LIBRO PRIMO
Il magnanimo Eàcide1 cantami, o diva, e la progenie temuta dal Tonante, alla quale fu vietato di succedere al padre nel regno celeste.Anche se le sue eroiche gesta sono state già celebrate dal canto Meonio, molte altre ne restano: fa’ che io la sua intera vita di eroe — è questo il mio desiderio — possa seguire, e snidarlo dal nascondiglio di Sciro con la tromba Dulichia senza fermarmi al trascinamento di Ettore, ma accompagnare il giovane per tutta la guerra di Troia.
Tu, solo, se già una volta alla tua fonte ho attinto non indegnamente, concedimi, o Febo, un’altra nuova fonte, e cingimi le chiome di una seconda corona: non è da straniero che chiedo di entrare nel bosco Aonio né le mie tempie sono onorate ora con le prime bende.
Lo sa la pianura di Dirce, e me annovera Tebe fra i nomi antichi degli avi insieme al suo Amfione.
E tu, che di gran lunga primo ammira il valore d’Italia e di Grecia, e per cui a gara fiorisce il doppio alloro dei vati e dei condottieri (da tempo il primo si duole di dover cedere all’altro), sii indulgente e permetti che io per un po’ mi cimenti, con qualche tremore, in questa arena: è te che da tempo — ma non mi sento ancora sicuro — io mi preparo a cantare, ed è a te che il grande Achille prelude.
Era salpato con la sua flotta dal lido ebalio il pastore dardanio, dopo il dolce saccheggio di Amicle imprudente, e realizzando a pieno la profezia del sogno materno ripercorreva la via della colpa, per là dove, nascosta nel mare, Elle ormai nuova Nereide comanda sui flutti a lei odiosi, quando Tètide — ah, non sono mai vani i presagi dei genitori! — ebbe timore dei remi Idei sotto le onde limpide come cristallo.
Senza indugio, insieme allo stuolo delle sorelle balzò fuori dal talamo marino: ribollono i lidi angusti di Frisso, e la ristrettezza del mare non ha spazio per tutte le sue padrone.
La dea, non appena fendendo le onde emerge nell’aria, «Contro di me «dice» è diretta, è me che la flotta funesta minaccia: riconosco gli ammonimenti di Pròteo, era vera la sua profezia.
Ecco che, le fiaccole accese in cima alla poppa, Bellona porta a Priamo una nuora novella: vedo già il mare Ionio e l’Egeo schiacciati da mille navi; e non basta che l’intera terra dei Greci si allei cogli Atridi superbi: ecco già che per mare e per terra si cercherà il mio Achille.
Vorrà anzi seguirli egli stesso: perché infatti, quand’era bambino, ho scelto per lui, come luogo ove crescere, il Pelio e la spelonca di un precettore spietato?
Laggiù, se non m’inganno, gioca a fare la guerra dei Làpiti, il monello, e misura già la sua forza con la lancia del padre.
O dolore, o timori troppo tardivi nel cuore di una madre! Non avrei potuto, sventurata, allorché la prima volta si abbatterono sui miei gorghi le travi retèe, sollevare la vasta distesa marina e con una tempesta giù dagli abissi incalzare le vele dell’adultero pirata, trascinando al mio seguito tutte le mie sorelle?
Anche ora ... ma è tardi, è ormai compiuto l’oltraggio della donna rapita.
Andrò tuttavia dagli dèi del mare, e afferrando la destra del secondo Giove — è quel che mi resta — per gli anni di Teti e la grande vecchiaia di mio padre gli chiederò, supplicante, una tempesta, una sola». Così aveva parlato, ed ecco che opportunamente vede il re potente del mare
Tornava da Oceano, di cui era stato ospite, lieto per il banchetto e sparso il viso di nettare marino; ed ecco che tacciono venti e tempeste, mentre lo accompagnano, suoi scudieri, i Tritoni con un canto sereno, e le balene ergentisi come scogli, e il gregge tirreno, i delfini, gli guizza attorno e di dietro, in atto di omaggio al suo re; ed egli sovrasta, maestoso, le onde tranquille e col tridente incalza i destrieri aggiogati; essi sollevano in corsa, col petto, fiotti schiumosi, di dietro nuotano, mentre la coda cancella la scia delle zampe
E Tètide allora: «O padre e signore degli immensi abissi, vedi a quali usi hai aperto la sciagurata distesa del mare? Su di essa veleggiano tranquilli tutti i delitti della terra, da quando sulla nave di Pagase il predone Giasone ha violato il diritto del mare e la sua remota maestà
Ed ecco un altro delitto, un’altra rapina: portando con sé il bottino dell’ospite naviga il temerario e ingiusto arbitro dell’Ida, quanto pianto ahimé alla terra e al cielo approntando, e quanto a me! È così che paghiamo la gioia causata dalla palma frigia, questi sono i modi di Venere, questo è il dono della sua riconoscenza per noi che l’abbiamo allevata
Ma queste navi almeno (che non riportano in patria semidei, né il nostro Teseo), se c’è ancora rispetto per il mare, almeno queste sommergi, o affida a me il comando dei flutti
Nessuna crudeltà: mi sia consentito soltanto preoccuparmi per mio figlio
Concedimi di allontanare i lutti che mi minacciano, e non permettere che, nell’immensità del mare, io mi ritiri ad abitare un solo lido e gli scogli di un sepolcro troiano». Così pregava lacerandosi le gote, e col seno nudo si opponeva alla corsa dei cerulei destrieri
Ma il re delle onde l’invita sul cocchio e così la consola con parole amiche: «Non chiedermi, o Tètide, invano di sommergere la flotta dardania: lo vietano i fati: è un decreto fissato per gli dèi che Europa e Asia vengano a guerra cruenta; è Giove che ha decretato la guerra, e anni funesti di stragi
Quale eroe tu vedrai in tuo figlio laggiù, nella polvere del Sigeo, e quanti lutti — sarà il tuo trionfo — per le madri frigie, quando il tuo Eacide ora inonderà di tiepido sangue i campi troiani, ora impedirà che scorrano al mare i fiumi intorbidati e frenerà il suo cocchio col cadavere di Ettore e con la sua mano abbatterà, fatica vana, le nostre mura! Cessa ormai di lamentarti di Pèleo e delle tue nozze inadeguate: si crederà che il tuo parto è frutto di Giove; né soffrirai per mancanza di vendetta, e i flutti fraterni saranno al tuo servizio: ti concederò di sconvolgere il mare, quando i Danai saranno di ritorno e il Cafèreo invierà i suoi segnali notturni, e cercheremo insieme Ulisse crudele»
Così parlò
E lei, il volto chino per il doloroso rifiuto, quando già si apprestava a sconvolgere il mare e a far guerra alle navi troiane, meditando nel petto altri disegni volge mesta, a nuoto, le braccia verso la terra d’Emonia
Tre volte fece forza con le mani, tre volte con le gambe colpì il limpido mare ed ecco i suoi piedi di neve toccano già i fondali tessalici
Si allietano i monti, e l’antro che ospitò le nozze le apre i propri recessi, mentre lo Sperchìo esuberante trabocca e viene incontro alla dea bagnandole i piedi con le sue dolci onde
Ma lei, che non prova gioia dei luoghi, rimugina in petto i disegni concepiti, e fatta ingegnosa dall’amore di madre che la spinge si reca dal vecchio Chirone; la casa, alta, è incavata nell’erta montagna e con la sua ampia volta fa da sostegno al Pelio: parte era stata ricavata dalla mano dell’uomo, parte l’aveva lavorata il tempo
Si vedono tuttavia le tracce degli dèi, i letti e il luogo che ognuno di essi ha reso sacro sedendo al banchetto col proprio nume; ma all’interno si aprono le alte dimore del Centauro, ben diverse da quelle degli empi fratelli
Qui nessun dardo macchiato di sangue umano né aste d’ontano spezzate in battaglie nuziali o crateri infranti su consanguinei nemici, ma faretre innocenti e vuote pelli di fiere
E anche queste finché era giovane; perché ormai, smesse le armi, sua sola fatica era sapere le erbe che ridanno salute ai mortali in pericolo o illustrare alla lira le gesta degli antichi eroi al suo alunno
E allora, mentre attende sulla soglia il ritorno di Achille dalla caccia e appresta il desinare illuminando con fuoco abbondante la dimora, ecco che vede da lontano venir su dalla riva la figlia di Nèreo
Balza fuori dalla selva — la gioia gl’infonde vigore — e lo zoccolo del vecchio risuona, come un tempo, sul terreno ormai non più avvezzo
Allora le porge ossequioso la destra, e chinando le spalle la introduce alla sua modesta dimora, ricordandole che è solo un antro
A lungo Tètide volge attorno, dovunque, lo sguardo, in silenzio, finché, stanca di attendere, «Dov’è dunque, dimmi, mio figlio, o Chirone?» disse; «e perché lui, un bambino, passa già il tempo lontano da te? Non sono dunque infondati il mio sonno ansioso e i segni funesti degli dèi al mio cuore di madre? Ah, che quei grandi timori siano solo menzogne! Perché vedo ora spade puntate contro il mio grembo, ora le mie mani illividite dalle percosse sul petto, ora fiere crudeli scagliarsi contro il mio seno; spesso io stessa — orrore! — conduco mio figlio tra le ombre, nel Tartaro, e all’acqua dello Stige per immergerlo una seconda volta
Per fugare questi timori il vate Carpatico m’ingiunge di ricorrere a riti magici, e purificare il bambino nei flutti remoti del mondo occidentale, dove sono gli estremi lidi dell’Oceano e mio padre Ponto intiepidisce al tuffarvisi degli astri
Là, sacrifici orribili per placare divinità ignote e doni..., ma sarebbe lungo enumerare ogni cosa, e non mi è concesso; consegnamelo, piuttosto». Così disse la madre, inventando; perché il vecchio non glielo avrebbe lasciato, se lei avesse osato parlargli di abiti femminili, di vesti infamanti
Allora lui di rimando: «Prendilo, ti prego, tu che sei la migliore delle madri, prendilo, e con umili suppliche piega gli dèi
Perché i tuoi desideri superano la misura comune e con grande impegno bisogna placare le forze avverse
Non voglio accrescere il tuo timore, ma ti confesserò il vero: un non so che di grandioso (e non mi fuorviano i presagi di un padre) la sua forza precoce preannuncia, una forza superiore alla sua tenera età
Una volta sopportava le mie minacce, e obbediva sollecito agli ordini e non si allontanava mai dal mio antro; ora non gli basta l’Ossa, né il Pelio smisurato o le nevi farsaliche
Gli stessi Centauri vengono spesso a lamentarsi con me che hanno avuto le case saccheggiate, gli armenti razziati sotto i loro occhi, e sono essi stessi cacciati attraverso i campi e i fiumi: gli tendono agguati e preparano scontri, minacciandolo pieni di paura
Una volta, quando la nave tessalica condusse di qua i principi argivi, ho visto il giovane Alcide e Teseo... ma voglio tacere».
Un pallore agghiacciante la inchioda: era giunto lì Achille, che sembrava più grande, coperto com’era di sudore e di polvere, e tuttavia, pur fra le armi e le precoci fatiche, ancora dolce all’aspetto: sul volto di neve nuota un fuoco di porpora e la chioma risplende con più grazia dell’oro fulvo
La lanugine che gli spunta sulle gote non ha ancora mutato la sua tenera età; negli occhi ha due fiaccole tranquille, e nel volto è tutto sua madre: così come il cacciatore Apollo quando ritorna dalla Licia e lascia la crudele faretra per la lira
Il caso fa sì che giunga lì anche contento (oh, come la gioia lo rende più bello!): aveva abbattuto una leonessa sgravatasi sotto una rupe del Fòloe e il corpo lo aveva lasciato nell’antro vuoto, ma i leoncini li porta con sé e ne attizza gli artigli
E tuttavia, appena vede la madre sulla soglia della fida dimora, li abbandona per correrle incontro e stringerla fra le sue braccia ardenti, lui che è ormai pesante per la madre che lo abbraccia, e che l’ha raggiunta in altezza
Lo segue Patroclo, legato a lui già allora da amore profondo, che cresce emulando le sue grandi imprese, pari a lui per carattere e modi di vita, ma ben inferiore per forza, e che tuttavia avrebbe visto Pergamo con uguale destino
Subito balza, con rapido salto, nel fiume vicino, a rinfrescarsi nell’acqua le guance fumanti di sudore e le chiome, così come Castore col suo cavallo anelante si getta nei flutti dell’Eurota e ravviva la stanca luce del suo astro
Il vecchio lo ammira e gli ricompone i capelli, carezzandogli ora il petto ora le spalle robuste: ciò che fa la sua gioia di madre è per lei fonte di angoscia
Chirone allora la prega di gustare le vivande e i doni di Bacco, cercando in vari modi di distrarla dal suo turbamento: infine prende la lira e muove le corde che danno sollievo agli affanni, e dopo averlo dolcemente accordato col pollice porge lo strumento al ragazzo
Egli canta, entusiasta, le grandi imprese da cui nasce la gloria: Quante prove impostegli dalla matrigna adirata abbia superato il figlio di Anfitrione, e come Polluce col cesto abbatté il Bèbrice crudele, e la terribile stretta con cui il figlio di Egeo spezzò le braccia del Minotauro; da ultimo le nozze di sua madre e il Pelio gravato dal peso degli dèi celesti; e qui Tètide ansiosa rilassò il volto e sorrise
La notte induce al sonno: il Centauro distende il suo vasto corpo sopra una roccia e Achille amorevole gli si rannicchia contro le spalle: benché sia lì la fida madre, preferisce quel petto a lui familiare
Ma Tètide resta tutta la notte sulle rupi battute dal mare, e quale segreto rifugio scegliere per il figlio, in quale terra decidere di nasconderlo, tutto rivolge nella sua mente divisa fra opposti disegni
La terra più vicina è la Tracia, ma dedita troppo alle opere di Marte: né le piace la rude gente dei Macedoni o quella dei Cecròpidi, che gl’instillerebbe l’amore di gloria; troppo facile accesso alle navi offrono Sesto e il golfo di Abìdo; decide allora di percorrere il fitto arcipelago delle Cicladi: e qui scarta Mìcono e la piccola Serifo e Lemno ostile ai maschi e Delo ospitale per tutte le genti
Poco prima, dalla reggia pacifica di Licomede aveva udito gruppi di fanciulle che nel gioco facevano risuonare le rive delle loro voci, quando era stata inviata a controllare se Egeone tentava di liberarsi dalle sue dure strette e a contare le cento catene del dio
È questa la terra che sceglie, questa la più sicura per i suoi timori di madre
Com’è premuroso l’uccello vicino ormai al parto, che si preoccupa già a quali rami sospendere il nido ancora vuoto, e qui prevede il vento, lì è il pensiero delle serpi che l’angoscia, lì ancora quello degli uomini; tra tanti dubbi sceglie alla fine l’ombra, e ha appena preso posto sui nuovi rami che subito l’albero gli è caro
Ma un altro pensiero resta nella sua mente e angustia la dea rattristata: se portare lei stessa il figlio attraverso le onde, stringendolo al seno, o servendosi di un grande tritone, oppure se convocare i venti alati e la Taumantide avvezza a nutrirsi dell’acqua del mare
Chiama quindi dalle onde una coppia di delfini aggiogati ai quali mette un morso di aguzze conchiglie: li aveva allevati per lei la grandissima Teti negli abissi dell’Atlantico, in fondo alla risonante valle marina
Non c’è, nelle profondità di Nettuno, chi li eguagli per la bellezza del colore verde-azzurro o per la potenza nel nuoto o abbia intelligenza più vicina a quella dell’uomo
Ordina loro di tenersi al largo, perché non soffrano dal contatto con la terra asciutta
Va quindi lei, con le sue mani, a prendere Achille abbandonato in un sonno profondo, il sonno che dormono i fanciulli, e dalle rupi dell’antro tessalico lo porta alle acque tranquille del mare, cui ha imposto il silenzio: Cinzia le mostra la strada, brillando con tutto il suo cerchio
Chirone, cui l’acqua non dà disagio, accompagna la dea e le chiede di tornare al più presto, nascondendo gli occhi inumiditi; un attimo, e sono portati via, ecco già sono scomparsi, mentre lui, drizzandosi in tutta la sua statura di cavallo, li guarda là dove per breve tempo spumeggiano i bianchi segni della fuga, e subito la traccia si perde nel limpido mare
Non sarebbe tornato mai più alla tessala Tempe, e lo piange il Foloe mesto, lo piangono l’Otri coperto di nubi e lo Spercheo, che ha ridotto la sua corrente, e la muta caverna del vecchio saggio; i Fauni hanno nostalgia dei canti del ragazzo e le ninfe piangono le nozze a lungo invano sperate
Già il giorno sospinge via gli astri mentre dalla bassa distesa del mare il Titano fa emergere i suoi cavalli grondanti e dall’alto dell’immenso cielo ricade giù l’acqua marina che il carro solleva
Ma già da tempo, solcate le onde, la madre Tètide aveva raggiunto i lidi di Sciro, e gli stanchi delfini si erano liberati del giogo della padrona, quando il fanciullo nel sonno si agitò e i suoi occhi, all’aprirsi, si sentirono inondati di luce
Si stupisce subito al vedere l’ambiente: che luogo, che mare è mai quello? e il Pelio dov’è? Attorno vede tutto cambiato e ogni cosa gli è sconosciuta; esita perfino a riconoscer la madre
Lei gli prende la mano, e così si rivolge al ragazzo impaurito: «Se a me, figliolo mio caro, una sorte propizia avesse concesso le nozze che mi permetteva, un grande astro saresti, che terrei fra le braccia nelle regioni dell’etere, e io, madre nel gran regno celeste, non avrei da temere alcunché dalle Parche terrene né dai destini mortali
Ora, però, tu hai, figlio mio, una nascita disuguale, e soltanto per parte di madre ti è preclusa la via della morte; ché anzi si avvicinano tempi tremendi e il pericolo è prossimo al limite estremo
Cediamo, e deponi per un po’ il tuo orgoglio virile e non disprezzare il mio abbigliamento
Se l’eroe di Tirinto con la sua rude mano strinse la lana di Lidia e i molli tirsi, se Bacco non disdegnò di cancellare le proprie orme con lo strascico delle sue vesti dorate, se Giove assunse l’aspetto di una vergine e la grandezza di Cèneo non fu sminuita dall’ambiguità del suo sesso, lascia — ti prego — che si allontani così la nube maligna che ti minaccia
Poi di nuovo ti restituirò i campi, di nuovo la tana del Centauro: per questa tua bellezza e le gioie future della tua giovinezza, se per te ho accettato la terra e un marito mortale, se quando nascesti ti feci un’armatura (ah, fosse completa!) dell’acqua crudele dello Stige, prendi per un po’ queste vesti, che ti terranno al sicuro e non nuoceranno al tuo spirito
Perché volgi indietro la testa? e che vuol dire questo tuo sguardo? Ti vergogni di renderti mite con questo abbigliamento? Su di te, o caro figliolo, lo giuro e sul mare cui il sangue mi lega: Chirone non lo saprà». Così invano tenta, con blande parole, di ammansire il suo fiero petto: a queste preghiere si oppone il pensiero del padre e dell’eroe suo educatore, oltre all’asprezza di un’indole generosa
Come quando uno tenta di piegare alle briglie, la prima volta, un cavallo superbo del fuoco di giovinezza irruente: e quello, che a lungo ha goduto dei campi e della sua orgogliosa prestanza, rilutta a porgere il collo al giogo e al morso la sua fiera bocca e freme ad assoggettarsi, imbrigliato, ai comandi di un padrone e si meraviglia di apprendere un modo diverso di corsa
Quale dio alla madre sconvolta ispirò quest’inganno ingegnoso? quale disegno poté piegare Achille riottoso? Accadeva che Sciro celebrasse la festa in onore di Pallade, cui erano sacri quei lidi, e le sorelle figlie del pacifico Licomede erano uscite in quel sacro giorno — concessione rara per loro — dal palazzo paterno per offrire alla dea i doni di primavera, coronare di fronde le sue chiome austere e ornarle di fiori la lancia
Tutte splendenti di singolare bellezza, tutte ugualmente abbigliate e, ormai passato il confine della castità giovanile, fanciulle mature alle nozze e nel fuoco degli anni
Ma quanto Venere, a fianco delle verdi ninfe marine, le oscura, o quanto Diana sorpassa in altezza le Naiadi, tanto Deidamia, regina di quel coro leggiadro, risplende ed eclissa la bellezza delle sorelle
Sul suo roseo volto si accende la porpora e ne deriva una luce più intensa alle gemme e l’oro si fa più attraente; la bellezza è anzi uguale alla dea, se deponesse i serpenti dal petto e, toltasi l’elmo, addolcisse il suo volto
Come la vide da lungi guidare la schiera delle compagne, il fiero fanciullo, mai fin allora toccato da moto del cuore, s’irrigidì e un fuoco ignoto gl’invase a fondo le ossa
Né l’amore assorbito rimane nascosto, ma la fiamma entratagli nelle midolla gli ritorna fuori sul volto e gli accende le gote, su cui si diffonde in un velo di lieve sudore
Come quando i Massageti offuscano le loro coppe di latte unendovi sangue vermiglio, o come la porpora macchia l’avorio, così è riconoscibile da indizi diversi — impallidisce e arrossisce — quella fiamma improvvisa
Si slancerebbe d’istinto, con tutto il suo impeto, Achille, e turberebbe il rito degli ospiti, indifferente alla folla e dimentico della sua giovane età, se non lo frenasse il pudore e il riguardo alla madre presente
Come il giovane toro, che sarà un giorno padre e capo del branco, e cui le corna non compiono ancora un giro completo, quando al pascolo vede compagna una giovenca candida come la neve, gli divampa un fuoco nel petto e il primo amore gli fa schiumare la bocca di bava: lo guardano allegri i pastori e gli chiudono il passo
Lo previene, cogliendo il momento opportuno, la madre che ha già inteso tutto: «Ti è proprio molesto, o figliolo, danzare in mezzo a queste fanciulle, come una di loro, e giocare a intrecciare con esse le braccia? Che c’è di simile, là alle pendici del gelido Ossa o sulle balze del Pelio? Oh, se mai mi toccasse di unire due cuori in affanno e stringere al seno un altro Achille!». Ed egli si ammorbidisce e arrossisce contento, e china lo sguardo superbo e con mano meno decisa respinge le vesti di donna
Lo vede incerto la madre, e voglioso di esser costretto, e gli mette i vestiti; poi gli fa tener meno rigido il collo, gli abbassa le spalle spaziose, gli rilassa le braccia robuste, gli assetta i capelli scomposti e i propri gioielli li affida a quel collo a lei tanto caro; e mentre la veste dal lembo ricamato gli rende il passo impedito, gl’insegna come camminare e come muoversi, e il ritegno nel parlare
Come la cera sotto il pollice dell’artista prende vita e assume le varie forme, docile al fuoco e alla mano, così si vedeva la dea mutare l’aspetto del figlio
E non fu un lungo sforzo, perché nonostante il vigore virile gli resta tutta la grazia, e chi lo guarda rimane ingannato dall’incertezza del sesso, che sfugge sotto quella differenza sottile
Avanzano, e sempre, insistente, Tètide dolcemente lo ammonisce: «È così dunque, figliolo, che atteggerai il passo, così il volto e le mani, e con modi artefatti imiterai le compagne, perché il re non ti abbia in sospetto e rifiuti di unirti alla corte gentile delle sue figlie, vanificando l’intrigo del ratto da me intrapreso». Gli parla, e intanto non cessa di acconciargli con la mano le chiome
È così che quando, stanca di Terapne, città di fanciulle, Ecate torna al padre e al fratello, le sta accanto la madre, compagna del suo cammino, ed è lei a ricoprirle le spalle e le braccia scoperte; è lei che le sistema arco e faretra, le distende la veste succinta e le aggiusta, orgogliosa, i capelli scomposti
Si rivolge subito al re e lì, testimoni gli altari, gli dice: «Questa fanciulla, o sovrano, sorella del mio Achille — non vedi com’è torva in volto, davvero uguale al fratello? —, a te io l’affido
Nel suo coraggioso ardimento chiedeva di portare in spalla le armi e l’arco, e come le Amazzoni rifiutare le nozze
Ma ho già abbastanza pensieri per il mio figlio maschio: costei porti cesti e oggetti di culto, e tu, nel guidarla, piegane l’indole riottosa e tienla entro i confini del suo sesso, fino all’età delle nozze, quando dovrà rinunciare al pudore; e non concederle di praticare gli sfrontati esercizi di lotta o di vagare nel folto dei boschi
Tu falla crescere in casa, al chiuso fra le fanciulle come lei; e soprattutto ricorda di tenerla lontana dalla spiaggia e dal porto
Hai visto da poco le vele dei Frigi: ormai i vascelli, che attraversano i mari, hanno imparato a violare i diritti reciproci»
Concorda con queste parole il padre Licomede e accoglie l’Eacide camuffato dall’astuzia materna (chi potrebbe opporsi agl’inganni degli dèi?); e anzi inoltre la onora porgendole la mano supplice e la ringrazia di aver scelto lui; e intanto la schiera delle pie fanciulle di Sciro non cessa di fissare lo sguardo insistente sul volto della nuova ragazza, per come le supera tutte con la testa e i capelli e per come ha sporgenti gli omeri e il petto
Poi la invitano a unirsi alla danza e a prender parte alle pie cerimonie; le fanno posto e sono felici di toccarla
Così le colombe di Idalio, quando sciolgono il morbido viluppo delle loro nubi
dopo che a lungo son state riunite sia in cielo che nella loro dimora, se unisce al loro il suo volo un uccello straniero, venuto da un’altra regione, dapprima lo guardano tutte stupite e tremanti, poi gli volano sempre più appresso e a poco a poco, già ancora nell’aria, se lo fanno compagno, e fra il battito d’ali gioioso lo attorniano in festa e lo conducono ai loro alti nidi
Si allontana infine, dopo aver a lungo indugiato alla soglia, la madre, mentre ripete gli ammonimenti a suo figlio e gli mormora arcane avvertenze all’orecchio, e con volto muto gli affida le estreme parole
Poi, accolta dai flutti, la testa volta all’indietro, s’allontana nuotando e con blande preghiere si rivolge a quei lidi: «O terra a me cara, a cui, con astuzia dovuta a paura, ho affidato l’oggetto del mio grande affanno, un immenso tesoro, siimi propizia e taci, ti prego, così come tacque Creta per Rea: tu avrai lungo onore, e templi eterni ti cingeranno e non sarai inferiore per fama all’instabile Delo, sacra sia ai venti che ai flutti, e pur nelle acque insidiose delle Cìcladi, dove gli scogli sono spezzati dalle tempeste dell’Egeo, sarai la tranquilla dimora delle Nereidi e l’isola su cui i marinai giureranno: solo, non dare accesso, no, te ne prego, alle navi dei Danai! “Qui non ci sono che tiasi, non c’è nulla di utile alla guerra”: così insegna a ripetere alla fama, e mentre si approntano le armi dei Dori e Marte accende la furia di guerra nei due continenti (no, non mi oppongo), Achille sia una fanciulla del pio Licomede». L’Europa vindice intanto, accesa dal dolce furore delle armi e dal supplichevole lamento dei re, meritati dolori appresta per l’Asia; perché a chiedere aiuto è soprattutto, dei due, l’Atride la cui sposa è in casa e che nel racconto rende più odioso il misfatto troiano: l’hanno rapita senz’essere in guerra, senz’armi, lei che è progenie del cielo e figlia di Sparta potente; con quel solo ratto è calpestato diritto, lealtà, rispetto divino
È questa l’alleanza coi Frigi, queste le relazioni fra le due terre? Che devono attendersi i popoli, quando simili affronti colpiscono i capi sovrani? Accorre ogni popolo, di tutte le età: non insorgono solo coloro che l’Istmo, come in un vallo, racchiude fra i due mari, e che l’ondisonante Malea circonda con il suo scudo, ma anche da terre lontane, laddove lo stretto sentiero di Frisso impedisce all’Europa e all’Asia, così vicine, di unirsi, e quelle genti che l’onda del mare superiore di séguito unisce alle coste di Abìdo
Ferve l’amore di guerra e solleva le città sconvolte
Tèmesa fonde il rame, la costa d’Eubea è scossa dai suoi cantieri navali
Micene risuona dei colpi di innumerevoli incudini, Pisa rinnova i suoi carri, Nemea fornisce pelli di fiere, Cirra fa a gara nello stipare le faretre di frecce, Lerna nel rivestire di cuoio di bue gli scudi pesanti
Fornisce fanti alla guerra l’Etolia e l’aspra Acarnania
Argo invia i suoi squadroni, si svuotano i pascoli della ricca Arcadia, l’Epiro mette la briglia ai suoi veloci destrieri, e voi, ombre della Focide e della Beozia, vi diradate per fornire legno ai giavellotti, mentre Pilo e Messene allestiscono macchine murali
Nessuna terra è esente dal suo tributo
Si spiccano giù dagli stipiti delle porte le armi da tempo smesse dai padri e vengono fusi nel fuoco i doni offerti agli dèi: l’oro sottratto ai celesti Marte lo volge in armi crudeli
Scompaiono ovunque le ombre antiche dei boschi: si fa più piccolo l’Otri e si abbassa l’erto Tàigeto, e le montagne spogliate ora vedono l’aria
Ed ecco ormai ogni bosco galleggia nel mare: si abbattono i fusti per la flotta, gli alberi più piccoli per i remi
Si piega il ferro agli usi più vari: per legare i rostri delle navi, per rinforzare le armi, per mettere morsi ai cavalli da guerra, per intrecciare rudi maglie in tanti piccoli anelli, perché fumi di sangue e beva in fondo alle ferite, perché con la complicità del veleno instilli la morte; lo affila l’attrito di umide coti, che infondono furia alle torpide spade
Non c’è tregua nel render flessibili gli archi o nello scagliare proiettili, nell’indurire le aste col fuoco o drizzare creste sugli elmi
In mezzo a questo fermento la sola Tessaglia lamenta la sua quieta indolenza, e muove al destino un doppio reclamo: Pèleo è ormai troppo vecchio e Achille non è ancora un uomo
E già la furia di Marte, Signor della guerra, aveva svuotato le terre di Pelope e tutta la Grecia ammassando eroi e cavalli sopra le navi
I porti sono in subbuglio, le acque coperte di navi, e son le sue stesse tempeste, i suoi stessi flutti che la flotta avanzando solleva; è il mare stesso che ormai non basta alle navi, e non c’è vento che le vele non facciano proprio
Per prima è l’Aulide, sacra a Ecate, che raduna le navi dei Danai, l’Aulide che con le sue rupi sporgenti e protese in un lungo crinale domina il mare d’Eubea, rive ben care alla dea che vaga sui monti, e accanto il Cafèreo che erge il suo capo contro cui latra il mare
Come questo vide passare le navi pelasgiche, tre volte dal monte e tre dalle onde tuonò, e diede il presagio della notte tremenda
Lì si concentrano le armi fatali a Troia, lì si giura un’immensa guerra, nel tempo che il sole compie l’intero percorso di un anno
Allora per la prima volta la Grecia contemplò le sue forze; allora una massa dispersa e di lingue diverse prese un corpo ed un volto, e si dispose sotto il comando di un unico re
Così le reti racchiudono nel loro giro le fiere nascoste, e stringendo a poco a poco le maglie le raccolgono in uno spazio angusto
Esse temono il fuoco e il frastuono e abbandonano i loro impervi rifugi sparsi dovunque, stupite che la loro montagna si faccia più piccola, finché da ogni dove vanno a cadere in una valle racchiusa
Le bestie riunite sono sgomente l’un l’altra, e la paura comune le fa mansuete: insieme sono costretti l’irsuto cinghiale, insieme l’orsa ed il lupo, e la cerva disdegna i leoni catturati
Ma anche se entrambi gli Atridi con uguale ardore son pronti a iniziare la loro guerra, e il Tidide e Stenelo bramano di superare col loro valore la fama dei padri, e Anfiloco non si dà cura dei suoi giovani anni, e Aiace fa brillare le pelli di sette tori sovrani di armenti sul suo scudo, un cerchio simile a mura, e Ulisse gareggia vigile d’armi e di senno, tuttavia ogni schiera dell’esercito si accende per un uomo assente dalla guerra, per Achille: il nome di Achille è nel cuore di tutti e contro Ettore si reclama Achille soltanto; lui solo dicono fatale a Priamo e ai Teucri
Chi altri infatti è cresciuto nelle valli tessaliche movendo i primi passi carponi in mezzo alla neve? chi un altro che abbia avviato alla sua dura scuola il Centauro, formandone i teneri anni? chi può vantare un lignaggio più vicino al cielo paterno, o chi altri una Nereide portò di nascosto alle acque dello Stige rendendone le belle membra impenetrabili al ferro? Questo è ciò che nel campo ripetono e raccontano le coorti greche
Lo stuolo dei capi indietreggia e senza tristezza gli si riconosce inferiore
Così, quando i celesti in preda al pallore si riunirono ai Campi Flegrei, e già Gradivo si ergeva con la sua lancia odrisia, la dea Tritonia brandiva i serpenti di Libia e il dio di Delo tendeva con la mano il suo immenso arco, la Natura, ansimante per lo spavento, restava immobile, gli occhi rivolti al solo Tonante: quando avrebbe scatenato dalle nubi tuoni e tempeste? quanti fulmini avrebbe richiesto alle fornaci dell’Etna? E mentre lì i re, circondati dalla folla indistinta dei loro uomini, discutono i tempi della navigazione e della guerra, con grande tumulto, aspramente, Protesilao incalza il vate Calcante (egli aveva infatti una brama speciale di guerra, e già fin d’allora gli era stata accordata la gloria di morire per primo): «O Testòride, troppo dimentico di Febo e dei tuoi tripodi, quando più giustamente di ora aprirai la tua bocca invasata dal dio, o quale mai altra ragione ci vorrà perché tu ci riveli i segreti delle Parche? Non vedi come tutti, pur non conoscendolo, sono pieni di ammirazione per l’Eacide e lo reclamano? Non hanno valore, agli occhi della gente, l’eroe di Calidone né il figlio del grande Telamone né il secondo Aiace, e io nemmeno...; ma Marte e la presa di Troia daranno la prova del nostro valore
Disdegnano i capi (che onta!), e lui solo tutti hanno a cuore come un nume di guerra
Su, parla in fretta; altrimenti perché ti si inghirlanda la testa e hai tanti onori? In quali lidi è nascosto, in quale terra dici che bisogna cercarlo? Perché corre voce che non viva nell’antro di Chirone né nel palazzo di Pèleo suo padre
Su, fa’ violenza agli dèi e scuoti i segreti del fato e più avidamente che mai aspira il fuoco dei lauri! Dalle armi tremende, dalle spade feroci noi ti abbiamo esentato, e mai un elmo profanerà codeste tue bende imbelli, ma sarai glorioso e superiore a tutti i condottieri se, in luogo tuo, ai Danai tu offri il grande Achille». Già da tempo il Testòride gira attorno Io sguardo con moto febbrile e il pallore che sopraggiunge dichiara che il dio gli sta entrando nel petto; poi, roteando gli occhi invasi dal fuoco e dal sangue, non vede più né i compagni né il campo, ma cieco e assente ora capta in cielo i grandi concili divini, ora si rivolge agli uccelli profetici, ora ai fili implacabili delle Parche, ora consulta ansioso gli altari fumanti d’incenso e getta un rapido sguardo sulla punta delle fiamme e si pasce di sacra caligine
Gli si rizzano i capelli, e la chioma irrigidita gli scompone la benda sul capo; il collo è sempre in torsione e il passo ineguale
Infine, tremante, libera la bocca spossata dai lunghi muggiti, e la voce ha la meglio sul furore che gli impediva di parlare: «Dove rapisci, o Nereide, con frodi di donna il magnanimo alunno del grande Chirone? Mandalo qui; perché lo porti via? Non lo permetterò: è mio tuo figlio, è mio! Tu sei dea degli abissi marini, e io sono ispirato da Febo
In quali nascondigli cerchi di occultare il distruttore dell’Asia? La vedo attraversare sgomenta le alte Cicladi in cerca di un lido per il suo infame inganno
Siamo perduti: ha scelto la terra di Licomede, complice del suo disegno
Orrendo misfatto! ecco che una morbida veste di donna gli scende sul petto
Stracciala, ragazzo, stracciala e non essere arrendevole verso una madre apprensiva
Ahimé, se ne va, lo rapiscono
E chi è mai, laggiù, quella sfrontata fanciulla?». Qui, con passo barcollante, si fermò, ed esauritesi le energie che gli dava l’invasamento ebbe un tremore, e stramazzò proprio davanti agli altari
Allora l’eroe Calidonio così si rivolse all’Itacese esitante: «Siamo noi gli uomini adatti a questa impresa; perché certo non mi rifiuterei di venire con te come compagno, se la tua premura ti spingesse ad andare
Anche se fosse nascosto nei risonanti antri di Teti, all’altro capo del mondo, o nel grembo di Nèreo marino, tu lo troverai
Tu, con la tua preveggente scaltrezza, non hai che da tendere l’animo vigile e aguzzare la fertile mente: per me non c’è altro vate, nei casi difficili, che osi scrutare nei fati prima di te». Si compiace Ulisse, che aggiunge: «Che possa il dio onnipotente confermare quello che dici; che possa esaudire i tuoi voti la vergine che protegge tuo padre
Ma l’incertezza della speranza mi rende esitante: certo è una grande impresa condurre Achille in armi all’accampamento; ma se il fato fosse contrario, quanto disonorevole e triste sarebbe il ritorno! Tuttavia i voti dei Danai non li lascerò intentati
E allora, o l’eroe figlio di Pèleo sarà qui presto con me, oppure la verità rimane segreta e nascosta, e Calcante non ha Apollo dentro di sé». Acclamano i Danai concordi, e Agamennone stimola il loro entusiasmo: l’assemblea si separa, e le schiere si sciolgono allontanandosi con lieto mormorio così come, sull’annottare, gli uccelli tornano al nido dalla pastura, o come gli sciami che l’Ibla mite vede tornare carichi di nuovo miele ai loro alveari
E subito ecco che già le vele itacesi reclamano i venti e l’equipaggio festante è seduto ai remi
Ma lontano da lì Deidamia, ella sola, aveva intanto scoperto, in un amore furtivo, che sotto le sembianze di un sesso non suo l’Eacide era un uomo
Ma ha coscienza della sua colpa segreta, e ha paura di tutto, pensa che nel loro silenzio le sorelle abbiano capito
Come infatti il rude Achille si ritrovò in quel gruppo di fanciulle e la partenza della madre lo liberò dalla sua primitiva vergogna, subito la sceglie come compagna, sebbene l’intero stuolo gli sia d’intorno, e senza che lei tema nulla di simile la lusinga tendendole nuove insidie: la segue e le sta sempre dappresso, sfrontato, e sempre su lei torna a fissare lo sguardo
Ora, senza che lei cerchi di evitarlo, si accosta troppo al suo fianco, ora la colpisce con ghirlande leggere, ora con ceste che le si rovesciano addosso, ora con lievi colpi di tirso, ora le mostra le corde armoniose dell’usata lira e i ritmi delicati e i canti di Chirone, e le guida la mano forzandone le dita sulla cetra sonora, ora, mentre lei canta, le prende le labbra e la stringe nelle sue braccia e la loda fra mille baci
E lei apprende contenta quanto alto sia il Pelio, e chi sia l’Eacide, e al sentire il nome del fanciullo e le sue imprese resta ogni volta stupita e canta di Achille davanti a lui stesso
Anche lei gli insegna sia a muovere con più contegno il corpo robusto sia ad affinare, con il movimento del pollice, la lana grezza, e gli riassesta la conocchia e le matasse scomposte dalla sua mano rude
Ma resta stupita anche dal suono della voce e dalla forza delle sue strette e — cosa che sfugge alle sue compagne — che la fissi con occhio troppo insistente e che sospiri senza motivo mentre lei parla; e quand’ecco che sta per svelarle l’inganno lei scappa, con la sua leggerezza di fanciulla, e gli impedisce di rivelarsi
Così, sotto la madre Rea, il giovane sovrano dell’Olimpo dava baci insidiosi alla sorella priva di sospetti, lui che le era ancora fratello, finché venne meno il ritegno del sangue comune e la sorella ebbe paura di un altro tipo di amore [Finì per esser scoperto l’inganno della Nereide apprensiva]
Si ergeva su di un’altura, per gli orgiastici riti di Bacco discendente di Agènore, un bosco sacro i cui alberi svettavano al cielo: alle sue ombre le pie matrone solevano celebrare ad anni alterni la festa del dio, e portare bestiame dilaniato e arbusti svelti da terra, e offrire al dio il furore a lui grato
È legge che i maschi stiano lontani: il venerando sacerdote ripete questo precetto e proclama che agli uomini è inaccessibile il recinto
E non basta: sul confine prescritto sta una sacerdotessa temibile che controlla gli accessi, perché nessun profanatore si confonda alla schiera delle donne; Achille ride in silenzio fra sé
Le compagne lo ammirano mentre porta l’insegna dello stuolo di vergini e addolcisce in movenze difficili il gesto delle sue braccia robuste (gli si addice ugualmente sia il suo vero sesso che quello simulato dall’inganno materno). E ormai non è più Deidamia la più bella della sua schiera: quanto ella eclissa le sue sorelle, tanto risulta inferiore al confronto col fiero Eàcide
Ma quando egli fa scendere dal collo tornito la pelle di cerbiatto ,e stringe con rami di edera le pieghe della veste e cinge le bionde chiome con bende purpuree e brandisce col braccio possente il tirso intrecciato, allora rimane attonita di paura la schiera delle fanciulle, e abbandonato il rito desiderano tutte farglisi attorno levando verso di lui il volto chino
Così, quando giunto a Tebe si rilassa nel volto e nell’animo e sazia il petto delle molli delizie della sua patria, il dio dell’evoè si toglie dai capelli mitra e ghirlande, si arma del tirso verdeggiante e con maggiore coraggio assale gli Indiani nemici
La Luna saliva col suo roseo carro le altezze del mezzo del cielo, nell’ora in cui più pesante il Sonno scende sulla terra con le sue grandi ali e avvolge il mondo silenzioso
I cori si sono interrotti e per un po’ tace il suono dei bronzi, quando solo, in disparte dallo stuolo delle fanciulle
Achille dice a se stesso: «Fino a quando sopporterai le escogitazioni di una madre paurosa? e sprecherai in questa dolce prigione il fiore che sboccia del tuo coraggio? Non ti è consentito impugnare le armi di Marte, cacciare le fiere impaurite
Dove sono i campi e i fiumi dell’Emonia? e ti attendi forse, o Spercheo, di vedermi nuotare o offrirti le chiome promesse? oppure non hai più alcuna stima per l’alunno che ti ha abbandonato, e si dice di me che son stato già trasportato laggiù, alle ombre dello Stige, e Chirone rimasto solo piange la mia morte? Sei tu, o Patroclo, che ora scagli i miei dardi, che tendi il mio arco e monti i destrieri allevati per me; io, io invece ormai so muover le braccia con tirsi intrecciati di pampini e lavorare alla conocchia (ho vergogna e fastidio a confessarlo). Che anzi un fuoco ti accende per una fanciulla della tua età, e notte e giorno dissimuli la fiamma
Fino a quando potrai tener nascosta la ferita che brucia il tuo petto? E nemmeno in amore — ah, che vergogna! — dimostrerai di essere un maschio?». Così dice, e nell’ombra fitta della notte, contento dell’alto silenzio che favorisce il suo amore furtivo, con la forza si prende l’oggetto del suo desiderio e con tutto l’ardore la avvinse in un vero amplesso: vide dall’alto il coro intero degli astri, e arrossirono i corni della vergine Luna
Deidamia riempi sì il bosco e il monte di grida; ma le baccanti, svanita la nube del sonno, credono sia il segnale che annuncia le danze: da ogni parte si leva il ben noto clamore e già Achille brandiva di nuovo il suo tirso, dopo aver tuttavia consolato la fanciulla smarrita con queste parole amiche: «Sono io — perché tanta paura? — colui che la madre cerulea, che stava per darlo in figlio a Giove, mandò ad educare in mezzo alle selve e alle nevi tessaliche
Né io avrei sopportato quest’abito o queste vesti infamanti se non ti avessi vista da subito, appena toccata la riva: ho ceduto per te, per te la mia mano tiene il pennecchio, per te porto i timpani effeminati
Perché piangi di essere anche tu diventata nuora del grande Oceano? Perché ti lamenti, tu che darai al cielo nipoti magnanimi? — Ma mio padre... — Prima Sciro cadrà distrutta dal fuoco e dal ferro, e queste mura abbattute saranno preda di furibonde tempeste, prima che tu debba pagare con una morte crudele la tua unione con me: non a tal punto obbedirò in tutto a mia madre
[Va’, ma non dirlo a nessuno, non parlare dell’onore perduto]»
Rimase sgomenta e atterrita la figlia del re da eventi così prodigiosi, sebbene da tempo avesse in sospetto la sua buona fede: rabbrividì in sua presenza e le parve molto cambiato il volto di lui mentre si rivelava
Che fare? Andare lei stessa dal padre a raccontar l’accaduto e rovinare insieme se stessa e il ragazzo, che avrebbe forse subìto un duro castigo? e poi le restava ancora nel cuore quell’amore a lungo ingannato
Soffre in silenzio e tiene nascosta una colpa che ormai è anche la sua; una sola persona decide di render partecipe di quel segreto, la sua nutrice, che vinta dalle preghiere dei due accorda loro il suo aiuto
Costei, con muta prudenza, tiene nascosto l’onore violato e il gonfiarsi del ventre e i fastidi dei mesi di gravidanza fino a che, al compiersi del termine, Lucina fece giungere il giorno fissato e, rivelandolo, diede corso al parto
Ed ecco già che la nave del figlio di Laerte veleggiava sinuosa attraverso l’Egeo, mentre le innumerevoli Cicladi scorrevano via, sotto la spinta dei venti
Già son sparite alla vista Paro e Olèaro, già si passa rasente all’alta Lemno e alle spalle si fa più piccola Nasso, sacra a Bacco, mentre davanti è Samo che appare sempre più grande; ecco già Delo che fa ombra sul mare: lì, dall’alta poppa, libano coppe pregando che l’oracolo sia confermato e Calcante sia veritiero
Li udì il dio arciere, e dalla vetta del Cinto mandò lo Zefiro e gonfiando le vele diede a quegli uomini ancora dubbiosi un presagio felice
Va sicura la nave sul mare, perché gli alti decreti del Tonante vietavano a Tètide di rovesciare le leggi fissate dai fati: l’infelice piangeva e molto gemeva per non poter sconvolgere il mare e dar la caccia già allora all’odioso Ulisse con tutti i venti e i marosi
Piegando giù all’orizzonte Febo ormai smussava i suoi raggi e prometteva ai suoi cavalli ansimanti il prossimo tuffo nelle onde dell’Oceano, quando apparvero alte le scogliere di Sciro
Il capo figlio di Laerte fa ammainare del tutto le vele per l’approdo e ordina ai compagni di procedere a forza di remi supplendo così alla mancata spinta dei venti
Si avvicinano a riva, sempre più certi che è Sciro e che lassù in alto c’è la dea Tritonia, protettrice di quel lido tranquillo
Sbarcano a terra l’eroe dell’Etolia e quello itacese e rendono omaggio al nume della dea amica
Allora l’eroe più di ogni altro prudente, per non allarmare quelle mura ospitali con l’arrivo improvviso di tutta la truppa, fa restare i suoi sulla nave; lui si dirige alla rocca col fido Diomede
Ma già Abante, vedetta della torre sul lido, li aveva preceduti e aveva annunciato al re che vele ignote, e tuttavia greche, si avvicinavano a terra
Essi procedono come, in una notte d’inverno, una coppia di lupi uniti da un patto: sebbene li spinga la fame, la loro e dei figli, dissimulano dentro rabbia e minacce e avanzano quatti, ché la vigilanza dei cani non segnali presenze nemiche richiamando alla guardia i pastori allarmati
È così, lentamente, che vanno gli eroi, e conversando fra loro percorrono il campo che s’apre in mezzo fra il porto e la rocca
Parla per primo l’ardente Tidìde: «In quale maniera ci apprestiamo ora a scoprire la verità? Perché già da un po’, nella mia mente perplessa, mi vado chiedendo per quale motivo, nelle città che abbiamo incontrato, hai comprato pacifici tirsi e cembali e timpani di Bacco e mitre e pelli di cerbiatto variegate d’oro e li hai portati qui. È così che armerai Achille per la rovina di Priamo e dei Frigi?». A lui sorridendo l’eroe itacese, col volto un poco disteso: «Questi doni, se si nasconde davvero con l’inganno fra le fanciulle della reggia di Licomede, faranno sì che il figlio di Pèleo si riveli da solo e te lo condurranno alla guerra; tu ricorda, quando sarà il momento, di prendere tutto, in fretta, dalla nave, e aggiungi a quei doni uno scudo, splendido di figure e irto di molto oro
E non basta: con te sia là Agirte, il bravo trombettiere, e porti, nascosta, la tromba: è per un uso segreto». Aveva parlato, ed ecco proprio sulla soglia del palazzo vede il re e porgendogli un ramo d’olivo gli rivolge parole di pace: «Già da tempo, io penso, ti sarà giunta alle orecchie la fama, ovunque diffusa, di una guerra crudele, o tu che sei il più pacifico dei re, che ora sconvolge l’Europa e l’Asia
Se per caso son giunti fin qui i nomi dei capi nei quali ha fiducia l’Atride vendicatore, eccoti colui che il magnanimo Tideo ha generato come il migliore di una stirpe pur così grande, e io sono il capo di Itaca, Ulisse
La ragione del nostro viaggio — perché dovrei infatti temere di confessarti ogni cosa, essendo tu greco e ovunque famoso per la tua ben nota lealtà? — è che andiamo a esplorare gli accessi a Troia e alle sue odiose coste, o che cosa stiano apprestando». Ma lui lo interrompe a mezzo il discorso: «Che la Fortuna vi sia propizia — questo è il mio augurio — e gli dèi favorevoli assecondino i vostri disegni
Ma ora onorate come ospiti il mio tetto e i miei pii lari»; e al tempo stesso li introduce al palazzo
Ed ecco che subito la folla dei servi allestisce le mense e i triclini
Con lo sguardo frattanto Ulisse perlustra e scruta la casa, se mai vi sia traccia di una fanciulla di aspetto robusto o un viso sospetto per i suoi tratti ambigui: si aggira qua e là per i portici e, come se la stesse ammirando, attraversa tutta la casa: come quel cacciatore che, raggiunta la tana della sua preda, percorre i campi col suo molosso silenzioso fino a che, sotto il fogliame, vede il nemico disteso nel sonno, le zanne posate sull’erba
E già corre la voce, nella parte più interna della reggia, dimora sicura delle fanciulle, che sono arrivati dei condottieri pelasgici e che una nave greca col suo equipaggio ha trovato accoglienza
A ragione le altre si allarmano, ma il Pelide nasconde a fatica la sua nuova gioia e desidera ardentemente, pur nell’aspetto in cui è, di vedere i nuovi eroi e le loro armi
E gli atrî risuonano già dei festeggiamenti regali e ci si distende sulle coperte ricamate d’oro quando il padre fa entrare le figlie e le loro caste compagne
Esse arrivano, simili alle Amazzoni quando sulla riva Meotide, dopo aver saccheggiato le case degli Sciti e le fortezze dei Geti che hanno conquistato, banchettano con le armi deposte ai loro piedi
Allora sì Ulisse, con occhio attento, ne scruta con cura i volti e i petti, ma la notte e le lampade introdotte lo ingannano, e come le fanciulle si sono adagiate la loro statura di colpo gli sfugge
Ma tuttavia ce n’è una che ha il volto eretto, i suoi occhi guardano ovunque e non mantiene alcuna traccia di verginale pudore: egli la fissa, e con un’occhiata in tralice la segnala al compagno
E che accadrebbe se Deidamia non richiamasse lo sventato stringendolo in un tenero abbraccio, non gli tenesse sempre la veste sul petto scoperto, sulle braccia snudate e le spalle, se non continuasse a impedirgli di saltar giù dal letto e chiedere vino, e non gli rimettesse sulla fronte il fermaglio dorato? [Già allora Achille si sarebbe rivelato ai capi argivi.] Come fu sedata la fame e le vivande servite due e tre volte, il re prende per primo la parola e levando la coppa rivolge il suo augurio agli Achei: «Invidio — sì, lo confesso — la vostra impresa, o voi che siete gloria e ornamento del popolo argivo; oh, avessi anch’io un’età più gagliarda, quella che avevo quando soggiogai i Dòlopi che avevano attaccato le coste di Sciro, e in mare spezzai le loro carene, quei trofei di vittoria che avete visto sull’alta facciata delle mura! Se almeno avessi un figliolo da poter mandare in guerra... [la mia gloria sarebbe completa, perché vi potrei dare aiuto]
Ora però vedete voi stessi le mie forze e i pegni del mio amore paterno: quando questa schiera di fanciulle mi darà una nuova discendenza?». Aveva parlato, e Ulisse scaltro afferrando il momento: «Non è spregevole quel che desideri: chi non bramerebbe infatti di vedere popoli innumerevoli, condottieri diversi e schiere di re? Tutta la forza e l’onore dell’Europa potente ha insieme spontaneamente giurato sulle nostre giuste armi
Campagne e città sono vuote, abbiamo spogliato le alte montagne, tutto il mare è coperto dall’ombra immensa delle nostre vele; i padri consegnano le armi ai giovani, che le afferrano correndo bramosi alla guerra
Mai altra volta fu offerta ai coraggiosi l’occasione di una gloria così grande, mai il valore ebbe un campo maggiore in cui esercitarsi». Ulisse lo vede attento che beve con vigile orecchio le sue parole, mentre le altre, impaurite, distolgono gli occhi chinati, e riprende: «Chiunque discenda da stirpe di illustri antenati, chiunque sappia montare un destriero o lanciar giavellotti, o eccella nel tiro dell’arco, ogni uomo di rango è là, là gareggiano i nomi più grandi; si tirano indietro appena le madri paurose o le schiere di fanciulle: ah! è condannato a una vita davvero vana, e odioso agli dèi, se uno, indolente, si lascia sfuggire questa nuova occasione di gloria». Sarebbe balzato dal letto
Achille, se Deidamia, previdente, avvertendo con un segnale tutte le sue sorelle, non avesse lasciato le mense stringendo lui fra le braccia
Ma egli indugia, e si volta a guardare l’eroe itacese, ed esce per ultimo da quel convito
E Ulisse, anche lui, rinuncia un po’ al discorso iniziato, aggiungendo tuttavia poche parole: «Ma tu resta tranquillo nella tua pace profonda e prepara le nozze alle tue care figliole, che la sorte ti ha dato uguali nel volto alle dee celesti
Già da un po’ ne sono ammirato in rispettoso silenzio
È un sembiante di grazia che si unisce a una bellezza maschile». «E se le vedessi» gli replica il padre «guidare i riti di Bacco o attorno agli altari di Pallade? Ve ne darò l’occasione, se per caso un nuovo Austro si farà attendere»
Essi accettano con entusiasmo, e la speranza si aggiunge ai loro voti segreti
Tutta la reggia di Licomede, deposta ogni ansia, riposa in un silenzio di pace, ma è lunga la notte per l’uomo di Itaca, scaltro: attende bramoso l’aurora e ha fastidio del sonno
Il giorno era appena spuntato e già, accompagnato da Agirte, si presentava il Tidìde a portare i doni convenuti
Le fanciulle di Sciro erano, anch’esse, uscite dal talamo e venivano a offrire agli ospiti illustri lo spettacolo delle danze e delle cerimonie promesse
Splende davanti alle altre la figlia del re e il Pelide che l’accompagna: così come sotto le rupi dell’Etna, in Sicilia, in mezzo alle Naiadi ennee brillava Diana e Pallade fiera e la sposa del sovrano degli Elisi
Ed ecco già muovono i passi di danza e il flauto tebano dà il segnale alle danzatrici: quattro volte colpiscono con le loro mani i cembali bronzei di Rea, quattro volte i frenetici tamburelli e quattro volte descrivono varie volute di danza
Poi tutte insieme innalzano i tirsi, insieme li abbassano, e accelerano il passo, ora alla maniera in cui vanno i Cureti e i pii Samotraci, ora incrociandosi l’una con l’altra nel ‘pettine delle Amazzoni’, ora in circolo, al modo in cui, in Amicle a lei cara, la dea di Delo trascina le donne della Laconia e le fa roteare mentre esse battono il tempo con le mani
Allora sì, allora soprattutto si riconosce Achille, che non si cura di rispettar le cadenze o unire le braccia; allora, allora più che mai disdegna le molli movenze e il suo abbigliamento, e interrompe le danze e provoca enorme scompiglio
Così Tebe, già triste, vedeva Penteo rifiutare sdegnoso i tirsi e i timpani che aveva accolto sua madre
Fra molti applausi il gruppo si scioglie e torna alla casa paterna, dove in una sala al centro del palazzo il Tidìde già da un po’ aveva esposto i doni che dovevano attrarre gli sguardi delle fanciulle, come segno dell’ospitalità ricevuta e premio alla loro fatica; egli le esorta alla scelta, né il pacifico re vi oppone rifiuto
Ingenuo, ahi, e troppo inesperto, lui che ignora i doni scaltri e gli inganni dei Greci e il versatile ingegno di Ulisse! Tutte le altre, allora, spinte dal loro sesso ostile alla guerra e dall’istinto naturale, provano i tirsi ben levigati o i timpani sonori o cingono le tempie di diademi ornati di gemme; le armi che vedono, le pensano un dono per il loro nobile padre
Ma il fiero Eacide, come da vicino vede, appoggiato alla lancia
lo scudo raggiante, cesellato con scene di battaglia (e per caso era anche rosso di terribili macchie di guerra), ebbe un fremito e roteò gli occhi, mentre i capelli, scoprendogli la fronte, gli si drizzarono in testa: non c’è più spazio per le raccomandazioni materne, né per il suo amore segreto; nel suo cuore non c’è altro che Troia
Come un leone, strappato dal seno materno, si è fatto addomesticare e ha imparato a farsi pettinar la criniera e ad aver timore dell’uomo, e a non abbandonarsi alla furia se non a comando, se solo una volta vede davanti ai suoi occhi il bagliore del ferro, allora ripudia la sua condiscendenza e il domatore diventa un nemico: è subito contro di lui che indirizza la sua voracità, e ha vergogna di aver fatto da schiavo a un padrone che ha paura
Ma appena Achille si accosta più da vicino e il metallo lucente gli rinvia la sua immagine, ed egli si vede così com’è nell’oro che lo riflette, si spaventa e insieme arrossisce
Allora l’acuto Ulisse si accosta al suo fianco e con voce sommessa: «Perché sei esitante? Lo sappiamo» gli dice «sei tu l’alunno di Chirone biforme, tu il nipote del cielo e dell’oceano, è te che aspetta la flotta dei Dori, te aspetta la tua Grecia con le insegne in attesa, e di fronte a te Pergamo stessa vacilla con le sue mura malferme
Orsù, smetti gli indugi! Fa’ impallidire il perfido Ida e rendi felice tuo padre a questa notizia, mentre Tètide, che ha tramato l’inganno, provi vergogna di aver tanto temuto per te». E già si scioglieva la veste dal petto, quando Agirte, che aveva avuto questo comando, fece squillare alta la tromba: fuggono tutte, disperdendo ovunque i regali e implorando il soccorso del padre: credono già iniziata la guerra
Ad Achille caddero giù, senza che alcuno le toccasse, le vesti dal petto, lo scudo e la lancia, troppo corta, scompaiono nella sua mano — prodigio incredibile! — ed egli sembra superare in statura l’eroe itacese e il capo etolo: a tal punto l’improvviso apparir delle armi e il suo ardore marziale inonda di un tremendo bagliore il palazzo
Con passo smisurato, quasi volesse sfidare Ettore già ora, si erge in mezzo alla sala sgomenta; invano si cerca la figlia di Pèleo
Ma in altra parte del palazzo Deidamia piangeva l’inganno scoperto
Non appena Achille sente il suo pianto profondo e riconosce in cuore quella voce a lui familiare, si arresta, e il suo coraggio vien meno, fiaccato dal fuoco che dentro lo brucia
Depone lo scudo e dirigendosi verso le stanze del re, così com’è, vestito solo delle sue armi, si rivolge a Licomede stordito per l’accaduto e timoroso di fronte al prodigio inatteso: «Sono io, padre caro — deponi ogni ansia o paura —, sono io che Tètide benigna ti ha affidato: a te, già da tempo, era destinata così grande gloria; questo Achille tanto cercato dai Danai sei tu che lo mandi, tu che sei a me più caro — se è lecito dirlo — del mio grande padre e del dolce Chirone
Ma volgi a me un poco la mente benigna e ascolta benevolo queste parole: Pèleo, e Tètide che tu hai ospitato, ti rendono suocero del loro figlio e fanno valere ambedue la loro discendenza da sangue divino
Una fanciulla essi ti chiedono fra la schiera delle tue figlie: la concedi? o ti sembriamo una stirpe di basso lignaggio e non adeguata? non ci rifiuti? Congiungi allora le nostre mani, stringi il patto e perdona i tuoi
Un amore furtivo mi ha unito già a Deidamia: e cosa avrebbe potuto opporsi a queste mie braccia? come avrebbe potuto, una volta in mio potere, respingere il mio assalto? Fammi espiare tutto ciò: depongo le armi, le rendo ai Pelasgi e rimango qui
Ma perché mormori cupo? perché muta il tuo sguardo? Ormai sei mio suocero» — e depone suo figlio davanti ai piedi di lui, aggiungendo — «e sei già nonno
Quante volte dovrai riprendere la spada spietata! perché siamo in tanti!». Allora anche i Danai, nel nome dei sacri diritti dell’ospitalità, e Ulisse con blande preghiere lo incalzano
Lui, per quanto turbato dalla scoperta dell’oltraggio alla sua amata figlia e dal pensiero delle raccomandazioni di Tètide, dall’impressione di aver tradito quel così grande pegno affidatogli dalla dea, ha tuttavia timore ad opporsi a tanti decreti del fato e a ritardare la guerra dei Greci (supponi pure che lo voglia: in tal caso Achille non avrebbe tenuto in nessun conto la sua stessa madre); e tuttavia non potrebbe opporre un rifiuto ad unirsi a un genero tale: si dà per vinto
Esce fuori, allora, dall’ombra in cui s’era nascosta, Deidamia, rossa di vergogna, e non credendo, sconvolta com’è, in un pronto perdono, si fa scudo di Achille nel cercar di placare suo padre
S’invia un messaggero in Emonia che informi Pèleo di quei fatti importanti e gli chieda una flotta e compagni da mandare in guerra
Così, anche il sovrano di Sciro fa scendere in acqua due navi per il genero, scusandosi presso gli Achei delle sue deboli forze
E passò fra i banchetti quel giorno; fu infine reso ufficiale il patto di nozze e la complice notte riunì i due amanti ormai finalmente tranquilli
Ma davanti agli occhi di lei si affollano la nuova guerra e lo Xanto e l’Ida e le navi argive; il suo pensiero è fisso alle onde e teme la prossima aurora
Con le braccia attorno al collo del suo novello sposo, si scioglie già in pianto stringendosi a lui: «Ti rivedrò ancora, Eacide, poggerò ancora la testa su questo tuo petto? Ti degnerai di tornare a questo tuo porto, oppure riportando orgoglioso il trofeo dei lari troiani e di Pergamo vinta ti vieterai il ricordo del tuo nascondiglio fra le fanciulle? Che cosa chiedere, ahimé, o anzitutto temere? e che cosa raccomandarti, nella mia angoscia, io che ho appena il tempo di piangere? Un’unica notte, or ora, a me ti ha concesso e già ti ha sottratto
È questo il tempo accordato alle nostre nozze? questo un libero matrimonio? Oh, i dolci segreti e gli inganni, i timori! Ora che mi era concesso, ahi sventurata!, Achille mi viene strappato
Va’ — perché non oserei ritardare così grande impresa —, va’ ma sii cauto e ricorda che non erano vani i timori di Tètide; va’ e abbi fortuna, ma torna fedele da me! Ma ho pretese eccessive: presto le belle Troiane, piangendo e battendosi il petto, nutriranno speranze su di te, e vorranno porgere il collo alle tue catene e ripagare con il tuo amore la patria perduta, oppure ti piacerà la stessa figlia di Tindaro, questa donna troppo lodata per il suo rapimento impudico
Ma io, io sarò la favola per le tue schiave, quando racconterai dei primi errori di gioventù, o scomparirò nell’oblio
E allora, suvvia, conducimi come compagna: perché non dovrei brandire con te le insegne di Marte? Tu con me hai impugnato i tirsi e gli strumenti del culto di Bacco, cosa che non potrà credere Troia infelice
Ma almeno lui, lui che lasci qui a me come mesto conforto, lui almeno conservalo in cuore, e questo soltanto concedi alle mie preghiere: che mai una sposa barbara ti renda padre, che nessuna schiava generi a Tètide indegni nipoti». Così parla, e Achille, commosso lui stesso, la consola e si giura fedele garantendo i suoi giuramenti col pianto, e le promette al ritorno magnifiche schiave e le spoglie di Ilio e i doni del tesoro di Frigia
Parole vane, che la tempesta dei venti disperde
LIBRO SECONDO Emerso dall’Oceano, il giorno aveva spogliato il mondo dalle umide tenebre in cui era avvolto, e il padre della fulgida luce levava la sua fiaccola dai raggi ancora deboli per la vicinanza della notte e grondante rugiada, non essendosi ancora scrollata l’acqua del mare
E su lui, sull’Eacide, snudato ormai dalla veste di porpora il petto, che brilla di quelle armi di cui s’era subito impadronito (lo chiama il vento, e il mare suo parente lo invita), tutti hanno fissi gli occhi: lo temono come giovane gagliardo e come capo, e non osano ricordare il suo passato; tanto appare all’aspetto del tutto cambiato e tornato quello di prima, come se mai avesse conosciuto i lidi di Sciro e si fosse appena imbarcato venendo dall’antro del Pelio
Allora, secondo il costume (così consigliava Ulisse), sacrifica agli dèi, al mare e ai venti e lì, presso le onde, immola un toro in onore del re del mondo ceruleo e di Nèreo suo avo: con una giovenca bendata placa sua madre
Quindi gettando alle onde schiumanti le viscere gonfie parla così: «Ti ho obbedito, o madre, anche se ordinavi cose per me intollerabili, ti ho troppo obbedito: parto per la guerra di Troia, sulle navi dei Greci, che sono venuti a cercarmi». Detto appena così balzò sulla nave e un sibilo forte del Noto lo porta via lontano dalla costa; e già le altezze di Sciro cominciano a coprirsi di vapori e ad allontanarsi sulla vasta distesa del mare
Lontano, dall’alto della torre, le sorelle attorno piangenti, tenendo in braccio il pegno affidatele (che aveva il nome di Pirro), si sporgeva la sposa, e con gli occhi fissi alle vele andava anch’olla sul mare, ed era la sola ormai a vedere la nave
Anche lui volge indietro furtivo lo sguardo alle mura dilette e pensa alla vedova casa e al pianto di lei abbandonata: gli rinasce in cuore segreta la fiamma e il valore vien meno
L’eroe laerzio si accorge della sua pena e cerca di stornarlo con parole pacate: «E te dunque, destinato a distruggere Troia potente, te che reclamano le flotte dei Greci e gli oracoli divini, che la Guerra attende in piedi sulla soglia spalancata del suo tempio, te una madre astuta ha oltraggiato con una veste femminea affidando un così grande segreto a quel nascondiglio, e sperando che fosse al sicuro? Troppo apprensiva, oh, e troppo madre! Poteva forse languire nell’ombra, in silenzio, questo tuo valore che, appena udita squillare la tromba, è fuggito via da Tètide e dalle compagne e da quella fiamma che aveva represso? E non si deve a noi se vieni alla guerra e assecondi le nostre preghiere: saresti venuto comunque» disse; ma lo interrompe l’eroe nipote di Eaco con queste parole: «Sarebbe lungo esporti le cause del ritardo e l’illecita azione di mia madre; sarà questa spada a riscattare Sciro e il disonore di quelle vesti, una colpa voluta dal fato
Tu piuttosto, finché il mare è tranquillo e le vele approfittano dello Zefiro, dimmi qual è stata per i Danai l’origine di una guerra così grande: vorrei subito trarre di lì l’impeto di una giusta ira». L’eroe di Itaca allora, ripartendo da un poco più indietro: «Si dice che sull’Ida, nel regno di Ettore, se vogliamo credere a questi racconti, un pastore fu scelto a giudicare una gara di bellezza e tenne in ansia delle dee, e che non guardò con occhio favorevole il volto fiero di Minerva né la compagna del sovrano celeste: non ebbe occhi se non per Dione
E anzi quella contesa era sorta nell’antro in cui sei vissuto, durante un concilio divino, quando il mite Pelio celebrava le nozze di Pèleo, e già allora tu fosti promesso alle nostre anni
La collera turba le dee sconfitte; il giudice reclama la sua ricompensa funesta; gli viene indicata per il rapimento la compiacente Amicle
Egli fa tagliare i sacri boschi della Frigia, segreti recessi della dea-Madre che ha per corona una torre, abbatte i pini timorosi di cadere al suolo, e, portato dai flutti fino alle terre achee, del suo ospite Atride — vergogna, ahimé, e compassione per l’Europa potente! — saccheggia il talamo, e superbo di Elena riprende il mare alla volta di Pergamo portando Argo prigioniera
Allora, diffusa ovunque la notizia per le varie città, da tutte le parti, senza pressioni esterne ma ciascuno per sé e di sua iniziativa, ci raduniamo per la vendetta: chi potrebbe tollerare che con illeciti inganni s’infrangano i patti nuziali e vengano rapite e portate via le spose senza opporre resistenza, come un gregge o un armento o semplici covoni di grano? Una perdita simile muoverebbe anche uomini forti
L’imperioso Agènore non tollerò le insidie divine e i sacri muggiti: si mise in cerca di Europa, portata via da un gran dio, e rifiutò il Tonante come genero; Eeta non tollerò che gli fosse rapita la figlia dai lidi di Scizia, e in armi inseguì con la flotta i principi semidivini e la nave destinata a salire fra gli astri
E noi accetteremo che un frigio, un mezzo-uomo, con la sua adultera nave scorrazzi da un porto all’altro lungo le coste argive? o siamo al punto di non aver più armi e cavalli? e i mari sono ormai inaccessibili ai Greci? E se ora qualcuno venisse a portar via Deidamia dai lidi paterni, e la strappasse al palazzo svuotato mentre grida sconvolta il nome del grande Achille?». La mano di lui corse a impugnare la spada, e insieme un vasto rossore lo tinse nel volto
Ulisse tacque contento
Riprende l’Enìde: «Che anzi, o degnissima progenie del cielo, perché a noi tuoi compagni tanto devoti non racconti le tue prime abitudini, e come emergevano i tratti del tuo carattere e poi, sopraggiunta la giovinezza gagliarda, quali semi di gloria era solito schiuderti Chirone, e come ti avviava al coraggio, e con quali arti ti rendeva più forti le membra e lo spirito? Sia questa la ricompensa per me di averti cercato per la vasta distesa del mare sino qui a Sciro, e di aver offerto per primo le armi a queste tue braccia». Chi avrebbe fastidio a narrare le sue proprie imprese? Tuttavia egli inizia con fare modesto, un po’ incerto e quasi come costretto: «Si dice di me che nei più teneri anni, quando ancora andavo carponi, allorché il vecchio tessalo mi accolse sul gelido monte, non consumavo cibi comuni né saziavo la fame succhiando a feconde mammelle, ma ingerivo grasse viscere di leoni e midolla di lupa ancora palpitanti
Questo fu il mio primo cibo, questi i doni di Bacco giocondo, questo il nutrimento che quel padre mi dava
Poi m’insegnò ad andare con lui, guidandomi coi suoi grandi passi, per impervi luoghi selvaggi, a sorridere nel vedere le fiere e le rocce spezzate dall’impeto dei torrenti e a non aver paura dei silenzi delle immense foreste
Già allora impugnavo le armi e avevo in spalla la faretra: fu precoce il mio amore del ferro, e s’indurì la mia pelle per il molto sole ed il gelo; né mai le mie membra si rilassarono in un morbido letto, ma una roccia fu giaciglio comune a me e al mio enorme maestro
Avevo appena compiuto il ciclo dei dodici anni di questa vita rude, quando mi spinse a battere i cervi veloci alla corsa o i cavalli dei Lapiti o a inseguire correndo le frecce che avevo lanciato
Spesso lo stesso Chirone col suo passo alato, finché l’età gli concesse di correr veloce, m’inseguiva al galoppo per le vaste distese dei campi, e quando ero stanco delle lunghe scorrerie per i prati mi elogiava contento sollevandomi sulle sue spalle
Spesso, poi, al primo gelarsi del fiume, mi ordinava di camminarvi sopra con passo leggero senza spezzare la crosta del ghiaccio
Erano queste le imprese gloriose della mia infanzia
Che dirti poi delle battaglie dentro le selve e delle balze svuotate ormai dei loro selvaggi ruggiti? Mai egli permise che per le impervie gole dell’Ossa io cacciassi imbelli caprioli o abbattessi con l’asta le linci paurose, ma dovevo stanare orsi feroci e cinghiali fulminei a colpire e, talvolta, un’enorme tigre o una leonessa che aveva appena figliato in una spelonca nascosta fra i gioghi dei monti
Egli stesso, seduto nel suo immenso antro, attendeva le mie imprese, se mai ritornassi cosparso di nere macchie di sangue; né mai mi accordava il suo bacio senza aver prima esaminato i miei dardi
E ormai, in mezzo ai giovani dei luoghi vicini, mi addestravo agli scontri alla spada, e non mi rimase ignoto alcun aspetto di Marte crudele
Appresi come i Peoni fan roteare le armi, come i Macedoni scagliano i loro giavellotti, con quale impeto i Sarmati brandiscono le loro picche, i Geti le loro falci, come i Geloni tendono l’arco e come il fromboliere delle Baleari, roteando in alto con la correggia leggera il colpo pronto a ferire, descrive un cerchio attorno all’aria che racchiude
A stento potrei, nonostante i successi ottenuti, rammentar tutto quello che ho fatto
M’insegnava ora a saltare d’un balzo enormi fossati, ora a lanciarmi all’assalto della cima di un’alta montagna col passo con cui si fugge in pianura, a respingere con lo scudo, in simulate battaglie, il lancio di grandi macigni, a entrare dentro capanne incendiate e, stando a piedi, a fermare una quadriga lanciata
Mi ricordo: correva vorticoso lo Spercheo alimentato da piogge continue e dalle nevi disciolte, e trasportava alberi appena divelti e macigni, quand’egli m’ingiunse di entrare là dove più violento era l’impeto della corrente e di oppormi ad essa e respingere i flutti rigonfi, di cui a stento lui stesso, resistendo con tutti i suoi piedi, avrebbe retto l’assalto
Io, sì, cercavo di restar saldo, ma la violenza dei flutti e la vertigine di quell’enorme massa d’acqua a precipizio mi spingevano indietro: lui da sopra sporgendosi mi lanciava dure minacce e con le parole sollecitava il mio orgoglio
E non mi ritirai di lì se non dietro suo ordine: così un alto amore di gloria mi spingeva e non erano dure quelle fatiche sotto gli occhi di un tale testimone
Lanciare infatti lontano, fin a farlo sparire fra le nuvole, il disco spartano, o avvinghiarsi alla lotta coi corpi ben unti o agitare il cesto era per me un gioco e un ristoro; e in questi esercizi non c’era fatica maggiore di quando col plettro di Apollo facevo vibrare le corde sonore e cantavo ammirato le imprese di antichi eroi
E m’insegnò inoltre i succhi e le erbe che curano le malattie, e con quale rimedio si può arrestare il sangue che scorre in eccesso, e che cosa concilia il sonno, cosa rimargina le ferite aperte, quali piaghe vanno trattate col ferro e quali si risolvono con le erbe; e m’inculcò nel petto i principi della sacra giustizia, quella con cui suole dare leggi venerande ai popoli del Pelio e governare in pace i suoi fratelli bimembri
Questo, compagni, è quanto dell’educazione dei miei primi anni ricordo e mi piace ricordare: il resto è mia madre a saperlo».