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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Sesto - III

75. Durante l'inverno anche i Siracusani elevarono, nei pressi della cinta, un baluardo, seguendo tutta la fascia rivolta alle Epipole e includendovi il colle Temenite, per evitare che, nel caso di una loro sconfitta, il nemico trovasse comodo isolarli erigendo intorno alla città un bastione di breve raggio. Megara ospitò installazioni fortificate e un secondo caposaldo fu allestito al santuario di Zeus Olimpo. Nei punti di facile approdo, aperti a uno sbarco, la riva fu resa irta di palizzate. Sapendo che gli Ateniesi stavano a Nasso per l'inverno, i Siracusani promossero un'offensiva generale contro Catania: ne desolarono il territorio e dopo aver distrutto con il fuoco le tende e il campo ateniese si ritirarono in città. Informati inoltre che gli Ateniesi, fidando sull'alleanza sancita a suo tempo per i buoni uffici di Lachete, tentavano Camarina per indurla, attraverso contatti ufficiali, dalla propria parte, i Siracusani reagirono con l'invio, a loro volta, di una propria ambasceria. Poiché il contegno di Camarina non appariva limpido: in occasione dello scontro precedente l'invio di effettivi modesti era risultato indizio di scarso impegno. E forse anche per l'avvenire quelli covavano il progetto di astenersi da un sostegno concreto, apprendendo il trionfo ateniese sul campo di battaglia e addirittura, ispirati da quell'antica amicizia con gli Ateniesi, di cogliere quell'occasione per accostarsi a loro. Sicché a Camarina si incontrarono, in arrivo da Siracusa, Ermocrate e gli altri membri della legazione, dal campo Ateniese Eufemo, alla guida del suo comitato. Nell'assemblea radunata a Camarina sorse Ermocrate e, nell'intento di creare subito intorno agli avversari un clima di diffidenza, pronunciò un discorso così concepito:

76. "La nostra venuta in ambasceria, gente di Camarina non è attribuibile al sospetto che alla vista della poderosa macchina da guerra ateniese vi prenda lo sgomento, ma più al timore che l'eloquenza ateniese v'incanti, prima di aver prestato attenzione anche ai nostri motivi. Costoro approdano in Sicilia, voi sapete bene di che pretesto valendosi e noi tutti intuiamo di che specie sia, in realtà, il loro disegno. In breve dubito che intendano strappare a noi Siracusa, più che restituire Leontini ai proprietari. È innaturale: mentre spopolano in Grecia intere città, verrebbero qui a ricostituirne? E quella pretesa poi di prendersi tanta pena per quelli di Leontini originari di Calcide, dicono per affinità di ceppo, quando tengono sotto il giogo i Calcidesi di Eubea, di cui costoro sono colonia! È la solita smania di conquista: assicuratisi i possessi greci, ora ritentano il colpo in Sicilia. Quando per istintivo consenso degli Ioni e dei paesi che, per riconoscere in lei la madrepatria le erano alleati, Atene si assunse il compito di potenza-guida, chi per renitenza alla consegna di forze armate, chi per interne rivalità, sfocianti in conflitti locali, altri per imputazioni almeno formalmente corrette di cui fu loro fatto carico, a uno a uno finirono per divenire sudditi di Atene. Così costei non brandì le armi per la liberazione dei Greci, come i Greci non si ersero contro la Persia per affrancare se stessi: ma l'una aspirava a veder chini quei Greci di fronte non all'impero persiano ma a sé, e gli altri ottennero puramente un passaggio di poteri: dall'antico a un nuovo padrone, non meno scaltro, ma più spietato.

77. "Ma il nostro ufficio non è qui di elencare in dettaglio i soprusi troppo noti a voi tutti, perpetrati dallo stato ateniese: compito eccessivamente facile per chi accusa. Siamo giunti piuttosto per vibrare una denuncia contro noi stessi. Possediamo un modello: i Greci d'oltremare che con spontanea rinuncia a reagire, si lasciarono adattare i ceppi. Ora ecco da noi gli Ateniesi ostinati con i consueti tranelli: ci sono i compatrioti di Leontini da ristabilire nella loro propria sede! I Segestani da soccorrere, sono alleati! Ebbene noi rifiutiamo di coalizzarci, e di mostrare a costoro in blocco, con la più vigorosa intransigenza, che qui non allignano Ioni e genti dell'Ellesponto o isolani, pronti sempre a servire un diverso padrone, ora la Persia, ora uno nuovo, non importa chi sia: qui sono uomini liberi, Dori venuti dal libero Peloponneso a colonizzare la Sicilia. Intendiamo tardare, e cadere, città dopo città, nella rete Ateniese? Anche coscienti che è proprio questo l'unico contegno responsabile di una futura conquista ai nostri danni e vedendo che gli Ateniesi hanno già intrapreso questa via: tanto che con la propaganda s'ingegnano a crear dissidi al nostro interno, o a frantumare dal di dentro il nostro fronte opponendoci l'un l'altro con la promessa di un'alleanza, o danneggiandoci, nella misura del possibile, largendo proposte gradevoli ora a questo ora a quello di noi? O si confida che per un compatriota caduto anzitempo in un paese lontano dell'isola, il medesimo abisso non s'apra davanti ai passi di ciascuno di noi? E che, precedendoci nel tormento, questa vittima sia destinata a un solitario patire?

78. "Ma se qualcuno si fissa nell'idea che per gli Ateniesi il nemico è Siracusa, non lui, e quindi giudica odioso esporsi al rischio per una terra che, in fondo, è la mia, non la sua, quest'uomo rifletta che il duello avrà per teatro il mio paese, ma per posta oltre al futuro della mia patria, anche, in misura perfettamente identica, quello della sua: e la certezza del trionfo finale starà più salda, quando gli sia concesso, se il nemico non mi avrà prima distrutto, di proseguire fino in fondo la lotta, sorretto dalla mia alleanza. E non creda che gli Ateniesi agiscano unicamente per castigare Siracusa della sua ostilità: badi ch'io le giovo egregiamente da pretesto, perché Atene obblighi proprio lui a una più stretta e «devota» solidarietà. E se smuoviamo in qualcuno la gelosia, o forse anche la soggezione (poiché gli stati grandi sono sovente bersaglio di questi affetti) e in conseguenza auspica che Siracusa patisca una percossa rude, perché torni in lei e si limiti, ma sopravviva, per garantirgli un sostegno fermo, costui sappia che il desiderio che nutre valica il confine del potere umano. Poiché non si concede che in una sola volta l'identica persona possa farsi ministra dei propri desideri, e con pari successo, della sorte; e se s'inganna nel prevedere, forse un giorno, dopo aver sparso il pianto sulle proprie ferite, potrebbe sentir risorgere in lui la nostalgia di quell'invidia che la grandezza della mia città gli ispirava in tempi passati. Ma non potrà, se ci avrà abbandonato rinunciando ad affrontare, non in nome di motivi giocati su pure parole, ma di ragioni positive e concrete, i nostri medesimi rischi. Poiché formalmente si potrà dire che proteggete la nostra posizione di forza, ma in realtà voi difenderete la vostra salvezza. E a voi, uomini di Camarina, a voi più e prima che a chiunque altro toccherebbe, secondo l'umana logica, nella vostra condizione di confinanti e, quindi, di immediato obiettivo per la seconda ondata offensiva, di prefigurarvi l'attacco, di liberarvi da quell'inerzia che vi rende ora così torpidi a balzare in armi al nostro fianco. Dovreste esser voi distinto, a precipitarvi a Siracusa: e come, se gli Ateniesi avessero scelto per primo bersaglio Camarina, voi ci avreste scongiurato di intervenire, nella presente occasione era dover vostro, con la stesso spirito e intento, di far sentire viva la vostra presenza a Siracusa, a rianimare, a sorreggere, a esigere la resistenza più incrollabile. Ma, almeno finora, né in voi né in altri si nota questo risveglio.

79. "O è la viltà, forse, a suggerirvi un ossequio così severo delle regole giuridiche, nei rapporti con noi e con gli invasori? Avete sempre sulle labbra quella vostra alleanza con Atene. Ma l'intesa non contempla l'attacco contro paesi amici: l'avete stipulata per il caso che una potenza ostile vi offenda. Agli Ateniesi, se ben guardiamo, dovete soccorso qualora subiscano un'aggressione da paesi esterni, non quando, come ora, se ne facciano promotori contro stati stranieri: poiché neppure gli stessi Reggini, che provengono da Calcide, si dicono disposti a condividere con Atene lo sforzo per restituire ai Leontinesi, anch'essi proprio di Calcide, la loro sede. Che stranezza, se quelli, fiutando al di là del bel velo giuridico l'autentico nocciolo dell'affare, subordinano alla politica il rispetto ai principi logici, e voi, invece, siete tanto sottili in logica da indovinare un appiglio che, mentre vi invita ad appoggiare genti che la natura vuole a voi ostili, vi spinge ad annientare, complici del più accanito nemico, coloro cui vincoli d'affinità naturale ancor più palesi vi gridano d'esser fratelli! È ingiusto il vostro atto: collaborate con noi, senza timore per l'apparato offensivo degli Ateniesi. Non può ispirare spavento se ci stringiamo in quadrato, ma solo disunendo le nostre forze: ed è la loro mira. Poiché fallirono tutti i loro scopi, perfino quando ci sorpresero isolati e uscirono in vantaggio dal confronto, anzi, preferirono ritirarsi di gran carriera.

80. "Sicché non si ammettono spiriti depressi, almeno finché si sta uniti in blocco. Animo, rafforziamo l'alleanza, tanto più che dal Peloponneso giungerà un corpo di soccorso: e quelli del Peloponneso, per la guerra, vantano su costoro un vantaggio incolmabile. Nessuno concepisca il pensiero che sia equa nei nostri confronti, oltre che al riparo da sorprese per voi, quell'accortezza politica di non prestar aiuto né all'uno, né all'altro per non violare le alleanze contratte separatamente con entrambe le parti. Sul piano legale può parer giusto, non si discute: ma nella realtà politica è tutt'altro discorso. Giacché poniamo che voi vi ostiniate nel non intervento: l'uno cederà e sarà disfatto, l'avversario lo soverchierà trionfante. Che bel frutto avrà riscosso proprio la vostra rinuncia? Che non avrete dato una mano agli uni per salvarsi, e non avrete distolto gli altri da una politica di sopraffazione. Non è evidentemente un contegno irreprensibile; schieratevi piuttosto con le vittime dell'ingiustizia, per giunta uomini prossimi di stirpe, e fate scudo all'integrità della Sicilia, che è un bene comune, impedendo agli Ateniesi, se è proprio vero che vi sono tanto amici, di compiere questo crimine. Riepilogando, noi Siracusani affermiamo che non è difficile mostrare a dito sia a voi, come a chiunque altro, la soluzione di problemi che non vi sono meno noti e facili. Va a voi la nostra preghiera e, nello stesso tempo, una ferma protesta: mentre gli Ioni che sono i nostri eterni nemici, ci tendono il laccio noi Dori da altre genti doriche, precisamente da voi, subiamo il tradimento. Se Atene ci avrà piegato in suo potere, trionferà grazie alle vostre idee di rinuncia: ma sarà solo il suo onore a ricevere lustro, e premio della vittoria non si aggiudicherà altro se non la terra che il successo le avrà propiziato e offerto. Se prevarremo noi, sarete pur sempre voi a rispondere a vostre spese, per le responsabilità nei pericoli che ci costringete a correre. Riflettete ora, e scegliete o una schiavitù pacifica (ma solo per il futuro immediato) o, superando al nostro fianco il nemico, la facoltà di scuotervi da costoro, dall'infamia di questa soggezione, e di sottrarvi, in rapporto a noi, a un'ostilità che non si estinguerebbe davvero in breve arco di tempo."

81. Ermocrate espresse, in sostanza, queste ragioni. Si fece avanti, dopo di lui, Eufemo, ambasciatore ateniese, e disse:

82. "Siamo venuti a rinnovare la precedente alleanza: ma, di fronte agli attacchi a fondo del rappresentante siracusano, riteniamo indispensabile partire da qualche riflessione sul nostro dominio: in particolare, sui diritti che ce ne garantiscono la legittimità. A questo proposito, ci fornisce un attestato risolutivo quella parola d'Ermocrate stesso: l'accenno all'ostilità eterna che oppone gli Ioni ai Dori. Lo stato dei rapporti è proprio questo. Poiché noi, di discendenza ionica, da sempre abbiamo tentato ogni via per interporre tra noi e l'autorità dei Peloponnesi, di ceppo dorico, nostri confinanti e sempre soverchianti di numero, un distacco via via più netto. Per tale scopo, allestita dopo il duello con la Persia una flotta, ci siamo sottratti all'egemonia imperialistica di Sparta, poiché dall'equilibrio di forze non risultava necessario che noi sottostassimo ai loro comandi, più di quanto loro fossero tenuti ad osservare i nostri, salvo in misura limitata a quel breve margine di vantaggio di cui, in quell'epoca particolare, la loro compagine bellica poteva disporre. Quindi ci siamo stabiliti noi alla testa di quelle nazioni, suddite un tempo del Gran Re, stimando di poterci staccare con più comodo dalla stretta del Peloponneso, se ci premunivamo, con questa mossa, di risorse difensive potenti. Per esser precisi, l'imposizione della nostra sovranità agli Ioni e alle genti dell'arcipelago non fu un attentato ai diritti umani, benché i Siracusani protestino al vostro cospetto che noi, sordi ai richiami del sangue, li abbiamo tenuti in soggezione. Poiché quelle genti a fianco della Persia assalirono noi, loro metropoli; e non bastò loro l'animo, come a noi che lasciammo la nostra città, di esporre alla distruzione, con la rivolta, ogni proprio bene. Scelsero di conservarsi perenne la umiliazione della schiavitù, anzi di coinvolgervi anche la nostra città.

83. "Motivi seri per reclamare, a doppio titolo, il diritto all'impero: da una parte, poiché fornimmo ai Greci il nerbo più agguerrito di forze marittime e uno slancio sciolto da esitazioni e pretesti, mentre coloro, prodigandosi con pari impeto, ma a favore della Persia, ci avevano messo in difficoltà. D'altra parte noi miriamo al traguardo di una opposizione energica nei confronti del Peloponneso. Non ci gioviamo di commemorazioni eloquenti per giustificare il nostro ruolo di dominatori: che cioè isolati abbiamo infranto la prepotenza barbara, o che siamo corsi a quel rischio più per proteggere l'indipendenza delle nazioni ioniche che quella di noi stessi e dell'intera Grecia. Si può criticare qualcuno se s'ingegna per apprestare all'incolumità propria un fidato riparo? Anche ora, preoccupandoci della nostra sicurezza, ci presentiamo in questo paese e ci rendiamo conto che i nostri interessi collimano con i vostri. Siamo qui a confermarvelo, prendendo a spunto quella politica che suscita così vivo sdegno nei Siracusani qui presenti e in cui a voi pare di intravedere chissà quali sinistri intrighi. Noi sappiamo che può molto, su quelli in cui l'apprensione moltiplica i sospetti, la suggestione gradevole di una dialettica appropriata alle circostanze; ma in seguito, quando scocca l'ora d'agire, è sempre il proprio utile l'elemento direttivo della condotta pratica. Ora, abbiamo asserito che la nostra egemonia in Grecia è una misura preventiva. Per l'identico fine ci rechiamo qui, per imporre, fiancheggiati da forze amiche, uno stato di sicurezza politica e militare dai benefici effetti per il nostro paese. Nessun intento di far schiava la Sicilia: di preservar noi, piuttosto, con la forza, da un così tristo destino.

84. "Nessuno voglia obiettare che la nostra sollecitudine per voi non sia legittimata da affinità d'interessi. Si pensi che se la vostra salvezza è garantita, e l'integrità della vostra potenza giunge a contrastare il passo a Siracusa, costringendola a rinunciare all'invio di contingenti armati nel Peloponneso, noi ne trarremo un notevole sollievo. Ed è già un motivo perché voi diventiate un affare d'importanza capitale per il nostro paese. Per una ragione identica, di coerenza politica, siamo in obbligo di rimpatriare quelli di Leontini, non per renderli sudditi, come i loro confratelli d'Eubea, ma per aumentarne il peso militare, al fine di poterne disporre, quasi fossero una nostra base offensiva avanzata - si trovano alla frontiera con Siracusa - per puntare in profondità contro i Siracusani. In Grecia per tener testa ai nostri avversari, sono sufficienti anche le nostre sole forze. Calcide, la cui sudditanza, come rileva Ermocrate, sarebbe una vivente smentita ai nostri proclami di libertà per le genti di questo paese, ci offre miglior guadagno così, priva d'armi, con il suo tributo. In Sicilia, invece, è vitale che i Leontinesi e gli altri alleati conservino e potenzino la propria indipendenza.

85. "Per chiunque esercita un potere egemonico - persona o stato - non deve esistere logica diversa da quella dell'utile: nessun legame d'affinità ha senso se non vi corrispondono sicurezza e fiducia. L'ostilità e l'amicizia obbediscono alla politica: ed i rapporti esterni si colorano dell'una o dell'altra a seconda dell'occorrenza. E ora, in questi luoghi il nostro interesse esige: nessun attentato alla sicurezza degli amici, massimo impegno per garantire agli alleati potenza sufficiente a paralizzare i nemici. In questo caso la diffidenza che voi nutrite è assurda. In Grecia la nostra egemonia poggia su questa base: esaltare le facoltà peculiari di ogni singolo alleato e distribuire in conformità gli impegni, per ricavarne l'utile migliore. Chio e Metimna, ad esempio, grandi fornitrici di navi, restano indipendenti: ma il resto, in maggioranza, ha vincoli più stretti e contribuisce in valuta. Altri devono la loro libertà incondizionata - sebbene abitino le isole e siano quindi facili da sottomettere - alla circostanza che costituiscono punti d'importanza strategica intorno al Peloponneso. Risulta quindi normale che noi qui intendiamo regolare le condizioni di ognuno secondo il nostro vantaggio, badando, lo ripetiamo, a tener d'occhio soprattutto Siracusa. Poiché essa brama di dominarvi e vuol stringervi in una lega, sollevando sospetti nei nostri confronti, per stabilire - quando gli eventi bellici o l'isolamento avrà provocato il nostro ritiro a mani vuote dalla Sicilia - il proprio dominio assoluto su questo paese. Esito inevitabile, se fate blocco con Siracusa: poiché ci verrà meno l'animo e il vigore per piegare un simile compatto fronte di potenze ostili, mentre Siracusa, quando noi mancheremo, disporrà sempre di forze bastevoli per volgersi contro di voi.

86. "La realtà s'incarica di smantellare le obiezioni degli increduli. Non ci invocaste la prima volta sbandierandoci innanzi proprio questa eventualità tremenda, che permettendo a Siracusa di sottomettervi, presto saremmo stati noi stessi esposti alla medesima minaccia? Quindi non è giustificato il sospetto vostro per quello stesso argomento di cui voi stessi vi siete avvalsi, pretendendo la nostra adesione: né è fondata la diffidenza che nasce dalla vastità del nostro apparecchio bellico, eccessivo, secondo voi, rispetto alla potenza dei Siracusani. A costoro piuttosto s'indirizzi la vostra sfiducia. Almeno noi, se rifiutate l'appoggio, non potremo nemmeno sostare su quest'isola, e se pure con astuzie perfide la piegassimo al nostro volere, come saremmo in grado di mantenere il possesso a tanta distanza marina dalle nostre basi, paralizzati dall'impossibilità pratica di arginare via via le reazioni di città popolose e vaste, dotate di risorse terrestri? Per contro i Siracusani che si trovano appena al di là delle vostre frontiere, non con un campo militare, ma da una base che è addirittura una città più poderosa dell'armata che abbiamo recato con noi approdando, non solo vi tendono agguati di ora in ora, ma quando intravedono, nella compagine di uno stato, il varco favorevole non allentano più la loro pressione (ne è esempio fin troppo chiaro la loro politica con Leontini). E ora hanno l'impudenza di correre a voi, stimandovi evidentemente idioti, contro la gente che si propone di sbarrare il passo a così alte ambizioni e che fino ad oggi s'è prodigata per sottrarre la Sicilia alla loro frenesia d'espansione. A nostra volta, bandiamo a voi un proclama, ma questo di sicurezza autentica: invitandovi a non tradire quella garanzia che consiste nella disposizione a prestarsi, all'evenienza vicendevole soccorso. Considerate che Siracusa anche isolata dalle forze alleate, può sempre contare su mezzi bastevoli a tagliarsi la strada fino a voi, tra le vostre difese; e un appoggio così fermo e agguerrito come il nostro non sarà poi tanto di frequente a portata di mano. Se indulgendo ai vostri sospetti lascerete che la presente armata si ritiri, senza un risultato positivo, o addirittura distrutta, potreste un tempo, in avvenire, ridurvi al desiderio cocente di auspicarne in arrivo fors'anche la millesima parte, quando però la sua comparsa non potrà più servirvi in nulla.

87. "Né voi di Camarina, né gli altri, dovete dar peso alle insinuazioni calunniose di costoro: per questo vi abbiamo rivelata intera la verità sui fatti che destano in voi il dubbio sulla nostra rettitudine e, nell'intento di convincervi, ne richiamiamo alla memoria i capi essenziali. Vi ripetiamo che la nostra signoria sulla Grecia è il baluardo eretto a protezione della nostra autonomia da ingerenze straniere; che il nostro sforzo di liberazione in Sicilia ci pone in salvo dai colpi nemici; che l'intervento su molteplici fronti risponde all'urgente bisogno di protezione costante che in molte zone del mondo siamo spinti a soddisfare; che da alleati, da benefattori degli oppressi, ora come nelle occasioni precedenti, siamo qui giunti a raddrizzare le ingiustizie, non senza invito, ma insistentemente richiesti. Quanto a voi, non provatevi, intromettendovi come arbitri o moderatori (tentativo ormai arduo badate) della nostra politica, a sviare le linee d'azione da noi tracciate: si scrutino piuttosto, e si pongano a frutto, quando coincidono con il vostro profitto, le imprese di quella multiforme solerzia che rappresenta l'espressione più genuina del nostro ingegno ateniese. Considerate che le nostre iniziative son ben lontane dal recar danno a tutti indistintamente: è più il numero, anzi, di stati Greci che ne traggono vantaggio. Poiché in ogni luogo del mondo, anche dove non presidiamo tutti, sia chi si sente minacciato da una ingiustizia, come chi trama un'offesa, si vedono necessariamente nell'obbligo costui di ritirare la mano benché di malanimo, dal colpo, l'altro nella possibilità d'uscire, senza eccessive noie da quel suo incaglio; in entrambi infatti ferve un sentimento d'attesa: questo di trovare in noi un ricovero all'imminente pericolo, il secondo di non dover rispondere appena a viso a viso con noi, da una posizione di aperto rischio, del suo criminale tentativo. Non scartate questo strumento di sicurezza, che vi è dato condividere con chiunque ne faccia richiesta, quand'esso è qui che vi si porge: modellate sugli altri la vostra politica futura, e deponendo questa antiquata mentalità di difesa passiva contro Siracusa, unitevi finalmente a noi nella lotta, e risolvetevi a replicare, ad armi uguali, ai suoi intrighi e ai suoi attacchi."

88. In tale, sostanzialmente, il discorso di Eufemo. I Camarinesi si erano venuti a trovare in questo stato d'animo. Gli Ateniesi riscuotevano le loro simpatie, con la riserva che si sospettava in loro il progetto di assoggettare la Sicilia. Gli urti con Siracusa, come paese di confine, erano affare quotidiano. Ma, allarmati non meno dalla possibilità che i Siracusani, stabiliti così vicini, potessero uscire dall'avventura anche privi del loro sostegno, avevano prima contribuito allo sforzo siracusano con l'invio di quello scarso contingente di cavalleria; ma per il futuro si decise, da una parte, di appoggiare (non vistosamente) piuttosto Siracusa, ma con risorse militari ridotte all'essenziale, dall'altra, come misura immediata per non urtare la suscettibilità degli Ateniesi (tanto più che erano riusciti vittoriosi dal primo duello) parve opportuno rispondere formalmente, in termini identici ai due belligeranti. Presa questa risoluzione, si formulò il seguente comunicato: poiché si trovavano in conflitto due potenze legate l'una e l'altra a Camarina da trattati d'alleanza, il rispetto ai giuramenti esigeva che per il momento si restasse neutrali. E gli ambasciatori dei due paesi uscirono da Camarina. Intanto i Siracusani, in casa propria, provvedevano alle necessità della guerra. Gli Ateniesi, acquartierati a Nasso entravano in colloqui con i Siculi per ottenerne l'appoggio nel maggior numero possibile. Ora, tra le genti sicule piuttosto prossime alla pianura, suddite dei Siracusani, si ebbero casi di defezione, benché in misura limitata: ma i borghi delle popolazioni dell'entroterra, che anche prima avevano sempre vantato l'indipendenza, si affiancarono subito, tranne pochi, agli Ateniesi, e portarono alla costa viveri per l'esercito, e talvolta perfino denari. Marciando contro i dissidenti, gli Ateniesi ne obbligarono con la forza una parte all'adesione, ma con altri furono prevenuti da presidi e truppe di soccorso in arrivo espressamente da Siracusa. Gli Ateniesi in seguito, spostata la flotta da Nasso a Catania e dopo aver riattato l'accampamento caduto in fiamme sotto l'attacco siracusano vi trascorsero gli ultimi mesi d'inverno. Tentarono anche l'amicizia di Cartagine, con la spedizione di una trireme: per trarne possibilmente un profitto. Un'altra nave veleggiò verso la Tirrenia, dove alcuni centri avevano fatto sapere d'esser disponibili per una libera collaborazione militare. Spedirono corrieri in ogni direzione, presso i Siculi e i Segestani, invitandoli con questi messaggi a fornire cavalli: il numero maggiore che potevano. Raccolsero i materiali occorrenti per il baluardo di circonvallazione: mattoni, attrezzature metalliche, insomma tutto il necessario, per applicarsi, appena sorta la primavera, all'impresa. Gli ambasciatori siracusani, in viaggio per Corinto e Sparta, seguendo la costa saggiavano gli umori delle città italiche, se fossero ancora ostinate nella loro politica di non ingerenza nei conflitto tra Atene e Siracusa: l'offensiva ateniese, spiegavano, era una minaccia non meno sinistra anche per la loro indipendenza. Approdati a Corinto, aprirono la discussione sul tema dell'affinità di stirpe: circostanza che esigeva un intervento a soccorso. I Corinzi, per proprio conto, decretarono di provvedere, quanto prima, a un contingente il più possibile solido di rinforzo. Poi aggregarono alla missione siracusana in partenza per Sparta un proprio comitato, per contribuire all'opera di persuasione presso quel governo: perché dimostrasse con più aperta e concreta energia la sua ostilità contro Atene, e inviasse un aiuto in Sicilia, qualunque fosse. A Sparta gli ambasciatori di Corinto s'incontrarono con Alcibiade e i suoi compagni di bando. Costui, a suo tempo, dalla costa di Turi si era sollecitamente imbarcato su un mercantile, ed era prima passato a Cillene di Elea, e di lì a Sparta: munito di salvacondotto, su invito degli stessi Spartani. Poiché il ricordo del suo raggiro di Mantinea gli incuteva una certa apprensione. Sicché accadde che sia i Corinzi, che i Siracusani con Alcibiade tentassero, all'assemblea spartana, di influenzare gli animi con gli identici propositi. Gli efori e le altre autorità inclinavano già ad inviare a Siracusa un messaggio, contenente il divieto di scendere a patti con Atene ma in fatto di iniziative pratiche di soccorso erano restii. Allora Alcibiade si fece avanti, e spronò gli Spartani incitandoli, con parole di questo tenore, a scuotersi:

89. "È anzitutto urgente che io discorra alla presenza vostra dei calunniosi attacchi che grandinano sulla mia persona, ad evitare che il pregiudizio e il sospetto da voi nutrito nei miei confronti vi indica a recepire con mentalità distorta gli avvisi di comune profitto. I miei avi, ignoro per qual motivo, forse per un rancore verso Sparta, lasciarono cadere la vostra prossenia, mentre io, desiderando rinnovare questi legami, oltre a elargirvi in più occasioni dei benefici, mi sono reso utile quando eravate prostrati per la rovina di Pilo. Benché quindi la mia amichevole attenzione non si sia mai allentata per voi, quando si vararono con Atene i colloqui di pace, avvalendovi come intermediari dei miei nemici politici, avete esaltato il loro prestigio e infangato il mio grado. In questa luce, risultano legittime rappresaglie gli scacchi che vi ho inflitto prodigandomi per Argo e Mantinea, con le altre espressioni di ostilità. È quindi venuto il momento, se qualcuno irragionevolmente, per il dolore delle ferite fresche, concepì allora dell'odio nei miei riguardi, di ricredersi, scrutando i fatti sotto la guida della verità. Anche per chi mi giudicò un cattivo elemento, fondandosi sulla mia simpatia di allora per il partito democratico, anche per costui è tempo di rivalutare quel suo malanimo come uno sfogo irrazionale. La mia casata fu intransigente sempre con i tiranni (in generale, una costituzione che avversi qualsiasi forma di regime dispotico, si definisce democrazia) e da questo contegno ricavò in ogni tempo una posizione di eminenza in seno ai movimenti democratici. Si rifletta anche al particolare che in una città retta dalla democrazia era un obbligo conformarsi il più possibile alle circostanze. Comunque in politica, noi ci studiammo di attenerci caso per caso a una linea d'azione più moderata della sfrenatezza imperante. Persone diverse da noi, in passato come ora, insistettero nel traviare il popolo, fino agli estremi limiti della scelleratezza: precisamente quelli che mi hanno espulso. Noi ci eravamo elevati, guide autentiche della comunità pubblica al di sopra degli urti, integri nella convinzione che fosse dover nostro cooperare al rafforzamento di quei modelli politici che si trovavano ad aver fornito allo stato la grandezza più salda e la libertà più genuina, trasmettendole a ciascuno, quasi pubblica eredità. Da persone di criterio, se sapeva bene (però dentro di noi) quale giudizio emettere sulla democrazia, e io personalmente non meno degli altri, in quanto non mi mancavano le ragioni di risentimento. Ma che dire di nuovo, su una follia ormai riconosciuta universalmente come tale? Eppure, mentre voi minacciavate da presso in armi, non ci parve prudente atterrare il regime democratico.

90. "Ecco, così andò per quelle velenose insinuazioni a mio danno. Ma apprendete ora quel che occorre sulla risoluzione cui siete chiamati, e i chiarimenti che io, se è vero che posseggo informazioni più precise, sento di porgervi. Passammo in Sicilia anzitutto per soggiogare, se possibile, i Sicelioti, e per estendere poi il dominio all'Italia e mettere più tardi alla prova la resistenza dei possessi cartaginesi e di Cartagine stessa. Se il programma era coronato, in tutto o parzialmente, da lieto successo, si premeditava già da allora un'invasione del Peloponneso, trasferendo d'oltremare tutte le truppe greche di laggiù a rinforzo del nostro apparato bellico, reclutando mercenari barbari in forte numero, tra gli Iberi e le altre genti che in quei paesi sono generalmente noti come le nazioni barbare più adatte alla guerra. Si sarebbero messe in cantiere molte triremi, oltre a quelle già in forza nella nostra marina, poiché l'Italia è ricchissima di legname. Stringendo il Peloponneso in rigido blocco costiero, con incursioni simultanee scagliate con le armate terrestri, ora espugnando a viva forza una città, ora spiegando contro un'altra la tecnica tradizionale dell'assedio, ci si augurava di prostrarlo facilmente, per imporre al mondo greco, in tutta la sua estensione, la nostra egemonia. I recenti acquisti, i paesi laggiù di Sicilia, si sarebbero incaricati di garantirci con larghezza denari e vettovaglie, senza considerare le risorse fornite dalla nostra area di dominio in Grecia.

91. "Avete udito dalla voce di chi è più esattamente informato su ogni dettaglio questi progetti e speranze. Con esse, ora è poco, abbiamo accompagnato la partenza della spedizione già in viaggio. E gli strateghi rimasti raggiungeranno, potendo, quegli obiettivi. Sentite ora con quali argomenti chiarisco che senza il vostro intervento la Sicilia non si potrà salvare. Primo: l'esperienza in Sicilia è scarsa: ma sono ancora in tempo laggiù, collegandosi, a raggiungere la sicurezza. Sennonché Siracusa, isolata, non solo ha già perduto il primo scontro con spiegamento generale di forze in campo ma, ormai cinta da un vigoroso blocco marittimo, non è più in grado di bilanciare la pressione delle truppe ateniesi concentrate in quel settore. Secondo: se si occupa questa città, la Sicilia intera e l'Italia crolleranno in mano ateniese. E la minaccia che ho descritto imminente da quella parte non impiegherà molto ad abbattersi sul vostro paese. Sicché nessuno s'illuda che ora la decisione concerne esclusivamente la Sicilia: anche il Peloponneso sarà parte in causa, se indugiate ad attuare i miei avvisi: inviare in Sicilia, imbarcato sulla flotta, un esercito tale che gli uomini dopo aver servito da rematori, cingano appena approdati le armature pesanti e - elemento che ritengo dell'utilità più alta - aggregarvi un comandante spartano, che riduca alla disciplina le truppe già in organico e pieghi al servizio i renitenti. A queste novità gli amici che già vi sostengono riprenderanno più vivo ardimento e chi dubita s'accosterà più liberamente. Frattanto in Grecia intensificate le operazioni militari contro Atene, al fine di risvegliare nei Siracusani, grati per questo vostro interesse, le energie sopite e perché gli ateniesi stentino ad inviare altri e più potenti effettivi di rinforzo. Inoltre, occorre attrezzare Decelea a base fortificata: è un incubo costante degli Ateniesi, lieti, per adesso, che tra i vari sacrifici imposti dalla guerra, almeno questa esperienza dolorosa non li abbia ancora toccati. È la tattica di più sicuro effetto contro il nemico: scoprire con mano sicura un bersaglio ritenuto vitale (e quindi guardato con apprensione più intensa) indi trafiggere l'avversario precisamente in quel punto. Poiché è umano che ciascuno, conoscendo più esattamente di chiunque i suoi organi vulnerabili li circondi di una cura ansiosa di fronte ai pericoli. Metto da parte la lista dei vantaggi che vi procurerete, strappandoli al nemico, con Decelea trasformata in fortezza, e li accenno per sommi capi. I beni di cui è fiorente quella campagna passeranno, nella massima misura, in vostra mano, parte accaparrati a viva forza, parte spontaneamente. Atene sarà subito spogliata delle entrate derivanti dalle miniere argentifere del Laurio, con le rendite percepite dai prodotti del suolo e dai tribunali, e soprattutto il taglio sarà netto nei contributi versati dalla lega, i cui soci, riscontrando in voi un impegno più pronto alla guerra si riterranno autorizzati a compiere con molto più comodo il proprio dovere.

92. "Sta in vostro potere, Spartani, concretizzare queste iniziative con energia e risolutezza, poiché io credo fermamente che siano realizzabili (e penso di non commettere errori di calcolo). Esigo che nessuno mi consideri un individuo vile se godendo un giorno stima di ottimo cittadino, pongo ora con tanta fervida prontezza il mio braccio a servizio dei più agguerriti nemici della mia patria, contro di essa. Né si sospetti che l'ardore della mia passione sia impeto d'esule. Sono in bando, è vero: ma se sfuggo alla perfidia di chi mi ha ferito, non mi sottraggo, se mi date ascolto, all'incarico di arrecarvi un servigio. L'avversario più accanito non è quello che, come voi, ha talvolta inferto dei colpi ai propri nemici, ma chi ha costretto all'odio e all'ostilità uno che un giorno l'amava. Il sentimento della carità di patria m'è estraneo, ora, nella mia condizione di esule: ma era caldo, quando spensierato godevo il mio diritto di cittadino. Sento ora non di assalire un paese che conservi per me il valore di patria: ha cessato d'esser tale, e son io, piuttosto, che voglio riconquistarla. Amore genuino di patria non è rifiutarsi di vibrarle il colpo, quando violando il giusto t'abbia ripudiato, ma bramare di riaverla con ogni fibra di te stesso, vinto dalla nostalgia. Così pretendo, Spartani che usiate di me come d'uno strumento, nei pericoli e nei momenti di crisi, senza prevenzioni, rammentando quella riflessione, ormai sulle labbra di tutti, che se da nemico almeno vi percossi a sangue, da amico potrei anche fornirvi un discreto aiuto: tanto più che sono bene addentro ai segreti d'Atene mentre i vostri erano per me puro campo d'ipotesi. E, giudicando realmente capitali gli interessi su cui dovete decidere, non vacillate: l'intervento in Sicilia e nell'Attica è questione urgente, per assicurarvi con l'invio di effettivi modesti laggiù gli immensi profitti per cui ci si batte, per spianare, al presente e per l'avvenire, la potenza d'Atene; per garantirvi quindi, finalmente, un'esistenza serena e sicura, e un generale dominio sulle genti greche pronte all'omaggio, non per violenta oppressione, ma per devoto slancio."

93. Fu questo, in sostanza, il discorso di Alcibiade. Gli Spartani premeditavano da tempo, già da sé, l'offensiva contro Atene, ma tentennavano, stavano all'erta se sorgesse un'occasione favorevole: quando però Alcibiade ebbe spiegato ogni dettaglio dell'impresa, riacquistarono fiducia e confidenza, certi di aver trovato la persona più indicata per questo tipo d'informazioni. Quindi stesero subito il piano per organizzare la testa di ponte a Decelea e la spedizione di primi contingenti, anche limitati, a soccorso della Sicilia. Assegnarono la direzione delle armate siracusane a Gilippo, figlio di Cleandrida, comandandogli di consultarsi con gli emissari Siracusani e coi Corinzi per dettare, in merito a un aiuto il più possibile sollecito ed efficace in Sicilia, le misure opportune, in base ai mezzi disponibili. Costui pretese subito che i Corinzi inviassero due navi ad Asine, e procedessero all'allestimento rapido di tutte quelle che si proponevano di associare alla spedizione, per tenerle pronte all'ancora, quando venisse l'ora di salpare. Concertati questi preparativi, i Corinzi si allontanarono da Sparta. Dalla Sicilia, frattanto, era giunta la trireme ateniese, fatta partire dagli strateghi con le richieste di denari e cavallerie. Gli Ateniesi ascoltarono il messaggio e decretarono l'invio della propria armata dei mezzi e dei cavalieri. Così declinava l'inverno, e con esso volgeva alla fine il diciassettesimo anno di questa guerra che Tucidide descrisse.

94. All'apertura della primavera, nella stagione estiva dell'anno seguente, le truppe ateniesi di stanza in Sicilia levando le ancore da Catania veleggiarono di costa verso Megara di Sicilia, il cui territorio è occupato dai Siracusani, i quali, come ho già annotato, al tempo del tiranno Gelone ne avevano espulso gli abitanti. Effettuato uno sbarco gli Ateniesi distrussero le campagne e dopo aver aggredito, senza riuscire nell'intento, un fortino tenuto dai Siracusani tornarono sempre seguendo la costa con l'armata terrestre e la flotta, fino al fiume Teria. Ne risalirono la vallata devastandola e incendiando il grano. Vi fu inoltre uno scontro con una pattuglia sottile di Siracusani, di cui alcuni restarono sul terreno. Gli Ateniesi eressero un trofeo e si ritirarono verso la flotta. Tornarono navigando a Catania e dopo aver qui provveduto ai rifornimenti, puntarono con l'esercito completo su Centuripa, un borgo siculo e, dopo averlo costretto a trattare la resa si allontanarono, bruciando lungo il cammino il grano di Inessa e di Ibla. Giunti a Catania, vi incontrano i cavalieri in arrivo da Atene: duecentocinquanta uomini appiedati, ma forniti di equipaggiamento, poiché intendevano procurarsi sul posto le cavalcature. Seguivano trenta arcieri a cavallo. Inoltre trenta talenti d'argento.

95. Nella medesima primavera gli Spartani, avviati per scagliare una offensiva contro Argo, s'erano già spinti fino a Cleoni, quando un terremoto suggerì la ritirata. A seguito dell'episodio degli Argivi, varcati i confini della Tireatide, regione loro limitrofa, rapinarono agli Spartani una cospicua preda, la cui vendita fruttò non meno di venticinque talenti. Poco più tardi (correva la stessa estate), il partito popolare di Tespia operò un colpo di mano contro le autorità al potere. L'intervento di Tebe sventò l'attentato. Quindi chi fu preso, chi riparò ad Atene.

96. Quella stessa estate i Siracusani, informati che gli Ateniesi, disponendo ormai di un corpo di cavalleria, si accingevano di lì a poco ad attaccarli, calcolarono che se l'armata ateniese non riusciva ad assicurarsi il controllo delle Epipole, luogo a scarpate scoscese, direttamente a piombo sulla cinta urbana, non sarebbe stata impresa da poco per il nemico, sia pure vittorioso in uno scontro campale, cingere Siracusa con un baluardo per isolarla totalmente. Quindi si decise di sottoporre i sentieri d'accesso alle Epipole a vigilanza armata, per prevenire qualunque tentativo di scalata che il nemico potesse, inosservato, intraprendere per quei valichi: salita che, per altro, risultava impossibile se non attraverso quei passi. La località intorno, infatti, è tutta un rilevarsi di colline, digradanti a balze fino alla città, da cui si gode, su ogni piega del terreno, una visibilità perfetta: e il nome imposto dai Siracusani all'altura, Epipole appunto, si deve al fatto che sovrasta lo spazio circostante. Le milizie siracusane uscirono tutte all'aurora dirette alla prateria che si distende lungo il corso dell'Anapo (solo da poco Ermocrate e i colleghi avevano assunto il comando delle operazioni). Fu effettuata una revisione delle armi e si designarono anzitutto seicento opliti scelti, agli ordini di Diomilo, un fuoriuscito di Andro, allo scopo di presidiare i punti di salita alle Epipole e di star pronti a riunirsi per intervenire celermente dove si presentasse l'urgenza.

97. Ma a loro volta gli Ateniesi col favore della notte (il giorno seguente i Siracusani avrebbero fatto quella loro rassegna delle armi) senza dar nell'occhio, salpati da Catania, avevano già preso posizione con l'intera armata a Leonte una località così denominata a sei, forse sette stadi di distanza dalle Epipole. La fanteria era sbarcata, la flotta alle ancore a Tapso: è questa una lingua che si protende nel mare da uno stretto istmo, e dalla città di Siracusa è poco lontana sia a piedi che per nave. La marina ateniese, fortificato l'istmo di Tapso con l'erezione di pali, sospese l'attività. La fanteria invece non perse tempo e si gettò di corsa verso le Epipole iniziando, nella direzione di Eurialo, la salita prima che i Siracusani, notandoli, accorressero dalla prateria e dalla rassegna. Si precipitarono anche gli altri, a tutta velocità come ciascuno poteva, e tra loro anche i seicento di Diomilo: ma per raggiungere il nemico restavano da percorrere non meno di venticinque stadi dalla prateria dove si trovavano. Sicché, scomposti dalla corsa, urtarono contro la schiera nemica privi di un inquadramento regolare: e, naturalmente, disfatti sul terreno delle Epipole, i reparti siracusani ripiegarono verso la città. Ma Diomilo, e con lui non meno di trecento uomini, era caduto. Superato l'incidente gli Ateniesi elevarono un trofeo e resero, dietro una tregua, i cadaveri ai Siracusani. Il mattino seguente calarono direttamente verso la cinta: ma il nemico non reagiva. Così indietreggiarono e posero mano all'erezione di un caposaldo sul Labdalo, cioè sull'estremo lembo dirupato delle Epipole, rivolto a Megara per servirsene come deposito dell'attrezzatura e dei denari qualora si decidesse l'avanzata per battersi e per bloccare Siracusa con un bastione.

98. Non molto dopo si presentarono a loro trecento cavalieri di Segesta e altri cavalieri in arrivo dai centri siculi, da Nasso e da altre località: un centinaio d'armati. Erano già sul posto circa duecentocinquanta cavalieri provenienti da Atene, per cui si procurarono le cavalcature parte da Segesta e da Catania, parte acquistandole. Sicché in complesso lo squadrone di cavalleria contava seicentocinquanta unità. Stabilito sul Labdalo un presidio, gli Ateniesi si misero in marcia per Sica e con grande rapidità fortificarono un caposaldo a pianta circolare. La velocità con cui la fabbrica si ultimava sorprese i Siracusani e si decise subito un'irruzione per interrompere i lavori. Gli eserciti già si affrontavano, manovrando per ordinarsi alla battaglia, quando gli strateghi siracusani notando in seno alla propria armata lo scompiglio e la difficoltà di procedere a uno schieramento corretto, ordinarono di retrocedere verso la cinta. Rimaneva un distaccamento di cavalleria con il compito di proibire agli Ateniesi la raccolta del materiale e di staccarsi dal forte per un raggio troppo ampio. Ma bastò un reparto di opliti ateniesi fiancheggiato da tutta la cavalleria per travolgere al primo assalto i cavalieri siracusani. Dopo averne abbattuti alcuni, elevarono un trofeo a ricordo dello scontro equestre.

99. Il mattino dopo l'armata ateniese si divise: gli uni posero mano a fabbricare un muro a settentrione del fortilizio circolare, mentre il resto, raccogliendo pietrame e tronchi, lo accumulava senza lasciare varchi verso il punto designato con il nome di Trogilo cui metteva capo la linea per loro più breve da seguire per l'erezione di uno sbarramento che congiungesse il porto grande con il mare opposto. I Siracusani frattanto, consigliati in questo senso specialmente da Ermocrate e dagli altri colleghi, erano restii ad arrischiare l'intera armata in campo aperto contro gli Ateniesi: parve allora più conveniente attraversare con una linea di contrafforti la direttrice lungo la quale il nemico si disponeva a protendere la sua cinta, per ostruirla isolando, se la mossa riusciva con tempestività, le truppe ateniesi. A respingere una eventuale azione nemica di disturbo mentre il lavoro era in corso, s'era pensato d'avanzare intanto una parte degli effettivi siracusani, col proposito di guadagnare, se l'espediente riusciva, un duplice vantaggio: assicurarsi il tempo di precludere al nemico, con la tecnica delle palizzate, i punti di accesso allo sbarramento trasversale in costruzione, e insieme costringerlo a sospendere il proprio lavoro per fronteggiare, con uno sforzo generale, il contrattacco siracusano. Così iniziarono i lavori, all'esterno della cerchia urbana: muovendo da essa e seguendo una direttrice a meridione del baluardo circolare ateniese distendevano un contrafforte destinato a intercettare il bastione avversario. Gli ulivi del recinto sacro furono abbattuti e si eressero alcune torri lignee. Fino a quel momento la flotta ateniese non si era ancora trasferita da Tapso nel porto grande e poiché la fascia costiera era ancora proprietà siracusana gli Ateniesi importavano da Tapso, per via di terra, i rifornimenti.

100. Quando i Siracusani giudicarono soddisfacenti i progressi del lavoro - solidità della palizzata e livello del contrafforte - mentre gli Ateniesi non erano disposti a scatenare l'offensiva per interrompere l'opera (per timore, dividendosi, di offrirsi più vulnerabili al contrattacco nemico, e anzitutto per la premura di completare il proprio blocco murario) i Siracusani, distaccando un unico reparto a presidio della barricata trasversale si ritirarono in città. Gli Ateniesi ne approfittarono per metter fuori uso i condotti che sotto il livello del suolo portavano l'acqua potabile alla città. Sennonché avevano anche notato che parte dei Siracusani sceglieva l'ora di mezzogiorno per ripararsi nelle tende, mentre alcuni addirittura erano rientrati in città e gli altri, quelli preposti alla palizzata, compivano con indolenza quel turno di guardia. Sicché ordinarono a trecento opliti scelti, rafforzati da una compagnia speciale di fanti leggeri opportunamente attrezzati, di piombare all'improvviso correndo, sul contrafforte. Il resto dell'esercito si divise: una metà, guidata dal primo stratego, si mise in marcia verso la cinta di Siracusa, pronta a spezzare la reazione da quella parte, la seconda metà, agli ordini dell'altro collega, mosse verso il settore della palizzata contiguo alla posterla. D'impeto i trecento invadono la palizzata, mentre le sentinelle, disertando il loro posto si ritraggono a precipizio a riparo della muraglia avanzata a copertura di Temenite. Sullo slancio si abbatterono all'interno, alle costole dei fuggitivi, anche gli inseguitori: ma trovandosi dentro non resistettero all'urto dei Siracusani e furono gettati fuori. Caddero pochi Ateniesi e qualche Argivo in quest'azione. Durante la manovra generale di ritirata le truppe spianarono il contrafforte strappando da terra la palizzata: trascinarono via il legname ed eressero un trofeo.

101. Il giorno dopo gli Ateniesi erano già all'opera intenti a proseguire dalla cinta circolare la struttura difensiva in direzione del ripido burrone che sovrasta la palude, il quale da questo lato delle Epipole guarda verso il porto grande e la cui scesa declina proprio lungo la linea che tagliando il piano e la palude avrebbe consentito agli Ateniesi di prolungare al porto grande lo sbarramento di circonvallazione. Allora i Siracusani uscirono e presero anch'essi a piantare una nuova palizzata attraverso la palude partendo dalla propria cinta. Di fianco scavarono anche un fossato per ostruire la direttrice del muro ateniese verso la marina. Ultimato il settore del baluardo fino al burrone, gli Ateniesi sferrarono un secondo assalto alla palizzata e al fosso siracusano ordinando contemporaneamente alla flotta di compiere il giro da Tapso al porto grande di Siracusa. All'alba calarono dalle Epipole alla piana e prendendo per la palude dove la melma era più consistente e il passo quindi più stabile, aiutandosi col gettare innanzi tavole e assi piane, su cui camminavano, al levar del sole avevano già occupato, in quasi tutta la sua estensione, la palizzata e la fossa: quel mattino conquistarono anche il resto. Esplose una battaglia in cui gli Ateniesi ebbero la meglio. I Siracusani schierati all'ala destra si disposero verso la città: quelli del fianco sinistro scamparono lungo la sponda del fiume. Con.l'intenzione di ostacolarne il guado i trecento soldati scelti ateniesi accorsero di volo al ponte. I Siracusani in allarme (ma forti del nerbo di cavalleria schierato, in quella fase, al loro fianco) si volgono con prontezza contro questo corpo di trecento, li travolgono e assaltano il fianco destro ateniese. Sotto la violenta pressione anche la prima schiera dell'ala destra vacilla e si sfalda. Lamaco avvista il cedimento: preleva dalla sua ala sinistra un reparto modesto di arcieri, lo rinforza con gli Argivi e via di corsa. Ma valicato un canale e perso il contatto è annientato a fianco di cinque o sei del drappello che l'aveva seguito sull'altra sponda. I Siracusani sono rapidi a sottrarne i cadaveri oltre il fiume, dove nessuno li può più toccare. Poi, minacciati dal resto del fronte ateniese, sempre più vicino, ripiegarono.

102. Intanto i Siracusani che si erano rifugiati entro la cinta, vedendo questi sviluppi dello scontro, ripresero animo e irrompendo all'esterno si riordinarono in formazione per contrastare il passo all'offensiva ateniese. Una loro divisione è in marcia per il fortino circolare in vetta alle Epipole, con l'intento di prenderlo, poiché lo si ritiene deserto. Conquistarono effettivamente radendolo al suolo, un tratto avanzato della cerchia protettiva lungo dieci pletri, ma per un'idea di Nicia la distruzione completa fu evitata. Egli, colto da una malattia, era rimasto nel forte. Quando comprese che per scarsità di forze gli sarebbe riuscito inattuabile ogni altro piano difensivo, dette ordine ai servi di incendiare le macchine e tutte le cataste di legname erette in prossimità degli spalti. E il risultato fu quello atteso: le fiamme distolsero i Siracusani dall'avanzata e li convinsero a ritirarsi. Ormai infatti anche dalla pianura risaliva un corpo di soccorso ateniese, gettatosi subito sulle tracce di quegli aggressori. In quel momento, eseguendo l'ordine impartito la flotta in arrivo da Tapso faceva il suo ingresso nel porto grande. A quella scena i reparti impegnati sull'altura, imitati dal resto dell'esercito siracusano, calarono di gran carriera verso la città, rassegnandosi oramai a ritener fallito, per inferiorità di forze, il tentativo di sbarrare agli Ateniesi la strada verso il mare e verso un blocco completo della città.

103. Gli Ateniesi, conclusi gli scontri, elevarono un trofeo e restituirono ai Siracusani le salme dei loro caduti, ricuperando a propria volta il cadavere di Lamaco e dei suoi. Ormai s'era aperto un generale ricongiungimento delle forze ateniesi, terrestri e navali: e si prolungò, partendo dallo sprone roccioso delle Epipole, lo sbarramento fino al mare, cingendo così Siracusa con un doppio bastione. L'armata riceveva viveri da ogni punto dell'Italia. Molte genti sicule, che prima tentennavano, si presentavano a porgere la propria alleanza. Dalla Tirrenia comparvero tre navi a cinquanta remi. L'avvenire s'apriva lieto alle speranze. Poiché Siracusa non poteva intravedere la salvezza in una ripresa del conflitto: dal Peloponneso non c'era indizio di una riscossa, di una spedizione di soccorso. Sicché si infittivano, in seno alla stessa cittadinanza, ma anche con Nicia che, deceduto Lamaco deteneva il sommo comando, i colloqui tendenti a un accordo. Una posizione risolutiva non emerse: ma, umanamente, quella fase difficile la povertà di risorse e il sacrificio, ora più acerbo, dell'assedio esigevano un più intenso scambio di vedute con Nicia e conversazioni anche più approfondite dentro le mura. Dilagò il sospetto tra uomo e uomo, alimentato dalle attuali miserie. Gli strateghi sotto il cui comando s'era giunti a quelle disfatte furono deposti. S'imputò alla sorte infelice o al tradimento dei generali quella crisi: e altri furono eletti, Eraclide, Euclea e Tellia.

104. Nel frattempo lo spartano Gilippo con la squadra di Corinto stazionava già nelle acque di Leucade, proponendosi di affrettare la corsa e gli aiuti in Sicilia. Ma poiché si moltiplicavano gli annunci allarmanti, ispirati tutti all'identica menzogna, che cioè Siracusa era ormai cinta da ogni lato con un blocco ferreo, Gilippo s'era messo il cuore in pace per la Sicilia. Tuttavia, sperando ancora di aggiudicarsi l'Italia, lui e Pitene da Corinto con una squadra di due vascelli spartani e due corinzi passarono a tutta forza lo Ionio puntando su Taranto, mentre i Corinzi sarebbero salpati a distanza, appena fossero armate, in aggiunta alle loro dieci navi, anche le due di Leucade e tre di Ambracia. Da Taranto Gilippo spedì anzitutto un messaggio a Turi memore del diritto di cittadinanza che il padre, in altri tempi, vi aveva goduto. Ma, fallita la prova d'indurla alla sua causa, tolse le ancore e cominciò il giro dell'Italia. Senonché, sorpreso nel golfo Terineo da un vento che lì usa levarsi spirando teso e violento da settentrione, venne trascinato in aperto mare e in grave difficoltà per un altro furioso fortunale attraccò nuovamente a Taranto. E fatte tirare in secco le navi più provate dalla bufera ordinò di ripararle. Quando Nicia apprese che Gilippo era in arrivo, non diede peso a quella sparuta flottiglia di navi, provando un sentimento simile a quello dei Turi e, pensando che l'avversario si avvalesse di una squadra attrezzata piuttosto per imprese corsare, non ritenne per ora necessaria una tattica difensiva.

105. Alla medesima epoca di quell'estate, anche gli Spartani, spalleggiati dalle truppe della lega, irruppero nei confini di Argo e ne devastarono una zona cospicua. Salpò da Atene un soccorso di trenta navi, il cui intervento costituì la denuncia più palese del trattato di pace stipulato con Sparta. In precedenza c'erano stati episodi di appoggio militare ad Argo e Mantinea, ma si trattava di puntate alla corsara che uscendo dalla base di Pilo toccavano generalmente altre località costiere del Peloponneso e risparmiavano la Laconia. I frequenti inviti con cui Argo sollecitava Atene a porre almeno piede in Laconia, con forze armate, per devastare al suo fianco anche una fascia limitatissima e poi ritirarsi, erano stati senza eccezioni re spinti. Ora invece, con diversi sbarchi, al comando di Pitodoro, Lespodio e Demarato, a Epidauro Limera, a Prasie e in altri punti gli Ateniesi spianarono parte di quel territorio e porsero a Sparta un ben più valido movente per riarmarsi e reagire contro di loro. Quando gli Spartani e gli Ateniesi con la propria flotta ebbero sgomberato dal paese degli Argivi, costoro invasero la Fliasia, ne desolarono le campagne, inflissero lievi perdite in vite umane e finalmente rimpatriarono.