra sarebbe esplosa presto. Anche Sparta e gli alleati si apprestavano a combattere. Si accingevano all'invio di ambascerie presso il Re ed anche verso altri paesi stranieri. Dovunque speravano gli uni e gli altri di trovare appoggi ed alleanze. Cercavano di annettere alle rispettive coalizioni anche città finora esterne alla loro sfera d'influenza politica. Sparta impose alle città della Sicilia e dell'Italia meridionale, che avevano aderito alla sua causa, di mettere a sua disposizione un certo numero di navi proporzionato alla potenza di ogni singola città. Con la flotta già armata nei suoi porti, Sparta intendeva giungere a cinquecento unità da guerra. Le città dovevano inoltre tener pronta una certa somma. Ma iniziative ostili non venivano prese: nel periodo dei preparativi militari, si accettava nei porti del Peloponneso una sola nave ateniese per volta. Atene andava calcolando il potenziale offensivo degli stati attualmente iscritti alla sua lega e le sue missioni diplomatiche avevano piuttosto per meta le zone ai confini del Peloponneso, cioè Corcira e Cefallenia, l'Acarnania e Zacinto. Era evidente: se riusciva a legarli in stabile amicizia, avrebbe stretto il Peloponneso in un completo cerchio di guerra.
8. Disegni e piani d'immenso respiro, su un fronte e su quello avverso: ferveva ovunque lo slancio alla guerra. E non paia singolare: l'inizio di un'opera è sempre, per ogni uomo, motivo di più acceso ed agile entusiasmo. E fioriva in quel tempo gioventù numerosa in Atene, e nel Peloponneso, tutta in fiamme, per la febbre di quest'esperienza non mai prima vissuta: la guerra. L'intera Grecia sospesa in ansia: poiché il conflitto esplodeva tra le due città più potenti. Si annunciavano oracoli numerosi e vari, molte erano le predizioni degli indovini, non solo nelle città che si preparavano a combattere, ma anche nelle altre. Poco prima Delo era stata scossa da un terremoto: fenomeno mai verificatosi nei tempi antecedenti, per quanto indietro potessero i Greci riandare con la memoria. Lo si commentava e interpretava come un segno degli avvenimenti che sarebbero accaduti. Si insisteva ovunque con ricerche e inchieste, per appurare se si fossero verificati altri casi analoghi. Il generale favore degli uomini propendeva più verso Sparta, soprattutto in quanto proclamava che avrebbe reso l'indipendenza alla Grecia. Convergevano a Sparta, in un impeto comune di collaborazione e d'appoggio, le energie di singoli cittadini e di paesi interi, nei confini delle loro facoltà di parola e d'opera. Sentiva ognuno l'impressione febbrile che i preparativi restassero fermi, laddove non fosse lui presente, di persona. Così acuto odio Atene ispirava ai più: chi voleva sciogliersi dal suo dominio, chi temeva di dovervi soggiacere.
9. Con questi preparativi e con questi sentimenti in cuore s'erano impegnati a fondo nella guerra, al cui scoppio entrambi i belligeranti disponevano di forze alleate così suddivise. Alleati Spartani: i Peloponnesi a mezzogiorno dell'Istmo, al completo eccetto Argo e gli Achei (costoro intrattenevano rapporti amichevoli con entrambe le parti). Dapprima, degli Achei, entrarono nell'alleanza soltanto quelli di Pallene, in seguito tutti. All'esterno del Peloponneso Megaresi, Beoti, Locri, Focesi, Ambracioti, Leucadi, Anattori. Tra questi contribuivano alla formazione della flotta: Corinzi, Megaresi, Sicionii, Palleni, Elei, Ambracioti, Leucadi. Fornivano contingenti di cavalleria: Beoti, Focesi, Locri. Le altre città mobilitavano le fanterie. Era questa la lega del Peloponneso. Alleati Ateniesi: Chii, Lesbi, Plateesi, Messeni (quelli di Naupatto), la più parte degli Acarnani, Corciresi, Zacinti e le città soggette a tributo tra le seguenti popolazioni: i Cari che abitavano la costa, i Dori limitrofi dei Cari, la Ionia, l'Ellesponto, le zone costiere della Tracia le isole ubicate tra il Peloponneso e Creta verso oriente, le isole Cicladi al completo, tranne Melo e Tera. Fra questi fornivano forze navali i Chii, i Lesbi, i Corciresi: gli altri fanterie e denaro. Erano queste le forze delle contrapposte coalizioni e questi i loro preparativi alla guerra.
10. Subito dopo i fatti di Platea, gli Spartani fecero annunciare a tutte le città del Peloponneso e agli alleati esterni di mobilitare un esercito e allestire tutto quanto fosse necessario per una spedizione lontana dalla patria. Poiché intendevano invadere l'Attica. Quando i preparativi furono completati, nel tempo prestabilito due terzi dell'esercito affluirono dalle singole città verso l'Istmo. Adunate tutte le milizie, il re spartano Archidamo, che avrebbe guidato questa spedizione, convocò gli strateghi di tutti gli stati, i personaggi più autorevoli e quelli più degni di considerazione e li esortò con queste parole:
11. "Uomini del Peloponneso, alleati! Anche i nostri padri effettuarono numerose spedizioni militari, all'interno del Peloponneso e oltre i suoi confini. Anche i più anziani di noi non ignorano cosa sia una guerra. Ma non ci eravamo mai avanzati fuori dai nostri paesi, forti di armamenti e preparativi bellici più poderosi di quelli attuali. Una città di potenza formidabile costituisce il nostro obiettivo; ma anche le milizie di cui disponiamo non sono meno agguerrite e numerose. Solenne è per noi l'obbligo di far rifulgere un valore degno dei padri e adeguato alla gloria che ci circonda. Poiché ogni terra di Grecia è scossa da un fremito guerriero e vibra, tesa all'azione. Tutti gli sguardi son fissi a noi, colmi di simpatia per la nostra causa, per effetto dell'odio sollevato da Atene, e di speranza che i nostri progetti ottengano completo successo. Potrebbe sorgere in qualcuno l'idea che la nostra potenza numerica sia tanto schiacciante da garantirci con ogni sicurezza che il nemico non ardirà mai provocarci in campo aperto. Sarebbe errore gravissimo! Affievolirebbe la vostra cura nel prepararvi, e la vostra attenzione durante la marcia. Ogni comandante, ogni soldato, da qualunque paese provenga, stia sempre all'erta e sia pronto ad affrontare, ad ogni suo passo in avanti, un improvviso pericolo. Il corso di una guerra è costellato d'imprevisti, e in genere ogni assalto si fa scattare d'impeto, senza riflettere, nel giro di brevissimi istanti. Così si verifica spesso che uno schieramento più debole ma con i nervi tesi da una prudente apprensione, si difenda con efficacia da uno più numeroso, ma colto impreparato, in un momento di distrazione sprezzante. In terra nemica bisogna marciare in armi con lo spirito sveglio e ardito; il momento dell'azione non ci sorprenda mai impreparati perché abbiamo sottovalutato il nemico. È questo il più coraggioso modo d'aggredire l'avversario, e il più sicuro per respingerlo, quando sferra un'offensiva. Noi non dirigiamo certo verso una città inetta a difendersi, ma provvista di un allestimento bellico di prim'ordine e completo. Cosicché deve essere questa la nostra più ferrea convinzione nel partire: che, se non sono usciti in forze a contrastarci, mentre siamo ancora lontani, si batteranno, vedendo le distruzioni e i danni che infliggeremo ai loro poderi, nella loro stessa terra. Tutti, con davanti agli occhi lo spettacolo di una propria improvvisa e inconsueta rovina, si sentono avvampare d'ira esasperata. E chi, preso dallo sconforto, non s'affida al raziocinio, si getta nell'azione con più cieca irruenza. È logico che gli Ateniesi, più di chiunque altro, agiranno come prevedo: essi desiderano dominare gli altri, assalire e mettere a ferro e fuoco la terra altrui più che assistere alla distruzione della propria. Poiché siete in marcia contro una città di tale potenza con l'intento di conquistare la gloria più luminosa, degna degli antenati e di noi stessi, qualunque sia l'indirizzo dei futuri eventi, obbedite a ogni comando dei vostri capi: la disciplina e la solerzia siano per voi le armi migliori, con l'immediata e intelligente esecuzione di ogni ordine. Non si può assistere a una scena più nobile, più confortante di un esercito vasto, uno e concorde, disciplinato da un solo volere."
12. Dopo il suo discorso, Archidamo sciolse l'adunata. Manda subito ad Atene Melesippo, figlio di Diacrito, uno Spartiate, per accertarsi della disponibilità ateniese a un accordo, ora che vedono il nemico già pronto a muovere. Ma Atene non gli aprì le sue porte, né lo ammise alla presenza delle autorità governative. S'era affermata in precedenza l'opinione di Pericle, che non si accettasse nessuna ambasceria mentre gli Spartani erano in armi fuori dai propri territori. Non gli prestarono quindi ascolto e lo licenziarono, con l'ordine di uscire quel giorno stesso dai confini. In avvenire, gli Spartani inviassero pure le loro ambascerie, se lo ritenevano opportuno, ma non prima di essere rientrati con l'esercito in patria. Fecero scortare Melesippo, perché non entrasse in contatto con nessuno. Quando quello giunse al confine e stava per congedarsi pronunciò solo brevi parole: "Questo giorno è il primo di una lunga catena di sciagure per i Greci". Ritornò al campo con la notizia, e Archidamo comprese che gli Ateniesi non avrebbero mai ceduto di un palmo. Fece togliere le tende e mosse verso la terra nemica. I Beoti offrirono ai Peloponnesi il rinforzo di una parte delle loro fanterie e la propria cavalleria. Con le forze restanti aggredirono Platea, devastandone le campagne.
13. Mentre ancora i Peloponnesi si andavano concentrando sull'Istmo ed erano in marcia, prima di valicare il confine dell'Attica e invaderla, Pericle, figlio di Santippo, che era stratego in Atene con altri nove colleghi, appena comprese che l'invasione era imminente, fu colto da un dubbio, ripensando che per puro caso, Archidamo era legato a lui da vincoli di ospitalità: che cioè il capo spartano oltrepassasse i suoi poderi e le sue proprietà senza devastarle, sia perché desiderava favorirlo, per l'amicizia personale che esisteva tra loro, sia seguendo un consiglio degli altri Spartani, che in questo modo speravano di attirare su di lui la pubblica diffidenza e il discredito in Atene: tentativo del resto che avevano già messo in opera, con quella loro richiesta di bandire i responsabili del sacrilegio e i loro congiunti. Davanti all'assemblea, Pericle rivelò che Archidamo era stato suo ospite, ma che la città non avrebbe subito danni da questa circostanza. Proclamò anzi che se il nemico avesse rispettato le sue campagne e non avesse raso al suolo le sue case, come quelle altrui, egli le lasciava al popolo: nessun sospetto doveva sorgere sul proprio conto. Aggiunse le esortazioni consuete, sul momento critico che attraversavano: prepararsi alla lotta, trasportare tutto dalla campagna dentro le mura, non battersi in campo aperto, fortificarsi in città e stare vigili alla difesa. Allestire e incrementare la flotta, in cui consisteva la loro forza. Disciplinare con ferma mano le forze alleate: insisteva nel dimostrare che le basi della loro potenza economica affondavano nelle entrate affluenti dalla lega. La guerra si vince principalmente con l'intelligenza e con il denaro. Seicento e più talenti si accumulavano ordinariamente ogni anno nel tesoro di Atene, frutto delle contribuzioni alleate, senza contare le rendite di altra natura: stessero dunque fiduciosi da quel lato. Attualmente, giacevano sull'acropoli seimila talenti d'argento coniato. (Il deposito più elevato era giunto alla cifra di novemilasettecento talenti, da cui si era attinto per provvedere alla fabbrica dei Propilei dell'acropoli, per altre costruzioni e per la campagna di Potidea). Aggiungeva l'oro e l'argento grezzo dei doni votivi, offerte private e pubbliche. Gli arredi sacri usati nelle processioni e nelle gare, il bottino della guerra persiana e altri beni consimili ammontavano a non meno di cinquecento talenti. Risorse poi altrettanto considerevoli erano depositate in altri santuari: ne avrebbero potuto disporre anche se le altre entrate fossero loro del tutto interrotte. Anche gli ori, con cui era ricoperta la stessa Atena costituivano una buona riserva: quaranta talenti di schietto oro, che si poteva togliere tutto. Precisò tuttavia che se l'avessero utilizzato in caso di necessità estrema, lo si sarebbe dovuto restituire in misura non inferiore. Li andava dunque rassicurando con l'elenco delle risorse economiche e finanziarie su cui si poteva contare. Rammentò che erano in armi tredicimila opliti, oltre quelli delle guarnigioni e di sorveglianza sulle mura: vale a dire sedicimila uomini. Poiché era questo il numero degli armati in servizio di guardia sulle mura, all'inizio dell'invasione: contingenti costituiti con cittadini più anziani o troppo giovani, o di opliti reclutati tra i Meteci. Le mura del Falero si estendevano per trentacinque stadi, fino alla cerchia urbana: della cinta stessa la parte protetta misurava quarantatre stadi (una sezione di essa rimaneva infatti sguarnita, precisamente quella tra le lunghe mura, e quella del Falero). Le lunghe mura, che collegavano la città al Pireo, coprivano quaranta stadi, di cui si presidiava solo la parte esterna. L'intera cerchia del Pireo con Munichia misurava sessanta stadi, di cui la metà circa sottoposta a sorveglianza armata. Rendeva noto che si poteva contare su milleduecento cavalieri e arcieri a cavallo, milleseicento arcieri, trecento triremi pronte a scendere in mare. Era questa la potenza militare ateniese, punto per punto non inferiore agli elementi del resoconto fornito da Pericle, quando l'invasione dell'Attica era ormai questione di ore e la guerra praticamente aperta. Pericle concluse con le sue consuete osservazioni intese a dimostrare che le prospettive di una vittoria finale erano luminose e nette per Atene.
14. Queste parole riuscirono a convincere gli ascoltatori: incominciarono a condurre al riparo della cinta le donne e i figli dalla campagna, e a trasportarvi ogni altro oggetto, utensile o suppellettile domestica, trascinando con sé perfino le parti in legno delle loro abitazioni. Fecero passare con traghetti le greggi e le altre bestie, da soma e da giogo, in Eubea e nelle altre isole prossime alla costa. Questo trasferirsi improvviso li addolorava: era stata da sempre vita di campagna la loro, nella mentalità e nei costumi.
15. Da remotissime epoche s'era radicata questa norma di vita negli Ateniesi, più a fondo che presso le altre genti. Ai tempi di Cecrope e dei primi regnanti fino a Teseo, gli abitatori dell'Attica vivevano in singole borgate sparse, dotata ciascuna di propri pritanei e magistrati. Quando non v'era imminente pericolo, non si radunavano presso il re, per decidere i provvedimenti comuni, ma ogni villaggio si reggeva da sé e, in piena autonomia, deliberava. In rare occasioni taluni di questi piccoli centri si armarono contro il re. Un caso: la rivolta degli Eleusini guidati da Eumolpo, contro Eretteo. Infine fu re Teseo, geniale e potente, che ristrutturò l'ordinamento politico del paese e, abrogati i consigli e le magistrature degli altri nuclei urbani, accentrò e fece gravitare la vita amministrativa e civile dell'intera popolazione su quella che ora è la città, mediante l'istituzione di un consiglio e di un pritaneo unico. Ciascuno lavorava il proprio podere e viveva nel contado, come prima, nelle singole borgate, ma era obbligato a considerarsi appartenente a quest'unica città, che con le contribuzioni di tutti s'elevò a considerevole potenza, e tale fu consegnata da Teseo ai successori. In ricordo di quel fatto, ancor oggi, dopo tanto tempo gli Ateniesi celebrano in onore della Dea, a spese pubbliche, le solennità Sinecie. Nel periodo precedente a questo, di cui ho trattato, si considerava città quella che attualmente è l'acropoli, e soprattutto quella zona d'essa che digrada a meridione. Eccone la prova: sorgono appunto nell'area dell'acropoli il tempio di Atena e altri di diversi dei; quelli edificati oltre la cerchia dell'acropoli, si trovano per lo più in questa fascia meridionale della città. Cito il santuario di Zeus Olimpio, del Pizio, di Gea e di Dioniso delle Paludi, in cui onore si solennizzano, nel dodicesimo giorno del mese di Antesterione le Dionisie più antiche, usanza ancor oggi molto sentita presso gli Ioni, Ateniesi d'origine. Altri antichi santuari erano ubicati in questa parte. La fontana che è denominata ora Enneacruno, per significare la sistemazione e l'aspetto che le hanno adattato i tiranni, ma che in antico, quando le polle sgorgavano libere si chiamava Calliroe, era usata in tempi lontani, per la sua vicinanza, nelle occasioni più solenni: da quei vecchi giorni si è tramandato l'uso di utilizzare ancora quell'acqua per le cerimonie di nozze e altri riti festivi. La circostanza che gli insediamenti urbani si raccoglievano, in epoche remote, sull'acropoli, ha mantenuto in vigore, fino ai giorni nostri, la sua denominazione di "città".
16. Non solo quindi gli Ateniesi vissero per un lunghissimo periodo in borgate sparse per il paese e in completa autonomia politica, ma anche dopo l'accentramento in una città unica, per il costume di vita che si era ormai diffuso e imposto, il maggior numero dei cittadini, dalle generazioni passate alle successive, fino allo scoppio di questa guerra, vennero al mondo e abitarono nelle campagne. Non era facile sradicarli con le loro famiglie dal contado, tanto più ora che avevano da poco ricostruito le abitazioni, dopo la rovina del conflitto persiano. Amarezza e dolore li ferivano, nel momento di abbandonare le case, i santuari, che da tempi immemorabili, da quelli in cui vivevano con l'antico ordine politico, avevano rappresentato per loro un bene prezioso, familiare. Anche il mutar vita era un tormento: per ognuno di loro significava in pratica lasciare la propria città.
17. Quando entrarono in Atene, pochi disponevano di abitazioni o di ricoveri di fortuna, presso amici o famigliari. Il numero più grande trovò una sistemazione nelle aree non edificate della città, nei santuari, nei recinti sacri degli eroi. Tutti furono adibiti a case, tranne i templi dell'acropoli, l'Eleusino e qualche altro, che risultava troppo saldamente sprangato. Anche il cosiddetto Pelargico, alle prime balze dell'acropoli, fu utilizzato per abitarvi, nella stretta dell'immediato bisogno. Eppure vietavano di abitarlo una maledizione e il verso conclusivo di un oracolo Pitico che suonava così: "È meglio che il Pelargico resti inattivo". mia opinione che l'oracolo si sia adempiuto, ma in un senso contrario a quanto ci si attendeva. Le sciagure presero a tempestare Atene non perché s'infranse la proibizione sacra d'abitar quel luogo, ma la necessità sorta dalla guerra costrinse a quel passo. La guerra, appunto, che il vaticinio non nominava apertamente, ma che sottintendeva, presagendo che quel luogo non sarebbe mai stato abitato nei tempi felici dell'abbondanza. Molti si stabilirono perfino nelle torri della cerchia muraria, così come ciascuno poté. L'area cittadina non poteva contenere tutti quelli che continuavano ad affluire. Alla fine si dovettero occupare anche le lunghe mura, distribuite in lotti, e la parte più ampia del Pireo. Contemporaneamente, ci si volgeva alle attività connesse alla guerra, concentrando le milizie alleate e allestendo cento navi per costeggiare e devastare il Peloponneso. Così si preparava Atene.
18. Intanto, il corpo di spedizione dei Peloponnesi s'inoltrava. La prima località dell'Attica investita fu Enoe, che intendevano utilizzare come base per l'invasione. Vi stabilirono il campo: mettevano in opera macchine da guerra e altri dispositivi per assaltare le mura. Enoe, sita ai confini tra l'Attica e la Beozia, era poderosa di fortificazioni e gli Ateniesi se ne servivano come di un baluardo in caso di conflitto. Allestivano i mezzi d'assalto con molta cura e persero un certo tempo in diversi preparativi. Ne sorse un'accusa piuttosto pesante contro Archidamo. Già nella fase preparatoria della guerra, si criticava duramente la sua lentezza e il suo modo troppo blando d'infiammare alla lotta: si sospettava, da parte sua, una certa inclinazione per Atene. Quando l'esercito fu radunato e pronto a muovere, la prolungata sosta sull'Istmo e, finalmente, l'imposizione di un ritmo di marcia troppo rilassato avevano fatto sorgere contro di lui il generale malcontento, inasprito dal ristagno delle operazioni intorno a Enoe. Gli Ateniesi sfruttavano questo intervallo di tempo per trasferirsi in città. I Peloponnesi avevano l'impressione che un'avanzata fulminea avrebbe consentito la cattura e la requisizione di tutto quanto, uomini e cose, era ancora fuori della difesa murale. Ma, per colpa di Archidamo s'era indugiato. I soldati covavano questo risentimento contro Archidamo, durante la sosta. Ma egli non avanzava, attendendo, secondo alcune voci, che gli Ateniesi concedessero almeno la possibilità di trattare, mentre il loro territorio era ancora intatto, e recedessero dal loro atteggiamento inflessibile, prima di assisterne alla rovina.
19. Ogni assalto, ogni tentativo posto in atto contro Enoe falliva, mentre gli Ateniesi non accennavano minimamente a parlamentare: decisero allora di muoversi da Enoe, circa ottanta giorni dopo gli eventi di Platea (in cui erano penetrati i Tebani) e nel fior dell'estate, quando matura il grano, invasero l'Attica. Li guidava Archidamo, figlio di Zeussidarno re degli Spartani. Si attendarono e presero a devastare prima Eleusi e la piana Triasia: travolsero un contingente di cavalleria ateniese intorno alla località detta Reiti. Proseguirono l'avanzata, tenendo alla destra il monte Egaleo, attraverso la Cropia e raggiunsero Acarne, il più notevole di quei centri dell'Attica, che hanno nome "demi". Vi si disposero, stabilirono l'accampamento, e si trattennero parecchio tempo devastando la zona circostante.
20. Secondo alcune voci, Archidamo avrebbe trattenuto l'esercito presso Acarne, in ordine di combattimento, e non sarebbe calato nella pianura durante questa prima invasione, perché si basava su questo calcolo: Atene era fiorente di gioventù numerosa, preparata alla guerra come mai in occasioni precedenti. Gli Ateniesi si sarebbero infine risolti ad uscire in campo aperto, senza dover vedere distrutto e in fiamme il loro contado. Ma nessuno gli mosse contro, a Eleusi e nella pianura Triasia. Pose quindi il campo ad Acarne, nel tentativo di sfidarli in qualche modo a una sortita. La località risultava adatta a un attendamento. Inoltre, gli Acarnesi costituivano una porzione consistente della città (tremila opliti) e si credeva che non avrebbero assistito inerti allo spettacolo della loro terra in mano nemica, devastata. Certo sarebbero usciti in massa per battersi. Se mentre era in corso quest'offensiva, gli Ateniesi non si fossero schierati a battaglia, avrebbero inflitto con maggior sicurezza i danni alla piana d'Atene, anzi si sarebbero avanzati fin sotto la città stessa. Gli Acarnesi, ormai spogli dei loro averi, non avrebbero avuto in serbo tanto ardimento e slancio da combattere in difesa della terra altrui; serpeggerebbe la discordia negli animi. La sosta di Archidamo intorno alle mura di Acarne traeva motivo da queste considerazioni.
21. Finché l'esercito nemico si trattenne nei pressi di Eleusi e della pianura Triasia, gli Ateniesi nutrivano qualche speranza che non spingesse oltre la sua avanzata. Era vivo ancora nella memoria l'episodio di Plistoanatte figlio di Pausania, re di Sparta. Quando diresse l'invasione dell'Attica, quattordici anni prima di questa guerra, si spinse con le truppe dei Peloponnesi fino a Eleusi e Tria, e di lì iniziò la ritirata senza avanzare oltre; (decisione che gli costò l'esilio da Sparta, incolpato di essersi lasciato corrompere per denaro a ritirarsi). Ma ora avevano già davanti agli occhi le schiere nemiche che attaccavano Acarne, a sessanta stadi dalla città. Sentivano di non dover permettere più a lungo questa provocazione. La scena delle campagne distrutte proprio sotto i loro sguardi, li faceva naturalmente fremere di amaro sgomento: era uno spettacolo sconosciuto ai giovani, a cui nemmeno i più anziani avevano mai assistito, tranne che al tempo dell'invasione persiana. A tutti, ma in particolare ai giovani, pareva che si dovesse uscire ad affrontare il nemico e non solo starlo a guardare. Ci si riuniva in crocchi, si confrontavano e discutevano con passione gli opposti pareri: chi proclamava d'uscire a battaglia, chi vi si opponeva. Gli indovini intonavano profezie di tutti i generi, secondo le disposizioni di spirito dei vari ascoltatori. Gli Acarnesi, convinti di rappresentare una parte molto importante della cittadinanza ateniese, caldeggiavano con più fervore l'uscita in campo, poiché era la propria terra che, in quel momento, il nemico metteva a ferro e fuoco. Tutti motivi d'esacerbata irritazione, di cui la città ferveva: il malumore contro Pericle si faceva pesante. Dei suoi moniti precedenti si era estinto perfino il ricordo. Serpeggiava contro di lui, stratego, l'accusa di viltà, poiché non li guidava a contrastare il nemico. E facevano gravare su di lui la responsabilità delle loro attuali sciagure.
22. Pericle comprendeva il loro stato di esasperazione, su cui influivano le difficoltà presenti. Ma era certo che non fosse l'umore più adatto: aveva piena fiducia nel suo proposito di non affrontare apertamente il nemico, e quindi non convocava l'assemblea né indiceva qualche altro convegno, nel timore che, riunendosi, il fuoco di un'esaltazione collettiva offuscasse il loro retto giudizio e li incitasse a qualche sconsiderata decisione. Perfezionava i provvedimenti difensivi sulla città, procurando intanto di mantenerla il più possibile quieta. Non tralasciava però d'inviare regolarmente allo scoperto squadre di cavalieri per impedire agli avamposti dello schieramento nemico di piombare sui campi circostanti alla città e di devastarli. Si svolse anche uno scontro di cavallerie, di lieve entità, nei pressi di Frigie. Un drappello di cavalieri ateniesi, rinforzato da Tessali, resistette con discreto successo ai cavalieri beoti, finché in soccorso di questi ultimi, si mossero i loro opliti. Ateniesi e Tessali cedettero lasciando sul terreno pochi dei loro, che raccolsero il giorno stesso, senza bisogno di tregua. Il giorno successivo i Peloponnesi eressero un trofeo. Gli Ateniesi dovevano questo appoggio dei Tessali agli antichi vincoli di alleanza che li stringevano. Si presentarono ad Atene i Larisei, i Farsali, i Peirasi, quelli di Crannon, di Piraso, di Girtone e di Fere. Li comandavano , inviati da Larisa ed eletti dai rispettivi partiti, Polimede e Aristonoo; mandato invece da Farsalo, Menone. Anche gli altri Tessali disponevano di singoli capi: ciascuna città per conto proprio.
23. I Peloponnesi, poiché gli Ateniesi non si risolvevano ad affrontarli in battaglia aperta levando il campo da Acarne devastarono alcuni altri demi tra i monti Parnete e Brilesso. Mentre quelli si trattenevano nel paese, gli Ateniesi inviarono a costeggiare il Peloponneso cento navi, che erano venuti allestendo, con mille opliti e quattrocento arcieri: guidava la spedizione Carcino figlio di Senotimo, con Protea figlio di Epicle e con Socrate figlio di Antigene. Con questi mezzi bellici salparono e presero a circumnavigare il Peloponneso. I Peloponnesi invece dopo aver prolungato la permanenza nell'Attica quanto consentivano i rifornimenti, cominciarono a ritirarsi, attraverso il paese dei Beoti seguendo una via diversa da quella dell'invasione. Oltrepassando Oropo, danneggiarono la regione chiamata Graica, dove sono stanziati gli Oropi soggetti ad Atene. Giunti nel Peloponneso, l'esercito si sciolse e i singoli reparti rimpatriarono.
24. Quando i Peloponnesi si ritirarono, gli Ateniesi istallarono postazioni difensive terrestri e sul mare in quei punti che intendevano mantenere sotto costante controllo militare, finché durasse il conflitto. Decisero di prelevare dalle riserve auree dell'acropoli mille talenti, per costituire un fondo separato intoccabile. Avrebbero attinto dal resto per le spese di guerra. Decretarono la pena di morte per chi esprimesse o mettesse ai voti la proposta d'impiegare quella somma per altri scopi dall'unico consentito, cioè l'urgenza di una difesa estrema, nel caso di un assalto nemico alla città con l'armata navale. Stabilirono inoltre di assegnare alla riserva ogni anno le cento migliori triremi con i trierarchi, vietando assolutamente di usarle, come i denari, se non per necessità, nel caso cioè di quel medesimo frangente.
25. Gli Ateniesi impegnati con le cento triremi nelle acque del Peloponneso, con l'appoggio dei Corciresi accorsi con cinquanta navi, e di alcuni altri alleati di quelle parti devastarono numerose regioni della costa. Tra l'altro sbarcarono a Metone, centro della Laconia, e ne assaltarono la cinta di mura, assai precarie sprovvista di guarnigioni difensive. Si trovava ad operare in quei luoghi al comando di un presidio, Brasida, figlio di Tellide, cittadino di Sparta. Quando lo colse la notizia mosse alla difesa del borgo con cento opliti attraversando di corsa l'esercito ateniese, parte disperso per la regione, parte intento ad assalire le mura, irrompe in Metone. Subisce perdite esigue in questa precipitosa azione e riesce a salvare la città. Un gesto ardito che gli valse il primo elogio pubblico tributato in questa guerra a Sparta. Gli Ateniesi salparono, proseguendo la loro opera di distruzione lungo la costa. Approdarono a Fia, in Elide, e ne devastarono il paese per due giorni, finché vinsero in uno scontro trecento soldati scelti provenienti dall'Elide Cava e un nutrito contingente di Elei delle zone vicine. Ma, alzatosi un vento impetuoso e non trovando riparo alla burrasca in quel tratto di spiaggia senza insenature, i più balzarono sulle navi e superarono costeggiando il promontorio chiamato "Pesce", ricoverandosi nel porto di Fia. Nel frattempo i Messeni e pochi altri, cui non era riuscito d'imbarcarsi, arrivano a Fia, seguendo la strada di terra, e l'occupano. Poco dopo, le navi che avevano doppiato il promontorio si fermano a raccoglierli. Salpano infine da Fia, verso il mare aperto, quando era già comparso a soccorrere un notevole gruppo di Elei in armi. Sfilando lungo la costa e di tanto in tanto, approdando in diverse località, vi seminavano rovina e desolazione.
26. Nello stesso periodo gli Ateniesi dislocarono nel mare della Locride trenta navi, con l'intento anche di tutelare l'Eubea. Le dirigeva Cleopompo figlio di Clinia. Attuando alcuni sbarchi, devastò certi paesi costieri e prese Tronio, esigendone ostaggi. In uno scontro, ad Alope, sbaragliò i Locri, accorsi in forze.
27. In questa stessa estate gli Ateniesi scacciarono da Egina gli abitanti, con i loro figli e le donne, incolpandoli d'essere stati una delle cause fondamentali della guerra. Un secondo motivo era la prossimità di Egina al Peloponneso e la maggior sicurezza che derivava dall'occupazione dell'isola per opera di propri coloni. E ne inviarono infatti ad Egina, non molto tempo dopo. Ai profughi egineti gli Spartani destinarono Tirea e il suo contado per vivere e lavorarci: per la guerra in corso contro Atene e per il fatto che Egina si era resa benemerita nei loro riguardi, al tempo del terremoto e dell'insurrezione degli Iloti. La regione di Tirea si estende tra i confini dell'Argolide e della Laconia e possiede uno sbocco sul mare. Parte degli Egineti si stanziò in quei luoghi, altri si dispersero nei diversi paesi della Grecia.
28. Era la stessa estate quando, al novilunio, la sola epoca in cui questo fenomeno pare possibile, il sole dopo il mezzogiorno si eclissò: sparve fino a sembrare un arco di luna, scintillò qualche stella. Poi riprese a sfolgorare, pieno.
29. In quella medesima estate Ninfodoro, figlio di Piteo, cittadino di Abdera, molto influente presso Sitalce che ne teneva in moglie la sorella, ricevette la prossenia dagli Ateniesi che prima lo consideravano nemico, e l'invito a recarsi nella loro città: volevano, con questo espediente, procurarsi l'alleanza di Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci. Il suddetto Tere, padre di Sitalce fondò per primo il grande regno degli Odrisi, che si estende sulla maggior parte della restante Tracia: un'ampia zona di questo paese gode ancora l'autonomia. E questo Tere non ha la minima relazione con quel Tereo che ebbe in moglie Procne, la figlia di Pandione da Atene. Anzi, non appartengono neppure alla stessa Tracia, ma l'uno, Tereo, abitava nella Daulia, nel paese attualmente denominato Focide, dimora un tempo di Traci; e proprio in questa terra le donne compirono lo scempio di Iti (perciò numerosi poeti alludendo all'usignolo, lo chiamano l'uccello di Daulia). Ed è logico: Pandione, con il matrimonio della figlia, avrebbe allacciato una parentela con genti vicine, con lo scopo di assicurare un vicendevole sostegno, piuttosto che cercarlo tra gli Odrisi, a tante tappe di marcia. Tere invece, che nemmeno possiede lo stesso nome, fu il primo a imporre il suo dominio regale sugli Odrisi. All'alleanza appunto di suo figlio Sitalce aspiravano gli Ateniesi, per sottomettersi definitivamente le città della Tracia, e Perdicca. Al suo arrivo in Atene, Nifodoro funse da mediatore e ottenne l'alleanza con Sitalce, e la cittadinanza ateniese per il figlio di lui Sadoco. Si impegnò a porre termine alle operazioni militari nel settore della Tracia persuadendo Sitalce a mettere a disposizione degli Ateniesi truppe trace di peltasti e a cavallo. Procurò ad Atene la riconciliazione con Perdicca, persuadendola a riconsegnare Terma. Perdicca iniziò la sua collaborazione alle forze ateniesi che, sotto il comando di Formione, conducevano la campagna contro Calcide. Si stipulò in questo modo l'alleanza degli Ateniesi con Sitalce, figlio di Tere, re dei Traci e con Perdicca, figlio di Alessandro, re dei Macedoni.
30. Gli Ateniesi che, a bordo delle cento navi, proseguivano la crociera lungo le coste del Peloponneso, occuparono Sollio, una piazzaforte corinzia consegnandola subito dopo, nucleo cittadino e contado, ai Palerei, senza ammettervi gli altri Acarnani. Presero a forza anche Astaco, di cui era tiranno Evarco, che espulsero, comprendendo il paese nella lega degli alleati. Fecero rotta poi su Cefallenia: un'isola la cui sottomissione non richiese combattimenti. Cefallenia è sita tra l'Acarnania e Leucade e comprende quattro città, in unione tra loro, Pale, Crani, Sameo e Pronneo. Non passò molto e le navi ateniesi rimpatriarono.
31. Nell'autunno successivo a queste operazioni estive gli Ateniesi in massa, cittadini e meteci, irruppero nella Megaride, sotto il comando di Pericle, figlio di Santippo. Gli Ateniesi in missione con le cento navi nelle acque del Peloponneso (trovandosi ormai all'altezza di Egina sulla rotta del rientro) venuti a sapere che i loro concittadini, con le forze al completo, procedevano all'invasione della Megaride, presero quella direzione e si unirono ai loro. Si concentrò allora il più imponente schieramento di truppe mai posto in campo da Atene, quando la città fioriva e la pestilenza non l'aveva ancora spopolata. Diecimila cittadini Ateniesi, non meno servivano come opliti (altri tremila agivano a Potidea) come i tremila meteci che prendevano parte alla spedizione. S'aggiungeva la massa, piuttosto considerevole, delle truppe leggere. Devastarono un ampio tratto della regione e si ritirarono. Si susseguirono poi, di anno in anno, altre invasioni ateniesi della Megaride, con la cavalleria e con l'esercito al completo, fin quando occuparono Nisea.
32. Tramontava questa stessa estate quando Atalante, un'isola fino ad allora disabitata nelle acque della Locride Opunzia, fu cinta di mura dagli Ateniesi e adibita a fortilizio: intendevano impedire ai pirati di muovere dalle loro basi, Opunto e altre località della Locride, per taglieggiare l'Eubea. Furono queste le campagne di quell'estate, dopo che le forze del Peloponneso effettuarono la ritirata dall'Attica.
33. L'inverno seguente, l'acarnano Evarco che bramava il ritorno ad Astaco, induce i Corinzi a ricondurlo in patria con una spedizione di quaranta navi e millecinquecento opliti, a rinforzare i quali egli stesso aveva assoldato milizie mercenarie. Comandavano l'esercito Eufamide figlio di Aristonimo, Timosseno figlio di Timocrate ed Eumaco figlio di Criside. Presero il mare e lo ricondussero in patria. Cercarono anche di impossessarsi di qualche piazzaforte dell'Acarnania, presso il mare: tentativi falliti, che li convinsero a rientrare. Sulla via del ritorno, lungo la costa, approdarono a Cefallenia, effettuando uno sbarco sul territorio dei Crani, dove raggirati dagli abitanti con una specie di accordo, persero alcuni dei loro soldati in un'improvvisa aggressione dei Crani. Montarono sulle navi con un tempestoso serra serra e, guadagnato il mare aperto, raggiunsero la patria.
34. Nel corso dello stesso inverno gli Ateniesi, rispettando la tradizione antica compirono, a spese dello stato, le esequie solenni sui caduti del primo anno di guerra. Il luttuoso ufficio si svolge come segue. Le ossa dei defunti restano esposte in una tenda, eretta a questo scopo tre giorni avanti. Ogni cittadino reca al proprio famigliare caduto la offerta che ha scelto. Al momento della processione funebre, compaiono dei carri con alcune bare di cipresso, una per ogni tribù. Vi riposano i resti di coloro che appartenevano a quella data tribù. Un solo feretro vien fatto avanzare vuoto velato da un drappo: è dedicato agli scomparsi, quanti cioè non furono ritrovati e raccolti. Partecipa al corteo chiunque vuole, cittadino o straniero; davanti al luogo destinato alla sepoltura si raccolgono le donne, parenti dei caduti, per il lamento rituale. Depongono le bare nel sepolcro pubblico, nel sobborgo più bello della città, in cui giacciono sepolti tutti i morti di ogni guerra eccettuati quelli scomparsi combattendo a Maratona: il loro atto di valore, ritenuto il più splendido, fu compensato con l'erezione della tomba nel punto stesso in cui rifulse. Conclusa la cerimonia dell'inumazione, un cittadino scelto dal popolo, cui si riconosce chiaro e alto intelletto e prestigio che si elevi su tutti, pronuncia in loro onore un discorso di esaltazione, come si conviene: dopo, si allontanano. Così celebrano le esequie. Fin quando infuriò la guerra ogni volta che se ne presentò il caso, gli Ateniesi si attennero a questo costume. In onore di questi primi caduti fu eletto a parlare Pericle, figlio di Santippo. Venne il momento, e quello dal sepolcro salì su un palco, molto elevato, perché la sua voce echeggiasse alla maggiore distanza, sulla folla che lo circondava. Fu questo il suo discorso:
35. "Le parole di molti, che mi hanno preceduto su questo palco, suonano a lode di chi volle concluso il rito funebre col fregio di questo discorso celebrativo: appare nobile offrirlo al pubblico ascolto, qui, dinanzi alle vittime della guerra, presso il loro sepolcro. Pure, io avrei considerato degno, per uomini che nell'azione fecero brillare il loro ardimento, d'illustrarne con atti di culto il valore, quali appunto davanti ai vostri occhi la gratitudine pubblica ha solennemente officiato in occasione di questa sepoltura. La fede nei meriti di un gruppo numeroso d'uomini non dovrebbe dipendere dall'eloquenza più o meno abile di uno solo. Poiché gli accenti di un discorso pronunciato in questa circostanza, in cui tanto fluida e varia è nel pubblico attento l'impressione della verità, devono vibrare in misurato equilibrio. Delicata e ardua fatica, se si pensa che l'ascoltatore informato e ben disposto tende a considerare l'esposizione inferiore alle sue aspettative e conoscenze, mentre chi non è al corrente propende ad avvertirvi un tono esagerato. Lo morde l'invidia, se ode di gesta che superano la sua natura. Le parole proclamate in plauso d'altri paiono tollerabili fino al punto in cui ciascuno si sente in grado di operare lui stesso le azioni lodate: oltre, s'avventa l'invidia e non si presta più fede. Ma gli antichi giudicarono decoroso questo costume: è mio dovere pertanto aderire all'uso, tentando di cogliere al massimo nel segno dei vostri voti e delle vostre attese.
36. "E comincerò dagli antenati: è giusto, e in pieno accordo, con la circostanza presente, che si tributi ad essi l'onore del ricordo. Questo paese fu l'immutata dimora, nella vicenda di generazioni infinite, dello stesso popolo, il cui coraggio l'ha trasmesso a noi libero. Sia lode a loro: ma ancor più viva ai nostri padri che a prezzo di fatiche e rischi ampliarono l'originale ereditario dominio fino ai limiti d'oggi, e tale lo lasciarono a noi. Fummo noi, uomini ora nel fiore dell'età matura, ad annettervi i successivi ingrandimenti. E dotammo la città di ogni servizio, utile a renderla del tutto bastante a sé, nella guerra come in tempo di pace. Le loro gesta di lotta non dirò, da cui provenne ogni possesso, né il prode vigore con cui i padri e noi stessi ricacciammo gli assalti di stranieri e di genti greche: non voglio spender troppe parole con chi già sa. Ma illustrerò, per poi volgermi all'esaltazione di questi morti, i principi di vita che ci hanno diretti a tanta potenza, e la costituzione e i costumi civili in virtù dei quali s'è potuta estendere e consolidare. Poiché non solo stimo opportuno in questo momento ripercorrere quei temi, ma anche utile per la folla qui riunita dei concittadini e dei forestieri porgervi ascolto.
37. "Il nostro ordine politico non si modella sulle costituzioni straniere. Siamo noi d'esempio ad altri, piuttosto che imitatori. E il nome che gli conviene è democrazia, governo nel pugno non di pochi, ma della cerchia più ampia di cittadini: vige anzi per tutti, da una parte, di fronte alle leggi, l'assoluta equità di diritti nelle vicende dell'esistenza privata; ma dall'altra si costituisce una scala di valori fondata sulla stima che ciascuno sa suscitarsi intorno, per cui, eccellendo in un determinato campo, può conseguire un incarico pubblico, in virtù delle sue capacità reali, più che nell'appartenenza a questa o a quella fazione politica. Di contro, se si considera il caso di un cittadino povero, ma capace di operare un ufficio utile allo Stato, non gli sarà d'impedimento la modestia della sua condizione. Nella nostra città, non solo le relazioni pubbliche s'intessono in libertà e scioltezza, ma anche riguardo a quel clima di guardinga, ombrosa diffidenza che di solito impronta i comuni e quotidiani rapporti, non si va in collera con il vicino, se fa un gesto un po' a suo talento, e non lo si annoia con visi duri, sguardi lividi, che senza voler esser un castigo, riescono pur sempre molesti. La tollerante urbanità che ispira i contatti tra persona e persona diviene, nella sfera della vita pubblica, condotta di rigorosa aderenza alle norme civili dettata da un profondo, devoto rispetto: seguiamo le autorità di volta in volta al governo, ma principalmente le leggi e più tra esse quante tutelano le vittime dell'ingiustizia e quelle che, sebbene non scritte, sanciscono per chi le oltraggia un'indiscutibile condanna: il disonore.
38. "Non solo, ma anche abbiamo creato per lo spirito occasioni numerose di svago dai quotidiani sacrifici, istituendo giochi e solennità religiose in tutto l'arco dell'anno, arredando con eleganza le nostre abitazioni, il cui quotidiano godimento fa svanire, giorno per giorno, ogni tetro pensiero. Da tutte le contrade del mondo, l'importanza della nostra città richiama prodotti d'ogni specie, onde ci sorride la fortuna di poter cogliere i frutti del nostro suolo, e ritrovarvi gioiosamente un gusto non più familiare e intimo di quelli che affluiscono da paesi lontani.
39. "Ecco le differenze tra i nostri metodi di preparazione alla guerra e gli avversari. La città accoglie tutti, senza provvedimenti d'espulsione per segregare i forestieri da qualche nostro segreto, morale o materiale, che diffuso e caduto sotto gli occhi di un eventuale nemico lo potrebbe gratificare d'un vantaggio. La nostra fiducia rampolla dall'ardimento che sappiamo esprimere nell'azione, più che nella forza di perfetti e astuti preparativi. Nel campo educativo, i nostri avversari si studiano con pesanti esercizi, fin dalla prima età, di conseguire il coraggio; mentre da noi la vita sciolta e indipendente ci permette non meno di affrontare ad armi pari qualunque lotta. Lo dimostro: mentre gli Spartani non procedono da soli all'invasione della nostra terra, ma convocano la loro lega al completo, noi quando attacchiamo un nemico esterno, lo superiamo senza produrre uno straordinario sforzo, pur combattendo in terra forestiera e contro uomini che difendono le loro proprietà. Inoltre, nessun nemico si è mai trovato di fronte le nostre forze armate al completo: poiché badiamo a man tenere in efficienza una flotta da guerra e contemporaneamente a dirigere su svariati.bersagli nemici, per via di terra, molti nostri eserciti. Se si accende uno scontro con un nostro reparto e questi pochi cedono, si conclama la nostra totale disfatta. Ma se resistono, allora la vittoria è opera di tutte le nostre forze unite. Eppure, se ci disponiamo a contrastare i pericoli, agili di spensierato abbandono più che gravi di esercizi e fatiche, forti di un ardire sorgivo libero frutto dei nostri principi vitali più che di leggi né nasce per noi il guadagno di non piegarci in anticipo allo sgomento dei sacrifici futuri e, nel fuoco dell'impegno, di non mostrarci meno valorosi di coloro la cui esistenza è un tormentoso susseguirsi di prove. Per questi e per molti altri diversi motivi la nostra è una città degna di meraviglia".