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Testo

Francesco Branchina

LA LUNGA NOTTE
L'Occidente, i Veda e la trilogia
delle “razze” umane

“Il sapere è seme della conoscenza
e il suo frutto è la sapienza”

Zarathustra

PREFAZIONE

“I Veda non sono scritture proprie dell'India, come molti
sostengono, ma i loro insegnamenti sono universali”.

È quanto sostenne la massima autorità religiosa indù, Sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, nella sua introduzione alla Śrī Īśopanisad. Vogliamo trarre spunto da questa affermazione per sentirci legittimati nell'aver tratto, in seguito ad accurate ricerche, le conclusioni che, coloro i quali avranno la pazienza di seguirci fino in fondo in questo saggio, potranno scoprire.

Sia chiaro che è stato nostro intento condurre tali ricerche senza entrare in merito al contenuto teologico-filosofico espresso in questi libri sacri indiani. La posizione da noi assunta vorrebbe essere quella neutra di storici laici, i quali null'altro pretendono se non rivendicare il tentativo di togliere i veli del tempo, che hanno coperto una storia umana in cui, agli albori dell'umanità, dèi e uomini convivevano su un piano interscambiabile, salvo divenire man mano nel tempo lontani ed estranei gli uni agli altri.

Manifestiamo ammirazione per la plurimillenaria civiltà indiana, rispetto per la loro aristocratica religiosità, alta considerazione per coloro che la incarnano, gratitudine per coloro che la immortalarono nei testi. Tuttavia noi, uomini dell'Occidente, eredi di quell'Ulisse che, votandosi all'azione e inseguendo la conoscenza, fece di entrambe la leva dello spirito occidentale, non possiamo fermarci davanti a nessuna verità concessa sotto auspici dogmatici. Noi, uomini dell'Occidente, osammo scendere negli Inferi per incontrarvi gli avi ed interrogare i morti, osammo scalare l'Olimpo per condividerne con gli dèi le altezze, osammo sfidarli e perfino combatterli; non possiamo arrestarci di fronte a nessuna verità che non sia frutto di conquista. Non da ciò che viene sussurrato siamo attratti, ma da ciò che, strappato agli dèi, possiamo urlare e donare agli uomini, in un atto prometeicamente disinteressato. Noi, uomini dell'Occidente, concepiamo ed accettiamo il successo, solo se esso è la conseguenza di una conquista. Nulla di gratuito vogliamo ricevere ma tutto conquistare. Possiamo cadere o innalzarci, scendere o salire, ma ciò sia frutto dell'audacia. Fu detto: non il prostrarsi davanti agli dèi può chiamarsi religiosità, gli stessi dèi aborriscono i pavidi ed amano gli audaci. Affronteremo perciò le altezze delle tematiche vediche da audaci ma non da temerari, staremo il più possibile accorti, per porci con rispetto nei riguardi di una religione che, dopo oltre cinquemila anni, conserva intatta la potenza evocatoria che uomini pseudo "preistorici" sapevano utilizzare più e meglio di uomini pseudo moderni, i quali con un semplice clic accendono facilmente una lampadina, ma non sanno provocare una piccola fiaccola per riscaldare il proprio cuore ed illuminare il proprio spirito.

Alla luce dell'affermazione di Sua Divina Grazia ci spingeremo perciò a ricercare quell'humus nel quale le radici dei Veda affondarono, per attingere il sapere di cui furono i trasmettitori. Sua Divina Grazia, con la frase che sopra abbiamo riportato, ci indica la strada, dicendoci che la ricerca deve spingersi fuori dal territorio indiano, ma non aggiunge altro. Nella sua sapienza religiosa, in grado di spingersi fino alla certezza che ciò che disseta non è dato dal conoscere l'origine della sorgente ma dall'acqua che in essa scorre, Sua Divina Grazia non si cura di fornirci le informazioni che cerchiamo. Esse comunque scaturiscono da un'attenta lettura degli stessi Veda, già intrapresa con successo dallo studioso indiano Bâl GangâdharTilak, le cui conclusioni, in questo saggio, intendiamo ulteriormente suffragare e spingere oltre, attraverso una lettura comparata degli accadimenti storici nelle civiltà coeve ed affini. Per chiarire le derivazioni filologiche di alcune parole, dovremo fare riferimento a concetti e procedimenti di indagine filologica già illustrati nei nostri precedenti saggi.

Per ciò che concerne il luogo geografico della terra di provenienza del popolo veda, non avendo nulla da aggiungere all'esauriente ed imponente opera di Tilak, dando per assodato che essa vada posta al Polo Nord, rimandiamo quanti volessero approfondire tali conoscenze alla stessa opera dell'autore; noi qui ci cureremo di approfondire quanto tralasciato dallo stesso Tilak, il quale si ritenne già soddisfatto nel dare una Patria al popolo Veda. Tenteremo da parte nostra di saperne di più sul popolo che la abitò, nella certezza che esso sia stato il comune ceppo umano che giustamente venne indicato col nome di Indo-Europeo.

Il titolo di questo saggio, alludendo all'originaria patria d'origine del popolo indoeuropeo, posta là dove Tilak la collocò, vorrebbe rendere l'idea di come la visione del mondo occidentale non poteva che maturare dove le condizioni atmosferiche e astronomiche, estreme ed irripetibili, facevano sentire l'uomo una emanazione di dio e la terra continuazione del cielo. Le aurore boreali con i loro giochi di luci, le notti infinite e i soli che non tramontano mai, erano tutte condizioni propizie per la genesi di miti, leggende, narrazioni nei quali l'Aurora dalle dita di rosa e i fulmini di Zeus non erano che antiche memorie poeticamente trasfigurate di ciò che, nella patria d'origine, quell'uomo poeta aveva visto e vissuto in prima persona. Per tale uomo, che viveva in quell'estasi perenne e per il quale il sacro non era solo un concetto ma vita quotidiana, il cielo e la terra erano valicabili da una “porta” (Tor), per essa si accedeva nell'“al di là” (Hel) e da lì si ritornava per la stessa “Via” (Gata).
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Capitolo I

A QUANDO RISALGONO I VEDA?

Il primo a mettere per iscritto gli insegnamenti vedici fu, secondo la tradizione, Sri Kṛṣṇa, cinquemila anni fa. Egli, secondo ciò che è riportato nel Mantra XIII della Śrī Īśopanisad, dice al suo discepolo Arjuna che: “La successione dei discepoli si è interrotta e questa scienza (la Bhagavadgītā), nella sua purezza, sembra ora perduta”. Kṛṣṇa perciò, per preservare un antico sapere, tramandato fino a quel momento oralmente - come conferma il fatto che nel più antico tra i quattro libri Veda, noto come Rg-Veda, Kṛṣṇa non è ancora citato - lo canonizza, dettando i Veda al discepolo amico Arjuna.

Tale operazione di trascrizione di un antico sapere dovette comportare un necessario adattamento linguistico, dovuto sia alla distanza temporale rispetto al momento in cui era iniziata la trasmissione orale, sia alla distanza spaziale tra la terra d'origine di Kṛṣṇa, presumibilmente la Persia, e quella di Arjuna, l'India. Non a caso Kṛṣṇa trova costretto a spiegare al discepolo il significato di alcuni termini per i quali non era possibile, a causa della loro pregnanza semantica, trovare un corrispettivo linguistico. Se vogliamo utilizzare un termine di paragone non perfettamente sovrapponibile ma utile alla comprensione del caso, possiamo paragonare i Veda all'Iliade. L'Iliade viene scritta in greco e racconta fatti tramandati in lingua micenea. I Veda vengono scritti in sanscrito e raccontano fatti tramandati in una lingua pre-sanscrita. L'Iliade, come i Veda, viene messa per iscritto dopo i fatti accaduti, trascorsero cinquecento anni prima che fosse canonizzata da Omero; per i Veda è difficile stabilirlo. Certo è che, come la lingua greca parlata da Omero non era più conforme al proto-greco di Agamennone nel momento in cui Omero, cinquecento anni dopo, mette per iscritto le vicende degli Achei e dei Troiani, altrettanto può supporsi per il sanscrito di Arjuna rispetto alla lingua parlata nel periodo in cui si verificarono i fatti narrati nei Veda. Potremmo affermare, continuando il paragone, che il sanscrito stava alla lingua dei Veda come il greco stava al miceneo.

Sul come una lingua possa evolversi in tempi brevi, basta rifarsi a Polibio, storico greco del II sec. a.C., venuto a Roma al seguito degli Scipioni. Egli racconta che il testo del primo trattato di pace tra Roma e Cartagine, scritto su lastre di piombo conservate nel tempio di Giove, sul Campidoglio, non era più interpretabile dagli eruditi latini dei suoi tempi, tanto era mutata quella lingua; ed erano trascorsi appena tre secoli!

Il più o meno veloce mutamento di una lingua può avere diverse cause. Infatti un popolo che vive nell'isolamento mantiene più a lungo lingua e tradizioni. L'interazione tra popoli può essere di due specie. Può essere forzata se dovuta a scontri bellici, presupponendo in tal caso la supremazia di un popolo su un altro; in questo caso una lingua può essere perfino cancellata, come avvenne per l'etrusca. L'interazione fra popoli può essere anche pacifica, per motivi di scambi commerciali o relazioni di buon vicinato; in questo caso le modifiche linguistiche sono lente e comportano in primo luogo l'acquisizione dei termini stranieri atti a definire concetti o oggetti per i quali, nella lingua ricevente, non esiste alcun corrispettivo lessicale.

Nel caso dei Veda, notiamo che Kṛṣṇa, diversamente da Arjuna, padroneggia perfettamente la lingua con cui era stato tramandato oralmente il contenuto del testo sacro che, come afferma sua Divina Grazia A.C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda, non è un testo indiano. Kṛṣṇa, infatti, come si mostrerà nei capitoli successivi, non è un principe indiano, ma la sua area geografica di provenienza si trova molto più ad ovest di quella di Arjuna e coincide con quella in cui vennero tramandati i Veda. Quando Kṛṣṇa avverte la necessità di metterli per iscritto, si trova in India, cioè nell'area geografica in cui la dinastia di Arjuna esercita la propria signoria, dove Kṛṣṇa si era recato per ristabilire un ordine politico sconvolto.

In questo momento storico, in India, popoli eterogenei convivevano e iniziavano a formarsi caste sociali rigidamente separate, motivo per cui, a causa della eterogeneità culturale, dovette avvertirsi la necessità di trasmettere la tradizione vedica in forma iniziatica e non più pubblicamente, come facevano invece gli aedi omerici per l'epopea troiana, considerata patrimonio ancora comune. A conferma del carattere elitario dei Veda e delle difficoltà con cui perfino gli eletti si accostavano alla lettura del testo sacro, si constata che non sempre i maestri o Ācārya erano impeccabili nelle loro conoscenze vediche se un consiglio di saggi potè affermare, riferendosi al saggio Śrīla Sūta Gosvāmī: «Noi sappiamo che sei perfettamente esperto in tutti i soggetti, eccetto alcuni passi dei Veda (…)» (Śrīmad Bhāgavatam I, 4, 13). Quest'ultima affermazione confermerebbe quanto sospettiamo, cioè che i Veda cessarono di essere conosciuti nell'intima loro essenza perché ormai la lingua con la quale il testo era stato redatto non riusciva ad effettuare una traduzione fedele di concetti per i quali non vi erano validi corrispettivi lessicali; ancora oggi, pertanto, si disquisisce sul significato di alcuni vocaboli sanscriti.

Per fare un esempio, il termine sanscrito manokrtena viene tradotto con “attività della mente“. Il concetto così espresso è però talmente generico che il Deussen ritenne di meglio specificarlo con la seguente traduzione: «Senza azione della volontà (ohne Zutun des Willens)», cioè un'attività della mente a ruota libera. Noi crediamo che il Deussen abbia intuito il vero senso del vocabolo, come confermerebbe anche il ricorso al metodo filologico già esperito e illustrato nelle nostre precedenti pubblicazioni, in base al quale il vocabolo appare composto da più lessemi, che riconducono all'antico tedesco: man-kr-tenne, da tradursi rispettivamente con mente, forza (intesa come attività o forza agente), aia o pollaio; nel complesso il vocabolo indicherebbe un affollarsi (come le galline nell'aia) di attività mentali non coordinate tra loro, un affollarsi incontrollabile di pensieri.

Del resto disquisizioni sull'etimologia di alcuni vocaboli sono comuni anche in riferimento a lingue ben più note: si apprende da Plutarco, storico che visse a cavallo tra il I e il II secolo, che i dotti latini disquisivano sul significato del nome Carmenta, ritenuta dalla tradizione la madre di Evandro. È sconcertante constatare come nei salotti plutarchei, in un'epoca in cui il latino era tutt'altro che lingua morta, si potesse arrivare ad attribuire al nome un significato opposto a quello originario. Plutarco è tra coloro che sposano la tesi, da noi non condivisa, secondo la quale: Il vero significato del suo nome è “priva di mente” a causa dell'ispirazione divina» (Questioni romane).

Si notano palesi affinità tra il vocabolo sanscrito manokrtena e quello latino Carmenta: entrambi sono formati infatti dagli stessi lessemi men (mente) e kr (forza) che riconducono all'esercizio di un'attività mentale che è tuttavia incontrollata, involontaria nel primo caso per effetto del lessema tenne, mentre nel secondo caso, diversamente da quanto sosteneva Plutarco, doveva essere forte e volontaria. L'interpretazione plutarchea non è condivisibile per il semplice fatto che l'eletto in grado di intrattenere un rapporto con il divino avrebbe dovuto necessariamente avere la forza mentale necessaria per sostenere tale rapporto; non a caso nell'Antico testamento i profeti, come Giacobbe, si meravigliano di essere rimasti ancora in vita dopo aver sostenuto il rapporto col dio, che aveva appunto richiesto loro il dispiegamento di una forza fisica e mentale immane. Del resto il fatto che i sacerdoti, in epoca latina, avessero un ruolo attivo nell'esercizio delle loro funzioni, emerge anche dai nomi con i quali essi venivano designati: il Pontifex è il costruttore di ponti, capace, dispiegando tutta la propria forza interiore, di stendere un ponte tra Cielo e Terra, tra i piani fisico e metafisico; il rex sacrificulo è colui che presiede al sacrificio e garantisce che la procedura religiosa avvenga secondo i canoni congeniali al dio; la Vestale è colei che, alimentando il fuoco e vigilando continuamente su di esso perché non si spenga, tiene vivo il cuore di Roma; il Littore, da ligare, è colui che tiene legati i patti e scioglie i medesimi se vengono traditi; il Vate è colui che, come l'albero della nave capta i venti tramite la vela ad esso attaccata, intercetta il “vento o alito di dio”, traducendolo in linguaggio umano. L'etimologia del nome Carmenta è riconducibile dunque al significato di “potenza della mente”. Il termine latino Carmen inoltre, che generalmente indica degli inni, altro non è che il corrispettivo latino dell'indiano Mantra, termine sacro pregno di “forza” evocatrice, capace di destare l'attenzione del dio evocato se non addirittura di costringerlo, attraverso l'energia del suono mantrico, a soddisfare quanto dall'evocante richiesto. Del resto, aspetto evidentemente trascurato da Plutarco, Carmenta era una sacerdotessa che “cantava oracoli metrici”, attività che presuppone non solo l'utilizzo della “mente” ma anche di una “mente creativa”, al punto di competere con quella divina.

Come già affermato sopra, Kṛṣṇa prende la decisione di fare mettere per iscritto il sapere dei Veda. Siamo certi che vocaboli che esprimevano interi concetti sacri siano stati trascritti rimandendo immutati rispetto alla lingua originale; del resto è noto che formule liturgiche o sortilegi perpetrati da fattucchiere, maghi medievali e moderni, per essere efficaci o ritenuti tali, non possono prescindere dall'essere recitati nella lingua di redazione, di solito il latino, pena la loro inefficacia. Tutt'oggi gli eruditi amano ricorrere a citazioni latine o greche nella consapevolezza che la citazione in lingua originale conferisce a ciò che si dice una particolare forza. Sarà esaminando questi singoli vocaboli, ancora oggi oggetto di contrastanti interpretazione da parte di studiosi del sanscrito, sia orientali che occidentali, che noi cercheremo di capire quale potrebbe essere stata la lingua originale che tramandò per millenni, oralmente, le storie poi messe per iscritto, inizialmente in un unico libro e successivamente nei quattro libri dei Veda.

In poche parole noi crediamo che la lingua vedica della tradizione orale non fosse il Sanscrito e che quest'ultimo fosse un'evoluzione della lingua originaria, della quale però rimasero inalterati alcuni termini la cui forza e complessità semantica aveva nel tempo cristallizzato la forma e creato, al tempo stesso, un divario tra il significato e il significante. Da questo nascono, già all'epoca di Kṛṣṇa, difficoltà di interpretazione poiché in un singolo vocabolo si racchiude talvolta un intero concetto metafisico, tanto che, senza l'aiuto di un Ācārya o maestro, guida spirituale che ne spieghi o tenti di spiegarne, talvolta in maniera fantasiosa, il significato, dallo stesso appreso e tramandato per via orale, lo stesso sarebbe incomprensibile. Tanto per fare un esempio prendiamo il verso 2 del libro I. 3 dello Śrīmad Bhāgavatam. Esso così recita:

yasyāmbhasi śayānasya yoga-nidrām vitanvataḥ
nābhi-hradāmbujād āsīd
brahmā vìśva-sṛjām patiḥ

La traduzione letterale sarebbe la seguente: yasyā, del quale; āmbhasi, nell'acqua; śayānasya, che giace; yoga- nidrām, sonno meditativo; vitanvataḥ, esteso; nābhi, ombelico; hradā, fuori dal lago; āmbujād, dal fiore di loto; āsīd, si manifestò; brahmā,, il progenitore di tutti gli abitanti di questo mondo; vìśva, l'universo; sṛjām, gli architetti; patiḥ, maestro.

La traduzione o interpretazione data dall’Ācārya è:

Un’emanazione plenaria di questo Puruṣa Si sdraia sulle acque
dell’Universo e dal lago ombelicale del Suo Corpo spunta un
fiore di loto su cui appare Brahmā, maestro di tutti gli architetti
dell’Universo.

Si capisce dunque come, alla luce di una struttura morfosintattica così criptica, l'interpretazione fosse l'unica possibilità di comprensione; la pericolosa conseguenza che ne deriva consiste nel fatto che, se non si fosse creata una successione di Ācārya legittimi, istituzionali, ogni singolo maestro, auto-referenziandosi, avrebbe potuto fornire una propria personale interpretazione. Il pericolo poteva essere scongiurato solo con una discendenza certa di Ācārya istituzionali, detentori della “vera”, “unica” verità trasmessa, i quali tramandavano inalterato ciò che a propria volta ricevevano, senza modificarne il contenuto. Qualcosa di simile riecheggia nell'anatema mosaico rivolto a chiunque avesse cambiato un solo jota della “Legge”. Dobbiamo far notare tuttavia che il significato di molte parole sanscrite è ancora oggi oggetto di dibattito e spesso si tratta di parole la cui traduzione implica profondi mutamenti semantici all'interno della frase. La difficoltà interpretativa, che giustifica certe interpretazioni fantasiose degli Ācārya, è dovuta anche al fatto che, come afferma Tilak, l'antica patria veda sarebbe l'Artico; si comprende in tal caso che talune espressioni, chiarissime se riferite alle coordinate geografiche artiche, dovessero risultare oscure agli Ācārya, imponendo loro autentiche acrobazie interpretative e linguistiche nel tentativo di adattare riferimenti climatici e geografici artici a condizioni compatibili con le coordinate geografiche indiane.

Tornando ai Veda, se gli Ācārya individuano nel 3000 a.C. la data in cui avvenne il passaggio dalla tradizione orale a quella scritta, l'esperienza ci insegna che dobbiamo credervi, così come nessuno oggi metterebbe più in dubbio che la guerra di Troia, a lungo ritenuta frutto della fervida fantasia del suo autore, sia realmente avvenuta. Questa data è altresì compatibile con eventi coevi che si svolgevano in prossimità all'area dell'Indo, nei pressi dell'impero dei Kuru, dove regnava la dinastia cui apparteneva Arjuna, cioè nella vicina area mesopotamica, con la quale, come proveremo a dimostrare, considerata l'importanza che tale aspetto assume per la dimostrazione della tesi di fondo del nostro studio, erano intercorse relazioni. In quest'area anche il popolo dei Sumeri stava subendo traumatici sconvolgimenti sociali, dovuti all'avanzare di nuove genti. Come la marea, l'onda del popolo che spinge da nord, sulla cui identità torneremo nei prossimi capitoli ma che possiamo iniziare a definire nord-europea, torna a spazzare le millenarie civiltà che incontra nel proprio passaggio, come aveva già fatto nei millenni precedenti lasciando testimonianze nell'antichissima città anatolica Alaça Hüyük e ancora nella città palestinese di Gerico.

Il tremila a.C., come si è già anticipato, rappresenta anche un momento di grandi trasformazioni sociali e religiose in India, dove è in corso una guerra a causa della quale perfino le famiglie si dividono, schierandosi su fronti opposti del medesimo campo di battaglia. La guerra iniziò per motivi di pretese dinastiche in seno alla famiglia regnante, proprio come era accaduto in Palestina, dove si era accesa prima una feroce contesa tra Davide, che aveva usurpato il trono a Saul, e suo figlio Assalonne e poi tra Salomone e gli altri numerosi discendenti di Davide, che si contendevano il regno di Israele; o come era avvenuto nella terra degli Ittiti, dove i figli del re Mursili avevano tentato di deporre il padre.

Nello Śrīmad Bhāgavatam si allude infatti ad una guerra epocale, entrata nell'immaginario collettivo indù così come la guerra di Troia in quello greco, scaturita dal tentativo di un fratello di usurpare il regno all'altro fratello. A questa guerra epocale, ricordata come la battaglia di Kuruk?etra, prendono parte alleati che provengono da luoghi lontani; uno di questi è lo stesso Kṛṣṇa. Anche le famiglie si spaccano nella ricerca delle alleanze poiché questa battaglia, come abbiamo detto, è combattuta tra consanguinei. Baladeva, fratello di Kṛṣṇa, , per esempio, sostiene moralmente lo schieramento opposto a quello che sta a cuore al fratello. Anche Baladeva doveva essere molto potente, come lo stesso nome suggerisce (Bala cioè Signore, Dominus), e rispettato dallo stessoKṛṣṇa, quest'ultimo celebrato dai testi quale dio. Infatti in un passo dello Śrīmad Bhāgavatam si afferma che Kṛṣṇa non osa dire al fratello che intende dare in moglie la comune sorella ad Arjuna, tanto che, per scansare la sicura ira che sarebbe derivata da questa proposta, Kṛṣṇa, non prende materialmente parte al conflitto, non volendo macchiarsi del sangue dei parenti. Alla fine della battaglia, che ristabilisce la legittima linea di successione e probabilmente anche i confini geografici del regno, Kṛṣṇa ritorna nel proprio regno che sembra, in base alla descrizione delle province che attraversa per il ritorno in patria, davvero lontanissimo e in direzione nord-ovest rispetto all'India.

Ritornando circolarmente all'interrogativo con cui è titolato il I capitolo, osserviamo che l'ottimo lavoro di Tilak, indicando l'Artico come patria dei Veda, induce a giustificare talune apparenti incongruenze e relative difficoltà interpretative presenti nel testo sacro, le quali scaturiscono dal fatto che in esso si tramandano ricordi di epoche glaciali, l'ultima delle quali, secondo notevoli studi di scienziati americani, dovrebbe essersi conclusa nel continente americano diecimila anni fa. Ne consegue che Kṛṣṇa raccoglie in questo libro, oltre alle speculazioni religiose e culturali maturate in quei primordi, fatti riguardanti eventi avvenuti cinquemila anni innanzi alla propia epoca. Il fatto che la memoria potesse essersi trasmessa per millenni, fatto quasi inconcepibile per la civiltà moderna, risulta possibile alla luce dei trattati sul comportamento del cervello e dei meccanismi che determinano la formazione di un imprinting indelebile in esso. A noi basti un esempio per provare come degli eventi traumatici si possano trasformare in una memoria collettiva, che durerà fin tanto che il popolo oggetto del trauma resterà omogeneo.

Il re Labarna Hattusilis (1680 circa a. C.) fu il vero fondatore dell'impero ittita, nonostante si sappia dell'esistenza di alcuni suoi predecessori che avevano già dato impulso alle conquiste ittite. Egli è il primo dei re ittiti che comincia a compilare degli annali, nei quali fa scrivere, non senza orgoglio, che aveva non solo pareggiato ma persino superato la grandezza di Sargon (2334 a.C.), fondatore dell'impero accadico, il quale, ben settecento anni prima, aveva avuto l'ardire di spingersi dalla Mesopotamia fino in Anatolia e l'orgoglio di consegnare alla scrittura le proprie gesta. Adesso Hattusilis, restituendo la visita, superava l'Eufrate e si prendeva la rivincita sugli Accadi superandoli per prestigio. Poiché Labarna fu il primo dei re ittiti ad aver affidato ai cuneiformi la memoria del proprio popolo, oltre che della propria audacia, ne deriva che l'episodio funesto di Sargon che scorazzava per l'Anatolia si era tramandato oralmente per settecento anni tra gli Ittiti.

Non che la scrittura non fosse già conosciuta dagli Ittiti al tempo di Sargon, ma essa era utilizzata, in forma ideografica e fin dal III millennio, solo per fini cultuali, allo stesso modo in cui i Germani utilizzavano le rune. C'era dunque una refrattarietà ad affidare alla fredda scrittura emozioni che solo la parola, opportunamente modulata, poteva trasmettere, nella convinzione che solo la mente avesse la facoltà di riportare in vita il passato attraverso l'evocazione. La parola, nella cultura occidentale, venne sempre intesa come superiore rispetto alla scrittura: essa era lo spirito, il vento, l'anima degli antenati che s'incarnava nell'aedo e riportava in vita l'eroe. La scrittura non venne utilizzata in nord Europa che con l'avvento dei missionari cristiani.

La stessa etimologia del nome “Ittita” conferma ciò che asseriamo sull'importanza della parola e sulla superiorità del racconto orale sulla scrittura. Infatti il nome indicherebbe il popolo che per eccellenza ne faceva uso. Il termine Hiti dovrebbe essere una voce del verbo heitan che significa: chiamare, nominare, evocare, urlare. Lo stesso lessema hiti è presente nei nomi che designano caste sacerdotali, il cui compito era quello di evocare un dio. Uno di questi è quello degli Anachiti, il popolo cananeo nominato in Genesi, ed ancora quello degli Adran(h)ti, presso i Sicani, stanziati alle falde dell'Etna, dove era stato collocato il celebre tempio del dio Adrano, il cui “furore divino” poteva essere evocato o contenuto dai sacerdoti Adraniti. Vi è poi il significativo nome di una cittadina dell’epoca vichinga situata su un fiordo danese, Haitabu, descritta dallo storico arabo Ibrahim Al Tartushi come una “vociante” piazza di affari. Trattavasi, infatti, di una cittadina commerciale, di un mercato internazionale. Il termine deriva da: Haith, vociare, urlare e ab fuori cioè “tirare fuori la voce”. Perciò se gli abitanti di Haithabu urlavano per vendere la propria mercanzia, gli Hittiti urlavano tutta la loro ferocia scendendo in guerra. Nell’Avestā il termine Hati viene tradotto con Inni, noi siamo dell'avviso che sarebbe più precisa la traduzione di invocazioni. Del resto Anahita, la dea protettrice delle partorienti invocata nell’Avestā affinchè il parto si svolgesse per il meglio, contiene proprio il lessema hita, preceduto dal lessema Ana, che equivale al sumero antenata e all'antico alto tedesco ana col medesimo significato (Ahne nel tedesco moderno). Pertanto con il termine Ana-haitan si invocherebbe la prima donna, l'antenata, la nonna, l'avola, affinchè interceda onde si possa continuare, attraverso un buon parto, la continuità della stirpe.

Ritornando alla tesi di fondo del capitolo, si ribadisce che la lingua utilizzata da Kṛṣṇa per la trascrizione dei Veda era mutata rispetto a quella utilizzata dai suoi antenati, di cinquemila anni più vecchi. L'uso dell'alfabeto accadico per la redazione dei Veda ci induce inoltre ad interrogarci sulle relazioni intercorse tra l'impero di Sargon, nel quale si utilizzava appunto l'alfabeto accadico, e i paesi confinanti, che oggi identifichiamo col nome di Afghanistan, Pakistan, India settentrionale.
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Capitolo II

SARGON, IL RE CHE COMANDAVA SULLE TESTE NERE

Il regno accadico di Sargon succede al regno sumero nell'area mesopotamica, continuandone ed esportandone, sino in India, la cultura. Accadi e Sumeri appartenevano del resto allo stesso popolo, formato da genti appartenenti ad una stessa cultura. Il regno di Sargon fu molto esteso e la sua influenza dovette andare oltre i propri confini puramente geografici. La vita di questo re fu così affascinante che venne coperta, in parte, dal mito, tanto da essere presa in prestito, successivamente, da molti altri fondatori di civiltà. Uno di questi fu Mosè, la cui nascita e vita riproduce pari pari quelle di Sargon: fu salvato dalle acque, deposto in una cesta, educato nella reggia e adottato dal re; forse perfino il mito dei figli della lupa fu un'eco di quello del mitico re.

Le migliaia di tavolette in caratteri cuneiformi provenienti dalla biblioteca della sua capitale rivelano svariate notizie sulla civiltà accadica; una tavoletta, in particolare, interessa la nostra indagine, entrando in relazione con l’Oriente. Si apprende, infatti, da questa che il re Sargon comandava sulle teste nere. Si aggiunga che la figlia sacerdotessa di Sargon, nell’inno al dio sumero Ningishzida, da lei composto, si rivolge al dio, presumibilmente identificabile col proprio stesso padre, definendolo “Pastore che sa come dirigere il popolo dalla testa nera”. Si può facilmente desumere da tali espressioni che il re Sargon, comandando sulle “teste nere”, dovesse avere caratteristiche somatiche ben diverse dal popolo dominato; non si comprenderebbe altrimenti la necessità di specificare un dato ovvio e naturale quale il colore della pelle o dei capelli. Solo il fatto che Sargon fosse diverso, non avesse cioè la “testa nera”, può giustificare una tale affermazione, che da un lato sancisce un’evidente differenza somatica e dall’altro una supremazia su un’intera collettività, che doveva essere davvero numerosa visto il tono trionfalistico della tavoletta. Singolari affinità si profilano tra la vicenda di Sargon cui si allude nella tavoletta e il dio indiano Indra, del quale si afferma nei Veda che “con i suoi bianchi amici conquistò il paese” (Rg Veda 1, 100, 18) e che “cacciò gli uomini dalla loro terra di città in città” (VI, 47,2421), uomini definiti dasa, cioè di razza inferiore, e di colore Varna ovvero scuro. Naturalmente tale popolo deve essere identificato con quello autoctono.

Che questo popolo di “teste nere” o di colore “varna” dovesse trovarsi più ad Oriente di Akkad, capitale del regno di Sargon, lo possiamo dedurre dal fatto che l’area mesopotamica, nel periodo storico in cui visse il re Sargon (intorno al 2334 a.C.), era un’area già multietnica, sulla quale perciò non dominava il colore nero dei capelli e/o della carnagione, e tale sarebbe rimasta fino al tempo di Dario re dei persiani, che definiva se stesso “re Ario”. La presenza di una componente etnica dalle caratteristiche somatiche chiaramente nord-europee del resto caratterizzava, oltre che l’area mesopotamica, anche la vicina Palestina, dove vivevano i Filistei, della cui origine nord-europea abbiamo già disquisito in una precedente pubblicazione, , e il biondo Davide; si ricordi inoltre che alcuni Troiani, imparentati con i nord-europei Frisoni, tra i quali Priamo aveva scelto la propria moglie, portavano nomi, come Ascanio, che riconduce al nome della regione svedese Skania. I biondi Menelao, Alessandro-Paride, che avevano relazione con gli Ittiti, i quali parlavano a loro volta una lingua nord europea, la regina assirobabilonese Semiramide, dalla carnagione così bianca che, secondo il racconto di Diodoro Siculo, non poteva andare in giro per le sabbie di Babilonia senza scottarsi, confermano che le aree geografiche presso il Tigri e l’Eufrate e a nord dei due famosi fiumi, non potevano essere popolate, se non sporadicamente, dalle “teste nere”. Solo la zona geografica ad est rispetto alla Mesopotamia dove, al tempo del re Sargon, vi erano città evolute ed appetibili quali Harappa, nell’attuale Pakistan, può essere identificabile con una terra abitata da “teste nere”, tra le quali “le teste bionde” di Sargon o di Indra e del loro drappello di uomini avrebbero potuto facilmente essere notate in quanto insolite.

Facendo decisamente un ulteriore passo in avanti, osserviamo che un’identificazione tra il biondo o rosso Sargon e il dio Indra non è affatto obsoleta. Infatti, da un lato le fonti raffigurano Indra come un essere divino fulvo, associato al fuoco, al fulmine e al sole, che scaccia popoli scuri, dall’altro il ciclico ritorno degli avatara , in seguito al quale uomini e dèi si identificano, rende possibile, se non probabile, tale identificazione. Quasi due millenni dopo un altro biondo condottiero avrebbe ripercorso le stesse strade: il giovane Alessandro, anche lui innalzato a dio in Egitto, di cui diventa faraone. Il fatto infine che la Bhagavadgītā (Canto X, 12\13) appelli Devala come “il nero”, segnala chiaramente come l'insolito colore epidermico distingua il maestro dagli altri maestri dei Veda.

Quanto asseriamo circa le probabilità che l’India potesse essere stata per lo meno influenzata, se non almeno parzialmente conquistata, dalla politica di Sargon, lo confermerebbe l’Epopea del re della battaglia, testo che racconta di come questo re leggendario fosse arrivato nel cuore dell'Asia Minore, fino alla città di Burushanda, e nel Mediterraneo, fino a Cipro. Ciò lascia intendere come certi re potessero coprire distanze enormi, compiendo opere e gesta ritenute possibili solo agli dèi. Pertanto non riteniamo logico che gli spostamenti di Sargon fossero stati solo in direzione nord e nord-ovest, cioè fino in Anatolia e nel Mediterraneo, e avesse invece ignorato completamente i più vicini e meno agguerriti paesi dell’oriente.

Ulteriori conferme al fatto che la patria dei Veda non sia da ricercare nelle calde terre dell’India ma nelle fredde latitudini nord-europee è visibile nello Śrīmad Bhāgavatam, in cui viene citata una battaglia epocale, combattuta tra dèi: è quella di Kurukṣetra. È narrato a tal proposito che il dio Kṛṣṇa, dopo aver vittoriosamente dato il proprio contributo alla guerra, ritorna nel suo “lontano regno”: pertanto si deduce che il dio non è originario dell’India. Lo Śrīmad Bhāgavatam enumera anche la successione degli avatara. Gli avatara erano degli uomini, ritenuti manifestazioni del divino, inviati sulla terra per adempiere ad una missione consistente nel compiere una serie di atti che servissero a ristabilire un ordine spirituale compromesso. Noi abbiamo ritenuto di poter interpretare l’arrivo di questi avatara nel territorio indiano come l’arrivo di condottieri provenienti da luoghi geografici così distanti e sconosciuti agli Indiani da essere identificabili con altri mondi o “pianeti”, come gli Ācārya preferiscono chiamarli. Questi viaggi interplanetari o comunque geograficamente indefinibili apparivano loro ancor più possibili per il fatto che questi condottieri si differenziavano pure somaticamente, come nel caso del fulvo dio Indra, a nostro parere identificabile con Sargon, o del bianchissimo dio Vishnu, in onore del quale ancora ai nostri giorni, in India, i suoi “guerrieri nudi” si cospargono il corpo di polvere bianca, nel corso delle celebrazioni annuali, per ricordarne la vera razza nord-europea di appartenenza. Del popolo dei Paflagoni, che stupivano per il biancore della loro pelle, insediato nei pressi del Mar Nero, nell’area geografica che fino al 1200 a.C. fu dominio ittita, vi è ancora traccia nel 400 a.C. attraverso il racconto fatto da Senofonte, che con essi venne a contatto, nell’Anabasi.

Questi avatara o condottieri o divinità possedevano armi progredite e sconosciute agli autoctoni, quali il brahmāstra, che lanciava frecce o raggi di fuoco, oggetto dal cui nome, su cui ritorneremo oltre, si evincono le caratteristiche etnico linguistiche del popolo che le utilizzava. Questi divini condottieri, che combatterono tra gli umani, grazie al loro status di dèi modificarono o comunque incisero enormemente sulla concezione politica e religiosa dell’India al punto che, nel definirli dèi o manifestazioni divine, si sanciva l’immutabilità dei precetti e leggi da loro promulgati; gli atti da essi compiuti furono divinizzati, anche se frequentemente apparivano “molto” umani, poiché non differivano affatto dalle azioni che compivano gli uomini comuni. I cosidetti giochi amorosi di Kṛṣṇa con le gopi ne possono essere un esempio. I due fratelli Balarama e Kṛṣṇa appaiono in India come diciannovesimo e ventesimo avatara. Essi si incarnano nella famiglia della dinastia Yadu. . L’avatara che li aveva preceduti era stato Rama. Questi aveva “dominato l’Oceano Indiano e annientato Ravana, re demoniaco che viveva al di là di queste acque” (Śrīmad Bhāgavatam I.3,22). Gli dèi, dunque, conducevano delle vere e proprie battaglie sulla terra ferma, compiendo azioni umane. O erano piuttosto uomini che, come nell’epopea omerica, compivano azioni divine?
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Capitolo III

LA BATTAGLIA DI KURUKṢETRA

È la cronaca di una guerra fratricida per il possesso del regno. A combatterla, l’uno contro l’altro, sono i due fratelli, con le loro dinastie, Pāṇḍu e Dhṛtarāṣṭra; quest’ultimo, cieco dalla nascita, pur essendo il maggiore fra i due, dovette rinunciare al regno a favore del fratello a causa del suo handicap. Alla morte prematura di Pāṇḍu, il fratello cieco Dhṛtarāṣṭra, istigato dal suo primogenito ma contro il parere della moglie, ingaggia una guerra contro gli eredi del fratello, onde sottrarre loro la legittima eredità del regno. Dhṛtarāṣṭra, dopo aver tentato senza successo una serie di attentati contro i cinque nipoti adolescenti, costringe questi e la loro madre ad andare in esilio.

Sul campo di battaglia, a motivo della guerra che i Pandava, cresciuti ed organizzatisi in esilio, combattevano contro gli usurpatori, persero la vita molti eroi di entrambi gli schieramenti; ma sarebbero state soprattutto vittime illustri, figli e nipoti delle case regnanti, a fare le spese di questa guerra. Come nella guerra di Troia o in quella combattuta tra Davide e Saul prima e poi tra Davide e suo figlio Assalonne, si intrecciano trasversalmente le alleanze.

Parenti, re e principi delle regioni confinanti prendono parte alla guerra; invece Vidura, pur essendo molto legato al fratello maggiore Dhṛtarāṣṭra, per il fatto che questi aveva ingiustamente causato la guerra contro i Pandava, preferì non parteciparvi e andare in eremitaggio. I re in questione avevano numerose mogli e numerosissimi figli, proprio come Priamo re di Troia, Davide re d’Israele e i re ittiti. Particolarmente complessa era la situazione familiare di Pāṇḍu, che aveva sposato Kunti, figlia adottiva del re Kuntibhoia e sorella di Vasudeva, padre di Kṛṣṇa. Kunti, dopo aver sposato Pāṇḍu, ebbe numerose relazioni extraconiugali, anche se con dèi, e concepì tre figli: Yudhisthira, Bhima e Arjuna; quest’ultimo, generato dall’unione col fulvo dio Indra, aveva un legame particolarmente intenso con il cugino Kṛṣṇa, di cui sarebbe divenuto in seguito anche cognato, avendone rapito, su suggerimento dello stesso Kṛṣṇa, la sorella. Il fratello di Kṛṣṇa, Baladeva, avrebbe preferito invece che la comune sorella sposasse, per probabili ragioni di stato, l’altro cugino, Duryodhana, figlio dell’usurpatore Dhṛtarāṣṭra e candidato perciò al regno, essendo il maggiore dei figli. Anche la seconda moglie di Pāṇḍu, Madri, generò due figli gemelli in seguito all’unione con un dio. Dhṛtarāṣṭra aveva sposato invece Gāndhārī, figlia del re di Gandahara, l’attuale Kandahara. Da questa ebbe numerosi figli, tra cui Duryodhana, che intrigò perché il regno, spettante ai figli legittimi di Pāṇḍu, passasse invece al proprio padre Dhṛtarāṣṭra e di conseguenza, per successione, a lui stesso, che era il maggiore. I figli di Pāṇḍu vengono pertanto immediatamente esiliati, trovando rifugio presso lo zio Vasudeva, padre di Kṛṣṇa.

Da questi intricati e complessi intrecci di parentele nascono le alleanze trasversali tra le dinastie consanguinee. Padri contro figli, zii contro nipoti, cugini in lotta tra loro. Il cieco Dhṛtarāṣṭra, sconfitto e privato dei suoi cento figli, tutti morti sul campo di battaglia, vive nel palazzo reale con i nipoti, che pur voleva spodestare, mantenuto dalla loro magnanimità.

Il ritorno di Vidura ha lo scopo di riscattare la dignità del fratello cieco: infatti convince infine il fratello ad abbandonare il palazzo reale per dedicare gli ultimi giorni della sua vita alla ricerca di una dignità che, mendicante dei nipoti, aveva totalmente perduto. Convinto dai discorsi del religioso fratello, il mancato re parte verso il nord, verso l’Himalaya, nel luogo chiamato Saptasrota figli, tutti morti sul campo di battaglia, vive nel palazzo reale con i nipoti, che pur voleva spodestare, mantenuto dalla loro magnanimità.

Il ritorno di Vidura ha lo scopo di riscattare la dignità del fratello cieco: infatti convince infine il fratello ad abbandonare il palazzo reale per dedicare gli ultimi giorni della sua vita alla ricerca di una dignità che, mendicante dei nipoti, aveva totalmente perduto. Convinto dai discorsi del religioso fratello, il mancato re parte verso il nord, verso l’Himalaya, nel luogo chiamato Saptasrota, dove si riuniscono i grandi saggi. Lo segue la moglie fedele, Gāndhārī. Qui il cieco conduce una vita ascetica, riscattandosi dagli errori commessi che nessuno, neppure coloro che li avevano subiti, gli aveva mai rinfacciato. Indubbiamente su costui scese la pietà degli uomini e degli dèi a causa della consapevolezza di un destino che lo aveva schiacciato e del quale egli era stato la prima vittima. Il destino, a cui nessuno può sfuggire, rientra nella tematica filosofico religiosa germanica, ancora presente in epoca vichinga.

Si comprende, studiando lo Śrīmad Bhāgavatam, che nella descrizione della battaglia di Kurukṣetra converge, fondendosi con gli eventi storici, la narrazione di episodi mitologici propri di altre civiltà. I cento figli di Dhṛtarāṣṭra, la partecipazione degli dèi alla guerra, lo scontro tra eroi dei due schieramenti, la ferita al calcagno del principe Pandava Bhima ricalcano la narrazione della guerra di Troia; il fratello che usurpa il regno del fratello, lo zio che emargina la nipote, colpevole di poter generare un erede che avrebbe deposto l’usurpatore, la fondazione da parte di Kṛṣṇa di una propria capitale e la stessa presenza, fra i figli di Pāṇḍu, di due gemelli generati dalla moglie con due dèi, a loro volta gemelli, richiama il mito latino della lupa.

Anche il fattore cronologico sembra essere avulso dalla realtà storica indiana e ciò è spiegabile alla luce del tentativo di amalgama religioso elaborato dai brahmana, che hanno dato vita all’Indhuismo, insieme di religioni diverse secondo cui gli dèi, essendo immortali e partecipi delle vicissitudini del mondo, ritornano continuamente sulla terra attraverso gli avatara, loro manifestazioni plenarie e loro emanazioni; ciò fa sì che le azioni da loro svolte siano collocate in un eterno presente. Pertanto, effettuata l’operazione di separazione del grano dall’oglio, cioè dell’atemporale e del mitologico rispetto ai dati storici, sarà agevole dare una lettura temporale di questa battaglia.

Ma il motivo per cui abbiamo citato tale battaglia non è quello di raccontare una delle tante storie di guerre per la successione al regno. Di queste storie sono pieni tutti i testi antichi, sia sacri che profani: la Bibbia racconta la guerra fratricida dei successori di Davide, gli annali ittiti raccontano la delusione del re Labarna che, come Davide, è oggetto di un tentativo di detronizzazione da parte dei propri figli. Il motivo piuttosto è dovuto al nome che la battaglia ha preso, il quale ci permette di collocarla nel tempo e capire tra chi venne realmente combattuta.

Il nome Kurukṣetra è formato dal solito accostamento di più lessemi: Kurush e setra; senonchè il primo è il nome in persiano di Ciro, il Gran re che nel 550 a.C. regna su un vasto impero compreso tra il Mar Caspio e la valle dell’Indo, mentre setra in lingua nordica significa accampamento. Pertanto questa battaglia fu combattuta nei pressi dell’accampamento di Kurush\Ciro.

Che il nome della battaglia in questione derivi dal primo re che diede vita alla dinastia Achemenide è una probabilità che prende corpo sempre di più se si fanno una serie di associazioni, partendo dalla similitudine tra la vita leggendaria di Ciro e quella del dio\eroe indiano Kṛṣṇa. Ciro diventa re di Persia nel 560 a.C. ed è il nipote di Astiage, re dei Medi. Astiage fa un sogno dal quale viene turbato profondamente. Sogna che dal grembo di sua figlia Mandanes, andata in sposa al principe persiano Kambise, spunta una vite che copre tutta l’Asia. Chiamati i Magi per interpretare il sogno, questi gli annunciano che da sua figlia sarebbe nato un re che lo avrebbe detronizzato. Pertanto, una volta nato il bimbo, Astiage dà ordine a un suo fido di eliminarlo; questi non ha però il cuore di compiere una tale mostruosità e affida il neonato a dei pastori, non riuscendo così ad evitare l’avverarsi della profezia. Infatti Ciro, cresciuto, avrebbe mosso guerra al nonno e, sconfittolo, ne avrebbe preso il regno, ampliandolo all’inverosimile.

In India accade l’identica cosa al re di Mathura, Kamsa (si noti l’assonanza tra Kamsa e Kambise), al quale viene profetizzato che sarebbe stato detronizzato dal figlio di sua cugina Devaki, sposa di Vasudeva. Kamsa, impaurito da tale profezia, uccide, man mano che nascono, i neonati che sua cugina dà alla luce. Vasudeva però riesce a sottrarre l’ottavo neonato, Kṛṣṇa, a tale fine, facendolo allevare di nascosto da una coppia di pastori. Kṛṣṇa da grande muoverà guerra al proprio parente, uccidendolo e insediando il legittimo re, ovvero il nonno materno, spodestato da Kamsa. Pur cambiando il grado di parentela con i rispettivi persecutori, si noterà che la storia dei due condottieri, Kṛṣṇa e Kurush, è identica. Sospetto è tra l’altro il fatto che Kṛṣṇa venga denominato il “distruttore dei Madhava”, nome che alluderebbe palesemente ai Medi.

Il re persiano Ciro entra in relazione con l’India anche a motivo del significato del suo nome, che riconduce al culto indo-ario del toro e della vacca, animale presente in tutti i miti indoeuropei e strettamente correlato con i rispettivi dèi, re ed eroi, dal greco Zeus ad Ercole, al cretese Minosse, al norreno Ymir, all’iranico Gayomart, al persiano Ciro. Il nome Ciro o Kurush non può che derivare da Kuh, che in tedesco moderno significa vacca, bue, mucca, reso con Kuo in alto antico tedesco. Da Kuh (vacca) avrebbe avuto origine il concetto e il relativo termine di capo-mandria o vaccaro, le cui principali caratteristiche avrebbero dovuto essere l’audacia, il coraggio; non a caso il tedesco Kühn ha il significato di ardito, animoso, audace, intrepido, temerario. Con questi attributi sarebbe stato indicato il re germanico, König, e quello scandinavo, Kunnung. Il termine antico germanico kuh o l’aat kuo si sarebbe poi trasformato nel greco Kuros e nel persiano Kurush.

Ora se vogliamo individuare le radici etniche di Ciro\Kurush e dei Persiani in generale, dobbiamo necessariamente fare riferimento all’effige fatta apporre da Ramsete III nel tempio di Medinet Habu per celebrare la propria vittoria sui popoli del mare; questi sono raffigurati a bordo di carri trainati da mucche, cosa davvero insolita per degli invasori appellati “popolo del mare”, che ci si aspetterebbe di vedere effigiati su veloci navi. Secondo il racconto di Ramsete III, il quale regnò dal 1198 al 1166 a.C., questi popoli avevano aggredito per primi gli Ittiti, sconfitti i quali erano scesi giù fino in Egitto, dove la loro marcia venne arrestata dal faraone. Pertanto è credibile che, durante tale discesa, i popoli del mare, suddividendosi in sottogruppi, avessero creato dei regni in tutta l’area da loro attraversata, che va dall’Anatolia alla Palestina e alla Mesopotamia; è probabile anche che siano identificabili con quei Medi, quei Persiani, quei Mitanni che, qualche secolo dopo, sarabbero apparsi dal nulla nella stessa area geografica. È significativo il fatto che il culto del Toro si diffuse in tutti i luoghi che videro il passaggio di questi popoli, che prendevano nomi diversi a seconda del luogo d’insediamento e delle loro caratteristiche, diventando pertanto Zu Mer o Sumeri, Sicani, Siculi, Filistei, Persiani, Medi.

Nell’area d’insediamento mesopotamica, il culto del Toro ebbe importanza rilevante e ad esso fu associato il culto di Mitra, il dio che, nell’Avestā, viene appellato “dagli ampi pascoli”. Nei Veda è Arjuna ad essere appellato “Toro dei Bharata”. Il riferimento ai pascoli e al toro fanno di Mitra decisamente un “vaccaro” ante litteram, che non può non ricondurre all’immagine dei popoli del mare effigiati nel tempio di Medinet Habu.

La vacca significò davvero tanto per questi popoli, i quali adottarono il più astuto degli stratagemmi. Per il loro esodo essi si servirono della lenta vacca, ma essa, oltre a garantire il traino dei carri, forniva il necessario per il sostentamento degli emigranti, dava il latte dal quale si ricavava il burro, i formaggi ed in ultimo la stessa carne e tutto a costo zero, poiché la vacca si nutriva d’erba strada facendo. La vacca, dunque, consentiva al popolo di poter errare anche per decenni, fin tanto cioè non trovasse un luogo idoneo che lo potesse ospitare. Per un tale popolo dunque la ricchezza era la vacca e chi più ne possedeva più era ricco. Che questo concetto di ricchezza basato sulle mandrie fosse per i Germani la misura di uno status di privilegio nella loro società lo conferma Tacito che, a distanza di qualche millennio dai fatti da noi esaminati, potè ancora affermare dei Germani: «I bovini (…). Per essi quella è la sola e più gradita ricchezza» (Germania 5,2).

La vacca venne utilizzata come metafora e allegoria: il vaccaro per eccellenza venne equiparato al re (Kuhnung); si giurava per l’anima della vacca; quando una nazione rompeva il patto di sudditanza col re\vaccaro, si diceva che le vacche erano uscite dalla stalla e quando queste ritornavano, supplici, sui loro passi, si diceva che le vacche erano rientrate nella stalla. La massima benedizione che Zarathustra invia al giovane re Vistaspaè così formulata: «Possano mandrie di buoi crescere per te e incrementarsi di nuovi nati» (Yast Vistapa, 38). Nell’Avestā i riferimenti alla “vacca” sono continui e seguono i meccanismi sopra detti. Essa è considerata tra i doni più preziosi per l’uomo (Yasna 4 e 7), la cui carne, offerta in sacrificio, è propiziatoria.

Il nome Ciro\Kurush, pertanto, significherebbe semplicemente “il vaccaro” o “custode delle vacche”, cosa che lo riproporrebbe quale Ercole nel mito di Gerione. Certamente, collocata in un periodo in cui la forza fisica faceva la differenza tra il governare e l’essere governato, tale definizione potrebbe apparire insolita e soprattutto ci si potrebbe aspettare che il re portasse il nome di toro piuttosto che di vacca o vaccaro. In realtà anche questa possibile e lecita obiezione trova una spiegazione, che va ricercata nella modalità attraverso la quale il re accedeva al potere. Quando il re era eletto da un consiglio o “Thing” di capi tribù e non si imponeva, a lui venivano riconosciute le qualità di una guida per i popoli come ad un mandriano quella di guida per le sue vacche. La vacca è mansueta, il vaccaro ha cura delle proprie vacche - frase spesso utilizzata da Zarathustra nell’Avestā - e il suo compito è garantire l’abbondanza attraverso il buon governo della mandria. Di contro colui che utilizzava la forza per imporsi come re o mandriano, che non veniva designato da alcuna assemblea dei pari, era paragonato al Toro, la cui forza è indomabile. Costui veniva appellato “Tiranno”, che deriva proprio da toro, stier in tedesco, e ano (avo, antenato); si ha così il termine composto Stier-ano cioè “toro degli antenati”, proprio come veniva appellato Arjuna da Kṛṣṇa. Il fatto che in questo termine venissero evocati gli antenati induce a credere però che in origine il termine avesse un significato positivo e fosse stato coniato per indicare colui che ristabiliva il proprio regno usurpato e lo ius divino legittimato dagli antenati. Non è un caso che il termine Stier sia contenuto nel nome Yudsthira, colui che si impossessò con la violenza o meglio con la furia di un toro del proprio regno usurpato dallo zio e che avrebbe causato, nella battaglia di Kurukṣetra, la strage degli usurpatori\parenti.

La Bhagavadgītā pullula di nomi con riferimenti alla vacca, Kṛṣṇa stesso viene definito Govinda, che significa “guardiano di vacche”; singolare è che nei paesi di area germanica il cognome Kühn sia molto diffuso. Notevole è anche il fatto che sia la casata degli usurpatori che quella degli usurpati abbiano appellativi riconducibili alla vacca. Infatti Kaurava vengono appellati i primi, Kuru i secondi, rispettivamente da Kau e Kuh, vacca; tale differenziazione, che non nasconde peraltro la comune derivazione, era più che altro finalizzata a distinguere le due casate e i loro relativi alleati nella narrazione della battaglia, la quale farebbe parte di una guerra ben più ampia, originatasi in Mesopotamia e combattuta tra il Medo Astiage e il nipote persiano Kurush. Che l’accampamento dei Pandava sia stato denominato Kurukṣetra induce a credere che questi fossero, assieme all’alleato Kṛṣṇa, Persiani. Non a caso Kṛṣṇa viene appellato da Arjuna “distruttore dei Mhadava” cioè dei Medi.

A questo punto si noterà ancor più come il legame tra Persia, area mesopotamica e India trovi sempre maggiori appigli non solo religiosi ma anche linguistici e simbolici, senza contare che le conquiste di Ciro arrivarono fino alla valle dell’Indo. Quasi tutti gli studiosi sono sicuri infatti che i Veda siano passati in India dalla più antica religione avestica, nata appunto nell’area oggi identificabile con l’Afghanistan o con il Turkmenistan. A nostro avviso, a prescindere dal secolo in cui l’antico culto avestico di Mazda, il dio della misura con cui l’uomo si deve rapportare, prendendo a prestito le parole di Kṛṣṇa, fu messo per iscritto nel libro sacro, tale culto è il frutto di una visione del mondo di “emigranti” che provenivano dal Nord Europa. Il culto del Toro, che ritroviamo già in Anatolia, nella città proto Ittita di Çatal Hüyük del 7000 a. C., arrivò dunque, oltre che a Creta, pure in Mesopotamia, per essere poi trasmesso in India, dove ancora persiste.

Proprio Kurush, cioè Ciro il Grande, potrebbe essere stato il potente strumento per la divulgazione della religione avestica. Una significativa prova di tale affermazione si trova nell’Avestā, precisamente nello Yast Asi 41, nella parte in cui si legge che il sacerdote Zarathustra prega la dea Asi di aiutarlo a convincere il nobile Husravah, colui che aveva riunito tutti gli Arii in un solo regno, a diffondere la religione Mazdea, ottenendo il consenso della dea. È quasi ovvia l’identificazione di Husravah con Kurush\Ciro, non solo perché proprio Ciro fu “colui che riunì gli Arii in un solo regno”, ma anche per il significato dell’epiteto Husravah, derivante da hus ovvero casa o in senso esteso “patria” e rahe cioè “antenna”, “pennone” cui è attaccata la vela di una nave, capace di convogliare i venti proprio come Ciro riunì i popoli Arii. La battaglia di Kurukṣetra, che da Kurush\Ciro prenderebbe il nome, potrebbe essere quindi il momento storico che segna il passaggio della religione avestica dalla Persia all’India. Ulteriore conferma del fatto che Husravah fosse il soprannome di Ciro, coniato per l’occasione di una sua guerra di annessione dei regni Arii, ci viene fornita dallo Yast Zamyad dove, nella narrazione della lotta tra le forze del bene e del male, si può agevolmente leggere la trasposizione della battaglia realmente combattuta tra due fazioni rivali di uno stesso popolo, i Medi di Astiage e i Persiani di Ciro. In particolare, nello Yast Zamyad 26 si legge che originariamente dominava su tutti Haosyangha, il Paradata, che “governava sui sette Karsvare (regioni) della terra, sui Daeva, sugli Yatu”: ebbene Haosyangha non può che essere identificato con Astiage, il nonno materno e il rivale di Ciro.

Tra gli stati vassalli di Astiage erano compresi i Persiani, di cui era principe il padre di Ciro, Kambise, genero di Astiage. Ciro tenta di detronizzare il nonno; inizialmente alcuni popoli arii, guidati dal giovane principe persiano, si staccano dall’impero di Astiage, poi segue una successiva riunificazione da parte dello stesso Ciro, quando questi risulta vincitore dello scontro. Egli, dopo aver lottato contro il nonno, riunifica l’impero ed anzi lo espande, sotto la propria unica guida. In tale sequenza di avvenimenti trova spiegazione il fatto, solo apparentemente curioso, che l’Avestā utilizzi due nomi per indicare l’unificatore del regno Ario: uno è Hutaosa, l’altro Husravan. Noi pensiamo di poterli agevolmente attribuire entrambi allo stesso Ciro. Il primo attributo è riferibile all’atto di iniziale secessione condotta dal principe nei confronti del nonno; ed infatti in lingua svedese ute significa fuori mentre osa è un pronome personale di prima persona plurale, ne deriverebbe una verosimile traduzione del tipo: “noi ci chiamiamo fuori” . L’altro attributo, già tradotto sopra, gli sarebbe stato dato ad unificazione avvenuta. Zarathustra, sbalordito dalle capacità militari e politiche di Ciro, dovette davvero riconoscere in lui il Saosyant, il salvatore, e da quel momento si adopererò per riformare l’antica religione Mazdea in funzione di questa nuova figura, fatta oggetto di un’apologia in chiave metaforica e allegorica, così come era costume letterario presso gli Arii.
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Capitolo IV

Zarathustra l'Apostata

Che la formazione religiosa del nostro “Ratu” o Zarathustra derivi da una tradizione religiosa comune a tutte le stirpi Arie è evidente. Che egli l’abbia rinnovata sotto il regno di Astiage in chiave pro-achemenide è materia di indagine. Il fatto che la religione di Zarathustra fosse inizialmente conforme all’antica religione dei padri è evidente nel Fargard 19. In questo Fargard il nostro sacerdote si serve di una evidente allegoria, nella quale dèi e re sono interscambiabili, per raccontarci come, alla fine, nonostante una delle due parti lo alletti con grandi ricompense, si schieri con la controparte. Riportiamo di seguito degli stralci del dialogo allegorico tra Zarathustra e la divinità:

«Così Angra Mainyu parlò: “Druj, scendi giù e va’ ad uccidere il Santo Zarathustra” (…). Zarathustra si alzò e andò incontro, per nulla colpito da Akem-Mainyu (il cattivo pensiero) (…). Zarathustra rispose ad Angra Mainyu: “O malefico Angra Mainyu, io abbatterò la creazione del Daeva; abbatterò il Nasu (…) fino a quando non verrà il vittorioso Saosyant (il Salvatore) dalla regione dell’aurora”. Angra Mainyu, creatore del mondo del Male tornò a dirgli: “Non distruggere le mie creature, o Santo Zarathustra, tu sei il figlio di Pourusaspa; io fui invocato da tua madre, e tu rinuncia alla religione degli adoratori di Mazda e avrai in dono, come avvenne per Vadhagha, il dominio sulle nazioni».

Se abbiamo interpretato bene le allegorie del nostro pioniere dei “facitori di religioni”, Angra Mainyu, a cui la madre di Zarathustra era devota, deve essere identificato con Astiage, il re Medo costretto a fronteggiare le rivendicazioni del nipote Ciro\Kurush. Angra Mainyu o, fuor di metafora, Astiage avrebbe voluto il principe Zarathustra o suo alleato o, in caso contrario, morto: dopo aver ricordato la devozione della madre del Ratu nei suoi confronti, fa intravedere a Zarathustra i benefici che la sua casata avrebbe avuto nell’essergli fedele. Tuttavia Zarathustra sceglie di stare dalla parte del giovane Ciro, il Salvatore che arriva dalla Persia, la regione dell’aurora, allegoricamente impersonato da Ahura Mazda.

Dallo Yasna 46,1 emerge, tra l’altro, che la famiglia di Zarathustra, nonostante questi abbracci una causa diversa, continui ad essere leale al Medo Astiage poiché, scoraggiato dal suo isolamento, Zarathustra dice: “In quale terra potrò fuggire, in quale luogo potrò io trovare rifugio, abbandonato dalla mia famiglia e dalla mia gente, né la comunità con cui mi sono associato mi ha soddisfatto, tanto meno i malvagi che governano il Paese”. Si vede bene nel passo citato che il nostro Ratu prende le parti di Ciro, passando con un piccolo seguito di proseliti dalla parte del principe secessionista, mentre i Medi tengono ancora in loro possesso buona parte del paese. Il tempo gli avrebbe dato ragione, dimostrando che egli ebbe fiuto nello scegliere la parte con cui stare. La rottura tra nonno e nipote, tra Medi e Persiani, intanto si consuma e gli alleati del vecchio re Medo diventano consequenzialmente i demoni del dio allegorico Angra Mainyu. Sono questi i Daeva, gli Yatu, i Kavi e naturalmente i sacerdoti Medi fedeli all’antico culto, i quali esercitano la tanto temuta Druj, contrastata da Zarathustra con le stesse armi, da lui ben conosciute, dei sacerdoti nemici.

Considerata da quest'angolazione, la battaglia tra Ciro e il nonno materno appare combattuta su due piani: quello squisitamente militare, affidato ai generali e agli eserciti, e quello assai più sottile e complicato, che potremmo definire politico\religioso\propagandistico, affidato alle arti magiche dei sacerdoti i quali, operando su un piano metafisico, tentano di accrescere l'esercito dei fedeli o bendi della religione Mazdea.

Zarathustra mette dunque in campo una vera propaganda politica attuata però su un piano metafisico, dando inizio ad una riforma religiosa. Egli riforma l’antica religione Aria come Paolo di Tarso, cinque secoli dopo, avrebbe riformato quella mosaica: entrambi costruiscono due religioni fondate sulla non violenza. Zarathustra è il campione del re persiano Ciro\Kurush, presentato come benefattore e Salvatore, come si evince da uno Yast in cui Zarathustra sembrerebbe invitare gli oppositori (i Medi fuor di metafora) a convertirsi alla legge di Mazda (ovvero a passare dalla parte di Ciro o almeno a non prendere le armi contro di lui): “Chi gli è nemico (al re) si converta alla legge di Mazda quale noi la proclamiamo” (Yast Vistaspa, 34). Paolo di Tarso avrebbe effettuato la stessa strategia di Zarathustra, che si intravede nel suo detto “non resistere al male”. Paolo, infatti, nella sua velata apologia dell’imperialismo romano, tenta, attraverso la creazione di una religione antigiudaica, il Cristianesimo, di stemperare la virulenta opposizione dei terroristi giudei al dominio romano dei territori palestinesi, predicando una religione che ha come principio la non violenza.
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Capitolo V

Il Dossier Palestina

La riforma dell’antica religione che Zarathustra chiamerà Mazdea, in chiave pro-achemenide, è evidentissima in quello che potremmo definire il dossier Palestina. Ciro, nel 538 a.C., per ingraziarsi i Giudei, deportati dal re Nabucodonosor a Babilonia nel 597 a.C., città ora da lui annessa all’Impero, emana un editto secondo il quale chi avesse voluto sarebbe potuto rientrare a Gerusalemme e avrebbe potuto contribuire a ricostruire il tempio che il re babilonese aveva distrutto, con la conseguente deportazione delle cinquemilaseicento famiglie aristocratiche giudee. Il fatto che Ciro nomini un suo fido di nome Zorobabele come Governatore di Giudea, per guidare la rimpatriata degli Ebrei di Babilonia a Gerusalemme, pone degli interrogativi sul ruolo che Zarathustra ebbe in seno alla reggia di Ciro e spinge ad indagare più approfonditamente su questi due individui dal nome così stranamente simile: Zarathustra o Zoroastres in greco e Zorobabele.

Con Zorobabele, governatore e guida spirituale a Gerusalemme, si attua in terra di Giudea la medesima strategia apologetica nei confronti di Ciro che Zarathustra\Zoroastro aveva attuato nell’area d’influenza persiana, dove sacche di guerriglia da parte dei Daeva, degli Yatu, dei Turani e di altri popoli Arii fedeli al defunto nonno materno di Ciro erano ancora in atto. Per questo motivo, nel libro sacro mazdeo, Zarathustra definiva questi popoli, che si opponevano all’egemonia achemenide, demoni e nemici del dio avestico Ahura Mazda. A Gerusalemme anche Zorobabele attua la sua strategia apologetica nei confronti di Ciro, esattamente come aveva fatto Zoroastro con l’Avestā: infatti, proseguendo la stesura del Libro di Isaia dal punto in cui il vero Isaia aveva interrotto la scrittura, ha modo di tessere le lodi di Ciro.

L’identificazione tra il “secondo Isaia” e Zorobabele spiega pure le molte sconcertanti similitudini tra la religione avestica e il futuro cristianesimo, tanto che gli evangelisti Matteo (1,1-16) e, soprattutto, Luca (3,23-38), originario della Siria, che forse conoscevano il libro sacro degli Irani, constatate tali somiglianze, furono costretti a inserire nella genealogia di Gesù Zorobabele, spacciandolo per Giudeo, nonostante il nome di questi fosse sfacciatamente persiano. Alla luce di tali osservazioni si deduce che Zorobabele, a Gerusalemme, avrebbe avuto il duplice ruolo di raccogliere le tasse per il re e, se non proprio di riformare la religione israelita, di manipolarne qualche aspetto, al fine di spianare la strada alla conquista palestinese di Ciro, di cui vengono cantate le lodi, facendolo apparire addirittura come l’inviato di Jahvè e il suo prediletto, sul modello del salvatore avestico.

La similitudine tra il Libro di Isaia e l’Avestā è tale che è possibile applicare ai due testi sacri la stessa chiave di lettura interpretativa per la traduzione dei nomi propri di cose o persone. Per ciò che concerne il Libro di Isaia si osserva che il significato dei nomi con cui sono noti i figli di Isaia, nomi che sono in realtà dei soprannomi attribuiti agli stessi in seguito ad episodi significativi della loro vita, trova spiegazione nei paragrafi successivi del libro attraverso l’interpretazione attenta, condotta dal lettore, di allegorie e metafore. Lo stesso metodo è applicabile all’Avestā; tanto per fare un esempio, nello Yast Ram 46, Zarathustra, spingendo la divinità a rivelare il proprio nome, fa dire alla stessa: “Il mio nome è Ainiva”. Noi traduciamo il vocabolo Ainiva considerandolo una forma antica del tedesco moderno einigen (la cui pronuncia è “ainighen”), che significa unire. L’ Alberti afferma, nella nota, che il vocabolo avestico Ainiva è intraducibile. Noi riteniamo, invece, che la conferma alla traduzione appena fornita si trovi qualche rigo sotto, nello Yast 47, dove lo stesso autore dell’Avestā fa dire al dio Ainiva: “ Il mio nome è colui che unisce”.

Lo stesso abbaglio, il nostro Alberti, lo prende per un altro sostantivo, Geredha, contenuto nello Yast Ram al paragrafo 47, tradotto come “tana”, in quanto il dio dice di sé: “Il mio nome è Geredha, il mio nome è colui che distrugge le tane”. Tuttavia, nel paragrafo successivo, il 48, è lo stesso dio che fornisce la traduzione e il significato del proprio nome, in questi termini: “Il mio nome è colui che affila le lame; il mio nome è lunghezza della lancia; il mio nome è il penetratore con la lancia; il mio nome è quello della lancia penetrante”. Tale significato trova peraltro conferma nella radice ger che compone il nome del dio, il cui significato in lingua germanica è proprio quello di “lancia”; i Ger-mann sono infatti gli “uomini con la lancia”, Ger-hard, ancora oggi, significa “dalla dura lancia”, Ger-edha è il dio dalla “lancia penetrante”.
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Capitolo VI

Esseni e Mazdei

Il sospetto che Zorobabele e Zoroastro possano essere la stessa persona, che il lettore attento avrà forse maturato in seguito alla lettura del capitolo precedente, è confermato da altri indizi. La religione Mazdea, se fosse arrivata in Palestina attraverso Zorobabele\Zoroastro, avrebbe trovato dei fieri adepti tra quegli Esseni che abitavano fortezze come quella di Masada, il cui toponimo riproduce esattamente il nome del dio avestico Mazda, il dio di Zarathustra. Infatti Masada risulta essere un nome composto dai lessemi Maß-dà, esattamente come i lessemi Maz e dà compongono il nome del dio avestico. La “z” in Palestina veniva pronunciata “s”, così come in Germania la consonante in oggetto veniva pronunciata s o z a seconda che fosse al di qua o al di là della linea di Benrath, ciò in seguito al fenomeno linguistico noto come seconda rotazione consonantica.

I Palestinesi del resto erano consapevoli del fatto che alla pronuncia era legata una diversa appartenenza etnica. Infatti nella guerra intercorsa tra Efraemiti e Galaditi, di cui si narra in Giudici 12,6, per scoprire l’identità etnica dei prigionieri, i Galaditi - che, come gli svedesi, avevano una pronuncia palatale della s - facevano pronunciare loro la parola scibbolet: se i prigionieri pronunciavano sibbolet, denunciando così di essere Efraemiti, venivano trucidati. L’accostamento con gli svedesi non è forse casuale se si considera che quello dei Galati era un popolo che occupava, intorno al 300 a.C., la regione anatolica della Galazia, che da loro prendeva il nome, tanto da essere definita “la Gallia dell’est”. Questa regione confinava con la Plafagonia, abitata da un popolo del quale Senofonte, nel 400 a.C., meravigliato osserva il colore bianchissimo della pelle.

Le affinità religiose tra i cultori dell’Avestā e gli israeliti Esseni di Masada si spingono sino alla comune attesa di un Salvatore che aveva il compito di riscattare l’umanità. La figura del Salvatore, in seguito, sarebbe stata assimilata anche dal Cristianesimo, con la differenza che, mentre nella religione avestica e nel giudaesimo si ha una figura vittoriosa del Salvatore, identificato con un governatore terreno buono e giusto da contrapporre ai tiranni, il Cristianesimo attribuisce al Salvatore un compito più escatologico, cucito a misura sulla figura del personaggio Gesù, forse perché, dopo la morte di questi, constatato che non si era riusciti a creare un regno terreno, ci si dovette forzatamente discostare da tale attesa, accontentandosi del riferimento ad un regno extra terreno e giustificando così l’insuccesso politico dei primi cristiani e del loro Salvatore. Anche il Codex Tachos sembrerebbe confermare certi influssi avestici sul nascente Cristianesimo. Infatti in esso Gesù, parlando con i suoi apostoli intorno ai misteri della cosmogonia, accenna a stelle che sono state create e a stelle che si sono formate da sé, concetto spesso ripetuto nell’Avestā. Anche termini a noi più familiari, facenti parte del linguaggio cristiano, come “io sono l’Alfa e l’Omega, l’inizio e la fine” o “ vi sarà pianto e stridor di denti”, sono frasi avestiche.

Non mancano inoltre nell’Avestā raccomandazioni di Zarathustra al giovane re affinché non si dimentichi dei poveri, che sembrano essere rievocate insistentemente nei rotoli di Qumram della comunità essena. Sempre in questa comunità di Esseni appare il riferimento ad un maestro di menzogna, parimenti la figura del “menzognero” è presente nello Yast 46,4 e 45,1; al maestro di menzogna si oppone nell’Avestā un Giusto, termine poi utilizzato anche per Giacomo fratello di Gesù.

Ma un termine in particolare, comune alle due tradizioni, merita di essere indagato ed è quello di “Via” che nel Cristianesimo, dove è spesso utilizzato da Gesù, assume un significato escatologico, mentre Zarathustra ne fa il consueto uso allegorico, alludendo con il termine via o gatha a strade diverse da percorrere ovvero a scelte squisitamente politiche da intraprendere, una che conduce a Ciro e l’altra ad Astiage. Ebbene la Gàthà yast ci dà conferma di tale interpretazione. La prima conferma è fornita dal fatto che gata in lingua svedese significa “via” o “strada”, in tedesco Gatt significa “passaggio stretto” e Gasse significa “strada, via secondaria” ed anche “vicolo”. Il lettore troverà invece che la tradizione avestica assegna al termine gatha il significato di canto, verso; orbene a noi non sembra che in questi gatha avestici ci sia granchè di francescano intento, ma piuttosto che vi siano molti riferimenti squisitamente politici. Infatti nello Yasna 30,2 del Gatha emerge chiaramente la preoccupazione del nostro Zarathustra circa la scelta che il popolo avrebbe dovuto compiere tra le due vie ovvero, fuor di metafora, tra i due re che si contendevano il potere. Ecco uno stralcio delle ammonizioni ai fedeli del nostro Ratu: “Guarda con pensiero preveggente, per decidere tra le due Vie, ogni uomo per se stesso (…)”. Naturalmente, a favore di chi mancasse di tali doti di “preveggenza”, degli incerti, il nostro provvede a fornire un aiutino, affinchè prendano una via che conduca a Ciro piuttosto che ad Astiage. Infatti continua, riferendosi ai due spiriti, il Bene e il Male, ovvero, fuor di metafora, i Medi e i Persiani: “Tra questi due, i daeva, i demoni hanno scelto la non-rettitudine (…), hanno scelto Angra Mainyu”. Non solo Zarathustra incita alla scelta opposta a quella compiuta dai daeva, ma egli stesso si fa garante della bontà di tale giusta scelta affermando: “Se ragionando su queste cose non si vede quale è la migliore Via da seguire e quale deve essere scelta, allora vengo io, per voi tutti, a far da giudice fra le due parti”.

Per quanto lo sforzo di riferire il dilemma della scelta ad un piano metafisico sia notevole, credo che appaia tuttavia chiaro a chiunque che, se si trattasse di una eventuale scelta tra il Bene e il Male, non sarebbero giustificabili incertezze e non sarebbero necessarie doti di “preveggenza”, poiché ciò che è bene e ciò che è male è universalmente riconosciuto. Sono necessarie invece doti di preveggenza se la scelta riguarda la parte politica da appoggiare in una guerra intestina, per le ripercussioni che tale opzione verrebbe ad avere in futuro, traducendosi in termini di benefici o castighi a seconda della parte politica sostenuta. Una scelta difficile, che richiede davvero doti di preveggenza visto che, come emerge nello Yasna 46,1, lo stesso sacerdote fu colto dal dubbio, lo stesso che intendeva fugare negli adepti, quando scelse, di stare dalla parte di Ciro. Scelta difficile e conflittuale soprattutto perché compiuta in solitudine, dal momento che pochi dei suoi lo avevano seguito e la sua famiglia aveva scelto la parte opposta. Si spiegano così le seguenti parole di sconforto: “ Io so il motivo, o Mazda, per il quale sono stato incapace di compiere qualsiasi cosa. Soltanto alcune Mandrie (intendasi tribù) sono mie e ho pochi uomini. (…) Il Menzognero (intendasi Astiage) ha impedito al bestiame (cioè all’esercito) che difende il Vero (ovvero Ciro), di giungere e prosperare nel distretto del Paese (…) Egli (Astiage) deve essere cacciato via.” (Yasna 46).
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Capitolo VII

I Gautama tra il Tigri e il Gange

Alla luce della lettura allegorica dell’Avestā sinora compiuta, che disvela, sotto le spoglie di una lotta tra il Bene e il Male, un susseguirsi di eventi storico-politici in cui è possibile intravedere il dispiegarsi di logiche di potere inevitabilmente confluite in tragiche guerre civili, e avendo ricostruito l’itinerario di un pensiero religioso che si sposta da nord a sud, dalla Persia all’India, la battaglia di Kurukṣetra, descritta nello Śrīmad Bhāgavatam, potrebbe essere stata realmente combattuta, come da noi supposto, nel VI sec. a.C. nei pressi del Pakistan, confine orientale dell’impero achemenide, da Ciro\Kurush contro Astiage, al di fuori dai confini geografici dell’impero. Del resto la storia ci ha abituati a vedere combattute battaglie decisive per la storia di un popolo al di fuori dei confini territoriali dello stesso; basti pensare alle guerre civili romane tra Mario e Silla, tra Cesare e Pompeo, tra Augusto e Marco Antonio. La guerra medo-persiana, rispetto alle citate guerre civili romane, ebbe però implicazioni di ordine religioso che, sconosciute all’Occidente, presso gli orientali continuano ad essere più attuali che mai. Basti pensare, per provare l’indissolubilità tra politica e religione nella mentalità orientale, a Maometto, quasi una reincarnazione di Zarathustra, che, proprio come il nostro sacerdote mazdeo, fondò una religione e la utilizzò come potente supporto per una guerra “santa” che avrebbe dato vita ad un impero. Taceremo della presenza in quel territorio, in tempi moderni, di decine di organizzazioni più o meno legali le cui finalità politiche sono inseparabili da quelle religiose.

Pertanto, credendo di aver penetrato una mentalità orientale che ebbe il suo precedente in Zarathustra, vorremmo continuare ad indagare su questo illustre fondatore di religioni e, in pari tempo, verificare se la battaglia descritta nell’Avestā, combattuta su un piano metafisico tra Ahura Mazda e Angra Mainyu e consistente in una continua e dilemmatica scelta tra il Bene e il Male, possa essere un’allegoria della guerra intercorsa tra il nonno e il nipote, tra Astiage e Ciro.

Nello stesso periodo in cui Ciro\Kurush rimpatriava gli Ebrei in Palestina (538 a.C.) e tentava di affermarvi, tramite Zorobabele, l’antica religione persiana riformata dal profeta Zoroastro, i cui avamposti erano le comunità Essene, pure in India gli antichi testi sacri Veda subivano un’ingerenza innovatrice per opera di un altro eccellente pensatore, il principe Siddhartha Gotama, meglio conosciuto come Budda, il quale, secondo la tradizione, sarebbe vissuto 258 anni prima di Alessandro Magno, cioè tra il 628 e il 551 a.C., nel periodo delle grandi conquiste di Ciro il quale si spingeva fino alla valle dell’Indo divulgando la religione di stato.

Che il giovane principe Gotama fosse stato un rampollo di quelle famiglie aristocratiche mede che, anche se sconfitte, erano rimaste comunque strettamente collegate ai re achemenidi, anche in virtù di parentele incrociate con la casa regnante, lo confermerebbe la presenza di un Gautama che, pressappoco nello stesso periodo (525 a.C. circa), usurpa il regno degli Achemenidi quando, sposata la figlia di Ciro, alla morte di questi approfitta della mancanza di eredi diretti del re per impadronirsi del trono. Il fatto che Dario, il parente più prossimo della stirpe achemenide, forse un cugino di Ciro, debba riconquistare il regno facendo guerra a Gautama e che, per legittimare il proprio regno, sposi la vedova del vinto usurpatore, figlia di Ciro, significa che sacche di stirpi mede molto potenti convissero sempre col potere achemenide, al punto di ritagliarsi dei piccoli regni: quello indiano potrebbe essere stato uno di questi regni. Tanto è vero ciò che in India assistiamo a scontri bellici nei quali i daeva (“deva” in indiano), definiti demoni nell’Avestā, sono considerati semidei positivi, identificabili, senza ombra di dubbio, con le stirpi Mede ancora potenti nei loro regni indiani; mentre i Kavi, anch’essi designati negativamente nell’Avestā, vengono descritti nella vedica Bhagavadgītā sotto le vesti di saggi ispirati o poeti. Dunque l’intreccio inestricabile di parentele tra le fazioni opposte dello scontro avvenuto a Kurukṣetra (Śrīmad Bhāgavatam) - località sita presso i confini orientali dell’impero medo, in Pakistan – scaturisce dal fatto che essa viene combattuta tra gli eredi di Ciro o Ciro in persona e gli eredi di Astiage o Astiage in persona, celati sotto nomi indiani nel tentativo di “nazionalizzare” eventi storici i cui protagonisti erano degli stranieri. A conferma di quanto sostenuto osserviamo che, nello Śrīmad Bhāgavatam, la figura di Bhismadeva, nonno dei Pandava e dei Kaurava, che si combattono a vicenda per il possesso del regno in una guerra nella quale lui stesso rimane ucciso, è perfettamente sovrapponibile a quella di Astiage, anche lui nonno comune di due fazioni rivali. Ci chiediamo inoltre: è una coincidenza che la nuora dell’indiano Bhismadeva si chiami Kunti (figlia di Kuntibhoja, re di Kunti) e che nel libro persiano Avestā si citi il malvagio Kunda? È ancora una coincidenza che il nome della madre di Zarthustra, Pourusaspa, sia così simile a quello del fratello di Kuntibhoja, Purujit?

Il Mazdaismo in Persia ebbe il suo apice proprio durante il periodo Achemenide e gli stessi discendenti di Ciro mostrarono un’adesione convinta a tale religione. Tale adesione è ravvisabile in particolare in un discendente del re, che porta il suo stesso nome: è costui il figlio di Dario, Ciro, di cui Senofonte, nella sua Anabasi, nota comportamenti e costumi, come quelli di non tradire per nessun motivo la parola data e la lealtà verso gli amici, chiaramente assimilabili alla religione mazdea. La conversione al Mazdaismo da parte di Ciro il Grande potrebbe essere equiparata a quella dei Franchi o dei Goti e di tutti i popoli barbari al Cristianesimo. Che Ciro precedette Pipino nella politica delle conversioni di comodo può risultare dallo Yast Vistaspa 36, allorché Zarathustra dice al re: “La Legge di Mazda non ti porterà al dolore. Tu sarai implorato da tutto il mondo dei viventi, ed essa sarà sempre al tuo uscio, nella persona dei tuoi fratelli di fede”. Poi continua, allettando ulteriormente il re e dicendogli che, dopo la sua conversione alla religione mazdea, tutti i fedeli di Mazda sarebbero passati dalla sua parte e che il successo gli avrebbe arriso.

Quest’ondata riformistica che coinvolge, grossomodo nella stessa epoca, le religioni orientali e mediorientali, potrebbe aver avuto lo stesso focolaio culturale d’origine, poiché Zarathustra, Budda e lo pseudo-Isaia della seconda parte del Libro di Isaia, socialmente affini in quanto sacerdoti appartenenti a famiglie aristocratiche, utilizzano le stesse modalità riformatrici. Il fatto che tutti questi sacerdoti o profeti, comunque li si voglia chiamare, fossero persone illustri e legate all’aristocrazia regale, induce a credere che vi fosse un programma di unificazione religioso\politica da parte dei detentori del potere politico. Questa constatazione giustifica le affinità religiose che si notano tra i vari testi sacri. Il regno di pace descritto dal profeta biblico nel secondo Libro di Isaia, in particolare, è di una somiglianza sconcertante con il regno avestico di Yima, retto senza invidia, in cui non esisteva la morte, né il caldo e il freddo, descritto nello Yasna 9. Inoltre appare evidente che sia lo pseudo-Isaia che Zarathustra erano i fondatori o maestri di vere e proprie scuole, caratterizzate anche da uniformità stilistica, al punto che lo stile dei discepoli e dei maestri appare quasi indistinguibile e l’autore delle scritture può essere riconosciuto solo per il riferimento a precisi e databili avvenimenti storici.

Dei Persiani si sente parlare per la prima volta nell’844 a.C., quando il loro nome appare in un’epigrafe assira, ma la loro presenza nel territorio era di molto anteriore; pertanto l’avvento di Ciro va visto come la punta di un aiceberg che mostra la cima di una base più ampia e la religione pre-avestica, non ancora riformata da Zarathustra, era l’espressione di quel mondo, non ancora impostosi all’attenzione della storia. È difficile pure stabilire con certezza come sia avvenuta l’interazione, già emersa tra le righe dei capitoli precedenti, tra i popoli affini che si sovrappongono nell’area geografica medio-orientale, fermo restando che, in ogni caso, ricostruirne le dinamiche è irrilevante ai fini dello studio che ci stiamo prefiggendo, finalizzato ad individuare la comune origine dei popoli in oggetto.
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Capitolo VIII

L’Avestā e i Veda

Il libro sacro iraniano rappresenta per il nostro studio un importante anello di congiunzione tra il mondo Occidentale e quello Orientale. Infatti Zarathustra, nel tentativo di mettere in relazione i due mondi, conserva la weltanshauung del primo, soprattutto in ambito sacro, ancora ravvisabile nel lessico, che è riconducibile, a partire dallo stesso nome di Zarathustra, alla lingua nord-europea. Zarathustra significa infatti “dai luminosi consigli”, dal tedesco raten, che significa consigliare, o da rat ovvero riflessione, consiglio, discussione (anche in svedese ratt significa ragione, essere nel giusto) e strahl cioè bagliore, folgore. Nel nome è perfettamente rintracciabile il compito stesso di questo sacerdote nell’ambito della religione da lui rinnovata. Egli è il consigliere, il Ratu, e inoltre i suoi consigli sono “luminosi” o “illuminati” come vuole il lessema stra(hl) contenuto nel suo nome. Essendo un “consigliere illuminato”, Mazda, il dio più congeniale e adeguato al suo ruolo, non può che essere il suggeritore di questi buoni consigli, non può che rappresentare il “parametro di misura” di tale religiosità: non a caso in tedesco Maß, da cui Mazda, significa metro, misura.

Si è creduto che l’Avestā avesse suggerito la creazione del libro sacro indiano, i Veda, tanto simili sono i due sacri testi sia nel nome che nei contenuti. Potrebbe essere; ma la somiglianza potrebbe anche essere, più verosimilmente, la naturale conseguenza dell’affinità culturale ed etnica dei popoli che diedero vita a tali testi, popoli provenienti dalla stessa area geografica, piuttosto che frutto di un’imitazione. Il fatto che Zarathustra da un lato e Budda dall’altro riformino, quasi nello stesso momento storico, le rispettive religioni, significa comunque che il cordone ombelicale che legava le due aree geografiche non venne mai del tutto reciso e che, perlomeno politicamente, esse si influenzarono reciprocamente. Il compito comune che i due sacerdoti assunsero fu quello di rompere con l’antica tradizione religiosa, la quale, come quella mosaica in Palestina, legittimava l’uso della violenza; ma ognuno lo fece a modo proprio. Nel buddhismo dio cessa di essere il centro dei problemi dell’uomo e questi ricerca la divinità che è in lui indipendentemente dal contributo divino. La religiosità prescinde dunque dalla presenza di dèì e dalla loro interferenza sul piano umano. L’uomo torna ad essere artefice del proprio destino e la divinizzazione dell’uomo viene concepita come una conquista individuale. Gli strumenti di conquista sono l’equilibrio e la calma interiore, sicché l’uomo non ha più bisogno di stampelle e appoggi o di quei sacrifici rituali di animali che avevano trasformato il paese in un immenso macello all’aria aperta; in aperto contrasto con la religione tradizionale, il principe Siddharta ritiene negativo perfino il nutrirsi di carne.

Il Mazdaismo di Zarathustra invece continua ad avere come appoggio e fine dio, il quale rimane misura, maß, di ogni azione umana. Quest’eco arriverà inalterata al Cristianesimo, facendo dire a Luca: “ (…) Verso di voi sarà usata la stessa misura di cui vi sarete serviti” (6,37). Il Mazdaismo di Zarathustra mantiene gli antichi riti e definisce santa e vera la daena, cioè l’antica religione, ma ribalta i poli della credenza religiosa, facendo diventare negative e demoniache quelle emanazioni divine, cioè i daeva, che l’antica religione aveva ritenuto positive. È come se Zarathustra affermasse che sono i daeva ad essere usciti fuori dagli antichi canoni religiosi, celando parimenti la sua attività riformistica. Un’operazione simile si intravede nelle saghe nordiche, nel conflitto tra le divinità Asi, a cui appartengono Odhino, Thorr e Baldr, e i Vani, di cui fanno parte Freir e Freyja; la differenza sta nel fatto che fra gli dèi germani il conflitto si conclude con un armonico accordo tra le parti in competizione e tutti, Asi e Vani, entrano a far parte del pantheon germanico, condividendo il potere e diversificandosi nei ruoli.

La mente umana diviene per Zarathustra la sede del divino, il nous greco, tanto che ad Ahura Mazda viene dato l’attributo di Spenta Mainyu cioè “Colui che crea col pensiero”. In questa definizione che Zarathustra dà, a posteriori, al dio, noi intravediamo l’epicentro di tutto lo sforzo da lui compiuto nel ribaltare i concetti dell’antica religione. Infatti la forza creativa della mente che egli conferisce ad Ahura Mazda attraverso l’attributo di “colui che crea col pensiero”, in realtà originariamente era appartenuta al dio Angra Mainyu, che ora Zarathustra considera rivale e negativo. Ciò emerge dal nome stesso di questo dio oppositore: infatti la radice Main del nome del dio riconduce proprio al concetto di mente, intelletto, pensiero, ancora rinvenibile nel significato del vocabolo tedesco meinen, riflettere, pensare, meditare (in svedese minnas significa ricordarsi). Il prenome Angra deriva probabilmente dal norreno hörgr, che indicava un altare di pietre, un saccello, un tumulo, col significato però di anima del mondo o respiro del mondo, utilizzato per indicare proprio quei luoghi in cui era netta la percezione e la presenza del divino o di forze extraumane. Lo stesso racconto avestico della creazione, pur rappresentando Angra Mainyu quale dio distruttore – e pertanto connotato negativamente - di ciò che veniva costruito dal dio Ahura Mazda, lascia trasparire che, tra i due, è lui il vero creatore, la mente (Main) capace di intervenire su piani extrafisici. Ahura Mazda, d’altra parte, sembra avere le qualità di un costruttore, di un fondatore di città, di un ecista di greca memoria più che di un creatore, tanto che Zarathustra si sente in obbligo di conferirgli a posteriori l’attributo di Spenta Mainyu al fine di poterlo equiparare ad Angra Mainyu, al quale per primo si conferì l’attributo Main, mente, nous. Inoltre l’attività distruttrice di Angra, che il profeta fa passare per malefica, sembra piuttosto simile all’atteggiamento severo e punitivo del dio giudaico Jahvè, il quale utilizza il diluvio per punire l’uomo peccatore e conosce la punizione piuttosto che la pietà, la vendetta piuttosto che il perdono; ma tale modello di divinità ha fatto ormai il suo tempo e, come gli dèi dell’Olimpo greco devono lasciare il posto al dio amorevole dei cristiani, anch’essa deve farsi da parte. In seguito a questo cambio di rotta, il nuovo dio sarà Mazda, la Misura, e il timoniere Zarathustra.

Nel rito di iniziazione, nello Yasna 12,9, egli fa affermare ai suoi adepti, dopo che si erano impegnati a rigettare l’autorità dei daeva, demoni cattivi, dei Druj, degli Yatu al servizio di Angra Mainyu: “M’impegno nella religione mazdea, la quale vuole che l’aggressione debba sempre essere esclusa e le armi debbano essere abbassate e deposte”. Pertanto è evidente che il proselitismo di Zarathustra è diretto a condurre una lotta “non violenta” contro i combattenti daeva che, descritti da lui come perdenti, rappresentavano gli antichi dominatori ariani d’un tempo sia presso gli Irani che presso gli antichi Veda. In questo contesto non v’è dubbio che la Druj, che veniva identificata da Zarathustra con “la menzogna”, dovesse identificarsi con la pratica magico religiosa che i sacerdoti celti Druidi, identificabili con i Magi dei Medi - paragonabili a quei sacerdoti egiziani capaci di trasformare un bastone in serpe o agli attuali gurù indiani capaci ancora oggi di portenti al fine di catalizzare l’attenzione dei turisti - utilizzavano ai fini di contenere o evocare forze extrafisiche.
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Capitolo IX

Zarathustra il Mago

Abbiamo appurato come nel mondo antico politica e religione agivano su piani contigui e indistinguibili, poiché mondo e sovramondo venivano percepiti l’uno come la continuità dell’altro. La profetessa Debora era, presso gli Ebrei, giudice e capo militare, Velleda tra i Germani era profetessa e capo di eserciti, il profeta Samuele eleggeva i re d’Israele e, tra i Romani, il Pontifex era nel contempo capo dei sacerdoti e Imperatore. Dunque non appaia dissacrante se a Zarathustra conferiamo un ruolo politico che ai suoi coevi dovette apparire ovvio.

Per comprendere i meccanismi di interazione tra sacro e profano, secondo i canoni del nostro secolo, dobbiamo partire dal ruolo che egli aveva in ambito socio\religioso. Tale ruolo appare chiaro dai suoi appellativi: uno è quello di Ratu cioè consigliere, dal tedesco raten consigliare, l’altro è Athravan. Quest’ultimo termine indicava i “sacerdoti che leggevano”, quelli cioè che avevano una scuola e dei discepoli. Noi però, intravedendo nel nome la radice thr, che sappiamo essere legata al concetto di forze extra fisiche, crediamo che il termine vada oltre tale semplice significato; ad esso attribuiamo implicazioni meno scolastiche e più metafisiche, le quali emergono dalla stessa lettura degli Yasna, nei quali viene ripetuto spesso che bisogna leggere ad alta voce e scandire le parole affinchè arrivino chiare a dio. La stessa traduzione del lessema Yasna porta a tale conclusione se davvero deriva, come riteniamo, dal tedesco yah, cioè veloce, e dalla negazione na: la traduzione del termine, ancora una volta troppo calzante e addirittura ovvia per essere casuale, è dunque “da non leggere velocemente” ovvero “da leggere lentamente”.

Questo ragionamento assume maggiore forza se si considera il luogo geografico ove Zarathustra opera: la Persia, terra dei Magi, il cui ruolo, come portatori di poteri occulti e studiosi di astrologia, e il cui prestigio sono testimoniati perfino nei testi sacri cristiani. Ma andremo oltre. Il termine avestico Athravan è collegabile a quello veda di Mantra. Infatti noi crediamo che l’Athravan, più che tenere una lezione scolastica, avesse il compito di pronunciare dei Mantra. Entrambi i termini contengono la radice nord europea “thr” (dhr in norreno) che significa forza, connessa però ad un piano metafisico che G. Dumezil, rifacendosi ad Adamo da Brera, il quale alludeva al furore di Odhino (Odhr in norreno significa il furioso), traduce con “furore”; noi aggiungiamo, considerato il riferimento al furore di Odhino, “divino furore”. Pertanto il vocabolo avestico andrebbe interpretato e tradotto tenendo conto del significato di tale lessema: l’athravan è dunque il sacerdote che evoca, con divino furore, la manifestazione della divinità. Il termine indiano, con l’accostamento del lessema “man” cioè mente, al lessema “thr” è assai più esplicito. Infatti man+thr significa la forza della mente o del pensiero applicato alla parola.

Tale forza agente e creatrice del pensiero è continuamente ricorrente nell’Avestā, al punto che Zarathustra conia per il proprio dio un nuovo attributo: colui che crea col pensiero, Spenta Mainyu. Se Zarathustra ha il merito di esaltare la straordinaria forza creativa della mente, concetto che non può essere avvilito e ridotto, come fanno i moderni, a semplice forza di volontà, nel medesimo tempo non nasconde le sue paure nei confronti di coloro che, come lui, posseggono tale forza ma intendono utilizzarla per fini opposti ai suoi. Sono costoro i Druidi di antica memoria celtica, i quali rappresentano nell’Avestā i suoi oppositori, i sacerdoti dell’antica religione che Zarathustra intende riformare. Il contrasto tra le due caste sacerdotali, la Druida, fedele ad Angra Mainyu, e quella dei “Ratu”, cui appartiene lo stesso Zarathustra, è evidente nello Yasna 9, dove si legge: “ Svia l’intento del nemico inferocito, (…) l’uomo che a noi nuoce con la mente (…)”.

Il fatto, più volte emerso, che alle guerre dei regnanti si sovrapponessero parallelamente le battaglie metafisiche dei loro sacerdoti è confermato indirettamente pure da sua Divina Grazia A. C. B. Swami Prabhupāda a pag. 189 vol. III del suo commento allo Śrīmad Bhāgavatam, dove scrive, alludendo ad una guerra tra potenti :” … suo fratello Samvarta era sacerdote e rivale del grande Brhaspati, il dotto sacerdote dei deva.”. Tale azione politica, seppur agita in campo metafisico, dei sacerdoti antichi può essere oggi compresa e giustificata solo se si riesce ad entrare nella mentalità dell’uomo antico, che vedeva nel sacerdote un “tecnico del sacro”, paragonabile al chimico che, in laboratorio, riesce a manipolare con successo sostanze ignote a un non addetto ai lavori. Dunque in Persia, luogo dove opera il nostro Zarathustra, il sacerdote è un misto tra mago, asceta e teologo.

Le probabilità che Zarathustra, prima della riforma mazdea da lui attuata, potesse essere stato un druida sono elevate, soprattutto se si considera che, apostrofando la Druj quale “menzogna”, si fa portatore della Druaspa, cioè la forza buona e positiva. Druj e Druaspa, come vuole la radice comune (dhr), rappresentano i due piatti della stessa bilancia. Se il campione della Druaspa è Zarathustra, quello della Druj è un certo Akht, definito “figlio delle tenebre”, probabilmente un atrhavan, cioè un sacerdote che legge, che ha una scuola con discepoli, che è capace di “porre indovinelli” o recitare formule magiche. Infatti Yoista, uno dei Friana, alleato di Zarathustra nella lotta contro i daena, invoca la dea Anahita affinchè lo aiuti a “rispondere ai difficili indovinelli che egli (Akht) maliziosamente (gli) ha posto”. Ci sono inoltre tutti i presupposti perché si possa affermare che questi indovinelli siano in realtà formule magiche; nello Yast varharan contenuto nel Khordah Avestā l’accenno a pratiche magiche si fa esplicito: “ O Zarathustra, non consentire che quella formula sia vista da alcuno. Che nessuno la mostri, né il padre al figlio né l’Athravan al discepolo. Sono parole tremende e potenti, capaci di governare un’assemblea, trementi e vincenti, risanatrici, (…) “. Abbiamo, in questo Yasna, la prova che l’athravan non è il semplice catechista, ma colui che possiede il segreto delle formule magiche, che conosce le parole di potenza.

Nel caso del nostro Zarathustra, è evidente che egli se ne serve sovente e non sempre per motivi disinteressati; nello Yast Gos egli chiede alla Druaspa, la magia bianca per usare termini moderni, di “portare il buon nobile Hutaosa”, attributo del re che era riuscito ad unire tutti gli Arii, “a pensare secondo la legge, a parlare secondo la legge e a operare secondo la legge; che egli possa diffondere la legge Mazdea e farla conoscere, e che essa possa lodarmi per questo “. Che dietro tutte queste operazioni magiche vi sia una cultura druidica di celtica memoria è deduzione piuttosto facile se si tiene conto di quanto narrato da Cesare sui druidi nel suo De bello Gallico (VI, 14) e di quanto racconta Erodoto sulla cultura religiosa dei Persiani, su cui torneremo nei capitoli successivi.
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Capitolo X

Relazioni tra i Veda e l’Avestā, tra Budda e Sarathustra. Ciro, deus ex machina

Dalla lettura dell’Avestā si evince, come già emerso, che nel momento in cui Zarathustra si oppone all’antica religione compie un’operazione non solo spirituale e metafisica ma anche squisitamente politica, motivo per cui i due piani si intersecano e, attraverso l’uso di un linguaggio metaforico, il sacerdote li associa, alludendo a nemici e amici sia spirituali che fisici.

Prima dell’avvento di Zarathustra in Medioriente e di Budda in Oriente, dominava in entrambe le aree geografiche la stirpe “divina” dei Daeva, da identificare probabilmente con i Medi. Il nonno materno di Ciro era il medo Astiage. I Medi esercitavano la loro influenza politica dall’Anatolia alla Mesopotamia, giungendo sino all’area geografica oggi chiamata Pakistan ed estendendo la loro influenza sulla Persia, con la quale Astiage dovette concludere trattative diplomatiche dal momento che aveva offerto in sposa la propria figlia a Kambise, principe dei Persiani. L’influenza meda nell’area indiana è attestata dalla presenza di nomi medi, come quello già citato di Gautama. Tale influenza potrebbe spiegare il fatto che eventi storici quali la battaglia di Kurukṣetra, verificatisi in area medo-persiana, fossero stati assimilati dalla cultura indiana e conseguentemente deformati, con la contaminazione tra realtà storica e mito. La battaglia di Kurukṣetra, narrata nel testo vedico, i cui protagonisti portano nomi indiani, appare infatti chiaramente come la trasposizione romantica della guerra combattuta tra Ciro e il suo nonno materno Astiage, il quale nel testo vedico potrebbe essere identificato con Bhimasena, re degli Yatu, sottotribù dei Daeva. Nel testo vedico, a proposito della battaglia in oggetto, si narra che i Pandava accorrono impietositi sul corpo morente del loro nonno, Bhimasena, contro il quale avevano combattuto; il nonno, alla vista di Kṛṣṇa, che si china pietosamente sul suo corpo morente, lo benedice, lo loda e gli riconosce gli attributi per governare, pentendosi in extremis. Kṛṣṇa è qui indicato come il pacificatore, colui che pone fine al conflitto tra le dinastie ribelli: infatti ripristina sul trono Yudhisthira, che è re dei Kuru, nome stranamente simile a Kurush, ovvero Ciro in persiano.

In seguito alla vittoria di Ciro in India e nell’area mediorientale, i Daeva, rimasti fedeli ad Astiage ed ancora militarmente forti, vengono probabilmente contrastati dai nuovi principi insediati da Ciro nelle terre limitrofe: tra questi il nobile Zarathustra in Persia e i Gotama in India. Notiamo che Iksvaku era il nome del nonno di Siddartha Gautama, meglio noto come Budda: il nome composto, Ik-sa-ku(h) potrebbe significare “dalla parte della vacca”, laddove la vacca (Kuh) allude a Ciro/Kurush, come già dimostrato nei capitoli precedenti. La presenza dei medi Gautama in India, passati dalla parte di Ciro, denuncia un’apostasia della dinastia in oggetto; contemporaneamente in Persia Zarathustra, probabilmente un Medo, passava dalla parte di Ciro.

Sia nel buddismo che nello zoroastrismo è possibile intravedere una complessa operazione culturale e “mediatica” che, utilizzando allettanti allegorie con cui mettere in relazione religione e politica, tentava di fare accettare al popolo il nuovo potere politico del persiano Ciro. Particolarmente seducente è l’operazione condotta da Zarathustra in medioriente in quanto il sacerdote, comportandosi da vero diplomatico, abilmente sovrappone, con un continuo gioco di richiami metaforici, il piano politico e quello religioso. Egli sfrutta, per esempio, l’ambivalenza del nome Ciro, che significa vacca in persiano, per formulare lo Yasna 10,20 in questi termini: “Lode alla Vacca; lode e vittoria, sia detto, per lei. Cibo e pascoli concedi alla Vacca”. Zarathustra auspica, con questa metafora, successi e conquiste per Ciro\Kurush, la Vacca (Kuh). I pascoli da concedere sono le nuove terre conquistate sottratte ai daeva (fuor di metafora, probabilmente, i Medi).

La fusione tra il piano politico e quello religioso è evidente altresì nello Yasna 19 dove Zarathustra cuce a misura sulla personalità di Ciro la figura del Saosyant, il Salvatore; questo titolo del resto gli era stato già attribuito dai Babilonesi in quanto li aveva salvati dall’apostasia del re Nabonedo, colpevole di aver sostituito la dea Luna alla millenaria presenza del dio protettore Marduk. Ciò aveva fatto inorridire il popolo babilonese al punto che, quando Ciro si dichiarò astutamente figlio di Marduk, lo accolsero a braccia aperte, scacciando il deposto re Nabonedo. Questo episodio, in seguito al quale Ciro potè annettersi l’Assiria senza che le spade s’incrociassero, la dice lunga sulle capacità strategiche di questo conquistatore. Il Salvatore avestico viene descritto da Zarathustra, nello Yasna dedicatogli, come una figura celeste e nel contempo terrena: “Deve essere il migliore, si deve trattare di un Governatore, ma che non compia nessun tipo di azione gratuita e tanto meno eserciti un potere dispotico”. Che nel Saosyant Zarathustra veda pure un patrono capace di garantirgli benefici e prosperità lo si evince dalla lettura dello Yasna 12,3, in cui Zarathustra afferma di volere una “libertà di movimento e di residenza per coloro che hanno fattorie” che solo Ciro avrebbe potuto assicurare, diversamente dai deposti daeva, seguaci dello sconfitto Astiage. Lasciamo ai nostri lettori il compito di interpretare il termine “fattorie”, decidendo se attribuirgli il suo significato letterale o quello metaforico, per noi più probabile, di “templi di Mazda”.

Zarathustra, da abile stratega, dovette intuire che il forte potere di Ciro avrebbe potuto garantire solidità e proselitismo alla religione mazdea; del resto la storia mostra come le religioni, grazie alla loro capacità di mediazione con il potere costituito, siano sempre riuscite a sopravvivere alle invasioni e ai nuovi governi succedutisi nei millenni. Tale strategia si evincerebbe nello Yasna 29 in cui il dio Mazda, rivolgendosi alla Vacca, ovvero Ciro/Kurush, afferma: “Ahura Mazda ha voluto dare forma alla sua promessa alla Vacca di concederle burro e latte” cioè il regno; a questo punto Mazda propone al re il suo profeta come consigliere (ratu) dicendo: “ Conosco uno solo, qui in terra, che abbia a cuore i nostri comandamenti: egli è Zarathustra Spitama”. La Vacca ovvero Ciro non sembra però convinta delle capacità politiche di Zarathustra o forse teme l’insorgere di un potere teocratico di tipo israelita dal momento che lo Yasna così prosegue: “Allora la Vacca (…) si lamenta: “ Ed io dovrei essere soddisfatta delle parole inefficaci di un uomo impotente, che mi è stato destinato come protettore, quando io ne desidererei uno che potesse comandare in un modo davvero regale! Quando mai ci sarà uno che darà un aiuto efficace?”. Ciro avrebbe preferito evidentemente un puro politico piuttosto che un sacerdote quale consigliere. Tuttavia nel 538 a.C. egli avrebbe inviato in Palestina Zorobabele, un Giudeo (Libro di Esdra 3,2-4,2), anch’egli una via di mezzo tra il sacerdote e il politico, come governatore di Gerusalemme, una delle tante satrapie (dahyava in persiano) - 20 secondo Erodoto, 127 secondo la Bibbia - in cui il re si vide costretto a dividere l’enorme impero conquistato.

La concomitanza cronologica e la presenza nella stessa area geografica di due personaggi con il ruolo e il nome così simili, Zarathustra\Zoroastres e Zorobabele, autorizzerebbe a pensare che, sotto due nomi differenti ma simili, si celasse una medesima persona. L’ipotesi relativa all’identificazione tra Zoroastres e Zorobabele è supportata dalla corrispondenza religiosa tra Zoroastrismo e Cristianesimo, ravvisabile sia nei concetti che nel linguaggio utilizzato per esprimerli, come già osservato nei capitoli precedenti. Notiamo a supporto di quanto osservato il comune riferimento al dio, indicato come inizio e fine, alfa e omega; l’identico concetto di peccato, che può essere praticato attraverso parole, opere e pensiero; l’utilizzo di espressioni ricorrenti e significative quali “il menzognero”, “l’uomo di menzogna” sia presso gli Esseni di Masada che nel testo zoroastriano. Si è già sostenuto inoltre che la seconda parte del Libro di Isaia è stata presumibilmente redatta da Zorobabele, tanto che in Isaia 41,2, Jahvè, il dio d’Israele, rivendica il merito di aver suscitato Ciro dall’Oriente.

Il fatto che Ciro, in terra di Giuda, diventi il pupillo di Jahvè (Isaia 45,1), dio d’Israele, può essere più facilmente comprensibile riconoscendo a Zorobabele un ruolo forte e carismatico nella vita politico religiosa degli Israeliti, per quanto i testi ebraici gli attribuiscano un ruolo marginale, affermando solo che fu governatore di Gerusalemme per volontà di Ciro e che fu un antenato di Gesù.

Dal canto suo Ciro, così come si era proclamato figlio di Marduk a Babilonia per strappare il regno a Nabonedo, non si fa scrupoli neppure di ritenersi il Messia di Israele ( Isaia 49) e per dare prova di ciò, conquistata Babilonia, organizza il rientro degli Ebrei a Gerusalemme, precedentemente deportati da Nabucodonosor a Babilonia, con la possibilità di ricostruire il tempio di Salomone distrutto dal re babilonese. Ecco dunque che Ciro diventa il “Salvatore” sia nell’Avestā che nell’Antico testamento. Se fosse vero, come sosteniamo, che il Kṛṣṇa avestico è metafora di Ciro, questi assumerebbe il ruolo di Salvatore pure nello Śrīmad Bhāgavatam, tanto che la famosa battaglia di Kurukṣetra, che, come si è già provato, significa “l’accampamento di Ciro”, reca nel proprio nome la celebrazione della sua vittoria.

Si attua così, in tutta l’area di influenza persiana, attraverso l’utilizzo della religione, una propaganda e una raccolta di consensi senza paragone, anche se altri sovrani avrebbero successivamente seguito l’esempio del capo-scuola. Pensiamo, tanto per fare un esempio, al vichingo re Olav, che utilizzò la sua conversione al Cristianesimo per allargare i confini del proprio regno, azione giustificata, con la benedizione del mondo occidentale, ormai sotto l’influenza del papa romano, dalla “missione” di esportare la nuova “vera” religione; pensiamo inoltre a Costantino che utilizzò il Cristianesimo insorgente come amalgama per il tessuto connettivo del proprio enorme impero, sempre più difficile da gestire, avvalendosi di una strategia validissima, alla quale gli imperscrutabili giochi del destino possono però opporre un’insolente resistenza, scardinando gli ingranaggi e vanificando ogni più lungimirante strategia.
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Capitolo XI

L’Avestā: continuità religiosa con i Sumeri

Si è finora lungamente disquisito su Ciro e Zarathustra. Ma è ora il caso di interrogarsi sull’humus culturale, plasmato da civiltà precedenti, che caratterizzava l’area geografica che li vide protagonisti. La risposta all’interrogativo riconduce ovviamente alla civiltà Sumera, che trasmise intatto il proprio bagaglio culturale a quella Accadica. È risaputo poi che questa cultura si espanse in Assiria, in Siria, in Palestina, soprattutto nella terra dei Filistei, dove è ravvisabile nel culto della dèa Ishtar-Astarte, quello della sumera Innanna, nel culto delle stelle, soprattutto di Sirio, della luna, del sole. Che l’Avestā, pur avendo portato al massimo livello speculativo il concetto di divinità, abbia conservato il pantheon sumero e i rispettivi riti è inoltre facilmente riscontrabile.

Tra questi riti, nell’Avestā, si conserva intatto per oltre duemila anni, da quando cioè i Sumeri scomparvero come potenza militare, quello della dea Innanna. Nello Yast Aban del Khordah Avestā, nell’evocazione della dea della fertilità, Anahita, si ravvisa la sumera Innanna, come mostra anche la radice An del nome. Nel mito sumero Innanna garantiva la fertilità della terra attraverso l’unione con il proprio marito; però, dopo che la dea ebbe abbandonato definitivamente la terra per recarsi agli inferi, nel regno del marito, il rito veniva perpetuato dal re che fingeva un matrimonio rituale con una sacerdotessa della dea. L’unione avveniva in una camera costruita in alto sullo ziggurat, affinché l’incontro fosse celato agli uomini e la camera, nella quale veniva allestito un letto che serviva all’incontro, fosse più vicina al cielo. Quest’istituzione passò inalterata nell’Avestā dove è scritto: “In ciascuno di quei palazzi si trova un bel letto, comodo, profumato, coperto di cuscini e Aradui Sura Anahita accorre colà “. Il rito del matrimonio sacro del re con la dea veniva celebrato tutti gli anni in primavera, per propiziare il raccolto, la fertilità delle greggi, delle mandrie e di tutto ciò che si riproduceva. Dunque un re longevo, durante il suo regno, avrebbe dovuto celebrare numerosi matrimoni sacri; da questa ritualità nacque la convinzione che realmente il re sposasse le sacerdotesse che sostituivano la dea dopo la sua dipartita dalla terra e quindi si attribuirono loro diverse mogli: è il caso di Salomone, che ne aveva mille, o di Kṛṣṇa, che ne aveva addirittura dodicimila. Quest’equivoco non compare nell’Avestā, grazie all’erudizione del suo compilatore.

Nell’Avestā la dea Anahita, personificata nel fiume omonimo, è dunque identificata con la dea della fertilità. Nello Yast a lei dedicato si noterà che, nel corso di una battaglia, tutti i re, i principi e i capi degli eserciti amici e nemici celebrano sacrifici alla dea, denunciando in tal modo di appartenere alla stessa stirpe e di praticare la stessa religione. Naturalmente è secondario che la parte sostenuta da Zarathustra sarebbe stata graziata dalla dea, diversamente dagli oppositori. Certo è che tutti i sacrifici venissero praticati nei pressi di fiumi, laghi, fonti di acqua pura o boschetti sacri e avvenissero con il sacrificio di vittime equine. Anche Yudhisthira, re dei Pandava e cugino di Kṛṣṇa, nei Veda, compie il sacrificio del cavallo, così come l’aveva compiuto Indra. Ora si dà il caso che, come nota accuratamente Tacito, i Germani avessero la stessa abitudine di compiere sacrifici presso sorgenti d’acqua, fiumi, laghi, boschi e che il sacrificio del cavallo come rituale religioso, specie nel rito di sepoltura di un capo militare, si fosse protratto fino ad epoca vichinga.
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Capitolo XII

I Veda e l’Occidente

"Trita, figlio di Gautama, era un saggio,
osservante della religione e veniva dall'Europa.
A quell'epoca la terra intera seguiva
un'unica cultura, quella vedica".

(Sua Divina Grazia A.C Bhaktivedanta Swami Prabhupāda
Śrīmad Bhāgavatam I.9,6\7)

Attraverso la nostra indagine, guardando indietro nel tempo fino agli albori della storia, il Medioriente antico ci è apparso composto da un crogiuolo di popoli affini, che ben poco hanno in comune con la storia e le genti che attualmente lo popolano e che noi definiamo orientali. Ciò può significare solo due cose: che questi antichi popoli non erano originari del luogo o, se lo erano, altri popoli non affini vi si sovrapposero in tempi posteriori. Noi, che non siamo autorità religiose e non possiamo né vogliamo proclamare dogmi, non potremmo limitarci ad affermare, come può fare in virtù del suo ruolo Sua Divina Grazia, che Trita, figlio di Gautama, era un saggio che veniva dall’Europa; pur condividendo tale asserzione, noi abbiamo il dovere e il compito di fornire le prove di quanto sosteniamo, specialmente se questa affermazione contrasta con le tesi ormai consolidate.

Alla luce di ciò, per capire chi fossero i primi abitatori del Medioriente e quanto avessero in comune con quelli attuali, l’unica strada percorribile è quella che parte dallo studio della civiltà dei popoli in oggetto - rintracciabile nei testi, nella lingua, nei simboli religiosi, nell’arte – e si dirama, mantenendosi grossomodo nella medesima partizione dell’asse cronologico, verso l’indagine di civiltà coeve affini ma localizzate presso altre coordinate geografiche, di cui viene seguita infine l’evoluzione, il cui esito ultimo reca ancora tracce della cultura originaria. Tale metodo consente di appurare le relazioni esistenti tra popoli geograficamente lontani e di ricostruire il percorso attraverso il quale si stabilì tale relazione o meglio l’itinerario tramite cui una popolazione poté esportare la propria weltanshauung in ambienti più favorevoli alla diffusione della stessa.

In altri termini, per comprendere come si espanse il focolaio indoeuropeo, dovremo imitare il medico che, per conoscere e contrastare il virus, causa dell’epidemia, deve capire cosa ne abbia provocato l’insorgenza e quale sia stato il suo terreno di coltura. Pertanto dovremo iniziare le nostre ricerche partendo da quella che consideriamo la porta d’accesso all’area mediorientale per chi proviene dall’Europa nord occidentale, in un’epoca in cui le glaciazioni costrinsero i popoli nordici ad emigrare verso sud, alla ricerca di climi più miti. Sarebbe assurdo sostenere che diecimila anni fa i popoli emigrassero dalle calde pianure della Mesopotamia verso il glaciale nord Europa; è assolutamente ovvio invece supporre che venisse tracciato l’itinerario opposto. La porta d’acceso, per chi proviene dal nord-Europa attraverso la via danubiana, è rappresentata dallo stretto passaggio del Bosforo, attraversato il quale si penetra nell’area geografica oggi nota come Turchia.

Intorno agli inizi del secondo millennio a.C., fonti quali gli annali ittiti (risalenti al XVII sec. a.C.), attestano la presenza in quest’area degli Ittiti, popolo di cui proveremo la provenienza nord-europea e che utilizzeremo come pietra miliare per effettuare comparazioni con popoli affini. Tuttavia, benché le fonti storiche non consentano di retrodatare con certezza la loro presenza sul territorio, riteniamo che il loro stanziamento fosse antecedente. Infatti la città di Çatal Hüyük, che si trovava a pochi chilometri da quella che sarebbe diventata la capitale degli ittiti, Hattusa, e risale al settemila a.C., più antica pertanto della mesopotamica Ur e della filistea Gerico, può ritenersi certamente una città proto-ittita in quanto in essa troviamo una simbologia religiosa che riconduce alla visione teogonica ittita.

In particolare, la presenza del simbolismo e del culto del toro ivi presente ricondurrebbe di per sé ad un insediamento umano proveniente dal nord Europa, in quanto la sua presenza è attestata in tutte le tradizioni dei popoli indoeuropei, dall’India a Creta, alla Grecia, fino in Sicilia. Se si tracciasse una linea immaginaria, congiungendo i luoghi in cui è presente tale simbolo, si noterebbe che essa parte dal nord Europa. Teschi rituali di vacca sono stati rinvenuti nel villaggio scozzese neolitico di Skara Brae e nel fosso all’interno di Stonehenge, nel sud dell’Inghilterra. Il culto della vacca dal Neolitico è arrivato fino al Medioevo vichingo, visto che nell’Edda è raccontato che Ymir venne nutrito dalla vacca Audhumla. Il mito si spinge fino all’estremo sud dell’Europa, la Sicilia, dove è presente tra l’altro il famoso mito del Toro di Falaride, ed ancora in Grecia, dove è Zeus a prendere le sembianze dell’animale; attraverso il Danubio questo simbolo venne veicolato in Medioriente fino in India, dove ancora oggi resiste, seppur con modalità diverse.

A proposito della vetustà delle città che gli archeologi disseppelliscono, ci pare di notare che, man mano che ci si sposta da Oriente verso Occidente, la datazione delle civiltà debba essere sempre più retrodatata. Considerato che i popoli antichi conferivano al popolo più vetusto maggiore rispettabilità, può essere interessante citare un grazioso aneddoto di Erodoto (Storie lib.II,2), secondo cui il faraone diede incarico ai sacerdoti di ricercare il popolo più antico, avendo la certezza che fosse proprio quello Egizio, a motivo della sua superba civiltà, ritenuta superiore ad ogni altra; sennonché dalle ricerche venne fuori che il popolo più antico era quello dei Frigi. Non ci interessa al momento appurare se i sacerdoti egizi avessero ragione in merito alla vetustà dei Frigi, piuttosto, spostando l’indagine dal piano cronologico a quello geografico, constatiamo che i Frigi - il cui esercito, guidato da Forci ed Ascanio, aveva partecipato alla guerra di Troia come alleato dei troiani - provenivano “da lontano, fino da Ascania” (Iliade lib. II, 863).

I Frigi di cui parla Omero nel passo succitato non provenivano pertanto dalla Frigia, che era soltanto un loro insediamento territoriale in Anatolia, ma da “Askania”, che noi identifichiamo con l’omonima regione scandinava; in caso contrario non si giustificherebbe l’affermazione di Omero circa la loro remota provenienza visto che la Frigia si trovava in Anatolia esattamente come Troia e di essa non poteva certo dirsi che fosse “lontana”. Crediamo piuttosto che l’insediamento dei Frigi in Anatolia fosse successivo rispetto alla sconfitta troiana e che essi si fossero staccati dal composito “popolo del mare”, che arrivava dal nord Europa attraverso la via fluviale del Danubio, di cui si ha notizia nel racconto auto-celebrativo di Ramsete III. Dal faraone apprendiamo che il “popolo del mare” in realtà era composto da diverse genti affini, di alcune delle quali fornisce pure i nomi che, nonostante le difficoltà di interpretazione, dovute al fatto che i geroglifici non segnano le vocali, sono tradotti dagli studiosi come Dani o Deni e Filistei con certezza e, con molte probabilità, con Sicani e/o Siculi; nella loro discesa verso sud essi avrebbero spazzato via inizialmente l’impero ittita, il primo incontrato nel loro tragitto dal Danubio al Bosforo, attraversando successivamente lo stretto, posto sotto il controllo troiano. Se Troia fosse stata già posta sotto il suo decennale assedio durante il passaggio del popolo del mare, non potrebbe essere esclusa la possibilità che dai “popoli del mare” si fosse staccato il gruppo denominato successivamente Frigio, per prendere parte al conflitto come alleato dei troiani. Le nozze di Priamo contratte con una donna frigia, durante un suo viaggio, narrato nell’Iliade, nella terra dei Frigi, avrebbero consolidato tale alleanza. Dopo la sconfitta troiana, il contingente frigio superstite avrebbe pertanto potuto stanziarsi nel territorio anatolico, risparmiato nel frattempo dall’avanzata del “popolo del mare” che, dopo aver distrutto l’impero ittita, continuava ulteriormente la sua discesa verso sud, fino in Egitto, dove sarebbe stato però respinto da Ramsete III, ripiegando infine, in seguito a tale sconfitta, nel territorio palestinese. Da qui si sarebbe diviso per i quattro venti: alcuni avrebbero veleggiato verso le isole del Mediterraneo, divenendo Dori in Grecia e Siculi in Puglia e Sicilia orientale. Ora, siccome Ramsete III regnò dal 1198 al 1166, va da sé che questo popolo, prima di arrivare alle porte dell’Egitto, dovette scorrazzare per qualche decennio nell’area mediorientale, proprio nel periodo in cui la tradizione colloca la guerra di Troia.

Quanto alla definizione di “popolo del mare” utilizzata da Ramsete III, osserviamo che l’espressione doveva certamente essere stata coniata in epoca precedente per indicare delle genti, con caratteristiche spiccatamente comuni, che ad intervalli di tempo migravano negli stessi luoghi, provenendo dalle stesse vie. Ciò è evidente dai graffiti esposti nel tempio di Medinet Habu, dove queste genti, anziché essere raffigurate a bordo di navi, come il nome con cui sono indicate lascerebbe supporre, sono invece raffigurate mentre trascinano carri trainati da lenti buoi, motivo per cui sarebbe stato insensato definirle “del mare”, a meno che un antico uso non avesse consolidato tale denominazione, con la quale il faraone alludeva a popoli appartenenti di certo alla stessa etnia, per quanto giunti su carri anziché su navi. Riteniamo che tale appellativo fosse stato attribuito ai popoli in oggetto già in epoca sumera: non a caso Sumero, in lingua antico tedesca, significa “popolo del mare”. Zu mer è, in lingua tedesca, la contrazione grammaticale di zu dem mer col significato di “dal mare”; in seguito alla rotazione consonantica, meglio spiegata dalla Legge di Grimm, che noi crediamo poter essere applicata oltre la linea di Benrhat, la “z” si sarebbe trasformata in “s”.

Si rifletta a questo punto su una coincidenza cronologica: la civiltà sumera si sviluppò intorno al 3500 a.C., nello stesso periodo in cui i Veda, secondo la tradizione indiana, sarebbero stati messi per iscritto. Si aggiunga che buona parte del lessico contenuto nei Veda – che propongono, come afferma Sua Divina Grazia, una cultura la cui origine non è indiana - è riconducibile alla lingua parlata, pur con varianti locali, in tutta l’area mediorientale nel periodo preso in esame. Si consideri infine che lo studio di tale lingua denuncia una straordinaria e sconcertante affinità con l’antico alto tedesco. Tanto per anticipare qualche esempio notiamo che gli Ittiti avevano nel loro vocabolario termini quali: “ezzan”, presente anche in a.a.t. con il significato di “mangiare” e trasformatosi nel moderno tedesco “essen”, a motivo della rotazione consonantica; “nun”, spesso utilizzato dagli Ittiti all’inizio delle frasi, rimasto invariato nei paesi germanici odierni con il significato di “ora”, “adesso”; “Wadar” corrispondente all’inglese Water e al tedesco Wasser. Anche in Palestina i Filistei e il biondo Davide parlavano una lingua riconducibile al protogermanico e così faceva lo stesso Gesù. Lo stesso impero accadico di Sargon non fu che la continuazione della cultura e della lingua sumera, tenendo ovviamente conto delle modifiche linguistiche e culturali che derivano dall’interazione tra popoli.

Se è vero che l’esodo dei popoli del mare del XII sec. a.C. fu conosciuto grazie a Ramsete III, è immaginabile dunque che vi furono antecedentemente altre migrazioni, originatesi dal medesimo nucleo primitivo, ignorate dalla storia. Una di queste potrebbe avere dato vita all’antichissima città di Çatal Hüyük, specialmente se si prendono in considerazione alcune affinità tra questa città e il villaggio scozzese neolitico di Skara Brae. Un’altra migrazione proveniente dal nord Europa, quantunque il popolo che ne fu protagonista non venga annoverato tra i popoli del mare, è quella degli Sciiti, avvenuta intorno al 600 a.C. Questi si stabilirono in Persia e per 28 anni, come afferma Erodoto (Storie, lib.I,104), ne influenzarono il territorio. Erodoto, nel sostenere che gli Sciiti occuparono l’Asia, fornisce informazioni circa il tragitto da loro seguito per attuare l’invasione: “(…) non fecero irruzione per questa via”, cioè attraverso la palude Meotide fino alla Colchide, poste a settentrione del Mar Nero, “ma deviando per la strada più a nord, di molto più lunga, avendo a destra il monte Caucaso”; anche costoro dunque, come i popoli del racconto di Ramsete III, prendono la via che passa dal Bosforo. Gli Sciiti, come i loro precursori di seicento anni prima, sono diretti in Egitto, quasi seguendo una memoria di razza; qui però il faraone, che non ha nulla dello spirito guerriero del predecessore Ramsete III, li rabbonisce con doni, pregandoli di andare per altra via ed in effetti gli Sciiti si portano in Siria-Palestina, dove mettono a ferro e fuoco la cittadina filistea di Askalona, la quale venne probabilmente fondata da quel popolo del mare di seicento anni prima, fermatosi in Palestina e proveniente da Askania.

Contemporaneamente alla presenza Sciita, nella stessa area si segnala quella dei Persiani, di cui Ciro I (645-600 a.C), il nonno di Ciro II il Grande (558-528 a.C) protagonista a parer nostro dell’Avestā, era il re. A conferma di quanto sosteniamo intorno alla provenienza nord-europea dei popoli del mare, ricorriamo ad Erodoto che, fra i popoli o stirpi o tribù che formano l’impero di Ciro, segnala i Germani. Ovviamente noi non siamo affatto meravigliati della presenza di una tribù germanica fra i Persiani, anzi riteniamo che anche questi ultimi avessero origini nord-europee; ma non dovrebbero meravigliarsi neanche coloro che, avendo studiato la storia dell’impero persiano, hanno constatato che il re Dario amava appellarsi, non senza orgoglio, “Ario”.

A questo punto non sarebbe peregrino credere che la tribù germanica, citata da Erodoto, al seguito dell’esercito di Ciro, che continuava a rinsanguare gli eserciti persiani decimati nelle pianure mesopotamiche, potesse essere proprio quella degli Arii. Ricordiamo che gli Arii erano una delle tribù germaniche citate da Tacito e presumiamo che, in epoche antecedenti a quella di Ciro il Grande, gruppi appartenenti a tale tribù dovessero essere migrati in India dove, con orgoglio pari a quello di Dario, il popolo dei Veda si definiva Ario, inducendo Sua Divina Grazia ad affermare che Trita, figlio di Gautama, veniva dall’Europa e, aggiungiamo noi, probabilmente dalla tribù dei Goti. L’appellativo di Ario in India prendeva l’ulteriore significato di “nobile”.

Ma ciò che maggiormente accomuna, oltre alla lingua, i popoli nord-europei emigrati nell’area mediorientale, Germani, Ittiti, Persiani, Filistei, è il concetto religioso del divino. Erodoto, soffermandosi sui costumi persiani, indica in particolare quelli religiosi con la seguente descrizione: “ Non usano innalzare statue e templi e altari, anzi rimproverano coloro che lo fanno, a quanto mi sembra perché essi non credono come i Greci che gli dèi abbiano figura umana. Sono invece soliti fare sacrifici a Zeus salendo sui monti più alti; chiamano Zeus tutta la volta del cielo”, identificabile con l’An dei Sumeri, “sacrificano al Sole e alla Luna e alla terra e al fuoco e all’acqua e ai venti”. Mosè aveva attribuito i medesimi costumi religiosi agli odiati Filistei, dando comando ai suoi uomini di non imitarli e di distruggere tutti gli altari eretti da questi sugli alti luoghi. Purtroppo per lui, né Davide né Salomone né la maggior parte dei re d’Israele gli daranno ascolto e continueranno a sacrificare sugli alti luoghi, votando altari al dio Cielo e alla dea di antica sumera memoria, Innanna-Isthar-Astarte. . Se al tempo di Erodoto, 430 a.C., in Persia si considera ancora il dio del cielo il maggiore fra gli dèi, ciò non può non indurre a ritenere i Sumeri del 3500 a.C. loro consanguinei; parimenti il perdurare della medesima religiosità non può non attribuirsi ad una medesima linfa spirituale, alimentata attraverso le cicliche migrazioni provenienti da radici attecchite nell’humus culturale nord europeo.

La ciclicità delle invasioni provenienti dal nord Europa, che periodicamente rinsanguavano la memoria storica, spiega pure il fatto che la lingua proto-europea dei popoli del mare abbia potuto resistere così a lungo nell’area mesopotamica. Se in epigrafi ittite del 1500 a.C. convivono vocaboli tedeschi come ”nun”, adesso, “ezzan”, mangiare, e vocaboli indigeni come “ninda”, pane, ciò è dovuto al fatto che nel nord Europa gli uomini, che sentivano i morsi della fame come chiunque altro, non conoscevano però l’oggetto pane né ovviamente il suo significante, visto che in quelle fredde regioni non cresceva il grano; sicchè, apprendendo dell’esistenza di questo prodotto alimentare, nei luoghi dove il grano cresceva, acquisirono anche il vocabolo locale che lo indicava. Ma i popoli nord-europei furono maestri nel coniare termini che esprimevano al meglio l’arte di cui erano maestri: l’arte della guerra. Boanerger, “figli del tuono”, erano definiti i Galilei che contrastavano i Romani in terra di Palestina; Ger, “lancia”, era la radice del nome di condottieri sia israeliti (Geroboamo, Gerson ecc.) che germani (Gerhard, Gertrud ecc.) ed è uno dei lessemi che compone il nome Ger-man, “gli uomini con la lancia”, la tribù più agguerrita; nei Veda ad armi micidiali veniva dato il nome di Brahmastra, riconducibile ai termini tedeschi Brand, che significa “incendio”, “bruciare”, e Strahl , che significa “raggio”.
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Capitolo XIII

Sul significato del nome “Veda”

“Le radici sanscrite di questa parola possono interpretarsi in vari modi”. Questa è la premessa che fa la massima autorità religiosa dell’Associazione internazionale per la conoscenza di Kṛṣṇa in una conferenza tenutasi nel 1969 a Londra, a proposito del significato da attribuire al nome Veda. Dunque, ancora una volta, siamo legittimati nella ricerca di interpretazioni alternative a quelle canonizzate dagli studiosi di lingua sanscrita, sia orientali che occidentali. Ma prima di indagare sul significato del nome con cui è denominato il testo sacro indiano, è opportuno compiere una riflessione sul ruolo fondamentale che i nomi propri avevano presso gli antichi popoli occidentali.

È acquisito che, presso questi popoli antichi, al nome dato al nascituro dal padre se ne aggiungeva successivamente un altro utilizzato più frequentemente del nome stesso, al punto da far dimenticare o da sostituirsi a quest’ultimo. Uno dei tanti casi è quello di Salomone, il cui vero nome, normalmente sconosciuto, era Jedidia. Lo stesso vale per Abramo, ribattezzato da Jahvè col nome di Abrahamo e per tantissimi altri personaggi biblici, da Giosuè, il cui vero nome era Osea, a Giacobbe, rinominato col nome di Israele. Lo stesso Dio degli Ebrei non ebbe nome fino a quando non lo rivelò a Mosè e comunque, quando lo fece, rese noto non il vero nome, ma un attributo, Jahvè, il cui significato è riconducibile alla lingua filistea del suocero di Mosè, Jetro. Anche il suocero di Mosè non è privo del suo attributo, Raguel, col quale verrà indicato per tutto l’Antico Testamento, coerente rispetto all’importante ruolo sociale sacerdotale da lui svolto. Non fanno eccezione le popolazioni vediche visto che nell’Aitareya Upaniṣad, I,III,14 viene affermato: “Sebbene sia Idantra, lo chiamano indirettamente Indra, infatti i deva hanno cara solo la denominazione indiretta”.

Si sarà già notata la comune radice “Ve” contenuta nel nome sacro del dio ebraico e nel nome del sacro libro indiano, su cui ritorneremo. Il nome possiede dunque una potenza evocatrice di cui gli antichi erano perfettamente consapevoli. Un nome poteva essere evocato a fin di bene o a fin di male ed in ultimo perfino impropriamente, con la conseguenza di renderne inefficace l’effetto evocativo, inflazionato dall’inutile ripetizione del nome. A quest’ultimo caso potrebbe riferirsi il monito di Jahvè allorquando, dando i comandamenti a Mosè, vi incluse quello di “non nominare il nome di dio invano”. Per lo stesso motivo forse gli dèi occidentali, onde impedirne l’abuso, per un lunghissimo tempo non comunicarono i propri nomi agli uomini. Infatti gli dèi dei Pelasgi, il popolo più antico secondo il racconto di Erodoto, in accordo a quanto detto nell’Upaniṣad sopra citata, inizialmente non avevano nomi; questi furono attribuiti solo in epoca posteriore, imitando gli Egiziani che per primi avevano dato nome agli dèi. Tuttavia, anche quando agli dèi vennero attribuiti dei nomi, era permesso solo ai sacerdoti pronunciarli, come si evince dalla desinenza -hiti del nome di alcune caste sacerdotali, di cui si è già detto precedentemente. In poche parole il nome diventava, per uomini e dèi, un tallone di Achille. È come se conoscere il vero nome del dio avesse come conseguenza la possibilità di carpirgli pure qualche componente divina; anzi, seguendo un’antica idea della Upaniṣad, secondo cui si diventava simili alla cosa conosciuta, si potrebbe pensare che gli dèi temevano di essere conosciuti attraverso il loro nome. Questo è ciò che sembra trapelare anche dalla lettura del XIV Mantra dello Śrī Īśopanisad: “Colui che conosce perfettamente Dio, la Persona Suprema, e il “suo nome” (..) trascende la morte (…) “. L’evocazione del nome permetteva di fare materializzare, anche se solo mentalmente, l’oggetto dell’evocazione e, nel caso in cui fosse un dio, del suo furore divino. Solo un sacerdote avrebbe potuto quindi contenerne la potenza, motivo per cui gli uomini comuni, onde non rischiare di venire travolti dal furore evocato, dovevano servirsi degli innumerevoli attributi riferiti al dio - i generici “Altissimo”, “Onnipotente”, “Supremo”, “Signore” o i più specifici “Signore degli eserciti”, “Vendicatore”, “Dio della tempesta” – che finirono col sostituirsi al nome stesso. Si è creduto, ad esempio, che il nome del maggiore fra gli dèi germanici fosse quello di Odino, mentre in realtà questo era solo il più utilizzato fra i cento attributi che lo caratterizzavano e significava “il furioso”, dal protogermanico “dhr” furore. Lo stesso bisogno di dare un nome al divino, di definire l’indefinibile, viene avvertito da Mosè che mostra di non comprendere il significato metafisico contenuto nelle parole con le quali dio gli si presenta: “Io sono colui che sono (…) Io sono è il mio nome”. Poco dopo lo stesso dio, manifestandosi nuovamente a Mosè, forse comprendendo la difficoltà del profeta nel percepire “l’essenza” del divino, non contenibile in un nome, gli si ripropone con un attributo: “Io sono Jahvè e apparvi ad Abramo, ad Isacco e a Giacobbe come Iddio Onnipotente”, altro attributo, “ma non mi sono fatto conoscere da loro con il mio nome di Jahvè (…) Perciò di’ ai figli di Israele: io sono Jahvè” (Esodo 6,2). Mentre poco prima dio aveva ordinato di dire ai figli di Israele: “”Io sono” mi ha mandato a voi” (Esodo 3,14).

Non diversamente andrebbe interpretato il passo dell’Avestā in cui il dio Ahura Mazda, alla domanda di Zarathustra, il Mosè iranico, che gli chiedeva quale fosse il suo nome, risponde che il suo “ventesimo” nome era appunto Mazda. La religione del riformatore Zarathustra si sarebbe dunque informata attorno al significato del nome Mazda, trascurando gli altri diciannove, non utilizzabili né pertinenti per il fine che il sacerdote si era prefisso, così come quella mosaica sarebbe stata edificata attorno al significato del nome Jahvè. La riflessione sinora condotta circa l’utilizzo dei soprannomi o attributi per indicare gli dèi, potrebbe portare persino a riconsiderare il pantheon degli Ittiti, popolo definito “dai cento dèi”: infatti, che tale popolo venerasse “cento dèi” oppure un dio dai “cento attributi” appare tutto sommato secondario. Fondamentale è invece constatare che, nel momento in cui i sacerdoti evocavano il dio della tempesta affinché portasse pioggia oppure evocavano Dio, attribuendogli tale specifico attributo, utilizzavano a proprio vantaggio quel singolo aspetto della divinità che, attratta dall’elemento evocato, ne manifestava la potenza.

Appare evidente, alla luce delle riflessioni condotte, l’importanza del nome presso i popoli antichi. Non meno delicato era il meccanismo della denominazione degli uomini; i genitori attribuivano un nome, talvolta conosciuto solo da loro, ma nella quotidianità si utilizzava un attributo particolarmente qualificante, apposto a motivo di particolari caratteristiche fisiche (il Grande, il Grosso) o caratteriali (il Furioso, il Buono) o professionali (Ferraro, Fornaro) o affinché fosse di buon auspicio (Augusto). Presso le popolazioni vediche inoltre si aveva l’abitudine, conosciuta anche dai Romani, di celare il secondo nome del nasciuturo. Infatti è scritto nella Brhadarranyaka Upaniṣad VI,IV,26: “Poi gli impone il nome: “Tu sei il Veda”. Quello diviene il suo nome segreto”; più esplicitamente viene affermato nel Rg-Veda X,45,2, in riferimento al nome segreto del dio Agni: “ Conosciamo il nome supremo che possiedi in segreto”. Quanto alla segretezza del nome presso i Romani, Plutarco afferma, nel suo libro Questioni Romane, che “era vietato menzionare, ricercare, nominare quel dio a cui spettava salvare e proteggere Roma”, in quanto essi sapevano, per averlo più volte sperimentato, come nel caso della conquista di Veio, che esistevano pratiche rituali, basate sulla conoscenza corretta del nome, capaci di scatenare il furore divino.

“I Veda non sono Scritture proprie dell’India”. È quello che afferma la massima autorità religiosa indiana A. C. Bhaktivedanta Swami Prabhupāda. Se i Veda non sono un libro indiano ne consegue che né il suo nome né il significato comunemente attribuitogli possano farsi risalire alla lingua indiana. Come abbiamo già sostenuto nel I capitolo, la traduzione in lingua indiana del termine, reso con “conoscenza”, “sapere”, non riesce a rendere tutte le sfumature di significato di questo vocabolo - semanticamente “pesante”, significativo, forte – che affiorano, avvolgendolo di un alone di sacralità, solo se, risalendo alla lingua originaria, si comprende fino in fondo il vocabolo e, soprattutto, il valore del lessema “ve” che lo compone. Tale lessema, ravvisabile già nella mitologia germanica degli albori, in lingua tedesca, antica e moderna, dove è ravvisabile in parecchie parole composte, esprime un concetto di sacro o comunque pone in relazione l’altro lessema che compone la parola con l’orizzonte del sacro o del divino. Un esempio per tutti: in tedesco esiste il vocabolo “sprechen”, che significa parlare; ma esiste anche il vocabolo composto “versprechen”, col significato di promettere, impegnarsi, assumere con consapevolezza e senso dell’onore un impegno. Evidentemente il lessema o prefisso ve-, premesso al verbo -sprechen, attribuisce al “parlare” un alone di sacralità, facendolo divenire un “parlar sacro” e dunque una promessa, un impegno. Lo stesso ragionamento vale per “Vertrag”, che significa contratto, patto: privato del ve- il vocabolo diventerebbe semplicemente “tragen”, col significato di recare, portare, trasportare, produrre, registrare. Consequenzialmente è ovvio supporre che già nella lingua proto-germanica il lessema “ve” dovesse assumere il significato di “sacro”, soprattutto se si considera che Vè era un dio, fratello di Odhino. Non stupisca dunque se attribuiamo al lessema o al prefisso ve- contenuto nella parola “Veda” la stessa accezione di sacralità, inesistente invece nella traduzione convenzionale del termine effettuata in lingua indiana.

Il termine “ Veda”, in lingua nord-europea, appare dunque composto da “Ve” e dall’avverbio di luogo “da”; pertanto la traduzione letterale sarebbe “il sacro qui”, nella quale è implicito il riconoscimento del carattere sacro ed esclusivo del testo. Il significato sanscrito di “conoscenza” dato dagli Indiani al vocabolo è certamente pertinente, poiché chi si accinge alla lettura del libro sacro conseguentemente acquisisce “conoscenza”, ma è parziale poiché non è logicamente conseguenziale, viceversa, che colui il quale acquisisce la conoscenza abbia accesso al sacro. Il fatto infine che gli indiani, pur traducendo Veda con conoscenza, vocabolo che di per sé non implica necessariamente un contatto col sacro, pongano però con enfasi l’accento sulla sacralità del testo, avalla il ragionamento da noi condotto circa il significato del termine Veda, da intendersi come “il sacro qui”.

La conferma che il significato letterale originario del testo sacro indiano sia “il sacro qui” potrebbe essere ulteriormente ricercata nell’analisi del nome di un altro testo, l’Upaniṣad, scritto successivamente ai Veda, che ne rappresenta una sintesi significativa. Upaniṣad potrebbe tradursi con l’espressione “la conoscenza che promana dall’alto”, essendo composto da Uban-hir-saht o da Uban-his-sah (is sà in norreno), dove con uban (oben in tedesco moderno) si intende “sopra, alto” e con saht o sah, dal verbo tedesco sehen, si deve intendere “vedere”; trattasi però ovviamente, per effetto dell’avverbio oben, di una vista non fisica ma interiore e proveniente dall’alto, concetto del resto espresso chiaramente nella stessa Upanisad.

Non mancherebbero ulteriori argomenti, se le prove presentate risultassero insufficienti, per avvalorare la tesi relativa al significato da noi attribuito al termine germanico ve. Si può constatare infatti come il lessema fosse contenuto nei nomi collegati a persone che avevano legami col sacro, come se il nome stesso fosse stato attribuito in seguito ad un’investitura d’ordine sacro. Velleda era una profetessa germanica del I secolo che tanta autorevolezza ebbe presso i Germani e poi verso gli stessi Romani, visto che l’imperatore Vespasiano la volle al proprio fianco. Il suo nome risulterebbe composto dall’accostamento dei seguenti lessemi: Vè-Hel-da, letteralmente sacro-aldilà-qui; il nome è dunque traducibile come “colei che è il ponte tra il sacro, l’aldilà, e il piano umano”. Vercingetorige era il nome gallo del re dei re germanici, eletto da tutte le tribù galliche per ostacolare l’avanzata di Cesare nei territori germanici; nel De Bello Gallico sono nominati altri re di nome Cingetorige, ciò indurrebbe a ritenere l’aggiunta del prefisso Vè al nome Cingetorige come una consacrazione, un’investitura sacrale per condurre una guerra santa contro il nemico. Al concetto di sacro è collegato anche il nome del dio degli Ebrei Jah, coniato probabilmente dal sacerdote filisteo Jetro\Raguel, divenuto suocero di Mosè. Il nome risulta composto da Jah-vè. In tedesco moderno jah significa veloce, rapido, repentino, improvviso, cioè qualcosa che può cogliersi solo con una percezione; ve indica sacralità. Avremo così un significato verosimilmente vicino a: “il sacro all’improvviso o in movimento” nel senso che il divino, lungi dall’essere qualcosa di statico, si manifesta in tutta la sua dinamicità a colui che è altrettanto rapido nell’afferrarlo, così come deve essere capace di fare il sacerdote. Nella Śrī Īśopanisad, nella traduzione del Mantra IV, leggiamo che: “Dio, la Persona suprema, è più “rapido” del pensiero. Nessuno è “veloce” come Lui”. Significativo è che rapido, veloce, in sanscrito viene reso col vocabolo yah (Bhaktivedanta Book Trust, Firenze, 1981). Al paradiso avestico Vaejo e alla città preromana di Vèio dedicheremo uno studio a parte in un capitolo successivo. Il prefisso o lessema ve è ancora collegabile alle Vestali, il sacerdozio più antico del Lazio preromano. Vè-strahl è anche il sacro bagliore o raggio o fulmine, reso in tedesco con strahl, di cui si servono Giove, Zeus e Thor, secondo le rispettive mitologie latina, greca e germanica. Le Vestali ne divennero le custodi.

Non è certo un caso che dei tre fratelli divini della mitologia scandinava, Odhino, Vili e Vè, è proprio quest’ultimo che, partecipando alla creazione del primo uomo, gli conferisce l’udito e la vista. Questi due sensi materiali in religione sono sempre intesi in chiave metafisica, con riferimento alla conoscenza delle cose supreme, alle quali si può accedere solo se si sa “guardare” con gli occhi dello spirito e udire le voci del divino. Non è pertanto casuale che il termine sah, che in tedesco è una voce del verbo vedere, sia contenuto in quasi tutti i nomi dei profeti ebrei - Samuele, Isaia, Isai - che in origine, come è specificato nella storia di Saul, erano detti veggenti. Nell’Avestā, ancor prima che nei Vangeli, è palese il riferimento metafisico a coloro che hanno orecchi ma non odono, hanno occhi ma non vedono. Dunque il prefisso o lessema ve rappresenterebbe l’ipostasi dello stesso dio nordico Vè che, “entrando nella parola”, le conferirebbe sacralità, divenendo il “Verbo”, un tutt’uno con la parola, come se il dio Vè, penetrando nello “sprechen”, lo mutasse in parlare sacro o vesprechen. Tra i due interlocutori di un giuramento vi è dunque implicita la presenza del dio Vè, che assiste e fa da testimone; lo spergiuro avrà da vedersela personalmente con lui. Il “Verbo” dell’Antico Testamento non avrebbe altro significato. Anche nell’Avestā, per rimanere in tema, il contratto verbale è rivestito di sacralità ed è il primo per importanza dei sei contratti indicati, di cui si ha obbligo di adempienza. Zarathustra chiede a dio che implicazioni abbia una parola data non mantenuta, il dio risponde: “Il suo peccato coinvolge nella responsabilità i suoi parenti per trecento anni”.
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Capitolo XIV

La lingua dei Veda

Sulla base di quanto sostenuto nei capitoli precedenti possiamo ricondurre senza esitazione la lingua veda ad una lingua nord europea che, con varianti trascurabili, è ancora attuale nel nord Europa. La conservazione di tale lingua è dovuta al fatto che il Nord-Europa è rimasto pressoché isolato fino all’anno mille, fino a quando cioè i missionari cristiani si spinsero in quei luoghi inospitali, attratti non certo dalla ricerca di inesistenti ricchezze ma da uno spirito di abnegazione nei confronti della propria fede. La penetrazione romana non era mai stata tale da poter influire sulla lingua e i costumi delle popolazioni nord-europee, la stessa conquista della Germania fu più nominale che reale e comunque non si spinse mai fino alla Scandinavia - definita significativamente da Giordane “vagina dei popoli” visto l’inarrestabile flusso umano che da lì aveva origine - da dove invece i Goti continuarono a calare in tutta l’Europa del sud e nel medio-oriente.

Va osservato inoltre che, al di là delle fisiologiche evoluzioni della lingua parlata, l’utilizzo rituale della lingua, asservita all’espressione reiterata e immutabile di formule liturgiche, finisce inevitabilmente col cristallizzarla. La necessità di una pronunzia impeccabile, dunque sempre uguale a se stessa, nella scansione delle formule sacre, diventa l’ossessione di Zarathustra, continuamente ribadita nell’Avestā. Egli sa che non si persegue alcun risultato se l’azione del sacrificio effettuato nei riguardi di una determinata divinità non è preceduta dall’esatta pronuncia della parola di forza (Manthra). Crediamo che questo concetto sia stato patrimonio comune di tutte le religioni antiche; proprio per questo Mosè, a motivo della sua balbuzie, non potè esercitare il sacerdozio che, pertanto, dovette cedere al fratello Aronne. L’importanza del ruolo della pronuncia - che solo il sacerdote, il quale non a caso godeva di altissimo prestigio, poteva assicurare - viene continuamente ribadita anche nei testi vedici e nelle Upaniṣad. Sull’importanza dell’ufficio del sacerdote, l’Aitareya-brahmana, III, 11 (XI, 11) afferma che: “Se il sacerdote omette una sillaba nella liturgia, pratica un buco nel sacrificio”.

Come affermato sopra, vocaboli e nomi sanscriti quali Veda, Indra, Kṛṣṇa, Ācārya, Brahmastra ed infiniti altri, contenuti nel testo vedico, sono riconducibili ad una lingua che, con leggere differenze, viene ancora parlata nell’Europa settentrionale. Che il termine sanscrito devanagari indichi la scrittura utilizzata nelle “città degli esseri celesti”, rende implicito il fatto che la lingua e la scrittura veda dovessero provenire da coordinate geografiche collocabili fuori dall’India, così distanti da essere riconducibili nell’immaginario collettivo addirittura ad altri mondi. E ad altri mondi sembravano appartenere anche gli uomini che da lì provenivano, per la loro pelle bianchissima, per le loro pupille color cielo, per i capelli color fuoco e per la statura che, come conferma la mummia di Cherchen, alta m. 1,98, poteva farli definire dèi o giganti, come gli Anachiti in Palestina o i Germani descritti da Tacito. Noi crediamo che il proto-germanico sia la lingua utilizzata nel libro Veda, prima che fosse suddiviso in quattro testi, e che la scrittura accadica sia da ritenersi la matrice di quella sanscrita, in quanto è ovvio supporre che i Germani, non avvezzi alle lettere, avessero utilizzato il sistema di scrittura vigente nel luogo d’insediamento. A riprova di quanto asseriamo, riportiamo alcuni vocaboli utilizzati nella stesura dei Veda della cui origine nord-europea siamo certi. Inseriamo nel glossario anche alcuni termini non strettamente riconducibili ai Veda.


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Capitolo XV

Il Lazio e i Veda

“Roma non avrebbe potuto assurgere a tanta potenza
se non avesse avuto in qualche modo origine divina.”

Plutarco, Vita di Romolo, 1, 8.

1. Un'origine comune per popoli geograficamente distanti

A questo punto, appurato che i Veda non sono libri indiani, che i protagonisti delle storie ivi contenute non erano indiani, che il luogo geografico di provenienza di questi popoli era l’estremo nord Europa o l’Artico, non dovrebbe destare più meraviglia se si trovano punti di contatto tra la cultura del Lazio pre-romano e quella dell’India vedica, entrambi meta delle migrazioni nord-europee, come sottolineato anche da B. G. Tilak.
Più che di Lazio però si dovrebbe parlare di Italia centrale, sulla quale insistevano, ancora per tutto il II millennio a.C., popoli chiaramente nord-europei, appartenenti alla stessa etnia nonostante venissero denominati con nomi differenti che richiamavano determinate loro caratteristiche. Erano soprannominati infatti Rutuli, cioè “i rossi” (nei Veda sono citati i Rudra con le stesse caratteristiche); Sicani, “gli stanziali”; ed ancora Urunci, Equi, Latini, Antemnati, Crustumini ecc. In tale area abbiamo riscontrato vari elementi che denunciano una comune origine con l’India vedica e una similare cultura portata dagli Arii o dai nord-europei. È probabile tuttavia che il popolo nordico o artico che permeò maggiormente il Lazio fu quello dei Sicani in quanto, come affermava Tucidide, era il più antico, stanziato anche in Sicilia. Dei Sicani di Sicilia Tucidide scrisse che forse erano ancora più antichi degli stessi Ciclopi, come sembrerebbe dimostrare il nome che li definisce, sich an, gli stanziali, in lingua tedesca.

Provare che siano stati i Sicani i primi portatori della cultura laziale e siciliana, piuttosto che altri popoli nordici, è importante poiché la presenza di questo popolo nel territorio italiano sembra coeva a quella del popolo degli Arii, protagonisti dei Veda, in India. Uno dei tanti elementi che accomuna Sicani siciliani e Sicani laziali è la lingua. Comparando la lingua latina della fibula prenestina del VII sec. a.C. e quella sicana (VI sec. a.C.) delle brevi epigrafi riportate su frammenti di tegoli funebri e della ben più lunga epigrafe urbica del Mendolito nel territorio di Adrano - città sicana di Teuto, che più a lungo delle altre mantenne l’idioma sicano a motivo del culto del dio Adrano ivi praticato - abbiamo notato che entrambe possono essere facilmente tradotte con il contributo della lingua tedesca.

Infatti quest’ultima, nel corso dei millenni, ha subito pochi cambiamenti rispetto al proto-germanico, mentre il latino, osserva lo storico greco Polibio (206 – 124 a.C.), era così mutato che i Romani del suo tempo non erano più in grado di comprendere la lingua con cui si era scritto il trattato con i Cartaginesi, un paio di secoli prima. Tuttavia, ancora al tempo di Cicerone, in vocaboli di chiara derivazione nord-europea - per quanto fosse stata persa la consapevolezza di tale origine - poteva racchiudersi ancora l’identica, immutata weltanshauung che quegli emigranti nordici avevano portato con sé nelle loro wanderung verso il sud. Uno di questi vocaboli fu quello di “gentes”. Cicerone diceva dei plebei: “gentes non habent”, palesando un disprezzo basato non sull’infima loro posizione sociale, bensì sul fatto che essi non avevano saputo mantenere il rapporto di continuità spirituale con gli antenati, lasciati nelle terre d’origine. Non dimentichiamo a tal proposito le argomentazioni addotte dal pio Camillo allorquando dovette convincere i Patrizi a non abbandonare la città di Roma, ridotta ad un cumulo di macerie da Brenno, per trasferirsi a Veio, appena conquistata, nella quale intendevano recarsi i plebei: egli ammonì i Patrizi, sostenendo che per i plebei era molto più facile abbandonare l’Urbe poiché costoro non avevano lì i loro antenati, ma i Patrizi solo a Roma avrebbero potuto svolgere i riti in onore degli avi, che con quel sacro suolo si identificavano. Con gli antenati i plebei avevano reciso ogni possibile legame, dunque i loro avi “non potevano più procedere”, si erano arrestati e di conseguenza i discendenti non potevano esercitarne più il culto. Attraverso i discendenti gli avi continuavano ad “andare”: questo è il significato del verbo tedesco gehen. Cicerone dunque utilizzava inconsapevolmente, nella sua famosa frase, il participio presente del verbo tedesco gehen, “gehend” o “andante” (precisiamo che la pronuncia latina arcaica, come quella tedesca, di ge era gutturale). Dunque per Cicerone e i Romani del suo tempo, di cui egli rappresentava la più prestigiosa espressione culturale, l’Avo era “l’andante”, il “gehende”, colui che procedeva nella sua missione in terra attraverso il proprio erede. Per tal motivo il pater familias riteneva un dovere verso gli Avi concepire un figlio che, per l’appunto, definiva figlio del dovere in quanto, con la nascita del primogenito, si esauriva il suo dovere e compito nei confronti degli antenati che, attraverso i discendenti, ai quali, come in un’ideale staffetta, consegnavano il testimonio, continuavano ad essere degli “andanti”, continuavano ad andare avanti. Qualora il romano non fosse stato in grado di procreare avrebbe fatto ricorso all’istituto dell’adozione che, come avviene in un innesto, continuava spiritualmente quel procedere.

lI popolo del periodo veda, nel suo percorso terreno, conobbe due possibili vie di realizzazione spirituale che conducevano, nell’altra vita, a due diversi stati dell’essere. Una via conduceva al mondo dei deva (la via degli dèi, devayāna), l’altra a quella degli antenati o Pitryāna (Pitry, padre). Il lessema ptr, contenuto nel nome Padre così come in Pietro, l’apostolo cui Gesù avrebbe dato questo soprannome dopo averlo “guardato fisso negli occhi”, esprime in antico tedesco un concetto di forza extra-fisica, magica per l’appunto. Non a caso tale lessema è contenuto nel vocabolo Pater, che ritroviamo, con piccole varianti, in tutte le lingue indoeuropee. Il Padre è il “ponte” che unisce il figlio al nonno, la terra al cielo; è colui che celebra il rito familiare, rivestendo il ruolo di sacerdote o “pontefice”. Attraverso il rito si persevera il forte legame spirituale tra l’ascendente e il discendente, tra il passato e il futuro e si genera l’intenso dinamismo tra le forze spirituali degli avi e quelle vitali dei familiari che alimenta la stirpe o gentes. Il pater familias è colui che, applicando la pietas, fa sì che l’avo continui ad essere un “andante”, per il bene della famiglia e della Patria.

2. Adrano, l’avo dei Sicani. Quale rapporto con Jahno?

Il nome sicano Adrano, attribuito dai Sicani al loro antenato divinizzato, è composto dal lessema dhr-, col significato di furore, e –ano, col significato di avo, antenato, cielo. Anche in India il dio Kṛṣṇa veniva appellato “l’Avo, l’Anziano dei Kuru”, mentre i Sumeri denominarono Ano la loro massima divinità. Il dio Sicano, in Sicilia, oltre ad essere Ano, ovvero antentato, era però appellato anche “furioso” attraverso l’aggiunta del lessema dhr- al suo nome; tale attributo alludeva alla furia con cui il gigantesco vulcano, con i suoi assordanti boati e le sue terrificanti eruzioni, aveva accolto il popolo sicano. Ecco perché in Sicilia l’antenato divinizzato, -ano, animato da un divino furore (dhr- ), veniva denominato Adr-ano.

Questi antichi popoli erano maestri nel coniare termini sacri, visto che provenivano da un luogo dove le aurore boreali con le loro scariche elettriche, le infinite notti e le interminabili aurore capaci di incendiare i cieli e i laghi, avevano ammantato di un alone di sovrumana sacralità, quasi si trattasse di un paradiso, la patria avestica, Vaejo, in cui coabitavano con gli dèi. Non a caso il tempio che i Sicani di Sicilia eressero al dio Adrano si trovava alle falde del vulcano, là dove la manifestazione della presenza divina era più evidente. La città che ospitava il tempio, rinominata nel 400 a.C. con il nome del dio, Adrano, precedentemente, al momento della fondazione sicana, era stata denominata Innessa a motivo della fertilità che miracolosamente quelle ceneri e quelle lave producevano attraverso il loro sfaldamento nel corso dei millenni. Teuto, il cui nome riconduce ai Teutoni, dei quali parlò per la prima volta Pitea di Marsiglia (380-310 a.C.), era il nome del principe sicano che governava, come primus inter pares, la cittadina siciliana di Innessa; Etna era, alla luce della nostra teoria, sua figlia, sposa ambita dai principi siciliani, in onore della quale anche il vulcano assunse il suo nome attuale. Si consideri che Ethna era il nome di una delle mogli dell’eroe celta Cuchulain e Cocalo era il nome di un re Sicano di Sicilia, collocabile intorno al XIII sec. a.C., mentre Caco era il nome di colui che, nel Lazio, tentò di rubare i Buoi ad Ercole e Kaka era, in India, il nome del figlio di un prestigioso sacerdote del fuoco, Angirasa. Il termine Inn-essa (cioè “dentro-cibo”, con allusione alla ricchezza delle messi della città di Teuto), è un termine che ritroviamo in epigrafi Ittite esattamente con lo stesso significato di mangiare o di cibo (ezzan). Ma è nelle Upaniṣad che il cibo assume un valore ulteriore e metafisico, rappresentando, oltre che un semplice mezzo di sopravvivenza, il sacrificio stesso del dio upanisadico Prajāpāti che, all’inizio della creazione, dà in sacrificio se stesso, anticipando il simbolismo cristiano dell’eucarestia, ricordato dalle parole: “Prendete e mangiate, questo è il mio corpo”. Il Taittiriya Upaniṣad è particolarmente eloquente per ciò che concerne il concetto metafisico del cibo: “ Dal cibo, in verità, sono generate le creature viventi che risiedono sulla terra (…), il cibo è il più antico degli esseri. Per questo viene detto: il medicamento per tutti. (…) Gli esseri nascono dal cibo. Una volta nati, crescono per mezzo del cibo. Il cibo viene mangiato e mangia gli esseri: per questo viene detto “cibo”“. Cibo in sanscrito viene tradotto con il termine anna ed in Mesopotamia la dea della fertilità era chiamata Innanna, col chiaro ed identico significato che ha pure Innessa nella lingua sicana: “il cibo dentro”. Che questo cibo abbia per le Upaniṣad, per i Sicani, per i Sumeri e, come vedremo, pure per gli Ebrei o forse i Filistei, lo stesso valore eucaristico dei cristiani, inteso cioè come il cibo che mette in comunione con gli avi e dunque col Cielo, lo conferma anche il termine mosaico di “manna”, quel cibo miracoloso, caduto dal cielo, che salva dalla morte gli Ebrei nel deserto. Si comprende dunque come il significato di cibo, anche metafisico, attribuito al termine sanscrito anna non contraddice quello, già da noi attribuito ad an/ano, di antenato, in quanto “il cibo è il più antico degli esseri” da cui “sono generate le creature viventi”, è l’essere primordiale, l’avo per eccellenza.

Il dio sicano Adrano, l’Avo, è certamente assimilabile al dio laziale Jahno, il dio della porta, il cui nome è un attributo del dio formato dal lessema Jah-, in lingua tedesca “veloce, rapido, repentino”, riferibile a quella rapidità o destrezza mentale più volte riscontrata nell’Avestā con riferimento alla divinità, e –ano, che in antico alto tedesco significa nonno, avo, antenato. Anche nella Bhagavadgītā è riportato il nome di un saggio di nome Jahnu, dal cui orecchio, secondo il mito, sarebbe scaturito il Gange. Perciò Adrano e Jahno, dèi sicani, sono sostanzialmente interscambiabili, poiché rappresentano entrambi l’avo, l’antenato, il capostipite, il primo uomo ad essere entrato, in seguito alla morte, in contatto col divino; all’avo siculo fu però attribuito anche il concetto di “furore”, ricordato dal lessema “dhr” contenuto nel suo nome, al secondo quello di “repentino”, “intellettualmente veloce”, “yah”, caratteristica necessaria per chi debba attraversare indenne la porta dell’aldilà e farne ritorno incolume. Il lessema Ano, cioè nonno, avo, è pertanto interscambiabile con quello di divino. Infatti gli Ittiti per dire che il proprio padre era morto usavano dire “quando diventò dio”. Ecco perché dhr+an si può tradurre con: “furore divino” e Jah+ano con “percezione o intuizione divina”.

Il contatto dell’avo col divino, che avviene nella dimensione extra-fisica, gli fa acquisire un nuovo status di “conoscenza” di ordine metafisico, tale da assimilarlo pienamente ad un dio, esattamente come avvenne nel caso di Indra. Indra era, secondo i Veda, un essere umano che ebbe l’ardire di ascendere verso le mete divine e porre domande a Prajāpāti, il dio creatore, riguardanti la conoscenza divina; le risposte del dio gli fecero raggiungere lo status di immortale. Crediamo che in questa accezione viene utilizzato il vocabolo Jñāna nei Veda. Infatti sua Divina Grazia traduce il vocabolo sanscrito Jñāna come conoscenza, sapere spirituale, ricerca della verità (Glossario Vol. III dello Śrīmad Bhāgavatam) e lo Jñāna-yogī è colui che possiede il sapere spirituale. Nei Veda il lessema An trova posto anche nel nome di particolari sacerdoti, denominati Angirasa, e del dio A(n)gni, il dio del fuoco, l’elemento intorno al quale ruotò la sacralità dell’intera interpretazione del mondo presso i popoli nord europei, sotto forma di luce, calore e, nel mito prometeico, “conoscenza”, progresso, civiltà. Tali caratteristiche sono presenti pure nel culto di Adrano, in cui il fuoco, come promanazione divina, è simboleggiato dal monte Etna, paragonabile, con le sue fluenti, costanti eruzioni, al tripode posto nel pritaneo greco o al centro della casa romana, che sorregge una “caldera” in cui arde un fuoco perennemente acceso; non mancano tali caratteristiche nemmeno in riferimento al culto di Giano, visto che per lui veniva tenuto perennemente acceso, dalle sacerdotesse Vestali, un fuoco sacro.

Al sole viene associato il fuoco, che lo sostituisce in terra, assumendo un ruolo non solo fondamentale ma anche sacro, soprattutto in un clima artico, che ne giustifica la collocazione al centro della casa, da cui si propaga anche una luce spirituale; si osservi che se il pritaneo è, per estensione, il focolare, Prtha, madre di Arjuna, discepolo di Kṛṣṇa, potrebbe essere la “sacerdotessa o custode del fuoco”. Il fuoco, nei luoghi artici, sostituiva il sole nei sei mesi di notte boreale in cui esso spariva completamente ; si noti che il canto VIII, 24/25 della Bhagavadgītā fa riferimento ad un sole che per sei mesi va verso il nord e per sei mesi verso il sud. Il fuoco conservò tale ruolo sacro di sostituto del sole in Sicilia, in Grecia, nel Lazio, in India, nonostante questi luoghi non soffrissero dell’assenza della luce e del calore del sole, come nell’estremo nord. L’elemento fuoco, nei paesi del sud, abitati da questi uomini del nord, si trasmutava in qualcosa capace di andare oltre il compito materiale di riscaldare e illuminare: esso diveniva metafora e ricordo delle origini, diveniva il simbolo dei penati, le cui statuine venivano collocate presso il fuoco; diveniva mezzo della trasmissibilità spirituale delle virtù dei padri, alimentate con le virtù dei figli, così come la brace si alimentava con l’inserimento di nuovi tizzoni. Anagni dovette essere la città laziale dedicata al culto del fuoco spirituale (da an-ignis, il fuoco divino) perennemente vivificato in Lazio dalle Vestali, come in India dai Bramini. Anagni era una delle cinque città saturnie, fondate dal dio Saturno, iniziatore, secondo il mito italico, dell’età dell’oro, e accolto con benevolo affetto da Giano, che già governava il Lazio. Non è certo casuale che l’età dell’oro indiana fosse indicata con il termine Satya yuga; infatti la comune radice sat dei nomi latino e vedico, entrambi collegati ad un’epoca d’oro, di benessere, prosperità, sazietà, sia fisiche che spirituali, trova la sua giustificazione nella lingua germanica. Nel tedesco moderno satt ha il significato di sazio, saturo, pieno, tutti aggettivi confacenti ad un’età aurea caratterizzata dalla potenza economica e dalla solarità, ad uno stato di sazietà, di felicità dell’uomo, simile a quello vissuto nell’età di Sat-turno (Turno, nel racconto virgiliano, era il re dei Rutuli, un discendente del dio in questione). Il vocabolo dunque viene utilizzato dai Veda e dai proto-latini esattamente con lo stesso significato di “età della pienezza o felicità”. Che il lessema sat sia collegabile al concetto di abbondanza è riscontrabile pure nell’Avestā, in cui emerge, in varie parti del testo, un’economia fondata sulla ricchezza dei prodotti della terra, dall’abbondanza dei quali scaturiva la serenità, la felicità, il senso di sicurezza, tanto che Zarathustra, preoccupato dell’eventuale venir meno di tale stato di tranquillità, interrega il suo dio: “Chi è, o Ahura Mazda, colui che minaccia di portar via al mondo la pienezza e l’accrescimento ? “. Con la “pienezza” cui allude Zarathustra trova traduzione il vocabolo “sat”.

Comprendiamo come, osservando la cultura dell’Italia moderna e quella dell’Oriente indiano attuale, avere l’ardire di sostenere la presenza di un probabile filo di congiunzione tra le due civiltà possa sembrare cosa quanto meno stravagante. Tuttavia vogliamo cimentarci in tale impresa. Il capo di tale filo conduttore va ricercato, ovviamente, in tempi antichissimi, quando vi era un popolo che faceva da ponte tra queste due aree geografiche distanti tra loro. Tale popolo si divise in sottogruppi, ognuno dei quali portava nomi diversi; quelli che pervennero nella penisola italica furono chiamati Rutuli, Ernici, Sikani, Latini, Arunci, e si stanziarono nell’Italia centrale. Nel momento in cui una tribù, più potente delle altre iniziò a predominare sulle altre, impose anche il proprio nome, come conferma pure Tacito a proposito dei Germani. La lingua, i riti, le usanze erano i medesimi. Ciò rese più facile la loro fusione. Il periodo d’insediamento di tale popolo nel Lazio è compatibile col periodo in cui i Veda si insediarono nell’India settentrionale.

Si è pensato per molto tempo che, in seguito alla fondazione di Roma, si fosse resa necessaria la costruzione di una teogonia prestigiosa, come se i fondatori non avessero proprie origini, adeguata ad una città che, per dirla con Plutarco, doveva farsi carico dei destini del mondo; tale teogonia, secondo gli studiosi, sarebbe stata presa in prestito dalla prestigiosa Grecia, da cui i Romani rimasero affascinati. Crediamo però che le cose non siano andate proprio così: per quanto questo non sia l’argomento del nostro saggio dobbiamo comunque ribadire che la teogonia, come l’intera weltanshauung, riporti al nord-europa, giustificando in tal modo le somiglianze tra l’India e il Lazio. Ancora oggi, per arrivare nel Lazio partendo dalle Alpi, si attraversa un territorio cosparso di toponimi che riconducono a concetti religiosi o costumi riscontrabili anche nelle aree indiana e mesopotamica. Il dio sumero An o Anu trovava nel latino Jahno il suo corrispettivo italico, in Giove quello romano; una corrispondenza anche maggiore la si riscontra con il dio Vedjovis dell’età arcaica romana, che Dionigi di Alicarnasso enumerò fra i cinque dèi arcaici di Roma e non seppe equiparare ad alcuna divinità greca. Andria, Adriatico, Adrano, sono nomi di città, mari, dèi Sicani, che si ritrovano lungo l’ideale ricostruzione del percorso di questo popolo, insediatosi nel Lazio con altri nomi, sin dall’età d’oro di Saturno o, come si è già spiegato, Sat-Turno. Lessemi di chiara matrice nordica quali An, dhr, il già menzionato Ve, hanno timbrato il territorio che dal nord Europa, passando per il Medioriente, conduce fino in India. Il fiume Adrana, attuale Eder, già nominato da Tacito e sito in quel luogo dove le legioni romane di Germanico si scontravano con gli indomiti Germani, riproduce il nome del dio Sikano Adrano e quello sumero an o anu ed è presente nel nome della sorella di Kṛṣṇa, Subadhra. Il significato del lessema dhr-, riconducibile a furore, secondo lo studioso degli dèi indoeuropei G. Dumezil, ben si adatta al concetto di “furore divino”, cui accenna pure il poeta indiano nell’inno vedico 52. Ben si addice al furore bellico del dio Sicano Adrano, che i Romani pensarono bene di contenere con la costruzione di un muro attorno al suo tempio, mettendo in atto una pratica magico\religiosa conosciuta pure dai Veda, affinché impedisse la propagazione della sua potenza distruttrice sull’impero e non investisse le legioni romane in quella guerra punica nella quale i siciliani sostennero, sciaguratamente, i Cartaginesi. Ben si addiceva quel “furore divino”, “dhr-an”, alle correnti del fiume tedesco Adrana ( Eder) che, nella loro violenta, impetuosa, vorticosa e innarestabile manifestazione di forza, lasciavano presagire la manifestazione della potenza di un dio. La manifestazione del divino attraverso la natura rappresentava il comune sentire dei Germani di Tacito, dei proto-laziali, delle popolazioni vediche, secondo i quali dio si manifesta in ogni cosa (Bhagavadgītā, X), così come il sole si manifesta attraverso i propri raggi.

Grazie a Tito Livio possiamo constatare l’affinità tra i primi culti romani e quelli dei Sicani, dei Germani, dei Veda e degli Ittiti; lo stesso concetto della migrazione delle anime fu una concezione comune a Germani ed Indiani. Romani, Adraniti e Veda sono accomunati ad esempio dal simbolismo dei cani: il tempio di Adrano è protetto dai cani; il fulvo dio Indra, Signore del cielo o Anu presso i Sumeri, ha al proprio seguito un cane; Yama, l’Avo, l’uomo primordiale dei Veda, attende presso la soglia dell’aldilà, in compagnia di due cani, uno nero e uno maculato, figli del segugio di Indra, le anime dei defunti a lui care, per guidarle verso la via degli antenati (“metti il defunto, o re, sotto la protezione dei tuoi due cani, guardiani e custodi della via” - RV. X,14). Jahno, dio della porta e guardiano dell’aldilà, Adrano, legato al simbolismo della porta ed accomunato ad Indra dal simbolismo del cane, Yama, custode, come Indra, della porta che introduce alla via degli antenati, sono manifestazione di una concezione speculare del mondo dell’aldilà.

In particolare comune a tutti questi popoli fu l’antichissimo culto del Toro, che ritroviamo anche nella neolitica Çatal Hüyük. Fin dall’inizio della fondazione dell’Urbe questo animale viene utilizzato come indispensabile elemento rituale: l’aratro, aggiogato ad una mucca e ad un toro, traccia il pomerio entro il cui perimetro viene eretta la città sacra. Ma ciò che maggiormente accomuna il culto romano del toro con il tempio proto-ittita di Çatal Hüyük è la presenza di tale animale, o meglio delle sue corna, nel tempio di Diana fatto erigere da Servio Ostilio. Tito Livio, che testimonia tale culto, indaga sulle origini dello stesso; i sei secoli trascorsi fra la sua epoca e quella del terzo re di Roma (641 a.C.) sono troppi perché lo storico colga il vero significato simbolico del culto, tanto meno può rintracciarne le sue origini protolatine. Ma è a noi chiaro che la dea della fecondità proto-ittita, la dea mesopotamica Innanna, la dea romana della luce, della caccia, dei boschi, siano espressione dello stesso culto originario e manifestazione della spiritualità di un unico popolo che, nell’ottavo millennio a.C., spinto dall’inclemenza del clima artico, allungava la propria marcia verso sud, verso il sole, dividendosi in mille sottogruppi.

3. I Sicani e i popoli consanguinei

Sui Sicani che abitavano il Lazio intorno al XV sec. a.C. vi è un piccolo accenno nell’Eneide di Virgilio, così come un marginale riferimento ai Sicani di Sicilia è presente in Tucidide; entrambi gli scrittori avevano evidentemente difficoltà a ricostruire le vicende di un popolo del quale, a motivo della sua vetustà, si era perduto ogni ricordo storico. Nel racconto virgiliano la parte del leone è svolta dal Rutulo Turno, nipote del re Latino, e si evince che Rutuli e Latini avevano un ruolo di supremazia all’interno della confederazione dei popoli nordici che occupavano il Lazio, paragonabile a quello di Sparta ed Atene nella Grecia del V sec. a.C.; non meno importante tuttavia doveva essere il ruolo dei Sicani in quanto, esaminando la toponomastica dell’Italia centrale in particolare ma anche dell’intera penisola, notiamo che essi diedero il loro nome ai mari e alle aree geografiche più significative. Tale considerazione ci induce a dedurre, dando ragione a Tucidide, che essi furono il popolo più antico, cioè quello che per primo passò le Alpi e per primo diede il nome alle terre che attraversava.

Il lessema –an, su cui abbiamo già avuto modo di disquisire, contenuto nel nome del popolo in oggetto, nome che potrebbe significare anche “dio in sé”, dio inteso come divinizzazione dell’Avo (sic-an), è contenuto infatti in vari nomi e luoghi sparsi per la penisola. An-dria è il nome di una città e A(n)-driatico è quello del mare orientale della penisola, da loro solcato con buone probabilità quando il popolo, scendendo lungo il Danubio e giunto presso lo stretto dei Dardanelli o forse all’altezza dei Balcani, si divise, sicché un gruppo proseguì fino in Mesopotamia e l’altro risalì il mare Adriatico, giungendo nel centro Italia. Fu durante l’attraversamento di questo “impetuoso” mare che i Sicani lo definirono “-dhr”, che significa appunto “impetuoso, furioso”. Stesso aggettivo i Sicani giunti in Sicilia avrebbero attribuito al dio del Cielo, Adrano, manifestatosi con l’impetuoso o furioso tuonare del vulcano Etna, la cui maestà, ancor oggi, non può che essere associata ad un ineffabile “sacro divino furore”; al dio eressero un tempio proprio alle falde del vulcano. Anche l’antichissima città Saturnia An-agni (An-ignis) porta il sigillo sicano e il suo nome potrebbe significare “il fuoco di dio”. Tra le cinque città saturnie figurava pure Alatri; nel vicino Abruzzo vi è la cittadina di Atri, che è anche il nome di un saggio citato nello Śrīmad Bhāgavatam.

Il lessema ve, che si ritrova nel nome di molte città di matrice nordica, intendeva indicare proprio il significato, rimasto immutato fino ad epoca vichinga, di sacro; del resto Vè era anche il fratello di Odhino e partecipò con lui alla creazione, donando all’uomo la parola e i sensi, intendendo con “sensi” la percezione del divino. Citiamo ad esempio i Veneti, da cui si ha successivamente Venezia, o Ve-net; Velletri da Vè-hel-dhr (il norreno dhr diventa thr in germanico); Vesta, da Vè-strhal; Veio, e potremmo continuare ancora per molto. Come si nota il lessema ve precede sempre un vocabolo appartenente al campo semantico della sacralità: nett è sinonimo di pulizia sia in tedesco che in italiano, visto che nettare significa eliminare ciò che è estraneo, impuro; hel significa lucente, luminoso ed immateriale, indica l’aldilà; dhr, l’abbiamo già affermato, indica il furore divino; strahl in tedesco è il lampo, il fulmine, sempre associato al concetto di divino e al fuoco prometeico custodito dalle sacerdotesse vergini, le Vestali. Quanto alla città di Veio, comunemente ritenuta di fondazione etrusca, è riconducibile a più antiche origini sicane. Si noti inoltre che il lessema ve è contenuto anche nel termine avestico Vaejo, omonimo della città italica, con cui è indicata la patria originaria ovvero il paradiso, il luogo sacro per eccellenza; che vi siano collegamenti religiosi tra gli Arii orientali e i popoli nordici che abitarono l’Italia pre-romana appare sempre più chiaro. Si aggiunga che Plutarco cita una divinità arcaica, Vedjovis, il cui nome ricorda sia Veio, che avrebbe potuto essere la sede originaria del suo culto, sia Vaejo.

Altro elemento comune tra i Romani, i Siculi laziali e i Veda lo troviamo nel culto del cinghiale, varaha in sanscrito e verro in latino, che è presente in tutta la mitologia occidentale, nel cui nome rintracciamo ancora una volta il lessema ve. Per i Veda particolare importanza aveva il “cinghiale bianco”, incarnazione dell’avatara che scese in terra durante l’età d’oro. Il “cinghiale caledonio” era invece il cinghiale del mito greco; si noti che la Caledonia era il nome che i Romani avevano dato alla Scozia e che, nella mitologia nordica, si raccontava che il cinghiale avesse sollevato la terra in un tempo primordiale, risalente ad epoche glaciali.

Con l’Avestā, il Lazio avrebbe in comune anche il calendario. Infatti i Romani avevano un calendario, poi riformato da Numa, di dieci mesi e nel Fargard n. 1,3 dell’Avestā si legge: “Dieci sono i mesi in questa terra, due estivi e poi quelli freddi”. Lo stesso nome di Numa, anagrammato, richiama alla mente quello del germanico Manno, dell’Indiano Manu e quello egizio di Amon o Amun, corrispondente a Numa se letto da destra a sinistra, come erano soliti scrivere e leggere gli antichi popoli, Romani compresi, come si evince dall’iscrizione della famosa Fibula prenestina del VI sec. a.C., dove figura il nome di un tale Numa o Numasio scritto per l’appunto da destra verso sinistra.

Altri elementi che accomunano tutti questi popoli consanguinei, inducendoci a ricercare per loro comuni origini nord-europee, sono il culto degli antenati, molto sentito sia presso i Veda che presso i Latini, i legami familiari, il legame che induceva talune mogli, sia presso i vichinghi che in India (Śrīmad Bhāgavatam), a seguire il proprio marito nell’aldilà o il fatto che questi popoli attuassero il sacrificio del cavallo. Tale sacrificio veniva praticato presso i Veda (Śrīmad Bhāgavatam I,12,26): è compiuto ad esempio dopo la cruenta battaglia di Kurukṣetra e a praticarlo erano i re (I,12,32) con finalità di purificazione. Nel verso 32 si afferma che “il sacrificio richiede molte ricchezze”; presso gli Alamanni e i Vikinghi il sacrificio del cavallo, sepolto accanto al suo possessore, era riservato ai capi, a coloro che avevano uno status sociale elevato, e l’usanza si protrae sino ad epoca vikinga, quando viene proibito dalla religione cristiana. Anche il greco Agathias attesta tale usanza ancora fino al VI sec.d.C.; Plutarco ci fa sapere inoltre che pure i Romani praticavano questo sacrificio in età arcaica.

Presso i Germani, il clan familiare era sinonimo di unità, sopravvivenza e forza della stirpe. Tacito ci informa che presso i Germani i figli delle sorelle venivano allevati dagli zii come propri figli, come accade pure fra i Veda. Il prestigio derivava da un clan forte, numeroso e unito e la divisione all’interno di un clan era considerata la cosa più infausta che sarebbe potuta accadere. Lo stesso concetto di unità è ravvisabile tra gli Ittiti, i Filistei, i Romani e tutti i popoli indoeuropei, compresi ovviamente i Veda. Maharajà Yudhistrhira regnava in pace ed era assistito dai fratelli minori, ”tutti perfetti amministratori” (I,13,16 Śrīmad Bhāgavatam); la battaglia di Kurukṣetra fu dunque una traumatica guerra fratricida, come quella avvenuta in Palestina tra la casa di Saul e quella di Davide e poi dentro la stessa famiglia di Davide. A proposito dei comportamenti bellici aggiungiamo, citando Tacito, che “ i Germani (avevano) altri carmi la cui intonazione chiamano “bardito”; con essi (accendevano) gli animi alla battaglia” (Tacito, Germania 1,3); pure Kṛṣṇa intona canti sul campo di battaglia di Kurukṣetra (Śrīmad Bhāgavatam I,12,21).

Si aggiunga, al fine di sottolineare gli elementi di affinità tra i popoli oggetto della trattazione, che i Veda furono redatti dagli stessi Arii che compilarono l’Avestā. A noi pare evidente che i Latini fossero apparentati con i Sumeri, il cui nome deriva dal protogermanico zu-mer (“dal mare”), in quanto giunti in medioriente dal Mar Nero, dopo aver percorso il Danubio, che nasce nella Foresta Nera, in Germania, dove Cesare collocava la tribù dei Catti, descritti da Tacito con lunghi capelli biondi, come le mummie bionde ritrovate nel Caucaso e in Cina settentrionale. Il dio supremo dei Sumeri era An o Anu, avo o antenato in a.a.t., motivo per cui Sicano (sich è pronome riflessivo) potrebbe significare “il continuatore della stirpe”, “l’Avo in sé”. Kṛṣṇa, nei Veda, veniva appellato sovente l’Avo, l’Anziano dei Kuru. La dea sumera Innanna (innen significa in tedesco “dentro”), figlia del dio An, era pertanto colei che custodiva simbolicamente “dentro di sé” gli “antenati”; nel suo ruolo di dea madre, dea della fecondità, era lei stessa il tempio vivente della stirpe, assimilabile ad Hestia, dea del fuoco dei proto-latini. Le sacerdotesse Vestali erano le custodi del fuoco, mai disgiunto dal culto dei penati o dei lari, degli antenati della famiglia.

An presso i Sumeri prese pure il significato di Cielo, probabilmente perché il cielo era il luogo dove gli antenati si raccoglievano dopo la loro morte; pertanto Innanna poteva anche definirsi: “figlia del cielo” essendo ella stessa tempio vivente e perciò luogo e dimora degli antenati. Crediamo, a tal proposito, che non sia affatto una coincidenza che l’Imperatore cinese venisse appellato “figlio del Cielo”. Nella Cina arcaica occidentale del bacino del Tarim, dove vennero trovate le mummie bionde risalenti al 1000 a.C., il dio supremo veniva chiamato Cielo (T’ien). Più esplicita è la Bhagvadgita sul fatto che il cielo sia il luogo dove risiedono gli Avi. Infatti nel canto 20 Kṛṣṇa afferma che i sacerdoti che lo onorano tentano di arrivare al cielo per mezzo dei sacrifici che gli tributano e, “avendo raggiunto la sede santa del capo degli dèi, assaporano in questo luogo celeste le divine fruizioni degli dèi”. Ancora a proposito del lessema an, inteso come cielo, osserviamo che il primo re ittita si chiamava Anittas, nome composto, a nostro parere, da An, cielo e itan, ricollegabile al gotico Haitan, che significa evocare, chiamare, urlare e corrispondente al tedesco moderno heissen. Il re Anittas era pertanto “colui che evocava il Cielo”, quasi un pontifex di romana memoria o un re sacerdote, come il suo successore Labarna\Hattusili, noto per il suo uso rituale e mistico del pane e del vino, celebrato quasi due millenni prima rispetto ai cristiani.

In Cina gli dèi non avevano nomi, proprio come avveniva per i Persiani e i Pelasgi descritti da Erodoto. Qui il culto degli antenati era importantissimo e solo l’imperatore, come il pontefice massimo nella Roma arcaica, poteva officiarne il rito. Ci piace segnalare che, in epoca storica, vengono annoverati in Cina otto sovrani i primi tre dei quali vengono chiamati Augusti; ma Haug in protogermanico indicava un luogo sacro, un altare. Il terzo di questi imperatori (2697 a.C.) venne appellato “l’imperatore giallo”; questo ci fa supporre che gli altri non lo fossero e che quest’ultimo rappresentasse un’anomalia rispetto ai suoi predecessori. Va notato che in Cina, fino al 2205 a.C., la successione dei sovrani avveniva tramite approvazione di un consiglio, così come nella tradizione occidentale nord-europea l’elezione del re era affidata al Thing (assemblea). A partire da tale data si passò alla discendenza naturale con la formazione delle dinastie. Negli Annali di Confucio si legge che i cinesi praticavano il culto degli antenati con riti che noi accomuniamo a quelli occidentali praticati ancora in epoca vichinga: ci si riferisce al sacrificio del cavallo e al seppellimento del carro da guerra nella tomba del defunto. Anche la poligamia degli imperatori cinesi ricorda quella di re ittiti, filistei, persiani, germani.

4. Il ruolo della donna nella società dei Veda

Tra i popoli occidentali il ruolo della donna fu sempre rispettabile e rispettato ed in seno alla famiglia, come nella società, le furono riconosciute qualità e virtù grazie alle quali fu spesso ai vertici del potere e della cultura.

Presso i Filistei e i Germani la donna arrivò al punto di comandare eserciti; ella fu sacerdotessa, veggente e, in molti casi, era capace di condizionare la politica. Donne filosofe si hanno in Grecia, dove Socrate considerò Aspazia sua maestra; Ipàzia rappresentò il caso più conosciuto di donna filosofa a Roma e già tra gli Scipioni le donne facenti parte della famiglia più prestigiosa di Roma patrocinavano nell’Urbe circoli filosofici condotti da filosofi provenienti dalla Grecia; la leggendaria Semiramide dalla carnagione bianchissima si spinse, come vuole Diodoro Siculo, a far la guerra in India, fondando città e comandando eserciti, e quand’anche si trattasse di leggenda, sarebbe comunque espressione di una mentalità occidentale avvezza ad attribuire ad una donna imprese degne di eroi epici; anche tra i Veda, nelle Upaniṣad, si fa riferimento alla filosofa Gārgī Vacaknavi.

Presso gli Ittiti la tawananna, la regina, sovrintendeva al palazzo e spesso firmava, con un proprio sigillo, le lettere diplomatiche dirette ai paesi stranieri. Certamente nell’India post-vedica non rimane traccia di tale concezione della donna che, anzi, viene considerata un essere inferiore, con un quoziente intellettivo pari a quello degli schiavi. Nello Śrīmad Bhāgavatam (I,14 v. 42), dalla spiegazione che l’Ācārya dà del verso 42, nel quale si fa riferimento alle modalità con cui al tempo dei Pandava avveniva “l’unione dell’uomo e della donna”, appare evidente che egli non sappia indicare con precisione lo status della donna all’epoca dei Veda. Noi tuttavia siamo certi che la condizione della donna nella società vedica fosse equiparabile a quella rivestita dalla stessa presso i Filistei della Bibbia, presso i Germani descritti da Tacito e presso i Romani del periodo augusteo, dove essa godeva di un prestigio e di una libertà totali. Lo conferma il fatto che il tredicesimo avatara fu una donna e ancora il fatto che le regine veda avevano rapporti extra-coniugali senza che per questo fosse sminuito il loro prestigio o dovessero subire vessazioni da parte dei mariti. Perfino i matrimoni incestuosi tra zie e nipoti, testimoniano che tali matrimoni erano fittizi e servivano solo al fine di cementare i rapporti tra famiglie potenti, unire regni o comunque accrescere grandi patrimoni, alcuni dei quali concentrati in mani femminili. Matrimoni con questa connotazione furono molto utilizzati anche dai Romani. Il fatto poi che i figli della regina Kunti, avuti da rapporti extraconiugali, avessero uguale trattamento rispetto ai figli legittimi del re rafforza tale tesi; è significativo che il regno fu ereditato addirittura da Yudhisthira, figlio maggiore della regina Kunti e di un dio.

I principi veda erano generalmente poligami, come avveniva nella cultura mediorientale ed in parte anche in quella germanica, dove è noto il caso di Ariovisto, che aveva due mogli, una delle quali, Galla, era stata presa in sposa per cementare l’alleanza con i Galli, da lui sottomessi. Caso più unico che raro di una donna poligama è quello della principessa Draupadi, figlia del re Drupada, che aveva sposato i cinque figli di Pāṇḍu. In tal modo però Draupadi intende solo proteggere gli sfortunati esuli, privati del regno dal loro zio, tanto che allo sposalizio presiedette Vasudeva, il padre di Kṛṣṇa, che inviò successivamente il proprio figlio a prendere parte alla battaglia, per rimettere i Pandava sul trono. Anche il concetto di casta, così rigidamente inteso in epoca posteriore ai Veda, doveva essere inesistente visto che il nonno di Kṛṣṇa, che era un illustre brahmano, aveva sposato la figlia di un pescatore, dalla quale era nato Vasudeva, padre di Kṛṣṇa. I re, attraverso i matrimoni multipli, erano soliti stipulare dei patti di non belligeranza con i sovrani limitrofi: è ciò che avvenne tra Salomone, il re Egizio suo confinante; tra Antonio e Augusto e altri mille principi. Stessa usanza era presente tra i Vichinghi, che con questi matrimoni si inserivano nelle élite europee; Vladimiro, figlio di Svyatoslav, figlio di Igor, dopo aver fatto convertire al cristianesimo ortodosso il suo popolo nel 988, onde poter introdurre la propria gente nella comunità cristiana dei mercati di Bisanzio, sposa la sorella dell’Imperatore bulgaro Basilio II, aggiungendola così al suo harem, che contava già ottocento fra concubine e schiave. Nella politica dei matrimoni non fu da meno il suo successore, Jaroslav: sposò Ingigerd, figlia di Olaf Haraldsson di Svezia e, a sua volta, diede le sue figlie ai re di Ungheria e di Francia, mentre inserì nei migliori salotti di Bisanzio e di Germania altri quattro figli.

5. La patria artica

L’eccellente lavoro di B. G. Tilak conferma, per altre vie, quanto da noi sostenuto in merito all’origine artica dei popoli succitati. L’erudita opera di questo studioso indiano, passata purtroppo sotto silenzio, si basa sui riferimenti astronomici contenuti nei Veda. Attraverso tali riferimenti, con una serie di inconfutabili e laboriosi passaggi, lo studioso arriva alla conclusione che la patria originaria dei Veda fosse collocata nel Polo Nord, in tempi in cui questa sede non era coperta dai ghiacci anche se godeva della stessa alternanza tra lunghi periodi di luce e di buio, la cui lunghezza, com’è noto, dipende dalla distanza dal Polo.

Sorvoliamo, per il momento, sull’analisi della mitologia antica dei popoli occidentali, riconducibile al ricordo traumatico delle lunghe notti che stimolò la fantasia dei nostri antichi, per soffermarci su un solo particolare che, già da solo, dovrebbe essere sufficiente a provare l’origine nord-europea dei proto-romani. Tale prova ci viene data dal calendario da loro adottato, che era di dieci mesi, designati con numeri, sicché l’ultimo mese veniva chiamato Decem, il decimo, da cui Dicembre. Anche nel Fargard n. 1,3 dell’Avestā si legge: “Dieci sono i mesi in questa terra”. Si consideri ora che vi sono determinate latitudini polari in cui il consueto alternarsi del dì e della notte, a causa dell’inclinazione dell’asse terrestre, viene a mancare in certi periodi dell’anno, nei quali appunto vige la “notte polare”, sicché un conteggio dei mesi basato basato sull’alternanza del dì e della notte porterebbe ad enumerare dieci e non dodici mesi; ad esempio, nell’arcipelago delle Svalbard a nord della Norvegia, il fenomeno della notte polare si verifica dal 12 novembre alla fine di Gennaio. È facile dunque, individuata la latitudine nella quale si verificano queste condizioni, superiore a 72°33’, individuare anche il parallelo dal quale si staccò il popolo originario, che avrebbe continuato per consuetudine a contare dieci mesi. I calcoli astronomici non consentono però di individuare la longitudine specifica di provenienza, la cui identificazione si basa su indagini che si avvalgono della linguistica, della toponomastica, dell’antroponimia, dell’archeologia, della geografia, dello studio delle caratteristiche somatiche o delle concezioni religiose. Gli studi scientifici, l’esame dei reperti archeologi, i più importanti dei quali sono i ritrovamenti delle mummie bionde in Asia, acconciate come quelle ritrovate nelle torbiere della Danimarca, ci portano a concludere che vi fu un moto migratorio in direzione univoca da Nord a Sud e che verosimilmente, in epoca proto-latina, partiva dalla penisola scandinava; forse non è casuale allora che la Bhagavadgītā C. 24 fa il nome del capo di un esercito chiamato Skanda.

Il fargard avestico che parla delle sedici creazioni di Ahura Mazda non descriverebbe altro che sedici migrazioni, le quali avvenivano in direzione Sud man mano che il nord si raffreddava. Che una di queste migrazioni fosse arrivata in Italia centrale è facilmente attestabile dalla presenza della città di Veio, il cui nome corrisponde a quello del paradiso avestico, Vaejo, facilmente identificabili con la patria abbandonata. La città italica, per essere stata denominata col nome della patria abbandonata, dovette rappresentare la vera prima fondazione di questi emigranti e verosimilmente doveva avere caratteristiche non solo simili ma anche irripetibili visto che l’ Avestā non attesta la presenza di altre città con questo nome, neanche nella fertile Mesopotamia.

Il fatto che nella penisola italica ed in Sicilia molti toponimi, riconducibili all’età proto-latina, richiamino il concetto di fertilità della terra, ravvisabile nel lessema essen contenuto in nomi di città quali Innessa o Sinuessa, ci induce a ritenere che i popoli provenienti dal gelido Nord, in Italia avessero trovato ottimali condizioni climatiche e di fertilità territoriali. In effetti, seguendo il percorso del Reno, l’ingresso in Italia diventa quasi automatico per i popoli che provenivano dal nord Europa; mentre attraverso le Alpi bavaresi, dove nasce il fiume Danubio, si può arrivare, seguendone il corso, fino al Mar Nero e da lì in Anatolia in Mesopotamia e nella valle dell’Indo. L’Italia rimane comunque la prima tappa, la più semplice da raggiungere, specialmente se lo spostamento avveniva su carri e a piedi, come abbiamo imparato a verificare attraverso la migrazione dei popoli del mare descritta da Ramsete III.

Tra i popoli che si stanziarono in Mesopotamia e quelli che si stanziarono nel Mediterraneo, nella penisola italica in particolare, i contatti dovettero essere mantenuti ancora per molto tempo, anche se indirettamente, attraverso popoli che facevano da ponte, quali i Micenei. Infatti il Danubio, ideale per la navigazione fluviale, come i Vichinghi avrebbero potuto successivamente sperimentare, continuava ad essere la via fluviale di contatto. Per avallare tale teoria sui contatti ininterrotti tra popoli del nord e popoli parenti stanziatisi a sud, citiamo Diodoro Siculo che parla, nella sua Historia, Lib. I Cap. XIV, di un’ambasceria in Grecia da parte di un certo Abari, venuto per rinnovare un “patto di amicizia”, modernamente un “gemellaggio”, con i Delii. È significativo il fatto che Abari in lingua germanica (ab Arii) significhi “dagli Arii” o proveniente dagli Arii, tribù germanica attestata da Tacito. L’amicizia, che per poter essere rinnovata doveva logicamente essere preesistente, non si era mai interrotta, fin dal tempo dell’esodo migratorio, come sembrerebbe confermare anche il comune culto di Apollo: non solo la città di Deli ospitava il famoso tempio di Apollo, ma Apollo Deljo, dio della luce, identificato col sole, a sentire Bacchilide nel suo Inno a Jerone, tiranno di Catania, aveva la sua origine proprio nella patria del popolo nordico degli Iperborei. Ne consegue che Arii e Delii erano accomunati dalla religione e dalla stirpe, al punto da indurre a ritenere i Delii un gruppo staccatosi dagli Arii. Nella loro migrazione verso il sud, parte di questi Arii, stanziatisi in Iran o\e in India, conservarono perfino il nome; il sostantivo aristocratico, da Ar-is-kratos (il potere degli Arii), trasforma il nome di un popolo in uno status sociale privilegiato. Il ramo ariano iraniano, per circostanze che ignoriamo, forse a motivo dell’isolamento in cui venne a trovarsi, conservò la memoria di una patria perduta, consegnata a scritture che, giunte fino a noi, ci permettono di ricostruire accadimenti altrimenti incomprensibili.

6. Il concetto del sacro in Occidente al tempo in cui vennero redatti i Veda

Che l’Avestā fosse stato compilato prima dei Veda è stata una felice intuizione di B. G. Tilak; del resto, alla luce della tesi dell’origine artica degli antichi popoli mediorientali, appare una deduzione perfino ovvia se si considera che, nella migrazione dal freddo nord al fertile sud, attraverso il Bosforo e il Mar Nero, l’Iran costituisce la prima tappa e, di conseguenza, il luogo d’insediamento più antico. Come abbiamo sostenuto sopra, tutti i reperti archeologici e le riflessioni di carattere linguistico-religioso ci portano a concludere che tale migrazione ebbe inizio dalla penisola Scandinava, dalla quale si espanse a sud, sud-est e sud-ovest. Fino ad oggi c’è chi sostiene che le migrazioni siano avvenute in senso inverso, cioè si siano spinte dall’Afghanistan verso il nord Europa. Per confutare tale tesi sarebbe sufficiente la sola, arguta deduzione di Tacito che, osservando l’omogeneità somatica, linguistica, culturale e religiosa dei Germani ovvero la loro incontaminazione etnica, la motivava adducendola alla rigidità climatica e all’estrema inospitalità dei territori da loro abitati, condizioni che li protessero da illogiche, sconsiderate e pertanto inesistenti migrazioni provenienti dall’ospitale e temperato Sud. Oggi noi, aggiungendo altri inconfutabili elementi a queste felici seppur ovvie deduzioni, possiamo constatare che, almeno sino ad ora, non sono state ritrovate nell’area nord-europea mummie riconducibili a gruppi umani diversi da quello caucasico, viceversa sono state trovate mummie riconducibili a questo ceppo nell’area orientale, fino in Cina e Giappone.

Un altro motivo ci convince della migrazione unidirezionale Nord-Sud-Est: la costatazione secondo cui tutto ciò che si distacca dal punto d’origine, nei suoi estremi diventa sempre più debole e frammentario, come le onde generate da un sasso, man mano che si distaccano dal centro, diventano sempre più deboli. Le tracce della presunta lingua primordiale del popolo nord-europeo, ravvisabili nei Veda, nell’Avestā e nella Bibbia, diventano più numerose e anche più simili man mano che ci si avvicina al centro di diffusione: i vocaboli riconducibili al proto-germanico, presenti in numero limitato e più deformato nei Veda, diventano più chiari e più numerosi nell’Avestā, nell’Accadico, nei cuneiformi Ittiti, nel proto-latino, nel Sicano\Siculo.

Ritornando a quanto sopra sostenuto, riteniamo che l’Avestā sia da ritenersi più antico dei Veda e riteniamo che la genesi dei concetti in esso espressi sia avvenuta precedentemente, in Europa, nell’antica patria originaria del popolo iranico. Non possiamo fornire testimonianze scritte di ciò che affermiamo, poiché l’Occidente nord-europeo, sempre refrattario alla scrittura - per quanto la conoscesse sin dal II millennio a.C. come si ricava da una testimonianza di Tacito, che riferisce dell’esistenza di epigrafi in Germania che testimoniavano il passaggio in quei luoghi di Ulisse - non ha prodotto alcun testo scritto di carattere religioso o storico in età pre-cristiana. In assenza di scritture nordiche precristiane, dobbiamo utilizzare altri strumenti per comprendere la religiosità germanica, diffusa in tutta l’area geografica interessata dall’espansione del popolo nord-europeo.

Il Cielo diventa, in questa concezione sacra dell’esistenza umana, il baricentro del pensiero speculativo religioso. Il Cielo e la Terra, per i Germani, sono collegati attraverso un cordone ombelicale formato dal susseguirsi degli antenati (Ahne), i quali, prima di divenire abitanti del cielo, cioè dèi, avevano dimorato sulla terra. Gli antenati diventavano così il trait d’union e la forza propulsiva necessari per ogni collegamento tra Terra e Cielo, inteso come al di là (Hel). In particolare il primo antenato, l’avo primordiale “Ur-ano” in antico alto tedesco, rappresentava, oltre che il capo della stirpe, anche il primo ad essere andato in Cielo, divenendo “Dio” e assumendo il compito di tracciare la “Via” ai successori, agli eredi, spalancando loro la “Porta” (Tor) per l’accesso all’aldilà. E’ anche vero che l’avo, se da un lato traccia la Via ed apre la “Porta” agli eredi, dall’altro può anche precludere l’accesso a chi si è macchiato di qualche colpa, a chi non ha inteso seguire la via, discostandosene: da qui nasce il concetto di “tradizione”. Solo perseverando nell’imitazione dell’antenato e seguendo la tradizione si sarebbe riusciti ad entrare nel “regno dei cieli”.

Tale concezione religiosa trova un riscontro speculare nell’antico Lazio, dove l’antenato per antonomasia è Giano, dio incompreso da Plutarco e Dionigi di Alicarnasso, i quali nulla sapevano su di lui se non che fosse “il dio della porta”, il cui nome in latino era appunto janua. È spontaneo a questo punto chiedersi se sia stato il dio a prendere nome dalla porta, dal momento che è il “dio della porta”, o se sia stata la porta a prendere nome da lui, per un rapporto di metonimia ovvero di causa-effetto tra il soggetto di un’azione (l’apertura della porta) e l’oggetto della stessa. Noi propendiamo decisamente per questa seconda ipotesi in quanto, se da un lato janua non ha nulla in comune con il germanico tor (porta), dall’altro il nome del dio deriva chiaramente dall’a.a.t. ano, antenato, colui che per primo solcò la “Via” che conduceva in cielo ed aprì la “porta” dell’aldilà. Del resto al lessema ano riconducono anche i nomi del dio sumero Anu e del dio Sicano Adrano. Più dettagliatamente Jano potrebbe derivare da Jah-anu, laddove il primo lessema significa repentino, veloce, dotato di destrezza e rapidità nel varcare, anche usando furbizia e violenza, la porta. Non diversamente avrebbe voluto agire Adamo con l’eccezione, non da poco, che Jano risulta vincitore e diventa dio egli stesso, mentre il mito adamitico celebra la sconfitta, la caduta dell’uomo ad un rango inferiore rispetto a quello degli dèi. Tale convinzione circa la possibile ascesa dell’uomo al rango di Dio plasmò l’intera visione dell’uomo occidentale che non temette mai gli dèi e si rivolse ad essi sempre alla pari, senza timori nè complessi d’inferiorità. Tale atteggiamento fiero dell’uomo nei confronti degli dèi è ravvisabile nelle modalità con cui Ittiti e Romani stipulavano i loro contratti con le divinità. I Romani minacciavano addirittura di non elargire i doni e i riti promessi se gli dèi non avessero concesso loro ciò che era oggetto del contratto. Nei miti occidentali, negli scontri tra uomini e dèi, quasi mai gli eroi rimangono sconfitti in modo tale che ai posteri venga inviato un messaggio di inevitabile caduta. Ercole riesce a gabbare Atlante, Perseo riesce a raggirare Giove rubandogli il fuoco, Diomede costringe Apollo, da lui ferito, a ritirarsi dal campo di battaglia, dove aveva preso le parti dei nemici troiani. Anche presso i Filistei sono continui i riferimenti al dio dei cieli e al regno dei cieli, cui è possibile accedere usando violenza.

Si è già osservato che, per un rapporto di metonimia, il termine Ano può indicare sia l’antenato sia il luogo in cui egli dimora, cioè il cielo; parimenti si è più volte e insistentemente osservato che molti nomi che contengono la radice An sono riconducibili al concetto di sacro. Per esempio il greco Anghelos è un nome composto dai lessemi Ahne-gehen-lös (in alto antico tedesco: ano-gan-los), letteralmente “cielo”, “andare”, “sciolto o libero”. Si comprende facilmente come tale traduzione letterale, che corrisponde all’espressione grammaticalmente più coerente “che va libero nel cielo”, sia perfettamente concruente con il significato greco di “inviato” dato al termine anghelos. Precisiamo che la presenza di figure alate nella mitologia arcaica è di millenni anteriore all’utilizzo che ne fece il cristianesimo: tali figure erano infatti già presenti tra Sumeri, Greci ed Ittiti.

Il termine Angelo è divenuto centrale anche nella religione cristiana, così come quello di Anima; in greco Anemos significa vento; il significato latino di Animus non è dissimile da quello odierno e sembrerebbe derivare dall’accostamento di An e imus, con il significato di “andiamo verso il cielo”. Nell’estremo nord Europa il concetto di sacralità (cielo o antenato) legato al lessema an sopravvive ancora, seppure anch’esso celato da più sottili veli cristiani; è il caso della festività del 26 Dicembre, celebrata in Svezia sotto il nome di Annantag Yul, o del lunedì di Pasqua, che sopravvive sotto le mentite spoglie di un nome millenario, Annandag Pask: in entrambi i casi il riferimento andrebbe, infatti, ai “giorni degli antenati” (Annan-dag). E’ curioso che anche in italiano la parola antenato inizi proprio con An. In Sumero la dea Innanna era la figlia del Cielo, cioè di An. In Palestina il Gran Sacerdote che condannò Gesù alla crocefissione si chiamava Hanna. In Sicilia forse di antico retaggio sicano è il nome dialettale dei nonni, Nannu e Nanna. La regina madre Ittita veniva indicata col titolo di Tawnanna. In Palestina Mosè trovò fra i popoli Filistei gli Anachiti, “coloro che evocano l’intervento degli antenati” (An-akt-iti cioè avo-azione-invocare).
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Capitolo XVI

KṚṢṆA. Un eroe Ittita?

Sulla nostra convinzione, già emersa, che vi sia stata contiguità tra gli Ittiti e il popolo che compilò i Veda vorremmo spendere ancora qualche parola. Vinta la battaglia di Kurukṣetra, Kṛṣṇa fa ritorno nella propria capitale, che si trova ad ovest (Śrīmad Bhāgavatam I.10, 34-35), nel regno degli “Anarta”(I.11.1), il cui nome è Dvaraka. Kṛṣṇa, definito altrove come l’Avo, l’Anziano dei Kuru, è il signore del regno degli Anarta, inteso però, a parer nostro, nell’accezione occidentale del “primus inter pares” più che nell’accezione del despota, come emerge nel corso della lettura del testo, nella parte in cui si fa cenno ad un consiglio di cui il signore si serve per legiferare. Subito dopo è scritto che Kṛṣṇa è adorato dai sudditi, dai deva e “perfino dal re del cielo” il quale, è ormai noto al lettore, si chiamava An e rappresentava la massima autorità, il padre del pantheon sumero. È dunque probabile che il termine An-arta, con cui vengono designati i sudditi di Kṛṣṇa, voglia più propriamente indicare il popolo del dio An. Proseguendo nell’analisi del nome An-arta, osserviamo che il lessema har era uno degli attributi dati dai Germani al dio Odhino e significava “l’altissimo” o “nobile”; hard invece in norreno significa duro, come ricorda il soprannome dato al capo vichingo Harald, definito Hardrad cioè “dal duro consiglio”. Alla luce di tali osservazioni Anarta potrebbe significare “il popolo del nobile An” oppure “i forti di An”. Comunque sia appare evidente che anche gli Anarta, come i Sumeri e gli Accadi, fossero caratterizzati dalla devozione per il dio An. Il termine Anarta potrebbe infine riferirsi ad una casta sacerdotale, come quella degli Annunaki fra i Sumeri, degli Adraniti fra i Sikani di Sicilia ed ancora degli Anachiti presso i Cananei o Filistei.

I sacrifici agli dèi, cui si fa cenno nei Veda, prevedono l’utilizzo di vittime sacrificali, come avveniva anche tra i Sumeri, gli Accadi, i Micenei, gli Ittiti. Gli Ittiti in particolare esprimono, con le parole del loro re Mursili, nel XV sec. a.C., un concetto di divino oltremodo similare a quello contenuto nello Śrīmad Bhāgavatam I.11.7, dove si leggono le seguenti parole riferite al dio Kṛṣṇa, non dissimili da quelle pronunciate dal re ittita: “Tu sei nostra madre, il nostro amico benevolo, il nostro Signore, nostro padre”. Il medesimo concetto di padre-madre riferito a Kṛṣṇa viene ancora ripetuto nel IX canto della Bhagavadgītā.

I re ittiti avevano un concetto elevato e nobile di divinità, al punto da ritenere ridicolo perfino recriminare l’esclusivismo del proprio dio, definito “madre e padre di ogni paese”; questo concetto sarebbe stato ripreso cinque secoli dopo dal re filisteo Salomone allorquando, pregando sul monte Gabaon il suo dio, diverso da quello degli Ebrei, la cui sede era l’arca dell’alleanza deposta nel famoso e grandioso tempio di Gerusalemme, gli raccomanda di accogliere benevolmente anche le genti degli altri popoli che sarebbero venute ad adorare il Suo santo nome, mostrando un’abissale distanza dall’esclusivismo di Mosè, il quale invece riteneva Jahvè il protettore esclusivo del popolo giudaico. Davvero numerosi sono i punti di contatto sul modo di concepire il divino tra i Filistei, gli Ittiti, i Veda e i Germani descritti da Tacito.

Altri aspetti accomunano i Veda agli Ittiti. In Śrīmad Bhāgavatam I.9.34 Kṛṣṇa è descritto con i capelli sciolti color cenere (quello degli scandinavi è in genere di un biondo cenere) e con occhi dal colore del fiore del loto, il quale produce fiori anche azzurri; inoltre Bhismadeva lo definisce dalla pelle blu, probabilmente perché la pelle diafana lasciava trasparire le vene. Anche i popoli germanici, come nota Tacito con dovizia di particolari, riservavano un’estrema cura ai loro lunghi capelli, non diversamente da Spartani, Ittiti, Filistei, Catti, spesso acconciati con treccie raccolte sulla nuca; identica acconciatura è stata riscontrata nelle mummie bionde ritrovate nelle torbiere della Danimarca. Similari caratteristiche avevano le mummie ritrovate in Cina, a Injang, e risalenti al 4000 a.C., che portavano, se di sesso maschile, cappelli a punta paragonabile ai famosi cappelli frigi dell’Anatolia; la mummia dell’uomo di Cherchen (Cina), datata al 1000 a.C., era alta 1,98 m e aveva i capelli rossi; accanto a lui vi era una donna, probabilmente la moglie, la cui altezza era di poco inferiore 1,92 m. A proposito della pelle di Kṛṣṇa, talmente diafana da apparire blu al morente Bhismadeva, osserviamo che similari caratteristiche venivano attribuite da Senofone, nell’Anabasi, al popolo dei Paflagoni, stanziati proprio là dove un millennio prima c’erano gli Ittiti.

Anche lo stile poetico ricalca quello anatolico ittita. Infatti quando Kṛṣṇa, dopo la vittoria della battaglia di Kurukṣetra ritorna in patria, la regina Kunti gli rivolge delle preghiere che ricalcano fortemente lo stile di quelle rivolte da una sacerdotessa ittita al re Marsupili, di cui è innamorata. Il mea culpa recitato dal re Yudhistira per le stragi causate con la battaglia di Kurukṣetra riproduce la stessa costernazione del re Ittita Mursilis II, che si ritiene responsabile per la peste che imperversava da venti anni tra il suo popolo, a motivo del comportamento iniquo del proprio antenato. Il concetto secondo il quale il discendente debba espiare le colpe dell’antenato si riscontra pure tra i Vichinghi e nell’Avestā dove, alla domanda di Zarathustra circa la punizione spettante a colui che si macchia della colpa di contravvenire alla parola data, dio risponde che quell’uomo coinvolgerà nella colpa i suoi parenti fino ad un periodo di trecento anni. La stessa convinzione si ritrova come anatema nell’Antico Testamento, espressa con la perentoria frase secondo cui le colpe dei padri ricadranno sui figli, e implicitamente nel Vangelo; infatti, quando il popolo ostinatamente vuole la condanna di Gesù, per convincere Pilato, piuttosto restio a condannare un uomo per lui senza colpa, lo libera da ogni responsabilità stornando su se stesso ogni eventuale ricaduta di ordine soprannaturale nel momento in cui grida: “Il suo sangue ricada su noi e i nostri figli”.

Gli Ittiti, per dire di un re che era morto, usavano la frase: quando egli divenne dio. Anche in India la morte implicava l’innalzamento degli eroi - Kṛṣṇa, suo fratello Baladeva, suo nipote Arjuna, e così via - al rango di dèi. Ecco il motivo dell’incredibile numero di dèi che fanno parte del pantheon indiano. Tra le prove di contatti avvenuti tra l’Anatolia e l’India possiamo citare anche le tavolette di Kikkuli, ritrovate a Bogazkoy, vicino la capitale ittita Hattusa. Si tratta di un trattato sull’addestramento dei cavalli, scritto in lingua ittita ma con parole indiane, da un addestratore, al servizio del re ittita Suppiluliuma ( 1400 a. C.), il primo re ittita che rafforza i rapporti diplomatici con i vicini utilizzando la strategia dell’imparentamento attraverso matrimoni. La strategia dei matrimoni di stato caratterizza anche i regnanti protagonisti della battaglia di Kurukṣetra, al punto che è quasi inestricabile il rapporto parentelare che intercorre tra i partecipanti a questa battaglia.

I contatti tra Ittiti e Veda continuano in modo più evidente durante il regno del re Suppiluliumas (1380 circa a.C.), il quale conquista la Siria e, per fidelizzarla al proprio impero, ne deporta gli abitanti, sostituendoli con Ittiti, inoltre insedia suo figlio Piyasillis come re e l’altro suo figlio, Telipinus, come pontefice nella capitale religiosa di Aleppo. Con Suppiluliumas l’assimilazione culturale della Siria subisce dunque un processo irreversibile, reso defitivo, sul finire del XIII sec. a.C., dall’arrivo dei popoli del mare che, distrutta la capitale ittita Hattusa e disgregato l’impero, spingono molti profughi ittiti a ripiegare in Siria, dove essi avevano già consolidato il loro protettorato. Questa parte della storia ittita trova conferma anche nella Bibbia, dove si trovano tracce di influenza siriano-ittita in Palestina, al punto che alcuni re israeliti, a nostro motivato parere, furono ittiti o comunque mercenari o alleati degli israeliti.

È possibile apprendere qualcosa in più sulle influenze politico-religiose ittite sull’area mediorientale grazie agli Annali compilati dal figlio e successore di Suppiluliumas, Mursilis. Sorvoliamo sugli aspetti più intimi del testo, in cui Mursilis narra degli intrighi di corte verificatisi in seguito alla deificazione ovvero la morte del padre e dell’invadenza e arroganza della terza moglie del re defunto, Tawananna, da lui cacciata appena avutane la possibilità; ci interessa piuttosto concentrare la nostra attenzione su due aspetti: il riferimento ivi contenuto al re dei Mitanni Tushratta che, sconfitto dal padre di Mursili, aveva permesso l’annessione della Siria e l’osservazione, che non ci sorprende, secondo cui il defunto Suppiluliumas aveva l’abitudine di convocare il “Consiglio di Stato” per prendere decisioni di una certa importanza, non diversamente da Spartani, Romani, Germani e Veda. Non è improbabile che lo sconfitto re dei Mitanni, il cui nome potrebbe significare “i parenti” (da mit-Ahne, rispettivamente “con; assieme” e “avi”), avesse fatto parte di un “Consiglio di Stato” di Suppiluliumas, esteso anche ai re sconfitti; del resto anche il re Creso, dopo aver mosso guerra al persiano Ciro, che aveva annesso la Media (547 a.C.), ed essere stato sconfitto dal re persiano, ne diventa il consigliere più ascoltato. Osserviamo infine la curiosa affinità tra il nome del re dei Mitanni, Tushratta, e quello di Zarathustra; entrambi i nomi, infatti, contengono i lessemi rat e hus, che in tedesco significano singolarmente e rispettivamente “consiglio” e “casa”, mentre il termine composto Rattahus indica in tedesco il consiglio comunale. Forse non a caso, perché il re dei Mitanni ebbe in seno alla corte del re persiano lo stesso ruolo di consigliere esercitato da Zarathustra; in tal caso lo stesso nome con cui il re dei Mitanni è stato tramandato alla storia indicherebbe in realtà il suo ruolo, quello di consigliere per antonomasia, il più importante di un gruppo di consiglieri formato, nell’Avestā, da trentatré membri, esattamente lo stesso numero dei componenti della gherusia spartana, degli eroi o consiglieri al seguito di Davide, dei Deva di cui Indra è a capo.

Anche Zarathustra è il consigliere per antonomasia, il continuatore del pensiero dei Ratu (consiglieri) suoi predecessori, appartenenti ad un’area molto più vasta di quella persiana, come si è dimostrato sino a questo punto; e alla luce di tali considerazioni anche il contenuto espresso nell’Avestā appare più comprensibile, poiché inserito all’interno di una tradizione indubbiamente riconducibile a lontane e comune origini nord-europee. Tuttavia egli ha il merito di avere apportato alla comune tradizione religiosa delle modifiche che, pur dovute inizialmente a motivi politici, come si è dimostrato nei capitoli precedenti, hanno avuto esiti di elevata speculazione religiosa. Quell’antica religione degli antenati che Zarathustra nell’Avesta chiama col nome di dena e definisce “vera”, prevedeva l’armoniosa convivenza di cento dèi o l’esistenza di un dio dai cento nomi. Tra questi cento dèi o cento nomi di uno stesso dio, Zarathustra scelse il “ventesimo”, corrispondente a quello di Mazda, perché incarnava quel particolare aspetto della divinità che più si addiceva al proprio sentire. Visto che, come sosteniamo, Zarathustra è il continuatore di una religione preesistente estesa in tutta l’area mediorientale, non sorprenderà che tra le divinità a cui il pio re ittita Mursilis II rivolgeva una sentita preghiera, affinché ponessero fine alla peste che stava decimando la popolazione, vi fosse Mezullas, il cui nome è singolarmente affine a Mazda e riconducibile al significato di misura, equilibrio. Mezullas infatti appare composto dai lessemi Maz, misura, ed ulla, tutto; significa dunque “misura di ogni cosa”. Sul significato di Mazda, ugualmente riconducibile al concetto di dio equilibratore, si è già abbondantemente disquisito.
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Capitolo XVII

Trilogia delle “razze” umane
1. Premessa

La scienza ha fatto, negli ultimi cento anni, progressi tali che del pianeta terra, geologicamente parlando, sappiamo praticamente tutto. Si è formata quattro miliardi e cinquecento milioni di anni fa, duecentottantamila anni dopo erano già presenti gli oceani e di conseguenza le prime forme di vita. Nell’ultimo milione e mezzo di anni si sono susseguite una serie di glaciazioni e interglaciazioni, in media una ogni centomila anni. L’ultima di queste glaciazioni si è conclusa, secondo gli studi americani, diecimila anni fa ed era iniziata venticinque mila anni fa. Pertanto questa dovrebbe rappresentare la data dell’ultima migrazione degli esseri umani verso climi migliori. Una migrazione caratterizzata dall’abbandono definitivo della patria d’origine che, secondo le numerose prove apportate dallo studioso B. G. Tilak nel suo studio, dovrebbe essere ancora oggi sepolta sotto i ghiacci perenni del continente artico.

Grazie alle ultime scoperte scientifiche, testi considerati sacri e depositari della conoscenza assoluta, quali l’Avestā e i Veda, possono essere interpretati attraverso una nuova chiave di lettura. I riferimenti, di cui si parla nell’Avestā, alle sedici fondazioni di città da parte del popolo ariano, le quali si susseguivano l’una all’altra a cagione dell’intervento del dio Angra Mainyu che le copriva di ghiaccio, non in altro modo potrebbero interpretarsi se non con il susseguirsi di queste glaciazioni. La veridicità delle glaciazioni raccontate nell’Avestā è oggi appurabile dai nostri geologi, i quali possono verificarne l’attendibilità attraverso carotaggi effettuati nei ghiacciai che ancora persistono nel Polo Nord, i cui strati si mostrano a noi come pagine sovrapposte di un libro, che possono finalmente essere sfogliate e lette.

Grandi dunque i progressi scientifici. Tuttavia stabilire la data dell’apparizione dell’uomo sulla terra è altra e ben più difficile cosa. Naturalmente non ci riferiamo all’apparizione dell’Australopiteco di cinque milioni d’anni fa, da cui, secondo una bizzarra e tuttavia predominante teoria, sarebbe derivato l’uomo per evoluzione. Le datazioni che stabiliscono l’apparizione dell’uomo sul pianeta sono basate sul ritrovamento di reperti fossili della sua struttura ossea, datati col metodo del carbonio 14. Il fatto che, ad oggi, si ritenga che il primo ominide risalga a cinque milioni di anni fa è dovuto alla sola circostanza che non si sono ritrovati fossili umani di un periodo precedente. Non si può pertanto escludere di potere trovare, in un prossimo futuro, reperti ancora più antichi che facciano retrodatare la comparsa di questi ominidi e dell’uomo stesso sulla terra. Ma anche se questo non dovesse accadere, cioè se non si trovassero mai reperti più antichi di quelli che possediamo, questo comporterebbe solo la constatazione di un’assenza di prove e nulla di più. Anzi dovrebbe perfino ritenersi ovvia la mancanza di reperti appartenenti all’uomo delle origini se si considera che oggi nel pianeta siamo cinque miliardi, al tempo di Cesare eravamo in appena cinquanta milioni e, retrocedendo fino ai tempi dell’Eden, arriveremo alla presenza di un solo uomo sulla faccia della terra. Sarebbe come cercare un ago in un pagliaio. Pertanto, per seguire i nostri ragionamenti su come si sono sviluppate le “razze” umane, per comprendere se siano apparse contemporaneamente o l’una sia derivata dall’altra, ci allontaneremo dagli schemi rigidi della scienza moderna e prenderemo col beneficio dell’inventario ogni contributo di questa che non sia squisitamente scientifico, quale il metodo del radiocarbonio per la datazione dei reperti o le misurazioni antropometriche. Dalle deduzioni che inevitabilmente deriveranno, legate a queste prove, è bene che ognuno di noi tragga le proprie conclusioni. Naturalmente invitiamo il lettore a prendere col beneficio dell’inventario anche ogni nostra deduzione.

Vorremmo far notare che questo capitolo dedicato alle “razze” umane si è reso necessario onde giustificare agli occhi del nostro lettore quello che altrimenti potrebbe sembrare un anacronistico pangermanesimo da parte dell’autore. Noi teniamo a mettere in evidenza che non siamo affezionati a nessuna terminologia in particolare e, se ci vediamo costretti ad utilizzare alcuna di quelle ricorrenti, è solo per la necessità di dare un nome convenzionale alle cose di cui si parla. Sostituiremmo volentieri termini vaghi quali quello di indogermanico o indoeuropeo con termini quali Europeo o semplicemente Bianco, resi oggi col convenzionale vocabolo Caucasico.

Parimenti potremmo fare a meno di utilizzare il termine “razza”, che fa oggi inorridire i benpensanti, sostituendolo con quello di gruppo o ceppo, ma poiché la sostanza del ragionamento non cambierebbe e l’operazione sarebbe meramente terminologica preferiamo continuare ad utilizzare il termine razza, epurandolo ovviamente da ogni inaccettabile deformazione o strumentalizzazione razzista.

Non amiamo, infatti, il vezzo ipocrita con cui la società moderna attribuendo nomi nuovi, “più nobili” o eufemistici, a cose e mestieri, da un lato crede di nobilitarli, dall’altro però mostra il bisogno di riportare tutto alla propria cultura dominante: basti pensare al fatto che i sordi, definiti eufemisticamente e graziosamente “non-udenti” perché non pesasse loro l’handicap della mancanza dell’udito, hanno rivendicato con forza la definizione di sordi, in quanto offesi piuttosto dal bisogno dei “normali” di ricorrere ad indesiderabili eufemismi. Se chi ha bisogno di chiamare lo spazzino operatore ecologico o la prostituta escort dovesse indignarsi leggendo il termine “razza” ci scusiamo per averne ferito la sensibilità e lo autorizziamo a sostituire il termine con “gruppo umano” o “ceppo”. Noi con tale sostantivo continueremo a definire i gruppi umani che originariamente popolarono la terra: bianco, giallo e nero. La nostra convinzione circa il fatto che la popolazione artica, cui si è fatto più volte riferimento nei capitoli precedenti, fosse bianca trova spiegazione nelle pagine successive.

2. Le razze umane nei testi antichi e nelle tradizioni orali

In diverse culture viene tramandata l’idea che in origine vi fossero state solo tre stirpi umane a popolare la terra. Secondo il testo sacro degli Ebrei le razze umane hanno origine dai tre figli di Noè; secondo i Germani le stirpi si sono formate dai tre figli di Manno; secondo i Galli, come apprendiamo dallo storico romano Timogene, la Gallia era stata popolata da tre razze, una veniva da oriente, una da occidente, una era aborigena. Nei Veda la diversificazione razziale, legata al colore della pelle, viene messa in relazione cronologica con le quattro età che hanno segnato il cammino peggiorativo, dallo stato di beatitudine originario alla condizione attuale, da parte del genere umano e, alle tre razze, bianca, gialla e nera, viene aggiunta quella rossa. Quest’ultima del resto non è altro che una particolare pigmentazione di quella bianca, poiché una pelle bianchissima, non particolarmente ricca di melanociti, esposta perennemente al sole acquisisce una coloritura rossastra.

In natura vi sono tre colori primari, giallo, blu, rosso, dalla cui combinazione derivano tutti gli altri, tranne il nero e il bianco. Questi due, infatti, sono composti dalla sommatoria di tutti i colori, con la differenza che, se la superficie colpita dai colori è assorbente si forma il nero, definito anche assenza di luce o di colore, se è riflettente si forma il bianco. Considerando, presi dall’entusiasmo del neofita che si accosta allo studio della genesi dei colori, la pelle come una superficie riflettente, se quasi priva di melanociti, o assorbente, se ricca di melanociti, si potrebbe fantasiosamente e poeticamente trovare spiegazione del diverso colore della pelle che caratterizza gli individui della collettività umana. Ma lo spirito scientifico del nostro secolo non consente di abbandonarsi a fantastiche supposizioni, riducendo l’uomo ad una tavolozza da pittore; altrettanto vero è però che non si può ridurre l’uomo al risultato della mutazione genetica di uno scimpanzé.

Obiettivo di quest’ultima parte del nostro studio, che trae spunto dalla constatazione dell’esistenza di diverse colorazioni epidermiche all’interno della comune collettività umana, è cercare di capire come si sia potuto arrivare a questa differenziazione e, soprattutto, comprendere se questa differenza somatica possa aver avuto influenze sui diversi piani della psiche umana e, conseguentemente, sulla mentalità, sulla gerarchia sociale, sulla spiritualità dei nostri antenati.

Non nascondiamo la nostra difficoltà nel doverci barcamenare in un argomento che, così assurdamente malinteso nei due o tre secoli scorsi, ha creato pregiudizi che hanno frenato anche la naturale dialettica degli studiosi. Noi non intendiamo però indietreggiare di fronte al dovere dello studioso e vogliamo andare avanti nel nostro ragionamento, nella certezza di farlo in modo inoffensivo, asettico, senza pregiudizi culturali, guidati dal desiderio di conoscenza e dalla ricerca della verità, nonché dal giuramento fatto alle nostre Muse. Invitiamo pertanto il lettore a spogliarsi a sua volta di ogni pregiudizio, utilizzando solo la propria mente, evocando, a sua volta, l’aiuto della Musa, come fecero Chopenauer, Dante, Numa Pompilio, Esiodo, Omero e tanti altri cultori del pensiero.

3. La razza e il soma presso i popoli antichi

Quando lo spirito delle antiche civiltà non era ancora macchiato dai sofismi da laboratorio dei nostri giorni, non esisteva un termine con il quale designare un gruppo umano accomunato dal possesso di caratteri fenotipici comuni, indipendentemente da lingua, nazionalità, costumi, e con il quale attribuire a tale gruppo, in virtù delle proprie caratteristiche somatiche, fattori di superiorità o inferiorità. Gli Achei utilizzavano il termine stirpe ma in una accezione spirituale che nulla aveva a che fare con caratteristiche somatiche; pertanto se Agamennone era definito da Omero “stirpe divina” e talvolta “alunno di Zeus” ciò avveniva in virtù delle qualità o virtù divine che il re possedeva. Alle caratteristiche somatiche non erano automaticamente collegati degli aspetti caratteriali; un codardo poteva essere biondo o bruno, bello o brutto, alto o basso. Al contrario un re etiope, così come un re egiziano, ittita, israelita o filisteo, era ritenuto di pari dignità con gli dèi in virtù dell’utilizzo degli stessi canoni etici di giudizio.

Tanto è vero ciò che quanti si trovano a sostenere legami o correlazioni tra civiltà e razza, intesa in senso strettamente somatico, sono davvero in difficoltà, poiché allo stato attuale degli studi è impossibile far risalire una civiltà, quale essa sia, a qualsivoglia colore specifico di pelle. Noi non sappiamo di che colore fosse il primo uomo che apparve sulla terra, né gli antichi testi si soffermano, se non incidentalmente, sulle caratteristiche somatiche degli eroi. L’Antico testamento solo una volta si lascia andare nel definire Davide biondo e bello, eppure egli non poteva certo essere il solo con queste caratteristiche e almeno tra i suoi ascendenti e discendenti, se la genetica ha un senso, dovevano essersi manifestate queste caratteristiche somatiche, considerato soprattutto che la sua trisavola era soprannominata Ruth, cioè “la rossa”. L’Avestā, secondo la traduzione del Darmesteter, definisce biondo Yima, il Noè dei ghiacciai; la traduzione del Pizzi lo definisce invece semplicemente bello. Omero è l’unico che abbonda in particolari nella descrizione dei biondi greci, ma poiché tali riferimenti non sono assenti nemmeno in Bacchilide, Pindaro o Callimaco, riteniamo che tale gusto per la descrizione fisica sia testimonianza del gusto estetico, di cui i greci fecero quasi una religione, e che non nasca dalla volontà di affermare una differenziazione razziale o di associare agli aspetti somatici particolari elementi di superiorità. Anche fra i latini il concetto di razza come affinità somatica non è attestato; essi individuavano nella gens un gruppo risalente ai medesimi antenati, identificando la gens con la stirpe, e provavano disprezzo per la plebe non perché avesse diverse caratteristiche somatiche o perché fosse di origine siriana o macedone ma perché, avendo reciso il proprio cordone ombelicale con gli avi, era come priva di spiritualità e di legami con il mondo divino.

Certamente non mancano riferimenti all’aspetto delle genti nei testi antichi: Tacito si sofferma sulla descrizione dei caratteri somatici dei Germani, dagli occhi azzurri e minacciosi, dai corpi grandi e dai capelli rossicci, anche al fine di dimostrare che il loro aspetto fisico era il risultato di un isolamento geografico, grazie al quale non vi fu mescolanza, mixtos, tra popoli diversi. Qualche altro riferimento ci deriva dalle tavolette cuneiformi di Akkad in cui la sacerdotessa del dio della nazione, figlia del re Sargon, in un inno dedicato al dio, lo definisce come colui che comanda sulle teste nere, il che lascia presumere tra l’altro che il re e un’élite a lui legata avessero un altro colore della pelle ed esercitassero il potere, pur costituendo una minoranza, su una maggioranza di teste nere. Nei Veda emergono, di tanto in tanto, le caratteristiche somatiche di protagonisti della storia indiana: Indra, l’uomo divenuto dio, era descritto come fulvo; Visnu era dalla carnagione bianca ed era assistito dai suoi “bianchi guerrieri”; i Rudra, come suggerirebbe il nome, erano i rossi; Pāṇḍu, il padre dei Pandava, era “il pallido”; il Muni, ovvero l’asceta cui si fa riferimento nel più antico fra i quattro libri che compongono i Veda, noto come Rg-Veda, ha chiare connotazioni nord europee. Di lui è scritto che beve il veleno nella stessa coppa del demone Rudra, “il rosso”, e come questi tinge i propri lunghi capelli con ocra rossa (Rg-Veda X,136), esattamente come fanno ancor oggi in India i seguaci di tale religione ascetica. Quanto alla caratteristica dei capelli lunghi del Muni l’abbiamo già ritrovata in Ittiti, Persiani, Spartani e nella narrazione, fatta da Omero, del famoso taglio dei capelli biondi di Achille, il quale li aveva fatti allungare per un ex voto verso lo Spercheo, la divinità fluviale dei Mirmidoni. I Catti, che abitavano presso la Foresta Nera, li tagliavano solo qualora avessero ucciso il loro primo nemico, come narra Tacito. Che l’asceta Muni fosse di stirpe europea, magari un druida celta, emergere anche dall’inno già citato, in cui si scrive di lui: “E’ di casa in entrambi i mari, a Oriente e a Occidente – il silenzioso asceta”. Ciò significa che, essendo state le migrazioni univoche, da nord a sud, questo asceta, conoscendo entrambe le realtà religiose, proveniva da nord. Anche la pratica del silenzio dell’asceta indiano ci ricorda la descrizione fatta da Cesare dei druidi conosciuti in Gallia. Kalì, la dea dell’età della corruzione, era detta “la nera”, attributo dovuto più che al colore cutaneo di Kalì, al fatto è la protagonista della quartà età, detta “oscura” in quanto rappresenta l’età della decadenza e della corruzione.

Non vi può più essere dubbio che le differenze somatiche esistevano allora come esistono oggi, con l’unica eccezione che l’uomo antico non se ne curò, poiché egli interpretò il proprio itinerario sulla terra in senso ascensionale e ciò implicava un cammino squisitamente individuale e spirituale. L’appartenenza ad una razza, così come noi moderni la interpretiamo, non costituiva pertanto alcuna garanzia circa il successo di questa ascesa; questo cammino, per quanto individuale, era però facilitato per chi, appartenendo ad una stirpe, ad una gens, riusciva a ripercorrere a ritroso la via tracciata dagli antenati, ricongiugendosi così all’avo, all’An o al cielo.

Il greco, prima di definirsi tale, era Atride o Pelide o Tidite; in tal modo riconduceva, con l’uso del patronimico, se stesso all’antenato, alla stirpe di appartenenza. Il Germano forse non sapeva neanche di essere un Suiones, un Equo o un Rutulo prima che altri lo designassero con tali aggettivi; egli si faceva appellare Erikson o Gerson cioè figlio di Erik o figlio di Ger. Il mito delle stirpi umane secondo la visione germanica, avalla questa nostra interpretazione. Infatti Tacito ci informa che da Manno, il primo uomo, l’antenato della stirpe umana, nacquero tre figli; questi diedero vita alle tre stirpi, Ingevoni, Istevoni e Erminoni. Nulla aggiunge il mito circa le caratteristiche somatiche dei tre fratelli, che certamente avrebbero potuto e dovuto essere differenti; ai Germani bastava sapere di avere un unico padre. L’uomo antico infatti considerò gli individui del genere umano non diversamente dai colori dell’iride, così vari e così belli, e tutti parimenti riflessi nel Cielo, oggetto di costante adorazione in quanto considerato fonte di tutto ciò che promanava in terra. Nacque forse da questa filosofia l’antico saggio che recita come il visibile (la terra) altro non sia che il riflesso dell’invisibile (il Cielo).

Ma l’uomo antico comprese altrettanto rapidamente che alla forma era legata la funzione. Un uomo forte ed intelligente era naturalmente votato al comando, che assumeva per altro senza bisogno di esercitare la violenza, in seguito ad una spontanea richiesta di protezione da parte del più debole. Saul se ne stava tranquillo per i fatti propri, non era gravato di responsabilità, decideva per sé giorno per giorno, senza obblighi verso alcuno. Il sacerdote Samuele fu però indotto a scegliere un re, visto che il popolo d’Israele, che voleva essere “governato”, ne richiedeva uno, e ritenne di individuarlo in quel giovane, Saul appunto, che “superava tutti dalla testa in su, mostrava carattere e aveva superato le prove di coraggio. Sarebbe difficile dimostrare che l’altissima statura e la fierezza di Saul avessero impressionato Samuele a tal punto da indurlo all’ideale investitura e che anche lui, come i Greci, avesse già fatta sua l’equazione secondo cui al bello debba corrispondere necessariamente il buono; ma sarebbe difficile pure dimostrare l’opposto cioè che l’imponente aspetto fisico del futuro re non abbia avuto peso nella scelta di Samuele.

Ma se alla forma è legata la funzione, attraverso lo studio di quest'ultima, noi possiamo arrivare a ridisegnare una "forma" del popolo oggetto del nostro studio, convenzionalmente definito caucasico. Prima però dobbiamo verificare se le razze umane furono davvero tre o più.

4. La trilogia delle razze umane

Stranamente, tutto ciò che ruota intorno al concetto di razza riconduce al numero tre. Abbiamo già citato i tre figli del germanico Manno, da cui ebbero vita le tre stirpi germaniche; abbiamo fatto riferimento ai tre figli di Noè, da cui derivano, secondo il testo ebraico, tutte le razze umane. L’Avestā fa riferimento alle tre razze di animali salvate da Yima, il Noè iranico, e poi ai tre ripopolamenti della terra, cui corrisponde la scoperta di nuovi territori, effettuati dall’eroe. Il racconto avestico delle tre fasi successive di ripopolamento potrebbe anche alludere metaforicamente alla creazione delle tre razze, apparse dunque non contemporaneamente ma successivamente, per mutazione o per adattamento ambientale. In ogni caso dal racconto si deduce che il primo gruppo ad apparire fu quello che popolò l’Airyana Vaeio, la Patria primigenia, collocata a nord visto che, per creare spazi vitali nelle due successive fasi di popolamento, Yima scende a sud, verso la luce - forse il mezzogiorno o terra di mezzo, definito in tedesco Mittel , o terra dei medi - e poi ancora più a sud.

Tutte le triadi riscontrabili nelle varie filosofie e religioni – Corpo/Spirito/Anima, Padre/madre/figlio, mondo divino/mondo naturale/mondo umano - sembrano derivate da un concetto originario comune. Per la Bhagavadgītā la triplice designazione del Brahman è formata dall’ “Om”, dal “Tat”, e dal “Sat”.

Per gli antichi Romani la triade divina era costituita da Giove, Marte, Quirino; quella germanica era formata da Odhino, Thor, Freyr; nei Veda si ha la triade Indra, Varuna, Mitra; nel cristianesimo Padre, figlio e Spirito Santo; tra i Greci Zeus, Poseidone, Ades. La necessità degli antichi di voler ridurre tutto ciò che ruota attorno all’uomo in triade, sembra essere avvalorata dagli studi della genetica moderna. Infatti il Dna del corpo umano, che permette la trasmissione dei caratteri, è caratterizzato da un filamento formato dai geni, i quali si poggiano su tre basi. La differente pigmentazioni della pelle umana è data dalle melanine, che sono di tre gruppi. Le anomalie cromosomiche che portano ad alcune tipiche malformazioni sono dovute alle trisomie ovvero all’anomala aggiunta di un cromosoma alla normale coppia di questi. Le più comuni sono la trisomia del cromosoma 21 (multiplo di tre), conosciuta come sindrome di Dawn; la trisomia del cromosoma 18 (multiplo di tre) detta sindrome di Edward, la quale impedisce lo sviluppo della crescita sia mentale che corporea. E ancora, tre sono le aree o formazioni, individuate da MacLean, cui sono legate particolari funzioni del cervello.

Dalla lettura degli antichi testi citati non emerge nulla in merito alle caratteristiche somatiche delle razze o stirpi umane. Riteniamo tuttavia che il gruppo umano proveniente dal nord fosse stato caratterizzato da epidermide bianca. Infatti questa colorazione dell’epidermide sarebbe compatibile con i climi artici più di quanto lo possa essere quella con alta concentrazione di melanina. Secondo il racconto avestico l’esodo sarebbe avvenuto da nord verso sud, “verso la luce”, verso il sole, via via più forte man mano che si procedeva nel cammino; in tal modo l’uomo era naturalmente indotto ad un lento adattamento alle nuove condizioni climatiche, consistente innanzitutto nell’aumento della melanina e nel progressivo cambiamento del colore della pelle. In questo caso il racconto dell’Avestā coincide con quello biblico e Yima, non diversamente dal Noè ebraico, padre di Sem, Cam, e Jafet, avrebbe dato vita alle tre razze umane. Parimenti, con buona pace di coloro che individuano nell’Africa la patria dei nostri antenati scimpanzè, la patria umana dovrebbe essere designata nell’Artico.

5. Effetto delle glaciazioni

Sconvolgenti sono gli effetti della glaciazione: il clima diviene invivibile, il ghiaccio sottrae acqua agli oceani, facendo avanzare la terra ferma, continenti prima divisi dalle acque, grazie a questo fenomeno, si uniscono. Quando, finita la glaciazione, si verifica un periodo di interglaciazione, i ghiacci si sciolgono e cedono l’acqua agli oceani, i quali innalzano il loro livello e inondano nuovamente le terre, distruggendo civiltà e lasciando un’indelebile traccia, seppur sfumata dal tempo e dalla fantasia, nella memoria storica e poetica. L’epopea dell’Avestā e delle saghe nordiche vede i ghiacci come protagonisti dell’annientamento delle civiltà; altri popoli, che abitavano più a sud, tramandano il ricordo di un devastante diluvio.

Considerato che l’ultima glaciazione iniziò venticinquemila anni fa per concludersi solo diecimila anni fa, le narrazioni contenute negli antichi testi sacri circa i devastanti cambiamenti climatici sopra ricordati dovrebbero recarne memoria. Ma noi ci chiediamo: quale fu l’ultima stirpe umana che abitò il continente artico prima che fosse progressivamente indotta ad abbandonarlo, anche se non del tutto? Se, come è ovvio presumere, tale stirpe è da identificare con la protagonista dei testi sacri cui si è fatto riferimento, la risposta è già stata data: trattasi della razza bianca dell’eroe avestico Yima. Se poi l’Avestā è non meno credibile della Bibbia e se l’eroe Yima non è da meno del biblico Noè, va preso in considerazione anche il consiglio dato da Dio all’eroe iraniano per salvare il mondo. Il dio gli dice di creare un Vara, cioè un recinto finalizzato a contenere e preservare le specie animali, vegetali ed umane che Yima avrebbe portato con sé, all’interno del quale il gelo non avrebbe avuto il sopravvento. Del resto, osserviamo di volata, anche i Germani, lontani eredi di questo popolo, avevano l’abitudine di realizzare dei luoghi protetti, delle “grotte sotterranee” di cui si servivano “come magazzini per le messi” al fine di “alleviare i rigori del gelo” (Tacito, Germania 16,4). Dalla narrazione avestica emerge che il Vara realizzato da Yima nel periodo della glaciazione doveva consistere in un territorio artico preservato, per particolari fattori climatici e ambientali, dal gelo, che copriva invece le regioni circostanti, costringendo ovviamente il gruppo umano ivi contenuto all’isolamento. Quando, finita la glaciazione, fu possibile e necessario, anche per l’inevitabile e consistente incremento demografico dovuto alle migliori condizioni di vita, varcare il recinto, ebbero inizio le migrazioni verso sud, anche se il pur inospitale nord non fu mai del tutto abbandonato; diversamente Tacito non avrebbe avuto modo di scrivere il suo famoso Germania. L’episodio più eloquente che conferma la grande capacità di riproduzione dei popoli nord-europei è quello verificatosi nel 104 a.C., quando Teutoni e Cimbri migrarono verso i confini italiani protetti da Caio Mario. Ben trecentomila germani vennero sterminati dai legionari; solo i sei mila che, rimasti nell’accampamento a guardia delle vettovaglie, non parteciparono alla battaglia furono risparmiati, ma circa cinquant’anni dopo, quando Cesare li affronta in battaglia, erano già diventati cinquantamila.

Fantasticando sulla collocazione geografica del “recinto”, del luogo protetto o vara in cui Yima conduce il suo popolo, e sorvolando mentalmente i territori settentrionali, lo sguardo è indotto a soffermarsi sull’Islanda, che sembra proprio, circondata com’è dalle acque, poter essere equiparata ad un luogo recintato. L’identificazione del recinto di Yima con l’Islanda, tuttavia, non è frutto di immaginazione, ma è supportata dal seguente ragionamento: in primo luogo il lessema vara sta ad indicare non un recinto qualsiasi, magari circoscritto con uno steccato – si noti che il termine svedese per recinto, steccato, è inhägnad e in antico tedesco un recinto in palizzate veniva dato col termine stafgardhr - ma un recinto naturale formato da “acque”. Infatti al lessema vara sono riconducibili il termine Ittita Wadar, l’inglese Water, il tedesco Wasser, tutti con il medesimo significato di “acqua”; ma anche il termine persiano vairi, che significa lago, e il sanscrito dravàh, che significa umidità. Inoltre il dio indiano Varuna era il dio delle acque; alcuni fiumi italiani si chiamano Vara e Varaita; anche in Europa molti fiumi portano nomi riconducibili a varo: il fiume francese Varo, il Warge, il Farar, la Drava. I vichinghi svedesi erano soprannominati Vareghi, da vara acqua e gehen andare, col probabile significato di “coloro che vanno sulle acque”. Segnaliamo anche la presenza nella Svezia occidentale di un comune di quattromila anime che si chiama Vara e si trova nei pressi del lago Vänern, nella regione denominata Västra Götaland. In sanscrito il termine avarodhana, che è evidentemente composto dai lessemi vara e dhana, significa Santuario, letteralmente “luogo circoscritto”, noi crediamo, più correttamente, che significhi “recinto degli dèi”. La conclusione inevitabile del nostro ragionamento è che un recinto di acque non può che dar luogo ad un’isola.

Il nome vara conferito al primo recinto sacro, eretto dall’uomo su indicazione di dio, che intendeva in tal modo salvarlo da una catastrofe ambientale, pur legato inizialmente al concetto di acqua, dovette in seguito mantenere il suo significato salvifico e sacrale, anche se riferito a recinti sacri delimitati non da acque ma da pietre o palizzate. Prova ne abbiamo nel fatto che nei miti, nelle consacrazioni regie è spesso presente un recinto che assume un valore protettivo e salvifico. Kṛṣṇa, per esempio, viene salvato dalla persecuzione del malvagio Kasma da suo padre putativo Nanta, essendo stato introdotto nel vraja o go-kula, il recinto delle vacche. I re Vichinghi, quando venivano eletti, salivano sopra una grande roccia posta all’interno di una valle, dove rimaneva il popolo acclamante; si capisce che la roccia dovesse essere considerata come una sorta di isola, di recinto, di spazio sacro. Nell’Upaniṣad (Sesto Adhyaya Quarto Brahmana), nell’esposizione del rituale da seguire per concepire un figlio, emerge che la placenta che tiene protetto l’embrione assume il ruolo di un recinto protettivo: “Questo è il recinto di Indra, serrato e ben protetto”. Il recinto sacro, fino in epoca storica, veniva eretto a protezione del tempio posto nell’acropoli della città. Nei paesi scandinavi e nord europei i dolmen – Stonehenge in Inghilterra e il The Ring of Brodgard nelle Orcadi, eretto nella prossimità di un lago, sono solo due esempi tra i molti -- sono sempre disposti in circolo, dando l’idea di un recinto che delimita uno spazio sacro, all’interno del quale si svolgono funzioni e\o sacrifici, esattamente come nella placenta si svolge il miracolo della creazione di una vita. L’inumazione dei corpi, osservata in tombe neolitiche, nel nord Europa, avveniva in un terreno che era stato circoscritto da pietre disposte in circolo, entro cui si adagiava il corpo del defunto. Il tempio di Vesta a Roma era rotondo e custodiva il sacro fuoco degli antenati.

Anche il mito della fondazione della città, effettuato da Romolo, rientra nella ritualità magico religiosa compiuta da un sacerdote-re capace di circoscrivere, attraverso la propria potenza interiore, il perimetro di una città che sarebbe stata protetta attraverso la creazione di un recinto attorno ad essa. Non è altro che un vara il pomerium tracciato da Romolo, ovvero il recinto tracciato col famoso aratro trainato da buoi, dentro il quale sarebbe sorta, per volontà divina, come sostiene Plutarco, Roma. Ciò che era contenuto dentro il pomerium era considerato sacro e l’uccisione di Remo, che lo aveva scavalcato in atto ostile, significava che il male non poteva e mai avrebbe potuto prevalere all’interno del vara o pomerium. La sacralità del luogo circoscritto dal pomerium era tale che a nessun generale, reduce di campagne militari, seppur vittorioso, era permesso di entrarvi in armi. Che il solco tracciato da Romolo fosse circolare non è esplicitamente affermato da Tito Livio, ma è presumibile, non tanto perché Livio fa riferimento alla “cerchia delle mura”, quanto piuttosto perché al centro della città stava un fossato certamente circolare chiamato mundus, che rappresentava il centro d’irradiazione della sacralità della stessa. Se proviamo ora a tracciare la pianta della città sacra vedremo definirsi sulla carta uno spazio circolare delimitato dalla doppia cerchia di mura costituita dal mundus e dal pomerium e diviso perpendicolarmente in quattro settori da due strade principali: si viene così a configurare una figura molto familiare cioè il simbolo solare del cerchio raggiato o croce celtica, scolpito in abbondanza nelle rupi scandinave, nei monti del nord Italia, nei capitelli della sicana Adrano e perduratosi fin nel Medioevo.

Anche Stonehenge doveva avere tale forma. Infatti si intravedono ancora i due cerchi concentrici formati da due anelli di pietre colossali e nei solstizi il sole, penetrando con i suoi raggi attraverso appositi interstizi, avrebbe tracciato idealmente le strade; trattavasi forse della stessa via del sole o degli antenati cui si fa cenno nell’Upaniṣad (Sesto Adhyaya Secondo Brahmana). I druidi, sacerdoti celti, tracciando attorno a sé un cerchio, durante i loro riti, onde impedire alle forze malefiche di attraversarlo, ripetevano in piccole dimensioni quanto gli ecisti come Romolo facevano in dimensioni maggiori. La disposizione in circolo dei sacerdoti druidi ha un corrispondente presso i sacerdoti Veda. Infatti nell’Upaniṣad, Primo Adhyaya, Dodicesimo Khanda, leggiamo: “ (…) proprio come [in un rito i sacerdoti] si muovono in circolo tenendosi mutuamente mentre pregano il Bahispavamana, così quelli si mossero in circolo e quindi, sedutisi insieme, pronunciarono (…) “.

Ancora una volta non possiamo che constatare la straordinaria affinità che lega i primi Romani, i Germani e le popolazioni mediorientali. Livio, nella sua storia di Roma (Libro I, capitolo 10), afferma che nel Campidoglio si trovava una quercia ritenuta sacra dai Romani; Pomponio Mela e Plinio il Vecchio asseriscono che anche i druidi consideravano sacro tale albero. Ancora più sconcertante è la constatazione che gli atti rituali compiuti da Romolo, fondatore di Roma, ricalchino gli stessi atti attribuiti da Zarathustra nell’Avestā al dio Ahura Mainyu, il dio che “crea con la mente”. Infatti, nei pressi della suddetta quercia, Romolo decide di erigere un tempio a Giove, da lui appellato “Giove Feretrio”, pronunciando le seguenti parole: “Io Romolo, re vittorioso, ti offro queste armi regali, e in questo spazio che ora mentalmente ho delineato, ti dedico un tempio”. Il fatto di “delineare mentalmente”, che va ben oltre il concetto di un semplice pensare, non solo mette Romolo in relazione con Ahura Mainyu, il dio “che crea con la mente”, ma illuminerebbe di nuova luce il suo nome arcaico qualora tale nome fosse, come riteniamo, Ramnes.

Siamo indotti a ritenere che Ramnes fosse il nome arcaico di Romolo in quanto Tito Livio, riferendosi a Ramnes, la centuria equitum di Romolo identificabile anche con una delle tre antichissime tribù romane, afferma che prese nome proprio dal primo re di Roma. Se il nome cui allude Livio fosse Romolo la centuria equitum avrebbe dovuto chiamarsi Romulea, così come Ruminale fu denominato il fico sotto il quale fu ritrovato in fasce il futuro re; più probabilmente invece il primo nome arcaico o attributo sacro del primo re di Roma era proprio Ramnes. Questo ci pare significativo in quanto l’origine filologica di Ramnes, a nostro parere riconducibile ai lessemi germanici Rahe-Mn-es, confermerebbe il ruolo sacerdotale del primo re di Roma, avvalorato anche dal fatto che, secondo il mito, egli non morì ma fu involato in una nube e poi assimilato al dio Quirino, protettore dei Romani. Rahe, infatti, in lingua germanica designa l’antenna delle navi vichinghe nella quale era issata la vela; mn indica mente; es potrebbe semplicemente identificarsi con il pronome personale di terza persona; pertanto Rahe-Mn-es è “colui che capta con la mente il vento divino”. Pure nell’ebraico (derivato probabilmente dalla lingua filistea) il vocabolo ruha ha il significato di vento, soffio divino; è cioè quell’alito di vita che Jahvè infonde nelle narici del primo uomo creato, Adamo. L’atto di compiere un rito attraverso la concentrazione della mente, vera attivatrice del rito, ci conduce ancora in India, dove un altro popolo ario, quello dei Veda, agisce in sintonia con quello romano. Infatti nelle Upaniṣad (sesto Adhyaya, Quarto Brahmana) il sacerdote può affermare: “ Io sacrifico con la mente le mie energie vitali trasferendole in te”.

La tradizione druidica continua a Roma anche attraverso il secondo re, Numa Pompilio. Diversamente da quanto tramandato circa l’indole sacerdotale di Numa Pompilio, noi riteniamo che questi non fosse un re-sacerdote, diversamente da Romolo. Mentre Romolo compie personalmente i riti sacri della fondazione ed erige templi “delimitandone mentalmente” lo spazio sacro, cosa che potrebbe fare solo un sacerdote particolarmente carismatico, Numa non solo viene investito re da un sacerdote dalle chiare parvenze druidiche, ma deve servirsi di un Augure affinché compia, in sua vece, ogni sorta di riti magico-religioso propiziatori. A proposito delle parvenze druidiche del sacerdote che proclama re Numa Pompilio è il caso di rileggere Tito Livio:

“ L’Augure prese posto alla sua sinistra, col capo velato, tenendo nella mano destra un bastoncino ricurvo, senza nodi, che fu chiamato lituo. Quando poi, rivolto lo sguardo alla città e alla campagna e invocati gli dèi, ebbe delimitato le zone da oriente ad occidente e proclamate fauste quelle verso mezzogiorno, infauste quelle verso settentrione, fissò mentalmente il punto più lontano cui poteva spingersi lo sguardo; allora passato il lituo nella mano sinistra e posata la destra sul capo di Numa, così pregò: “Giove padre, se è destino che questo Numa Pompilio, di cui io tocco il capo, sia re di Roma, daccene sicuri segni entro i limiti che io ho tracciato” (…). Numa, proclamato re, discese dal recinto augurale”.

(Storia di Roma, libro I, Cap. 18)

Alla luce di quanto osservato fin qui, non possiamo non ribadire l’affinità tra il vara tracciato da Yima e i vari recinti o cerchi sacri, romani, nord-europei, mediorientali, che proteggono o santificano ciò che contengono. Notando di volata che l’Islanda ha forma pressoché circolare, crediamo che i Geyger, le fonti termali, i vulcani attivi presenti ancora oggi nell’isola, la corrente del golfo che ne lambisce le coste dovettero creare, già allora, le condizioni climatiche di sopravvivenza per il nostro Noè dei ghiacciai e per quel pugno d’uomini che si portò dietro. Quando poi, dalla glaciazione si passò all’interglaciazione, il sovrappopolamento determinatosi nell’isola, dovette essere stato risolto con le migrazioni, magari proprio secondo le direzioni indicate dall’Avestā: a sud, verso il sole, e poi ancora più a sud. Queste direzioni sono rese probabili dal fatto che mentre il nord, nonostante il clima fosse divenuto più mite, continuava ad essere coperto dai ghiacci, che si estendevano da nord verso sud-ovest, a sud-est le condizioni climatiche divenivano sempre più ottimali per un pieno dispiegarsi della civiltà umana. Di certo è che la Groenlandia mille anni fa era ancora solo parzialmente abitabile e, a dispetto del suo nome, terra verde, che Erik il Rosso le aveva dato forse per ironia o per buon auspicio, doveva essere comunque dal clima assai rigido se, una generazione dopo, suo figlio sentì l’esigenza di andare alla ricerca di nuove terre. Il fatto che quest’enorme isola, collocata a nord-ovest rispetto all’Europa, fosse stata trovata inabitata dall’islandese transfugo, significa che le migrazioni fino a quel momento storico avevano seguito una direzione dal nord Europa verso est. Che il clima nord-europeo fosse inospitale è un dato addirittura ovvio tanto che, in questi ultimi mille anni di storia documentabile, sembra che tutte le circumnavigazioni attorno all’Artico siano state effettuate partendo dal nord Europa. Pare che i Vichinghi avessero preceduto di parecchi secoli pure Colombo nella scoperta dell’America centrale, mentre non si ha nessuna prova che siano avvenute eplorazioni in senso inverso. Le grandi capacità nautiche dei Vareghi (“coloro che vanno sull’acqua” da vara acqua e gehen andare), che esploravano mezzo mondo, navigando con la stessa disinvoltura su fiumi ed oceani, lascia presupporre, unitamente all’innata audacia nell’affrontare le ostilità della vita, un’esperienza atavica in fatto di navigazione, poco attaccamento alla patria per ovvi motivi di inospitabilità climatica della stessa e una sete di conoscenza e di avventura ancora ravvisabile nelle poche epigrafi runiche esistenti. L’audacia e soprattutto la resistenza alla fatica proprie di queste popolazioni possono essere maturate solo attraverso esperienze estreme, rivissute per generazioni, che hanno selezionato e temprato corpi come il ferro nel fuoco, così da formare un’imprintig di razza geneticamente tramandato agli eredi assieme al colore degli occhi.

Il popolo trovato in America da Colombo non aveva le caratteristiche degli “argonauti” del nord Europa. I pellerossa, gli indios del centro America non avevano né i mezzi né la voglia di intraprendere migrazioni, tanto più nautiche. Nessun pellerossa, nessun Indios negli ultimi venticinquemila anni si è spostato ad est del proprio continente attraversando l’Oceano. D’altro lato i pellerossa e gli indios d’America non avevano mai avuto contatto, prima dell’arrivo di Colombo, con l’uomo bianco o dal “viso pallido”, altrimenti non l’avrebbero definito così. Gli Aztechi però credettero di identificare i conquistadores con degli dèi già venuti, in altri tempi, a visitarli; certamente furono le caratteristiche somatiche degli spagnoli, o perché realmente coincidenti con antiche e stratificate memorie o perché giudicate esteticamente in modo altamente positivo, ad indurli a compiere tale identificazione. Anche presso gli Atzechi, come presso gli Hindù, al divino vennero attribuite caratteristiche somatiche chiaramente nord-europee.

Ci torna utile a questo punto del nostro discorso lo studio del MacLean, che ha individuato in una delle tre aree del cervello una funzione nervosa che presiede ai comportamenti gerarchici e, fra questi comportamenti, evidenzia quello relativo alla sottomissione al capo, fortemente condizionato dalle differenze corporee, evidenti soprattutto nel confronto tra il genere maschile e femminile. Se volessimo utilizzare lo studio del MacLean a conferma delle nostre tesi, non potremmo non vedere nel mito greco di un Diomede che combatte alla pari contro dio nelle pianure di Troia le caratteristiche di un uomo che non si rassegna, che non tollera il ruolo di subalterno, neanche rispetto al dio, che considera dio un “uomo immortale” e se stesso un “dio mortale”, ognuno dei quali esercita il proprio diritto sulla propria area di pertinenza, come si evince dal comportamento di un re ittita che, condotta idealmente con sè la dea Halmashuitt sulle pendici di una montagna, mostratole il proprio regno, esordisce con l’invito alla dea di non interferire nel suo regno: “Così io, che sono il re, adesso proteggo il mio paese e la mia casa. Tu, dunque, non venire in casa mia, dato che io non vengo nella tua!”. Uomini come Diomede, che incarna il prototipo dell’uomo occidentale e della sua visione del mondo, giungono perfino a sostenere la superiorità dell’uomo rispetto al dio, poiché quest’ultimo non potrà mai provare sentimenti umani, mentre l’uomo potrà guadagnarsi l’immortalità attraverso la memoria, divenendo eroe, elevandosi, attraverso un’autentica catarsi, al rango divino.

Il pensiero occidentale mostra, in questo titanico rapporto tra uomo e dio, tutta la distanza che lo divide da quello orientale, in cui è palese invece una concezione filosofico-religiosa caratterizzata dalla subalternità dell’uomo rispetto a dio e una visione del mondo fortemente gerarchica, al vertice della quale viene posto un uomo particolarmente forte e potente cui tributare onori e obbedienza. Nessun verticismo religioso invece nel pensiero occidentale, che in ambito politico potè accettare solo, quale massima espressione di subordinazione, la nomina di un primus inter pares, che in ogni caso poteva essere sconfessato e destituito dagli stessi uomini che lo avevano eletto. I Siculi e i Sicani secondo Diodoro Siculo e Tucidide, i Ciclopi secondo Omero, i Pelasgi secondo Erodoto, i Germani secondo Tacito, fintanto che rimasero in Europa e non vennero a contatto con le speculazioni filosofiche orientali, adottarono per millenni, immutato, tale concetto ed i Germani lo perdurarono fino in epoca vichinga. I Veda, in particolare il più antico fra i quattro libri, noto come Rg-Veda, espressione di un sapere e di un modo di concepire il divino riconducibili alla weltanshauung occidentale, mostrano un Indra capace, come Diomede contro Apollo, di uscire vittorioso in una dialettica con il dio creatore e capace, come gli eroi greci, di guadagnarsi il suo nuovo status divino di deva o semidio. In questo titanico confronto tra uomo e dio, tra i tanti uomini sconfitti ve ne fu qualcuno che, osando, uscì vittorioso: i greci Ercole, Perseo, Prometeo, ma anche il fulvo Indra della tradizione vedica.

Se la nostra trilogia delle razze umane dovesse essere equiparabile alla trilogia delle aree del cervello umano, all’area nervosa ipotizzata dal MacLean corrisponderebbe la razza artica la cui funzione, per le sue prerogative psicosomatiche, fu quella di coordinare la sfera gerarchica sociale e divina, creando un ponte tra il cielo e la terra.
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