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Testo

Tucidide - La guerra del Peloponneso

Libro Terzo - I

1. L'estate successiva, nella stagione del grano maturo, i Peloponnesi e gli alleati si misero in marcia per invadere l'Attica: li guidava Archidamo, figlio di Zeussidamo, re degli Spartani. Dopo avervi posto l'accampamento, iniziarono il saccheggio del paese. Come al solito, dove si presentava la opportunità, la cavalleria ateniese vibrava fulminei attacchi, impedendo alla massa delle fanterie leggere di spingere la loro azione distruttiva troppo lontano dal proprio campo, nelle vicinanze della città. Si trattennero sul suolo dell'Attica per il tempo che durarono le riserve di vettovaglie: poi si ritirarono e, città per città, si sciolsero.

2. Immediatamente dopo l'invasione dei Peloponnesi l'isola di Lesbo, tranne il centro dl Metimna, insorse contro Atene. In realtà, anche prima di questa guerra gli isolani avevano concepito il piano di ribellarsi, ma Sparta non aveva accolto la loro richiesta di protezione; tuttavia, anche in quest'epoca, si videro costretti a sollevare la rivolta prima di quando prevedeva il progetto. Poiché si attendeva che fossero a punto lo sbarramento dei porti, la costruzione delle mura, l'allestimento delle navi, e che giungessero dal Ponto gli aiuti che si dovevano ricevere: truppe armate d'arco e riserve di frumento e tutti i mezzi che avevano richiesto. Ma gli abitanti di Tenedo, in contrasto con quelli di Mitilene, i Metimnei e, nella stessa Mitilene alcuni cittadini, membri di una fazione dissidente, per loro privata iniziativa e perché legati da vincoli di prossenia ad Atene, denunciano ai loro amici ateniesi che non solo si impone con la forza ai diversi nuclei urbani di Lesbo di accentrarsi politicamente e di gravitare su Mitilene, ma che questa appoggiandosi agli Spartani e ai Beoti, gente di sangue affine, brucia le tappe per prepararsi, senza tralasciare nessun particolare organizzativo, a una sedizione: se Atene non avesse predisposto immediate misure cautelative, si sarebbe visto strappato il possesso di Lesbo.

3. Gli Ateniesi, prostrati a fondo dall'epidemia e dalla guerra che, superata la fase iniziale, procedeva al suo culmine, valutarono troppo gravoso un eventuale impegno militare anche contro Lesbo, che poteva disporre di una forte flotta da guerra e di un potenziale offensivo intatto: perciò decisero dapprima di non prestare orecchio alle accuse, indulgendo a un desiderio intimo che, in realtà, la situazione non risultasse così gravemente compromessa. Sennonché, neppure l'invio di un'ambasceria ottenne che i Mitilenesi recedessero dai loro propositi di accentramento politico e di preparazione militare. Sotto l'impulso del timore, decretarono un tempestivo intervento: la spedizione immediata di quaranta navi che si trovavano allestite per una crociera di guerra nei mari del Peloponneso. Ne prese il comando Cleippide, figlio di Dinia, con altri due strateghi. Era giunta ad Atene l'informazione che si sarebbe celebrata, fuori la cinta di Mitilene, la festa solenne in onore di Apollo Maloento alla quale partecipa la popolazione della città al completo. Se si affrettavano, c'era speranza d'aggredirli di sorpresa. Se il colpo di mano aveva successo, bene; in caso diverso, avrebbero ingiunto ai Mitilenesi di consegnare le navi e di atterrare le mura. Se non obbedivano, era la guerra. Così le navi tolsero le ancore. Le dieci triremi di Mitilene che, secondo il patto d'alleanza, erano giunte a disposizione d'Atene, come contingente di rinforzo, furono bloccate e l'equipaggio posto in stato d'arresto. Ma l'annuncio della spedizione navale raggiunse egualmente Mitilene: ve la recò un uomo, passato da Atene all'Eubea, quindi giunto a piedi al porto di Geresto da cui, trovata una nave mercantile in procinto di prendere il mare, favorito dal vento pervenne a destinazione tre giorni dopo la sua partenza da Atene. A Mitilene si scartò subito l'idea di solennizzare fuori le mura la festa del Maloento; si puntellarono invece i settori delle fortificazioni e dei porti le cui difese erano rimaste a mezzo, e si stava all'erta.

4. In breve comparvero dal mare gli Ateniesi, a constatare con i loro occhi gli sviluppi della situazione. Gli strateghi proclamarono, come era stato loro ordinato, l'ingiunzione prescritta: la replica negativa di Mitilene segnò l'apertura delle ostilità. L'allestimento militare precario e l'improvvisa, rude costrizione a battersi non distolse i Mitilenesi da un accenno di sortita con le navi, poco fuori dal porto: quasi una sfida allo scontro navale. Ma incalzati dalle navi attiche preferirono intavolare trattative con gli strateghi, per ottenere se era possibile, l'allontanamento a breve termine della flotta, mediante qualche decorosa concessione. La proposta piacque agli strateghi ateniesi, anch'essi dubbiosi di poter sostenere lo sforzo bellico contro la coalizione di Lesbo con le truppe ai cui disponevano. Stabilita una tregua, i Mitilenesi inviano ad Atene uno degli accusatori, ormai ravvedutosi, con pochi altri, per un tentativo di persuasione ad ordinare il rientro delle navi, poiché in città non covava più nessun focolaio di ribellione. Ma intanto, eludendo la flotta ateniese che vegliava, ormeggiata a settentrione della città, presso il capo Malea, indirizzarono a Sparta, a bordo di una trireme, un'ambasceria, poiché era scarsa la loro fiducia nei negoziati aperti con Atene. Gli ambasciatori, dopo un'estenuante traversata in mare aperto, senza scalo, conclusero a Sparta il loro viaggio e tramarono con le autorità di quel paese per ricavarne qualche forma d'appoggio.

5. Quando tornò a mani vuote l'ambasceria da Atene, i Mitilenesi si disposero alla guerra affiancati dalle forze dell'intera isola di Lesbo, eccettuata Metimna: anzi le truppe di questa città erano accorse a prestare man forte agli Ateniesi con gli Imbri, i Lemni e alcuni, pochi, tra gli altri alleati. Da Mitilene s'organizzò in massa un'uscita contro il campo ateniese e divampò una mischia, in cui i Mitilenesi non furono sopraffatti: tuttavia rinunciarono a bivaccare tutta la notte fuori le mura e, poco fidandosi delle loro stesse forze, rientrarono nella città. Non se ne mossero più, in seguito: intendevano attendere l'arrivo dei rinforzi dal Peloponneso per riprendere la lotta con mezzi più completi. Fecero infatti la loro comparsa lo spartano Melea e il tebano Ermeonida, che erano stati inviati in missione prima della rivolta e non avendo potuto prevenire l'attacco navale degli ateniesi penetrarono nascostamente, quando la battaglia s'era già spenta, nel porto a bordo di un trireme e consigliarono l'invio di un'altra trireme con degli ambasciatori, che loro stessi avrebbero accompagnati: missione che venne posta senz'altro in viaggio.

6. Gli Ateniesi, vivamente incoraggiati dalla scarsa attività del nemico cominciavano a chiamare a raccolta gli alleati i quali rispondevano con tanto più vivo entusiasmo in quanto non brillava da parte dei Lesbi, nessuna scintilla di resistenza. Calarono le ancore anche a mezzogiorno della città e fortificarono due accampamenti su entrambi i fianchi di Mitilene e iniziarono il blocco dei due porti. Così tagliarono fuori Mitilene dal mare. I Mitilenesi e gli altri Lesbi che erano accorsi in aiuto controllavano la terraferma, tranne le fasce di territorio, non molto estese, adiacenti agli accampamenti ateniesi e sottoposte alla loro diretta sorveglianza. Per le loro navi, gli Ateniesi usavano come base principale il promontorio Malea, che fungeva anche da luogo per il mercato. Erano queste le operazioni belliche intorno a Mitilene.

7. In questa stessa estate, proprio nella stessa epoca, gli Ateniesi inviarono anche nelle acque del Peloponneso trenta navi agli ordini di Asopio figlio di Formione, poiché gli Acarnani avevano sollecitato l'invio di uno della famiglia di Formione, figlio o congiunto, come comandante. Con la flotta, lungo la costa, devastarono le località rivierasche della Laconia. In seguito Asopio rimandò in patria il maggior numero di navi; ed egli con dodici navi giunse a Naupatto e mobilitati gli Acarnani, iniziò con tutte le forze che aveva una spedizione contro gli Eniadi. Risalì con la flotta il corso dell'Acheloo, mentre le truppe di fanteria apportavano la rovina nel paese. Poiché quelle genti non si lasciavano imporre il giogo, sciolse l'esercito terrestre e, giunto per via di mare a Leucade, effettuò uno sbarco a Nerico e durante la ritirata perse lui stesso la vita e parte delle truppe cadde sotto i colpi degli indigeni, accorsi a sostenere i loro, e di alcuni pochi soldati di guarnigione. Dopo qualche tempo, gli Ateniesi, risaliti a bordo delle navi, si fecero riconsegnare, sotto la garanzia di una tregua, i cadaveri dei loro morti.

8. Intanto i componenti l'ambasceria inviata da Mitilene a Sparta a bordo della prima nave, su consiglio degli Spartani di presentarsi ad Olimpia per consentire agli altri alleati di ascoltare le loro ragioni e di decidere in merito, si recarono ad Olimpia. Era l'Olimpiade nella quale Dorieo di Rodi riportava la vittoria per la seconda volta. Conclusa la festa, furono introdotti a parlare gli ambasciatori, che pronunciarono questo discorso:

9. "Cittadini di Sparta, e alleati! Conosciamo la legge in vigore tra i Greci: v'è chi sceglie il tempo di guerra per ribellarsi e dividere il suo destino da quello dei precedenti alleati. V'è anche chi lo accoglie e trae da un tale gesto, in proporzione al profitto che ne ricava, un senso di piacere: ma giudica l'accolto un traditore degli antichi amici e lo disprezza. Che è pur sempre un'equa valutazione: a patto che i dissidenti e coloro da cui si staccano si ispirino a concezioni di vita equivalenti, siano legati da reciproco, pari affetto, i rapporti tra loro d'armamenti e di potenza poggino su basi di equilibrio e non sussista onorevole motivo di rivolta. Condizioni che tra noi e Atene non si verificano. Non paia dunque vile la nostra tempra morale se, rispettati dagli Ateniesi quando vigeva la pace, decidiamo ora di separarci, mentre incombe l'oppressione della guerra.

10. "Ora, a principio del nostro intervento illustreremo le radici morali del nostro contegno: giustizia e rettitudine. Poiché ci preme la necessità di un'alleanza. Sappiamo che non regge ferma la familiarità tra privati, come tra le città s'incrina l'armonia su ogni proposito comune, qualora le relazioni non rispecchino una mutua fiducia d'integrità, fondandosi in generale su una spirituale concordia d'intenti. Poiché proprio la disparità di convinzioni ideali prelude ai contrasti, sul piano della concreta politica. La nostra intesa militare con Atene rimonta all'epoca in cui, mentre voi rinunciavate a proseguire la lotta con i Persiani, gli Ateniesi insistettero, fino in fondo, in quello sforzo. Ma la nostra alleanza non nacque con il dichiarato fine di asservire i Greci ad Atene, anzi di affrancarli tutti dal dominio persiano. Finché dunque adattarono la loro egemonia a un concetto di parità con le altre genti, operammo in accordo con loro, entusiasti: ma crebbe in noi il sospetto quando ci avvedemmo che si allentava in loro la tensione ostile contro lo straniero e diveniva invece più intensa la smania di piegare ogni alleato al loro servizio. Poiché il grande numero di voti, il frazionamento, L'inettitudine a collegarsi per una difesa comune produssero la schiavitù degli alleati: di tutti, tranne noi e i Chii. E noi, di certo indipendenti e liberi, a parole, collaboravamo alle spedizioni ateniesi. Ma l'egemonia ateniese ci si prospettava infida: tenevamo per esempio i casi delle città che ci avevano preceduto. Atene già premeva sotto il tallone i paesi che si erano aggregati, come noi, alla lega: come allontanare il dubbio, che una volta o l'altra, quando l'occasione giungesse propizia, non fosse riservato ai pochi, rimasti liberi, un trattamento identico?

11. "Se la lega si componesse ancora di stati indipendenti, sarebbe stata più viva, nei loro confronti, la fiducia di un rapporto schietto, libero da ostili sorprese. Ma la sorte di molti era ormai nel loro pugno, mentre con noi trattavano da condizioni pari. Era umano che li pungesse sempre più sul vivo questo stato di cose, e che, mentre la resistenza degli altri si andava via via sfaldando, noi soli, tenaci, insistessimo a contrapporre il principio dei diritti uguali; e quanto più si affermava in progresso la loro potenza, meglio si determinava e risaltava il nostro isolamento. L'equilibrio del terrore è l'unico cardine su cui un'alleanza può gravitare sicura: la mancanza di un concreto vantaggio, su cui far leva, distoglie un eventuale prevaricatore dal progetto di un attacco proditorio. Non è altro il motivo per cui ci fu lasciata l'indipendenza, dal velato proposito ateniese d'assicurarsi il supremo comando più ricorrendo alla scaltrezza e ai lumi della strategia politica che alla violenza delle armi. La nostra testimonianza, inoltre, serviva loro di puntello: poiché è chiaro che almeno quelli muniti di libera scelta e decisione non si impegnano contro voglia in una campagna militare, se non è lampante l'illegalità commessa dal paese aggredito. Favorevole prospettiva per loro, poiché prima contro i più deboli sollecitavano l'intervento dei più forti, che ritrovandosi alla fine isolati, privi di qualunque altro sostegno, si sarebbero consegnati nelle loro mani con molto maggiore condiscendenza. Se invece avessero cominciato da noi, mentre tutti gli altri potevano contare sulla loro potenza integra e su alleati esterni pronti al soccorso, non avrebbero fatto sentire così pesante il loro pugno. In particolare la nostra flotta li intimoriva: si aspettavano che l'aggregassimo a voi o a qualche altra potenza, costituendo una sola, forte marina; una minaccia costante sui loro mari. E, in parte, dobbiamo la nostra salvezza alla deferenza che dimostravamo al popolo d'Atene e alle autorità che ne detenevano, di volta in volta, il potere. Ma se non fosse esplosa questa guerra ci rassegnavamo ormai, modellando i nostri timori sul destino degli altri, a non poter salvare più a lungo la nostra libertà.

12. "Quale confidente amicizia, che sicurezza di libertà era questa? Le rispettose relazioni che intercorrevano tra noi non riflettevano i propri reali stati d'animo. Cerimonie, complimenti da parte loro quando una guerra li teneva in ansia: noi invece, per la medesima ragione, li trattavamo con lo stesso ossequio in tempo di pace. Negli altri la corrispondenza d'affetti fortifica la lealtà, mentre tra noi la rinsaldava il reciproco timore. La nostra alleanza poggiava più sul dominio della paura che della schietta intimità, giacché il primo dei due cui un impunità sicura avesse acceso l'animo ad osare, per primo avrebbe anche calpestato il patto. Se la nostra rivolta appare a qualcuno troppo precoce, poiché gli Ateniesi esitavano ad applicarci i loro consueti, rudi provvedimenti, mentre noi non aspettammo di riconoscerne con più dolorosa esperienza la pratica effettuazione, ebbene la sua analisi è scorretta. Se fossimo stati potenti a sufficienza per contrapporre ai loro, da pari a pari, i nostri agguati e i nostri indugi, perché mai avremmo dovuto restare in soggezione di fronte ad Atene, se la nostra intesa rispecchiava un concreto equilibrio? Sta a loro aggredirci in qualsiasi istante? Ci sia dunque concesso predisporre una difesa.

13. "Ecco, cittadini di Sparta e alleati, ora conoscete le cause e i motivi che ci hanno indotto alla sedizione. Ad udirli, legittimano chiaramente la nostra condotta. Sono per noi, inoltre, giustificata occasione di timore e un incentivo alla ricerca di un aiuto sicuro, quale che sia. Già da molto ne avvertivamo acuto il bisogno, quando in tempo di pace tentammo con voi di allacciare contatti per far esplodere la rivolta: ma ci frenammo per il vostro rifiuto. Ora però i Beoti ci hanno rivolto un invito, che abbiamo accettato senza esitare. Pensavamo di effettuare un duplice distacco: dalla lega greca, per scindere le nostre responsabilità dai crimini ateniesi contro gli alleati e cooperare piuttosto alla loro liberazione; e dall'alleanza con Atene, per ostacolarne la distruttiva politica d'asservimento nei nostri riguardi, anzi per attaccarli noi senza indugi. Ora la nostra sedizione è scattata prematura, senza preparativi adeguati: nuovo e più serio motivo per accoglierci nella vostra lega, e soccorrerci al più presto se desiderate comparire come i difensori legittimi degli oppressi e un popolo capace, a un tempo, di punire i suoi nemici. Le condizioni risultano propizie come mai prima: Atene è spossata dall'epidemia e dalle spese, la sua flotta è divisa e incrocia nelle nostre acque e nei mari del Peloponneso. Quindi non è facile pensare che possano disporre in abbondanza di navi se in questa stessa estate compirete una seconda invasione dell'Attica con le truppe di terra e la flotta; sarà questa la conseguenza: non potranno affrontar voi in uno scontro navale o dovranno, in entrambi i settori in cui operano le loro forze, iniziare la ritirata. Nessuno concepisca il pensiero che l'intervento di Sparta equivarrebbe a rischiare in proprio per difendere una terra d'altri. Se qualcuno è convinto che Lesbo sia un paese remoto, si avvedrà che è ben prossimo il profitto che ne può trarre. Poiché non sarà l'Attica il perno del conflitto, come si prevede ma i territori ché forniranno all'Attica i suoi fondi. Le sue risorse finanziarie affluiscono dai paesi alleati e diverranno più rilevanti se s'impadroniranno di noi: giacché nessuno ardirà più staccarsi e inoltre aggiungeranno al loro il nostro denaro. Serviremo più duramente dei primi cui hanno imposto il giogo. Se la vostra risposta in aiuti sarà generosa e pronta, vi annetterete una città con una potente flotta (rafforzando un settore in cui siete particolarmente deboli) e abbatterete più agevolmente Atene, sottraendole, a poco a poco, le forze alleate (ciascuno si farà più ardito e fiducioso nell'accostarsi a voi); infine sfuggirete all'accusa di cui, fino ad ora, vi si faceva carico, di non appoggiare chi si ribellasse ad Atene. Interpretate il ruolo di liberatori e stringerete in mano, salda e sicura, la vittoria in questa guerra.

14. "Onorate le speranze dei Greci che in voi confidano e, in nome di Zeus Olimpio, nel cui santuario, in veste quasi di supplici ora ci presentiamo, accogliete in alleanza i cittadini di Micene, soccorreteli. Non abbandonateci nel momento in cui rischiando la nostra stessa vita, ci prepariamo a edificare, nell'eventualità di una vittoriosa resistenza, le basi di una prospera, comune sicurezza, di una ben più generale disfatta, se assisterete impassibili alla nostra rovina. Rivelatevi uomini, quali la stima dei Greci vi esige e il nostro ansioso tormento v'invoca."

15. Fu questo, sostanzialmente, il discorso dei Mitilenesi. Spartani e alleati stettero ad ascoltare: accolsero gli argomenti di quell'ambasceria e stipularono un'intesa con Lesbo. Proclama intanto l'invasione dell'Attica per attuare la quale ingiunsero agli alleati raccolti a Sparta di presentarsi al più presto con due terzi delle proprie truppe sull'Istmo. Gli Spartani vi giunsero primi e misero a punto le macchine per il trasporto terrestre delle navi, che intendevano far passare da Corinto direttamente nelle acque di Atene, per un simultaneo attacco, da terra e dal mare. Per parte loro, faticavano alacremente a quest'impresa, mentre gli alleati si venivano adunando con tutta calma: s'era nella stagione del raccolto e l'entusiasmo per la spedizione imminente non era molto vivo.

16. Frattanto Atene, che interpretava i preparativi militari come frutto di un sentimento di disprezzo che il nemico nutriva per la sua presunta impotenza, decisa a chiarire l'infondatezza di quel giudizio e mostrare la possibilità di respingere l'attacco sferrato dal Peloponneso senza smobilitare la flotta ancorata nelle acque di Lesbo, armò cento navi con l'imbarco di suoi propri cittadini, tranne i cavalieri e i pentacosiomedimni, e di meteci. Si portarono in mare aperto, fecero una dimostrazione lungo la costa dell'Istmo e lasciarono intendere di poter scegliere qualunque punto del Peloponneso per effettuarvi un loro sbarco. Sbigottiti di fronte a uno spettacolo così imprevisto, gli Spartani giudicarono illusorio il resoconto dei Lesbi. Compresero che le circostanze si facevano scottanti e, poiché mentre tardava l'arrivo dei rinforzi alleati, ricorrevano invece pressanti le informazioni sui continui e rovinosi attacchi con cui le trenta triremi, in crociera intorno al Peloponneso, flagellavano le località circostanti a Sparta, decisero la ritirata in patria. In seguito allestirono una flotta da mandare a Lesbo; ingiunsero alle città della lega di porre in mare una squadra di complessive quaranta navi e imposero come comandante Alcida che si preparava a salpare. Il rientro delle forze spartane suggerì un'analoga mossa alle cento navi Ateniesi.

17. A quest'epoca, quando si svolsero le suddette operazioni navali, le navi ateniesi in servizio attivo, perfettamente attrezzate ed equipaggiate, erano superiori in numero a qualunque flotta mai posta in mare in una sola volta, eppure all'inizio del conflitto la forza navale ateniese era numericamente pari a questa, anzi più nutrita. Cento vascelli proteggevano l'Attica, l'Eubea e Salamina altri cento incrociavano nelle acque del Peloponneso, senza contare le squadre dislocate a Potidea ed in altre località. Quindi, in una sola estate, la flotta era composta da duecentocinquanta unità. Con le spese per l'assedio di Potidea fu questa la voce più gravosa che contribuì al tracollo del bilancio ateniese. Intorno a Potidea mantenevano il blocco opliti con due dracme di paga quotidiana (una per sé e una per l'attendente). In principio erano in numero di tremila: e un numero non inferiore resse sempre l'assedio. Si aggiungano i milleseicento di Formione, rimpatriati prima che si concludesse la campagna. La medesima paga percepivano gli uomini della marina. Così svanivano i capitali d'Atene, e fu questo il maggior numero di navi allestite.

18. In quel medesimo periodo, quando gli Spartani confluivano sull'Istmo, gli abitanti di Mitilene, con rinforzi alleati, compirono, per terra, una spedizione contro Metimna, contando su una conquista resa agevole dal tradimento. Ma la città, sebbene l'assalissero con ogni forza, non si piegava com'essi si auguravano: quindi iniziarono la ritirata ad Antissa, Pirra ed Ereso, centri di cui assicurarono l'ordine interno più conforme ai propri interessi e di cui potenziarono le fortificazioni murarie. Seguì sollecito il rientro in patria. Dopo il loro rimpatrio anche i Metimnei presero le armi, contro Antissa: ma un'improvvisa uscita dei difensori di Antissa e di truppe ausiliarie produsse una disfatta ingente e una vasta messe di morti: i superstiti si ritirarono rapidi. Quando arrivarono in Atene le notizie sullo stato delle operazioni in Lesbo, che cioè i cittadini di Mitilene erano padroni delle proprie campagne e che le forze ateniesi erano insufficienti ad arginarne il predominio, si organizzò l'invio al principio ormai dell'autunno, di mille opliti cittadini agli ordini dello stratego Pachete, figlio di Epicuro. Imbarcati sulle navi, su cui agivano anche come rematori, giunsero a Mitilene e la circondarono subito di un muro semplice. Eressero anche delle ridotte in alcuni punti già fortificati dalla natura. Un blocco ferreo serrava ormai Mitilene da entrambi i lati, da terra e dal mare. E l'inverno cominciava a farsi sentire.

19. Le necessità dell'assedio imponevano ad Atene un gravoso sforzo economico supplementare. Fu quella la prima circostanza in cui i cittadini contribuirono con una tassa di complessivi duecento talenti, oltre ad inviare, come di consueto, presso gli alleati, delle navi con la missione di esigere il tributo: era una squadra di dodici unità, al comando dello stratego Lisicle e di altri quattro suoi colleghi. Toccò nel suo giro di raccolta varie località; ma mentre risaliva dalla città di Miunte in Caria il corso del fiume Meandro fino al colle Sandio, si vide piombare addosso truppe di Cari e di Aneiti: il corpo di spedizione fu decimato e lo stesso stratego perse la vita.

20. In quello stesso inverno, i Plateesi, sempre stretti nell'assedio dei Peloponnesi e dei Beoti, poiché la scarsità di vettovaglie infieriva, mentre la speranza di un soccorso ateniese o di qualche altra via di salvezza diveniva via via più fioca, concepirono di propria iniziativa e di concerto con gli Ateniesi bloccati con loro un primo progetto: un'uscita in massa, per tentare il valico delle mura nemiche e di aprirsi un passaggio con la forza. Fautori del piano erano tra loro Teeneto figlio dell'indovino Tolmide, ed Eupompide figlio di Daimaco, che era anche stratego. Ma in seguito, una metà di loro si lasciò vincere dallo sgomento, giudicando l'impresa troppo arrischiata mentre un gruppo di circa duecentoventi uomini, di libera scelta, confermò il proposito di attuare la sortita, in questo modo. Avevano approntato alcune scale, pari in altezza al vallo nemico, misurata, in base agli strati di mattoni sovrapposti, là dove la superficie a loro rivolta del muro non aveva ricevuto l'intonaco. Erano in molti ad eseguire insieme il computo delle file di mattoni: alcuni potevano imbrogliarsi, ma certo la maggior parte non fallì il calcolo. Si consideri che il conto fu ripetuto più volte; anche la distanza era piuttosto breve e qualsiasi punto del muro risultava perfettamente visibile. Si stabilì con questo accorgimento la misura delle scale, congetturandone l'altezza dallo spessore dei mattoni.

21. II muro era stato elevato dai Peloponnesi con questi criteri costruttivi. Aveva una doppia cinta, verso Platea e verso Atene, per sostenere un eventuale assalto sferrato da quella direzione. La distanza interna tra le due cinte era circa di sedici piedi. Gli alloggiamenti destinati alle sentinelle di guardia erano stati disposti in questo spazio interno di sedici piedi. Collegati tra loro e con le cinte conferivano alla costruzione una struttura compatta, onde si aveva l'impressione che il muro fosse un baluardo unico, di spessore enorme munito di merli da una parte e dall'altra. Ogni dieci merli si ergevano potenti torri, identiche in larghezza al muro, le quali si protendevano dalla facciata esterna a quella interna congiungendole: sicché non esisteva passaggio tra cinta e torri e il camminamento le attraversava. Nelle notti piovose i soldati di guarnigione disertavano i merli, ricoverandosi nelle torri, disposte a breve intervallo e provviste in alto di una copertura: da lì vigilavano. Era così costruito il muro che bloccava completamente Platea.

22. Ultimato ogni preparativo, i Plateesi scelsero una notte di tempesta, piovosa, battuta dal vento e per di più senza luna, e tentarono la sortita. Li guidavano quegli stessi uomini che avevano caldeggiato il rischioso disegno. Valicarono il primo ostacolo: la fossa che li circondava. Si accostarono alla parete del muro nemico, eludendo le sentinelle che per quanto aguzzassero gli occhi in quella densa oscurità non scorgevano nulla davanti a sé, mentre l'urlo del vento fischiando impediva di percepire il calpestio di quelli che s'accostavano. Procedevano mantenendo un largo intervallo tra l'uno e l'altro, nel timore che per il battito metallico di due armi percosse, il nemico si mettesse all'erta. Avevano scelto un'armatura leggera e calzavano solo il piede sinistro, per tenersi più saldi in equilibrio tra il fango. Si arrestarono ai piedi di un settore del muro tra due torri, in corrispondenza dei merli, che sapevano sguarniti. Si fecero sotto i portatori di scale e le appoggiarono: presero subito a salire dodici uomini agilmente armati, con spada corta e corazza: un drappello con a capo Ammea figlio di Corebo, che fu anche il primo a scalare. Alle sue spalle balzarono sulle scale i compagni, sei per ognuna delle due torri. Subito dopo questi si arrampicarono altri, armati alla leggera con piccoli giavellotti: dietro, per agevolare loro la salita, alcuni reggevano gli scudi, pronti a riconsegnarli ai proprietari appena si fossero visti faccia a faccia con il nemico. L'allerta scattò dalle torri quando la squadra di assalitori, quasi al completo, aveva già effettuato la scalata. Un Plateese, reggendosi a un merlo, aveva smosso una tegola, piombata a terra con un tonfo. Echeggiò immediato l'urlo d'allarme, e la truppa si lanciò in tumulto verso il muro: la notte tempestosa e fonda impediva di riconoscere di che genere d'improvviso pericolo si trattasse. Per di più i Plateesi rimasti in città con una simultanea sortita davano l'assalto a quella parte di baluardo nemico che sorgeva esattamente opposta a quella contro cui i loro compagni tentavano il varco, per impedire il più possibile ai Peloponnesi di concentrarvi la loro attenzione. Eccitate e sconvolte, le guardie restavano immobili, radicate ai loro posti; nessuno aveva cuore di abbandonare la propria postazione per arginare un attacco di cui era praticamente impossibile individuare il punto scelto come obiettivo. Trecento soldati Peloponnesi cui era assegnato il compito tattico di accorrere in difesa dove si presentasse l'urgenza, avanzarono all'esterno del muro, nella direzione che l'urlo d'allarme pareva segnalare. Verso Tebe fiammeggiavano fuochi a denunciare un assalto ostile. Allora anche i Plateesi, dalle mura della città appiccarono il fuoco in più punti a fascine di legno predisposte a questo scopo, affinché l'improvviso simultaneo accendersi di tanti segnali acuisse la confusione nel nemico, convinto che fosse un caso d'emergenza del tutto diverso da quello che in realtà accadeva, e intralciandone un eventuale, tempestivo intervento. Così i concittadini impegnati nella sortita avrebbero avuto tutto il tempo di fuggire e di giungere in un riparo sicuro.

23. Intanto costoro davano la scalata al muro. Quando i primi furono giunti in cima e, uccise le sentinelle, si furono impadroniti delle due torri, bloccarono gli accessi che le attraversavano e occupando saldamente la posizione vigilavano che nessun nemico passasse da quella parte. Levarono le scale dalle pareti del muro e le poggiarono a quelle delle torri, permettendo a un nutrito drappello dei loro di salirvi. Così mentre alcuni, tenendo sotto il loro tiro dal basso e dall'alto il nemico accorso alla difesa, ne ostacolavano l'avvicinamento, gli altri, i più, avvicinate molte scale al muro, da cui avevano diroccato i merli, ne effettuavano il passaggio nell'intervallo tra le due torri. Man mano che ogni uomo compiva il transito si piantava sul ciglio della fossa e di là scagliava giavellotti e frecce contro chiunque, accorso rasente al muro, comparisse a contendere il passaggio. Quando tutti furono passati, scesero ultimi, e la loro fatica fu la più ardua, quelli appostati in vetta alle torri. Stavano per dirigersi alla fossa quando i trecento si lanciarono ad inseguirli, muniti di fiaccole. Dritti in piedi sul bordo del fossato i Plateesi, protetti dall'ombra, scorgevano più agevolmente i loro bersagli e coglievano nel segno quando ne avvistavano il fianco scoperto, con frecce e picche. Il riverbero delle fiaccole li rendeva invece meno visibili avvolti nelle tenebre. Sicché anche gli ultimi Plateesi guadagnarono in tempo l'opposto orlo del fossato, strappandosi a gran pena dai nemici e tra gravi rischi. Poiché s'era rassodato sulla superficie dell'acqua un velo di ghiaccio, ma non robusto a sufficienza per sopportare il passo di un uomo: piuttosto acquoso anzi, come accade di norma quando il vento soffia da levante. Quella notte con il vento era caduta la neve e molta acqua s'era raccolta nel fossato: stentarono molto a guadarlo, immersi fino alla gola. Eppure la furia della tempesta risultò un punto a loro favore, agevolandone anche la fuga.

24. Partendo dalla fossa, il gruppo compatto dei Plateesi prese la strada diretta a Tebe, lasciandosi alla destra il santuario dell'eroe Andocrate. Giudicavano ben strano che il nemico sospettasse proprio quella direzione, per la loro sortita, poiché portava a un territorio ostile. E infatti avevano scorto i Peloponnesi balzare all'inseguimento, aiutandosi con le fiaccole, sulla strada del Citerone e di Driocefale verso Atene. Per 6 o 7 stadi i Plateesi procedettero sulla via per Tebe; poi si volsero, prendendo la strada della montagna in direzione di Eritre e Isia e valicando i passi montani riuscirono incolumi ad Atene, in numero di 212. All'inizio del tentativo il numero era più ampio: ma vi fu chi scelse la via della ritirata prima di scalare il muro; verso la città. Uno solo, un arciere, cadde in mano nemica nei pressi della fossa esterna. I Peloponnesi rioccuparono le loro posizioni, desistendo dalle ricerche. I Plateesi rimasti in città ignoravano totalmente l'esito della prova finché seppero, a quanto riferivano alcuni che ne giungevano di ritorno, che nessuno l'aveva superata vivo. Appena fu giorno, partì un araldo per trattare la restituzione delle salme. Ma ormai al corrente di come si erano svolti in realtà i fatti, lasciarono cadere quest'iniziativa. In questo modo, gli uomini di Platea scalarono il baluardo nemico e si posero in salvo.

25. Al declinare di quell'inverno partì da Sparta in missione verso Mitilene con una trireme lo spartano Saleto. Sbarcato a Pirra, si mise di là in viaggio a piedi e seguendo il greto asciutto di un torrente cui corrispondeva un varco nelle fortificazioni che circondavano la città, penetrò in tutta segretezza a Mitilene, rivelando alle autorità che, contemporaneo all'invasione dell'Attica, già pronta a scattare, si sarebbe verificato l'arrivo delle quaranta navi da guerra cui era assegnato il compito di sostenerli; a questo fine era stato mandato avanti, oltre che per provvedere alle altre incombenze del caso. Quelli di Mitilene si rincuorarono accantonando il disegno di una resa e di un accordo con le forze ateniesi. Spirava così quest'inverno e con esso il quarto anno della guerra che Tucidide ha descritto.

26. Nella seguente estate, i Peloponnesi disposero l'invio a Mitilene delle quarantadue navi, affidandole al comando di Alcida, che era loro navarco. Dopo, con a fianco gli alleati dilagarono in Attica convinti che gli Ateniesi, di fronte all'improvviso arroventarsi dei due fronti in cui erano impegnati, mettessero in mare contro la flotta che dirigeva a Mitilene forze molto meno consistenti. Quest'invasione era comandata da Cleomene, che suppliva il re Pausania, figlio di Plistoanatte, ancora troppo giovane, e di cui era zio per parte di padre. Devastarono in Attica le località che avevano già subito i loro colpi, distruggendo i nuovi germogli e tutto quanto era rimasto intatto dal flagello delle precedenti irruzioni. Fu questa la invasione più dolorosa per gli Ateniesi, dopo la seconda. L'attesa di notizie sulle operazioni navali nel mare di Lesbo, dove la flotta avrebbe già dovuto giungere, si prolungava: e le devastazioni e le rovine si protraevano su un ampio raggio. Persuasi d'aspettare invano, messi in difficoltà dall'assottigliarsi delle riserve alimentari, i Peloponnesi si ritirarono e le truppe, città per città, si dispersero. 27. Intanto, anche per i Mitilenesi il tempo si consumava nell'attesa: delle navi mandate dal Peloponneso neppure l'ombra, mentre la scarsità di cibo diveniva drammatica. Motivi che, di necessità, li piegarono a tentare un accordo con gli Ateniesi. Saleto, sfiduciato anch'egli sull'arrivo della flotta, fa distribuire armi pesanti alla massa dei cittadini, che prima ne possedeva solo di leggere. Ha in animo una sortita contro il campo nemico. Ma costoro, quando ebbero tra le mani le armi, non dettero più ascolto ai capi, si collegavano in gruppi, esigendo che i cittadini facoltosi facessero trasportare in piazza le loro riserve di grano per una distribuzione pubblica: altrimenti dicevano chiaro che avrebbero cercato l'intesa con gli Ateniesi, e ch'erano pronti a consegnare la città.

28. Le autorità compresero che in questa circostanza le leve del potere erano loro sfuggite di mano. Nel caso di un accordo separato, avrebbero potuto pagar molto caro un proprio eventuale isolamento. Si risolvono così a sottoporre a Pachete e al suo esercito un progetto di trattato comune, articolato in questi punti: agli Ateniesi spettava, in assoluta libertà, di decidere la sorte di Mitilene, come meglio credevano; la città avrebbe aperto le porte all'esercito; i Mitilenesi avrebbero messo in viaggio per Atene una loro ambasceria, con la missione di trattare la propria difesa. Finché non fossero di ritorno, Pachete contraeva l'obbligo di non incatenare, vendere schiavo o passare per le armi nessun cittadino. Furono queste le caratteristiche di fondo dell'accordo, ma i cittadini di Mitilene che si erano più apertamente compromessi con Sparta per via delle loro trame, non ressero alla vista dell'armata ateniese che penetrava marciando in città e tremanti, si gettarono ai piedi degli altari. Pachete li fece rialzare, con la promessa che nessuna pena sarebbe stata loro inflitta e li rinchiuse al sicuro, a Tenedo, in attesa di istruzioni più precise da Atene. Dislocò un certo numero di triremi anche ad Antissa, occupandola e sistemò, con i provvedimenti che gli parvero più opportuni, l'ordine interno del suo esercito.

29. I Peloponnesi che imbarcati sulle quaranta navi avrebbero dovuto soccorrere in tutta fretta Mitilene avevano indugiato lungo le coste della loro terra, navigando con la stessa lentezza anche su tutto il resto del percorso. Sfuggirono al controllo ateniese finché toccarono l'isola di Delo. Di lì mossero per approdare a Icaro e a Micono dove li sorpresero le prime notizie sulla capitolazione di Mitilene. Il desiderio di un resoconto più completo li spinse a Embato, di Eretria: il loro approdo in questa località fu di circa sette giorni posteriore alla caduta di Mitilene. Ormai a conoscenza della verità tennero un consiglio sulle circostanze che si presentavano e tra loro si levò a parlare Teutiaplo, cittadino di Elide:

30. "Alcida, colleghi comandanti del Peloponneso, qui raccolti! A parer mio dovremmo metter subito la vela per Mitilene, così come ci troviamo, senza indugi, prima che il nemico ci noti. Gli Ateniesi tengono la città da pochi giorni: potremo trovare, come di solito accade, che le loro precauzioni difensive sono molto allentate, soprattutto sul mare, da cui nemmeno li sfiora il dubbio che possa minacciarli un attacco nemico, e dove invece Si sviluppano più efficaci le nostre possibilità difensive. È facile pensare che anche le loro milizie di terra, superbe della vittoria, si trovino spensieratamente disperse per le case. Se scateniamo imprevisto l'attacco di notte, ho buone speranze che l'impresa ci riuscirà propizia, specialmente se otterremo il sostegno interno di qualche loro cittadino, se ve ne sono ancora disposti ad abbracciare la nostra causa. Il rischio non ci faccia tremare; considerate che l'elemento imponderabile della guerra consiste propriamente in questo. Se uno stratego sa preservarne il suo esercito e, scorgendolo nel nemico, cogliere l'istante adatto all'assalto, di norma conquista il successo."

31. Argomenti che non valsero a persuadere Alcida. Quindi alcuni altri, che venivano profughi dalla Ionia, e i Lesbi che accompagnavano la spedizione, poiché Alcida arretrava all'idea di tanto rischio, gli consigliavano caldamente d'assicurarsi come base operativa una delle città sulla costa ionica o Cuma Eolica, da cui muovere in forze per provocare la defezione dell'intera Ionia (le prospettive sorridevano: poiché l'arrivo spartano sarebbe stato bene accetto a ogni gente). Così, se avessero strappato ad Atene la fonte delle sue entrate più sostanziose e, per giunta, l'avessero obbligata a pesanti spese per organizzare contro di loro una campagna e un blocco navale, tutto faceva credere che anche Pissutne avrebbe aderito alla proposta di una collaborazione militare. Propositi che urtarono con la freddezza di Alcida, il quale propendeva invece per un immediato viaggio di ritorno, il più possibile celere, alle coste del Peloponneso, poiché per il suo ritardo la missione a Mitilene era ormai fallita.

32. Salpando da Embato, costeggiò fino a Mionneso di Teo, dove, dopo lo sbarco, fece giustiziare tutti i prigionieri di guerra che aveva catturato nel periodo di navigazione. Quando si ancora nel porto di Efeso, si presentarono degli ambasciatori inviati dai Sami di Anea a dichiarargli che non avevano levato le armi contro di lui e non si erano comportati ostilmente, mentre erano soggetti all'obbligo dell'alleanza con Atene. Se non cambiava metodi, avrebbe tratto dalla sua ben pochi nemici, ma senza dubbio molti che gli erano amici gli avrebbero indetto guerra. Alcida cedette: restituì la libertà agli uomini di Chio che teneva ancora in catene e ad alcuni di altri paesi. Accadeva infatti che alla vista delle sue navi la gente della riva ionica non si dava alla fuga, anzi si avvicinava volentieri, convinta che si trattasse di imbarcazioni attiche, mentre neppure di sfuggita li toccava il dubbio che in un'epoca di pieno dominio navale ateniese una flotta del Peloponneso ardisse solcare i mari della Ionia.

33. Da Efeso, Alcida riprese in fretta la sua navigazione: in realtà una fuga. Quando la squadra era ancora agli ormeggi nei pressi di Claro, era stata avvistata dalla Paralo e dalla Salaminia (che salpate da Atene, incrociavano in quelle acque): il timore d'essere intercettato dalle navi ateniesi lo indusse a guadagnare il mare aperto, deciso a non toccare altro approdo fuori della costa amica del Peloponneso. Ma le sue mosse venivano notate e le segnalazioni trasmesse a Pachete e agli Ateniesi da Eritra, e da un'infinità di altri punti della riva Ionica, che non essendo munita di fortificazioni suscitava in Atene un vivo affanno: si temeva che i Peloponnesi, con sbarchi improvvisi danneggiassero le città, anche se pareva poco probabile una loro duratura occupazione di quel territorio. La Paralo e la Salaminia riferirono a Pachete d'aver scorto direttamente il nemico nelle acque di Claro. Di furia si lanciò ad inseguirli: spinse le navi fino all'altezza dell'isola di Patmo, ma quando comprese che erano sfumate anche le ultime possibilità d'intercettarli, ordinò la ritirata. Gli parve in fondo un guadagno, poiché non li aveva agguantati in mare aperto: sorpresi infatti in qualche specchio d'acqua prossimo alla costa, si sarebbero visti costretti ad accamparsi, imponendo agli Ateniesi l'obbligo della sorveglianza e del blocco.

34. Anche a Nozio, un centro di Colofoni, Pachete fece scalo, costeggiando lungo il percorso di ritorno. Vi si erano stanziati i Colofoni della città alta, quando cadde in possesso in Itamane che, per passione di parte, si era assunto l'iniziativa d'introdurvi truppe barbare. La data di quella conquista coincideva quasi con la seconda invasione dell'Attica. Ora il clima politico all'interno di Nozio, tra i profughi di Colofone che l'avevano fondata e scelta come sede, era nuovamente divenuto torrido: si fronteggiavano due fazioni. Gli uni, ottenuti da Pissutne ausiliari arcadi e contingenti di barbari, li tenevano pronti in un quartiere isolato e fortificato della città: era il partito in cui confluivano, dotati di eguali diritti politici, anche i Colofoni che, fautori di una linea filo persiana, erano convenuti dalla città alta a Nozio. Gli altri, che avevano dovuto sgomberare la piazza di fronte agli avversari ed erano esuli, ricorsero a Pachete. Costui convocò a trattare Ippia, che deteneva il comando degli Arcadi acquartierati nella piazzaforte, con il patto che se le proposte da lui avanzate non avessero incontrato il proprio favore, l'avrebbe fatto riaccompagnare incolume al fortilizio, senza infliggergli danno. Orbene quello si presenta all'incontro: Pachete ne dispone l'immediato arresto, senza catene. Coglie l'occasione per scagliare un assalto proditorio al forte e, tra il costernato stupore degli assaliti, lo occupa di forza. Massacra gli Arcadi e i mercenari barbari che vi si erano asserragliati: in quanto ad Ippia, non viene meno alle sue promesse. Lo fa scortare nel forte, aspetta che sia all'interno, lo fa bloccare e crivellare di frecce. La città di Nozio è riconsegnata ai Colofoni, tranne quelli che parteggiano per la Persia. In seguito gli Ateniesi vi mandarono un gruppo di coloni imponendo a Nozio una costituzione politica formulata sulla base delle proprie leggi, concentrandovi da ogni città i Colofoni che vi si trovavano.

35. Pachete, giunto a Mitilene, si assoggettò a Pirra ed Ereso e catturato lo spartano Saleto che si teneva nascosto in città, lo inviò ad Atene in compagnia dei cittadini di Mitilene che avevano raccolto sotto sorveglianza a Tenedo, aggiungendo chiunque altro gli sembrasse responsabile della sedizione. Congedò anche la maggior parte delle truppe e trattenendosi con gli altri in quei luoghi, ridusse l'assetto di Mitilene e di tutti i centri dell'isola di Lesbo all'ordine politico che giudicava più opportuno.

36. Quando Saleto e i compagni di prigionia arrivarono, gli Ateniesi mandarono immediatamente a morte Saleto, sebbene s'offrisse per molti e utili servizi; tra l'altro, prometteva il ritiro delle truppe peloponnesiache da Platea, che era ancora assediata. La sorte dei Mitilenesi fu segnata da un'assemblea in cui gli Ateniesi, sotto l'impulso della collera, decretarono non solo la morte di tutti i prigionieri che tenevano già in pugno ma l'eliminazione totale degli abitanti di Mitilene in età adulta e la schiavitù per i piccoli e le donne. Il motivo fondamentale di rancore e d'accusa restava sempre il tentativo di rivolta, più grave in quanto il loro stato di soggezione non era rigido come quello delle altre città suddite; ma un diverso, intenso rovello rendeva più acerbo il loro sdegno: la sfida che le navi dei Peloponnesi avevano lanciato, con l'audacia di solcare, in aiuto di quelli, i mari della Ionia. Trasparivano evidenti i preparativi meticolosi, calcolati da lungo tempo, che avevano preceduto la rivolta. Si allestisce subito e si mette in mare una trireme, con la missione di raggiungere Pachete e di informarlo del volere di Atene, con l'ordine di procedere immediatamente all'esecuzione sommaria dei Mitilenesi. Ma già il giorno seguente i propositi erano mutati: una nuova, più consapevole valutazione aveva messo crudamente in luce l'enormità e la barbarie di quel decreto, di cancellare la popolazione di una città piuttosto che colpire gli autentici colpevoli. Appena gli ambasciatori di Mitilene là presenti e gli stessi Ateniesi che provavano del favore per loro compresero che il pubblico sentire era mutato si adoperarono per indurre i magistrati che ne avevano autorità a proporre una seconda volta la questione: e quelli volentieri accondiscesero, comprendendo che la maggioranza dei cittadini aspettava solo che le fosse concessa la facoltà di sottoporre ad un nuovo esame la decisione già sancita. Si adunò in fretta la assemblea: tra le contrastanti opinioni sostenute dagli oratori, fece spicco il discorso di Cleone, figlio di Cleeneto, colui che nella seduta precedente aveva fatto prevalere il suo progetto di una generale condanna a morte. Poiché, in quell'epoca, anche nel resto, era il più violento tra i concittadini e quello che godeva presso il popolo il credito più assoluto. Si ripresentò e tenne il seguente discorso:

37. "Di frequente, in tempi passati, ho avuto occasione di convincermi, per esperienza diretta, che la democrazia è impotente al governo di un impero: concetto più di prima nitido e fermo, mentre, proprio ora, noto sui vostri volti pentiti il rammarico per la decisione su Mitilene. La lealtà intrepida e schietta che impronta i vostri quotidiani contatti v'ispira un comportamento altrettanto sciolto nei confronti dei paesi amici. E nei vostri abbagli, quando vi lasciate sedurre dalla dialettica dei loro argomenti o vi arrendete alla compassione che vi sanno istillare, non sapete scorgere il vizio di fondo: la vostra fragilità spirituale, fonte sempre viva per voi di pericoli, da parte degli alleati invece infeconda di gratitudine. Non riflettete che la vostra signoria è una tirannide, un servizio imposto a soggetti perfidi, insofferenti che curvano il capo non in virtù dell'indulgenza che accordate loro, nociva e rischiosa a voi stessi, ma dell'autorità che ha radici nella forza e che assai più del loro devoto affetto vi conserva e garantisce il potere. Ma la minaccia più oscura vi sovrasta se le deliberazioni prese non saranno eseguite con rigore e non faremo nostra questa essenziale realtà politica: se uno stato si avvale di un complesso di leggi scadente ma inflessibile, riesce più forte di quello che si appoggia su leggi nobili, ma inefficaci. È più cospicuo il profitto dell'ignoranza sorretta dalla risolutezza che dell'ingegno privo di temperamento. L'amministrazione dello stato in ogni caso è più sicura tra le mani di uomini semplici, che di gente troppo sagace. Poiché costoro bramano sempre di far brillare la propria intelligenza sopra le leggi ed in ogni discussione d'affari pubblici vogliono affermarsi, convinti di non poter mostrare in altre più rilevanti questioni le scintille del loro genio. Malanno diffuso e comune motivo di sfacelo per molte città; di contro gli altri, mal fidandosi della propria perspicacia, si stimano inferiori in prudenza alle leggi, e ammettono la modestia della propria competenza nel criticare la destrezza di un oratore: perciò, in qualità di giudici neutrali, che non si scaldano alla passione della contesa, dirigono generalmente al successo ogni loro iniziativa. Occorre con formare la nostra condotta a questi esempi, senza slanciarci, da virtuosi, sulle ali della sublime oratoria in giostre d'ingegno consigliando a voi, al popolo, proposte in contrasto con il nostro sentire.

38. "Il mio parere è irremovibile. E mi stupisco che vi sia ancora chi propone di rinnovare la discussione su Mitilene, causando un ritardo che torna piuttosto a vantaggio dei colpevoli (l'offeso infatti suole in questo caso perseguire l'autore dell'oltraggio con una collera meno viva; ma se vibra la sua replica all'offesa nel tempo più breve, riesce ad infliggere una punizione realmente proporzionata al danno). Mi meraviglio anche di chi ardirà contestarmi e vorrà chiarire che i crimini commessi dagli uomini di Mitilene ci apportano un guadagno, mentre i nostri crolli coinvolgono nella rovina gli alleati. Costui, come è chiaro, superbo della propria maestria dialettica, s'ingegnerà di porre alternative, dimostrando che il precedente proposito, fondato sui principi di regola e comunemente accettati, in realtà non è valido affatto come decisione; ovvero, corrotto dall'oro, s'impegnerà a far sfavillare i suoi artifici d'eloquenza, tentando di traviarvi su una falsa strada. Frattanto la città in contese di questa natura dispone gli allori per gli altri e, per se stessa, riserva i rischi. Ma ne siete voi i responsabili, gli organizzatori maldestri di tali gare; voi che di natura siete soliti assistere agli interventi degli oratori come si accorre ad uno spettacolo, e farvi uditori delle gesta compiute; voi che modellate la vostra valutazione delle imprese future sullo splendore oratorio di chi vi fa balenare la possibilità di realizzarle, mentre sui fatti già accaduti non vi risolvete ad adottare come più indiscutibile e cosciente metro di riflessione la concreta, tangibile realtà degli eventi, fidandovi piuttosto di ciò che udite nelle sfolgoranti arringhe di chi ve ne porge, a parole, un resoconto già criticamente elaborato. Siete prontissimi all'esca di una eloquenza ammantata da una vernice d'originalità, e altrettanto insuperabili nel recalcitrare di fronte a una linea di condotta già solidamente confermata dall'esperienza, affascinati fino alla schiavitù dal singolare e dallo straordinario, colmi di sprezzante noia per ciò che è consueto e regolare. Ciascuno di voi smania per la febbre d'esser valente nella parola; se fallisce questo segno, di saziarsi almeno scendendo in contesa con quella bella genia di parlatori, a mostrare che anche egli può seguire, senza farsi aspettare troppo, i loro ingegnosi ragionamenti; anzi sa cogliere a volo la paroletta acuta, prima che sorga dalle labbra di chi parla, ed elevarla alle stelle, maestro di prontezza nell'intuire i propositi altrui, ma altrettanto arrugginito nel divinarne in tempo le pratiche conseguenze. Se mi si consente, voi vi struggete per abbracciare un miraggio che non esiste nel secolo in cui viviamo: non scorgete con sufficiente chiarezza i concreti contorni del reale. Vi ammalia il musicale incanto della dialettica: vi si direbbe un pubblico intento ai duelli spettacolari dei sofisti, più che un popolo di cittadini compresi del loro compito di provvedere al pubblico bene.

39. "Contegno da cui tento di sradicarvi: e a questo scopo passo a dimostrare che Mitilene vi ha inflitto l'ingiuria più rovente che mai altra città abbia osato. A mio giudizio esistono motivi di comprensione per quanti, insofferenti del vostro freno, o per la suggestione di minacce nemiche, si sono decisi alla rivolta: ma costoro posseggono un'isola, forte di mura. L'incubo di un'aggressione ostile, da parte dei nostri comuni nemici, poteva levarsi solo dal mare: dove certo non faceva loro difetto la copertura di una solida e moderna flotta. Godevano l'autonomia politica, e i più alti onori, da parte nostra: che nome si conviene al loro atto, se non sordo intrigo, rivolta più che defezione (la defezione almeno s'ammette, come risposta a un dominio doloroso e intollerabile), tentativo di fondersi alle forze che più vi avversano, per annientarci? Proposito assai più colpevole che se ci avessero sfidati raccogliendo truppe solo per conto proprio. Non li guidò l'esempio degli altri soggetti che tentarono la ribellione e gemono, ora, sotto il nostro pugno. Neppure il benessere di cui fiorivano ha loro ispirato la cautela di non cimentarsi in una prova così incerta. Alzarono all'avvenire il loro sguardo temerario e le loro speranze, più ampie del loro effettivo potere, ma fioche rispetto ai desideri, e si risolsero per la guerra, preferendo l'uso della forza a quello del diritto. Attesero l'attimo favorevole, la consapevolezza di poter cogliere il successo, e ci aggredirono senza l'impulso di un torto subito. È ormai natura che le città baciate da una prospera, insperata potenza, smarriscano la misura di loro stesse. Poiché gli uomini sono più al sicuro quando i loro successi progrediscono governati dalla ragione, di quando oltrepassano ogni speranza: sicché, per quanto strano appaia, è più facile porre riparo a una sciagura, che sopravvivere incolumi a una fortuna. Il prestigio di cui, da gran tempo, favorimmo i Mitilenesi era eccessivo, insensato: non li avrebbe stimolati a tale segno d'intolleranza: conviene soprattutto all'indole umana ripagare il rispetto con sprezzante ironia, e con la deferenza il rigore implacabile. Commisurate al crimine la pena da infliggere: non restringetene agli aristocratici la responsabilità, assolvendo la moltitudine. Fu comune moto di rivolta contro di voi, mentre se avessero fatto ricorso a noi oggi potrebbero ancora vivere sereni nelle loro case. Si convinsero invece che il rischioso passo poteva riuscire più sicuro, prestando sostegno agli aristocratici, e aderirono alla sedizione di cui quelli furono i promotori. Volgete il pensiero alla lega: se adatterete pene altrettanto pesanti agli alleati che, costretti dal nemico, si sollevano e a quelli cui la volontà di ribellione germoglia spontanea, chi prevedete si asterrà dallo scuotere il freno alla più leggera occasione, fidando nella conquista della libertà, in caso di trionfo, e in un castigo per nulla insopportabile, se incontra il fallimento? A noi invece resterà il pericolo, contro ogni stato che si dichiari nemico, di perdere vite umane e denaro. E la vittoria ci frutterà un ammasso di macerie, mentre sfumeranno le rendite che avremmo potuto cavarne per l'avvenire, e che sono la nostra forza contro il vero nemico. La sconfitta invece aggregherà alle forze ostili, che già ci combattono, altri freschi avversari. E le fatiche e il tempo destinati alla lotta con le potenze schierate ora contro di noi, si struggeranno nei focolai di guerra via via accesi nei territori alleati.

40. "Dunque, togliete a Mitilene ogni speranza di proiettare il suo delitto nella luce della fragilità umana e di carpirne, con la carezza dell'oro o dell'elegante parola, qualche sprazzo di comprensione indulgente. Il guasto che ci inflissero non fu involontario, la ragione li illuminava nell'architettare il colpo insidioso: la coscienza del crimine abolisce il perdono. Io mi sono battuto nella precedente assemblea e ancora mi batto perché non rivediate le vostre deliberazioni, senza subire il funesto influsso dei tre affetti più perniciosi per l'esercizio di una signoria: la compassione,.la lusinga della parola, la clemenza. È la pietà un sentimento che a ragione allaccia vincoli tra eguali, ma che non si sperpera con chi non ci ricambierà mai di pari trasporto e che la logica dei fatti ci opporrà sempre nemico. I retori, maestri nella delizia dei discorsi, scelgano in affari di più limitato interesse il loro campo d'esibizione e di tornei verbali, si ritirino nel momento cruciale in cui la città potrebbe pagare a grave prezzo di sangue brevi istanti di piacere, mentre, preziosa corona della loro arte preziosa, costoro si procurano lauti vantaggi. La clemenza è un beneficio che va concesso a chi mostra la volontà di serbarsi anche in futuro leale, non a chi insisterà tenace nei suoi propositi ostili. Riassumo il mio intervento: se seguirete il mio consiglio punirete secondo giustizia i Mitilenesi, operando intanto il vostro utile: poiché comprendete bene che con un diverso decreto non otterreste la loro riconoscenza, ma firmereste la vostra condanna. Se fu legittimo il loro moto, è dunque iniquo il vostro dominio. Se, pur contro il diritto, vi proponete egualmente di farlo valere, non sfuma per ciò il dovere di correggerli duramente, in contrasto con la giustizia, ma in accordo con il vostro profitto. Ovvero lasciate cadere il vostro impero e interpretate la parte dei galantuomini, disposti a una vita irreprensibile, ma esente da rischi. Considerate che la vostra più salda difesa è mantenere immutata la pena decisa e non rivelare, voi che siete sfuggiti al tranello, uno spirito più fiacco del loro, che hanno attaccato. Vi sproni la riflessione delle prevedibili misure che vi avrebbero imposto, in caso di trionfo: soprattutto in quanto fu loro iniziativa di calpestare il diritto. Chi assalta senza plausibile pretesto, spinge agli estremi orrori la propria distruttiva ferocia, prevedendo con spavento la reazione del nemico sopravvissuto: chi subisce senza motivo un colpo ed è superstite, si trasforma in un avversario più terribile di un altro, su cui agisca l'impulso di un odio giustificato e covato da tempo. Non tradite dunque voi stessi. Accostate il più possibile alla vostra fantasia l'incubo della sventura che vi minacciava: calcolate a che prezzo avreste bramato d'averli in pugno. Ripagateli ora, senza debolezze, ravvivando in questo attimo il ricordo orribile del pericolo che incombeva sul vostro capo. Inchiodate nella mente degli altri alleati l'inequivocabile modello di una punizione esemplare. Si sappia che la morte attende i ribelli. Se questa verità s'afferma in loro, sentirete meno l'obbligo di sminuire il vostro sforzo contro il nemico, per battervi contro i vostri stessi alleati."