41. Fu questo, sostanzialmente, il discorso di Cleone. Dopo di lui si presentò al palco Diodoto, figlio di Eucrate, colui che anche nella precedente seduta si era opposto alla decisione di sterminare i Mitilenesi, ed esordì con queste parole:
42. "Io non critico chi ha proposto di riaprire il dibattito sulla determinazione relativa a Mitilene, e non elogio chi risentito avvisa di non insistere con una revisione assidua dei propositi già sanciti, quando s'agiti una materia di capitale rilievo. Sono due, a mio giudizio i più nocivi intralci a una riflessione prudente: la furia e l'impeto cieco, tra cui di regola la prima si fonde con la follia, mentre l'altro è espressione di uno spirito incolto e grezzo. E chi promuove contro i discorsi una campagna per rendere palese che i concreti casi della vita non ne possono essere rischiarati e diretti, o è di mente grossa o dà la caccia a qualche personale profitto. Poiché è tardo, se ha fede in qualche diverso strumento che interpreti il futuro, velato da incognite; o persegue un interesse privato se, desideroso d'imporre un suo obliquo disegno, non si stima pronto a sufficienza nell'arte oratoria per raccomandare quel suo ignobile proposito, ma abbastanza provvisto di calunnie da ridurre a un intimidito silenzio gli interlocutori e il pubblico. Ma infliggono il più grave danno proprio quelli che, ostili a un oratore, ne precorrono l'intervento insinuando l'accusa che s'è lasciato affascinare dall'oro e per questo si dispone a far pompa d'abilità retorica. Onde, se gli si fosse fatto carico di pura incompetenza, nel caso che il suo consiglio non prevalga, l'oratore si ritirerebbe imprimendo nella coscienza dell'uditorio la sensazione di esser poco illuminato, più che corrotto. Ma quando si solleva un'accusa di ladra e venale condotta, l'ombra del sospetto calerà sempre ad offuscare il suo trionfo; se poi fallisce, graverà sempre su di lui la censura duplice d'inettitudine e d'immortalità. Funesta regola per gli affari dello stato, quando il timore annienta chi avrebbe mente e cuore per fornire assennati pareri. Sarebbe anzi ingente l'utile per la città se fosse tolto a quegli altri individui il diritto alla parola: diverrebbe assai meno frequente la seduzione dell'errore. È dovere del cittadino onesto ottenere limpida la palma della eloquenza non costringendo minaccioso l'avversario a smarrirsi, ma affrontandolo in equa contesa. Così in uno stato retto dalla ragione, non si persisterà nell'ammontare allori su chi in svariate circostanze s'è mostrato consigliere ottimo, né a sminuire la stima che già lo circonda. Ci si asterrà non solo dal trattare troppo duramente chi riveli scarso acume, ma anche dall'accantonarlo con sprezzo. Poiché è questo il più fidato espediente per ottenere che l'eloquenza di chi già poggia sul pubblico favore non aspiri avida a più elevati premi, calpestando i propri principi etici e blandendo la folla; e per distogliere chi ha colto meno vivo successo dal l'impulso, dettato dall'identica frenesia di plauso, d'illudere il popolo.
43. "Da noi vige un contegno nettamente opposto; per giunta, se pesa su un oratore il dubbio che, sebbene spinto dalla speranza di un personale guadagno, pure esprima i più utili consigli, ostili, per quel sospetto non assodato di disonestà, sottraiamo allo stato un sostegno ch'era invece evidente e sicuro. È ormai invalsa quest'attitudine: di accogliere consigli espressi con genuina prontezza, con diffidenza non meno acuta di quelli immorali, al punto che non può differire la tecnica di persuasione di chi si propone con artificiose lusinghe di incatenare la moltitudine ai più rischiosi e sventati disegni, e di chi, invece, ha in serbo la sua buona politica da suggerire: che deve però ammantare di menzogne, se vuole che riscuota fiducia. Questa città è unica per impedire a chiunque di svolgere in trasparenza il suo compito di cittadino valente, senza ricorso all'inganno: e lo dobbiamo a tante sottigliezze d'ingegno! Chi indica una direttiva politica indubbiamente proficua ne trae in cambio una gelosia sorda convinta che si serva di quello come di un sotterfugio losco per impinguarsi in privato. Ora però dovete convincervi che nelle questioni di sommo interesse, come l'affare presente di Mitilene, il raggio della nostra visuale politica, di noi oratori, spazia un po' più ampio del vostro, che avete poco agio per coltivare questi problemi, considerando in primo piano che noi rispondiamo personalmente dei propositi che vi veniamo suggerendo e dei loro effetti, mentre voi, nell'ascoltarli, non ne condividete la responsabilità. Vi spronerebbe a più cauti giudizi un'ipotetica identità di conseguenze penali tra chi propone e chi accoglie un progetto. In caso di fallimento, si verifica invece, nell'improvviso avvampare di collera, che incriminiate, come unica colpevole la volontà di chi vi indusse a quell'impresa, e non il complesso dei vostri voleri, che, seppure molteplici, si trovarono associati nell'errore.
44. "Sono salito a questo palco, ma non mi animano spirito di contraddizione nei riguardi di chi ha già espresso la sua idea sui Mitilenesi, né la volontà d'accusarlo. In questo problema, l'unico equilibrato e proficuo dibattito deve vertere non sull'illegalità del loro atteggiamento, ma sulla saggezza delle misure adottate nei loro confronti. Supponiamo che vi dimostri l'enormità del loro delitto: non proclamerò per questo che debbano morire, se ciò non corrisponde all'utile pubblico. Se vi chiarirò che non mancano motivi d'indulgenza, ebbene non mi vedrete insistere perché sian salve le loro vite, se ciò non risulti, fuor di dubbio, un profitto per la città. A mio giudizio, la nostra decisione avrà più tangibile influsso sul futuro che sul presente. Al concetto basilare più volte ribadito da Cleone, che postula per noi, in avvenire, il vantaggio di un netto calo nei casi di defezione se manteniamo il partito della pena capitale, opporrò anch'io, non meno sollecito del nostro futuro benessere, i miei personali principi, assolutamente opposti. Voglio sperare che la scintillante vernice della sua dialettica non v'induca a respingere la solida convenienza della mia proposta. Il suo argomentare, che ricorre più palesemente ai puntelli dell'evidenza giuridica, potrebbe forse, sfruttando la sua sintonia con il rancore che ora v'accende contro Mitilene, carpire con l'illusione la vostra compiacenza. Ma questo non è un procedimento penale a loro carico, che esigerebbe rigore giuridico, ma una discussione sul loro destino futuro, con l'attenzione fissa all'utile che ne sapremo ricavare.
45. "Orbene, nelle città la pena capitale è decretata per molti crimini, di gravità non solo pari a quello di costoro, ma perfino inferiore. Tuttavia, nell'eccitazione della speranza, gli uomini si gettano allo sbaraglio e nessuno finora ha abbracciato un'impresa pericolosa senza essere convinto d'uscirne incolume. Quale città dunque che si ribella ha mai affrontato il rischio munita di preparativi propri, o richiesti ad alleanze esterne se li prevedeva inadeguati all'immensità del pericolo? L'errore è naturale eredità degli individui e degli organismi pubblici, e non vige norma che valga a distoglierli da esso, come rivela l'esperienza degli uomini che si sono studiati d'applicare, via via aggravandola, l'intera gamma delle pene, tentando un riparo ai ripetuti assalti dei disonesti. Tutto lascia quindi credere che, nei tempi antichi, alle colpe più gravi si contrapponessero misure punitive più miti di quelle moderne. Ma, trascorrendo gli anni, all'infittirsi delle trasgressioni corrispose un graduale confluire di molte pene in quella di morte: eppure anch'essa risulta un argine insufficiente. Quindi, occorre escogitare una minaccia più terribile di questa o almeno convenire che il supplizio sommario non può più fungere da freno realmente efficace, mentre ora la miseria con la stretta del bisogno induce al passo temerario, ora l'ampiezza di sostanze, indulgendo agli stimoli di un orgoglio intemperante, alimenta la brama dell'acquisto, o in contingenze ancora diverse: sempre, quando nel cuore umano si sfrena la tempesta d'una passione, che incatenandolo all'impero della sua energia possente lo proietta a saggiare ogni prova, a godere ogni conquista. Su tutto, il dominio della speranza e del desiderio: questo di guida, quella di scorta; l'uno fantastica e stilla i particolari del colpo, l'altra riscalda con la suggestione di una lieta fortuna: onde perdite incalcolabili. Il loro occulto potere è più terribile dei pericoli concreti. Ai loro impulsi si fonde spesso, non meno vigoroso, quello del caso a sconvolgere l'animo umano: poiché talvolta crea dal nulla insospettate condizioni che esaltano alla sfida temeraria, quando, invece, le proprie facoltà precarie rammenterebbero la cautela. Destino che tocca in particolare le città: soprattutto in quanto son posti in campo i valori più nobili: la libertà e la signoria sul mondo; poi perché il sentirsi vivo membro di una collettività cittadina ispira a ciascuno un'eccessiva, irrazionale coscienza delle proprie forze. È semplicemente impossibile, anzi assai ingenuo, ritenere che la legge, o qualunque altra tremenda costrizione possa ergersi, invalicabile baluardo, a infrangere il potente impeto della natura umana, quando arde nel volo d'una conquista.
46. "Ebbene, la pena di morte non offre garanzie sicure: non poniamola a fidato fondamento di una disastrosa decisione e per soffocare nei ribelli ogni speranza di poter mostrare che son cambiati, che in tempo brevissimo laveranno la colpa. Riflettete su questo aspetto: fino ad ora, se una città in rivolta comprende di non avere scampo, presumibilmente scende a trattare quando dispone ancora di sostanze sufficienti a rifondere le spese militari e a versare, in avvenire un tributo. Ma se applicate quella disposizione, quale città non intensificherà gli sforzi per prepararsi in modo più completo, quale non trascinerà l'assedio fino all'estremo respiro, se una resa sollecita o protratta conseguiranno lo stesso fatale risultato? Non è per noi una rovina gettar denaro in un assedio interminabile, poiché all'accordo non si verrà mai? E, in caso di successo, occupare un cumulo di ruderi e perdere l'entrata che la città ci avrebbe assicurato in futuro? Eppure affondano in queste rendite le basi della nostra potenza bellica. Sicché il nostro compito non è qui d'interpretare, a nostro danno, la figura di giudici inflessibili sulla pelle dei colpevoli, ma piuttosto di provvedere, correggendoli con mano severa, ma moderata, al mezzo di ricavare dalle città che dispongono di riserve finanziarie notevoli le necessarie somme di denaro. Dobbiamo prospettarci la necessità di una difesa basata non sull'intransigenza rigida degli articoli di legge, ma su una direttrice politica equa e prudente. Programma puntualmente contrario al nostro attuale: se una città libera, tenuta con la forza in soggezione, aspira con la rivolta alla riconquista della propria indipendenza e noi la schiacciamo sotto il nostro pugno, ci proponiamo subito d'infierire con atroce durezza. Eppure non si deve solo attendere il momento della ribellione per punire con rigore un popolo libero: ma con pari rigore vigilare, prima che si giunga a quello stato, e con una illuminata politica preventiva deviare il pensiero dei sudditi da un simile sogno. E quando il tumulto è sedato con la forza, occorre perseguire i colpevoli nell'ambito più possibile ristretto di persone.
47. "E dovete riflettere all'entità del vostro errore, se cedete al consiglio di Cleone, anche sotto questa prospettiva. Attualmente il popolo, in ogni città, guarda a voi con favore, non concede il suo appoggio quando il partito aristocratico organizza una sedizione o, se è costretto con la forza, si schiera subito ostile contro i ribelli. Per cui voi, fin dall'inizio della guerra di repressione potete contare, all'interno della città in rivolta, su un alleato: il suo stesso popolo. Se annienterete invece la parte democratica di Mitilene, che non condivide la responsabilità del moto insurrezionale, anzi vi ha consegnato di libera elezione la città, appena ha avuto in pugno la situazione militare al suo interno, vi macchierete prima di un'ingiustizia massacrando chi ha ben meritato di voi, poi di un errore politico, stabilendo un precedente che risponde in pieno alle aspirazioni dei partiti aristocratici. Sovvertiranno nelle loro città lo stato politico a vostro sfavore e saranno senz'altro forti del sostegno popolare, poiché voi avrete additato allo sguardo del mondo, con un chiaro esempio, che una punizione uniforme incombe sui colpevoli e sugli innocenti. Ora è necessario, anche se il partito democratico avesse compiuto un effettivo reato, fingere di ignorarlo, per non vedervi rivolta contro quell'unica forza che vi rimane amica. Per mantenere saldo nelle nostre mani l'impero considero molto più utile subire di buon volere questo torto, che applicare rigidi i precetti giuridici e distruggere chi bisogna conservare in vita. Traspare limpida l'incoerenza della tesi di Cleone, che cioè in quell'unico atto, il castigo estremo per Mitilene, confluiscono il giusto e l'utile politico.
48. "Convenite su questo, che è il proposito migliore: senza scendere a patti con la pietà e la clemenza, suggestioni cui anche al mio cuore vieto l'accesso. Vi ho illuminato su motivi concreti, fateli vostri e seguitemi; giudicate con serenità l'imputazione che grava sui Mitilenesi inviati da Pachete: lasciate vivere gli altri. Questo è il partito proficuo per l'avvenire, e fin d'ora fonte d'apprensione per i nemici. Giacché chi delibera con ponderatezza ha più potere sugli avversari di chi si affida a una politica grezza e violenta, senza il lume della riflessione."
49. Così, in sostanza, parlò Diodoto. Dopo l'esposizione di questi due contrapposti consigli, che si equilibravano quasi in vigore espressivo, gli Ateniesi, nonostante ciò, si divisero in una decisione contrastata; il risultato del voto per alzata di mano non espresse una maggioranza assoluta: pure prevalse il partito di Diodoto. Messa subito in mare una seconda trireme, la fecero salpare con l'ordine di procedere a tutta forza, per non lasciarsi prevenire dall'altra, già in viaggio, e trovare, in luogo della città, un ammasso di rovine. La prima nave viaggiava con un vantaggio calcolabile a circa un giorno e una notte. Gli ambasciatori di Mitilene avevano provvisto il vascello di vino e farina e promesso ricchi doni all'equipaggio, se avesse raggiunto la precedente trireme. Così il ritmo impresso alla navigazione fu tanto celere che non s'interrompeva la voga neppure per mangiare, limitando il pasto a farina intrisa d'olio e di vino, e mentre gli uni prendevano sonno gli altri continuavano a remare. Per buona sorte non si alzò vento contrario e poiché la nave in vantaggio procedeva stancamente, per adempiere a un comando orribile, mentre l'altra accelerava con tale impeto, la prima ebbe appena il tempo di giungere da Pachete, costui di leggere la disposizione e d'accingersi a farla eseguire che comparve nel porto il legno inseguitore è vietò lo sterminio. Per tanto poco Mitilene era sfuggita a un rischio mortale.
50. Gli Ateniesi, come aveva proposto Cleone, giustiziarono tutti gli altri uomini di Mitilene che Pachete aveva spedito prigionieri e che dovevano render conto, come principali promotori, della sommossa (il loro numero superava di poco i mille). Le mura di Mitilene furono atterrate e le sue navi requisite. In seguito, ai Lesbi non fu imposto un tributo: il loro territorio, tranne quello di Metimna fu diviso in tremila lotti. Trecento vennero consacrati agli dei, gli altri distribuiti a cleruchi che li avevano tratti a sorte, e che vi furono inviati. I Lesbi coltivavano essi stessi la terra, versando ai cleruchi la quota annuale di due mine per ciascun lotto. Anche le cittadine del continente, sulle quali i Mitilenesi esercitavano la propria ingerenza, subirono l'occupazione ateniese, cui rimasero per molto tempo soggette. Si svolsero in questo modo gli eventi a Lesbo.
51. Trascorreva la stessa estate quando, poco dopo la presa di Lesbo, gli Ateniesi compirono una spedizione contro Minoa, un'isola situata di fronte a Megara, agli ordini dello stratego Nicia, figlio di Nicerato. I Megaresi vi avevano eretto un torrione e se ne servivano come punto di forza per la propria difesa. Nicia si proponeva di costituire nell'isola una base d'osservazione proiettata verso il nemico, ma più vicina ad Atene che il forte Budoro o Salamina. Principale obiettivo: impedire ai Peloponnesi di muovere da quella base per attacchi di sorpresa con le triremi, come era già avvenuto, o di ospitarvi pirati, da lanciare in scorrerie improvvise; inoltre bloccare Megara dal mare. Con un attacco dal mare, impiegando macchine da guerra, Nicia incominciò ad occupare due torri che dalla spiaggia dell'isola orientata verso Nisea si protendevano in acqua. Sgombrato così il transito tra la terraferma e l'isola, eresse un muro di protezione anche sulla costa che guarda il continente, in corrispondenza di un tratto in cui un ponte teso su un bassofondo consentiva il passaggio rapido di truppe dalla terraferma all'isola: la distanza da percorrere non era rilevante. L'esecuzione del piano occupò pochi giorni: inoltre fece elevare nell'isola una fortezza, che lasciò munita di un potente presidio, e ricondusse in patria il resto dell'esercito.
52. All'incirca a quest'epoca dell'estate anche i Plateesi, affranti dalla scarsità di provvigioni e non più in forze per sostenere l'assedio cedettero ai Peloponnesi in queste circostanze. A un attacco nemico che investiva le mura la replica dall'interno fu molto debole. Il comandante spartano si rese conto della loro impotenza. Tuttavia non si lasciò attrarre a un'occupazione violenta (l'ordine di Sparta era preciso: se si fossero varate trattative di pace con Atene era probabile che l'eventuale accordo contemplasse la restituzione reciproca delle piazzeforti occupate durante il conflitto: ebbene, la cessione di Platea non sarebbe stata compresa, se si poteva produrre la circostanza che la consegna della città era stata completamente spontanea). Preferì mandar loro un araldo con questo abbozzo di accordo: se esisteva da parte loro la volontà libera di affidare la propria città nelle mani di Sparta e di accoglierne serenamente il giudizio, i soli colpevoli sarebbero stati puniti, a nessuno sarebbe stato inflitto un procedimento illegale. Così si espresse l'araldo: la debolezza, lo sfinimento indussero gli assediati a consegnare la città. Per pochi giorni, i Peloponnesi passarono a quelli di Platea il cibo necessario. Si attendevano i giudici da Sparta, che giunsero infine, in numero di cinque. Al loro arrivo, non fecero carico ai Plateesi di nessuna accusa particolare solo porgevano loro, dopo averli convocati a processo, quest'unica domanda: se nel corso del presente conflitto potessero vantare qualche beneficio reso a Sparta o ai suoi alleati. Gli interrogati a loro volta risposero con la richiesta di articolare la propria difesa in una replica più ampia, delegando a rappresentarli Astimaco, figlio di Asopolao e Lacone, figlio di Aemnesto, prosseno degli Spartani. Comparvero e così parlarono:
53. "La consegna della nostra città nelle vostre mani, uomini di Sparta, è scaturita da un atto di fiducia in voi, dalla speranza di non dover umiliare la nostra fronte a codesto processo, di godere la garanzia di una procedura più regolare. Non avremmo mai accolto di provarci nella difesa, in cui siamo ora in effetti impegnati di fronte ad altri giudici che voi, convinti di non poter incontrare altrove un trattamento più equo. Ma c'invade ora lo spavento che entrambe queste speranze fossero illusioni; e il giustificato sospetto che su questa causa incomba lo spettro di un esito fatale, mentre voi rivelerete uno spirito non retto dall'equilibrio. Due indizi, purtroppo, ci confermano in questo dubbio: il vostro rifiuto d'avviare il dibattito su uno specifico capo d'accusa che esiga una replica concreta (noi stessi abbiamo reclamato la parola, per chiarire il nostro contegno) e, soprattutto, quel vostro nervoso quesito, cui una risposta sincera si ritorcerebbe a nostro danno, e una menzogna offrirebbe il fianco a una secca e pronta smentita. Condizione critica, la nostra: un vicolo cieco. Vi siamo bloccati ma non riteniamo sicuro esporci a un passo così rischioso senza rendere in precedenza noto quanto abbiamo da dire. Nel nostro stato, ci si potrebbe in seguito rinfacciare che quel discorso taciuto, se l'avessimo espresso, ci avrebbe forse assicurato la salvezza. Ma, oltre a tutto, la speranza di persuadervi è fioca, le difficoltà gravissime: poiché se ci fossimo a vicenda ignoti, potremmo tentare di sostenerci adducendo testimonianze e prove, per illuminarvi. Ma nulla di ciò che sarà qui esposto vi coglierà impreparati. Perciò ci angoscia un dubbio: che siate prevenuti contro di noi, non nel senso che, valutando i nostri meriti inferiori ai vostri, ci addossiate a colpa questa circostanza; ma che il vostro desiderio di rendere ad altri un grato servizio ci abbia già destinato, fin d'ora a un decreto di condanna.
54. "Producendo le fondate ragioni di dissidio che ci oppongono ai Tebani a voi e agli altri Greci, non rinunceremo a ravvivare la memoria dei benefici da noi operati, e ci impegneremo a convincervi. Incisiva domanda, la vostra: se possediamo il credito di un'opera fatta a vostro utile, o degli alleati di Sparta, in questi anni di guerra. Ecco la nostra replica: se ci interrogate convinti che siamo nemici non fu oltraggio il nostro ai diritti che vi spettano, se il rapporto con voi non ha compreso atti d'amicizia. Voi, piuttosto, siete in colpa, se ci stimate amici: perché infatti ci muovereste guerra? In tempo di pace e durante la lotta contro i Persiani il nostro onore è stato sempre esente da macchie. L'iniziativa non è nostra, ora, d'infrangere lo stato di pace, mentre in quel tempo, soli tra i Beoti, unimmo il nostro sforzo al vostro per la libertà di Grecia. S'era gente di terra: ma ciò non ci ha dissuaso a batterci con le navi all'Artemisio. E lo scontro che s'è deciso qui, alle nostre porte, ci ha visto pronti al fianco dei vostri soldati e di Pausania. Ogni altra pericolosa azione, cui i Greci hanno posto mano in quell'epoca ci ha sempre trovato presenti e attivi: perfino oltre le nostre possibilità. E soprattutto a voi, cittadini di Sparta, quando calò cupo sulla città l'incubo che gli Iloti raccolti, dopo il terremoto, ad Itome, tramassero la ribellione, rendemmo un servizio particolare: l'invio di un terzo dei nostri cittadini, a rinforzo. Come potete dimenticarvene?
55. "Sono questi i principi a cui, di proposito abbiamo informato la nostra politica negli istanti cruciali della nostra storia antica. Con voi siamo venuti in urto più tardi. Dovete risponderne voi poiché quando Tebe ha preteso di piegarci con la forza e siamo ricorsi a voi con una richiesta d'alleanza, d'aiuto, non ci avete aperto le porte, degnandoci solo di un consiglio: d'interpellare gli Ateniesi, in quanto nostri vicini. Vi faceva ostacolo la lontananza del vostro paese. Eppure, in questa guerra, nessun colpo di mano ai vostri danni è stato da noi tentato: né in futuro ci saremmo risolti in questo senso. Se non abbiamo dato corso alla vostra ingiunzione di staccarci da Atene, non siamo noi dalla parte del torto. Poiché quelli hanno appoggiato la nostra lotta contro i Tebani quando voi mettevate in campo pretesti per sottrarvi all'impegno. Tradirli ora sarebbe stata una azione ignobile, in particolare perché dopo averne ricevuto un aiuto eravamo stati noi stessi a richiedere d'essere accolti come alleati e in più, ci avevano associato alla loro cittadinanza. Significava dunque un impegno d'onore per noi eseguire le loro istruzioni con entusiasmo. In quanto ai comandi che, su un fronte e su quello avverso, imponete agli alleati, a voi stati guida che ne avete l'autorità compete di rispondere dei vostri obiettivi immorali, non a chi è tenuto ad eseguirli, se mai qualche disonesta azione ha compiuto.
56. "Molti e diversi abusi i Tebani già ci hanno costretti a patire: dell'ultimo avete una personale esperienza. Si deve ad esso il nostro stato penoso. Un attacco proditorio per occupare la città, mentre vigeva la pace e per giunta si celebravano le solennità mensili: certo dovevamo com'era nostro diritto, vendicarci, applicando la legge universalmente accolta: ch'è dovere degno di religioso rispetto respingere ogni aggressore. Ora viola ogni sentimento di giustizia il colpo che a loro causa ci viene inferto. Se assumerete a metro di giudizio il vostro momentaneo interesse e lo slancio ostile di costoro, non vi rivelerete arbitri autenticamente imparziali di ciò che è giusto, ma legati piuttosto al proprio utile. Anche se nell'attuale momento storico, a vostro avviso, costoro vi arrecano un più cospicuo vantaggio più vi servimmo noi e gli altri Greci quando per voi il rischio aveva assunto tinte assai più fosche. Ora, quando vi muovete in armi, sollevate in chiunque il terrore, ma in quel frangente, quando lo straniero si preparava a piegare ogni popolo sotto il proprio giogo, costoro si schierarono al suo fianco. Contrapponete sulla bilancia della giustizia la nostra colpa attuale, se mai colpa fu commessa, e l'audacia che sfolgorò in quell'ora: non scoprirete solo che questa soverchia quella, ma che brillò in momenti nei quali era sempre più raro trovare Greci disposti a contrapporre sul campo il proprio eroismo alla potenza di Serse. Nobili epoche, quando la gloria illustrava coloro che dimenticando il proprio benessere, la propria sicurezza non ricusavano di battersi contro il dilagare dello straniero, ma con spontaneo impeto abbracciavano da prodi ogni rischio e conquistavano eletto onore. Noi fummo di quelli, ed esaltati un tempo al cielo siamo ora ridotti a tremare per l'angoscia che ci opprime, a un soffio dallo sterminio: poiché abbiamo giurato e tenuto fede ai nostri principi appellandoci agli Ateniesi come comandava la giustizia, non a voi come suggeriva il guadagno. Eppure bisogna che voi mostriate costante la misura del vostro giudizio su azioni identiche e non scorgiate il vostro vantaggio in un rapporto politico con gli alleati che si dimostrano prodi diverso da quello che, ispirandosi a un sentimento tenace di gratitudine per il loro ardore, può forse anche nelle circostanze presenti, imporsi a voi come certa fonte di profitto.
57. "Riflettete alla vostra riconosciuta posizione nel nostro tempo: il mondo greco s'illumina da voi, come da un faro d'integrità politica. E se una condanna che calpesta ogni diritto suggellerà il nostro processo (il cui esito percorrerà tutte le strade e le piazze di Grecia, poiché la vostra, giudici, è vasta fama e la nostra stima non è da sottovalutare) procurate che una così sconfinata platea non rifiuti come ripugnante il vostro giudizio: la sentenza emessa sul destino di uomini valorosi, da voi giudici, uomini di ancor più scelto valore, né vi colpisca il biasimo per aver consacrato le nostre spoglie in ringraziamento nei templi onorati dalla pietà comune di tutta la Grecia, di cui fummo un tempo i benefattori. Raccapriccio e sdegno susciterà la devastazione di Platea ad opera di soldati spartani. Un brivido trascorrerà la Grecia: poiché i vostri padri incisero sul tripode di Delfi il nome di questa città, in ricordo del suo atto eroico, e voi estirpate dal suolo greco perfino le sue case, per un favore a Tebe. Doloroso stato, in cui siamo piombati! noi che al tempo del trionfo persiano subimmo la distruzione della città e che ora ci vediamo scadere nella vostra stima, prima così calda di amichevoli sentimenti, a un livello più basso dei Tebani. Abbiamo patito le due prove più angosciose: prima il rischio di morire di fame, se non cedevamo la città, ora di esporre la nostra vita a una sentenza di morte. Noi di Platea respinti da tutti, noi che ci battemmo fino all'estremo respiro oltre le nostre forze, per proteggere la vita dei Greci, isolati, privi d'appoggio! Nessuno degli antichi compagni ci sostiene e voi, Spartani, l'unica nostra speranza, ci fate fremere nel dubbio che la vostra retta lealtà s'incrini.
58. "Eppure ci sorregge almeno la forza di pretendere, in nome degli dei che scesero in campo al nostro fianco in quelle lotte e dell'audacia che dispiegammo in difesa della Grecia, che vi pieghiate, che mutiate animo se i Tebani vi hanno strappato qualche promessa. Reclamate a vostra volta un dono: risparmiare un popolo il cui sterminio offuscherebbe per sempre il vostro onore; procurarvi una riconoscenza onesta, non infame e insieme respingere il guadagno di una trista fama per un atto di compiacenza in beneficio d'altri. Poiché stroncare le nostre vite è impresa di un attimo, ma a che alto prezzo di paziente fatica cancellerete dal mondo la memoria di questo orrore? La vostra non sarà una legittima rappresaglia contro una gente ostile, ma annienterete un popolo amico, costretto dal destino a impugnare le armi contro di voi. Sicché assicurandoci salva la vita, emetterete un verdetto in armonia con la volontà divina. Considerate il nostro spontaneo atto di resa, e che ci avete accolto mentre, nel gesto dei supplici, vi tendevamo le braccia (è viva nel mondo greco la legge di non uccidere chi supplica in questo modo) e che da sempre ci siamo resi benemeriti nei vostri confronti. Rivolgete lo sguardo ai sepolcri dei vostri padri che caddero sotto i colpi persiani e riposano nella nostra terra. Noi li veneravamo con annuali celebrazioni, onorati da pubbliche offerte di vesti e di altri oggetti votivi in accordo ai dettami della pietà religiosa. Dedicavamo loro le primizie scelte da ogni prodotto germogliato dal nostro suolo, tributo commosso di un paese fratello, di alleati ai loro compagni d'arme di un tempo. Sentimenti in dissonanza con il vostro contegno, se emetterete una sentenza iniqua. Riflettete: Pausania sceglieva questo suolo, sapendolo amico, per seppellire quei prodi, presso un popolo di cui gli era noto il leale fervore. Se voi ci massacrate e fate della nostra terra una regione tebana, non otterrete null'altro che d'abbandonare in territorio nemico, in mano ai loro uccisori, i vostri padri e congiunti, privi di quelle offerte, di quegli onori che ora ricevono. Inoltre umilierete nella schiavitù quel paese che vide l'aurora della libertà greca. Lascerete deserti i sacri templi, ove si levò la supplica di quegli eroi che infransero lo slancio barbaro, e che con i sacrifici solenni tramandati dagli avi, languiranno in abbandono, privi di chi li volle un tempo, a loro ricordo, istituire e fondare.
59. "Non rifulgerà certo più nitida, Spartani, la vostra gloria da questo attentato alle istituzioni universalmente onorate nel mondo greco e alla memoria dei vostri avi, dal proposito ormai chiaro d'annientare noi, vostri benemeriti, innocenti di qualsiasi colpa, vittime di un sentimento d'odio che, sbocciato in altri, trasse forza dalla vostra simpatia indulgente. Vi sarà d'onore, invece, serbarci il dono della vita, spezzando il rigore delle vostre decisioni e trattandoci con equilibrata misericordia. Considerate non solo la crudeltà della pena che infliggerete; ma anche quali uomini siamo noi, che la subiremo. Vana e imprevedibile la sventura che può fatalmente toccare chiunque, sebbene puro dalla minima colpa! In armonia con il nostro stato e l'urgenza estrema che ci incalza, vi invochiamo supplicando gli dei che la pietà panellenica onora con gli stessi sacrifici rituali, dateci ascolto: ci appelliamo ai giuramenti che i vostri antenati hanno sancito e che non devono affondare nell'indifferenza. Abbracciamo in preghiera i sepolcri dei padri, chiediamo fervidi ai loro spiriti di non farci soggiacere al pugno tebano, di vietare che noi, i loro fautori più leali, siamo dati in consegna ai loro più accaniti nemici. Riluce ancora nella memoria quel giorno in cui riunimmo sul campo le armi per un'impresa insigne, mentre ora ci sovrasta il rischio dell'estremo supplizio. Giunti a quest'ora fatale, chiudiamo la nostra difesa: attimo spinoso e orrendo che precede di un soffio il triste culmine del martirio. Ma alle nostre parole si consenta il suggello di una suprema protesta: non ai Tebani abbiamo ceduto la città (avremmo mille volte scelto di perire di fame, la fine più dolorosa, prima di ridurci a questo segno). Ci consegnammo nelle vostre inani, colmi di fiducia Quindi, se il nostro discorso non vale a piegarvi, è giusto che ci concediate il ritorno allo stato precedente e la facoltà di provarci con le nostre forze contro gli scogli che il destino ha in serbo per noi. Infine, vi imploriamo a un tempo, Spartani, a non rimettere con le vostre mani noi, i Plateesi che con sì caldo impeto si adoperarono per la Grecia, in potere degli uomini di Tebe, che ci hanno giurato odio perenne. Non privateci della vostra protezione leale, alla cui ombra ci ricoverammo supplicando: salvateci, e mentre compite l'opera di redenzione per tutte le genti di Grecia, non mostrate la volontà d'annientarci."
60. Così, in sostanza, si espressero i Plateesi. I Tebani temendo che i giudici di Sparta, commossi da quel discorso, indulgessero a qualche favore si presentarono e resero noto il loro desiderio di parlare. Poiché anche ai loro avversari era stato concesso un intervento molto più ampio e articolato di quanto richiedesse la risposta a quella domanda: circostanza che, confessarono, li aveva amaramente sorpresi. La richiesta fu approvata dai giudici e i Tebani così parlarono:
61. "Non avremmo mai chiesto la facoltà di pronunciare questo discorso, se anche costoro si fossero tenuti nei limiti di una stringata replica alla domanda rivolta, senza attaccarci con una tempesta d'accuse e senza elevarsi a riparo quel baluardo imponente di parole, che non solo si protende oltre i confini delle questioni in causa, a difesa di illusorie calunnie, sogni di visionari, ma si erge a monumento di una gloria che nessuno qui si è mai proposto di trascinare nel fango. Ora è nostro primo compito ribattere alle loro querele, poi sottoporre i loro punti a una critica severa, ristabilendo un equilibrato rapporto di valori, che vi consentirà un più preciso e fondato giudizio, quando sarà loro sottratto il duplice argomento in cui più confidano: la nostra supposta immoralità e il loro prestigio. Ecco l'origine dei nostri dissensi. Quando colonizzammo, ultima località della Boezia, Platea e con essa altri centri vicini che avevamo occupato dopo averne espulse le genti di varia stirpe che vi dimoravano, costoro pretesero di non adeguarsi ai principi, in precedenza fissati e imposti, del nostro governo egemonico. Spiccarono subito tra gli altri Beoti per la loro passione di calpestare le tradizioni patrie, finché si risolsero a chiedere l'appoggio politico agli Ateniesi: troppo li molestava il peso dei nostri comandi. Un sodalizio da cui nacque una serie infinita di colpi inferti e puntualmente ricambiati.
62. "Poi lo straniero piombò in armi sulla Grecia. Ecco il loro vanto: unici tra i Beoti a non parteggiare per la Persia! Un gesto illustre che hanno perennemente sulle labbra; uno strale sanguinoso per trafiggerci in ogni occasione. Ebbene, è questa la nostra critica: rifiutarono l'appoggio ai Persiani perché l'aveva rifiutato Atene; un assunto politico analogo a quello per cui si diedero, soli tra i Beoti, anima e corpo agli Ateniesi, quando in seguito costoro si accinsero alla conquista della Grecia. Vi sono anche da valutare le rispettive condizioni in cui si svilupparono le nostre opposte linee politiche. L'ordine interno del nostro stato non si reggeva allora sui principi dell'oligarchia legalitaria né del potere popolare. Al vertice della città operava una coalizione ristrettissima di individui: una forma di governo, come si vede, illegale ed assurda, sconfinante nella tirannide. Costoro auspicavano il trionfo persiano nella speranza di consolidare tra le proprie mani l'autorità assoluta di cui già godevano. Così spalancarono le porte invocando l'intervento straniero, e soffocando a forza la più genuina volontà popolare. Ogni diversa alternativa politica era preclusa ai nostri concittadini, che abbassarono il capo di fronte a una forza che non riconosceva nessun argine legale nell'imporre azioni e scelte, di cui è quindi ingiusto addossare loro la responsabilità e lo sdegno. Ma quando i barbari si ritirarono la nostra città impugnò il potere, reggendo liberamente se stessa. Ora esigiamo il vostro attento ricordo: di quando, poco dopo, gli Ateniesi decretarono la soggezione dell'intera Grecia cominciando a varcare i confini del nostro paese per asservirlo e, in pratica, dominandone già la parte più estesa, con l'astuto gioco di volgere a proprio frutto le lotte civili in ogni città. Non fummo noi allora in campo a Coronea? a batterci e a trionfare per la libertà della Beozia? non è generoso ora il nostro impeto nello sforzo comune di liberazione, il nostro impegno bellico nella fornitura di cavalli e di armamenti, superiore a ogni altro alleato?
63. "Sono questi gli argomenti a nostra discolpa, per respingere l'accusa di aver parteggiato per i Persiani; ci proponiamo ora di mettere in cruda luce i torti di cui voi vi siete resi responsabili, ai danni dei Greci e che dunque siete assai più di noi meritevoli di ogni castigo. La necessità di opporre una difesa a noi, come dite, vi ha suggerito di farvi alleati e concittadini di Atene. Dunque, bisognava sollecitarne l'aiuto solo contro di noi, non assecondare le sue iniziative imperialistiche rivolte a soggiogare tutte le altre genti. Avevate la facoltà di ricusare: seppure gli Ateniesi sforzarono mai i vostri liberi sentimenti a qualche impresa indesiderata. Vigeva ancora l'alleanza antica con Sparta, dal tempo della lotta persiana: quell'alleanza che ora vi ritorna sempre alle labbra. Avrebbe costituito sufficiente riparo per voi dalla nostra presunta aggressività: inoltre, vi avrebbe garantito piena indipendenza di scelte politiche. Che è la libertà più ampia. Ma l'ispirazione di abbracciare la causa d'Atene sorse proprio dal vostro spontaneo volere, non da una imposizione. E vi giustificate, affermando che vi avrebbe macchiato d'infamia tradire chi vi aveva reso tanti favori: ora lo scandalo di un marchio più ripugnante lorda il vostro onore, la determinazione, coltivata da tempo, di tradire prima il complesso delle genti greche, cui vi legava un santo patto, che i soli Ateniesi: pronti costoro a premere la Grecia sotto il proprio piede, ansiosi gli altri di goderla libera. Il favore con cui contraccambiaste Atene non è pari a quello ricevuto, né immune da vergogna. Sostenete di averne implorato il sostegno, poiché bersagli di ingiusti colpi: però poi collaboraste ad attuare i loro iniqui intrighi. Eppure è più lieve onta non ricompensare in pari misura i vantaggi ricevuti che impegnare ed esprimere in azioni disoneste la riconoscenza sbocciata da un beneficio richiesto e accolto per una giusta causa.
64. "Il vostro contegno ha significato chiaro il senso recondito della tenacia con cui vi opponevate ai Persiani: non vi premeva il destino dei Greci. Vi guidava la resistenza ateniese e il proposito di accordare i vostri atti ai loro, e di porvi in antagonismo a noi. Quindi ora stimate giusto appellarvi al coraggio che faceste splendere a difesa d'altri. Atteggiamento inaccettabile. Avete preferito Atene: cooperate al suo sforzo fino alla fine. Non producete a riparo il comune giuramento di quell'epoca, pretendendo che vi assicuri una via di salvezza. Poiché foste voi a rinnegare quell'intesa e calpestandola forniste il vostro contributo all'aggressione dispotica contro Egina ed altri popoli collegati a voi da un vincolo giurato, mentre giustizia gridava d'ostacolarla con ogni forza. Non solo non vi siete prestati di cattiva voglia, ma mentre godevate la garanzia di quelle leggi alla cui ombra siete fino ad ora vissuti: nessuno, come noi, vi imponeva una rigida guida politica. Avete respinto l'estremo invito, che vi porgemmo prima di serrarvi d'assedio, a tenervi tranquilli in disparte, senza impugnare il ferro per un fronte o per l'altro. All'infuori di voi, su chi potrebbe più legittimo addensarsi il nembo d'odio che spira dall'intera Grecia? Proprio voi spiegaste il vostro ardimento per guastarla, per piegarla in ginocchio. Così avete ora rivelato che le nobili imprese compiute un tempo, su cui insistete, non furono l'autentico frutto dei vostri sentimenti più fondi. Vi cadde dall'animo la maschera e il fulgore del giorno illumina la fosca genuina natura dei vostri istinti. La perversità degli Ateniesi vi ha tracciato la contorta via che vi siete risolti a seguire. Ci urgeva rilevare questi particolari sulla simpatia per i Persiani, cui noi fummo costretti, e sull'inclinazione per Atene, che germogliò dal vostro spontaneo volere.
65. "Gridate di un'ultima ferita, che vi avremmo inflitto: il nostro proditorio attacco alla città, in periodo di pace e mentre si celebravano le feste mensili. Ma neppure riguardo a quest'accusa ci sentiamo più colpevoli di voi. Se di proposito infatti fossimo comparsi alle vostre porte, assalito in armi e desolato il vostro paese, come truppe ostili, certo saremmo dalla parte del torto. Ma se tra voi i concittadini primi per stato sociale e per nascita ordirono il piano di togliervi da quell'intesa straniera e ricondurvi alle tradizioni antiche in cui tutti i Beoti riconoscono la loro unità e di propria iniziativa ci invitarono, dov'è il nostro oltraggio S'ascriva il crimine a chi trama il complotto, non a chi vi accondiscende. Ma, a nostro giudizio, nessuno ha mancato, né loro, né noi. Erano cittadini al pari di voi esponevano al rischio sostanze e interessi più rilevanti: e aprirono le porte della città alle nostre forze con intenzioni amichevoli, non ostili. Poiché li spingeva il desiderio di impedire alla vile posizione di alcuni fra voi di piombare ancora più in basso e d'assicurare ai migliori lo stato sociale cui aspiravano con pieno diritto. Erano correttori e guide di un'ideologia politica; non pretendevano di fare della città un deserto, privandola delle vostre presenze. Non avevano in proposito di mettervi in urto con qualcuno, anzi d'inserirvi in una più ampia e pacifica sfera d'intese.
66. "Ecco la prova che il nostro atteggiamento non è mai stato ostile: non abbiamo fatto torto a nessuno e ufficialmente abbiamo consigliato a chiunque volesse vivere in un regime ispirato alle antiche tradizioni comuni dei Beoti, di ricorrere a noi. Invita da voi raccolto con entusiasmo, giacché stipulaste una convenzione e, nei primi momenti, non avete assunto iniziative ostili. Ma poco dopo vi siete avvisti che eravamo un piccolo gruppo. Ebbene, pur ammettendo che sulla correttezza cristallina dei nostri metodi si poteva forse avanzare qualche riserva, se scavalcammo la volontà popolare nell'introdurci in città, anche la vostra replica non fu certo da meno, nella sua spietata durezza: siete passati all'attacco, prima di tentare la via delle trattative ragionevoli. Una scoperta violazione dell'accordo: eppure non ci brucia troppo il pensiero dei nostri soldati periti negli scontri (erano pur sempre vittime della legge dettata dalle armi). Ma in quanto agli altri, quelli che tendendovi le mani in catene con la promessa di una futura impunità caddero sotto il vostro sacrilego ferro, come intendete giustificare l'orrore di quei delitti? E voi che in breve arco di tempo avete infranto con triplice crimine l'ordine legale, calpestando l'accordo, massacrando i nostri uomini, illudendoci infine con la malafede di quella promessa di restituirli vivi se avessimo rispettato le vostre campagne; voi, dunque, ardite pretendere che il torto è nostro e vi sentite l'animo leggero, senza la più lieve colpa da scontare! No, se il verdetto di questi giudici scaturirà da retta e ferma coscienza. Espierete uno per uno ogni vostro misfatto.
67. "Abbiamo inteso, cittadini di Sparta, ribadire punto per punto ogni aspetto dei loro reati nel vostro e nel nostro interesse, affinché voi vi convinciate che la vostra sentenza di condanna è improntata a giustizia, e ai nostri occhi brilli, pura e santa, la luce della futura vendetta. Non vi addolcisca la memoria di quei loro remoti atti d'ardimento: se mai li vide la luce del sole. Il valore deve farsi scudo degli offesi contro giustizia: ma schiacciare i furfanti sotto una pena del doppio più grave poiché tradiscono peccando il loro dovere. Non si riparino dietro le loro lagrime, con toni patetici adatti a strappare la compassione, invocando ad alte grida i sepolcri dei vostri padri e gemendo d'essere derelitti. Ribattiamo che sorte ben più dolorosa ha troncato le vite in fiore dei nostri, di cui costoro fecero scempio; giovani i cui padri parte perivano in campo a Coronea per restituirvi la Beozia, parte trascina l'ormai vecchia vita per la propria casa, vivida un tempo di figli, oggi desolata, e leva, con ben più grave diritto, una preghiera diretta a voi: che costoro paghino. Chi piange il colpo di un'immeritata sciagura, ci trovi pure partecipi e commossi: ma chi, scellerato, s'attira una legittima pena, come questi uomini, possa solo scorgere sui nostri volti, il guizzo di una soddisfatta esultanza. Hanno provocato da sé l'isolamento in cui si dibattono: sorse spontanea in loro la decisione di respingere i valorosi alleati. Hanno oltraggiato e negletto i loro obblighi, eppure nessun danno li aveva feriti, da parte nostra. S'ispirarono al rancore, più che alla giustizia e anche ora non lavano il loro peccato con un castigo d'adeguata misura. Poiché subiranno un supplizio schiettamente legale: non, come vanno asserendo, mentre tendono supplici le palme dal campo di battaglia, ma dopo essersi di libera elezione consegnati a subire una legittima sentenza in virtù di un accordo. Soccorrete, Spartani la dignità delle leggi greche, infangata da questi uomini, e memori del nostro slancio generoso concedeteci, a cancellare l'offesa patita, una riconoscenza ispirata ai precetti della giustizia. Che le loro parole non v'inducano a respingerci. Chiarite ai Greci con un esempio memorabile che qui non intendete istituire un torneo oratorio, ma un severo processo alle azioni. Se queste sono nobili, è sufficiente un secco promemoria ad illustrarle; ma se grava la colpa, i discorsi s'agghindano di concetti preziosi e d'eleganti figure, e non sono che miserabili schermi. Ma se le autorità supreme, come voi nel nostro tempo, si concentreranno sul nocciolo delle questioni emanando un verdetto di interesse e validità universale, meno si tenterà in avvenire di ingemmare le imprese indegne con i fregi dell'eloquenza."
68. Furono questi, in sostanza, gli argomenti tebani. I giudici di Sparta ritennero regolare attenersi alla domanda posta in precedenza, riducendosi a chiedere quali benefici, durante questa guerra, avevano ricevuto dai Plateesi. Poiché, come proprio in tempi oramai trascorsi li avevano pregati di mantenersi in pace, in base agli antichi accordi stipulati con Pausania dopo le guerre persiane, così in seguito, prima di bloccarli con l'erezione della cinta di mura, avevano insistito presso di loro con quell'invito alla neutralità, sempre in virtù di quei trattati. Ma Platea l'aveva respinto e gli Spartani si considerarono oltraggiati nei propri onesti e equi proposti e perciò sciolti da ogni patto. Quindi ricominciarono a convocare al proprio cospetto un Plateese per volta e a porgli, invariata, la domanda: se durante il conflitto avesse compiuto qualche azione concreta in favore di Sparta o dei suoi alleati. Se la risposta era negativa, l'interrogato, fatto uscire, subiva il supplizio: senza nessuna eccezione. Tra i cittadini di Platea le vittime non furono meno di duecento. Caddero anche venticinque Ateniesi che collaborarono a sostenere l'assedio. Le donne furono vendute schiave. Consegnarono la città, per circa un anno, a cittadini di Megara profughi delle contese civili e a quei Plateesi sopravvissuti che avevano mostrato di condividere le ispirazioni politiche di Sparta: e quelli vi si stanziarono. Dopo qualche tempo, però, la rasero al suolo dalle fondamenta ed eressero, nelle vicinanze del santuario di Era, un alloggio per forestieri di duecento piedi per lato, provvisto di camere su tutto il perimetro, in basso e in alto. Avevano impiegato nella costruzione i tetti e le porte di Platea. Approntati i letti con varie suppellettili in ferro e bronzo rinvenute nel perimetro delle mura, dedicarono tutto il complesso ad Era, cui consacrarono, edificandolo, un santuario di pietra lungo cento piedi. Espropriarono la terra e la diedero in affitto per dieci anni: la coltivavano i Tebani. Si può tranquillamente sostenere la tesi che l'intera vicenda di Platea, con la parte che gli Spartani vi avevano interpretata, traeva origine dal desiderio, vivo in costoro, di rendersi amici i Tebani ritenendo che, nel conflitto appena esploso, il loro contributo sarebbe stato molto opportuno. Così si compiva il destino di Platea, novantatré anni dopo ch'era entrata in lega con Atene.
69. Intanto le quaranta navi dei Peloponnesi che erano salpate in aiuto di Lesbo, sfuggendo in mare aperto alle triremi ateniesi lanciate all'inseguimento, travolte da una tempesta nei pressi di Creta, approdarono sparse, chi in un punto chi in un altro, alle coste del Peloponneso. Nei pressi di Cillene si imbattono in tredici triremi appartenenti ai Leucadi e agli Ambracioti e in Brasida, figlio di Tellide, sopraggiunto fra loro come consigliere di Alcida. Gli Spartani, che avevano fallito la puntata su Lesbo, si proponevano con una flotta più numerosa e forte di far vela su Corcira, dilaniata dalle lotte civili. Sapevano che la squadra ateniese di fazione a Naupatto contava solo dodici unità. Conveniva affrettarsi, prevenendo l'invio da Atene di un eventuale contingente navale di rinforzo. Sia Brasida che Alcida si occupavano delle disposizioni per questa nuova impresa.
70. I tumulti civili erano esplosi a Corcira, dopo che vi erano rimpatriati i prigionieri, liberati dai Corinzi, delle battaglie navali di Epidamno. Di nome, avevano ottenuto la libertà su cauzione: ottocento talenti versati dai prosseni di Corcira a Corinto. In realtà, i rimpatriati si legavano con un accordo e una promessa: addurre Corcira dalla parte dei Corinzi. E tramavano infatti con un'opera assidua e fitta di incontri a livello individuale, per convincere la cittadinanza a interrompere i propri rapporti con Atene. Quando attraccarono a Corcira una nave attica e una corinzia, sbarcandovi le ambascerie dei due paesi, si discussero i piani d'intesa e i Corciresi decretarono con il voto questo compromesso: restavano alleati di Atene in accordo agli obblighi già assunti, ma preferivano non interrompere la tradizione di rapporti amichevoli con i Peloponnesi. Infine, questi ex-prigionieri intentano processo a un tale Pizia che non solo era prosseno volontario degli Ateniesi, ma anche manovrava le redini del partito popolare; l'imputazione è forte: tentativo di assoggettare Corcira agli Ateniesi. Ma Pizia è prosciolto; a sua volta, trascina in tribunale i cinque cittadini più facoltosi di Corcira con l'accusa di asportare pali per le proprie vigne dallo spazio sacro di Zeus e di Alcinoo. Si assegnava uno statere di multa per ogni palo tagliato. Quei personaggi non sfuggono alla condanna e sgomenti per l'enormità dell'ammenda si collocano in atteggiamento di supplici davanti ai santuari, sperando di accordarsi su un pagamento dilazionato. Ma Pizia, che, tra l'altro, era anche membro del Consiglio, fa opera di persuasione perché si applichi la legge in tutta la sua severità. E la legge non era tale da consentire deroghe. Nel frattempo ai condannati giunge una voce che Pizia, mentre fa ancora parte del Consiglio, ha in proposito di persuadere il popolo a stilare un'intesa offensiva e difensiva con gli Ateniesi. Si organizza all'istante un complotto: pugnali alla mano irrompono improvvisi nella sala consigliare ove sorprendono Pizia e alcuni altri, personalità del Consiglio e semplici cittadini: cadono nel sangue circa sessanta uomini. Solo un sottile drappello di partigiani di Pizia riesce a rifugiarsi sulla nave attica, ancora all'ancora.
71. Conclusa l'azione, i congiurati adunarono i cittadini di Corcira chiarendo che lo stato degli avvenimenti si era ormai disposto al meglio e che il rischio di curvare il capo ai despoti ateniesi era sfumato. In avvenire suggerirono di tenersi neutrali in pace; non aprire il porto a più di una nave per volta delle due potenze in guerra; considerare un'ostile aggressione la comparsa nelle proprie acque di un numero più elevato di vele. Prospettive politiche di cui ottennero con la forza la convalida popolare. Si deliberò anche l'invio immediato di un'ambasceria ad Atene, a riferire e interpretare gli eventi nella luce a loro più favorevole, e con l'ordine di rintracciare laggiù i loro profughi e convincerli a deporre eventuali propositi offensivi, a non scatenare rappresaglie su Corcira.
72. Al loro arrivo, gli Ateniesi non si limitarono a porre in stato d'arresto con l'accusa di sovversione i membri dell'ambasceria, ma bloccarono anche quelli che avevano rivelato una simpatia per le loro profferte, e li confinarono ad Egina. Mentre si svolgono questi casi, quelli che in Corcira occupano i posti di comando, colgono la circostanza di una trireme corinzia e di un'ambasceria spartana lì presenti per aggredire il partito popolare, provocare uno scontro e sgominarlo. Quando cala la sera i democratici guadagnano in fuga l'acropoli e i quartieri alti della città. Serrano le file, organizzano una base e un piano operativo, occupano con sorveglianza armata il porto Illaico. Gli avversari tengono sotto controllo la piazza, nei cui pressi per lo più sono disposte le loro case, e il vicino porto, contiguo alla piazza stessa e rivolto al continente.
73. Il giorno successivo si accesero brevi scontri, mentre i due partiti in lotta inviavano rappresentanti nel contado per reclutare gli schiavi, con la promessa d'affrancarli. I popolari ottennero con schiacciante preponderanza l'appoggio dei servi, ma a rinforzo degli avversari comparve dal continente un corpo di ottocento uomini.
74. Lasciarono trascorrere un altro giorno e, riaccesa la lotta armata, il partito popolare prese il sopravvento, forte delle posizioni conquistate e del numero: anche le donne scesero in campo ardite, scagliando tegole dai tetti e superando in prodezza la loro stessa natura nell'opporsi ferme alla tempesta dei combattimenti. A sera inoltrata gli aristocratici cedettero: fu la rotta. L'improvvisa angoscia che gli avversari, perseguendo con impeto l'azione di sfondamento, occupassero l'arsenale per annientarli, costrinse gli oligarchi a un passo estremo: appiccarono la fiamma alle loro dimore prospicienti in cerchio la piazza del mercato, e alle case popolari, d'affitto. Si proteggevano con questa mossa dagli attacchi, senza risparmio delle proprie o altrui abitazioni, sicché si dissolsero in fumo molte fortune di mercanti e la città intera subì il pericolo di cadere in cenere, se sull'incendio avesse preso a spirare il vento alimentandolo da quella parte. I contendenti per quella notte posarono le armi e, sedati gli scontri, attendevano all'erta. Il vascello corinzio, poiché il successo era in pugno ai popolari, partì per il mare aperto, mentre il contingente di ausiliari, quasi al completo, si trasferì di nascosto sul continente.
75. Il mattino successivo, Nicostrato, figlio di Diitrefo, stratego ateniese compare in aiuto con dodici navi dalla base di Naupatto e con cinquecento opliti messeni. I suoi passi per sciogliere il nodo con un'intesa furono coronati dalla firma di un reciproco accordo tra le parti che si impegnavano a sottoporre a giudizio le dieci persone più compromesse (che naturalmente presero subito il volo). I belligeranti stipulavano un trattato di pacifica convivenza e si legavano ad Atene con un'alleanza di difesa e d'offesa. Regolati in questo modo i dissidi a Corcira, Nicostrato si accingeva a salpare. Ma i capi dei democratici lo convinsero a lasciare un presidio di cinque triremi per spegnere eventuali intenzioni aggressive dei propri avversari. Lo avrebbero ripagato con la scorta di un pari numero di navi equipaggiate da propri concittadini. Lo stratego accettò e quelli, per rifornire d'equipaggio le navi, fecero una leva tra i loro nemici. Costoro, atterriti dalla prospettiva di doversi recare ad Atene, si rifugiarono supplici nel santuario dei Dioscuri. Nicostrato tentò di farli uscire e li rincuorò. Invano; allora i popolari approfittarono del pretesto per riarmarsi, mormorando che se quelli non consentivano fiduciosi a prendere il mare con Nicostrato, certo celavano qualche disonesto progetto. Perquisirono le loro case raccogliendone le armi, e ne avrebbero già giustiziato alcuni, incontrati per via, se Nicostrato non si fosse interposto. Questo rovente clima politico persuade gli altri a scegliere il tempio di Era come ricovero: in breve, non meno di quattrocento supplici vi si raccolgono. I popolari, preoccupati di un possibile colpo di mano, li convincono a togliersi dal santuario e li traghettano all'isolotto che sorge di fronte al tempio di Era e là li provvedono di viveri.
76. I tumulti civili erano dunque entrati in questa fase: quattro o cinque giorni dopo il trasporto dei partigiani aristocratici sull'isola si presentano cinquantatré navi dei Peloponnesi, provenienti da Cillene dove avevano indugiato all'ancora dopo la traversata dalla Ionia. Ne reggeva il comando, come in precedenza, Alcida, e Brasida lo accompagnava, in qualità di consigliere. Si ancorarono nella rada delle Sibota continentali e ai primi chiarori dell'aurora salparono dirette a Corcira.
77. Qui gli abitanti, eccitati e scossi per i disordini che si susseguivano in città e per il pericolo che incombeva dal mare, si slanciarono con ritmo angoscioso all'armamento simultaneo di sessanta navi, di cui inviavano a contrastare il nemico un vascello alla volta, via via che l'equipaggio vi aveva preso posizione al completo, benché gli Ateniesi consigliassero di lasciare uscire loro per primi allo scoperto e di seguirli a una certa distanza, con l'intera flotta in ordine di battaglia. Per contro, poiché le navi di Corcira accostavano al nemico in ordine sparso, isolate, due legni disertarono all'istante, negli altri i marinai pensavano piuttosto a battersi tra loro e l'azione procedeva priva di ogni interna disciplina. I Peloponnesi si avvidero del disordine e si opposero con venti navi ai Corciresi, dirigendo il resto della squadra a intercettare le dodici triremi ateniesi, tra cui operavano anche la Salaminia e la Paralo.
78. I Corciresi, dalla loro parte, si trovarono subito in pesante difficoltà a causa dei loro assalti sconsiderati, inferti ogni volta con gruppi esigui di navi. La massa di vele nemiche invece e l'eventualità che attuassero una manovra di accerchiamento teneva in ansia gli Ateniesi: perciò non impiegarono in un unico attacco frontale, diretto a sfondare il centro nemico la squadra al completo. Piombarono sui fianchi e colarono a picco una nave avversaria. Con una successiva mossa il nemico dispose in cerchio le proprie navi: gli Ateniesi presero a vogare intorno, cercando di disordinare la formazione. Ma il settore della flotta impegnato contro le navi di Corcira, comprendendo con timore che si ripetevano i preliminari tattici per una disfatta simile a quella di Naupatto, scattò al soccorso. La flotta così riunita sferrò, tutta insieme, l'attacco agli Ateniesi. Ma costoro avevano già intrapreso la manovra di rientro, remando indietro e con i rostri dritti in faccia al nemico. Miravano soprattutto a proteggere la ritirata delle unità corciresi, indietreggiando con regolare calma e tenendo davanti alle proprie prue lo schieramento avversario. Così si sviluppò questo scontro sul mare, che si concluse al tramontare del giorno.
79. Ma un'inquietudine nuova agitò i Corciresi: che i nemici assalissero dal mare la città, convinti di avere in pugno la vittoria, per prelevare gli aristocratici confinati sull'isola o per effettuare qualche diverso tentativo in loro danno. Decisero così di trasportare di nuovo gli uomini in custodia dall'isolotto al santuario di Era e, serrati in città, vigilavano attenti. Ma il successo nello scontro navale non ispirò al nemico l'ardire necessario per dirigere la prua su Corcira e, con le tredici navi nemiche di cui i Peloponnesi si erano impossessati tornarono a quell'approdo del continente da cui erano salpati. Il mattino successivo non si risolsero egualmente ad attaccare la città, per quanto profondo vi imperasse lo sconforto e il disordine, e sebbene Brasida, come si racconta, insistesse per scuotere Alcida: ma la sua autorità non aveva pari valore. Si limitarono a sbarcare sul promontorio Leucimma e a saccheggiarne la campagna.