35. Qui Ermocrate concluse il suo discorso. All'assemblea in Siracusa le fazioni opposte si fronteggiarono con violente polemiche: chi sconfessava con energia che ci fosse possibilità per gli Ateniesi di una invasione in Sicilia, attribuendo ad Ermocrate tutta una serie di menzogne; chi poi si domandava, supponiamo che passino, che offese potrà infliggere quest'attacco senza subirne di più serie in cambio? Per qualche altro non era neppure il caso di considerare l'evenienza di un'invasione, e tutto finiva in ridere senz'altro. In pochi l'avviso di Ermocrate suscitava credito e il futuro apprensione. Finché si fece innanzi Atenagora, personalità del partito popolare e, di quei tempi, la voce più ascoltata. Ecco i suoi argomenti:
36. "Quanto agli Ateniesi, chi non desidera che agiscano spinti da una tale follia e vengano qui spontaneamente a gettarsi nelle nostre mani, o è un codardo, o è un pessimo soggetto, sleale verso la propria città. Quanto a coloro che vanno diffondendo avvertimenti di quella specie, con il proposito di provocare in voi uno stato di allarme, non mi sorprende la loro fiducia di non vedersi infine, strappata la maschera. Gente che sul proprio conto ha la coscienza poco limpida e preferisce seminare in città lo sgomento per occultare meglio il proprio all'ombra del pubblico spavento. E hanno proprio questo senso le notizie di cui ci si riferisce, non sorte da sole ma contraffatte ad arte dai soliti che hanno la passione di sconvolgere con questi mezzucci la vita politica cittadina. Quanto a voi, se delibererete con preveggenza, non trarrete le conseguenze dell'analisi dei dati forniti da costoro, ma prevedendo con esame approfondito quale potrebbe essere la tattica futura di gente abile, politici consumati quali personalmente stimo gli Ateniesi. Poiché è inconcepibile che lasciandosi alle spalle i nemici del Peloponneso e quel teatro d'operazioni, con un conflitto non ancora giunto a una svolta risolutiva, costoro si dispongano spontaneamente ad aprire un secondo fronte non meno ampio e infuocato. Se fossi in loro mi direi piuttosto soddisfatto di non essere ancora esposto al nostro urto, di un'intesa così numerosa di città potenti.
37. "E se proprio venissero, e le novità fossero vere, ritengo che la Sicilia sia, più del Peloponneso, adatta a sgominarli del tutto. Essa, in ogni campo strategico, possiede risorse più efficienti. Da sola la nostra città è militarmente molto più preparata della spedizione ateniese che le ultime notizie darebbero come ormai prossima al suo bersaglio, anche se comparisse con forze doppie. Mi pare certo che gli Ateniesi non possano far passare qui al loro seguito la cavalleria, né che, una volta sbarcati, sarà loro facile procurarsene, se eccettuiamo i pochi reparti che fornirà Segesta. Neppure saranno in grado di trasportare fanterie pesanti di potenza numerica pari alle nostre, almeno impiegando la marina (poiché una traversata così lunga verso la Sicilia sarebbe di per sé, con bastimenti senza carico, un'impresa critica): problemi analoghi per tutto il resto dell'armamento pesante, il cui utilizzo è indispensabile se si intende offendere un paese agguerrito come il nostro. Cosicché (di tanto in tanto differisce il mio giudizio) mi parrebbe già singolare, pur nell'ipotesi che l'invasore vibri l'offensiva da una città potente quanto Siracusa, sita alle nostre frontiere e a sua disposizione, che possa sottrarsi a un totale disastro: sorte cui non sfuggirà certamente, quando vedrà irta d'armi e unanime la Sicilia (che farà quadrato), e premuto in quel suo campo eretto con il materiale di bordo, confinato dalle incursioni della nostra cavalleria dovrà ridurre a brevissimo raggio le puntate all'esterno delle sue tende di fortuna e delle sue fortificazioni sommarie. Insomma io credo che sul nostro suolo gli riuscirà impossibile anche il puro sbarco: di tanto stimo superiore l'apparato protettivo di cui disponiamo.
38. "Ma, come ripeto, di questi particolari tecnici gli Ateniesi sono maestri e sono del tutto tranquillo sul fatto che sanno egregiamente tutelare i propri interessi, mentre tra noi c'è gente che spaccia fantasie astratte, prive della minima consistenza. Li conosco bene: non è la prima provocazione che mettono in atto; aspirano da anni con avvertimenti dello stesso timbro minaccioso, anzi anche più catastrofici, e con i fatti a disorientare voi, il nerbo della cittadinanza, per dominare lo stato. Perciò non mi sento sereno; tenta oggi, tenta domani, un giorno o l'altro il colpo può riuscire. Ma noi siamo troppo vili per premunirci con tempestivo vigore, prima di cadere vittime del loro intrigo e, scopertolo, per perseguirne fino all'ultimo gli artefici. Realmente è di costoro la colpa se la nostra città non gode mai la pace, squarciata da frequenti scosse, in armi più spesso contro se stessa che per respingere nemici esterni, più di una volta preda di tiranni e di colpevoli oligarchie. Basta che voi mi assecondiate, e io mi prodigherò per soffocare la rinascita, ai nostri giorni, di questo triste fenomeno, esigendo da voi, che siete l'elemento più forte della compagine cittadina, il castigo immediato di chi muove le redini del complotto, non solo se sorpreso in flagrante (è rara la fortuna di coglierli) ma anche per quanto concerta sott'acqua, e non ha ancora il potere di convertire in realtà (poiché è doveroso non limitarsi a spezzare le iniziative già in atto di un avversario, ma precorrerne con risolutezza i disegni: se non ci si mette in guardia a tempo si è i primi ad accusare il colpo). In quanto alle frange oligarchiche m'impegno a confonderle, a tenerle d'occhio, talvolta a toccarle con un avvertimento: mi pare la condotta più consigliabile per dissuadere costoro da ogni perfida tentazione. E invero, tra me e me, ho formulato spesso questa domanda: gioventù, che pretendete adesso? Subito il potere? Vietato per legge. E la legge s'è stabilita più in previdenza della vostra inettitudine ad esercitarlo, che per spogliarvi di un diritto, nell'ipotesi che foste adatti. Sicché non vi piace spartire con la maggioranza gli identici privilegi? È giustizia secondo voi che tra uguali non siano comuni anche le posizioni sociali?
39. "Mi si contesterà che il governo popolare non obbedisce alla ragione, e non è equanime, mentre chi possiede i capitali è anche il più idoneo a praticare il potere. E io obietto: in primo luogo, con il termine popolo s'intende la collettività statale, con oligarchia un solo ramo di essa; secondariamente, i possidenti sono senza dubbio gli amministratori più adatti ma del potere finanziario; mentre la politica più avveduta è privilegio di chi usa il cervello, e la più adatta a distinguere i propositi di più alta utilità è la maggioranza, dopo che su di essi ha seguito il dibattito, infine queste tre componenti della vita politica cittadina godono senza distinzioni, sia singolarmente considerate sia in seno all'organismo della comunità, la perfetta uguaglianza di diritti che è peculiare dei regimi democratici. Per contro l'oligarchia trascina con sé la maggioranza nei pericoli, mentre dei profitti non solo inghiotte la miglior parte, ma se li appropria in blocco, e non li cede. E tra voi s'inebriano, alla speranza di questo regime, i facoltosi e i giovani: esso però non si potrà mai imporre in una città popolosa. Ma tuttora, o gente la più scriteriata del mondo, se vi ostinate a non capire che questo vuol dire mettervi di puntiglio per rovinarvi, o siete i Greci più incoscienti che io sappia, o i più abietti, se, pur capendolo ve la sentite di insistere con il vecchio contegno.
40. "Ebbene no, ora è tempo o di notare i fatti con mente realistica o di rivedere le vostre risoluzioni, per elevare i destini della città, a comune beneficio di tutti. Considerate che, tra voi, agli onesti ne toccherà una fetta uguale o anche più ricca in confronto alla moltitudine dell'altra cittadinanza; se covate propositi diversi, pesate il rischio di una perdita integrale. Delle solite profezie, vi dico solo: tagliate corto, che s'è capito dove mirate, e state in pace che vi manderemo a vuoto l'idea. Poiché questa città, l'assalgano pure gli Ateniesi, potrà sempre opporre una replica degna di sé: disponiamo dei nostri strateghi che vorranno ben provvedere. Se poi nulla è vero di queste voci, ed io ne dubito fieramente, Siracusa non diverrà preda dello sconforto ai vostri annunci, né sperate che consegnandovi il potere curvi il capo spontaneamente al giogo. Porrà da se stessa oculato riparo alle minacce e vedrà di giudicare il rumore da voi diffuso come se avesse valore di un vero e concreto attentato: né si lascerà strappare, da poche voci correnti, la libertà di cui ora va fiera, ma si adoprerà a preservarla, vigile per sventare le vostre trame, con l'energia più strenua."
41. Sostanzialmente Atenagora espresse queste idee. A questo punto uno degli strateghi si levò e vietando ormai a chiunque la parola, si pronunciò sulle circostanze con avvertimenti di questo tenore: "Non è saggio scagliarsi l'un l'altro attacchi di questa forza, né per voi pubblico, prestarvi orecchio. Meglio concentrarsi sulle notizie che continuano ad arrivare, e prepararsi, ciascuno nel suo piccolo e la città come corpo unitario, a respingere con efficacia gli invasori. Se più avanti, non ci sarà urgenza, non vedo il danno se lo stato si sarà provvisto di cavalli e armamenti e d'ogni altra attrezzatura che fa l'orgoglio della guerra. Sarà cura di noi strateghi organizzare e ispezionare le forze, e inviare nelle varie città, a scopo d'indagine o per gli altri uffici che parranno utili i nostri agenti. Del resto, parte dell'operazione difensiva s'è già messa a punto: quando disporremo di accertamenti più completi, ve li renderemo noti." Dopo questi concisi chiarimenti dello stratego, l'assemblea siracusana si sciolse.
42. Gli Ateniesi frattanto con tutti gli alleati stazionavano già nel mare di Corcira. Come misura preliminare gli strateghi passarono in rivista l'armata assegnandole la disposizione da conservare sia nella fase di ormeggio che nelle operazioni d'alloggio a terra. Ripartirono l'esercito in tre settori, poi sorteggiati uno per stratego: ad evitare che accostando compatti si incontrassero difficoltà di rifornimento d'acqua, negli attracchi ai moli e nel reperire vettovaglie nei porti. Tra l'altro, la disciplina di marcia si assicurava meglio con questa regola, e il comando diveniva più agile, direttamente agli ordini, divisione per divisione, del proprio stratego. In un secondo momento, gli strateghi mandarono tre navi avanti, in Italia e in Sicilia, per accertare quali città avrebbero loro offerto accoglienza. S'era data istruzione, al ritorno, di farsi incontro alla flotta, allo scopo di conoscere in anticipo i punti precisi di sbarco.
43. Concluse queste operazioni iniziali, gli Ateniesi sciogliendo ormai le vele da Corcira iniziavano la traversata alla Sicilia con i mezzi seguenti. Disponevano in tutto di centotrentaquattro triremi, oltre a due navi di Rodi a cinquanta remi (tra esse cento erano attiche, di cui sessanta unità veloci; il rimanente per trasporto truppe; il resto della flotta apparteneva a Chio e agli altri alleati). In tutto gli opliti erano cinquemilacento (tra cui millecento ateniesi forniti dalle classi di leva cittadine, settecento erano teti imbarcati come combattenti sulle navi; gli altri partecipavano in qualità di alleati: parte tributari, parte Argivi, cinquecento, parte milizie di Mantinea, che con le truppe mercenarie assommavano a duecentocinquanta). Complessivamente gli arcieri erano quattrocentottanta (tra cui ottanta provenienti da Creta); c'erano poi settecento frombolieri di Rodi, centoventi fuoriusciti di Megara con armatura agile. Seguiva da ultimo un solo bastimento per trasporto di truppe a cavallo, con trenta cavalieri a bordo.
44. Erano dunque tali le proporzioni del primo contingente di spedizione che varcava il mare alla guerra con in coda un convoglio di trenta vascelli da carico, in cui era stivato tutto l'occorrente in vettovaglie, con a bordo fornai, muratori, carpentieri e un'attrezzatura completa per opere di fortificazione e d'assedio. Di fianco al convoglio veleggiava un centinaio di battelli da carico requisiti: liberamente s'era invece aggregato un nutrito gruppo di legni mercantili e altri bastimenti, per ragioni di traffico. Salpata da Corcira, tutta questa folla di navi passava compatta il golfo Ionico. E la flotta al completo prese terra chi a capo Iapigio, chi a Taranto, chi altrove, come si trovava comodo. Poi iniziarono il giro dell'Italia, seguendo la costa. Ma le città non offrivano alle truppe né il mercato né ospitalità dentro la cinta: si limitavano all'acqua e all'attracco. Anzi Taranto e Locri negarono anche questi servizi essenziali. Finché furono in vista di Reggio, estremo capo d'Italia. In questa base finalmente l'armata serrò le file e all'esterno della città (dentro non fu permesso) nel santuario di Artemide, i reparti allestirono un campo dove si consentì anche all'apertura di un mercato. Trassero in secco le navi, e respirarono. Poco dopo gli Ateniesi intavolarono con quelli di Reggio un colloquio esigendo che, in quanto d'origine calcidese, soccorressero Leontini, colonia anch'essa di Calcide. Ma gli interlocutori protestarono la propria neutralità, anticipando che si sarebbero attenuti alla politica fissata in comune con le altre genti greche d'Italia. Quindi gli Ateniesi si applicarono a esaminare e delineare il progetto operativo più adatto alle condizioni attuali della Sicilia. Frattanto si attendevano le navi inviate per le indagini a Segesta, con l'ansia di conoscere se corrispondevano a verità le gran lodi che, in Atene, l'ambasceria aveva tessuto dei propri tesori.
45. Da varie fonti ormai, e particolarmente dai loro emissari in esplorazione, affluivano a Siracusa notizie sempre più indubitabili sulla comparsa a Reggio della flotta, e in ordine a queste informazioni i Siracusani si dedicavano anima e corpo ad allestire un apparato di protezione: le diffidenze erano sfumate. Ogni giorno partivano per le località circonvicine della Sicilia ora un'ambasceria, ora una scolta armata: intanto rafforzavano con corpi freschi di presidio la fascia di installazioni difensive già esistenti a copertura del paese. Nella cinta urbana si susseguivano le revisioni delle armature e dei cavalli, per star sicuri che ogni particolare funzionasse in perfetto ordine, mentre si prendevano tutte le altre misure atte a fronteggiare un conflitto ormai imminente, per non dire già aperto.
46. Intanto le tre navi di vedetta in arrivo da Segesta raggiungono gli Ateniesi a Reggio, con l'avviso che in fatto di tesori le promesse risultavano totalmente infondate: di solido restavano si e no trenta talenti. Quel colpo avvilì subito gli strateghi: l'impresa s'era avviata appena, ed ecco il primo intralcio. Reggio, poi, non era disposta ad associarsi nella spedizione: proprio quelli di Reggio, i primi con cui s'era aperto il dialogo, e sui quali si poteva contare ad occhi chiusi, affini com'erano di ceppo alla gente di Leontini e da sempre in cordiali rapporti con Atene. Nicia era pronto, e per lui l'esito dell'inchiesta non fu una novità; ma i due colleghi non sapevano trovarne un'interpretazione. I Segestani, quando si erano presentati i primi ambasciatori ateniesi incaricati dell'inchiesta finanziaria, avevano attuato questo espediente. Avevano accompagnato i commissari nel santuario di Afrodite in Erice, per far mostra delle offerte votive, delle coppe, brocche, incensieri e tutto un assortimento di corredi sacri che per esser d'argento offrivano agli occhi un aspetto prezioso, non corrispondente al valore autentico, assai modesto. Per di più, in sede privata i Segestani invitavano a banchetto i membri d'equipaggio della nave visitatrice e incettato il vasellame e le suppellettili d'oro e d'argento reperibile in città, arricchendo gli ambienti con preziosi fatti venire a prestito dal vicinato, e perfino dai centri fenici e greci, li esponevano nelle mense come fossero di loro proprietà. In tutti i casi erano sempre gli stessi oggetti di lusso a compiere il servizio, a turno, e in tutte le case, una volta qui, l'altra là se ne poteva ammirare il dovizioso fulgore: e l'impressione sui marinai ateniesi fu profonda. Approdati ad Atene costoro presero subito a magnificare a destra e a sinistra le mille meraviglie di cui erano stati spettatori. Allora quell'illusione aveva sedotto anche gli altri, che li ascoltavano: ma quando prese corpo la notizia che a Segesta i fondi erano favole, un acre malumore sorse tra i soldati contro di loro. Gli strateghi, preoccupati dalle circostanze, tennero consulto.
47. Il disegno di Nicia comprendeva il passaggio compatto della flotta contro Selinunte, bersaglio principale dell'offensiva, e se Segesta forniva i fondi per finanziare l'esercito fino all'ultimo reparto, una risoluzione definitiva si sarebbe poi regolata in proposito. In caso contrario si dovevano esigere da Segesta i mezzi per sostenere la squadra di sessanta navi (quelle cioè che aveva richieste) e trattenendosi in quei luoghi far allacciare con Selinunte, impiegando le armi o mediante un accordo, rapporti pacifici. A risultato acquisito sarebbero sfilati in parata negli specchi di mare prospicienti le altre città: a far sfoggio della potenza ateniese, a testimoniare la sua sollecitudine nel rispondere all'appello di amici e di alleati. Poi via, sulla rotta del ritorno: a meno che in breve giro d'ore, per qualche caso inaspettato, nascesse l'opportunità di rendere ai Leontinesi un beneficio, o di conciliarsi la solidarietà di qualche altro centro. Non si doveva, col dar fondo alle sue sostanze, gettare all'avventura la sicurezza dello stato.
48. Alcibiade negò il consenso: era impensabile una umiliante ritirata a mani vuote, dopo essere usciti di patria con una flotta e una spedizione così potenti. Si saggiassero piuttosto tutte le altre città, lasciando stare ovviamente Siracusa e Selinunte: c'erano gli ambasciatori per questo. Perché escludere i Siculi da questi tentativi diplomatici? Alcuni potevano staccarsi da Siracusa, qualche altro concepire sentimenti amichevoli per Atene. Ecco il ripiego per fornirsi di grano e milizie. Anzitutto urgeva l'adesione di Messene, prima città sulla rotta di passaggio alla Sicilia e punto obbligato d'approdo: fornita di porto, garantiva una base eccellente per le operazioni d'offesa. Indotte le città all'accordo, circoscritti con chiarezza gli opposti blocchi strategici, l'assalto a Siracusa e Selinunte avrebbe suggellato l'impresa siciliana: sempre che non intercorresse un'intesa tra Selinunte e Segesta e Siracusa non lasciasse ad Atene mano libera per restituire a quelli di Leontini la loro patria.
49. Ancora diverso il piano di Lamaco. A suo giudizio, era necessario puntare subito a Siracusa e scatenare la battaglia presso le mura, sfruttando i momenti di sbandamento e di sorpresa che la città, impreparata, avrebbe attraversato. Ogni armata incute al principio lo sgomento più vivo: ma se si attarda prima di giungere in vista, finché la gente riprende fiducia, la sua comparsa infine ispira al massimo il disprezzo. Se l'armata s'abbatte di schianto, mentre l'aggredito trepida ancora in attesa, fa sue le migliori probabilità di successo e ogni sua mossa intensifica il terrore nel campo nemico: tremendo è il suo primo apparire (l'attimo in cui la massa d'urto avanzante sembra immensa) aggiunto al senso d'angoscia per la sofferenza che si dovrà subire, e fa tremare anzitutto la minacciosa imminenza dello scontro. Si poteva sperare di sorprendere molti dispersi per le campagne, increduli di un arrivo così precipitoso del nemico. E se l'attacco si fosse attuato mentre era ancora in corso il trasporto dei beni a riparo della cinta, l'esercito non avrebbe avuto difficoltà di rifornimenti, qualora dopo una vittoria campale avesse piantato il campo intorno alla città. E per questo avrebbero poi avuto un motivo valido le altre città della Sicilia per rinunciare all'alleanza con Siracusa, e per accostarsi ad Atene, senza dover attendere, per decidersi, un trionfo risolutivo su un fronte o sull'altro. Rientrando dall'azione, soggiungeva, si doveva scegliere come stazione navale e base strategica Megara, una piazzaforte in disarmo situata a breve tragitto, per terra o per mare, da Siracusa.
50. Lamaco aveva esposto queste vedute: tuttavia, in fatto di decisioni concrete, aderiva anch'egli all'idea di Alcibiade. Costui, dopo il vertice, si era recato a Messene a bordo della sua nave, ed aveva intavolato con la cittadinanza un colloquio, preludio a un'alleanza. L'esito fu nullo. I Messeni risposero che non avrebbero ospitato l'esercito dentro le mura, ma avrebbero offerto il mercato in uno spiazzo esterno: e Alcibiade ripassò a Reggio. Senza indugi gli strateghi armarono con truppe scelte dall'intera armata sessanta vascelli e stivati i viveri occorrenti veleggiarono di costa fino a Nasso, distaccando i rimanenti reparti e Reggio, agli ordini di un collega. I Nassi, concessero ospitalità nella cinta ed essi avanzarono lungo la costa fino a Catania. Ma poiché i Catanesi rifiutarono di accoglierli (operava in città un gruppo filo-siracusano), proseguirono fino al fiume Teria per bivaccarvi e passare, il mattino dopo, a Siracusa con la squadra ordinata in linea. Non completa: avevano lanciato in avanti dieci navi perché penetrassero nel porto grande ad accertare se si trovasse già in acqua una squadra nemica in assetto. Dalle tolde di questa flottiglia che si sarebbe accostata alla città si doveva inoltre bandire un proclama: gli Ateniesi erano in arrivo per restituire ai Leontinesi la loro sede, mossi da affinità di stirpe e da legami d'alleanza. Dunque i Leontinesi riparati a Siracusa s'avvicinassero con confidenza agli Ateniesi loro fautori e benemeriti. Pubblicato l'annuncio, ispezionata dall'esterno la città, i porti, e le vicinanze che avrebbero utilizzato come base strategica, queste navi invertirono la rotta e rientrarono a Catania.
51. Qui frattanto si tenne un'assemblea in cui i Catanesi decretarono di non aprire le porte all'armata, ma di accogliere dentro gli strateghi con l'invito di chiarire i loro propositi. Ora, mentre Alcibiade negoziava e la folla dei cittadini era tutta assorta alle discussioni in assemblea, i soldati, senza dar nell'occhio, scardinarono una porticina adattata in qualche modo al bastione e penetrati si inoltrarono fino alla piazza del centro. Le sparute forze del partito filo-siracusano di Catania, notato il movimento di truppe dentro la città, caddero preda del panico e sparirono: gli altri cittadini si decisero a un'alleanza con Atene suggerendo di trasferire l'armata da Reggio a Catania. Ottenuto questo risultato, gli Ateniesi fecero vela su Reggio e ponendo ormai in moto tutta la rimanente flotta attraccarono a Catania e, dopo lo sbarco, si occuparono di allestire il campo.
52. Novità fresche da Camarina, intanto: se si presentavano, Camarina era risoluta ad abbracciare la causa, mentre Siracusa attrezzava una flotta. Allora innanzitutto costeggiarono a forze compatte fino a Siracusa: ma nessuna squadra in allestimento era visibile. Sicché proseguirono fino a Camarina e operato uno sbarco sulla spiaggia chiesero per voce di araldo un colloquio ufficiale. Ma Camarina negò il ricetto, accampando il pretesto che il loro obbligo giurato imponeva l'accoglienza qualora gli Ateniesi approdassero con una sola nave per volta, salvo il caso che loro stessi stabilissero di sollecitare una spedizione più numerosa. Gli Ateniesi ripartirono dunque delusi, ed effettuarono su un punto della costa siracusana uno sbarco seguito da una razzia. Ma la pronta reazione di un reparto di cavalleria siracusana sorprese qualche fante ateniese isolato nel contado, e l'annientò: così si decise la ritirata a Catania.
53. Qui incrociano la nave Salaminia, in arrivo da Atene con il comando proprio per Alcibiade di rimpatriare e chiarire la sua posizione nei reati che la città gli contesta. Ordine identico per altra gente dell'armata, coinvolta con lui nelle denunce di empietà scaturite in seguito all'episodio dei misteri e per alcuni altri, su cui gravava il sospetto per il sacrilegio delle Erme. Infatti ad Atene la partenza della spedizione non aveva frenato l'indagine in corso sui responsabili delle empie parodie misteriche e delle Erme mutilate: non si stava ad analizzare la credibilità delle delazioni, via via che affluivano, e in quel clima di sospetto ogni denuncia era bene accetta. Bastava la parola di un miserabile e cittadini d'onesta specchiata subivano l'umiliazione dell'arresto e delle catene. Vigeva la regola, stimata opportuna di scandagliare a fondo le responsabilità per stabilire eventuali colpevolezze, piuttosto che lasciarsi suggestionare dall'affidabilità dubbia di un delatore abietto e consentire a qualcuno, su cui si puntava quel dito accusatore, di scivolare, in virtù di una reputazione immacolata, tra le maglie di un'inchiesta non sufficientemente rigorosa. Si conosceva tra la gente, per tradizione, quanto pesante fosse divenuta alla fine la tirannide di Pisistrato e dei suoi figli, ed era voce corrente che a rovesciarla non si fosse mosso il popolo, o Armodio, ma addirittura Sparta, ed allora si viveva in un'apprensione costante e il minimo dettaglio dava subito ombra.
54. Il temerario scatto d'Aristogitone e d'Armodio scaturì da una fatalità d'amore, del cui racconto, con abbondanza di dettagli, mi giovo ora a documentare quanto, tra altre genti, ma anche nella stessa Atene, siano totalmente arbitrarie le voci in circolazione a proposito delle tirannidi locali e dei casi passati. Dunque Pisistrato si spense, già vecchio, mentre era tiranno: e non Ipparco, come pensa la gente, ma Ippia salì al potere, in qualità di primogenito. Cresciuto Armodio in luminosa bellezza, nella primavera degli anni, accese di sé Aristogitone, un Ateniese del ceto medio, e ne divenne amante. Ma Armodio fu oggetto di pressanti attenzioni anche da parte di Ipparco, il figlio di Pisistrato, cui però non cedette: anzi rivelò l'intrigo ad Aristogitone. Costui, trafitto dalla gelosia, trepidando al sospetto che facendo pesare la sua potenza Ipparco sforzasse l'amato formulò d'impeto il disegno di sbalzare il tiranno, con i mezzi che il suo grado sociale gli offriva. Frattanto Ipparco, cui nuove premure erano valse ancor meno a sedurre Armodio, intenzionato a non abusare della propria autorità si proponeva tuttavia con un gesto che servisse da schermo al movente intimo destinato a restar segreto, di umiliarlo e ferirlo. Eccettuato quest'episodio in complesso il potere di Ipparco parve ben tollerabile alla maggioranza, e costui poté esercitarlo salvo da astiosi malumori. Resta a dire che i Pisistratidi, più a lungo di qualunque altra dinastia dominante, applicarono alla propria tirannia i principi dell'integrità morale e dell'intelligenza politica: benché tassassero gli ateniesi solo in ragione di un ventesimo della loro rendita, conferirono alla città un aspetto urbanistico e architettonico ricchissimo, organizzarono più d'una campagna militare e votarono vittime nei santuari. Nella stessa Atene, le altre manifestazioni della vita civile e sociale proseguivano, senza brusche novità sulla traccia dell'ordine tradizionale, tranne per il particolare che i Pisistratidi si preoccupavano costantemente di far ricoprire a un membro della famiglia le sedi di responsabilità. Alla pari degli altri, toccò anche a Pisistrato, il figlio del tiranno Ippia, che portava il nome del nonno, la carica annuale di arconte in Atene. Anzi fu lui, in qualità di arconte, a consacrare l'altare dei Dodici Dei nella piazza centrale di Atene, e quello di Apollo in Pito. In un secondo tempo la cittadinanza ateniese volle estendere in lunghezza l'ara della piazza, con strutture aggiunte: e l'iscrizione scomparve. Ma sull'altare del tempio pitico è ancor oggi visibile, a caratteri quasi indecifrabili, il seguente distico: "A memoria del suo arconato, Pisistrato figlio di Ippia dedicò questo nel recinto sacro di Apollo Pizio."
55. Che fosse Ippia, in qualità di primogenito, il successore alla tirannide lo sostengo con certezza, io che anche dalla tradizione orale ho attinto dati più rigorosi di quelli correnti. Ma eccone un nuovo documento: del solo Ippia, tra i fratelli legittimi, resta notizia positiva che lasciasse dei figli, come segnala non solo l'altare citato ma le stele che, eretta sull'acropoli d'Atene, rammenta le illegalità dei governi tirannici. Non si figura iscritto né il nome di un figlio di Tessalo, né di Ipparco. Cinque invece i figli di Ippia di cui si riporta il nome, natigli da Mirsine, figlia di Callia e nipote di Iperochide. Naturale: il più anziano doveva anche prender moglie per primo. Inoltre nella stele di cui si parla il nome di Ippia segue subito sotto quello del padre. E c'è spiegazione anche per questo: dopo di lui era il più vecchio, e gli era successo al potere. A proposito di Ippia poi, a parer mio, come sarebbe subentrato con così diretta facilità nell'esercizio della tirannide, se Ipparco fosse deceduto occupando il potere e il fratello ne avesse assunto, quello stesso giorno, tutte le funzioni? S'impose da dominatore, invece, sostenendosi con la tradizione di pauroso ossequio che da lunghi anni veniva inculcando nelle abitudini morali dei concittadini, e sul piedistallo di una guardia personale organizzata con disciplina ferrea, si assicurò un margine ampio di sicurezza. Evidentemente non gli toccò di annaspare tra gli scogli che un fratello minore avrebbe trovato per via, poiché, in questo caso, non avrebbe contratto, attraverso una dimestichezza costante con gli uffici di governo, tale confidenza con il potere. Il destino d'Ipparco fu d'acquistar fama per la sua sciagurata avventura d'amore, e di vedersi aggiunto, ma solo anni dopo, il titolo di tiranno.
56. Sicché Ipparco, attuando la tattica premeditata, offese Armodio, che aveva sdegnato le sue profferte: una sua sorella vergine era stata prescelta dai Pisistratidi a partecipare come canefora a una data processione, ma poi costoro annullarono l'invito aggiungendo anzi che per quella giovane la convocazione non era mai stata fatta: ne era indegna. Il risentimento di Armodio esplose acerbo: e, per amor suo, vibrò ancor più acuto in Aristogitone. Ogni dettaglio dell'attentato s'era messo a punto tra gli aderenti al complotto; essi attesero le Panatenee solenni, occasione unica per i cittadini di non destar sospetti assiepandosi in armi a lato del sacro corteggio. Il primo colpo era assegnato ad Armodio e Aristogitone; i compagni avrebbero poi dato man forte bloccando i lancieri di scorta. Ragioni di prudenza imponevano un limite rigido alla cerchia della congiura. Ma ci si aspettava che anche chi non era al corrente, pur essendo in pochi i complici, trovasse in quell'istante cruciale sentendosi le armi in mano, l'impulso a cooperare alla propria liberazione.
57. Venne la data solenne: e Ippia, in compagnia dei lancieri, fuori la cinta, nel cosiddetto Ceramico, distribuiva i vari compiti per procedere a un ordinato svolgimento del sacro corteo, Armodio e Aristogitone, stiletti in pugno, accorciavano le distanze con il bersaglio. Ma, a un tratto, notarono uno del complotto che conversava in confidenza con Ippia (che era di carattere alla mano), e un brivido li scosse. Supposero subito il tradimento, e si sentivano già le catene al collo. Sicché sui due piedi decisero, se veniva a tiro, di farla pagare comunque a quell'individuo che li aveva oltraggiati e contro cui, per vendicarsi, arrischiavano la vita. Così come si trovavano, piombarono in città attraverso una porta e si imbatterono in Ipparco nel quartiere chiamato Leocorio, dove, scartata ogni riflessione, in una tempesta di sentimenti accesi, che nell'uno si concentravano nella passione erotica, nell'altro in cocente sdegno, lo aggredirono e a pugnalate lo finirono. Aristogitone, per il gran concorso di folla, sfuggì sul momento alla cattura dei lancieri, ma poco più tardi, fermato, subì senza pietà il supplizio. Armodio cadde all'istante, sul posto.
58. Quando Ippia nel Ceramico fu raggiunto dalla notizia accorse, non sul luogo dell'uccisione, ma verso gli armati che scortavano la processione, prima che (si trovavano al capo opposto della città) li si informasse dell'attentato. Compose sul volto un'espressione impenetrabile, estranea alla disgrazia, e indicò loro una località con l'ordine di trasferirvisi speditamente, disarmati. E quelli si ritirarono, pensando a qualche comunicazione da parte di Ippia. Costui, invece, ordinando ai suoi mercenari di riporre quelle armi, separò gli individui sospetti del crimine e chiunque fosse scoperto in possesso di un pugnale: poiché rientravano nella regola, seguendo la processione, scudo e lancia.
59. Così nacque, da una piaga d'amore, il primo impulso all'attentato di Armodio e Aristogitone e, per reazione a un fulmineo sgomento, quel loro gesto d'irriflessiva audacia; mentre agli Ateniesi, in conseguenza del fatto, toccò di subire una tirannide inasprita e più greve. Per Ippia ormai la vita era una catena sempre più pesante d'angosce: si moltiplicavano intanto le esecuzioni capitali, mentre il tiranno tentava insistentemente approcci con paesi forestieri per veder di disporre, qui o là, di un asilo fidato, se esplodeva la rivolta. In seguito a questi casi, per esempio, aveva concesso in moglie, lui di pura nascita ateniese, sua figlia Archedice a uno di Lampsaco, ad Eantide, figlio di Ippoclo tiranno di Lampsaco, basandosi su testimonianze non dubbie di una loro grande influenza sul re Dario. A Lampsaco si può ancora notare il sepolcro di Archedice, su cui figura quest'iscrizione: "D'un uomo illustre tra quanti in Grecia vissero il suo tempo, d'Ippia, la figlia questa polvere nasconde, Archedice, che fu di padre, marito, fratelli e figli tiranni: eppure non salì in cuore a dissennato orgoglio." Ippia detenne ancora tre anni la tirannide in Atene, finché, deposto nel quarto da Sparta e dai fuoriusciti Alcmeonidi, riparò con un lasciapassare a Sigeo e di lì a Lampsaco, da Eantide, donde proseguì da Dario. Da quella corte, diciannove anni più tardi, ormai vecchio, partì per seguire, fino a Maratona, la spedizione persiana.
60. La riflessione su questi eventi del passato, il ricordo che la tradizione popolare ne conservava vivo, alimentavano tra le forze democratiche in Atene l'insofferenza e il sospetto contro gli incriminati di sacrilegio per lo scandalo dei misteri. Ogni particolare sembrava un tassello nel quadro di un'organizzazione sovversiva manovrata da ambienti oligarchici e votati a un rilancio della tirannide. Per questa tensione politica raddoppiava l'esasperazione pubblica, e più di un alto personaggio aveva conosciuto il carcere: ora, poiché nessun indizio si poteva notare di una schiarita e anzi, giorno dopo giorno, s'aggravava la spirale dell'intolleranza, né accennava a rompersi la serie d'arresti, uno dei detenuti, proprio quello la cui colpevolezza pareva trasparire da tracce più evidenti, si lasciò indurre da un compagno di cella ad emettere un comunicato, si ignora se veritiero o falso. Congetture valide entrambe: poiché la verità sugli esecutori del crimine non la poté rivelare nessuno, né allora, né mai. Quel prigioniero convinse il compagno argomentando: fosse pure innocente, in un sol colpo doveva tirar fuori, garantendosi l'impunità, se stesso, e dissolvere la cappa di diffidenza che opprimeva la città. Per lui era più sicuro confessare e ottenere l'impunità che negare e affrontare un incerto processo. Sicché quel tale depose contro se stesso e contro altri, per l'attentato alle Erme. In Atene si fece festa tra il popolo per le responsabilità finalmente appurate, così si credeva, in quello scandalo, mentre prima si stimava insopportabile e minacciosa l'impotenza di scovare una pista per quell'aperta provocazione agli istituti democratici. Il delatore, e in sua compagnia quanti la sua deposizione aveva risparmiato, riottenne all'istante la libertà. Quelli compromessi dalla denuncia, invece, sottoposti a processo, furono giustiziati in parte - chi era già in mano alle autorità - ma altri, che erano riusciti ad eclissarsi, ebbero la sentenza di morte e una taglia in denaro sulla vita. Così, in questa circostanza, restava in ombra se le vittime avessero pagato ingiustamente: ma senza dubbio il resto della cittadinanza ne trasse, in quel frangente, un concreto sollievo.
61. Sulla figura di Alcibiade, per le pressioni di quei suoi nemici che già prima della partenza s'erano accaniti contro di lui, si addensava in Atene un pubblico rancore. Quando poi si credette d'aver scoperto, sullo sfregio delle Erme, la verità autentica, tanto più si rafforzò in Atene la convinzione che a proposito alle parodie misteriche in cui Alcibiade era più direttamente coinvolto, tornasse valida la ipotesi che il suo supposto gesto scaturisse da un identico movente e si proponesse insomma, con un complotto, di rovesciare la democrazia. Si era aggiunta una nuova circostanza, proprio all'epoca in cui la città era in fermento per i motivi esposti: un contingente spartano per il vero limitato, s'era spinto alle frontiere dell'Istmo, per combinare qualche iniziativa con i Beoti. Dunque, si riteneva che quel movimento si dovesse attribuire non all'intesa beota, ma a qualche traffico illecito di Alcibiade: anzi, per buona sorte erano giunti in tempo ad arrestare i responsabili sulla base di quella denuncia altrimenti si mormorava che la città era bell'e tradita al nemico. Ad ogni modo, per una notte gli Ateniesi bivaccarono armati nel santuario di Teseo, dentro la cinta. Allo stesso tempo, anche alcuni residenti in Argo legati ad Alcibiade da vincoli d'ostilità, furono sospettati di attentare alla sicurezza dello stato democratico. L'episodio suggerì ad Atene di consegnare subito al governo popolare di Argo per la condanna capitale, gli ostaggi argivi al confino nelle isole. Il cerchio della diffidenza si saldava intorno ad Alcibiade. Così gli Ateniesi, proponendosi di sentenziarne il supplizio dietro regolare processo, spedirono in Sicilia la nave Salaminia per richiamare lui e gli altri implicati nella delazione. Il comando era di porgergli un invito a seguire gli inviati per scolparsi, senza arrestarlo. Bisognava usargli riguardo, per timore di sfavorevoli ripercussioni in Sicilia, sia nelle proprie truppe che tra i nemici: e anzitutto tenevano a conservarsi l'appoggio di Mantineesi e Argivi che a loro avviso, s'erano indotti a partecipare per l'opera persuasiva di Alcibiade. Costui a bordo della propria nave (in sua compagnia gli altri denunciati) salpò dalla Sicilia a fianco della Salaminia con l'intenzione apparente di puntare su Atene. Senonché costeggiando all'altezza di Turi, interruppero il contatto, abbandonarono la nave e sparirono: l'idea di un processo, sostenuto da un'accusa sleale li atterriva. Per poco quelli della Salaminia fecero ricerche di Alcibiade e dei suoi: ma constatatane la scomparsa, si ritirarono proseguendo il viaggio. Alcibiade ufficialmente era bandito. Lasciò correre qualche giorno, poi passò da Turi nel Peloponneso a bordo di un battello mercantile. Agli Ateniesi non restò che condannare a morte in contumacia lui e i suoi seguaci.
62. Conclusa così questa vicenda, gli strateghi ateniesi rimasti in Sicilia, ripartito l'esercito in due settori e trattone ciascuno a sorte il proprio, puntarono con tutta l'armata su Selinunte e Segesta, con l'intento di porre in chiaro se i Segestani avrebbero messo a disposizione i fondi richiesti e di farsi un'opinione su come si presentava Selinunte, studiando insieme la materia del dissidio che l'opponeva ai Segestani. Veleggiando con la costa siciliana a sinistra, lungo la riva bagnata dal golfo Tirrenico, attraccarono a Imera, l'unico centro greco in questa zona della Sicilia. Ma non avendo ricevuto ospitalità, avanzarono. Durante il tragitto conquistarono Iccara, una piazzaforte siciliana ostile ai Segestani: era una località sulla costa. La popolazione fu resa schiava, e la città consegnata ai Segestani (che erano intervenuti con un corpo di cavalleria). Per parte loro, gli Ateniesi si ritirarono attraversando il paese dei Siculi con l'armata terrestre fino a Catania: le navi effettuarono il periplo, con a bordo gli schiavi. Nicia invece, appena lasciata Iccara, si diresse a Segesta dove regolò le altre questioni e riscosse trenta talenti, per ricongiungersi finalmente all'esercito. Gli schiavi di guerra, venduti, fruttarono un incasso di centoventi talenti. Corrieri ateniesi si presentarono sempre a bordo di navi, agli alleati di Sicilia, con l'invito di concorrere con truppe mentre con la metà delle proprie milizie comparvero a Ibla Geleati, città nemica, ma non l'occuparono. E l'estate finiva.
63. All'avvento della successiva stagione d'inverno, gli Ateniesi allestirono senza indugi l'offensiva contro Siracusa e a loro volta i Siracusani si accinsero a fronteggiarli. Passato il primo momento di terrore quando gli Ateniesi, annunciati di ora in ora, avevano in realtà ritardato le operazioni d'attacco, col trascorrere dei giorni i Siracusani riacquistavano confidenza. Quando poi gli Ateniesi erano stati avvistati con la flotta in quelle zone remote della Sicilia, precisamente nelle acque dell'opposta riva, e quando si segnalò che l'urto ateniese scagliato alla cinta di Iblea s'era infranto senza successo, divenne più acuto tra i Siracusani il sentimento di superiorità e si esigeva con lo stile caratteristico di una folla in preda alla più viva eccitazione, che gli strateghi li guidassero a Catania, poiché il nemico rinunciava a muovere contro di loro. Poi, squadre di cavalieri siracusani, spingendosi in perlustrazione fino agli avamposti del campo Ateniese, lanciavano insulti, tra cui soprattutto pungente la domanda se fossero venuti per restituire Leontini ai suoi cittadini o intenzionati piuttosto a sistemarsi loro in terra altrui, accanto a Siracusa.
64. Gli strateghi ateniesi prendevano nota di questo fermento nel campo nemico, come di un particolare che s'inquadrava opportunamente nel loro piano: attirare il complesso dei reparti nemici alla maggior distanza possibile dalla città e approfittando di questo intervallo imbarcare a loro volta l'armata, navigare di costa protetti dall'oscurità e scegliere con comodo il punto prossimo a Siracusa strategicamente adatto per piantarvi il campo. Sapevano come questa soluzione comportasse un preventivo di sacrifici ben inferiore che gettandosi a corpo morto nell'avventura di uno sbarco, contrastati da truppe agguerrite, pronte alla difesa, o marciando per terra sotto gli occhi dei ricognitori nemici (la cavalleria siracusana, potente, avrebbe aperto vuoti formidabili nelle schiere della loro fanteria leggera e nelle truppe di servizio che si ammassavano accanto. Con quella tattica ci si poteva attestare su una posizione sufficientemente inaccessibile agli assalti della cavalleria. A tal proposito, alcuni fuoriusciti siracusani intruppatisi nell'esercito ateniese, passavano informazioni sul terreno circostante il santuario di Zeus Olimpio, che poi fu effettivamente occupato). Per conseguire quello scopo, gli strateghi misero in atto uno stratagemma di questa specie. Spedirono a Siracusa un loro agente fidato, ma che passava per essere in amicizia altrettanto stretta con gli strateghi siracusani. Costui era un Catanese, e sosteneva d'essere in viaggio per conto di personaggi di Catania i cui nomi erano noti a Siracusa e che si sapeva esser rimasti in città, senza per questo venir meno ai propri principi politici di marca siracusana. Egli rivelava che gli Ateniesi bivaccavano ogni notte entro la cinta, lontani dal campo, quindi se volevano fissare un giorno e presentarsi all'alba con tutte le loro forze armate, per aggredire l'esercito, i suoi compatrioti si dicevano disposti a bloccare in città quanti Ateniesi vi si trovavano, incendiando allo stesso tempo la flotta. Sarebbe bastato ai Siracusani un semplice sforzo contro la palizzata per conquistare il campo. I Catanesi pronti a dare una mano erano parecchi, già in armi: lui in persona era un loro emissario.
65. Gli strateghi siracusani, che altri moventi pungolavano a osare e che anche prima, senza questi avvisi, avevano in programma di organizzare un'offensiva su Catania peccarono di incredibile ingenuità prestando fede a quell'uomo, e concertando subito la data del loro arrivo per l'attacco lo rimandarono, mentre diramavano l'ordine all'intera armata (della lega s'erano già inquadrati i Selinuntini e pochi altri) di mettersi in moto. Quando in fatto di preparativi si raggiunse un discreto livello, e anche la data dell'appuntamento a Catania si avvicinava, postisi in marcia verso Catania bivaccarono sulle rive del Simeto, un fiume nel circondario di Leontini. Gli Ateniesi notarono il movimento e concentrando tutte le proprie truppe, con le forze al completo che dalla Sicilia o dai paesi amici si erano aggregate, le imbarcarono utilizzando le squadre di navi e le flottiglie da carico, e di notte veleggiarono verso Siracusa. Al sorgere del sole gli Ateniesi sbarcarono nei pressi del santuario di Zeus Olimpio, con l'intento di scegliere la posizione adatta al campo, mentre la cavalleria siracusana spintasi in avanscoperta a Catania e resasi conto che l'armata nemica, fino all'ultimo reparto, aveva tolto le tende, tornata sulle proprie tracce ne diede notizia alle fanterie, e l'esercito con tutte le sue forze si precipitò indietro per soccorrere la città.
66. Gli Ateniesi intanto, poiché era lunga la marcia che il nemico doveva compiere, scelsero con calma la posizione opportuna e vi piantarono il campo. Di là avrebbero scagliato, quando il momento fosse strategicamente favorevole, il primo attacco, mentre la cavalleria siracusana durante l'azione, o anche prima, avrebbe durato fatica a infliggere darmi seppure lievi. Da un lato gli Ateniesi avevano a copertura muri, case, alberi e una palude; dall'altro un precipizio. Abbatterono gli alberi intorno e trasportandoli sulla spiaggia piantarono una palizzata a riparo delle navi. Nei pressi di Dascone poi, dove il terreno favoriva l'accesso nemico, utilizzando tronchi e massi scelti a occhio eressero affrettatamente un bastione. Infine tagliarono il ponte sull'Anapo. Nessuna sortita, nessun segno di reazione dalla città, mentre il lavoro di difesa procedeva. Per primi si fecero sotto i cavalieri siracusani: e solo più tardi s'adunò e accorse in massa la fanteria. Anzitutto i Siracusani cominciarono ad accostarsi al campo Ateniese, ma poi, vedendo che mancava qualunque indizio di risposta, si ritirarono e oltrepassata la via Elorina si disposero al bivacco.
67. Il mattino dopo gli Ateniesi si preparavano con gli alleati allo scontro, schierandosi in questa formazione. Occupavano l'ala destra Argivi e Mantineesi. Al centro gli Ateniesi. Nell'ultima zona a sinistra gli altri alleati. Una prima metà dell'esercito era avanzata, su una profondità di otto file: seguiva il resto, disposto in quadrato davanti alle tende. Costoro avevano l'ordine di stare vigili e dare il cambio a quel settore dello schieramento su cui gravasse più rude la pressione nemica. Gli addetti ai bagagli avevano trovato posto in mezzo a questi reparti di complemento. I Siracusani schierarono per intero le divisioni di opliti su uno spessore di sedici file: erano sul terreno le forze siracusane al completo e gli alleati presenti (innanzitutto i Selinuntini, con il nerbo più consistente, poi i cavalieri di Gela, duecento uomini in tutto, e la cavalleria di Camarina, circa venti uomini con il rinforzo di una cinquantina d'arcieri). La cavalleria siracusana fu spostata all'appoggio del fianco destro: agivano non meno di milleduecento armati a cavallo. Al loro fianco i lanciatori di giavellotto. Nel campo ateniese dove ci si accingeva per primi alla fase d'attacco, Nicia passando in rivista i contingenti dei diversi paesi, poi rivolto all'intero esercito arringò gli uomini con esortazioni di questo tono:
68. "Soldati, uniti nella stessa lotta, c'è bisogno d'esortarci a distesa, tra noi? Al nostro apparato bellico nulla fa difetto: e mi par questo il motivo più convincente a infondere coraggio non i nobili accenti, male sorretti da una compagine militare cadente. Quando sono spalla a spalla Argivi, Mantineesi, Ateniesi e i migliori tra le genti isolane, può qualcuno rinunciare alla meravigliosa speranza di vittoria che le armi concordi di tanti e così prodi alleati sanno porgere? Soprattutto contro una turba che tenta di respingerci scompigliata all'avventura: truppe non selezionate come le nostre per giunta folla di Sicilia che si vanta d'esserci superiore, ma che cede al primo urto, poiché la destrezza tecnica del combattimento è in loro scarsa rispetto all'audacia. E ciascuno abbia ben presente questo pensiero: la patria è lontanissima; da ogni lato ci circondano terre di cui nessuna è amica se non quella che vi renderete tale sul campo. Sono conscio di rammentarvi i motivi esattamente opposti a quelli che il nemico si va ripetendo, per eccitarsi alla lotta. Lo scontro, si staranno dicendo, ha per posta la patria: e io v'informo che la battaglia sarà per voi su un suolo estraneo, su cui o si trionfa o si corre il rischio di una ritirata penosa e ardua, sotto l'incalzare di una cavalleria agguerrita. Vi sorregga il ricordo della vostra fama. Aggredite da valorosi il nemico. Considerate che si va a vivere un momento risolutivo, un cimento che ammette un solo esito: ma chi ne trema più forte, ricordatelo, è il nemico."
69. Dopo averlo spronato con queste parole, Nicia mosse in avanti senz'altro l'esercito. In quel frangente i Siracusani non si aspettavano d'esser chiamati a battersi così presto: anzi alcuni approfittando della vicinanza si erano ritirati in città, a casa. Costoro accorsi a precipizio senza aver tempo di ragionare si presentarono tardi e s'intrupparono alla rinfusa nella massa d'armati, come a ciascuno toccava. Poiché fuor di dubbio, né in questo, né in successivi fatti d'arme i Siracusani cedettero agli Ateniesi sul piano dell'impegno o dell'ardimento, ma mentre tenevano loro testa per virile fermezza fino a quando li sorreggeva la competenza militare, appena in essa si manifestavano le prime drammatiche lacune, anche la volontà di combattere crollava di schianto. Anche in quell'occasione, benché la prontezza di quella prima mossa ateniese li avesse colti del tutto impreparati sotto l'urgenza di allestire al più presto una difesa, cinsero le armi e passarono rapidamente al contrattacco. Sui due fronti aprirono il tiro i lanciatori di pietre, i frombolieri e gli arcieri in un alternarsi di rotte improvvise, naturali e frequenti negli approcci tra fanterie leggere. In un secondo momento gli indovini celebrarono, davanti agli eserciti, i sacrifici richiesti dalla tradizione. Alla fine squilli di tromba scossero gli schieramenti di opliti chiamandoli all'assalto. E gli eserciti accorciarono le distanze: i Siracusani muovevano pronti a difendere con le armi la patria e pensando ciascuno nel suo intimo a salvare per ora se stesso, e per il futuro la libertà; sul fronte avversario gli Ateniesi si accingevano a battersi per la conquista di una terra forestiera e per risparmiare alla patria i sacrifici di una sconfitta. Gli Argivi e gli alleati indipendenti combattevano per acquistare il loro diritto ai possessi per i quali erano venuti e per ritornare in patria col fregio di una vittoria. Negli alleati tributari, infine, l'entusiasmo per la battaglia nasceva dal fatto che non potevano sperare scampo, se non vincendo. E, particolare non ultimo, confidavano che un contributo attivo al nuovo acquisto avrebbe loro fruttato una servitù più umana.
70. Durante la mischia che si accese subito, le rispettive difese tennero a lungo, finché, tra scrosci violenti di pioggia, esplosero colpi di tuono e s'abbatterono fulmini: con la conseguenza che anche la bufera servì a raddoppiare lo sgomento di chi partecipava allora per la prima volta a uno scontro e possedeva un'esperienza assai scarsa in fatto di guerra. I veterani sapevano scorgere nella stagione un ottimo motivo per quei fenomeni: nondimeno la tenacia con cui erano respinti dalle schiere opposte destava in loro non meno intenso sconcerto. Quando però gli Argivi travolsero il fianco sinistro siracusano e gli Ateniesi li imitarono sfondando le linee che le contrastavano direttamente, anche l'intera struttura dell'armata siracusana si scompaginò o disertò le posizioni. D'altra parte gli Ateniesi non insistettero nella caccia ai fuggiaschi gli squadroni di cavalieri siracusani, potenti e invitti, facevano barriera e rovesciandosi sugli opliti nemici, quando avvistavano un tentativo d'inseguimento, li costringevano ad indietreggiare), ma dopo averli tallonati a ranghi serrati per quanto lo consentiva la sicurezza, ripiegarono ed eressero un trofeo. I Siracusani si radunarono sulla strada Elorina e, come era loro dato in quella fase dello scontro, cercarono di riassumere un assetto e distaccarono un corpo di guardia, tratto dalle proprie file, al santuario dell'Olimpico, temendo che gli Ateniesi sottraessero i tesori che vi si custodivano. Il resto delle truppe riparò all'interno delle mura.
71. Gli Ateniesi non si spinsero fino al santuario. Ricuperarono le salme dei loro e dopo averle composte sui roghi fissarono per quella notte il campo sul terreno stesso di battaglia. Il mattino seguente restituirono con un'apposita tregua i cadaveri ai Siracusani (erano caduti, tra Siracusani e alleati, circa duecentosessanta uomini) e raccolsero le ossa dei propri caduti (si lamentavano tra Ateniesi e alleati circa cinquanta vittime). Caricate sulle navi le spoglie nemiche, finalmente salparono con la flotta e ricomparvero a Catania. L'inverno s'inoltrava, e la posizione strategica avanzata contro Siracusa non offriva più affidamento per proseguirvi le operazioni. Era urgente richiedere quanto prima da Atene, o procurarsi con leve nei paesi amici di Sicilia contingenti di cavalleria, per non subire la schiacciante pressione che il nemico sapeva costantemente produrre con l'impiego di quest'arma. Ci si proponeva di effettuare una raccolta locale di fondi, e di attenderne l'arrivo da Atene: di aggregarsi un buon numero di città, la cui adesione pareva garantita, questa almeno era la loro speranza, dall'esito della battaglia; di rifornirsi, tra l'altro materiale occorrente, anzitutto di vettovaglie, per intensificare, all'avvento della primavera, lo sforzo contro Siracusa.
72. Elaborato questo disegno di massima, gli Ateniesi passarono a Nasso e a Catania con la flotta intenzionati a svernarvi. I Siracusani, seppelliti i propri morti, convocarono l'assemblea. Allora si fece avanti Ermocrate figlio di Ermone, uomo di geniale talento in tutti i casi della vita, a nessuno secondo, che in più aveva fornito prova di possedere una personalità militare spiccata e sicura, per competenza e chiaro valore. Costui ridiede coraggio ai compatrioti e non permise che per lo scacco subito si lasciassero invadere dalla prostrazione. Il loro ardimento era uscito indomito dalla prova: piuttosto la carenza di disciplina li aveva perduti. Eppure avevano accumulato uno svantaggio inferiore a quello che tutte le premesse inducevano a temere: tanto più che avevano affrontato sul terreno i primi in Grecia per abilità bellica, da dilettanti, si può dire, opposti a tecnici della scienza e della pratica militare. Un elemento di grave intralcio s'era mostrato il numero eccessivo di strateghi e il frazionamento troppo spinto della direzione tattica (i Siracusani avevano in forza quindici strateghi), aggiunta alla sconnessione caotica di una turba di gente sommariamente inquadrata. Disponendo di pochi strateghi, ma valenti, che utilizzassero il periodo invernale per allestire un corpo efficiente di opliti, procurando a chi ne era privo l'armatura, per accrescerne al massimo la forza numerica, e li sollecitassero con rigore costante a ogni specie di allenamento, Ermocrate fidava per Siracusa in una pronta riscossa sul nemico. Essa, potendo già contare sul valore dei suoi uomini, ne avrebbe anche impiegato nei momenti critici l'acquisito senso di disciplina. Qualità destinate entrambe a progredire: la disciplina indurendosi a costante confronto con i pericoli, mentre la virtù naturale del coraggio, sorretta dalla coscienza d'aver raggiunto un livello tecnico di notevole pregio, avrebbe guadagnato in solidità. Era inoltre indispensabile nominare un collegio ristrettissimo di strateghi con pieni poteri, e obbligarsi con giuramento a lasciar loro dirigere le operazioni come meglio dettava la competenza militare. Con questo metodo, si sarebbero più sicuramente protetti i segreti strategici, e gli altri preparativi si sarebbero eseguiti con più ordine e prontezza.
73. I Siracusani, dopo averlo ascoltato, approvarono senza eccezioni il programma suggerito da Ermocrate, e scelsero lo stesso Ermocrate. Eracleide figlio di Lisimaco e Sicano figlio di Essecesto, limitandosi a questo terzetto. Spedirono poi ambasciatori a Corinto e a Sparta per sollecitare l'alleanza e persuadere Sparta a riprendere con più vigore e senza mezzi termini l'offensiva contro Atene, a loro vantaggio: per strapparla dalla Sicilia o costringerla a sostenere il corpo di spedizione con l'invio a rinforzo di effettivi meno potenti.
74. Intanto le truppe Ateniesi di stanza a Catania passarono rapidamente a Messene, fidando in una resa per tradimento. Ma gli intrighi già avviati non condussero all'esito sperato. Era accaduto questo: Alcibiade, quando aveva rinunciato al comando in seguito al richiamo di Atene, sicuro ormai di subire l'esilio, svelò al partito filo-siracusano di Messene la trama di prossima esecuzione, a lui ben nota. Questo gruppo pensò subito di eliminare gli elementi del complotto e sollevandosi in armi impose in seguito a Messene di respingere gli Ateniesi. Costoro, protratta per circa tredici giorni l'attesa, battuti dalle condizioni pessime del tempo, sforniti di vettovaglie e ormai rassegnati al fallimento del piano, ripiegarono a Nasso, dove fissarono i confini del campo piantandovi una palizzata e si prepararono a svernare. Inviarono una trireme ad Atene con la richiesta, all'arrivo della nuova stagione, di altri fondi e di un corpo di cavalleria.