65. Interrompendo qui il suo incitamento, Nicia dette di colpo l'ordine di balzare sulle navi. Gilippo e i Siracusani, avvistando l'armata nemica in fermento, ebbero modo di apprendere che gli Ateniesi avrebbero provocato la battaglia navale. Erano stati informati anche del piano di scagliare i ganci metallici dalle navi ateniesi: e s'erano premuniti con adatti mezzi difensivi per sventare, tra le altre minacce nemiche, anche questo nuovo mezzo d'assalto. Infatti protessero le prue e un ampio settore della chiglia, nella parte superiore con fasce di cuoio, affinché il gancio lanciato scivolasse mancando la presa. Quando ogni preparativo fu in ordine gli strateghi, affiancati da Gilippo, tennero alle truppe questo discorso d'incitamento:
66. "Ci pare, Siracusani e alleati, che i più tra voi abbiano chiara coscienza d'aver già compiuto gesta superbe, e che già sappiate come anche il prossimo duello c'invita ad un esito di gloria (altrimenti non vibrereste di così intrepido ardore rivolti al nemico." Ci spiegheremo quindi con chi non ha compreso fino in fondo il suo compito. Gli Ateniesi sono piombati su quest'isola per render schiava prima la Sicilia, poi, in caso di fortunato successo, per soggiogare il Peloponneso e il resto del mondo greco. Essi posseggono già l'impero più ampio tra i Greci del passato e tra i contemporanei: ebbene, foste voi i primi nel mondo a contrastare il passo alla loro flotta, l'arma che ha consentito ad Atene di accumulare l'intera estensione dei suoi domini. E li avete già vinti sul loro elemento, il mare: la logica esige che anche adesso, da questo nuovo confronto, usciate voi vincitori. Poiché quando gli uomini subiscono uno scacco avvilente proprio nel campo in cui s'arrogano l'assoluta supremazia, da quel momento scema in loro stessi la coscienza del proprio valore, e si fa assai più angusta che se non avessero ma concepito dapprima quella presunzione orgogliosa: e per esser crollati proprio sul terreno delle loro ambizioni più superbe, quegli uomini s'abbattono a un grado di sconforto ben più cocente di quello che lo stato reale della loro potenza richiede. È la condizione morale in cui, naturalmente, devono essere scivolati gli Ateniesi.
67. "Nel nostro animo, invece la fiducia che già ferma ci spinse, benché inferiori sul piano dell'esperienza tattica, a tentare la sfida, s'è ora rinvigorita, e per la consapevolezza di incontrastata superiorità che vi si è infusa, dal momento che abbiamo trionfato sui dominatori del mare, in ogni uomo la speranza della vittoria finale s'è fatta due volte più viva. E in ogni impresa di guerra da una speranza in rigoglio cresce e giganteggia il valoroso slancio. Quanto alla loro trovata di imitare le nostre migliorie tecniche d'armamento, esse sono famigliari alla nostra tattica consueta di guerra: onde non troveranno nell'attrezzatura che opporremo, pezzo contro pezzo, ai loro espedienti, nessun particolare inferiore alla prova. Il nemico schiererà in coperta un'eccessiva massa di opliti, contro le regole usuali di lotta, con numerosi lanciatori di giavellotti, combattenti terrestri, se mi si concede l'espressione: Arcanani o altri, che stipati in gran folla sulle tolde non sapranno nemmeno come rigirarsi per scagliare con efficacia il dardo. Com'è possibile che costoro, non riuscendo ad assumere così scompigliati la posizione di tiro cui sono avvezzi non procurino la completa rovina della flotta? Né li soccorrerà la moltitudine delle navi, se è questo che vi può sgomentare: l'inferiorità numerica rispetto alle squadre nemiche. Lo specchio di mare è stretto: e affollandosi in molte s'intralceranno a vicenda nelle manovre desiderate e per noi diverrà un gioco trafiggerle con l'armamento ché abbiamo allestito. Sappiate l'autentica verità da noi che riteniamo di possedere dati sicuri: stanno affondando nel disastro assoluto, non hanno più via di scampo. Sicché, per questa disperazione tentano l'estremo rischio: confidando più in un miracolo della fortuna che in una concreta superiorità bellica. Corrono l'avventura: come andrà andrà. Cercano di forzare il passaggio sul mare per liberarsi dalla strettoia del porto, o, in caso di fallimento, effettuare la ritirata per via di terra. Sono convinti ormai: nulla può accadere che aggravi una posizione già compromessa.
68. "Abbattiamoci con furore, marinai, contro linee così disordinate poiché è il destino stesso di questa gente, la più ostile alla nostra patria, che ha scoperto il fianco al nostro ferro. Fissatevi in questo concetto: è più che doveroso, più che legittimo, contro, forze nemiche, l'atto di chi s'arroga a suo diritto di spegnere nel sangue dell'invasore l'intima febbre di vendetta: e spezzare il nemico (sarà questo il nostro successo) è, a quanto si dice, il piacere più dolce. Che siano i nostri nemici più fieri, a voi tutti è noto. Son piombati sulla nostra terra per soggiogarci, e se il loro intento fosse riuscito avrebbero costretto gli uomini al destino più tormentoso; riservato ai fanciulli e alle donne il trattamento più brutale; alla città intera la condizione e il nome più ignobili. Onde per nessuno è lecito mostrarsi vile; e non si consideri un punto a nostro favore il fatto ch'essi si stacchino da noi senza dar battaglia. È certo che si allontaneranno comunque, anche in caso di vittoria. Ma se saremo noi, con le nostre forze, a conquistare questo successo (ed ogni ragionevole motivo induce a sperare in un felice coronamento dei nostri progetti), a infliggere una punizione memorabile agli aggressori, rendendo più sereno e fermo alla Sicilia che già lo assaporava il frutto della libertà, ebbene l'esito di questo duello è la gloria. Capitano rarissime queste prove rischiose, in cui la disfatta infligge un danno irrisorio, ma il buon successo porge un fulgente profitto."
69. Gli strateghi di Siracusa e Gilippo, dopo avere anch'essi spronato le proprie truppe con questo discorso congiunto, comandarono subito l'imbarco appena videro che gli Ateniesi procedevano alla medesima operazione. Nicia era sgomento per la gravità dell'ora, stimando quanto fosse spaventoso il pericolo e come si avvicinasse a grandi passi, tanto che solo (brevi attimi li separavano dal momento cruciale del distacco. E come suole accadere nei più risolutivi cimenti, gli parve di non aver dato ancora l'ultima mano ai ritocchi per lo scontro, di non aver suggellato con parole efficaci il discorso di sprone rivolto ai soldati. E così convocò, ad uno ad uno, tutti i trierarchi, per la seconda volta, e rivolgendosi loro li chiamava prima con il nome patronimico, poi con quello personale, infine con quello della tribù, supplicandoli di non tradire, se qualcuno l'aveva conquistato sul campo, il proprio titolo di eccellenza, e insisteva con quelli, cui, brillava il vanto d'antenati illustri, di non offuscare le virtù avite. Ricordava la libertà illimitata che si godeva in patria, e l'indipendenza individuale, la scelta assolutamente autonoma concessa a chiunque di progettare la propria condotta di vita, e seguitava con gli argomenti cui ogni uomo, davanti a simili strettezze, usa ricorrere, senza preoccuparsi di figurare come quello che fa continuamente l'eco a motivi già consunti dalla tradizione; e vi aggiungeva i triti avvisi che in circostanze di questo genere tornano, ritornello antico, sulle famiglie, sui figli, sugli dei patrii: sorgono spontanei alle labbra, e si ritengono utili nei momenti di sconforto. Dopo avere concluso con queste esortazioni, stimate più indispensabili che utili, Nicia ritrasse la fanteria verso la riva del mare, allargando il fronte al massimo, perché lo spettacolo servisse il più possibile di sollievo e di stimolo alla gente che, tra poco, sarebbe scesa in mare a battersi. Demostene, Menandro ed Eutidemo furono questi gli strateghi che si assunsero la guida effettiva delle operazioni navali), staccandosi dalla propria darsena filarono diritti contro lo sbarramento all'imboccatura del porto e il varco rimasto aperto, risoluti a forzare il passaggio verso l'esterno.
70. Ma i Siracusani e gli alleati, inoltratisi con circa lo stesso numero di navi dello scontro sostenuto prima, distaccarono una squadra a presidiare l'uscita della baia disponendo a corona il resto delle navi lungo gli orli interni del porto, per sferrare un attacco simultaneo da ogni lato contro la flotta ateniese. La fanteria, nel frattempo, si teneva pronta ad accorrere nel punto in cui le navi approdassero. Al comando della flotta siracusana, scegliendo ciascuno un'ala del complesso, si posero Sicano e Agatarco. Pitane e i Corinzi occupavano il centro. Intanto gli Ateniesi accostatisi ai bastimenti che ostruivano l'uscita del porto, sullo slancio del primo urto dispersero la squadra di protezione nemica in quel settore della rada, e tentarono di spezzare le catene. Ma, dopo questa fase iniziale, i Siracusani e gli alleati scattarono da ogni direzione, piombando sugli Ateniesi: onde la battaglia non fiammeggiava più solo intorno alla barriera dei mercantili, all'imbocco portuale, ma si estese a tutto lo spazio interno della rada, e divampò feroce quale nessuna delle precedenti. Spiccava focoso, in ambedue le compagini, il fervore degli equipaggi che, tesi ad ogni comando, acceleravano la voga appena scandito il primo cenno; e strenuo tra i piloti l'impegno di soverchiare in destrezza di manovra e in spirito di lotta i rivali. Le truppe di bordo, quando s'attaccava un vascello avversario, si sforzavano di elevare il livello tecnico del combattimento sopra coperta, per non destare la sensazione d'inettitudine in confronto alla scioltezza degli altri al governo delle triremi. Ardeva su ogni ponte, su ogni banco, in ogni luogo ove fosse schierato un combattente la furia di eccellere. In uno spazio angusto cozzavano molti scafi poiché mai numero così ingente di navi s'era dato battaglia in uno specchio d'acqua tanto ristretto: in complesso, gli organici delle due flotte assommati sfioravano le duecento unità). Sicché non capitava di frequente l'opportunità di eseguire ben regolata la manovra di assalto frontale, mancando lo spazio per ritrarsi e accumulare l'impulso sufficiente all'urto e al forzamento della linea avversaria. Ad ogni istante, invece, si susseguivano i contrasti accidentali, appena una nave entrava in collisione fortuita con una seconda, ritraendosi, o mentre filava a speronare un'altra sua diretta avversaria. Durante il balzo di accostamento alla nave nemica grandinava sulla tolda degli aggressori un nugolo di dardi, picche e pietre. Stabilito il contatto, gli armati, battendosi dai ponti, tentavano l'arrembaggio sull'unità nemica. In ogni punto della battaglia capitava che per l'angustia del campo una trireme, appena speronata una rivale, subisse a sua volta l'urto, da una terza nave; o che due vascelli, talvolta anche più, finissero per intricarsi così strettamente a un'unica nave, che i piloti, lungi dal poter concentrare l'attenzione su un solo bersaglio, dovevano preoccuparsi di mille incombenze, da ogni lato: di qui per rintuzzare una minaccia, di là per vibrare una percossa. L'assordante fragore che si sprigionava dagli scontri continui tra le chiglie seminava dovunque il terrore: mentre impediva che si percepissero i comandi dei capi voga. Giacché su un fronte e sull'altro volavano frequenti gli ordini dei capivoga, come richiedeva l'arte di pilotare le navi e, in quella fase rovente, l'impazienza di affrettare la propria vittoria. Agli equipaggi ateniesi s'urlava di tagliarsi a ogni prezzo il varco tra gli sbarramenti nemici, e che era quello il momento, come mai in passato, di sfoderare fino all'ultimo respiro il proprio valore di lottatori, per conquistarsi la salvezza e con essa la fiducia di rivedere la città nativa. Ai Siracusani e agli alleati si tuonava di troncare ogni via di scampo: vanto superbo, che aggiunto alla vittoria avrebbe consentito a ciascuno d'elevare in grandezza la sua patria. Ed anche gli strateghi, tra le opposte schiere, se vedevano qualche vascello indietreggiare senza esservi costretto, o ritrarre lo sperone, chiamavano a gran voce per nome il trierarca, a domandargli: se Ateniese, perché mai retrocedeva, forse convinto che la spiaggia irta di lame nemiche fosse più ospitale di quelle acque conquistate a prezzo di tanto sangue; quand'era Siracusano, se non si avvedesse con quanto zelo gli Ateniesi si sforzavano ormai di scampare, e se fosse il caso di volgere le spalle davanti al nemico in rotta.
71. Finché la battaglia navale si protrasse con dubbia fortuna, le, fanterie nemiche a presidio della spiaggia smaniavano in preda a vivissima agitazione, fremendo: le truppe locali nell'ansietà affannosa di una nuova conquista, più fulgida; gli aggressori ateniesi oppressi dallo sgomento di dover subire una catena di sacrifici più dolorosa di quella già vissuta. Al pensiero dell'avvenire un'angoscia indicibile attanagliava le schiere ateniesi, che avevano riposto ogni speranza nella flotta: tensione di sentimenti che la lotta sul mare, con i suoi mille episodi, con gli infiniti repentini mutamenti acuiva, poiché a quell'improvviso variare corrispondeva in quegli uomini intenti alla scena un trasformarsi delle impressioni visive. E poi quello spettacolo di armi si svolgeva lì a pochi passi: e poiché lo sguardo d'ognuno cercava e seguiva un solo particolare, capitava che un gruppo scorgesse i propri in vantaggio, in qualche settore degli scontri. Ed era tutto un rianimarsi di speranze, un mormorio di suppliche agli dei, che fossero propizi, che non li privassero della salvezza. Altri però assistendo a un cedimento parziale, prorompevano disperati in voci di dolore, e con quella scena negli occhi si sentivano in cuor loro sconfitti più di chi partecipava realmente all'azione. Infine altri, con lo sguardo affisso a una parte della battaglia in equilibrio, sospesi a quell'incerto protrarsi del duello, lasciavano trasparire dalle espressioni del volto, dagli scatti della persona l'intima onda d'affanno che li travagliava: e il tempo scorreva e cresceva lo spasimo, ora vedendosi salvi d'un soffio, ora già morti. Finché sul mare le armi si contrastarono in parità, anche nel solo campo ateniese era possibile cogliere confuse parole di speranza e di disfatta - vinciamo!; siam perduti! - e tutto l'altro incoerente clamore, discordia d'infinite urla, che i pericoli mortali usano far levare alle grandi armate. Anche la gente sulle navi provava l'identico alternarsi di passioni: finché, dopo molte ore di combattimento, i Siracusani e gli alleati costrinsero gli Ateniesi a ceder terreno e moltiplicando gli sforzi con urla altissime d'incitamento resero sempre più netto il proprio vantaggio, fino a respingere verso terra le linee avversarie. Allora le truppe di bordo, quanti erano sfuggiti alla cattura in mare, chi in un punto, chi in un altro balzarono sulla spiaggia e si misero a correre disperse in direzione del proprio campo, per trovarvi rifugio. Scomparve dalle fanterie l'incertezza dei sentimenti: in un concorde slancio, tra gomiti disperati, in un grido generale di dolore, affranti sotto il peso del disastro, alcuni accorsero a difendere gli equipaggi amici, altri a presidiare il resto della linea, fortificata, gli ultimi, la massa dell'esercito, presero ad aggirarsi sparpagliandosi ciascuno nella ricerca frenetica di un varco di salvezza per sé. Il terrore dilagante in quegli attimi non ebbe paragone in nessun altro fatto di, guerra. La sventura degli Ateniesi poteva trovare un raffronto in quella che essi stessi avevano inflitto in Pilo agli Spartani: quando la distruzione della flotta aveva in un sol colpo causato a Sparta l'immediata perdita delle truppe passate sull'isola. Anche ora per gli Ateniesi cadeva ogni speranza di salvare l'esercito per via di terra, se non interveniva qualche fattore imprevisto.
72. Spentosi il fragore della feroce battaglia, dopo le perdite gravissime in vite umane e navi, da una parte e dall'altra, i Siracusani e gli alleati vincitori raccolsero i relitti e i cadaveri, e ritornati veleggiando in città vi elevarono un trofeo. Gli Ateniesi invece abbattuti dall'enormità della sciagura, non concepirono nemmeno l'idea di chiedere una tregua per ricuperare le salme e il fasciame delle navi. Si proponevano, quella stessa notte, di ritirarsi. Demostene ebbe un colloquio con Nicia e gli espose il suo piano. Armare le navi superstiti e tentare con tutte le forze possibili di forzare all'aurora il passaggio sorvegliato dal nemico. Il disegno si basava sulla circostanza che gli Ateniesi disponevano ancora di un maggior numero di navi in assetto, di fronte ai Siracusani. Restavano nella flotta ateniese circa sessanta navi, ai nemici meno di cinquanta. Nicia fu d'accordo sul progetto. Ma quando - gli strateghi vollero equipaggiare le navi, i marinai si rifiutarono di prender posto: troppo profondo lo scoramento inferto dalla disfatta e troppo grave la sfiducia in un'impossibile vittoria. Tutti avevano ormai scelto la via terrestre per ritirarsi.
73. Il siracusano Ermocrate intuì il proposito nemico. Egli riteneva che sarebbe stata una minaccia costante e tremenda se un'armata di tale forza, ritirandosi per le strade di terra verso una località qualsiasi della Sicilia la fortificasse, con l'intento di servirsene in seguito per muovere una nuova offensiva contro Siracusa. Sicché decise di conferire con le autorità governative illustrando la necessità assoluta di stroncare quella imminente fuga notturna. Questa era la sua idea personale: occorreva quindi che Siracusani e alleati, uscendo in massa, presidiassero le strade e con punti di blocco vigilassero i varchi obbligati per abbandonare il paese. Personalmente i magistrati espressero parere favorevole al piano di Ermocrate, elogiando questa linea d'azione: ma avevano motivo di pensare che i reparti, assaporato appena il sollievo della tregua dopo uno scontro accanito, si sarebbero mostrati piuttosto restii a compiere quel servizio. Per di più correva un giorno festivo: in quella data, infatti, si offrivano sacrifici votivi ad Eracle. L'allegria irrefrenabile della vittoria aveva suggerito ai più, cogliendo anche l'occasione di quella giornata solenne, di bere in abbondanza. Sicché a tutto si poteva sperare d'indurli: ma non di cingere immediatamente le armi per una sortita generale, quella stessa notte, contro il nemico fuggitivo. Alla luce di tali considerazioni parve inapplicabile la strategia di Ermocrate, che infatti si trattenne dall'insistere. Per conto suo però, temendo che gli Ateniesi sfruttassero l'inerzia nemica di quella notte per assicurarsi tempestivamente i passaggi più aspri verso la salvezza, ideò il seguente artificio. Quando calarono le prime ombre della sera, Ermocrate mandò al campo ateniese alcuni dei suoi uomini fidati con una scorta di cavalieri. Costoro, spingendosi a distanza utile per farsi udire, chiamarono a colloquio alcuni del campo, spacciandosi per partigiani degli Ateniesi (agenti di Nicia operavano davvero in Siracusa, tenendolo al corrente dei fatti). Poi li invitarono a scongiurare Nicia di non rimuovere l'armata quella notte poiché i Siracusani presidiavano le vie d'uscita. Aspettasse piuttosto il levar del sole per spostarsi con comodo, dopo aver preso le necessarie disposizioni. Compiuta la missione i cavalieri ripartirono mentre gli ascoltatori corsero dagli strateghi ateniesi a riferire.
74. Udito il messaggio, gli strateghi decisero di soprassedere per quella notte, non sospettando il tranello. Poi, non essendosi mossi subito, a caldo, ritennero di potersi fermare anche il giorno seguente, per consentire alla truppa una cernita accurata, nei limiti del possibile, dell'occorrente per il viaggio. Lasciando perdere il resto, gli uomini dovevano caricarsi solo di quella quantità di cibo che potevano trasportare a spalla e poi mettersi in cammino. I Siracusani e Gilippo con le fanterie precorsero il nemico: ostruirono tutti i valichi stradali della regione per i quali ci si poteva aspettare che gli Ateniesi tentassero il passaggio. Presidiarono i guadi dei torrenti e dei fiumi, e nei punti particolarmente sospetti dislocavano forze adatte ad intercettare e fermare l'armata nemica. Avvicinandosi con la flotta, inoltre, strapparono dalla spiaggia le navi ateniesi. Alcune, secondo il piano, erano già state incendiate dagli stessi proprietari: ma erano il minor numero. Le altre furono assicurate con comodo, nei diversi punti della costa in cui si trovavano disperse e poiché nessuno opponeva resistenza, vennero tratte a rimorchio fino alla città.
75. Dopo questi episodi, appena a Nicia e a Demostene i preparativi parvero sufficienti, trascorsi due giorni dallo scontro navale, l'esercito finalmente dal campo in disarmo si mise in marcia. Distacco tormentoso; e più di una riflessione trafiggeva dolorosamente: il sacrificio totale delle navi, ad esempio; e quel viaggio, cui anziché luminose speranze, facevano da scorta le minacce e gli agguati, per sé e per la città intera. Ma anche quando venne l'ora di sgomberare il campo, lo spettacolo s'offriva tristissimo ai partenti: e dagli occhi la pena calava a ghiacciare il cuore. I cadaveri s'ammontavano scoperti: e quando si scorgeva un proprio caro rovesciato a terra, lo spirito s'irrigidiva in un orrore umido di pianto. Ma i vivi, gli abbandonati, feriti o infermi, destavano in quegli altri, vivi anch'essi e in partenza, un senso più straziante di pietà che il cordoglio dei morti, e parevano costoro ben più degni di lagrime degli scomparsi. Ricorrendo alle suppliche, alle esclamazioni d'aiuto, quegli infelici paralizzavano gli altri in un inerte turbamento. Scongiuravano che li portassero con sé: invocavano per nome chiunque, gridando, alla vista di un amico, o di un famigliare. Già i compagni di tenda, roba in spalla, si staccavano: e quelli con le braccia al collo, a stringerli, a trascinarsi sulle loro orme, finché il disagio li prostrava a terra, esausti. E allora restavano indietro, ma singhiozzando esalavano un appello estremo agli dei. Uomo per uomo, l'armata gemeva in lagrime: e l'imbarazzo di quella scelta disumana rendeva acerba la decisione del distacco, benché partire significasse lasciarsi alle spalle una terra ostile, in cui i disastri già patiti eccedevano ogni capacità di pianto: e nuove lagrime certo avrebbe strappato l'oscuro avvenire, denso di sofferenze. Un sentimento acuto di vergogna e di disgusto cocente per se stessi li umiliava. Poiché figuravano come cittadini fuggiaschi da una città sfinita dopo un'assedio: anzi, di una grande città. Il complesso dei reparti in marcia non assommava a meno di quarantamila uomini. Tutti trasportavano, secondo le proprie possibilità e forze, quanto poteva tornare utile: perfino i cavalieri e gli opliti, infrangendo la tradizione, portavano addosso, sotto le armature, il peso delle proprie vettovaglie, parte per mancanza di attendenti, ma molti perché non si fidavano. I servi infatti avevano disertato da un bel pezzo, e molti sceglievano proprio quel momento. Tuttavia neppure queste riserve di cibo risultavano sufficienti: le scorte di grano si erano esaurite. Era la fame per l'armata. Di certo, in quel frangente, qualunque fosse l'oggetto su cui posava il pensiero, tutto coincideva ad aggravare lo sconforto, benché il peso della sventura, quando s'è in molti a portarlo, per quasi che si divida e che gravi un po' più leggero: ma tra gli altri supplizi, il più bruciante era il ricordo trionfale della partenza, dell'orgogliosa fiducia che l'aveva cinta e la miseria di questo declino, così vile, così abietto. Mai altro esercito greco conobbe un simile mutamento di sorti. Giunto col proposito di asservire un popolo, gli capitava ora di ritrarsi in fuga, temendo piuttosto per sé ad ogni istante del giorno, quella medesima minaccia. Parole di vittoria e suoni di peana lo coronavano, quando sciolse le vele: e ora, eccolo di nuovo in partenza, ma con che diversi auguri, marciando come fosse una folla di, fanti, anziché sulle strade del mare, aggrappato al nerbo degli opliti, non più della flotta. Tuttavia le sciagure subite sembravano sopportabili quando il pensiero spaventato correva al rischio ancora incombente.
76. Nicia, comprendendo l'avvilimento dell'esercito e la profonda crisi morale in cui si dibatteva, percorrendo le file cercava di confortarle, per quanto lo consentiva la circostanza, e di ricondurle alla calma, e passando accanto a questa schiera o a quella levava più alto il tono della voce, nell'eccitazione del grave momento, e per diffonderla a più larga distanza, raddoppiandone il benefico effetto.
77. "Benché in così arduo frangente, Ateniesi e alleati, bisogna restar fedeli alla speranza (altri scamparono da cimenti più rischiosi del nostro attuale). È nocivo ostinarvi a disprezzar voi stessi con questa durezza, poiché non siete responsabili degli infortuni e delle sofferenze che, senza colpa, insistono ad affliggerci. Prendete me: non sono certo più in salute di qualcuno di voi (vedete bene come mi ha mal ridotto la malattia); e mentre per il soffio sempre propizio della sorte felice mi pareva di primeggiare su tutti nei casi personali della vita e negli impegni pubblici, ora mi trovo sospeso sullo stesso abisso dell'ultimo fante. Eppure, la mia devozione verso gli dei, durante tutta la vita, fu senza macchie: e molti gli atti di giustizia e di indulgenza da me compiuti in favore del prossimo. Da questi ricordi discende a me, a dispetto delle difficoltà attuali, una fiducia impavida per il futuro: sicché questo disastro mi turba meno di quanto si potrebbe credere. Ma, prima o poi, il negativo corso della sorte dovrà pure placarsi. La fortuna ha già troppo sorriso rivolta al nemico: e se la nostra spedizione ha sollevato l'invidia di un dio, abbiamo ormai scontato a sufficienza questa colpa. In passato già altri mossero in armi contro paesi remoti: e regolando la propria condotta su principi umani, furono colpiti da una pena nei limiti del sopportabile. Quindi anche noi possiamo fin d'ora sperare dalla divinità un trattamento più mite (poiché al suo cospetto siamo ormai più degni di misericordia che di rancore). Guardatevi: quanti e che bravi opliti! Perfetta la vostra disciplina in marcia! Quindi non avvilitevi eccessivamente. Riflettete a questo: voi, voi da soli, ovunque decidiate di fermare il passo, in quello stesso istante date vita a una città! Quale nessun'altro stato di Sicilia potrebbe facilmente respingere se attaccato: o sradicare da una posizione, quando voi l'abbiate occupata. Procurate anzitutto che il cammino proceda ordinato e protetto. In nessun altro pensiero si concentri ogni soldato, se non in questo: il terreno su cui sarà costretto a battersi, diverrà, se lo conquista, la sua patria e la sua fortezza. Forzeremo la cadenza di marcia dì giorno, e con lo stesso passo proseguiremo di notte; poiché le nostre scorte di cibo sono scarse. E se tocchiamo una località amica in territorio siculo (i Siculi ci restano fedeli, vedrete, per l'odio che nutrono contro Siracusa), state ormai certi d'esser approdati alla salvezza. S'è spedito loro il preavviso, l'ordine di avanzarsi incontro e portare con sé vettovaglie in quantità. E concludendo riconosciate; soldati, che le circostanze stesse impongono d'esser valorosi: poiché non c'è paese amico nelle vicinanze pronto ad accogliervi, a fornirvi ospitalità sicura, se vi lasciate vincere dallo sfinimento. Se, per contro, riuscirete a filtrare tra le maglie della barriera nemica, voi altri tornerete tutti a rivedere i luoghi cari e desiderati dalla vostra nostalgia: e in particolare, voi Ateniesi farete risorgere la fulgente grandezza della città, sebbene sia ora discesa nell'ombra. Poiché la città è fatta d'uomini: non di mura, né di navi, se manca l'elemento umano."
78. Porgendo incitamenti di questo tenore, Nicia percorreva le schiere dell'esercito e se adocchiava un reparto scomposto o disunito durante la marcia disciplinava e correggeva. Anche Demostene manteneva un contegno identico, e con cura non meno scrupolosa arringava con i medesimi argomenti i suoi soldati. Le colonne avanzavano in formazione quadrata: aprivano il cammino i reparti guidati da Nicia; seguivano alla retroguardia le divisioni di Demostene. Al centro delle fanterie pesanti procedevano gli addetti ai bagagli e la moltitudine dei soldati leggeri. Con questo schieramento, appena giunsero al guado del fiume Anapo, vi trovarono appostato in attesa un reparto di Siracusani e alleati. Entrati in contatto, gli Ateniesi lo spazzarono via e liberarono il passaggio. Poterono così proseguire oltre il fiume: ma i Siracusani con la cavalleria li molestavano, aggirandoli sul fianco, mentre con la fanteria leggera li tempestavano di proiettili. Quel giorno, gli Ateniesi percorsero circa quaranta stadi: poi, a sera, piantarono un bivacco ai piedi di un'altura. La mattina seguente, ai primi bagliori, si rimisero per strada e marciarono per circa venti stadi; calarono in una piana avvallata, e in quel luogo fissarono le tende, risoluti a procurarsi un po' di cibo dalle abitazioni dei dintorni (la contrada era infatti frequentata) e, ripartendo, a recar via con sé una riserva d'acqua, poiché lungo la strada che si preparavano ad imboccare, per diversi stadi, non esistevano fonti ricche d'acqua. Ma i Siracusani ne avevano intanto approfittato per precederli, e si accingevano a bloccare con una muraglia il varco successivo che conduceva fuori della pianura: si ergeva in quel punto un colle di aspro accesso, fiancheggiato su entrambi i lati da dirupati precipizi. Aveva nome Rupe Acrea. Il mattino dopo gli Ateniesi fecero per avanzare: ma la cavalleria siracusana e alleata, con il rinforzo dei tiratori di giavellotto densi nugoli appostati sui due fianchi dell'armata in movimento, ne ostacolavano la marcia con getti di dardi e caroselli volanti. Per lunghe ore, gli Ateniesi replicarono ai colpi, poi iniziarono a ripiegare indietro verso la località dove s'erano accampati. Da quel momento le scorte di viveri tornarono ad assottigliarsi: poiché non era possibile lasciare il campo per le incursioni della cavalleria nemica.
79. Per tempo, all'aurora del giorno dopo, tolsero le tende e proseguirono la marcia. Cercarono di forzare di slancio il passaggio che menava al colle, sbarrato da un muro. Ma urtarono, proprio davanti a sè, contro l'armata terrestre siracusana, tutta in ordine a difesa della barriera e schierata su una profondità di numerose file: il varco infatti si presentava angusto. Gli Ateniesi scattarono all'assalto tentando di scalare il muro, ma presi di mira da fitte schiere di tiratori appostati sul ciglio della collina, il cui pendio precipitava a picco (da quella postazione elevata il bersaglio era più facile da cogliere), delusi dal tentativo fallito di varcare la muraglia, si ritirarono per riprendere fiato. Principiava frattanto un brontolio di tuoni, con qualche scroscio di pioggia: come è normale in quella stagione estiva così avanzata, già declinante all'autunno. Ma ne nacque negli Ateniesi un eccessivo sgomento e si rammaricavano che anche gli eventi della natura cospirassero per annientarli. Mentre gli Ateniesi si concedevano un po' di tregua, Gilippo e i Siracusani distaccarono una parte delle loro truppe ad ostruire con un secondo muro il passaggio alle spalle del nemico, per cui era entrato nella pianura. Ma gli Ateniesi pararono la mossa lanciando un reparto che li costrinse a desistere. Dopo questa scaramuccia, con l'esercito ormai riunito, gli Ateniesi si ritirarono piuttosto verso la pianura e lì stabilirono di bivaccare per quella notte. Il mattino seguente ripresero l'avanzata: ma i Siracusani, circuendoli, li attaccavano da ogni lato ferendone un grande numero. Era questa la tattica: quando l'armata ateniese accennava al contrattacco, le forze siracusane si ritraevano; quando il nemico iniziava la manovra di rientro, addosso con rinnovata furia. La retroguardia subiva il più distruttivo effetto della pressione siracusana, che tentava di scompaginare le intere colonne isolandone singole compagnie per poi disperderle. Il contrasto difensivo ateniese resse a lungo, in questa giornata: poi, percorsi altri cinque o sei stadi, si fermarono nella pianura a riposare. Anche i Siracusani colsero l'occasione per interrompere il contatto e rientrare nei propri alloggiamenti.
80. Quella notte Nicia e Demostene, davanti alle sofferenze dell'esercito, sfinito dalla scarsità di cibo che da tempo s'aggravava rapidamente, dissanguato dagli assalti nemici che s'erano susseguiti a ritmo incalzante ponendo reparti interi fuori combattimento per le ferite, presero la decisione di accendere il maggior numero di fuochi e di ritirare l'armata non più per la stessa strada prevista dal piano originario, ma nella direzione opposta a quella tenuta dai presidi siracusani, verso il mare (in complesso comunque, la via designata dal progetto di fuga, e che l'esercito doveva percorrere, non puntava su Catania, ma tendeva al versante opposto dell'isola, nel senso di Camarina, di Gela e dei centri greci o barbari che popolano quella regione della Sicilia). Così alla luce di molti fuochi si spostavano nella notte. E un brivido scosse e scompigliò le schiere: fenomeno frequente in tutti gli eserciti, specie in quelli numerosi, quest'improvviso fremere di terrore, soprattutto avanzando nella notte, circondati da terre ostili, con la vivida sensazione di un nemico che incalza a due passi. Le divisioni guidate da Nicia che tenevano la testa dell'esercito marciavano a file serrate accumulando un discreto vantaggio; i reparti agli ordini di Demostene, metà circa dell'intero esercito, se non di più, persero contatto proseguendo con evidente indisciplina. All'aurora, tuttavia, raggiungevano il mare. Si misero sulla strada cosiddetta Elorina e cominciarono il viaggio per quella via col proposito di arrivare al fiume Cacipari, per addentrarsi, lungo le rive del fiume, verso le zone interne dell'isola. Speravano che i Siculi mandati ad avvisare si facessero incontro per quella strada. Ma, quando giunsero in vista del fiume, trovarono che anche qui un presidio siracusano era intento a bloccare con un muro e una palizzata il guado fluviale. Gli Ateniesi fecero impeto, e travolto lo sbarramento, si rimisero in cammino in direzione dell'altro fiume, l'Erineo. Era questa la strada a cui li invitavano le guide.
81. Intanto i Siracusani e gli alleati quando alle prime luci del giorno appresero che gli Ateniesi avevano tolto le tende, si rivolsero per la maggior parte contro Gilippo con l'accusa d'aver lasciato deliberatamente via libera agli Ateniesi. Senza esitare si scagliarono ad inseguire il nemico, sulle tracce ancora ben chiare del suo passaggio. All'ora del rancio entrarono in contatto. Appena ebbero intercettato i reparti di Demostene, che si attardavano alla retroguardia avanzando svogliati e senza ordine per effetto di quel terrore notturno, li aggredirono di slancio aprendo la battaglia. Per la cavalleria siracusana fu comodo accerchiare quelle truppe isolate e inchiodarle in uno spazio via via più angusto. Le divisioni di Nicia s'erano avvantaggiate di circa cinquanta stadi. Nicia infatti aveva imposto alla marcia un ritmo più sostenuto, convinto che per ottenere la salvezza fosse indispensabile non prendere l'iniziativa di attestarsi volontariamente in quel punto, per difendersi ad oltranza. Piuttosto era urgente ritirarsi a tappe forzate, limitando allo stretto necessario la resistenza armata. Così Demostene rimaneva esposto a un più feroce e implacabile tormento: marciando alla retroguardia, era sempre il primo a subire l'urto nemico. Anche in quel frangente, vedendosi incalzato dappresso dai Siracusani, egli preferiva distribuire le schiere per l'evenienza di una battaglia, piuttosto che affrettare la marcia di avanzamento. Ma questo ritardo concesse al nemico il tempo di circondarlo. Sicché Demostene e gli Ateniesi stretti a lui si fecero vincere dal panico. Trascinati dalla pressione siracusana in un terreno recintato tutto intorno da un muretto, con due strade che lo delimitavano ai lati, denso di una piantagione d'ulivi si offrivano completamente scoperti al tiro incrociato degli arcieri avversari. Ben a ragione i Siracusani sceglievano una tattica di questo genere: aggressioni fulminee, anziché grandi battaglie manovrate, corpo a corpo. Arrischiare eserciti interi, in giornate risolutive, contro un'armata ridotta ormai alla disperazione, avrebbe significato in quella fase della guerra la rinuncia ad un vantaggio strategico da parte dei Siracusani in favore degli Ateniesi. Nel fiore della fortuna, incamminati a un luminoso trionfo, nasceva nei Siracusani un sentimento di cautela, misto al desiderio di non correre troppo incerte avventure, per non pagare con una morte immatura il prezzo della vittoria. Si stimava valida anche la tattica descritta: finché, colto il nemico all'ultimo respiro, lo si sarebbe definitivamente piegato.
82. Fino all'imbrunire, quel giorno le armi siracusane martellarono da tutti i lati gli Ateniesi e i loro amici: appena videro gli avversari stremati dalle ferite, esausti da tanto patire, Gilippo con i Siracusani e gli alleati proclamarono anzitutto un bando, con l'invito per chiunque volesse degli isolani di passare dalla loro parte, conservando la libertà: le truppe di qualche città si staccarono dagli Ateniesi, ma non furono molte. In un secondo momento si scese a trattare per tutti gli altri che erano rimasti fedeli a Demostene, su questa base: la consegna delle armi con in cambio la garanzia che nessun attentato sarebbe stato commesso alla vita degli uomini, né con esecuzioni sommarie, né con catene, né condannandoli alla morte per fame, negando il vitto necessario. Fu la resa generale per un complesso di seimila combattenti. Deposero tutto il denaro di cui erano ancora padroni, gettandolo nel cavo di scudi rovesciati: colmarono così quattro scudi. I Siracusani scortarono i prigionieri direttamente in città. Nicia, alla guida dei suoi reparti, raggiunse in quello stesso giorno la riva del fiume Erineo e, guadatolo, piantò su un'altura il campo per il proprio esercito.
83. Ma i Siracusani il mattino seguente lo agguantarono. Fecero subito sapere allo stratego che Demostene con le sue divisioni aveva ceduto le armi con l'invito di imitare anch'egli il collega in quella decisione. Nicia, incredulo, pattuisce l'invio di un proprio uomo a cavallo per sincerarsi. Appena il cavaliere fu di ritorno con l'annuncio che effettivamente Demostene s'era arreso, Nicia per voce di un araldo avvisò Gilippo e i Siracusani d'esser disposto, in nome del popolo ateniese, a stipulare un accordo circa il risarcimento di tutte le spese sostenute da Siracusa per la guerra. Poneva la condizione di lasciar via libera alla propria armata. Finché il denaro del rimborso fosse completamente versato, avrebbe offerto cittadini ateniesi in ostaggio, uno per ogni talento. Ma i Siracusani e Gilippo respinsero la proposta. Piombando sugli Ateniesi e accerchiandoli, li tempestarono di proiettili da ogni lato, come avevano fatto con gli altri, fino al tramonto. Anche questi reparti erano mal ridotti per la scarsezza di cibo e di ogni altro genere occorrente. Tuttavia, attesa la pausa notturna, si accingevano a rimettersi in marcia. Cinsero le armi, ma i Siracusani compresero l'intenzione e intonarono il peana. Visto che il tentativo di andarsene inosservati era fallito, gli Ateniesi gettarono di nuovo le armi a terra, tranne un gruppo di circa trecento uomini. Costoro, sfondando il cerchio dei presidi scomparvero nella notte gettandosi per la prima via che poterono.
84. Appena fu l'alba, Nicia scosse l'esercito: ma i Siracusani furono pronti a soffocarli con la medesima tattica, coprendoli di frecce e giavellotti, con tiro incrociato. Gli Ateniesi accelerarono la corsa verso il fiume Assinaro: da una.parte, perché ritenevano che, inchiodati in un cerchio dalle folate aggressive di numerosa cavalleria, e da una folla di altri combattenti, avrebbero forse trovato un po' di tregua riuscendo a passare il fiume; d'altro canto le sofferenze e il bisogno di lenire la sete s'erano acuiti atrocemente. Appena arrivarono all'acqua vi si gettarono rompendo ormai ogni schieramento: ma l'impazienza, diffusa in tutti, di passar primi e la pressione nemica alle spalle inasprirono di attimo in attimo la fatica del guado. Costretti a penetrare alla rinfusa nella corrente si intralciavano a vicenda perfino calpestandosi: ci fu chi s'abbatté di schianto sul proprio giavellotto, o sulla lama delle altre armi, restando ucciso sul colpo; molti altri, imbrogliati dall'armatura scomparvero nei gorghi. Sull'opposta riva del fiume (scoscesa a picco) i Siracusani appostati in alto bersagliavano gli Ateniesi, intenti i più a bere avidamente e incapaci di districarsi l'uno dall'altro nel letto incassato dell'Assinaro. Poi i Peloponnesi, calati dall'argine si diedero a sgozzare tutti quelli che si agitavano nel fiume. In breve l'acqua s'intorbidò e si corruppe, ma non venne meno la frenesia di berne, e più d'uno impugnò le armi contro un compagno, per raggiungere un sorso di quell'acqua dal sapore di fango, ed insieme di sangue.
85. Infine crebbero nel fiume i cadaveri ammucchiati l'uno sull'altro. L'annientamento dell'armata proseguiva, ora lungo il fiume, ora per le cariche di cavalleria, pronte a stroncare ogni tentativo di fuga. Finché Nicia si arrese a Gilippo, confidando più in lui che nei Siracusani: lo stratego si consegnava a discrezione a Gilippo e agli Spartani a patto che si interrompesse l'eccidio degli altri suoi uomini. In seguito alla resa, Gilippo comandò di procedere alla cattura dei nemici vivi: tutti quelli rimasti sul posto e che non erano stati nascosti dai Siracusani (furono frequenti i casi simili) vennero raggruppati e condotti in città. Contro i trecento che nel cuore della notte avevano forzato il blocco delle guarnigioni furono lanciati degli inseguitori che li catturarono. Il numero di uomini presi come prigionieri di stato non risultò eccessivo: elevato invece quello dei militari fatti sparire abusivamente, ad opera di privati. La Sicilia ne fu piena, poiché la loro cattura non era avvenuta, come per quelli di Demostene, sotto la garanzia di un accordo. Non poche furono le vittime: poiché questo fu un massacro sanguinoso, più feroce di qualunque altro accaduto in tutto l'arco del conflitto siciliano. Molti erano caduti anche durante le continue incursioni che senza tregua avevano flagellato le colonne in marcia. Ma non fu piccolo anche il numero degli scampati fuggitivi: chi durante la fase stessa della cattura, chi liberandosi dopo un periodo di schiavitù. Punto di raccolta per questi fuggiaschi era Catania.
86. Serrati i ranghi i Siracusani e gli alleati, dopo aver riunito il maggior numero possibile di prigionieri e la più alta quantità di bottino, si ritirarono in città. Tutti gli Ateniesi e gli alleati presi prigionieri finirono sul fondo delle latomie ritenute il carcere più sicuro. Nicia e Demostene, contro il parere di Gilippo, furono suppliziati. Poiché Gilippo contava di suggellare splendidamente la sua vittoria trascinando a Sparta, con le altre spoglie, anche i membri dell'alto comando nemico. La sorte aveva per di più deciso che l'uno - Demostene - figurasse come il più accanito nemico di Sparta, essendo l'autore del disastro di Pilo, e che l'altro, per un motivo che si ricollegava a quell'evento, vi riscuotesse il più acceso favore. Poiché Nicia si era prodigato a fondo, inducendo gli Ateniesi a trattare la pace, per ottenere la liberazione di quei detenuti spartani. In compenso a Sparta la sua figura era circondata di calda simpatia: e lo stesso Nicia, fidando in questo rapporto di stima, aveva ceduto le armi a Gilippo. Ma, stando almeno alle voci allora in circolazione, un gruppo di Siracusani, preoccupati per essersi compromessi in intese segrete con lui, temevano che sottoposto alla tortura parlasse rovinando loro, con la sua denuncia, il momento più lieto della vittoria; altri, e più insistentemente i Corinzi, nella paura che, ricco com'era, corrompesse con l'oro qualche autorità e fuggendo potesse meditare contro di loro qualche nuovo intralcio, si ostinarono e, indotti gli alleati siracusani, lo fecero condannare a morte. Nicia dunque cadde sotto accuse di questa forza, o molto simili: il più incolpevole tra tutti i Greci, almeno tra quelli del mio tempo, e il meno degno di una così cupa fine, per l'impegno inflessibile riposto nella pratica della virtù, nell'esemplare rispetto della legge.
87. Nelle cave di pietra il trattamento imposto nei primi tempi dai Siracusani fu durissimo: a cielo aperto, stipati in folla tra le pareti a picco di quella cava angusta, in principio i detenuti patirono la sferza del sole bruciante, e della vampa che affannava il respiro. Poi, al contrario, successero le notti autunnali, fredde, che col loro trapasso di clima causavano nuovo sfinimento e più gravi malanni. Per ristrettezza di spazio si vedevano obbligati a soddisfare i propri bisogni in quello stesso fondo di cava: e con i mucchi di cadaveri che crescevano lì presso, gettati alla rinfusa l'uno sull'altro, chi dissanguato dalle piaghe, chi stroncato dagli sbalzi di stagione, chi ucciso da altre simili cause, si diffondeva un puzzo intollerabile. E li affliggeva il tormento della fame e della sete (poiché nei primi otto mesi i Siracusani gettavano loro una cotila d'acqua e due di grano come razione giornaliera a testa). Per concludere, non fu loro concessa tregua da nessuna delle sofferenze cui va incontro gente sepolta in un simile baratro. Per circa settanta giorni penarono in quella calca spaventosa. Poi, escluse le truppe ateniesi, siceliote o italiote che avevano avuto responsabilità diretta nella spedizione, tutti gli altri finirono sul mercato degli schiavi. Il dato preciso sul numero effettivo dei prigionieri è difficile da stabilire con rigore: comunque non fu inferiore a settemila. Questo riuscì l'evento bellico più denso di conseguenze per i Greci, in tutto l'arco della guerra e, almeno secondo il mio giudizio, il più grandioso in assoluto tra i fatti della storia greca registrati dalla tradizione: quello che garantì il maggior trionfo alla potenza vincitrice e inflisse agli sconfitti la ferita più mortale. Disastrose disfatte, su tutti i fronti; tormenti di ogni sorte, acuiti allo spasimo. Fu insomma una distruzione radicale: è proprio questa la parola; e vi scomparve l'esercito, si dissolse la marina, e nulla si riuscì a salvare. E pochi della folla partita un giorno fecero ritorno a casa. Ecco, furono questi gli avvenimenti sul suolo della Sicilia.