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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Settimo - II

36. Frattanto a Siracusa, quando s'apprese di questo nuovo rinforzo in arrivo dal mare, nacque subito l'impulso di provocare un secondo scontro con la marina ateniese, con l'appoggio dei reparti di fanteria che, proprio in vista di questo nuovo impegno, nell'intento d'anticipare lo sbarco dei rincalzi nemici, s'eran venuti arruolando. I Siracusani s'ingegnarono di applicare alla marina, tra le altre modifiche tecniche, in quei particolari della struttura navale che lasciavano intravedere, dall'esperienza dello scontro passato, le possibilità migliori di successo, anche la riduzione su ogni trireme, della parte prodiera, per renderla più corta e quindi più massiccia, e l'aggiunta alle prue di solide orecchiette, cui s'adattavano di puntello, confitte nella curvatura prodiera, travi lunghe sui sei cubiti, prominenti all'esterno e inchiodate all'interno della fiancata. Con l'identico dispositivo di armamento delle prue i Corinzi si erano battuti contro la squadra ateniese a Naupatto. I Siracusani erano convinti della propria supremazia tecnica contro una flotta nemica che non disponeva di pari migliorie costruttive, fragile nel settore di prua, poiché la tattica di combattimento ateniese prescriveva, aggirando l'unità avversaria, di trafiggerla sul fianco, più che d'urtarla direttamente di prua. Inoltre il terreno di lotta, il porto grande, spazio ristretto per squadre che si contrastavano numerose, era propizio a Siracusa, che impiegando la tattica dell'urto prua contro prua avrebbe sfondato le prore avversarie piantato i propri speroni tozzi e potenti contro strutture incavate e non robuste a sufficienza. Agli Ateniesi, per l'angustia dello specchio d'acqua, non sarebbero riuscite le manovre d'aggiramento sul fianco, o la loro tattica caratteristica di forzare le linee nemiche, quella destrezza cioè che infondeva alla marina ateniese la più temibile fiducia. Con tutte le energie i Siracusani avrebbero cercato di spezzare al nemico le manovre di forzamento, mentre il luogo chiuso avrebbe creato infiniti intralci ai tentativi ateniesi di sfilare lungo il fianco delle unità nemiche per speronarle in quel punto. Intanto i Siracusani sarebbero ricorsi anzitutto all'impiego di quella manovra, ritenuta goffa incompetenza dei loro piloti, di percuotere con la propria la prua nemica, e in questa tattica principalmente risiedeva il segreto del futuro trionfo. Poiché agli Ateniesi, ricacciati con violenza, non rimaneva altra scelta che far forza sui remi all'indietro, verso terra, per di più a breve tratto ed entro una fascia di spiaggia molto limitata in direzione del proprio campo, mentre la costa interna del porto, tranne quella zona esigua, sarebbe stata totalmente in possesso dei Siracusani. E in un generale assieparsi delle navi travolte dalla foga siracusana, in quel ristretto specchio, gli Ateniesi avrebbero finito per urtarsi e ostacolarsi, fino al completo disordine (ed era questo il fattore di più grave svantaggio in ogni scontro navale disputato dagli Ateniesi, non avere cioè, l'intero slargo della rada a propria disposizione per indietreggiare). I Siracusani osservavano inoltre che avendo essi solo la facoltà di attaccare dalla parte del mare aperto o, d'indietreggiarvi, gli Ateniesi non avrebbero più potuto, interponendosi lo scoglio ostile del Plemmirio e la ristrettezza dell'imbocco portuale, scegliere il largo per teatro delle proprie manovre avvolgenti.

37. Con queste riflessioni sulla propria competenza bellica e sulla solidità del proprio apparato e fervidi insieme di nuove speranze, tratte dall'esito dello scontro già trascorso, mossero all'assalto simultaneo con l'armata terrestre e le squadre navali. Con un dato vantaggio di tempo le fanterie siracusane sfilarono fuori dalla cinta agli ordini di Gilippo che le avvicinò al baluardo ateniese, ossia a quella parete che si affacciava alla città. Intanto le truppe attestate sull'Olimpico, tutti gli opliti dislocati lassù, la cavalleria e i reparti leggeri siracusani convergevano verso il muro, ma dalla direzione opposta. Allo stesso istante tutte le navi di Siracusa e degli alleati si staccavano dai moli pronte a fronteggiare il nemico. Gli Ateniesi, persuasi dapprima che l'offensiva nemica si proponesse esclusivamente bersagli terresti, quando videro in moto improvviso anche i vascelli nemici, cadevano preda dello sgomento. Parte si allineò celermente sulle mura, parte davanti alle stesse, a contrastare gli aggressori: parte accorse a sbarrare il passo alle divisioni che calavano a precipizio dall'Olimpico, un nugolo di cavalieri e di lanciatori di giavellotto. Gli altri infine balzarono sulle navi e intanto si schieravano a protezione della riva: appena gli equipaggi e le navi furono in assetto, alzarono le ancore e via contro il nemico: filavano con settantacinque triremi verso i Siracusani che rispondevano con un'ottantina di unità di linea.

38. Per molte ore, in quel giorno, si sfidarono, scattando avanti e ritraendosi e alla fine si separarono senza che uno o l'altro dei contendenti si aggiudicasse un vantaggio degno di rilievo, risolutivo se non si tien conto dell'una o due navi ateniesi affondate dai Siracusani. Allo stesso tempo anche le fanterie si allontanarono dalle linee fortificate. Il mattino seguente dall'armata siracusana, immobile, non traspariva indizio di quale mossa preparasse per le ore immediatamente successive. Nicia ne approfittò, e soppesando il dubbio esito del confronto che pareva suggerirgli l'imminenza di un nuovo attacco siracusano costrinse i trierarchi a riattare gli scafi, riparando i guasti sofferti durante la battaglia, e fece ancorare alcuni bastimenti da carico innanzi alla palizzata che gli Ateniesi avevano confitto sul fondo della baia, a riparo della propria flotta, quasi a formare una darsena chiusa. Allineò i legni da carico lasciando tra l'uno e l'altro uno spazio di due pletri circa, per eventualmente offrire a un vascello incalzato da un diretto avversario un facile varco verso acque sicure e nuovamente un passaggio tranquillo per riuscire al combattimento. Perfezionando quest'attrezzatura difensiva gli Ateniesi trascorsero quell'intera giornata, fino all'imbrunire.

39. Il mattino successivo i Siracusani, ad un'ora più sollecita del giorno innanzi, ma con strategia invariata, manovrando le fanterie e la marina si riversarono contro gli Ateniesi, mentre le opposte squadre navali ricalcarono il modulo tattico già attuato, consumando la maggior parte del tempo a gettarsi sfide reciproche, finché Aristone di Pirrico, da Corinto, il più abile pilota in servizio nella flotta siracusana convinse i comandanti delle squadre a comunicare alle autorità cittadine preposte al traffico di alimentari, l'ordine di trasferire il mercato e di organizzarlo in riva al mare imponendo a ogni venditore di smerciare in quella sede fino all'ultimo prodotto commestibile giacente nel proprio magazzino. Così gli equipaggi, ricevuto dai capi l'ordine di smontare dalle navi, avrebbero consumato il pasto nelle vicinanze immediate della flotta riservandosi il tempo di riattaccare a sorpresa subito dopo e in quello stesso giorno, gli sbalorditi Ateniesi.

40. Lieti del consiglio si provvide a spedire il messaggio e si apparecchiò il mercato. D'un colpo i Siracusani presero a retrocedere di poppa in direzione della città e sbarcati in fretta presero il loro cibo, lì sul posto. Gli Ateniesi pensarono subito che il nemico vogasse indietro verso la città ritenendo ormai d'essere in minoranza, e sbarcando con comodo si dedicarono alle normali occupazioni, in particolare a riscaldare il rancio poiché ormai per quel giorno si stava sicuri che gli scontri fossero sospesi. Ma a un tratto gli equipaggi siracusani si lanciarono ai remi, affrettando la corsa diretti al nemico: il quale, stranito e in gran confusione, digiuno la maggior parte, senza traccia d'ordine montò come poté sulle navi e finalmente, a gran pena, riuscì ad allinearsi e a muovere. Per qualche tempo le squadre frenarono lo slancio, studiandosi: poi agli Ateniesi parve cattiva tattica ritardare, per lasciarsi imprudentemente cogliere dallo sfinimento. Deciso l'assalto celere, spronandosi l'un l'altro, partirono alla battaglia. I Siracusani sostennero l'urto rispondendo. Manovravano le navi attenti a colpire di prora, com'era nei loro piani e con l'armamento degli speroni, a ogni urto, aprivano voragini immense nel fasciame anteriore dei navigli ateniesi, là dove s'arrese la linea dei remi. Dalle tolde i lanciatori siracusani infliggevano profondi vuoti alle ciurme avversarie. Ma ancor più pesanti erano le perdite inferte da quei Siracusani che su scialuppe manovrabili aggiravano le triremi nemiche e guizzando lungo le fiancate e filtrando sotto le file dei remi, dai loro minuscoli gusci trafiggevano a morte i vogatori.

41. Stringendo i denti ed applicando questi artifici nello scontro navale i Siracusani riuscirono vittoriosi mentre gli Ateniesi, virando e insinuandosi negli spazi liberi tra i grossi navigli da trasporto, conclusero la ritirata al sicuro, nella propria darsena d'approdo. Le unità siracusane protrassero la caccia fino alla linea dei mercantili: oltre furono frenate dalle travi che, sospese all'alberatura dei legni grossi e armate di delfini, minacciavano le corsie tra fianco e fianco dei bastimenti. Una coppia di vascelli siracusani, eccitati dalla vittoria, si accostarono troppo e finirono sfasciati: anzi uno cadde in mano nemica con l'equipaggio intero. I Siracusani, sommerse sette navi ateniesi e devastatene altre in gran numero, inflitte serie perdite umane, sia in prigionieri catturati, sia in uomini abbattuti negli scontri, si ritrassero. Elevarono, in memoria del doppio confronto con gli Ateniesi, i due trofei, e come nutrivano ormai incrollabile la cosciente speranza d'uscir sempre dominatori in avvenire da ogni combattimento marino, così s'affermava in loro la presunzione di poter presto avere in pugno anche le sorti del conflitto terrestre.

42. Con quest'animo dunque allestivano da capo una duplice offensiva, di fanterie e di navi. E proprio in quella compaiono Demostene ed Eurimedonte alla testa dei rinforzi provenienti da Atene: settantatré navi circa, incluse quelle forestiere, con a bordo circa cinquemila opliti ateniesi ed alleati, una massa non indifferente di lanciatori di giavellotto, frombolieri e arcieri barbari e greci, oltre al resto degli armamenti in proporzione. In quei primi istanti tra Siracusani e alleati si diffuse una costernazione non lieve, l'angoscia di quell'incubo perenne, da cui chissà se e quando ci si sarebbe potuti liberare! Ormai era sotto gli occhi di tutti: l'aver fatto di Decelea una fortezza non era servito ad impedire l'assalto di un esercito poderoso quanto il precedente, mentre la grandezza d'Atene si ostinava a sfolgorare possente in ogni campo. E nell'armata ateniese già in linea, benché a fatica tra sacrifici e prove risorgeva il conforto. Demostene valutò lo stato delle operazioni, e si rese conto come fosse impossibile attardarsi senza ripiombare nelle difficoltà che avevano travagliato il comando di Nicia (costui, infatti, appena dopo lo sbarco incuteva sgomento: mai poi non s'era mostrato pronto ad aggredire Siracusa, e passato a Catania vi aveva trascorso l'inverno: intanto nel nemico nasceva il disprezzo. Ma non bastò: prevenendolo, Gilippo trasferì le divisioni fornite dal Peloponneso in Sicilia. Forze che i Siracusani non avrebbero più nemmeno sollecitato, se l'azione di Nicia si fosse abbattuta tempestiva sulla loro città. Poiché, illudendosi d'arrivare loro stessi alla vittoria, non solo avrebbero appreso d'essere invece impari all'avversario, ma allo stesso tempo si sarebbero visti cinti da un blocco ferreo: sicché anche gli appelli per un'armata di soccorso sarebbero risultati inefficaci). In questo senso ragionava Demostene e sapendo che l'effetto paralizzante del terrore si poteva estinguere nello spazio di quel primo giorno d'arrivo, volle con risolutezza far leva sullo smarrimento che la comparsa delle sue milizie seminava tra i reparti nemici. Notava che il contrafforte con il quale i Siracusani ostruivano il baluardo ateniese di circonvallazione era semplice, e vedendo che se si riusciva ad occupare i punti d'accesso alle Epipole per passare immediatamente alla conquista delle posizioni nemiche attestate sull'altura, sarebbe poi stato facile impadronirsi del bastione siracusano (in quella circostanza, nessuno avrebbe insistito nel contrasto) era smanioso di provarsi in quell'assalto, che a suo vedere poteva abbreviare di molto l'ascesa al trionfo finale. Ma, o l'azione gli fruttava la presa di Siracusa, o rimpatriava l'esercito, troncando il logorio delle forze impiegate nella campagna e il dissanguamento generale delle risorse statali. Come preliminare all'offensiva gli Ateniesi, irrompendo fuori dai propri ripari, devastarono il contado di Siracusa lungo il corso del fiume Anapo ristabilendo con l'armata terrestre e la marina la supremazia militare che avevano già goduto nelle fasi d'apertura delle ostilità (poiché sui due fronti, terra e mare, i Siracusani limitavano il contrattacco a incursioni isolate di cavalieri e tiratori di giavellotto lanciati dalla base dell'Olimpico).

43. Poi Demostene ebbe l'ispirazione di saggiare la solidità del contrafforte con macchine belliche. Senonché il nemico, trincerato nel baluardo e vigile, contrastava l'avanzamento degli ordigni incendiandoli ad uno ad uno, mentre gli urti sferrati in diversi settori della barriera dai vari reparti dell'armata venivano infranti dalla resistenza siracusana. Demostene capì l'inutilità del tempo perduto: quindi indusse Nicia e i colleghi di comando a condividere il suo progetto di conquista sulle Epipole, e si dispose ad attuarlo. La speranza d'eludere la vigilanza accostandosi all'obiettivo e scalandolo alla luce del sole parve assurda: quindi ordinò agli uomini di rifornirsi di cibo per cinque giorni e radunati fino all'ultimo scalpellini e fabbri aggregati all'esercito prese con sé, oltre a una riserva bastevole di frecce, tutta l'attrezzatura occorrente in caso di vittoria per fortificare un caposaldo contro la cinta di Siracusa. Poi, all'ora del primo sonno, fece personalmente avanzare coadiuvato da Eurimedonte e da Menandro la massa dell'esercito in direzione delle Epipole. Nicia rimaneva barricato nella linea dei forti. Quando si trovarono alle prime balze delle Epipole, all'inizio di quel sentiero dell'Eurialo che anche l'offensiva precedente aveva percorso nella sua prima salita, eludendo la vigilanza del presidio siracusano e portandosi sotto al forte nemico che in quel punto si ergeva lo occuparono abbattendo alcuni del corpo di guardia. Ma la maggior parte di esso scampò all'eccidio e riparò di volo ai campi situati sulla vetta dell'Epipole (protetti da tre avamposti fortificati, difeso da milizie siracusane, il secondo dai contingenti Sicelioti e l'altro dagli alleati) suscitando l'allarme per l'attacco e segnalandolo ai seicento Siracusani che agivano da prima barriera in questa zona delle Epipole. La loro controffensiva scattò fulminea, ma Demostene urtandoli con gli Ateniesi, dopo un contrasto accanito, li travolse. Gli Ateniesi già in velocità spinsero a fondo, dritta davanti a sé, l'avanzata, per piombare sui bersagli previsti dal piano, sfruttando l'impeto iniziale e senza vane dispersioni. Altri reparti intanto, ai primi colpi s'impadronirono del contrafforte siracusano disertato dai difensori e ne diroccarono gli spalti. In quel momento i Siracusani affiancati dalle truppe della lega e da Gilippo, alla testa dei suoi reparti accorsero dai caposaldi avanzati, per dar man forte, ma l'improvvisa prodezza ateniese tra la tenebra notturna era troppo rude sorpresa per loro che gelati dallo sconforto si azzuffarono con gli aggressori: e battuti incominciarono subito a perdere terreno. Senonché ormai la pressione ateniese si sfogava in un'avanzata sconvolta dal disordine, nell'eccitazione di una supposta vittoria: e impazienti di forzare fino all'annientamento le linee nemiche che non si erano ancora scagliate nella mischia, per impedire che rallentando la furia dell'attacco si concedesse spazio agli avversari per inquadrarsi di nuovo, gli Ateniesi si videro faccia a faccia coi Beoti, che per primi sbarrarono loro il passo e appoggiando colpi su colpi anzitutto li piegarono, poi li volsero in rotta.

44. Fu quello l'inizio di un progressivo sbandamento delle schiere ateniesi, mentre gli ostacoli per risolvere quella critica fase si moltiplicavano: e nemmeno mi riuscì facile, con un'inchiesta tra i combattenti delle due parti, apprendere in ogni dettaglio come si svilupparono i singoli episodi di quella giornata. Di scontri avvenuti alla luce del giorno si possono ottenere particolari più rigorosi, benché neppure di questi i partecipanti possano acquisire una conoscenza scrupolosa e completa: ciascuno arriva a malapena a formarsi un concetto di quanto accade intorno alla sua persona. Ma in una battaglia notturna, l'unica che sia intervenuta tra due eserciti potenti, almeno nel corso di questa guerra, come si potrebbe fare un po' di luce sulle varie circostanze? Ora, splendeva quella notte un chiaro di luna: ma, come sempre al bagliore lunare, la vista giungeva forse a discernere avanti a sé una figura. Amica o ostile? Infida la percezione degli elementi decisivi per riconoscersi. E le schiere fitte di opliti manovravano attorno a uno spazio esiguo. Sul fronte ateniese, un'ala subiva ben presto il dominio avversario, altri, nell'ardore del primo impeto, avanzavano imbattuti. Ampi settori dell'armata ateniese o avevano raggiunto in quella la cima delle Epipole, o erano ancora intenti alla salita, sicché ignoravano quale fosse la loro immediata posizione tattica. Già a partire dal cedimento della prima linea, imperava nei reparti un generale sconcerto e tra il crescere delle grida riusciva arduo distinguere le istruzioni. I Siracusani con gli alleati, sentendo prossima la vittoria, si incitavano tra loro con urla altissime, poiché di notte è impensabile di far passare i comandi con mezzo diverso: e intanto respingevano gli aggressori. Gli Ateniesi cercavano il contatto tra loro commilitoni e prendevano per nemico tutto ciò che dal fronte opposto muoveva alla loro parte, fosse pure un gruppo di compagni di quelli già in fuga. Non esisteva diverso ripiego per riconoscersi, quindi ricorrevano sempre più di frequente alla parola d'ordine. In questa febbrile domanda si coprivano l'un l'altro con le proprie voci: e oltre a nascerne una confusione indescrivibile si porgeva al nemico l'opportunità di apprendere la parola d'ordine. La parola dei Siracusani, invece, risultava ignota, poiché per costoro che incalzavano compatti ormai padroni del campo, riconoscersi era più comodo. Sicché gli Ateniesi, anche affrontando un drappello nemico su cui erano in vantaggio numerico, lo lasciavano passare constatando che sapeva il segnale convenuto: se invece erano loro a non fornire la risposta giusta, venivano annientati. Causa principale di disfatta, in buona parte, fu il canto del peana: suonando quasi identico da un lato e dall'altro seminava il dubbio. Ogni volta che gli Argivi i Corciresi e gli alleati dori di Atene lo innalzavano, correva un gelo tra le schiere ateniesi: e pari effetto quando lo intonava il nemico. Tanto che alla fine, appiccata la prima scintilla dello scompiglio, in molte divisioni dell'esercito le colonne urtarono tra loro e non si limitò il compagno a incutere terrore al compagno, il cittadino al cittadino, ma brandendo le armi gli uni contro gli altri solo a fatica si scioglievano. Con i nemici alle costole, molti si precipitavano per le scarpate, sfracellandosi, poiché il sentiero che scendeva dalle Epipole era angusto. E quando i sopravvissuti guadagnavano fuggendo dalla sommità il piano, la maggior parte, specie i membri della prima spedizione, già in possesso di una discreta pratica dei luoghi riuscivano a riparare nel campo; ma quelli sopraggiunti più tardi, imbrogliandosi con i sentieri, presero ad aggirarsi per la pianura. E all'alba alla cavalleria siracusana bastò un carosello e una carica per distruggerli.

45. Quel mattino i Siracusani eressero due trofei: sulle Epipole, nel punto in cui gli Ateniesi erano saliti, e nel luogo ch'era stato teatro del primo vittorioso contrasto dei Beoti. Gli Ateniesi, protetti da una tregua, raccolsero le salme dei caduti. Agli Ateniesi e agli alleati la disfatta costò vittime in grande numero, ma in rapporto ai cadaveri fu ancora più elevato il bottino di armature conquistate. Giacché quelli spinti a gettarsi nei burroni si liberavano dello scudo: e tra costoro, chi morì, chi si rialzò scampando.

46. Onde i Siracusani ripresero vigore, com'era già accaduto, da questo nuovo e insperato trionfo, e mandarono ad Agrigento, lacerata dalle fazioni politiche, Sicano con una squadra di quindici navi, per assicurarsi possibilmente la adesione di quella città; Gilippo lungo le strade di terra si rimise in giro per i vari centri della Sicilia, con l'intento di reclutare truppe fresche. Dopo il fortunato contrattacco sulle Epipole, covava serie speranze di poter invadere d'assalto anche la linea fortificata ateniese.

47. Nel frattempo gli strateghi ateniesi si consultavano per far fronte alle conseguenze dell'infortunio e per rimediare all'avvilimento che ormai dilagava in ogni reparto dell'armata. Si vedeva che impiegando la strategia d'attacco non c'era verso d'ottenere qualche successo risolutivo: e nelle truppe serpeggiava il fermento per trovarsi inchiodate in quelle posizioni. Infieriva un'epidemia per giunta, alimentata da due fattori: s'era nella stagione dell'anno che più favorisce nell'uomo l'insorgere di malattie, e in aggiunta la contrada in cui si estendeva il campo era acquitrinosa e insana. Elementi che suggerivano a Demostene. L'urgenza di sgomberare da quei luoghi. Come aveva già previsto allestendo l'offensiva contro le Epipole, ora che la prova s'era risolta in un disastro, con la sua parte di autorità prescriveva di allontanarsi senza perdere altro tempo, finché la traversata al largo era ancora possibile, sfruttando la supremazia marina, che per il momento le unità ultime sopraggiunte alla flotta potevano ancora garantire. Proponeva, come linea strategica più conveniente allo stato, d'intensificare la resistenza contro il caposaldo nemico piantato sul suolo dell'Attica e lasciar correre Siracusa, impadronirsi della quale era intralcio ormai troppo complicato. Anche insistere in un vano sperpero di fondi per proseguire il blocco appariva sempre più lontano da ogni logica.

48. Sicché Demostene era di questo avviso. Anche Nicia comprendeva che lo stato degli Ateniesi in Sicilia era più che critico, ma non se la sentiva di rivelare apertamente la fragilità delle loro posizioni ed era contrario a proclamare di fronte a una folla numerosa la risoluzione di sgomberare, nel dubbio che il nemico la potesse risapere. Quando si fosse decisa la partenza, sarebbe stato assai più problematico sparire senza dar nell'occhio alle vedette avversarie. Ma c'era dell'altro: non mancavano nelle condizioni del nemico certi aspetti a lui forse più noti che agli altri colleghi del comando, i quali lasciavano trapelare una speranza: che cioè il nerbo di Siracusa, sottoposto a un progressivo inasprimento del blocco, si sarebbe logorato più e prima della potenza ateniese. Si poteva stremarli, colpendo la loro economia fino all'esaurimento dei fondi: tanto più che con le forze della marina attualmente a disposizione era facile ristabilire la supremazia navale. In seno a Siracusa, poi, operava un certo partito impaziente di aprir le braccia agli Ateniesi e di consegnar loro la città, e a Nicia si recapitavano appelli, nell'intento di dissuaderlo ad allargare la stretta. Al corrente di queste trame, dubbioso, incline a prendersi un po' di tempo per scrutar meglio ogni fattore, in realtà non s'era ancora risolto, per un partito o per l'altro: ma in quel suo intervento pubblico ad ogni modo, non si dichiarò disposto a ritrarre l'armata. Prevedeva infatti con sicurezza che in Atene l'assemblea avrebbe sconfessato questo ritiro delle forze, privo di espressa convalida popolare. A valutare il loro contegno, avrebbero trovato laggiù gente sprovvista di un'esperienza oculare sui fatti pari a quella ch'essi s'erano formati sui luoghi d'azione. Né si poteva sperare che ad Atene si desse ascolto per un imparziale apprezzamento alle critiche, ai rapporti equanimi di altri testimoni: ma purché si facesse avanti uno a proclamare menzogne insinuanti, alle sue parole s'accordava senza esitare la più salda fiducia. Nella stessa truppa, proseguiva Nicia, quei tanti che ora strepitavano d'essere cinti dovunque da minacce, appena in patria avrebbero levato ben diversi strepiti: strateghi venduti, vi siete ben lasciati convincere dai denari a disertare! Sicché decideva, conoscendo personalmente il carattere ateniese, anziché farsi uccidere da una sentenza vergognosa e iniqua del tribunale ateniese, di affrontare contro il nemico, se necessario, tra i pericoli della lotta il medesimo destino di morte. In quanto allo stato dei Siracusani, insisteva Nicia, era ridotto anche peggio del proprio: spendendo senza risparmio per stipendiare i mercenari, per allestire la catena di capisaldi e per equipaggiare, era ormai un anno, quell'immensa flotta, per ora le finanze siracusane avevano l'acqua alla gola: e di lì a poco era il crollo. Duemila talenti se li era già inghiottiti la guerra: e i debiti si accumulavano. Se poi, con un taglio netto inferto agli stanziamenti militari, rinunciavano a parte degli attuali effettivi, i loro puntelli avrebbero ceduto: poiché la massa delle loro divisioni si componeva più di gente stipendiata ché di milizie cittadine, reclutate per obbligo dalle liste di leva, come appunto quelle ateniesi. In conclusione: prostrarli con un blocco assiduo, soffocante. Ecco per Nicia la tattica da scegliere. E non si potesse dire che loro, Ateniesi, battevano in ritirata piegati dalle paghe di soldati mercenari di cui erano invece immensamente più forti.

49. Nicia nutriva ferma fede in questa soluzione, e vi insisteva con energia, poiché disponeva di ragguagli scrupolosi sul tenore di vita a Siracusa, sulle ristrettezze finanziarie che attanagliavano l'avversario sull'attività di un autorevole partito che, incline a favorire un vittorioso intervento ateniese nella politica siracusana, già da tempo negoziava con lui per sconsigliargli la partenza. Inoltre Nicia era preso da una confidenza più viva che in passato sulle felici probabilità d'imporsi, con le navi almeno. Demostene però rifiutava energicamente l'idea di ostinarsi nell'assedio, a nessun prezzo: convenne che senza l'autorizzazione ateniese era proibito rimuovere l'esercito dalla Sicilia e che quindi si doveva prolungare la ferma delle truppe in quel paese. Ebbene, a suo giudizio, conveniva trasferirsi a Tapso e lì attendere, o a Catania: centri da cui con l'armata terrestre si sarebbero potute lanciare irruzioni a vasto raggio, per sostenersi con i frutti delle razzie e infliggere pesanti perdite al nemico. Le navi sarebbero venute utili per provocare scontri in aperti tratti di mare, non in quegli angusti spazi che favorivano la tattica nemica. Al largo, con ampi spazi intorno, nei quali sfruttare adeguatamente il bagaglio di esperienza tecnica che tanto li elevava sulla marina siracusana, sarebbero state molto più ariose e libere le loro manovre d'assalto e di arretramento, senza che la distanza troppo scarsa dalle basi, tra l'altro rigorosamente delimitate, mortificasse lo slancio o compromettesse le ritirate. Per tagliar corto, non gli piaceva affatto quello sproposito di indugiare contro la cinta di Siracusa: urgeva toglier le tende, sgombrare, sparire in fretta. Eurimedonte, si associava al consiglio. Nicia opponeva il veto: e di qui insorsero ripensamenti e lentezze, misti al sospetto che l'ostinazione di Nicia mascherasse il possesso di qualche notizia segreta. In questo stato d'animo gli Ateniesi differirono ogni mossa e si trattennero in quella contrada.

50. In quei momenti ricomparvero a Siracusa Sicano e Gilippo. Sicano aveva fallito la prova con Agrigento (era appena giunto all'altezza di Gela che il partito filo-siracusano, vittima di un moto, finiva espulso da Agrigento). Gilippo, invece, ritornava dal suo giro in Sicilia fornito di un potente gruppo di forze fresche, e del contingente oplitico in arrivo dal Peloponneso, passato in primavera sui convogli da carico e approdato dopo uno scalo in Libia a Selinunte. I trasporti erano stati spinti in Libia dai venti, e là Cirene aveva fornito alle truppe due triremi e piloti per la rotta verso la Sicilia. Durante la navigazione lungo la costa, avevano soccorso gli Evesperiti, cinti d'assedio dai Libici e, disfatti i Libici, erano di lì ripartiti veleggiando fino a Città Nuova, un emporio cartaginese, da dove la distanza per passare in Sicilia è la più breve: due giorni e una notte di nave. E staccandosi da quello scalo avevano traversato fino a Selinunte. Questi effettivi di rinforzo avevano appena fatto la propria comparsa in città, quando i Siracusani già si accingevano a riprendere la duplice offensiva, di terra e di mare, contro il nemico ateniese. Gli strateghi ateniesi, notando quest'afllusso di nuovi rincalzi e vedendo che lo stato di salute della propria armata non accennava a progredire in meglio, anzi di giorno in giorno si deteriorava sotto ogni profilo, specie per l'incrudelire della malattia, si pentirono di non essersi messi in moto per tempo. E visto che neppure Nicia era più tanto fermo nella sua opposizione, con la riserva che almeno sulla segretezza del piano si manteneva intransigente, gli strateghi comandarono di seppellire nel più geloso riserbo la partenza dell'intera armata dal campo, e di tenersi pronti al segnale d'avvio. Son già sulle mosse per uscire, tutto è preparato quand'ecco un'eclisse di luna: e capita in una notte proprio di luna piena. Allora la truppa ateniese, prendendosela calda, quasi a una voce pretese che gli strateghi differissero. E Nicia proclive non poco, forse troppo, alle divinazioni e alle altre pratiche di questa specie) rifiutò che si discutesse oltre sui dettagli della partenza, in attesa che spirassero tre volte nove giorni, come prescritto dagli indovini. E così, sul punto di prendere il largo, era nato questo nuovo intralcio alla ritirata ateniese.

51. Nei Siracusani, prontamente informati, raddoppiò subito il desiderio di non lasciar via libera agli Ateniesi, tanto più che lo stesso nemico s'era resa conto d'aver perduto la propria supremazia navale e terrestre (altrimenti non avrebbe premeditato di salpare). Siracusa voleva impedire che fortificandosi in qualche altro punto della Sicilia, gli Ateniesi opponessero una più accanita resistenza alla disfatta finale. Occorreva costringerli a battersi sul mare, in quelle acque, mentre tutte le circostanze favorivano la marina siracusana. Quindi armarono la flotta e trascorsero quel numero di giorni che parve sufficiente ad addestrarsi. Quando scoccò l'ora propizia, alla vigilia dell'offensiva generale sferrarono un assalto alle trincee fortificate ateniesi. Qualche compagnia di opliti, e una sparuta squadra di cavalieri uscirono da certe pusterle ad affrontare il nemico: un piccolo gruppo di opliti, perso il contatto, fu travolto e inseguito. Ma l'accesso alla linea fortificata era angusto: così settanta cavalieri ateniesi furono annientati, con un esiguo numero d'opliti.

52. Fu tutto, per quella giornata: l'esercito siracusano indietreggiò. Il giorno dopo, con la flotta potente di settantasei navi, i Siracusani escono a battaglia, mentre con le fanterie si accostano ai forti ateniesi. Gli Ateniesi muovevano incontro con una flotta di ottantasei navi e accorciando le distanze attaccarono. Eurimedonte che dirigeva l'ala destra ateniese, allargò troppo verso costa la schiera delle sue triremi, nell'intento di avvolgere le linee avversarie: ma i Siracusani, sorretti dagli alleati, dopo aver subito sfondato il centro ateniese lo sorpresero isolato nella rada interna del porto: Eurimedonte cadde e la sua nave con le altre che la seguivano fu affondata. Poi intervenne un generale cedimento delle squadre ateniesi che sotto la pressione nemica furono gettate verso la riva.

53. Gilippo assistendo alla vittoria dei suoi sulla flotta ateniese, che veniva spinta all'esterno della palizzata e del proprio campo, pensò subito d'annientare gli equipaggi nemici cogliendoli nella fase di sbarco e di agevolare il rimorchio degli scafi ai Siracusani, impadronendosi di tutto il tratto di costa: sicché accorse, con una parte dei suoi effettivi, in direzione del molo. Senonché i Tirreni, dislocati su istruzione ateniese a proteggere quello spazio d'approdo vedendo che i reparti nemici s'accostavano privi d'inquadramento, scattando al contrattacco urtarono la prima linea avversaria scagliandola nella palude chiamata Lisimeleia. Più tardi, quando ormai s'era adunato a rincalzo un contingente più forte di Siracusani alleati anche gli Ateniesi sopraggiunsero di corsa. Costoro seriamente allarmati per la flotta affrontarono in battaglia quei reparti nemici e dopo essersi imposti ruppero lo schieramento avversario, abbattendo pochi opliti: così il maggior numero di navi fu tratto in salvo e raggruppato al sicuro. all'interno del campo. I Siracusani e gli alleati avevano però conquistato diciotto unità, annientandone le ciurme. Poi vollero incendiare le altre, e stipando su un vecchio mercantile un carico di trucioli e di rami resinosi vi appiccarono il fuoco, affidandolo al vento che, in quell'istante, soffiava verso la darsena ateniese. Gli Ateniesi furono subito preoccupati per la flotta, e si studiarono d'indovinare stratagemmi per soffocare la fiamma: alla fine arrestarono l'incendio e il minaccioso avvicinarsi del bastimento salvandosi anche da quel pericolo.

54. Dopo questo incidente i Siracusani eressero un trofeo per la battaglia navale e per gli opliti isolati e distrutti all'interno presso la catena dei forti, dove avevano intercettato anche le truppe di cavalleria. Gli Ateniesi risposero con un secondo trofeo, a ricordo della rotta verso la palude che prima i Tirreni, poi gli Ateniesi con a fianco le altre forze avevano inflitto al nemico.

55. Netta e fulgida, in quest'ultimo scontro, la vittoria navale siracusana (alla vigilia si aveva soggezione, in Siracusa, della flotta sopraggiunta agli ordini di Demostene) aveva gettato gli uomini del campo ateniese in un avvilimento terribile: e al disappunto fierissimo s'aggiungeva, anche più vivo, il rimorso d'essersi arrischiati in una simile impresa. Poiché avevano scelto, per l'aggressione, proprio le uniche città affini, per tradizioni civili, alla propria, rette come Atene da un regime democratico: poderose di navi, di cavallerie di risorse immense. Non si poteva prospettare loro, per guadagnarsele, modifiche nella struttura politica che sanassero eventuali contrasti o squilibri sociali, né la seria minaccia di una supremazia bellica risolutiva. Le prove offensive, in generale, cadevano nel vuoto; e se anche in precedenza le difficoltà si moltiplicavano, ora, all'indomani di una disfatta navale, inattesa e impensabile, la crisi si faceva più acuta.

56. I Siracusani, invece, potevano fin d'ora costeggiare senza timore all'interno del porto e anzi meditavano di bloccarne l'accesso, affinché gli Ateniesi, anche volendo, non fossero più in grado di uscirne senza suscitare l'allarme. Ormai non badavano più a procurarsi soltanto la propria salvezza: si cercava in tutti i modi di precludere al nemico ogni scampo. Stimavano grande, in quelle circostanze, il vantaggio acquisito. Per i Siracusani, se arrivavano a trionfare con la marina e l'armata terrestre sugli Ateniesi e i loro alleati, sarebbe riuscito splendido l'esito del duello agli occhi degli altri Greci: poiché avrebbero donato a parte delle genti greche la libertà, alle altre il sollievo da un tremendo incubo (i relitti della gloriosa potenza ateniese non avrebbero più potuto sostenere la pressione di una seconda ondata offensiva); E per il resto dell'umanità, e per le generazioni future il merito sarebbe toccato a Siracusa, con la corona di un'ammirazione perenne. Memorabile lotta: per i motivi esposti, e perché i Siracusani si preparavano a piegare non soltanto le forze ateniesi, ma quelle congiunte di numerosi altri paesi amici; non isolati, ma alla testa della propria lega, reggendo con Corinzi e Spartani le redini della guerra, schierando la propria città ai primi posti di combattimento e imprimendo al progresso della propria marina una spinta poderosa. Questo fu anche il più forte complesso di nazioni che si sia mai assiepato intorno a una sola città, a Siracusa: escluse, si capisce, le leghe che nel corso di questo conflitto s'erano strette a fianco d'Atene e, rispettivamente, di Sparta.

57. Infatti ecco l'elenco delle genti che in un campo o in quello avverso, contro o a difesa della Sicilia, si batterono sul terreno di Siracusa, chi invadendo il paese per prender parte a una conquista, chi accorrendo per dar man forte alla resistenza. Gli opposti blocchi non si coalizzavano in ossequio a criteri di giustizia, o d'affinità razziali, ma ogni singolo rapporto costituiva un caso particolare, determinato dalle contemporanee fortune della guerra, sotto l'influenza dell'utilità o delle costrizioni politiche. Quanto ai cittadini ateniesi di stirpe ionica, avevano aggredito con deliberato impeto i Siracusani, d'origine dorica. Li affiancavano in armi i Lemni, gli Imbri, gli Egineti, che in quel tempo abitavano Egina, e ancora gli Estiei risiedenti in Eubea Estiea, coloni ateniesi: genti in complesso che usavano lo stesso linguaggio e vivevano secondo la medesima civiltà d'Atene. Gli altri intervenuti alla campagna o erano popoli sudditi, o alleati indipendenti: oltre a chi partecipava alla spedizione in qualità di mercenario. Tra le nazioni suddite e costrette al tributo si notavano: gli Eretriesi, i Calciesi, gli Stirei e i Caristi che provenivano dall'Eubea; in arrivo dall'arcipelago gli isolani di Ceo, di Andro e di Teno dalla Ionia partivano gli effettivi di Mileto, di Samo e di Chio. Tra costoro, i cittadini di Chio non versavano il tributo: solo fornivano una squadra navale e al seguito della spedizione, godevano completa autonomia. La maggior parte di tutti questi contingenti era costituita di Ioni coloni originari d'Atene eccettuati i Caristi (che sono Driopi): costoro, benché sudditi e quindi costretti, erano pur sempre Ioni che si univano a portar la guerra contro genti doriche. Oltre alle popolazioni dette seguivano gli Eoli: gli isolani di Metimna, tenuti a fornire navi, non a corrispondere il tributo; i Tenedi e gli Eni tributari. Questi si trovavano obbligati essendo Eoli, a combattere contro compatrioti Eoli, i loro fondatori di Beozia, di quella stirpe appunto ora alleati dei Siracusani. C'era poi il caso isolato dei Plateesi che, Beoti senza possibilità di dubbio, affrontavano proprio i Beoti: ma qui lo scontro era giustificato dall'odio reciproco. Citera e Rodi erano di ceppo dorico ambedue. I primi, gli abitanti di Citera, coloni di Sparta, prestavano il proprio braccio armato agli Ateniesi contro gli Spartani agli ordini di Gilippo; gli altri, i Rodi, di stirpe argiva, erano obbligati, loro Dori a muovere guerra a consanguinei dori, oltre che a Gela, una propria colonia schieratasi al fianco dei Siracusani. Degli isolani dislocati intorno alle coste del Peloponneso prendevano parte attiva alla spedizione: Cefallenia e Zacinto, autonome, ma ridotte dalla propria stessa natura di isole, con una limitazione piuttosto grave della loro libertà, ad assecondare i voleri di Atene, dominatrice dei mari; Corcira, non solo dorica, ma indubbiamente corinzia, offriva il suo contributo alla lotta contro i Corinzi e i Siracusani, fondatori i primi, consaguinei gli altri. I Corciresi giustificavano l'atto con la scusa onorevole d'esser obbligati, ma in realtà la loro partecipazione non era meno dovuta a una scelta precisa, ispirata dal rancore contro Corinto. Anche la gente che ora ha nome Messeni era stata reclutata per la guerra a Pilo e a Naupatto, basi in mano agli Ateniesi, in quel tempo. La cattiva fortuna, poi, si accaniva contro i fuoriusciti di Megara che, non molti in verità, si vedevano opposti ai cittadini di Selinunte, di origine megarese. Fin dall'inizio, però, il resto del contingente di spedizione era composto di truppe per lo più volontarie. Gli Argivi, ad esempio, Dori, s'erano messi con gli Ateniesi, Ioni, per guerreggiare contro altri Dori: ma il movente autentico non era l'intesa; piuttosto l'ostilità contro Sparta e la speranza, viva in ognuno, di accumulare in fretta un guadagno personale. Venivano poi i Mantineesi e gli altri Arcadi, milizie stipendiate: ma costoro avevano contratto l'abitudine di marciare con indifferenza contro qualunque nemico venisse additato volta per volta da chi li assoldava. Anche in quell'occasione, per amore del soldo si adattavano con pari facilità a stimare nemici i loro parenti Arcadi, schierati al fianco dei Corinzi. I Cretesi e gli Etoli si battevano anch'essi attirati con una paga. Per guadagnarsi la giornata capitò ai Cretesi, che con quelli di Rodi avevano un tempo fondato la città di Gela, di levare spontaneamente le armi non in difesa, ma per l'annientamento degli antichi coloni. Reparti acarnani s'erano aggregati anche per il compenso, ma più per amicizia nei confronti di Demostene e per simpatia verso Atene, di cui erano alleati. Tutti questi popoli affluirono dalle loro sedi delimitate dal golfo Ionico. Degli Italioti si aggiunsero all'armata Turi e Metaponto, spinte dalle difficoltà di quell'epoca particolarmente tempestosa di fermenti rivoluzionari; tra i Sicelioti, Nasso e Catania; dei barbari con Segesta, cioè con l'autrice dell'intervento ateniese, si schierava il maggior nerbo dei Siculi. Da sedi esterne alla Sicilia s'era mosso un contingente di Tirreni in urto con Siracusa e reparti di mercenari Iapigi. E qui chiudo la lista delle nazioni scese in campo a fianco degli Ateniesi.

58. Sul fronte opposto, a sostenere Siracusa, erano accorse le milizie della confinante Camarina, di Gela, che occupa una posizione alle sue spalle, e infine di Selinunte, situata oltre la regione di Agrigento, che aveva preferito conservare la propria neutralità. Centri, questi, che si affacciano sulla costa della Sicilia orientata verso la Libia. Dal versante tirreno dell'isola gli unici ad accorrere furono gli abitanti di Imera, che costituiscono anche il solo insediamento greco di quelle contrade. Questa la coalizione dei greci di Sicilia che si schierò a fianco di Siracusa: tutti stati di ceppo dorico e indipendenti. Tra i barbari tutto il resto dei Siculi che non era passato agli Ateniesi sostenne la lotta siracusana. Tra i Greci esterni all'isola, si mise in moto Sparta, fornendo un comandante spartiata e aggiungendovi truppe di Neodamodi e di Iloti (il termine Neodamode equivale a "libero da poco tempo"). I Corinzi furono gli unici ad accorrere con marina ed esercito terrestre. Seguivano: Leucadi ed Ambracioti, per affinità di ceppo; mercenari arcadi, arruolati e spediti da Corinto; truppe sicionie, mobilitate a forza; esterni alle frontiere del Peloponneso, i Beoti. In confronto agli accennati effettivi, giunti dall'estero, i Sicelioti locali erano in grado di fornire, in ogni settore dell'esercito, le divisioni più dense d'armati, poiché le città in cui vivevano erano popolose. Sicché s'adunava un nerbo grandioso di cavalli, di opliti, di navi e di altri reparti combattenti. E ancora, rispetto al generale schieramento degli alleati si può dire con tranquillità che risultò più maestoso lo sforzo bellico di Siracusa, sostenuto dalla grandezza di quello stato e richiesto dal pericolo che su di esso minacciava più grave.

59. Queste erano le rispettive potenze delle due coalizioni, in base alle singole forze che vi si erano associate: in quel momento erano già tutti presenti alla lotta. Dopo, nessun nuovo soccorso si sarebbe aggiunto, all'una parte o all'altra. Come si vede, Siracusa disponeva di seri motivi per augurarsi, splendido serto a suggello della vittoria già ottenuta sul mare, la cattura dell'intera armata ateniese, in tutta la sua potenza; e per studiare piani, bramosa di tagliare ogni strada terrestre o marina alla ritirata nemica. I Siracusani incominciarono per tempo i lavori di ostruzione del porto grande, il cui imbocco misurava circa otto stadi. Furono impiegate triremi ormeggiate alle ancore oltre a mercantili e lance messe di traverso; i Siracusani procedevano anche agli altri armamenti, se mai negli Ateniesi nascesse l'ardire di ritentare la sfida con le navi. In quel formidabile progetto, nessun dettaglio venne trascurato.

60. Gli Ateniesi, assistendo alle operazioni di sbarramento, informati sugli altri particolari del disegno nemico compresero ch'era giunta l'ora di un consulto approfondito. Si tenne una riunione di strateghi e tassiarchi. Posizione critica, la loro: tra le altre difficoltà, s'aggravava il problema delle riserve alimentari che non solo era già di drammatica urgenza (con un corriere avevano sospeso i rifornimenti da Catania, provvedendo di salpare al più presto), ma di cui neppure per l'avvenire si poteva intravedere una soluzione: a meno di una vittoria navale. Si deliberò di sgomberare i baluardi sull'altura; di circoscrivere e fortificare, in prossimità delle navi, il minimo spazio possibile sufficiente a concentrarvi l'attrezzatura e gli invalidi, alla cui difesa avrebbero provveduto con un presidio; di equipaggiare col resto dell'esercito fino all'ultima trireme, quelle in assetto e quelle di peggior corso; di tentare il tutto per tutto provocando lo scontro e, in caso di vittoria, dirigersi a Catania; altrimenti, distrutte le navi col fuoco, d'incolonnarsi compatti e ritirarsi per le vie terrestri nella direzione giusta per poter raggiungere, nel minor tempo possibile, una base amica, in territorio barbaro o greco. Così fu deciso, e così presero a fare. A uno a uno i reparti della linea fortificata superiore abbandonavano il proprio posto e calavano alla costa. Armarono tutte le navi, costringendo ad imbarcarsi chiunque paresse in qualche modo utile alla lotta, consentendolo l'età. Con questo sistema riuscirono ad equipaggiare l'intera flotta, circa centodieci navi. Vi andavano imbarcando numerosi arcieri e lanciatori di giavellotto acarnani e di altre genti forestiere. Si cercò di provvedere anche agli altri particolari dell'armamento nei limiti imposti da quelle circostanze tremende e da un progetto così arrischiato. Nicia, quando tutto fu pronto, scorgendo sul volto dei suoi uomini lo sconforto per la disfatta patita sul mare, sorpresa così cruda e amara, ma vedendovi brillare accesa dall'incubo della fame anche la risolutezza di gettare al più presto l'estrema sfida, convocate tutte le truppe, le rincuorò con il seguente discorso:

61. "Soldati di Atene e degli altri stati amici! L'esito del duello può coinvolgere ognuno, anche chi si batte dal campo nemico, in un comune destino: la lotta sarà per la salvezza e la patria. Se in questa giornata avremo vinto la battaglia di navi, ciascuno di voi potrà rivedere la propria terra, dovunque essa sia. Dunque via la sfiducia! Non bisogna comportarsi come gente priva d'esperienza che, fallite le prime prove, trepida poi ogni volta in timida attesa che il disastro si ripeta invariato. Ma voi, quanti qui siete Ateniesi, ormai esperti di mille battaglie, e voi alleati che ci foste sempre fedeli al fianco, ricordatevi che nella guerra agisce l'imponderabile. Nella speranza che la fortuna si volti propizia anche verso di noi, accingetevi a riprendere le armi, con valore degno di un'armata così grandiosa quale con i vostri stessi occhi potete ora ammirare."

62. "Ogni dispositivo di sicurezza, di cui si sia individuata l'utilità per adeguarsi all'angustia del porto che tra breve sarà stipato di navi, e per porre rimedio all'attrezzatura offensiva dei ponti nemici, che tante perdite ci ha inflitto, è stato anche da parte nostra ormai messo a punto, per quanto l'attuale fase critica lo consentiva, dopo un approfondito esame tecnico con i piloti. Schiereremo sulle nostre passerelle una folla d'arcieri e di lanciatori di giavellotto: una forza che risulterebbe nocivo impiegare in uno scontro navale al largo, poiché appesantendo le navi sarebbe d'intralcio all'agilità provetta della manovra. Ma in questo specchio ristretto, tatticamente s'impone la battaglia di fanterie dai ponti delle navi: e quella massa sarà utile. Abbiamo approntato ogni modifica indispensabile all'armamento delle nostre triremi: soprattutto per difenderci dalla potenza delle orecchiette montate sulle loro navi, che tanto danno hanno inferto alle nostre. Scaglieremo grossi uncini di ferro, che agganciando la trireme avversaria ne freneranno l'arretramento, se gli opliti di bordo daranno, come è loro dovere, una valida mano. Poiché proprio a questo ci siamo ridotti: a batterci con le fanterie dall'alto delle navi. E, in combattimenti di questo tipo, conviene non retrocedere e costringere il nemico a fare altrettanto più che la riva tranne lo spazio in cui è schierata la nostra fanteria, sarà terreno ostile."

63. "Ricordate queste istruzioni, e combattete con estrema risolutezza fino all'ultimo respiro. Non si permetta al nemico di inchiodarvi contro la spiaggia; appena la vostra nave avrà urtato una trireme avversaria, sforzatevi di trattenerla fino a quando avrete fatto piazza pulita degli opliti nemici schierati sul ponte. E a questo sforzo spronò gli opliti, non meno che gli equipaggi ai remi: poiché l'impresa toccherà loro anzitutto, ai combattenti che armeranno le tolde superiori. Anche in questo scontro sarà compito particolare della fanteria propiziarci, con l'impegno più ardente, la vittoria. Alle ciurme di voga va il mio incitamento, e con esso una viva preghiera: di non lasciarsi troppo piegare dallo sconforto per gli infortuni del passato, poiché l'attuale armamento di bordo, specie sopra coperta, è giunto ad un superiore livello di perfezione e le navi sono più numerose. Riflettete quanto valga per voi conservarvi pura nella lotta la posizione d'alto prestigio di cui andate lieti, voi, che ritenuti fino a quest'ora cruciale cittadini ateniesi, pur non essendolo, eravate accompagnati in ogni contrada di Grecia da sguardi d'invidia, poiché, oltre a usare la nostra stessa lingua e a praticare un sistema di vita molto simile a quello ateniese, traevate dal nostro impero in fatto di risorse materiali, profitti non inferiori a quelli di Atene, sia per il timore che ispiravate ai nostri sudditi sia, ancor più, per il rispetto assicurato ai vostri diritti. Sicché giustizia vuole che in questo cimento voi, che senza offese alla vostra libertà partecipate a un dominio comune, vi sforziate in questa occasione di non tradirlo. Ora disprezzando i Corinzi battuti infinite volte e i Sicelioti di cui nessuno osò mai affrontarci a viso aperto quando la nostra marina era all'apice della potenza, respingete costoro e dimostrate al mondo che benché intaccati nel fisico da una sfortunata vicenda di sciagure, sappiamo ancora far valere la nostra arte e trionfare con essa di qualunque potenza nemica, per quanto alta sulle ali dei prosperi successi.

64. "A tutti voi che qui siete Ateniesi richiamo alla memoria quest'ultima circostanza: partendo, non avete lasciato negli arsenali altre navi pari a queste; né altra gioventù di opliti in patria. Se dalla lotta scaturirà un diverso destino dalla vostra vittoria l'avversario che in questo mare ci fronteggia scioglierà in un fulmine le vele diretto contro Atene, e ai nostri compatrioti rimasti laggiù non basterà la forza per difendersi dagli antichi nemici locali e da questi nuovi, sopraggiunti da oltre mare. E mentre voi costituireste subito il bottino di Siracusa - contro cui sapete bene con che superbi disegni muoveste - l'Attica cadrà in mano a Sparta. Scocca l'ora dell'impegno incrollabile in un duello che.segnerà la sorte futura d'entrambi: adesso più che mai. Una riflessione unica v'ispiri, tutti insieme e nell'intimo ciascuno del proprio cuore: chi si prepara ora a montare sulle navi, riassume nella sua persona la fanteria e la flotta d'Atene, l'estremo sforzo della città e il suo alto nome. Valori preziosissimi per la cui difesa sappia, chi eccelle in destrezza bellica o in ardimento che non ricorrerà mai più propizia occasione di questa per far rifulgere le proprie doti, garantendo a se stesso un immediato profitto, e la salvezza al complesso dei suoi compagni d'arme."