Prima di iniziare ad elencare i canti della poesia lirica greca, vogliamo fare una premessa sul teatro greco e la sua conformazione:
Il teatro greco ebbe origine dal dramma satiresco, da cui derivarono prima la tragedia e poi la commedia. Tutte e tre queste forme di teatro rimasero per lungo tempo collegate al culto del dio Dioniso che, secondo gli antichi, tramite l’ebbrezza provocata dal vino, riusciva a collegare l’umano con il divino
Inventore della tragedia, secondo i testi antichi, sarebbe stato Tespi perché avrebbe trattato per primo soltanto argomenti tragici isolandoli da quelli comici che erano contemporaneamente presenti nelle forme precedenti di teatro.
Dioniso, che prima veniva rappresentato dal corifeo, venne sostituito da eroi e semidei presi in prestito dalla mitologia e dalla letteratura precedente e, con l’introduzione di un secondo attore, si sarebbe giunti alla tragedia come la conosciamo nella sua espressione classica. La prima rappresentazione teatrale di una tragedia si sarebbe realizzata ad Atene, a cura dello Stato tra il 536 ed il 532, mentre la prima rappresentazione di una commedia si sarebbe verificata solo circa 50 anni dopo. Le tragedie da rappresentare venivano scelte dopo essere state sottoposte ad un concorso a cui gli scrittori tragici partecipavano presentando tre tragedie ed un dramma satiresco.
Ai cittadini poveri, affinché potessero assistere allo spettacolo, lo Stato pagava la giornata di lavoro.
La tragedia, anche se dal punto di vista estetico si presenta in forma poetica estremamente valida e raffinata, nei contenuti rispecchia quasi sempre dei problemi (politici, sociali, etici, religiosi, ecc.) di piena attualità ed in modo realistico.
La commedia invece presenta sulla scena, in maniera buffonesca, i protagonisti ed i fatti del presente, spesso in maniera critica e ridicolizzando personaggi ed episodi della vita contemporanea.
Il dramma satiresco è un’ opera simile ad una tragedia greca scherzosa e a lieto fine. Presentava spesso scene farsesche ed una certa licenziosità di linguaggio. Il coro era formato da un gruppo di Satiri. L’unico dramma satiresco che conosciamo per intero è il “Ciclope“ di Euripide.
Suggerisco di visionare l'Architettura del Teatro Greco, seguendo questo link
I canti della poesia lirica greca
gruppo di attori ( coreuti ) che sostenevano le parti cantate e danzate. Il coro è collegato all’ origine stessa della tragedia, poiché da esso si staccò l’ attore, prima probabilmente recitando passi narrativi, poi dialogando con il corifeo. L’ importanza del coro nell’ azione drammatica era all’ inizio pari a quella dello attore. Composto da 12 coreuti in Eschilo e da 15 in Sofocle, interveniva nei parodi, in tre stasimi e nell’ esodo, con parti composte in versi lirici, articolate in strofe, antistrofe ed esodo. Fondamentale è la presenza del coro anche nella commedia antica: in Aristofane il coro, che spesso rappresenta animali ( vespe, uccelli, rane ) , partecipa vivacemente all’ azione e si rivolge direttamente al pubblico, mentre nelle ultime commedie è ridotto ad intermezzo musicale.
Il ditirambo - διθύραμβος è un antico canto corale greco dedicato al dio Dioniso, caratterizzato da un tono entusiastico e appassionato. Veniva intonato da un coro che al suono di un flauto danzava in cerchio. È un genere fondamentale perché da esso, secondo Aristotele, ha avuto origine la tragedia. Era il canto sacro per eccellenza di Dioniso, dio del vino, del misticismo e dell'estasi. Originariamente era un canto tumultuoso e sfrenato, legato ai riti dionisiaci e all'ebbrezza. Veniva cantato e danzato da un coro disposto in cerchio (coro ciclico) intorno all'altare del dio. Nasce come lamento o celebrazione estemporanea. Il poeta Arione di Metimna (VII sec. a.C.) fu il primo a dargli una forma letteraria fissa e a scriverne i testi. Aristotele, nella sua Poetica, afferma che la tragedia nacque proprio "da coloro che guidavano il ditirambo" (i corifei). Questo accadde quando il capocoro iniziò a staccarsi dal canto per dialogare con gli altri elementi. Diventa un genere lirico autonomo di altissimo livello con poeti come Laso di Ermione, Simonide, Pindaro e soprattutto Bacchilide.
L'encomio (dal greco ἐγκώμιον, composto da en "in" e kômos "festa/corteo festivo") è un canto corale della lirica greca antica composto per celebrare e lodare una persona in vita. A differenza dell'epicedio (per i morti), l'encomio celebrava persone vive, potenti e illustri. Veniva eseguito durante i banchetti (simposi) o i cortei festivi (komoi) in onore del festeggiato. Esaltava le virtù morali, la stirpe, la ricchezza e le imprese del destinatario. I più grandi compositori di encomi furono Simonide, Pindaro, Bacchilide e Gorgia (come esercitazione alla retorica). L'Epinicio: È la variante più famosa dell'encomio. Era il canto specifico per celebrare i vincitori dei giochi atletici (come i giochi di Olimpia o Delfi). In epoca sofistica e classica, l'encomio si trasformò da testo poetico a genere retorico in prosa (il più celebre è l'Encomio di Elena di Gorgia).
L'epicedio (dal greco ἐπικήδειος, composto da epí "sopra" e kêdos "lutto/funerale") è un canto funebre della poesia lirica greca antica.
Veniva cantato in presenza del cadavere prima della sepoltura. A differenza del treno (lamento generico per i morti), l'epicedio era strettamente legato alla veglia funebre fisica. Celebrava le virtù del defunto e ne piangeva la scomparsa. Nasce come lamento improvvisato nei poemi omerici (es. i lamenti per Ettore nell'Iliade). Diventa un genere lirico d'autore con poeti come Simonide e Pindaro. Il termine è passato poi nella letteratura latina e moderna per indicare qualsiasi componimento in morte di qualcuno.
L'epinicio (dal greco ἐπινίκιος, composto da epí "per" e níke "vittoria") è il canto corale celebrativo più importante della lirica greca, composto specificamente per onorare i vincitori dei giochi atletici. Celebrava i trionfatori delle quattro grandi manifestazioni panelleniche: i giochi Olimpici, Pitici (a Delfi), Istmici (a Corinto) e Nemei. Veniva cantato e danzato da un coro durante i festeggiamenti per il ritorno del vincitore nella sua città natale o durante un banchetto. Le città pagavano cifre altissime ai poeti per commissionare questi canti, poiché la vittoria di un cittadino dava immenso prestigio a tutta la comunità. Un epinicio classico non si limitava a descrivere la gara sportiva, ma univa tre elementi fondamentali. Il nome dell'atleta, la sua patria, la famiglia e la disciplina in cui aveva vinto. Una narrazione mitologica legata alla famiglia dell'atleta o alla sua città, che elevava l'impresa sportiva a un livello universale ed eterno. Massime di saggezza del poeta sul destino umano, sul rapporto tra uomini e dei, e sul limite da non superare mai per evitare l'invidia divina (hybris). Pindaro, è il punto di riferimento assoluto del genere. Le sue Odi Olimpiche, Pitiche, Nemee e Istmiche sono capolavori di complessità stilistica e intensità religiosa. Bacchilide, rivale di Pindaro, si distingueva per uno stile più limpido, narrativo, elegante e accessibile. Simonide, il primo grande poeta a scrivere epinici dietro compenso regolare.
L'epitalamio (dal greco ἐπιθαλάμιος, composto da epí "sopra/presso" e thálamos "letto nuziale/stanza da letto") è il canto di nozze della poesia lirica greca, composto per celebrare gli sposi. Veniva cantato da un coro di fanciulli e fanciulle davanti alla porta della camera nuziale, la sera delle nozze o la mattina successiva per svegliare gli sposi. Aveva una funzione augurale; serviva a propiziare la felicità della coppia, la fecondità e la nascita di figli sani. Il tono era festoso, allegro e spesso conteneva scherzi benevoli rivolti allo sposo o al custode della porta (piloròs). Saffo, è la figura di riferimento per questo genere. Nei frammenti dei suoi epitalami descrive con grazia la bellezza della sposa (spesso paragonata a una mela dolce o a un fiore) e la forza dello sposo. Il genere fu coltivato anche nella lirica corale da poeti come Pindaro e Bacchilide, e più tardi in epoca ellenistica da Teocrito (autore dell'Epitalamio di Elena). Il genere passò a Roma con Catullo (celebre per i suoi Carmina nuziali) e influenzò tutta la poesia matrimoniale europea successiva.
L'esodo (dal greco ἔξοδος , composto da ex "fuori" e hodós "via/cammino") rappresenta la parte conclusiva della tragedia greca antica. È l'intera sezione della tragedia che si trova dopo l'ultimo stasimo (l'ultimo canto fermo del coro). Contiene lo scioglimento definitivo della trama, la catastrofe finale o la risoluzione del dramma. Spesso l'esodo si apre con l'arrivo di un messaggero che racconta eventi tragici avvenuti fuori di scena (es. suicidi o omicidi). Può includere anche l'apparizione del deus ex machina. Durante l'esodo, il coro intona il suo ultimo canto mentre abbandona definitivamente l'orchestra del teatro. Le battute finali del coro, spesso recitate dal capocoro (corifeo) in versi brevi, contengono una massima morale che riassume il significato profondo di tutta l'opera.
L'imeneo (dal greco ὑμέναιος) è un altro antico canto di nozze della lirica greca, strettamente imparentato con l'epitalamio, ma legato a un momento diverso del rito nuziale. Veniva cantato durante la pompe, cioè la solenne processione serale che accompagnava la sposa dalla casa dei genitori alla nuova casa dello sposo. Il canto era caratterizzato dal continuo ritornello "Ymen o Ymenaie", un'invocazione a Imeneo, il dio protettore del matrimonio e delle unioni nuziali. Era un canto itinerante, accompagnato dal suono dei flauti, della cetra e dal ballo degli invitati che reggevano fiaccole. Differenza tra Imeneo ed Epitalamio: Sebbene entrambi siano canti nuziali, i greci li distinguevano per il momento del rito: L'Imeneo accompagna il viaggio e il corteo della sposa per le strade. L'Epitalamio si canta invece da fermi, davanti alla camera nuziale, quando gli sposi sono già entrati.
L'inno (dal greco ὕμνος) è la forma più antica e solenne di componimento della lirica greca, dedicato esclusivamente alla celebrazione degli dei. Era rivolto alle divinità dell'Olimpo per lodarne la potenza, i poteri e i benefici concessi agli uomini. Veniva eseguito durante le grandi feste religiose pubbliche, i sacrifici e le cerimonie sacre della città-stato (polis). Poteva essere sia monodico (cantato da un solo poeta con la lira) sia corale (cantato e danzato da un coro). L'inno greco segue una struttura fissa e rituale divisa in tre parti:
- Invocazione (epiklesis - ἐπίκλησις): Il poeta chiama il dio usando i suoi nomi ufficiali, i titoli di culto (epiteti) e i suoi luoghi sacri, per attirare la sua attenzione.
- Narrazione (mythos - μῦθος): La parte centrale che racconta le imprese del dio, la sua nascita, i suoi poteri o i favori concessi in passato agli uomini.
- Preghiera (euche - εὐχή): La richiesta finale di protezione, salute, vittoria o prosperità per il poeta e per la comunità.
La lirica d'autore: Grandi poeti come Alceo (lirica monodica), Pindaro e Bacchilide (lirica corale) scrissero inni di straordinaria bellezza letteraria.
I generi derivati: Dall'inno generale nacquero forme specifiche dedicate a singoli dei, come il peana per Apollo e il ditirambo per Dioniso.
L'iporchema (dal greco ὑπόρχημα, composto da hypó "sotto" e orchéomai "danzare") è un antico canto corale della lirica greca in cui la danza mimica e il movimento avevano la stessa importanza, se non superiore, rispetto al canto. Era un canto d'azione dove un gruppo del coro cantava e un altro gruppo (o l'intero coro) eseguiva movimenti rapidi, gesti e salti per mimare espressivamente il significato delle parole. Originariamente era dedicato ad Apollo ed era fortemente legato al culto cretese, ma in seguito fu rivolto anche a Dioniso. Il ritmo era vivace, allegro, ritmato e scattante, molto diverso dalla solennità statica di altri canti sacri. Le fonti antiche (tra cui Platone e Plutarco) ne attribuiscono l'invenzione o la codificazione a Taleta di Gortina (Creta, VII sec. a.C.). Fu portato alla massima espressione letteraria da Pindaro, Simonide e Bacchilide. Simonide, in particolare, era celebre per la sua capacità di far "parlare" i gesti della danza attraverso la parola poetica. Elementi di iporchema vennero inseriti anche nella tragedia greca (soprattutto in Sofocle) per esprimere momenti di improvvisa e intensa gioia dei personaggi prima della catastrofe finale.
La parodo (dal greco πάροδος, composto da pará "accanto" e hodós "via/passaggio") è il canto d'ingresso del coro nel teatro greco antico. Rappresenta la prima parte cantata e danzata dal coro quando entra nell'orchestra del teatro per prendere posizione. Segue immediatamente il prologo (la scena iniziale recitata dagli attori). Se il prologo manca, l'opera si apre direttamente con la parodo. Il termine indicava anche i due passaggi laterali scoperti, situati tra la skené (la scena) e la cavea (le gradinate del pubblico), attraverso i quali il coro faceva fisicamente il suo ingresso. Il coro entrava di solito in formazione quadrata o rettangolare, avanzando a passo di marcia ritmato (spesso usando il metro anapestico per scandire il passo). Nel canto d'ingresso, il coro esprime la propria identità (chi rappresenta: es. i vecchi cittadini di Tebe, le donne di Troia), introduce il proprio punto di vista sulla vicenda e reagisce ai fatti presentati nel prologo.
Partenio (dal greco τὰ παρθένεια, derivato da παρθένειος "fanciulla/vergine") è un canto corale della lirica greca antica eseguito esclusivamente da un coro di ragazze giovani e non sposate. Veniva cantato durante le feste religiose cittadine, spesso legate a divinità femminili come Artemide (dea della caccia e della crescita dei giovani) o Atena. Le fanciulle cantavano avanzando in processione o danzando in cerchio, spesso portando offerte o doni sacri (come un mantello tessuto per la dea). Il tono univa la solennità della preghiera religiosa alla freschezza, alla grazia e alla leggerezza tipiche della giovinezza. Oltre a lodare la divinità, il testo conteneva spesso elogi scherzosi e affettuosi tra le stesse fanciulle del coro, che celebravano la bellezza, i capelli o la grazia della loro capocoro (corega). Aveva una forte valenza sociale; per le ragazze della polis, partecipare al partenio significava presentarsi ufficialmente davanti alla comunità prima del matrimonio. Il poeta Alcmane di Sardi (vissuto a Sparta nel VII sec. a.C.) è il punto di riferimento assoluto di questo genere. Nei frammenti dei suoi parteni (il più celebre è il Partenio del Louvre) descrive l'atmosfera festosa di Sparta, paragonando le splendide fanciulle Agidò e Agesicora a cavalli di razza o a stelle lucenti.
Peana (dal greco παιάν) è uno dei più antichi e solenni canti corali della lirica greca, dedicato originariamente al dio Apollo nelle sue funzioni di medico, salvatore e protettore. Deriva da Paieon (o Peane), che nel mito greco era il medico degli dei, figura in seguito identificata e assorbita dallo stesso Apollo. : Veniva intonato per chiedere la fine di una pestilenza, di una malattia o di una calamità, oppure come ringraziamento ad Apollo per il pericolo scampato. Era caratterizzato dal ritornello solenne "Iè Paian" (iḕ paián), ripetuto dal coro per invocare la presenza del dio. Con il tempo, il peana assunse un ruolo politico e militare cruciale nella vita delle città-stato greche (soprattutto a Sparta):
1) Prima della battaglia: I soldati (come gli opliti) lo cantavano in coro mentre avanzavano compatti verso il nemico, sia per invocare la vittoria sia per darsi coraggio e mantenere il ritmo di marcia.
2) Dopo la vittoria: Veniva cantato sul campo di battaglia per ringraziare gli dei del trionfo conseguito.
Divenne un genere letterario d'autore di altissimo livello grazie a Pindaro (di cui ci restano importanti frammenti di peani scritti per i cittadini di Tebe e di Delfi) e Bacchilide. In epoca tardo-classica ed ellenistica, il peana perse in parte il carattere esclusivamente religioso e iniziò a essere composto anche per celebrare e adulare condottieri e uomini illustri (come Lisandro di Sparta).
La prosodia (dal greco prosōidía - προσῳδία, composto da pros "verso/sopra" e ōidḗ "canto") indica lo studio del tempo, dell'accentazione e del ritmo delle parole e delle sillabe nella lingua parlata e nella poesia. Nella Grecia antica, dove la poesia era sempre cantata o recitata con un accompagnamento musicale, la prosodia era strettamente legata alla musica e alla metrica. A differenza dell'italiano moderno, che si basa sull'accento tonico (l'intensità della voce su una sillaba), la lingua greca antica si basava sulla quantità delle sillabe.
Sillabe brevi: Avevano la durata di un singolo tempo musicale (chiamato mora).
Sillabe lunghe: Avevano la durata di due tempi musicali (due morae).
Il ritmo: La prosodia studiava proprio come l'alternanza regolare di queste sillabe lunghe e brevi creasse il ritmo del verso (il metro), esattamente come le note musicali creano una melodia.
Nel greco antico, l'accento (acuto, grave o circonflesso) non indicava un aumento di volume della voce, ma un cambiamento di tonalità musicale:
L'accento acuto indicava un innalzamento della voce di circa una quinta musicale.
La parola stessa prosōidía significava originariamente "il canto che si accompagna alla parola".
Per estensione, nella lirica corale greca, il prosodio divenne anche un genere specifico: Era il canto di processione; Veniva cantato dal coro mentre avanzava solennemente verso un tempio o un altare per compiere un sacrificio; Fu coltivato da grandi poeti come Pindaro e Bacchilide.
Lo scolio (dal greco σκόλιον, che significa letteralmente "obliquo", "tortuoso" o "curvo") ha due significati completamente diversi ma fondamentali per il mondo greco: uno legato alla lirica simposiale e uno legato alla filologia e allo studio dei testi. Nella lirica greca arcaica e classica, lo scolio era il canto da banchetto per eccellenza, intonato durante i simposi. Il nome deriva dal modo in cui veniva eseguito: gli invitati non cantavano tutti insieme, ma uno alla volta. Il diritto di cantare passava da un commensale all'altro in modo irregolare, "a zig-zag" o "obliquo" lungo i letti del banchetto (klinai), seguendo l'ordine di un ramoscello di mirto o di alloro che veniva passato di mano in mano. Era un canto monodico (per voce sola), breve e d'occasione. I temi spaziavano dalle massime di saggezza morale e politica, all'elogio dell'amicizia, dell'amore, del vino, fino alla celebrazione di eroi patriottici (celebre lo Scolio di Armodio e Aristogitone, i tirannicidi di Atene). Grandi poeti come Alceo, Saffo, Anacreonte e Simonide composero molti scoli. In epoca successiva (soprattutto in età ellenistica, con i filologi della Biblioteca di Alessandria), il termine assunse il significato che usiamo ancora oggi in letteratura: Lo scolio è una nota di commento o di spiegazione scritta a margine dei manoscritti antichi da grammatici e studiosi (chiamati infatti scoliasti); Serviva a spiegare parole difficili, varianti di testo, riferimenti mitologici, storici o geografici presenti nei poemi di Omero, nelle tragedie o nelle commedie. Grazie agli scoli giunti fino a noi, i moderni hanno potuto comprendere moltissimi dettagli della cultura greca antica che altrimenti sarebbero andati perduti.
Lo stasimo (dal greco στάσιμος, ovvero "canto da fermo") è il canto corale che intermezza gli episodi della tragedia greca antica. Insieme al prologo, alla parodo, agli episodi e all'esodo, costituisce uno dei cinque elementi strutturali fondamentali del dramma teorizzati da Aristotele nella sua Poetica. : È un canto eseguito dal coro dopo che questo ha già preso posto nell'orchestra del teatro (a differenza della parodo, che è il canto d'ingresso). Gli stasimi separano un episodio recitato dagli attori da quello successivo. Una tragedia classica conteneva solitamente tre stasimi. Funge da pausa lirica e riflessiva. Il coro non fa progredire l'azione drammatica, ma commenta gli eventi appena accaduti nell'episodio precedente, esprimendo giudizi morali, timori, speranze o evocando miti collegati alla vicenda.
: Il termine "stasimo" non significa che il coro rimanesse totalmente immobile, ma che cantava senza cambiare posto, rimanendo all'interno dello spazio dell'orchestra. Durante lo stasimo, il coro eseguiva movimenti coreografici di altissima precisione geometrica, articolati in strofe (spostamento in una direzione) e antistrofe (spostamento in direzione opposta mantenendo la stessa struttura metrica). Gli stasimi erano scritti in versi lirici e, per tradizione letteraria, utilizzavano il dialetto dorico, tipico della poesia corale, che si contrapponeva al dialetto attico usato dagli attori nelle parti recitate.
Il treno (dal greco θρῆνος, che significa "lamento", "pianto sommesso") è il più antico canto funebre della tradizione greca, caratterizzato da un forte impatto emotivo e da una dimensione collettiva. Nasce come lamento funebre spontaneo e improvvisato, già ampiamente descritto nei poemi di Omero (come i pianti delle donne troiane sul corpo di Ettore nell'Iliade). Veniva intonato durante la veglia funebre (prothesis) da cantori professionisti o dai parenti del defunto, ed era accompagnato dal pianto ritmico e da gesti rituali esasperati del pubblico (come battersi il petto o strapparsi i capelli). Aveva un tono cupo, disperato e viscerale. Esprimeva il dolore puro per la perdita e il terrore dell'Ade.
Differenza fondamentale tra Treno ed Epicedio
Sebbene entrambi siano canti legati alla morte, i greci li distinguevano chiaramente:
L'Epicedio: Era un canto d'autore più formale ed elegante, eseguito esclusivamente in presenza del cadavere prima della sepoltura.
Il Treno: Era un lamento più generico, passionale e universale. Poteva essere cantato anche a distanza di tempo, per commemorare i caduti in guerra o intere comunità distrutte, senza che il corpo fosse fisicamente presente.
Come per gli altri generi della lirica corale, il treno fu elevato a altissima dignità letteraria da poeti come Simonide (celeberrimo per la sua capacità di commuovere il pubblico, le cosiddette "lacrime simonidee") e Pindaro. Il treno entrò a far parte della tragedia greca (assumendo spesso la forma del kommós), diventando il lamento cantato in comune tra gli attori sulla scena e il coro nell'orchestra.
Tabella Riassuntiva Finale dei Generi Lirici Greci
| Genere Lirico | Occasione / Contesto | Destinatario / Protagonista | Autore di Riferimento |
|---|---|---|---|
| Ditirambo | Feste dionisiache (origina la tragedia) | Dio Dioniso | Arione, Pindaro, Bacchilide |
| Inno | Grandi cerimonie religiose pubbliche | Dei dell'Olimpo | Alceo, Pindaro (Inni Omerici) |
| Peana | Purificazione, guarigione, marcia militare | Dio Apollo | Pindaro, Bacchilide |
| Iporchema | Canto con danza mimica vivace | Apollo / Dioniso | Taleta di Gortina, Pindaro |
| Partenio | Processioni e riti di passaggio | Divinità femminili (Artemide) | Alcmane |
| Prosodio | Processione solenne verso un tempio | Divinità | Pindaro, Bacchilide |
| Encomio | Banchetti e feste private | Persone in vita illustri | Simonide, Pindaro |
| Epinicio | Ritorno del vincitore dai giochi sacri | Atleti trionfatori | Pindaro, Bacchilide |
| Imeneo | Corteo nuziale per le strade | Sposi (invocando il dio Imeneo) | Tradizione popolare / Saffo |
| Epitalamio | Davanti alla camera nuziale | Sposi | Saffo, Teocrito |
| Scolio | Banchetto (canto conviviale a zig-zag) | Commensali / Eroi della polis | Alceo, Anacreonte, Simonide |
| Epicedio | Veglia funebre (in presenza del corpo) | Singolo defunto | Simonide, Pindaro |
| Treno | Lamento funebre collettivo e viscerale | Morti / Caduti in guerra | Omero (origini), Simonide |
Schema della struttura della tragedia greca classica
| Parte della Tragedia | Tipologia / Esecuzione | Funzione Drammatica e Descrizione |
|---|---|---|
| Prologo | Recitato (Attori) | Scena iniziale che precede l'ingresso del coro. Serve a introdurre il mito, i personaggi principali e l'antefatto che dà inizio alla vicenda. |
| Parodo | Cantato e danzato (Coro) | Canto d'ingresso del coro nell'orchestra attraverso i passaggi laterali. Il coro dichiara la propria identità e reagisce ai fatti del prologo. |
| Episodi | Recitato e dialogato (Attori) | Le scene centrali del dramma (solitamente da 3 a 5) in cui gli attori agiscono, dialogano tra loro o si scontrano, facendo progredire l'azione. |
| Stasimi | Cantato e danzato (Coro) | Canti eseguiti dal coro che separano un episodio dall'altro. Servono come pausa di riflessione per commentare moralmente gli eventi appena accaduti. |
| Esodo | Recitato e cantato (Attori e Coro) | La sezione conclusiva della tragedia. Contiene lo scioglimento della trama, la catastrofe finale e l'ultimo canto con cui il coro abbandona la scena. |