I libri
1 Marco, figliuol mio, Publio Scipione, quello che per primo ebbe il soprannome di Africano, era solito dire(come racconta Catone, che gli fu quasi coetaneo), che egli non era mai meno ozioso che quando era ozioso, e non maimeno solo che quando era tutto solo.
Parole veramente magnifiche, e degne di un uomo grande e sapiente; parole chedimostrano che egli, lontano dai pubblici affari, pensava ai pubblici affari, e nella solitudine usava parlar con sé stesso,sì che non era mai disoccupato, e spesso non sentiva il bisogno di conversar con altri.
Così l'ozio e la solitudine, le duecose che agli altri portano fiacchezza, ritempravano il suo spirito.
Oh, io vorrei poter dire con verità altrettanto di me;ma se, anche imitandolo, non posso raggiungere tanta altezza d'ingegno, tuttavia, almeno col desiderio, io mi accostopiù da vicino a lui.
In verità, escluso dalla vita pubblica e dall'attività forense per colpa di un'armata e scellerataviolenza, io sono costretto a vivere in un ozio continuo e umiliante, e perciò, abbandonata Roma, trascorrendo di villa invilla, io mi trovo spesso tutto solo.
2 Ma questo mio ozio e questa mia solitudine non sono da paragonarsi con l'ozio e con la solitudinedell'Africano.
Egli, infatti, solo per riposarsi dai più alti uffici dello Stato, si concedeva talvolta un po' di svago, e dallanumerosa e faticosa compagnia degli uomini si rifugiava talora nella solitudine come in un porto; il mio ozio, invece, èimposto, non già dal desiderio di quiete, ma dal non aver più nulla da fare.
Spento il senato e distrutta la giustizia, checosa c'è che lo possa fare degna di me nella curia o nel foro?3 Così io, che vissi un tempo in mezzo a tanto affluir di gente e sotto gli occhi dei miei concittadini, ora,fuggendo la vista di quegli scellerati, onde ogni luogo trabocca, mi nascondo quanto più un è possibile e spesso mitrovo in tristissima solitudine.
Ma, poiché ho imparato dai filosofi che, fra due mali, non solo bisogna scegliere ilminore, ma anche ricavar da esso quel po' di bene che può racchiudere, io approfitto di questa mia pace (che non è certoquella a cui avrebbe diritto un uomo che un tempo procurò pace alla sua patria), e non permetto che trascorra languida esterile questa solitudine a cui non la mia volontà, ma la necessità mi condanna.
4 Veramente, l'Africano conseguì, a mio parere, una gloria ben maggiore.
Non ci resta nessun ricordo, affidatoagli scritti, del suo ingegno, nessun'opera del suo riposo, nessun frutto della sua solitudine.
Da ciò si deve arguire chequel grande, per l'attività dello spirito e per la ricerca di quelle cose che egli conquistava per forza di pensiero, non eramai né veramente ozioso né veramente solo; io, invece, che non ho tanto vigor d'intelletto da astrarmi dalla solitudine inuna tacita meditazione, ho rivolto tutte le mie cure e tutti i miei pensieri a quest'opera dello scrivere.
Ecco perché,caduta la repubblica, ho scritto in breve tempo assai più che in molti anni, quando la repubblica era ancora diritta esalda.
5 È ben vero, figliuol mio, che tutta la filosofia è ricca di messi e di frutti, e che nessuna parte di essa è incolta edeserta; ma è anche vero che, nella filosofia, nessun luogo è più fertile e più ubertoso di quello che tratta dei doveri, daiquali derivano le norme di una vita informata a coerenza e onestà.
Perciò, benché lo mi tenga sicuro che tu ascolti eapprendi con indefesso zelo questi principi dal nostro Cratippo,' il più grande dei filosofi contemporanei, tuttavia iocredo utile che i tuoi orecchi siano come intronati d'ogni intorno da tali voci e che essi non odano, se è possibile,nessun'altra cosa.
6 E se devono conoscere la teoria e la pratica del dovere tutti coloro che hanno in animo d'incamminarsi per unavita onesta, non c'è forse nessuno che più di te debba averne perfetta conoscenza.
Tu porti sulle tue spalle il peso d'unagrande aspettazione: si spera non poco che tu imiterai la mia operosità, si spera molto che tu raggiungerai i miei onori,si spera fors'anche un poco che tu conseguirai la mia fama.
Per di più, tu ti sei addossato il carico d'una responsabilitàverso Atene e verso Cratippo; e, poiché tu sei andato ad essi come a un grande emporio di nobili discipline, granvergogna sarebbe che tu te ne tornassi a mani vuote, recando onta al prestigio di tale città e di tal maestro.
Perciò tu,adoperando ogni sforzo dell'animo e sostenendo ogni fatica (se quella dell'apprendere è fatica e non piuttosto diletto),procura di riuscir nell'intento, e di non dar motivo di credere che, mentre io t'ho largamente fornito d'ogni aiuto, tu seimancato a te stesso.
Ma di ciò basta: ché sovente e a lungo io t'ho scritto per darti incitamenti e consigli; ora devoritornare all'ultima delle parti in cui ho diviso il mio lavoro.
7 Orbene, Panezio,' che, senza contrasto, ragionò dei doveri con più accuratezza d'ogni altro, e che io hoparticolarmente seguito, permettendomi solo qualche correzione, propose tre questioni, nelle quali gli uomini soglionoconsultarsi e deliberare intorno al dovere: prima, quando si domanda: «Quest'azione è onesta o disonesta?»; seconda,quando si domanda: «Quest'azione è utile o dannosa?»; terza, quando, essendoci conflitto fra ciò che ha l'aspettodell'onesto e ciò che ha l'aspetto dell'utile, si domanda: «In che modo si deve risolver la cosa?».
Se non che, mentre eglitrattò delle due prime questioni in tre libri, della terza disse che ne avrebbe parlato di poi; ma non mantenne lapromessa.
8 E la cosa tanto più mi stupisce, perché Posidonio,' suo discepolo, lasciò scritto che Panezio visse altri trent'annidopo la pubblicazione di quei libri.
E mi stupisce ancora che Posidonio, in certe sue memorie, abbia toccato di sfuggitaquesto argomento, tanto più che egli scrive che in tutta la filosofia non c'è una questione più importante di questa.
9 Io però non sono affatto d'accordo con coloro i quali affermano che Panezio non dimenticò questo punto, ma lotralasciò a bella posta, e che anzi non se ne doveva per nulla trattare, perché l'utile non può mai venire a conflitto conl'onesto.
Ora, su questo punto, si potrà dubitare se si doveva porre quel problema, che nella ripartizione di Paneziooccupa il terzo posto, o se invece si doveva trascurarlo del tutto; ma non si può mettere in dubbio che Panezio si siaimpegnato a trattarlo, mai poi l'abbia abbandonato.
In verità, se uno divide la sua materia in tre parti e ne svolge due, è naturale che gli resti da svolgere la terza; oltre a ciò, sulla fine del terzo libro, egli promette di trattar più tardi anchequesta terza parte.
10 A ciò si aggiunge l'autorevole testimonianza di Posidonio, il quale, in una sua lettera, scrive per l'appunto chePublio Rutilio Rufo,' che era stato scolaro di Panezio, era solito dire che, per la grande eccellenza di quella parte chePanezio aveva compiuto, nessuno aveva osato condurre a termine quell'altra che egli aveva tralasciata, così come nons'era trovato nessun pittore che, nella Venere di Coo, portasse a compimento quella parte che Apelle aveva lasciatoincompiuta, perché la bellezza del volto toglieva la speranza di poterla adeguare nel resto del corpo.
11 Pertanto non si può mettere in dubbio l'intenzione di Panezio; tutt'al più si potrà discutere se egli abbia avutoragione o torto di proporsi anche questa terza questione, allo scopo di trattare a fondo il dovere.
In verità, o che l'onestosia l'unico bene, come vogliono gli Stoici, o che, come credono i vostri Peripatetici, l'onesto sia il massimo bene, sì chetutti gli altri beni, posti nell'altro piatto della bilancia, abbiano appena un lievissimo peso, una cosa è certa: l'utile nonpuò mai venir a conflitto con l'onesto.
Ecco perché Socrate, com'è noto, era solito imprecare contro coloro che, per unerroneo giudizio della mente, avevano per primi separati questi due concetti che sono per natura indissolubilmentecongiunti.
E gli Stoici consentirono cosi pienamente con Socrate da tener per certo che tutto ciò che è onesto, è ancheutile, e non è utile se non ciò che è onesto.
12 Che se Panezio fosse tal uomo da dire che si deve praticare la virtù, appunto perché essa è produttrice diutilità, come affermano quelli che misurano l'appetibilità delle cose o dal piacere o dall'assenza del dolore, potrebbe bendire che l'utile qualche volta viene a conflitto con l'onesto.
Egli, invece, è tal uomo che giudica buono solo ciò che èonesto, e pensa che tutte quelle cose che, pur con una certa parvenza d'utile, contrastano con l'onesto, esse, né aggiunterendano migliore la vita, né sottratte la rendano peggiore; sembra perciò che un tal uomo non avrebbe dovuto introdurreuna discussione di tal genere, in cui ciò che è apparentemente utile si confronta con ciò che è realmente onesto.
13 Infatti, ciò che gli Stoici chiamano sommo bene, cioè il vivere secondo natura, non ha, io credo, altrosignificato che questo: vivere sempre in perfetta armonia con la virtù, e quelle altre cose, che appartengono all'ordinemateriale, sceglierle con tal criterio che esse non siano in contrasto con le virtù.
Stando così le cose, alcuni credono chePanezio sia stato illogico a introdurre questo confronto; e che anzi, in tale materia, non si possa e non si debba dareassolutamente alcun precetto.
Se non che l'onestà, nella sua purezza ideale, si trova soltanto nei sapienti e non puòessere mai disgiunta dalla virtù; coloro, invece, che non hanno perfetta sapienza, non possono avere in alcun modoquella perfetta onestà, ma solo una pallida immagine di essa.
14 Questi doveri appunto, di cui vado trattando in questi libri, sono quelli che gli Stoici chiamano mezzani:doveri di specie comune e di larga applicazione, che molti uomini raggiungono o per naturale bontà d'indole o perprogressiva educazione morale.
Quel dovere, invece, che gli Stoici chiamano retto, è assoluto e perfetto, e, come diconoessi, ha in sé tutti i requisiti e non può riscontrarsi in nessuno se non nel vero sapiente.
15 Quando però si compie qualche azione in cui si mostrano attuati i doveri mezzani, essa appare veramenteperfetta, appunto perché il volgo, generalmente, non comprende quanto essa sia lontana dalla somma perfezione; findove arriva la sua intelligenza, egli crede che nulla vi manchi.
Lo stesso accade ogni giorno in fatto di poesie, di pitturee di molte altre opere: i profani ne prendono diletto, e lodano proprio quello che non è da lodare, appunto perché, iocredo, esse racchiudono qualcosa di buono che affascina gl'inesperti; i quali, poi, non sanno giudicare qual difetto sinasconda in ogni particolare.
Ecco perché, quando sono illuminati dai competenti, mutano facilmente parere.
Questi doveri, adunque, di cui vado trattando in questi libri, sono, come dicono gli Stoici, quasi virtù disecond'ordine e non soltanto proprie dei sapienti, ma comuni a ogni sorta di persone.
Ecco perché ne sono fortementeattratti tutti coloro che hanno in sé una naturale inclinazione alla virtù.
16 Invero, quando si esaltano come uomini forti i due Decii o i due Scipioni,' o quando si dà il nome di giusto aun Fabrizio o a un Aristide, non si pretende da quelli una fortezza esemplare né da questi un'esemplare giustizia, comesi richiede da un perfetto sapiente: nessuno di costoro fu sapiente secondo il rigoroso concetto che noi abbiamo dellasapienza; e Marco Catone e Gaio Lelio, che ebbero fama e nome di sapienti, non furono veramente tali, e tali veramentenon furono nemmeno quei sette famosi sapienti della Grecia; ma, per l'abituale osservanza dei doveri mezzani, essiavevano tutta l'apparenza di veri sapienti.
17 Ciò premesso, quel che è perfettamente onesto non deve venire a paragone e a contrasto con quello che èutile; e così, ciò che noi chiamiamo comunemente onesto e che è praticato da coloro che vogliono esser tenuti peruomini dabbene non devono esser mai paragonati coi vantaggi derivanti dalle singole azioni; anzi, noi dobbiamoscrupolosamente osservare quell'onestà che è alla portata della nostra intelligenza, così come i sapienti osservano la verae perfetta onestà; se no, non si può conservare quel progresso che per avventura si sia fatto sul cammino della virtù.
Maquesti avvertimenti valgono per coloro che sono stimati uomini dabbene perché adempiono i loro doveri.
18 D'altra parte, coloro che misurano tutte le cose dai vantaggi materiali e non vogliono che l'onestà abbiamaggior peso e valore di quelli, sono soliti, nelle loro deliberazioni, paragonar l'onesto con ciò che essi credono utile;cosa che non fanno mai le persone dabbene.
Credo perciò che Panezio, quando disse che gli uomini in questo confrontosogliono rimaner perplessi, abbia inteso per l'appunto ciò che suonano queste sue parole: sogliono e non già devono.
Invero, è gran vergogna, non solo tenere in maggior conto ciò che sembra utile, di quel che è onesto, ma anche solo ilparagonar fra di loro questi due termini e il nutrire a questo proposito il benché minimo dubbio.
Ma che cos'è dunqueciò che talvolta ci rende perplessi e sembra richiedere da noi un attento esame? È che qualche volta, credo, ci assale undubbio: qual è la vera natura dell'atto che noi volgiamo e rivolgiamo nella mente? 19 Spesso, infatti, ciò che si suol tenere comunemente per disonesto, col variar delle circostanze, non si reputapiù disonesto.
A titolo d'esempio, si supponga un caso che valga per tutti: qual maggior delitto può esserci che uccidereun uomo e per di più amico? Ebbene, commette forse un delitto chi uccide un tiranno, sia pure intimo amico? Il popoloromano risponde di no: fra tutte le nobili azioni, nessuna gli par più bella di questa.
Dunque l'utile ha vinto l'onesto? No;anzi è l'onesto che s'accompagna all'utile.
Ora, perché noi possiamo ben giudicare e ben deliberare senz'ombra di errore,quando per caso ciò che chiamiamo utile sembra contrastare con ciò che intendiamo per onesto, dobbiamo stabilire unaregola generale; e se noi seguiremo questa regola, nel confronto e nel contrasto delle azioni, non ci scosteremo mai daldovere.
20 E questa regola sarà pienamente conforme al sistema filosofico degli Stoici, al quale appunto io mi attengo inquesti libri per questa semplice ragione: è vero che gli antichi Accademici e i vostri Peripatetici, i quali un tempo furonotutt'uno con gli Accademici, antepongono ciò che è onesto a ciò che sembra utile; ma è pur vero che gli Stoici, i qualiaffermano che tutto ciò che è onesto è anche utile, e che non è utile se non ciò che è onesto, trattano questa materia assaipiù nobilmente degli Accademici e dei Peripatetici, i quali ammettono l'esistenza di cose oneste non utili e di cose utilinon oneste.
Quanto a me, la mia Accademia mi dà ampia facoltà di sostenere con pieno diritto tutto ciò che ci sipresenta come più probabile.
Ma ora ritorno alla regola generale.
21 Orbene, che un uomo sottragga qualche cosa a un altro uomo e che a danno altrui accresca il propriovantaggio, è cosa più contraria alla natura che non la morte, la povertà, il dolore, e tutti quegli altri mali che possonocolpire o il corpo o i beni esterni.
Anzitutto, un tal modo d'agire distrugge dalle fondamenta la società umana.
Invero, senoi siamo così disposti nell'animo da spogliare o far violenza ad altri per il nostro particolare vantaggio, è inevitabileche s'infranga quell'umana convivenza in cui più fedelmente si rispecchia e si adempie la legge della natura.
22 A quel modo che, se ciascun membro del nostro corpo immaginasse di poter essere sano e forte attirando a séla sanità e il vigore del membro vicino, necessariamente l'organismo intero s'indebolirebbe e perirebbe, così, seciascuno di noi si appropriasse i beni altrui, sottraendo a ciascuno quanto più può per il proprio vantaggio,necessariamente la società umana andrebbe in rovina.
In verità, che ciascun uomo preferisca acquistar per sé anzichéper altri ciò che serve ai bisogni della vita, è cosa perfettamente legittima e naturale; solo che la natura non tolleraassolutamente che noi accresciamo le nostre sostanze, i nostri agi e la nostra potenza con le spoglie degli altri.
23 E invero, non solo le leggi di natura, cioè il diritto delle genti, ma anche le leggi dei vari popoli, sulle quali sifonda la costituzione dei singoli Stati, stabiliscono allo stesso modo il principio che non è lecito nuocere ad altri perprovvedere al proprio vantaggio.
A questo mirano e questo vogliono le leggi positive: che la convivenza civile simantenga intatta e salda; e puniscono di multe, di carcere, d'esilio, di morte coloro che tentano di spezzarla.
Anzi,questo principio trova una ancor più valida conferma nella ragione universale, che è legge divina e umana: chi a questalegge obbedisce di buon grado (e obbediranno tutti coloro che vorranno vivere secondo natura), non avrà mai tantoardire da stendere la mano verso le cose altrui e da appropriarsi ciò che avrà tolto ad altri.
24 In verità, l'elevatezza e la grandezza dell'animo, come pure la cortesia, la giustizia, la liberalità, sono moltopiù conformi alla natura che non il piacere, la vita, le ricchezze; il guardar con disprezzo tutte queste cose e il non farnealcuna stima, in confronto della comune utilità, è indizio d'animo grande ed elevato.
[Il sottrarre invece ad altri per ilproprio vantaggio è più contrario alla natura che non la morte, il dolore e gli altri mali dello stesso genere.
]25 Allo stesso modo, il prender sopra di sé le più gravi molestie e i più duri travagli per giovare e per salvare, seè possibile, tutte le genti umane, imitando l'esempio di quell'Ercole, che la fama degli uomini, memore dei suoi benefizi,collocò nel concilio degli dei; il far tutto questo, dico, è più conforme all'ordine naturale che non il vivere in solitudine,non solo senz'alcuna molestia, ma anche in mezzo ai più grandi piaceri, straordinariamente ricco di tutti gli agi, e per dipiù splendente di bellezza e di forza.
Perciò, quanto più uno è fornito di nobile e generosa natura, tanto più preferiscequella vita a questa.
Da ciò consegue che l'uomo, il quale obbedisca alla suprema legge della natura, non può recardanno a un altro uomo.
26 Infine, colui che fa violenza a un altro per conseguire un suo proprio vantaggio, o crede in buona fede di nonfar nulla contro la natura, o giudica che il fare oltraggio a qualcuno sia bensì un male, ma assai minore di quanto nonsiano il dolore, la povertà, la morte, e, soprattutto, la perdita degli amici, dei parenti, dei figli.
Se crede che, facendoviolenza agli uomini, non si operi contro natura, a che pro discutere con uno che sopprime interamente l'umanitànell'uomo? Se pensa, invece, che il fare oltraggio a qualcuno sia bensì un atto da evitare, ma che la morte, la povertà, ildolore siano malanni molto peggiori, commette un grand'errore, in quanto crede che i mali del corpo e i colpi dellafortuna siano più gravi che le triste passioni dell'animo.
Sia dunque ben presente a tutti questo principio supremo: l'utile individuale s'identifica con l'utile universale; e sei singoli individui usurpano l'utile universale, tutta l'umana società si dissolve d'un tratto.
27 Ancora.
Se la legge naturale prescrive che l'uomo provveda volenterosamente al bene d'un altro uomo,chiunque egli sia, per la sola ragione che è un uomo, ne viene di necessità, secondo la stessa legge naturale, che l'utilitàdei singoli è nell'utilità di tutti.
Ora, se questo è vero, siamo tutti sottoposti a una sola e identica legge; e se anche questoè vero, certamente la legge naturale ci vieta di far violenza agli altri: vera la premessa, vera la conseguenza.
28 È veramente assurdo ciò che affermano alcuni: «Ai miei genitori o a mio fratello, io non toglierei mai nullaper il mio proprio vantaggio; ma, quanto agli altri concittadini, oh, questa è tutt'altra cosa».
Costoro presumono di nonavere nessun legame giuridico, nessun rapporto sociale con gli altri concittadini per promuovere il bene comune;principio che disgrega ogni convivenza civile.
Quelli, poi, che dicono: «Bisogna aver riguardo dei concittadini, ma nondei forestieri», costoro dissolvono l'universale convivenza umana; e, distrutta questa, anche la beneficenza, la liberalità, la bontà e la giustizia van distrutte sin dalle fondamenta; e chi distrugge queste virtù dev'essere giudicato empio ancheverso gli dei immortali.
Perché appunto gli dei hanno costituito fra gli uomini quella società che essi abbattono; societàil cui più saldo vincolo è in questo principio: quando un uomo reca danno a un altro uomo per il proprio vantaggio, egliva contro natura assai più che quando patisce ogni sorta di malanni esteriori o corporei o anche morali, che sianointrinsecamente ingiusti, cioè immeritati.
In verità, la giustizia è signora e regina di tutte le virtù.
29 Dirà forse qualcuno: «Non potrà dunque un vero sapiente, che si senta morir di fame, togliere il cibo a un altrouomo perfettamente inutile? [No davvero: perché la mia vita non è a me più utile di quel che sia una tale disposizionedell'animo che mi vieti di recar danno ad alcuno per mio vantaggio.
] E se un uomo dabbene, per non morir di freddo,potesse spogliar delle vesti un crudele e mostruoso tiranno come Falaride,' non dovrebbe egli farlo?».
30 A queste domande è molto facile rispondere.
Ecco: se tu, per il tuo particolar vantaggio, togli qualche cosa aun uomo, sia pure perfettamente inutile, tu commetti un'azione inumana e contraria alla legge di natura; ma se, invece,tu sei uno che, rimanendo in vita, può recare gran giovamento alla sua patria e alla società umana, non meriti alcunbiasimo se, appunto per quello scopo, togli un po' di cibo a un altro.
Ma, se non c'è questa giustificazione ideale, oh,allora ciascuno sopporti in pace i suoi propri disagi piuttosto che toglier qualcosa all'agiatezza di un altro.
Non pertantole malattie, la povertà e gli altri malanni di tal genere non sono più contrari alla natura che l'usurpare o anche solo ildesiderare la roba degli altri; ma il trascurare la pubblica utilità, questo, sì, è contrario alla natura, perché offende lagiustizia.
31 Ecco perché anche la legge naturale, che conserva e assicura il benessere comune, ordina in modo categoricoche le cose necessarie alla vita passino da un uomo dappoco e inutile a un uomo sapiente, buono e valoroso, la cuimorte potrebbe recar grave danno all'utilità comune; ma con questa riserva, che egli non tragga motivo a commettereatti ingiusti dalla troppa stima e dal troppo amor di sé stesso.
Entro questi limiti, egli adempirà sempre il suo dovere,provvedendo alla felicità degli uomini e a quella società umana, che io vado così spesso ricordando.
32 Per ciò che riguarda Falaride, la risposta è molto facile.
Fra noi e i tiranni non c'è nessun rapporto sociale, mapiuttosto un incolmabile abisso; e non è contro natura spogliare, se è possibile, colui che sarebbe onesto uccidere; anzi,tutta questa scellerata ed empia genia dovrebbe essere sterminata dal consorzio umano.
In verità, come si amputanocerte membra, quando esse cominciano a mancar di sangue e quasi di vita e nuocciono alle altre parti del corpo, cosìcodesta mostruosa crudeltà di belva in sembianza d'uomo dev'essere estirpata dalla pura e schietta umanità delconsorzio civile.
Di tal genere sono tutte quelle questioni nelle quali si studia il comportamento del dovere nelle variecircostanze.
33 Io credo, dunque, che Panezio avrebbe trattato simili questioni, se qualche accidente o qualche occupazionenon gli avesse impedito di condurre a termine il suo disegno.
E appunto per risolvere tali questioni, i miei due libriprecedenti offrono molti consigli, che permettono di veder chiaro quali azioni si debbano fuggire per la loro intrinsecadisonestà e quali invece non si debbano fuggire, appunto perché non sono in tutto e per tutto disoneste.
Ma, poiché iomi accingo a coronare l'opera incominciata, anzi quasi compiuta, farò come fanno i matematici: essi, di solito, nondimostrano tutto, ma si fanno concedere alcuni postulati per poter poi più facilmente spiegare il loro assunto; e così iochiedo a te, figliolo mio, di concedermi, se puoi, questo postulato: nulla è desiderabile per sé stesso fuorché l'onesto.
Mase non puoi concedermi tanto, per riguardo a Cratippo, concedimi almeno quest'altro: ciò che è onesto, è per sé stessodesiderabile sopra ogni altra cosa.
A me basta o l'uno o l'altro dei due postulati; e invero ora l'uno, ora l'altro a me parpiù probabile; e, oltre questi due, nessun altro mi par probabile.
34 E, innanzi tutto, bisogna, a difesa di Panezio, chiarire questo punto: egli non disse (e non potevaassolutamente dirlo) che l'utile, il vero utile, qualche volta viene a conflitto con l'onesto: disse e intese l'utile apparente.
In verità, egli afferma recisamente più d'una volta che non c'è cosa utile che non sia onesta, e non c'è cosa onesta chenon sia anche utile; e dichiara che nessuna maggior calamità ha percosso la vita umana che il pregiudizio di coloro chehanno separato questi due concetti.
Concludendo: Panezio introdusse quest'apparente e non reale contrasto fra l'onesto el’utile, non perché qualche volta noi dobbiamo anteporre l'utile all'onesto, ma perché possiamo con retto criterio bendiscernere e ben giudicare quelle cose, quando intervenga il dubbio.
Ora io compirò questa parte, da lui tralasciata,senza alcun aiuto, ma, come suol dirsi, con le sole mie armi.
Fra tutte le opere, che hanno trattato questo argomentodopo Panezio, nessuna, che sia venuta al35 Quando, adunque, ci si presenta qualche apparenza d'utile, naturalmente nesiamo attratti; ma se, considerando attentamente la cosa, vediamo che la disonestà è intrinsecamente congiunta aquell'azione che ha l'aspetto dell'utile, allora, pur senza rinnegare il concetto dell'utile, dobbiamo persuaderci che, dovec'è la disonestà, non può esserci l'utilità.
Che se nulla è tanto contrario alla natura quanto la disonestà (la natura, infatti,esige rettitudine, armonia, coerenza, e disdegna il loro contrario), e se nulla è tanto conforme a natura quanto l'utile, neconsegue che l'utilità e la disonestà non possono coesistere nella medesima azione.
E, allo stesso modo, se noi siamonati per l'onestà, e questa o è l'unica cosa per sé stessa desiderabile, come parve a Zenone,' o almeno deve aver l'assolutaprevalenza su tutte le altre cose, come vuole Aristotele, ne viene di necessità che l'onesto o è l'unico bene o è il massimobene; ma ciò che è bene, è certamente anche utile; e di conseguenza tutto ciò che è onesto è utile.
36 Perciò, solo il falso apprezzamento di uomini malvagi, non appena afferra qualche cosa che gli sembri utile,immediatamente la separa dell'onesto.
Di qui nascono i pugnali, i veleni, i falsi testamenti; di qui i furti, i peculati, lerapaci spogliazioni degli alleati e dei cittadini; di qui sorge la cupidigia di soverchie ricchezze e d'intollerabile potenza,e, infine, anche la bramosia di regnare nelle libere repubbliche: tutte cose che sono le più orrende e le più abominevoliche si possano immaginare.
Vedono, nel loro fallace giudizio, i particolari vantaggi, ma non vedono il castigo; non dico quello stabilito dalle leggi, che essi tante volte riescono a eludere, ma quello, che è pur tanto amaro, inflitto dalladisonestà stessa.
37 Via, dunque, dal consorzio umano questa dubbiosa e perplessa genia, che è tutta scellerata ed empia; viaquesti uomini che stan lì a pensare se devono seguir ciò che riconoscono onesto, o se devono consapevolmentecontaminarsi di scelleratezza: perché, pur il solo dubitare è già una colpa anche se poi questi dubbiosi non la traduconoin atto.
Non bisogna perciò assolutamente deliberare tra sé e sé quelle cose, che anche il solo pensarle è vergogna.
38 Dirò di più: da ogni deliberazione interiore si tenga lontana la speranza e anche solo il pensiero di tenersegreto e occulto il misfatto.
Noi dobbiamo essere intimamente persuasi, per poco che abbiamo appreso dalla filosofia,che, quand'anche potessimo celarlo a tutti gli dei e a tutti gli uomini, non dobbiamo assolutamente commettere nessunatto né d'ingordigia, né d'ingiustizia, né di dissolutezza, né d'intemperanza.
Qui cade a proposito il famoso aneddoto diGige, narrato da Platone.
Gige, adunque, essendosi aperta e sprofondata la terra per effetto di grandi e continue piogge,discese in quella voragine, e lì scorse (così raccontano le favole) un cavallo di bronzo, nei fianchi del quale c'era unaporticina.
Aperta questa, vide il cadavere di un uomo di straordinaria grandezza, con un anello d'oro al dito.
Gli tolsel'anello e se l'infilò nel suo; poi, siccome era un pastore del re, si recò all'adunanza dei pastori.
Quivi, ogni volta cherivolgeva il castone dell'anello verso la palma della mano, non era veduto da alcuno, mentre egli vedeva tutto; tornavapoi ad esser veduto, ogni volta che, rigirando l'anello, lo rimetteva al suo posto.
Allora, cogliendo l'opportunità chel'anello gli offriva, fece violenza alla regina, e così, con l'aiuto di lei, uccise il re suo signore e tolse di mezzo tutticoloro che credeva d'ostacolo ai suoi disegni; e nessuno poté mai vederlo nell'atto di compiere questi delitti.
Così, a untratto, per virtù dell'anello, egli diventò re della Lidia.
Orbene, il sapiente, anche se avesse questo magico anello, noncrederebbe che gli fosse lecito di fare il male più che se non l'avesse: gli uomini dabbene cercano l'onestà, nonl'impunità.
39 E, a questo proposito, certi filosofi per verità nient'affatto malvagi, ma non abbastanza accorti, dicono chePlatone ha inventato un racconto immaginario e fantastico; come se egli sostenesse che la cosa è avvenuta o potevaavvenire.
Ecco il vero significato di quest'anello e di quest'esempio: se fosse assolutamente certo che, se tu commettiuna mala azione per amor di ricchezza, di potenza, di dominio, di piacere, nessuno verrà a saperlo, nessuno ne avrà ilpiù lieve sospetto; se fosse stabilito dai fati che la cosa rimarrà eternamente ignota agli dei e agli uomini, la faresti tu?Dicono che la cosa è impossibile.
Veramente, impossibile non è; ma io domando che cosa farebbero, se ciò cheaffermano impossibile, fosse invece possibile.
Insistono con la testardaggine dei villani: «No, non è possibile»; e siostinano a non capire il significato della mia ipotesi.
Quando noi domandiamo che cosa farebbero se potessero tenernascoste le loro malefatte, non domandiamo già se realmente possano tenerle nascoste, ma li mettiamo, per così dire,con le spalle al muro, di modo che, se rispondono che, assicurata l'impunità, farebbero il comodo loro, confessino cosìche sono dei furfanti; se invece rispondono di no, ammettano in tal modo che tutte le azioni disoneste si devono fuggireper sé stesse.
Ma ormai è tempo di ritornare al nostro proposito.
40 Avvengono spesso molti casi che confondono la mente con l'apparenza dell'utile.
Non già quando ci sidomanda se si debba voltar le spalle all'onesto per la singolare grandezza dell'utile (ciò che è disonestà vera e propria),ma quando ci si domanda se si possa compiere senza vergogna ciò che ha l'aspetto dell'utile.
Quando Bruto toglieva ilcomando al collega Collatino,' poteva sembrare che egli facesse una cosa ingiusta: Collatino era stato il suo compagnodi consiglio e d'azione nella cacciata dei re.
Ma, poiché i più ragguardevoli cittadini avevano deliberato di toglier dimezzo la parentela del Superbo, di sopprimere il nome dei Tárquinii e di cancellare anche il ricordo della monarchia,l'utile reale, cioè il supremo interesse della patria, coincideva a tal punto con l'onestà che esso non poteva non essereapprovato anche da Collatino.
E così l'utilità prevalse in virtù dell'onestà, senza la quale anche l'utilità non sarebbe statapossibile.
41 Non così avvenne per quel re che fondò la nostra città.
Fu l'apparenza dell'utile che vinse l'animo suo.
Credendo assai più utile regnar da solo che dividere il potere con un altro, uccise il fratello.
Egli calpestò l'amor fraternoe il sentimento umano, pur di raggiungere quello scopo che gli pareva utile, ma utile non era.
E tuttavia, a sua discolpa,allegò il pretesto delle mura, giustificazione né plausibile né convincente.
Egli, dunque, commise un vero delitto: siadetto con buona pace di Quirino o di Romolo.
42 Non si creda, però, che noi dobbiamo trascurare i nostri personali vantaggi a benefizio degli altri, quando noistessi ne abbiamo stretto bisogno; anzi, ciascuno deve provvedere con sollecitudine al proprio vantaggio, purché ciòavvenga senza danno altrui.
Bella e saggia, come tante altre, questa sentenza di Crisippo: «Chi corre nello stadio, deveaccanitamente lottare con tutte le sue forze per riportar la vittoria; ma non deve in nessun modo dar lo sgambetto aquello con cui gareggia, né ricacciarlo indietro con la mano.
Così, nella vita, non è ingiusto che un uomo cerchi diprocurarsi quanto gli abbisogna, ma non è giusto che egli lo sottragga ad altri».
43 Ma soprattutto nelle amicizie si confondono i doveri, perché, tanto il non concedere agli amici quello cheonestamente si può, quanto il concedere quello che non è lecito, è un venir meno al proprio dovere.
Se non che tuttaquesta materia è regolata da una breve e non difficile norma.
È vero che tutto ciò che sembra utile, cioè gli onori, lericchezze, i piaceri e le altre cose di simil genere, non devono mai anteporsi all'amicizia; ma è altrettanto vero chel'uomo dabbene, per amor dell'amico, non farà mai nulla né contro la patria né contro il giuramento e la fede, nemmenose si troverà a esser giudice in una causa che riguardi l'amico: quando indossa la veste di giudice, egli depone quellad'amico.
Una sola cosa egli concederà all'amicizia: preferirà che la causa dell'amico sia giusta, e all'amico accorderà,perché difenda la sua causa, tutto il tempo che la legge gli consente.
44 Ma quando, prestato il giuramento, si accinge a pronunziar la sentenza, ricordi ch'egli ha per testimone Iddio,cioè, come io penso, la propria coscienza, che è la cosa più divina che Iddio abbia concesso all'uomo.
Bello, per tanto,quel costume tramandatoci dai nostri padri (oh, se noi lo conservassimo ancora), di pregare il giudice con questaformula: «Fa per me tutto quello che puoi, purché sia salva la tua coscienza».
Questa preghiera non va oltre quei favoriche, come ho detto poc'anzi, un giudice può onestamente concedere all'amico; perché se si dovesse fare tutto ciò che gliamici vogliono, tali amicizie non sarebbero da reputarsi amicizie, ma cospirazioni.
45 Parlo, s'intende, delle amicizie comuni; poiché, negli uomini sapienti e quindi perfetti, non può esserci nulla disimile.
Si racconta che Damone e Finzia, seguaci di Pitagora, si amavano l'un l'altro di grande amore.
Or avvenne che iltiranno Dionisio condannò a morte un di loro e fissò il giorno del supplizio.
Allora, avendo questi domandato alcunigiorni per salutare i suoi cari e per raccomandarli agli amici, l'altro si offrì mallevadore del suo tempestivo ritorno,obbligandosi a morir lui, se l'amico non fosse tornato.
Ma ecco, nel giorno stabilito, l'amico ritornò.
Allora il tiranno,ammirato della loro lealtà, chiese che l'accogliessero come terzo nella loro amicizia.
46 Quando, dunque, nell'amicizia, ciò che sembra utile si mette a confronto con ciò che è onesto, soccombal'apparenza dell'utile e trionfi la realtà dell'onesto; quando, invece, nell'amicizia, si pretendono cose non oneste, allora,sull'amicizia, prevalga la scrupolosa osservanza del dovere.
Si avrà così quella giusta scelta tra i vari doveri che èappunto l'oggetto della nostra ricerca.
Se non che, per l'apparenza dell'utile, si commettono spesso molti e gravi errori anche nella vita politica degliStati.
Sbagliarono gravemente i Romani quando distrussero Corinto; sbagliarono ancor più gravemente gli Ateniesi,quando decretarono che si mozzassero i pollici agli Egineti, che erano potenti sul mare.
Questo provvedimento parveutile, perché Egina, per la sua vicinanza, dominava minacciosa il Pireo.
Ma nessun atto, che sia crudele, può esser utile:la crudeltà è mortale nemica di quell'innato sentimento umano, che noi dobbiamo fedelmente seguire.
47 Male si comportano anche coloro che vietano agli stranieri di usufruire delle nostre città e li cacciano inbando, come fece Penno al tempo dei nostri padri e come ha fatto Papio or non è molto.
In verità, è giusto che non sipermetta di arrogarsi il diritto di cittadino a chi cittadino non è (e, a questo proposito, promulgarono una legge duesapientissimi consoli, Crasso e Scevola);' ma è addirittura disumano che si vieti agli stranieri di soggiornare nella nostracittà.
Nobilissimi, invece, sono quei casi in cui l'apparente utilità pubblica cede di fronte all'onestà.
Ricca di tali esempiè la nostra repubblica, come in ogni tempo, così specialmente nella seconda guerra punica, quand'essa, dopo la disfattadi Canne, mostrò un così alto e fermo coraggio come non aveva mostrato mai nella prospera fortuna: nessun indizio disgomento, nessuna menzione di pace.
Tanta è la potenza dell'onesto che offusca lo splendore dell'utile.
48 Gli Ateniesi, non potendo in alcun modo sostenere l'impetuoso assalto dei Persiani, stabilirono che gli uominivalidi, abbandonata la città e poste in salvo le mogli e i figli a Trezene, montassero sulle navi e difendessero sul marecon la flotta la libertà della Grecia.
In quel frangente, essi lapidarono un tal Círsilo che li consigliava di rimanersene incittà e di aprir le porte a Serse.
Eppure, evidentemente, Círsilo non mirava che all'utile; ma l'utile non aveva alcunvalore di fronte all'onesto.
49 Temistocle, dopo la vittoria riportata nella guerra contro i Persiani, affermò in piena assemblea ch'egli avevaun disegno assai vantaggioso per la patria, ma che era opportuno non fosse conosciuto da tutti; chiese che il popolo glidesse qualcuno a cui confidarlo; gli fu dato Aristide.
E ad Aristide egli disse che si poteva incendiar di nascosto la flottadegli Spartani, la quale era tirata in secco a Gizío:' questo fatto avrebbe inevitabilmente abbattuto la potenza di Sparta.
Udita questa proposta, Arístide, tra la più grande aspettazione, ritornò all'assemblea e li dichiarò che il consiglio diTemistocle era bensì utilissimo, ma nient'affatto onesto.
Allora gli Ateniesi, giudicando che quello che non è onesto nonè neanche utile, rigettarono sdegnosamente, sulla parola di Aristíde, tutto quell'affare che non avevano neppure udito.
Quanto meglio si comportarono gli Ateniesi di noi, che affranchiamo da ogni gravezza i pirati e carichiamo di tributi inostri alleati!Rimanga, dunque, ben fermo questo principio, che ciò che è disonesto non è mai utile, neanche nel momentostesso in cui si riesca a ottenere ciò che si presume utile: il solo pensare che sia utile ciò che è disonesto è già di per séuna gran colpa.
50 Ma spesso, come ho già detto, avvengono casi in cui può sembrare che l'utile contrasti con l'onesto; allorabisogna ben considerare se l'utile contrasti realmente con l'onesto, o se in qualche modo possa conciliarsi con esso.
Ecco, per esempio, alcune questioni di tal genere.
Un onest'uomo trasporta da Alessandria a Rodi un grosso carico digrano, mentre i Rodiesi son travagliati dalla miseria e dalla fame, e, insomma, da una spaventosa carestia.
Egli saancora che molti altri mercanti hanno salpato da Alessandria, e anzi, durante la rotta, ha veduto le loro navi cariche digrano far vela alla volta di Rodi.
Ora si domanda: dovrà egli dir tutto ai Rodiesi, oppure, serbando il silenzio, vendere ilsuo grano al più alto prezzo possibile? Noi immaginiamo il caso di un uomo saggio e onesto; noi supponiamo l'attenta ecoscienziosa riflessione di un uomo che certamente non terrebbe nascosta la cosa ai Rodiesi, se giudicasse ciòdisonesto, ma che propende a credere che ciò disonesto non sia.
51 In simili casi, per solito, Diogene di Babilonía, grande e austero filosofo stoico, la pensa in un modo e in unaltro modo la pensa il suo discepolo Antípatro,' uomo d'acutissimo ingegno.
Antípatro è del parere che si debba sudareogni cosa, perché il compratore non ignori assolutamente nulla di ciò che il venditore conosce; Rogene, invece, sostieneche il venditore ha bensì l'obbligo di dire i difetti della sua merce, in quanto è stabilito dal diritto civile, ma che, nelresto, purché agisca senza frode, può, come venditore, cercar di vendere col maggior profitto possibile.
«Ho portato finqua la mia merce, l'ho messa in mostra, la vendo a un prezzo non maggiore degli altri e forse anche minore, dato che ioavrei una maggiore possibilità di guadagno.
A chi faccio torto?» 52 Sorge dall'altra parte l'opposto ragionamento di Antípatro: «Che cosa dici? Tu che devi provvedere al benedegli uomini e servire alla società umana; tu che sei nato con questa missione e hai avuto in sorte da natura questaimperiosa e sublime vocazione, di fare in modo che l'utile tuo sia l'utile comune e, viceversa, l'utile comune sia l'utiletuo; tu, dunque, terrai nascosto agli uomini quell'eventuale vantaggio che può esserci per loro?».
Diogene forserisponderà così: «Altro è il nascondere, altro è il tacere: e così, ora, io non ti nascondo nulla, se non ti dico qual è lanatura degli dei o qual è il sommo bene; tutte cose la cui conoscenza ti sarebbe ben più utile che il buon prezzo delgrano.
Ma io non ho il dovere di dirti tutto ciò che a te sarebbe utile sapere».
53 «No; anzi ne hai il sacrosanto dovere, solo che tu ricordi che è la natura che ha creato questa grande famigliaumana.
» «Me ne ricordo», ribatterà l'altro; «ma è forse tale, codesta famiglia, che nessuno possa dire: "Questo è mio"?Se veramente è così, non si dovrebbe neppur vendere nulla, ma soltanto regalare.
»Tu vedi, chiunque, che in tutta questa animata discussione non si dice mai: «Per quanto la cosa sia disonesta, iola farò egualmente, perché mi torna utile»; ma, da una parte, si dice: «E' cosa utile senz'esser disonesta»; e dall'altraparte: «No; appunto perché è cosa disonesta, non deve farsi».
54 Supponiamo ora che un uomo dabbene venda una sua casa per alcuni difetti, che egli conosce e che gli altriignorano: per esempio, sia malsana e la si creda salubre; non si sappia che in ogni camera fari capolino le serpi; siacostruita di cattivo materiale e minacci rovina; ma tutto questo sia ignoto a tutti fuorché al padrone.
Ora io domando: seil venditore non dirà nulla di nulla ai compratori, anzi venderà la casa a un prezzo molto più alto di quel che avrebbepensato, peccherà costui contro la giustizia e l'onestà? «Sì certo», risponde Antípatro; «il lasciar che il compratore corraalla cieca e, sbagliando strada, precipiti in un rovinoso inganno, che altro è questo se non una scellerata perfidia, come ilrifiutarsi di mostrar la via al viandante smarrito, cosa che in Atene era condannata alla pubblica esecrazione? Anzi, èben peggio che il non mostrar la via: è un trarre consapevolmente altri in errore».
55 E Diogene di rimando: «T'ha forse costretto a comprare, lui che non t'ha neppure sollecitato? Egli ha messo invendita ciò che non gli piaceva; tu hai comprato ciò che ti piaceva.
Se non sono considerati imbroglioni quelli chemettono tanto di cartello: "Si vende una villa bella e ben costruita", sebbene essa non sia né bella né costruita a regolad'arte, tanto meno sarà tenuto per tale chi non ha punto lodato la sua casa.
Dove la decisione del compratore è libera,come può esserci frode da parte del venditore? Orbene, se non si è tenuti a dar garanzia di tutto ciò che si diceespressamente, credi tu che si debba dar garanzia di ciò che non si dice affatto? E quale stoltezza maggiore di questa,che il venditore esponga per filo e per segno i difetti di ciò che vende? E quale assurdità maggiore di quest'altra, che unbanditore, per ordine del padrone», vada proclamando a gran voce: "Si vende una casa malsana .
.
.
?"».
56 Così, dunque, in certi casi dubbi, una parte difende a spada tratta l'onesto, l'altra difende a oltranza l'utile, intal modo che non solo è onesto il fare, ma è disonesto il non fare ciò che sembra utile.
Ecco il gran dissidio che sembraspesso insorgere tra l'utile e l'onesto.
Ora, questi punti controversi vogliono essere ben definiti: giacché io li ho esposti,non per proporre questioni, ma per risolverle.
57 Io credo, adunque, che né quel mercante di grano avrebbe dovuto nasconder nulla ai Rodiesi, né questovenditor di case ai compratori.
Perché il nascondere non consiste già nel tacere una cosa qualsiasi, ma nel volere che,per tuo esclusivo vantaggio, quello che tu sai sia ignorato da coloro ai quali tornerebbe utile il saperlo.
E chi non vede diqual natura sia e a quale specie d'uomini si addica una tal maniera di nasconder le cose? Non certo a un uomo leale,schietto, nobile, giusto, dabbene, ma piuttosto a un uomo falso, ipocrita, astuto, ingannatore, maligno, scaltro, furbomatricolato, trappolone.
È forse una cosa utile tirarsi addosso tanti titoli d'infamia e molti altri ancora?58 Se sono da biasimarsi coloro che tacciono quello che dovrebbero dire, che cosa pensar di coloro che ricorronoa impudenti menzogne? Gaio Canio, cavaliere romano, uomo non privo di spirito e abbastanza colto, si era recato aSiracusa, com'egli era solito dire, non per affari, ma per diporto.
Egli andava dicendo che voleva comprarsi una villetta,dove invitar gli amici e dove godersela in pace, lontano dai seccatori.
Essendosi sparsa questa voce, un certo Pizio, chefaceva il banchiere a Siracusa, gli disse che ville da vendere non ne aveva, ma che egli, volendo, poteva usarliberamente della sua come di cosa propria; e intanto l'invitò a cena per il giorno dopo.
Canio accettò l'invito.
AlloraPizio, il quale, come banchiere, godeva molto credito presso ogni classe di persone, convocò a casa sua i pescatori,chiese loro che il giorno dopo pescassero davanti alla sua villetta, e diede le opportune istruzioni sul da farsi.
All'orafissata, ecco venir Canio per la cena.
Magnifico e sontuoso il banchetto preparato da Pizio; gran numero di barche, là,davanti agli occhi; ogni pescatore portava lì tutto ciò che pescava; e i pesci venivano buttati ai piedi di Pizio.
59 Allora Canio: «Di grazia, Pizio, che cosa è questo? Tanti pesci? Tante barche?».
E quello: «Che meraviglia?In questo tratto di mare, c'è tutto il pesce di Siracusa; qui vengono tutti a prender l'acqua; di questa villa, i pescatori nonpossono farne a meno».
Canio, infiammato dal desiderio, prega e scongiura Pizio che gliela venda.
Quello, dapprima,nicchia; poi, a farla breve, si arrende.
Pieno di voglia e ricco di denaro, il buon Canio comprò la villa al prezzo che Piziovolle, e per giunta con tutto l'arredamento: segna la partita a libro e l'affare è concluso.
Il giorno dopo, Canio invita isuoi amici.
Egli è là di buon'ora.
Di barche, non ne vede nessuna.
Chiede a un vicino se per caso quello fosse un giornodi festa per i pescatori, perché non ne vedeva nemmeno uno.
«No, ch'io sappia», risponde quello; «ma qui, per solito,non vien mai nessuno a pescare; anzi, ieri, mi stupivo molto di quella strana novità».
60 Canio si sentì montar la bile; ma che farci? Il mio collega ed amico Gaio Aquilio non aveva ancorapromulgato quelle sue norme sulla frode.
A proposito delle quali, quando gli si domandava che cosa intendesseprecisamente per frode, egli rispondeva: «Per frode, intendo il fingere una cosa e il farne un'altra».
Rispostamirabilmente chiara, degna di un uomo tanto esperto nel definire.
Quindi Pizio e tutti gli altri che fingono una cosa e nefanno un'altra, sono perfidi, malvagi, imbroglioni.
Nessuna loro azione, inquinata da tanti vizi, può tornar utile.
61 Ora, se la definizione di Aquilio è vera, la simulazione e la dissimulazione devono essere bandite da ogni attodella vita.
Così, l'uomo dabbene non deve né simulare né dissimular nulla, né per comprare né per vendere a migliorpatto.
E invero, codesta frode era contemplata anche dalle leggi (per esempio, la tutela male esercitata, dalle DodiciTavole; il raggiramento dei minorenni, dalla legge Pletoria), ed è punita dai procedimenti giudiziari non regolati daleggi, nei quali si applica la formula: «Secondo la retta coscienza».
Negli altri processi di tal genere, poi, spiccanosoprattutto queste formule: negli arbitrati che riguardano i beni della moglie, «nel modo più giusto e più equo»; nellacessione fiduciaria di pegni, «come tra persone oneste si deve onestamente agire».
Ebbene, può esserci pur l'ombra dellafrode quando si dice all'arbitro: «Fa ciò che è più giusto e più equo»? 0 può compiersi alcun atto di frode o di malizia,quando si dice: «Come tra persone oneste si deve onestamente agire»? Ma la frode consiste, come afferma Aquilio,nella simulazione.
Bisogna, dunque, bandire dai contratti ogni forma di menzogna; il venditore non deve metter avantiun falso offerente che giochi al rialzo; il compratore non deve metter avanti un falso offerente che giochi al ribasso;l'uno e l'altro, quando vengono alla domanda e all'offerta del prezzo, lo dichiarino apertamente una volta per tutte.
62 Quinto Scevola, figlio di Publio, volendo comprare un fondo, chiese che il venditore gliene dicesse subito ilprezzo ristretto.
Questi così fece.
Allora Scevola disse che egli lo stimava di più e aggiunse centomila sesterzi.
Tuttidicono: «Questo è un atto da uomo onesto»; ma poi soggiungono: «Non però da uomo saggio; come non sarebbe dauomo saggio, se vendesse per meno di quello che potrebbe».
Eccola, dunque, la perniciosa dottrina che disgiunge econtrappone l'onestà e la saggezza.
Onde Ennio, dice: «Savio non è colui che a sé non giova».
Sentenza perfettamentevera, se io fossi d'accordo col poeta sul significato del verbo «giovare».
63 Io vedo che Ecatone da Rodi, discepolo di Panezio, in quei libri che scrisse intorno al dovere e che dedicò aQuinto Tuberone, dice: à dovere dell'uomo saggio aver molta cura delle proprie sostanze, purché non faccia nulla controi costumi, le leggi e le istituzioni del suo paese.
E invero noi non vogliamo esser ricchi soltanto per noi, ma anche per ifigli, per i parenti, per gli amici e soprattutto per la patria.
Le sostanze e gli agi dei singoli sono anche ricchezza delloStato».
A Ecatone l'atto di Scevola, di cui ho parlato díanzi, non può assolutamente piacere; e in realtà egli si restringe adire che, per suo proprio vantaggio, non farà mai ciò che non è lecito.
64 Ecatone non merita certo né gran lode né gran riconoscenza.
Ma purtroppo è così: se la simulazione e ladissimulazione sono frode, pochissime sono le azioni in cui codesta frode non entri; e se uomo dabbene è colui chegiova a quanti più può e non nuoce a nessuno, non è certo facile incontrar sulla terra codesto uomo dabbene.
Concludendo: il mal fare non è mai utile, poiché è sempre disonesto; e il ben fare, poiché è sempre onesto, è sempreutile.
65 Passando alle norme giuridiche che riguardano la compra e vendita dei beni immobili, dirò che il nostro dirittocivile fa obbligo al venditore di dichiarare tutti quei difetti dei quali ha conoscenza.
In verità, mentre le Dodici Tavole sirestringevano a chiedere che il venditore si assumesse la responsabilità di quello che aveva espressamente dichiarato alcompratore, con la clausola che, chi rinnegava la parola data, pagasse due volte tanto, i giureconsulti stabilirono unapena anche per i reticenti, decretando che il venditore è responsabile dei difetti che siano nel fondo, nel caso che egli liconosca e non li abbia esplicitamente dichiarati.
Ne darò un esempio.
66 Dovendo gli àuguri trar gli auspici sulla rocca del Campidoglio, intimarono a Tiberio Claudio Centumalo, cheaveva una casa sul Celio, di demolire quelle parti dell'edificio, che, per la loro altezza, impedivano l'osservazione degliauspici.
Claudio, allora, mise in vendita la casa, che fu comprata da Publio Calpurnio Lanario.
Gli àuguri fecero aCalpurnio la stessa intimazione.
Calpurnio la demolì; ma poi, venuto a sapere che Claudio aveva messo in vendita lacasa dopo che gli àuguri gli avevano imposto di demolirla, lo citò davanti al giudice, «perché gli fossero rifusi i danni, oin denaro o in opere, secondo la retta coscienza».
La sentenza fu pronunziata da Marco Catone, padre del nostroindimenticabile Catone (come gli altri prendono nome dal padre, così questo, che generò un così vivo splendore, meritadi prender nome dal figlio); Catone, dunque, come giudice, pronunziò questa sentenza: «Poiché Claudio, nell'atto divendere, era a conoscenza della cosa e non la dichiarò apertamente, è obbligato a rifondere i danni al compratore».
67 Stabilì, dunque, che la «retta coscienza» impone al venditore l'obbligo di render noti al compratore tutti queidifetti che egli conosce.
Orbene, se la sentenza di Catone fu giusta, non fu giusto il tacere né di quel mercante di grano,né di quel venditore di case malsane.
È ben vero che simili casi di reticenza non possono essere contemplati ad uno aduno dal diritto civile: ma quelli che possono esservi contemplati, incorrono in una severa sanzione penale.
Marco MarioGratidiano io parente, aveva rivenduto a Gaio Sergio Orata quella stessa casa che egli, pochi anni prima, aveva da luicomprata.
La casa era gravata di una servitù, ma, nel contratto di vendita, Mario non l'aveva dichiarato.
La cosa fuportata in giudizio.
Orata era difeso da Crasso, Gratidiano da Antonio.
Crasso si atteneva strettamente alla legge: «Ilvenditore deve rispondere di quei difetti che egli conosceva e non ha dichiarato»; Antonio, invece, si faceva fortedell'equità: «Poiché quel difetto era ben noto a Sergio, che aveva già venduto quella casa, Mario non aveva nessunobbligo di dichiararlo; e perciò non può dirsi ingannato uno che ben conosceva la condizione giuridica di ciò checomprava».
A che scopo adduco questi esempi? Perché tu ti persuada che ai nostri padri non andarono mai a genio gliuomini astuti e disonesti.
68 Se non che le leggi reprimono le disoneste astuzie in un modo e i filosofi in un altro: le leggi le reprimono, inquanto possono colpirle con la forza; i filosofi, in quanto possono scoprirle con l'avveduta e perspicace ragione.
Laragione, adunque, impone un assoluto dovere: nessun'insidia, nessuna simulazione, nessun inganno.
Non è forseun'insidia il tender le reti, anche se poi tu non intendi scovare e inseguire le fiere? Si sa che spesso le fiere ci cascano dasé nella rete, anche se nessuno le insegue.
Allo stesso modo, tu metti in vendita una casa e vi appendi un cartello a guisadi rete: qualcuno, senz'avvedersene, finirà con l'incapparvi.
69 Vedo bene che questa sorta d'inganni, per la profonda corruttela dei costumi, non è considerata moralmentedisonesta, né cade sotto la sanzione della legge o del diritto civile; è vietata e condannata, però, dalla legge di natura.
Invero, la società che ha più vasti confini (l'ho detto più volte, ma giova ripeterlo più volte ancora) e quella che lega tuttigli uomini con tutti gli uomini; più ristretta è quella che abbraccia gli uomini di una stessa nazione; più intima ancora èquella che stringe fra di loro gli abitanti d'una stessa città.
Ecco perché i nostri padri vollero che altro fosse il dirittodelle genti e altro il diritto civile: il diritto civile non è senz'altro il diritto delle genti, ma il diritto delle genti dev'essereanche il diritto civile.
Ma noi purtroppo del vero diritto e della schietta e genuina giustizia non possediamo una concretae scolpita immagine; quello di cui ci serviamo non ne è che un vago e pallido abbozzo.
E volesse il cielo che almeno ciattenessimo a questo! Perché esso deriva pur sempre dagli eterni e perfetti esemplari della natura e del vero.
70 Infatti, che preziose parole son queste: «A patto che io, per cagion tua e per la tua fede, non sia ingannato efrodato»! E quanto belle queste altre: «Come, tra persone oneste, bisogna onestamente e schiettamente agire».
Ma chisono poi queste «persone oneste»? E che significa «agire onestamente»? Qui sta il nodo della questione.
Tant'è vero cheQuinto Scevola,' il pontefice massimo, diceva che la maggior forza vincolante risiede in tutti quei giudizi arbitrali, incui si applica la formula: «Secondo la buona coscienza»; e pensava che il concetto di buona coscienza avesse la piùampia estensione, e si applicasse perciò alle tutele, alle associazioni, ai depositi, alle procure, alle compre e vendite, alleconduzioni e locazioni; tutte cose che sono il fondamento della vita sociale.
«In questi giudizi» egli aggiungeva «sirichiede un giudice illuminato e sapiente, che determini i rispettivi obblighi delle due parti, tanto più che, nella maggiorparte dei casi, insorgono le controquerele».
71 Bisogna, perciò, metter in bando ogni sorta di astuzie, e specialmente quella malizia che si ammanta bensì diprudenza, ma che, dalla vera prudenza, ne è lontana le mille miglia.
La vera prudenza, infatti, consiste in un'avvedutascelta tra il bene e il male; la malizia, invece, se è vero che tutto ciò che è disonesto è male, antepone il male al bene.
Enon solo nella compra e vendita degli immobili il diritto civile, che deriva dalla legge naturale, punisce la malizia e lafrode, ma anche nella vendita degli schiavi proibisce rigorosamente ogni frode da parte del venditore.
Dice, infatti,l'editto degli edili: «Chi vende uno schiavo è tenuto a conoscerne i difetti, e resta garante al compratore della salute,delle diserzioni e dei furti di esso».
Diverso è il caso di chi venda uno schiavo avuto in eredità.
72 Concludendo: poiché la natura è la vera fonte del diritto, la natura stessa comanda che nessuno agisca in mododa trar profitto dall'altrui ignoranza.
E non si può immaginar cosa tanto funesta alla vita civile quanto la maliziamascherata di prudenza; onde nascono tutti quegli innumerevoli casi in cui sembra che l'utile contrasti con l'onesto.
Quanti sono coloro che, perfettamente sicuri dell'impunità e del segreto, hanno la forza di astenersi dal commettere ilmale?73 Mettiamo, ora, alla prova, se non ti dispiace, la verità della mia asserzione, esaminando appunto alcuni di queicasi in cui la maggior parte degli uomini forse non crede che si commetta alcun male.
Perché, in questo punto, io nondevo parlare di assassini, di avvelenatori, di falsificatori di testamenti, di ladri, di concussionari, tutta gente che si deveperseguitare e fiaccare, non con le sottili disquisizioni dei filosofi, ma con le catene e col carcere; io voglio, invece,considerarle azioni di coloro che hanno fama di uomini dabbene.
Certi galantuomini portarono dalla Grecia a Roma unfalso testamento del ricchissimo Lucio Minucio Bàsilo.
E perché il testamento fosse più facilmente convalidato,nominarono coeredi Marco Crasso e Quinto Ortensio,' uomini tra i più potenti di quel tempo.
Costoro sospettavano, sì,che il testamento fosse falso, ma, poiché la loro coscienza non li rimordeva di nessuna colpa, non disdegnarono ilpiccolo dono dell'altrui ribalderia.
Orbene, basta questo a farli apparire esenti d'ogni colpa? A me par di no: benché ioabbia amato l'uno, mentre viveva, e non porti odio all'altro, ora che è morto.
74 Ma, poiché Bàsilo aveva voluto che Marco Satrio, figlio di una sua sorella, portasse il suo nome e perciòl'aveva fatto suo erede (parlo di colui che ai nostri giorni fu patrono del Piceno e della Sabina; o gran vergogna di queitempi quel nome!), non era giusto che quei due autorevoli cittadini avessero le sostanze e a Satrio non toccasse altro cheil nome.
In verità, se opera ingiustamente, come ho dimostrato nel primo libro, colui che, potendo, non impedisce e noncombatte l'ingiustizia, in che concetto deve tenersi colui che, non solo non respinge l'ingiustizia, ma anzi la seconda? Amio parere, son disoneste anche le eredità legittime, quando sono carpite con perfide lusinghe, non con sinceri, ma consimulati servigi.
Si obietterà: «Ma in simili casi, talvolta, altro suol parere l'utile e altro l'onesto».
A torto, perché l'utilee l'onesto obbedisce sempre a una stessa e medesima legge.
75 Chi non è fermamente convinto di questa verità, non rifugge da nessuna frode e da nessun delitto.
Perché,ragionando così: «Questo, che tu dici, è certamente onesto, ma quest'altro mi torna utile», egli avrà il coraggio, perun'illusione della mente, di separare due cose che la natura ha congiunte; e questa appunto è la fonte di tutte le frodi, ditutti i misfatti, di tutte le scelleratezze.
Pertanto, se un uomo onesto avesse un tal potere che, a un lieve schioccar delle dita, il suo nome potessefurtivamente insinuarsi nel testamento dei ricchi, egli non si varrebbe di un tal potere, neanche se avesse l'assolutacertezza che nessuno ne avrebbe mai il benché minimo sospetto.
Ma se tu dessi a Marco Crasso questo magico potere,che, con un semplice schioccar delle dita, potesse esser nominato erede, egli che in realtà erede non è, oh, credimi, eglifarebbe gran salti in piazza.
L'uomo giusto, invece, quello che noi giudichiamo vero uomo dabbene, non toglierà mainulla a nessuno per appropriarselo.
E chi si meraviglia di ciò, confessi di non sapere che cosa sia un uomo dabbene.
76 Ma chi vorrà svolgere quel concetto che giace confuso nell'animo suo, imparerà facilmente da sé che l'uomodabbene è colui che giova a quanti più può e noti nuoce a nessuno, se non provocato da ingiusta offesa.
Orbene, nonnuoce forse colui che, con una specie di malia, riesce a soppiantare i veri eredi e a prendere il loro posto? Dirà taluno:«Dunque, un uomo non deve fare quel che gli torna utile, quel che gli giova?».
No; anzi, si imprima nella mente questo concetto, che tutto ciò che è ingiusto non può né giovare né tornar utile; chi non è convinto di questa verità, non potràesser mai un uomo onesto.
77 Quando io ero un fanciullo, sentivo raccontare da mio padre che Gaio Fimbria,' uomo consolare, si trovò aesser giudice in una causa in cui Marco Lutazío Pintía, cavaliere romano veramente ragguardevole, s'era impegnato apagare una certa somma nel caso che «egli non fosse giudicato uomo onesto».
Fimbria, dunque, gli disse ch'egli non sisarebbe mai pronunziato in simile questione, perché non voleva né spogliare della sua reputazione un uomo tantostimato, se avesse dovuto dar sentenza contraria, né aver l'aria di decretare che un uomo è onesto, quando un taleattributo dipende da un'infinità di doveri e di meriti.
Ora, a quest'uomo dabbene, di cui aveva un così chiaro concettonon solo Socrate, ma anche Fimbria, non può assolutamente sembrar utile cosa alcuna che non sia anche onesta.
Per ciò,un tal uomo non solo non oserà fare, ma neppur pensare cosa alcuna che poi non ardisca proclamare in pubblico.
0 nonè vergogna che i filosofi abbiano a dubitare d'una verità di cui non dubitano neppure i campagnoli? Da questi è natol'antico proverbio trito e ritrito.
Quando essi vogliono lodare la lealtà e l'onestà di un uomo, dicono: «E' un uomo dapotercisi giocare alla mora anche al buio».
E che altro significa questo detto se non che non è utile se non ciò che èonesto, anche se tu possa conseguir quell'utile senza che alcuno ti colga in fallo?78 0 non vedi che, a norma di questo proverbio, non si può giustificare né quel Gíge, di cui ho parlato più sopra,né quell'altro che, come poc'anzi immaginavo, con un solo schioccar delle dita, può arraffare l'eredità di tutti? La veritàè una sola: ciò che è disonesto, per quanto lo si occulti, non può assolutamente diventare onesto; e così, ciò che non èonesto, non può assolutamente diventare utile, perché vi si oppone con tutte le sue forze la natura.
79 Si dirà: «Ma quando i vantaggi sono molto grandi, allora inette conto di peccare».
Gaio Mario era moltolontano dalla speranza del consolato.
Sette anni dopo la pretura, egli era prostrato e deluso.
Pareva che non avrebbechiesto mai la dignità di console.
Ma ecco: mandato a Roma da Lucio Metello, grand'uomo e gran cittadino, del qualeegli era luogotenente, accusò davanti al popolo romano il suo comandante di tirare in lungo la guerra, e disse che, seavessero fatto console lui, in breve tempo avrebbe consegnato Giugurta, o vivo o morto, nelle mani del popolo romano.
E così Mario fu bensì console ma calpestò la lealtà e la giustizia, poiché, con una falsa accusa, suscitò l'odio del popolocontro un ottimo e nobilissimo cittadino, del quale egli era luogotenente e dal quale era stato mandato a Roma.
80 Neppure il nostro Gratídiano adempì il suo dovere di galantuomo, quand'egli era pretore e i tribuni della plebeconvocarono a consiglio il collegio dei pretori per risolvere di comune accordo la questione monetaria: perché lamoneta, a quei tempi, era cosi fluttuante che nessuno poteva sapere a quanto ammontasse il suo patrimonio.
Compilarono in comune un editto, determinando le pene e la procedura; e stabilirono che, nel pomeriggio, sarebberosaliti tutti insieme sui rostri per la proclamazione.
Se non che, mentre gli altri se ne andarono ciascuno per i fatti suoi,Gratidiano, dalla sala del consiglio, si recò difilato sui rostri, e lì, da solo, proclamò l'editto che era stato elaborato incomune.
E questo fatto, se vuoi saperlo, gli tornò a grande onore: in ogni quartiere della città, gli furono erette statue; edavanti ogni statua, si bruciarono incensi e si accesero fiaccole.
A che farla lunga? Nessuno mai fu più popolare di lui.
81 Queste sono le ragioni che qualche volta ci turbano nelle nostre deliberazioni, quando, cioè, la violazionedella giustizia non è tanto grande, mentre invece grandissimo ci sembra il vantaggio che se ne ricava.
A Gratidiano, peresempio, non pareva tanto brutto il carpire ai colleghi e ai tribuni della plebe le primizie del favor popolare; gli parevainvece molto utile il diventar per questa via console, che era allora la sua massima aspirazione.
Ma per tutti questi casic'è una regola sola, che io desidero ti sia sempre viva e presente: ciò che sembra utile, non sia disonesto, e ciò che èdisonesto, non sembri utile.
Ora, possiamo noi giudicare uomo onesto o quel Gaio Mario, o questo Gratídiano? Apri escuoti il tuo intelletto, per vedere quale idea e quale nozione dell'uomo onesto siano riposte in esso.
Orbene, si addice aun uomo onesto il mentire, il calunniare, il carpir privilegi, il tramare inganni per proprio vantaggio? No, certamente.
82 C'è dunque cosa di tanto valore, c'è dunque vantaggio tanto desiderabile da indurti a perdere il nobilesplendore e il bel nome di galantuomo? E questa così detta utilità quale sì gran vantaggio può recarci, che adegui ecompensi il danno che essa ci reca, quando ci strappi il nome di galantuomo e ci tolga ogni sentimento di lealtà e digiustizia? E qual differenza c'è fra uno che si trasforma da uomo in belva e uno che porta in sé ferocia di belva insembianza umana?E coloro che calpestano la rettitudine e l'onestà, pur di conseguir la potenza, non agiscono forse come colui chevolle avere perfino come suocero un uomo la cui audacia gli fosse strumento a diventar potente? Gli pareva utile salirein gran potenza sfruttando l'odiosità dell'altro; e non vedeva quale offesa recasse alla patria e alla morale questo suoambizioso e pernicioso disegno.
E appunto il suocero aveva sempre in bocca quei versi greci delle Fenicie, che iotradurrò alla meglio; rozzamente forse, ma tuttavia in modo che se ne possa intendere il significato profondo:«Se si deve calpestar la giustizia, la si calpesti pure per acquistarsi un regno, ma, nel resto, si osservino le grandileggi».
Scellerato Etèocle, o piuttosto Euripide, che sottrasse all'impero della legge morale proprio quell'azione che è lapiù scellerata di tutte!83 Ma perché vado raccogliendo queste minuzie, come eredità, traffici, vendite frodolente? Eccoti colui cheagognò di farsi re del popolo romano e signore di tutte le genti, e che riuscì nel suo intento.
Se qualcuno chiama onestaquesta bramosia è un pazzo: egli approva la morte delle leggi e della libertà, e giudica gloriosa la loro abominevole edesecrabile soppressione.
Se poi qualcuno riconosce che non è cosa onesta il farsi re di una città che fu libera e che liberadeve restare, ma poi sostiene che è utile a colui che può riuscirci, con quale rimprovero, o, piuttosto, con quale acerbarampogna, cercherò io di strappar costui da un così grand'errore? Ma può essere utile a qualcuno, o dèi immortali!quest'orribile ed esecrando parricidio della patria, anche se colui che si macchia di un simile delitto è chiamato padre dai concittadini oppressi? L'utilità, dunque, deve prender norma dall'onestà, e appunto in tal maniera che questi dueconcetti, che paiono discordar nel nome, concordino perfettamente nella sostanza.
84 Se guardo all'opinione del volgo, io non vedo utilità maggiore che quella di esser re; e, all'opposto, nonappena richiamo la ragione alla vera realtà delle cose, io trovo che non c'è nulla di più dannoso per colui che haconseguito un tal potere in onta alla giustizia.
Possono forse esser utili ad alcuno le angosce, gli affanni, il trepidargiorno e notte? Può giovargli una vita tutta piena d'insidie e di pericoli?«Molti sono avversi e infedeli al regno; pochi sono benevoli»dice Accio.
Ma a qual regno? A quel regno che, trasmesso da Tàntalo e da Pelope, era legittimamente possedutoda Atreo.
Ma quanti più nemici non dovette avere quel re, che con l'esercito del popolo romano oppresse appunto ilpopolo romano, e costrinse ad esser sua schiava una città non solo libera, ma anche signora del mondo?85 Quali tormenti nella coscienza, quali ferite nell'animo non dovette avere costui? A qual uomo può tornar utilela propria vita, quando la propria vita è sottoposta a tal legge che chi gliela toglie, è destinato a godere la più grandericonoscenza e la più alta gloria? Che se quelle cose, che sembrano maggiormente utili, non sono utili, perché piene didisonestà e d'infamia, noi dobbiamo essere abbastanza persuasi che non è utile se non ciò che è onesto.
86 Del resto, questa verità, confermata tante volte dai fatti, ottenne la sua più alta conferma, durante la guerratarentina, per virtù di Gaio Fabrizio, console per la seconda volta, e del senato romano.
Re Pirro,' non provocato, avevaportato guerra al popolo romano.
Si combatteva, per la supremazia, con un re di nobile stirpe e di gran potenza.
Oravvenne che un disertore di Pirro, venuto nell'accampamento romano, offrì a Fabrizio che, se gli avesse promesso unpremio, com'era venuto di nascosto, così di nascosto sarebbe ritornato all'accampamento greco e avrebbe ucciso il re colveleno.
Fabrizio, senz'altro, fece ricondurre quel ribaldo a Pirro; e questo suo atto ebbe l'encomio del senato.
Eppure, senoi giudichiamo la cosa secondo l'apparenza dell'utile e secondo la comune opinione, vediamo che un solo disertoreavrebbe troncato d'un tratto quella grande guerra e quel pericoloso avversario del nostro impero; ma sarebbe stato ungran disonore e una gran vergogna vincere non col valore, ma con la scelleratezza un avversario col quale si gareggiavain gloria.
87 Ebbene, fu più utile o a Fabrizio, che fu in Roma quel che Aristide fu in Atene, o al senato romano, che nonseparò mai l'utilità dall'onore; fu più utile dico, il combattere il nemico con le armi o coi veleni? Se dobbiamo aspirareall'impero per amor della gloria, lungi da noi la scelleratezza, nella quale non può esserci gloria; ma se cerchiamo lapotenza per sé stessa in qualunque modo, questa non potrà esserci utile se porta con sé il disonore.
Non fu utile, dunque,quella proposta di Lucio Filippo, figlio di Quinto: che quelle città che Lucio Silla, dietro versamento d'una somma,aveva affrancato, in forza d'un decreto del senato, tornassero di nuovo tributarie, senza che noi restituissimo loro ildenaro che esse avevano pagato per il proprio riscatto.
Il senato accolse e approvò la proposta.
Oh, gran vergogna delnostro impero! La lealtà dei pirati vale più di quella del senato.
Ma si dirà: «Si accrebbero così le pubbliche entrate;quindi il provvedimento fu utile».
E fino a quando si avrà l'ardire di chiamar utile ciò che non è onesto?88 Possono forse l'odio e l'infamia tornar utili ad un impero che deve reggersi sulla sua gloria e sulla benevolenzadegli alleati? Io mi sono trovato più volte in disaccordo anche col mio Catone.
A me pareva ch'egli difendesse controppa rigidezza l'erario e i tributi, negando tutto agli appaltatori e negando molto agli alleati; mentre noi avremmodovuto essere generosi con gli alleati e comportarci con gli appaltatori come ci comportiamo per solito coi nostrifittaiuoli; e tanto più avevamo questo dovere perché quel buon accordo dei due ordini era di suprema importanza per lasalvezza dello Stato.
E mal si comportava anche Curíone,' quando diceva che la causa dei Transpadani era giusta, mapoi conchiudeva sempre: «Vinca l'utilità!».
Avrebbe invece dovuto dire: «Quella causa non è giusta perché non è utileallo Stato», piuttosto che: «Confesso che è giusta, ma affermo che non è utile».
89 Il sesto libro di Ecatone Sui doveri è pieno di questioni di questo genere: «In tempo di grandissima carestia, èlecito a un uomo onesto tagliare i viveri alla sua servitù?».
Egli discute il pro e il contro; ma tuttavia, alla fine,determina il dovere col criterio dell'utilità (così egli s'illude), anziché col criterio della umanità.
Ancora: «Se in mareoccorre far getto di qualche cosa, si sacrificherà un prezioso cavallo o piuttosto uno schiavetto di poco valore?».
Inquesto caso l'interesse ci spinge da una parte, l'umanità da un'altra.
«Se uno stolto, in un naufragio, riesce ad afferrareuna tavola, gliela strapperà forse a viva forza un uomo saggio, potendo?» Ecatone risponde di no, perché la cosasarebbe ingiusta.
«E il padron della nave potrà portargliela via come cosa sua?» «Nient'affatto; come non potrebbepretendere di gettar giù dalla nave in alto mare un viaggiatore, col pretesto che la nave è sua.
Finché non si è arrivati alluogo per cui s'è noleggiata la nave, la nave non è del padrone, ma dei viaggiatori.
»90 «E se la tavola è una sola e i naufraghi son due, e tutti e due sapienti, dovranno strapparsela a vicenda, o l'unodovrà cederla all'altro?» «Sì, dovrà cederla, ma a colui al quale sia più proficuo il vivere, o per sé o per la patria.
» «E sequeste condizioni sono uguali in entrambi?» «Non ci sarà nessun contrasto fra di loro; ma, o levando, per così dire, asorte, o giocando a pari e caffo, chi perde la cederà all'altro.
» «E se un padre spogliasse i templi o scavasse cunicoli perraggiungere le casse dello Stato, dovrà suo figlio denunziar la cosa ai magistrati?» «No; un tale atto offenderebbe lalegge divina e umana; anzi egli dovrebbe difendere il padre, se questi fosse accusato.
» «Non è dunque la patria ad disopra di tutti i doveri?» «Sì, certo; ma giova anche alla patria aver cittadini amorosi e rispettosi verso i genitori.
» «E seun padre tenterà di farsi tiranno, di tradir la sua patria, dovrà a figlio tacere?» «No, anzi scongiurerà il padre a non farlo.
Se non approda a nulla, l'ammonirà, lo minaccerà anche; infine, se la cosa comporta la rovina della patria, anteporrà lasalvezza della patria alla salvezza del padre.
»91 Ecatone domanda ancora: «Se un uomo saggio riceve, senz'accorgersene, monete false per buone, potrà egli,dopo che se ne sia accorto, darle per buone al suo creditore in pagamento di un suo debito?».
Diogene risponde di sì, Antípatro risponde di no; e io consento piuttosto con Antípatro.
«Se uno vende del vino, sapendo che va a male, devedirlo?» Diogene non lo crede necessario, Antípatro pensa che il dirlo sia dovere di galantuomo.
Ecco, ora, alcunecontroverse questioni, per dir così, giuridiche, discusse dagli Stoici.
«Nella vendita d'uno schiavo, se ne devonodichiarare tutti i difetti, non solo quelli per cui, se tu non li dichiari, ti ritorna indietro lo schiavo in forza del dirittocivile, ma anche altri come questo: è bugiardo, giocatore, ladro, ubriacone?» L'uno crede di sì, l'altro crede di no.
92 «Se uno vende oro, credendo di vendere ottone, dovrà l'uomo onesto avvertirlo che quello è oro o compreràper un denaro ciò che vale mille denari?» Ormai è ben chiaro quale sia la mia opinione e quale contrasto di pareri ci siatra i due sopraddetti filosofi.
Ora si domanda: «Si devono osservar sempre i patti e le promesse, che, come suona l'editto dei pretori, "nonsiano state estorte né con la violenza né con la frode"?».
Un tale, supponiamo, dà a un altro una medicina control'idropisia, col patto che, se in virtù di quella medicina egli riacquista la salute, in avvenire non farà mai più uso diquella medicina.
Ora, in virtù di quella medicina, egli guarisce; ma poi, dopo qualche anno, ricade nella stessainfermità, e da colui, col quale ha stretto il patto, non ottiene il permesso di poterne far uso un'altra volta.
Si domanda:«Che dovrà egli fare?».
Considerando che quell'uomo, in quanto non concede il permesso, è un disumano e che a luinon si fa né ingiuria né danno alcuno, si conclude che l'infermo deve provvedere alla propria salute e alla propria vita.
93 Supponiamo ancora che un uomo saggio sia stato richiesto da un tale che vuol farlo suo erede, lasciandogliper testamento cento milioni di sesterzi, di ballare in pieno giorno in piazza, davanti a tutti, prima d'entrare in possessodell'eredità; e che quello abbia promesso, perché altrimenti quel tale non l'avrebbe fatto suo erede.
Dovrà egli mantenerla promessa, o no? Preferirei che non avesse promesso, e credo che così avrebbe meglio tutelato la sua dignità; ma,poiché ha promesso, e giudicherà indecoroso il ballare in piazza, mancherà più onestamente alla promessa, nonprendendo nulla di quella eredità, anziché accettandola; salvo che non impieghi quel denaro per qualche grave necessitàdello Stato: quando si vuol provvedere al bene della patria, anche il ballare in piazza non è più indecoroso.
94 Ma non si devono mantener neppure quelle promesse che non tornano utili alle persone stesse a cui son fatte.
Il Sole - per ritornare ai miti - promise al figlio Fetonte che avrebbe soddisfatto ogni suo desiderio.
Fetonte desiderò disalire sul cocchio del padre; e fu accontentato.
Ma ecco, non s'era ancora seduto, che, colpito da un fulmine, fu ridottoin cenere.
Quanto meglio sarebbe stato, in questo caso, che il padre non avesse mantenuto la promessa! E che dire diTeseo che volle adempita la promessa di Nettuno? Nettuno gli aveva concesso la facoltà di chiedere tre grazie; eglichiese la morte del figlio Ippolito, che il padre sospettava avesse attentato all'onore della matrigna; ma, ottenuta lagrazia, Teseo piombò nei più atroci dolori.
95 E che dire di Agamennone? Avendo egli promesso in voto a Diana la più bella cosa che nascesse in quell'annonel suo regno, immolò Ifigenia, che era la più bella creatura nata appunto in quell'anno.
Egli avrebbe dovuto nonmantener la promessa, piuttosto che commettere un così esecrabile misfatto.
Qualche volta, dunque, non si devonomantener le promesse; e così non sempre si devono restituir le cose ricevute in deposito.
Se Lino, per esempio, sano dimente, ti consegna una spada, e poi, uscito di senno, te la richiede, il restituirla sarebbe un delitto, il non restituirla è undovere.
E se uno depositasse presso di te una somma di denaro, e poi si apprestasse a portar guerra alla tua patria, glirenderesti tu il deposito? Non credo, perché tu agiresti contro la tua patria, che dev'esserti cara sopra ogni altra cosa.
Così molte azioni che sembrano per sé stesse oneste, in certe speciali circostanze diventano disoneste: il mantener lepromesse, l'osservare i patti, il restituire i depositi, quando l'utilità si converte in danno, diventano azioni disoneste.
Ecosì io credo d'aver parlato abbastanza di quelle utilità, le quali non sono che apparenti, e sotto la maschera dellaprudenza contravvengono alla giustizia.
96 Se non che io, nel primo libro, ho derivato i doveri dalle quattro virtù cardinali, come da quattro fonti; io devoperciò attenermi ad esse, volendo dimostrare quanto siano nemiche della virtù quelle azioni che sembrano utili, ma cheutili non sono.
Ho già trattato della prudenza, che la malizia si studia di contraffare, e così pure della giustizia, che èsempre utile.
Restano le altre due parti dell'onestà, l'una delle quali si manifesta nella grandezza e nella elevatezza d'unanimo nobile, l'altra nella ordinatrice e moderatrice virtù della continenza e della temperanza.
97 Sembrava utile ad Ulisse il sottrarsi alla guerra (così almeno raccontano i poeti tragici; ché in Omero, scrittoredegnissimo di fede, non c'è nulla che faccia sospettare Ulisse capace d'una simile azione); ma, insomma, le tragediel'accusano d'aver tentato di sottrarsi alla guerra simulando la pazzia.
Dirà forse taluno: «Proposito non onesto; macertamente utile: regnare e vivere tranquillamente in Itaca, coi genitori, con la moglie, col figlio.
Credi tu che unagloria, acquistata a prezzo di quotidiane fatiche e pericoli, possa paragonarsi con questa vita placida e serena?».
No, iocredo che codesta vita sia da rigettare sdegnosamente, poiché quella vita che non è onesta, non è neanche utile.
98 Quali rampogne non avrebbe dovuto udire Ulisse, se avesse perseverato in quella simulazione? Egli che, puravendo compiuto in guerra così grandi imprese, deve tuttavia sentirsi dire da Aiace:«Egli solo tradì la fede di quel giuramento che egli stesso, come tutti sapete, aveva consigliato e promosso; siostinò a simular la pazzia, per non andar in guerra insieme con gli altri; e se la sagace avvedutezza di Palamede nonavesse intuito la maliziosa impudenza di costui, egli avrebbe per sempre eluso il sacro giuramento».
99 Meglio sarebbe stato per lui combattere non solo coi nemici, ma anche, come poi realmente fece, con letempeste marine, piuttosto che disertar la Grecia congiurata a portar guerra ai barbari.
Ma tralasciamo le favole e gliesempi stranieri; e veniamo a un fatto reale e nostro.
Marco Atilio Regolo, console per la seconda volta, essendo stato fatto prigioniero in un agguato, in Africa,quand'era duce lo spartano Santippo e comandante supremo Amilcare, padre d'Annibale, fu mandato al senato romano, sotto giuramento che, se non fossero stati restituiti ai Cartaginesi certi nobili prigionieri, egli sarebbe ritornato aCartagine.
Venuto a Roma, egli ben vedeva l'apparenza dell'utile, ma, come il fatto dimostra, lo giudicò fallace; e sì chesi trattava di questo: restarsene in patria, vivere nella propria casa con la moglie e coi figli, conservare il grado delladignità consolare, pensando in cuor suo che quella sconfitta, ricevuta in guerra, era una delle tante fortunose vicendedella guerra.
Chi può negare che tutto questo non sia utile? Chi pensi tu che lo neghi? La grandezza e la fortezzadell'animo lo negano.
100 Cerchi forse più autorevoli testimonianze? No, perché è proprio di queste virtù non aver paura di nulla,guardar con disprezzo tutte le miserie umane, non credere insopportabile cosa alcuna che possa accadere all'uomo.
Chefece Regolo allora? Andò in senato ed espose il mandato ricevuto; e rifiutò di esprimere il proprio parere, dicendo che,fin quando era vincolato dal giuramento fatto ai nemici, egli non era più senatore.
Ma poi fece anche di più («0 uomostolto», dirà qualcuno, «e nemico del proprio bene!»): affermò che non era utile restituire i prigionieri, perché quellierano giovani e capitani valenti, lui ormai affranto dalla vecchiaia.
Vinse così il suo autorevole consiglio: i prigionierinon furono restituiti ed egli ritornò a Cartagine; né valse a trattenerlo l'amor della patria e dei suoi.
Eppure, egli nonignorava allora che andava incontro a un crudele nemico e a raffinati supplizi; ma credeva suo primo dovere osservare ilgiuramento.
Ecco perché, nell'atto stesso che era ucciso a furia di atrocissime veglie, egli rappresentava una causa benpiù nobile che se fosse rimasto a casa sua, vecchio prigioniero e consolare spergiuro.
101 «Ma operò da stolto, egli che, non solo non approvò, ma anzi sconsigliò la restituzione dei prigionieri.
»Operò da stolto? Anche se quel suo atto tornava utile alla patria? E può esser utile a un singolo cittadino ciò che èdannoso alla patria?Gli uomini, quando disgiungono l'utile dall'onesto, sovvertono i fondamenti naturali della vita civile.
È vero chetutti desideriamo avidamente l'utile, e ci lanciamo alla sua conquista, e non possiamo assolutamente comportarci in altromodo.
Chi c'è al mondo che rifugga dalle cose utili? 0 piuttosto chi c'è che non le persegua con tutto l'ardore? Ma,poiché non possiamo ritrovar l'utile in nessuna cosa fuorché nell'onore, nel decoro e nell'onestà, ne consegue che,mentre teniamo questi valori come i più alti e i più nobili della vita, stimiamo che il concetto dell'utile risponda nontanto a una nobiltà morale quanto a una necessità materiale.
102 Dirà taluno: «Che c'è dunque di straordinario in un giuramento? Temiamo forse l'ira di Giove? Ma che ladivinità non si adiri mai e mai non faccia male ad alcuno, è concorde opinione di tutti i filosofi, non soltanto di coloro iquali affermano che la divinità, come non soffre essa nessuna molestia, così nessuna molestia arreca agli altri, ma anchedi coloro i quali vogliono che la divinità, coi suoi disegni e con le sue opere, intervenga sempre nel governo del mondo.
E poi, come avrebbe potuto l'ira di Giove nuocere a Regolo più di quello che egli nocque a sé da sé stesso? Non c'eradunque nessuna forza religiosa che convertisse in danno quel così grande vantaggio.
«O ebbe forse timore di commettereun'azione immorale? Prima di tutto, fra due mali, si deve scegliere il minore; e allora, codesta infamia non aveva in sétanto male quanto ne avevano quegli orribili tormenti.
Poi, anche quel detto che troviamo in Accio:- Non hai tu tradito la fede? - Io non ho dato e non darò la mia fede a uno sleale malvagio,benché messo in bocca a un empio tiranno, è tuttavia luminosamente vero.
»103 Aggiungono ancora: «Come voi dite che certe cose sembrano utili, ma utili non sono, così noi diciamo checerte cose sembrano oneste, ma oneste non sono.
Così, per esempio, il fatto stesso ch'egli sia tornato ad affrontare ilsupplizio per mantener la fede giurata, sembra un atto onesto; ma poi diventa disonesto, perché non doveva essermantenuto ciò che il nemico aveva estorto con la forza».
E aggiungono infine: «Tutto ciò che è molto utile, diventa diper sé onesto, anche se prima non pareva tale».
Queste sono, presso a poco, le obiezioni che si fanno alla condotta diRegolo.
Ma cominciamo a esaminar la prima.
104 «Non si doveva temere che Giove, adirato, avesse a nuocere, egli che per solito né si adira né nuoce.
»Veramente, questo modo di ragionare vale non tanto contro il giuramento di Regolo, quanto contro ogni giuramento.
Senon che bisogna ben comprendere non quale timore, ma quale valore racchiuda in sé un giuramento.
Perché ilgiuramento è un'affermazione religiosa; e ciò che si promette solennemente, quasi davanti alla maestà del dio,dev'essere poi scrupolosamente mantenuto.
Il giuramento, infatti, non si richiama all'ira divina, che non esiste, ma allatutela della giustizia e della fede.
Egregiamente disse Ennio:«O alma Fede alata! O giuramento sacro a Giove!».
Orbene, chi viola il giuramento, viola quella Fede, che i nostri maggiori, come si legge in un discorso di Catone,vollero alta sul Campidoglio «vicina a Giove Ottimo Massimo».
105 Ma si dirà che Giove, anche adirato, non avrebbe potuto nuocere a Regolo più di quello che Regolo nocque asé stesso.
Certo, se non ci fosse al mondo altro male che il dolore.
Ma il dolore non solo non è il sommo male, ma non èneppure un male, come attestano filosofi d'indiscussa autorità.
E non vogliate, di grazia, biasimar quel Regolo, che,appunto di quei filosofi, è, non un modesto, ma forse il più splendido testimone.
Invero, qual più autorevole testimonepuò esserci di questo nobile cittadino romano, che, per non venir meno al dovere, affrontò volontariamente il supplizio?Quanto poi al detto: «Tra due mali, si deve scegliere il minore», è come dire: «Meglio il disonore che la sventura»; mac'è forse un male più grande del disonore? Che se la deformità del corpo desta in noi un senso di ribrezzo, quantomaggior ribrezzo non deve destare in noi l'orribile e spaventosa bruttura di un animo corrotto!106 Ecco perché coloro che trattano questi problemi con più rigidezza, affermano coraggiosamente che è malesolo ciò che è disonesto; coloro, invece, che trattano questi problemi con più indulgenza non esitano tuttavia ariconoscere in ciò che è disonesto il sommo male.
Ché certo quel detto di Accio:«Io non ho dato e non darò la mia fede a uno sleale malvagio», non disdice affatto, appunto perché il poeta, portando sulla scena un Atreo, doveva conformarsi al carattere delsuo personaggio.
Ma se si assumeranno le responsabilità di questo principio, che la fede data a un uomo sleale non haalcun valore, badano di non offrir così una comoda scappatoia allo spergiuro.
107 Se non che esiste anche un diritto di guerra, e spesso bisogna fedelmente osservare il giuramento prestato alnemico.
Spesso, non sempre.
Ecco il criterio distintivo: se il giuramento è pronunciato con retta intenzione e con pienacoscienza, esso dev'essere scrupolosamente mantenuto; in caso diverso, anche il violarlo non implica spergiuro.
Così,per esempio, se tu non pagherai ai pirati il prezzo pattuito per aver salva la vita, non commetterai frode alcuna, anche setu non farai quello che hai giurato di fare; perché il pirata non è compreso nel numero dei legittimi nemici di guerra, maè il comune nemico del genere umano: col pirata, non dobbiamo avere in comune nessun vincolo né di fede né digiuramento.
108 Giurare il falso non è spergiurare; ma non fare ciò che hai giurato «con piena e intera coscienza», comesuona la formula che si usa da noi, questo, sì, è spergiuro.
Onde ben dice Euripide:«Giurò la lingua, non giurò la mente».
Regolo, invece, non aveva il diritto di violare con uno spergiuro le convenzioni di guerra e i patti conchiusi colnemico.
Perché si combatteva con un nemico regolare e legittimo, col quale noi avevamo in comune tutto il dirittofeciale e molti altri diritti.
Che se così non fosse, il nostro senato non si sarebbe mai indotto a consegnare in catene alnemico cittadini illustri.
109 Sta di fatto che Tiro Veturio e Spurio Postumio, consoli per la seconda volta, furono consegnati ai Sanniti,perché, dopo l'infausta giornata di Caudio e dopo che le nostre legioni furono fatte passare sotto il giogo, avevanoconchiuso la pace col nemico, senza il consenso del popolo e del senato romano.
, E nel medesimo tempo, perché la pacecoi Sanniti fosse rigettata, furono consegnati al nemico Tiberio Numicio e Quinto Melio, tribuni della plebe, i quali, conla loro autorità, avevano convalidato quella pace.
E di tale consegna fu promotore e assertore proprio Postumio, che purdoveva essere consegnato.
Altrettanto fece, molti anni dopo, Gaio Mancino, il quale, per farsi consegnare ai Numantini,coi quali aveva conchiuso un patto senza l'approvazione del senato, sostenne quella proposta che i nuovi consoli, LucioFurio e Sesto Atilio, in virtù di un decreto del senato, portarono innanzi al popolo; e, convalidata la proposta, egli fuconsegnato ai nemici.
Costui si comportò ben più nobilmente di Quinto Pompeo, il quale, pur trovandosi nella stessacondizione, riuscì, pregando e scongiurando, a far respingere una simile proposta.
In questo caso l'utilità apparenteprevalse sulla vera onestà; nei casi precedenti, invece, la falsa apparenza dell'utile fu vinta dal prestigio dell'onestà.
110 «Ma non si doveva tener per valido ciò che il nemico aveva strappato con la violenza.
» Come se si potesseusar violenza a un animo forte.
«Perché, allora, Regolo partiva per presentarsi al senato, dal momento che erafermamente risoluto a sconsigliare la scambio dei prigionieri?» Voi biasimate proprio quello che è il suo più alto merito.
Egli, infatti, non si appagò del proprio giudizio, ma si assunse la responsabilità di rimettere la decisione al giudizio delsenato; e se, presso il senato, non l'avesse egli medesimo propugnata, certamente i prigionieri sarebbero stati restituiti aiCartaginesi.
E così, Regolo sarebbe rimasto sano e salvo in patria.
Ma appunto perché giudicò quell'atto dannoso allapatria credette suo debito d'onore esporre quel parere e patirne le conseguenze.
Quanto poi all'ultima obiezione: «Ciòche è molto utile diventa onesto», dovrebbero più giustamente dire: «Ciò che è onesto diventa molto utile», anzi, è, nondiventa.
In verità, non è utile se non ciò che è anche onesto; e non è onesto perché è utile, ma è utile perché è onesto.
Per queste ragioni, dunque, fra tanti mirabili esempi, non è facile trovarne un'altro che sia più glorioso e più nobile diquesto.
111 Se non che, in tutto questo lodevole comportamento di Regolo, ciò che merita la più alta ammirazione è cheegli sconsigliò il riscatto dei prigionieri.
Il fatto che egli ritornò a Cartagine, par cosa meravigliosa a noi, oggi; ma, aquei tempi, egli non avrebbe potuto condursi in altro modo.
Per ciò, questo merito non è tanto dell'uomo, quanto deitempi.
In verità, i nostri padri vollero che, per obbligar la fede, nessun vincolo fosse più saldo del giuramento.
Lodimostrano le leggi delle Dodici Tavole, lo dimostrano le leggi sacre, lo dimostrano i trattati coi quali s'impegna la fedeperfin col nemico, lo dimostrano le note di biasimo e d'infamia dei censori, i quali di nessun'altra cosa giudicavano conpiù accurata diligenza che del giuramento.
112 Marco Pomponio, tribuno della plebe, chiamò in giudizio Lucio Manlio, figlio di Aulo, perché, comedittatore, aveva arbitrariamente aggiunto pochi giorni al tempo della sua dittatura; anche l'accusava d'aver segregato dalconsorzio umano e costretto a vivere in campagna il figliuolo Tito, quello che ebbe poi il soprannome di Torquato.
Siracconta che il figlio giovinetto, avendo sentito che si recava molestia al padre, corse a Roma e sul far del giorno fu allacasa di Pomponio.
Questi, informato della cosa, credendo che il figlio, mosso da rancore, gli portasse qualche nuovoargomento d'accusa contro il padre, balzò dal letto e, allontanati i testimoni, ammise alla sua presenza il giovane.
Maquesti, come fu entrato, sguainò d'un tratto la spada e giurò che l'avrebbe ammazzato sull'istante se non gli avessegiurato di desistere dall'accusa e di mandar libero il padre.
Pomponio, costretto dalla terribile minaccia, giurò; portò lacosa davanti al popolo; spiegò la ragione che l'obbligava a desistere dall'accusa e mandò libero Manlio.
Tanta era laforza del giuramento in quei tempi.
E questo giovane è quel Tito Manlio che, presso il fiume Aniene, uccise un Galloche l'aveva provocato, e, toltagli la collana (torquis), ebbe da questa il soprannome di Torquato; quel medesimo TitoManlio, che, console per la terza volta, sbaragliò e sgominò i Latini presso il fiume Vèseri:' uomo grande fra i grandi,egli che, tanto indulgente verso il padre, fu poi spietatamente severo verso il figlio.
113 Ma, quanto è da lodare Atilio Regolo per la sua eroica fedeltà al giuramento, altrettanto son da biasimarequei dieci romani che, dopo la battaglia di Canne, furono mandati da Annibale al senato, sotto giuramento che, se nonavessero ottenuto il riscatto dei prigionieri, sarebbero ritornati in quegli accampamenti di cui s'erano impadroniti i Cartaginesi; son da biasimare, dico, se è proprio vero che non ritornarono.
Intorno ad essi, non tutti gli storici sonod'accordo: Polibio,' infatti, storico autorevole fra tutti, dice che di quei dieci nobilissimi giovani mandati a Roma, noveritornarono indietro, non avendo ottenuto nulla dal senato; uno solo, il quale, poco dopo ch'era uscito dal campo, v'erarientrato col pretesto d'aver dimenticato qualche cosa, se ne rimase a Roma.
Egli presumeva, infatti, che quel suo breveritorno al campo l'avesse prosciolto dal giuramento.
A torto: la frode, non che attenuare, aggrava lo spergiuro.
Quella fudunque una stolta malizia, che ignobilmente contraffece la prudenza.
Perciò il senato ordinò che quel grand'imbroglionefosse ricondotto in catene ad Annibale.
114 Ma più glorioso ancora è un altro fatto.
Annibale teneva prigionieri ottomila uomini: non li aveva presi sulcampo di battaglia; non erano disertori fuggiti qua e là nel pericolo della morte; ma erano quelli che i consoli Paolo eVarrone aveva lasciati negli accampamenti.
Poteva il senato riscattarli con poca spesa; ma non volle, perché fossesaldamente radicato nel cuore dei nostri soldati il principio: «0 vincere o morire».
E appunto all'udir questa cosa,Annibale - come scrive lo stesso Polibio - si perse di coraggio, perché il senato e il popolo romano avevano mostrato, incosì grave frangente, tanta grandezza d'animo.
Così, nel confronto con l'onesto, l'apparenza dell'utile soggiace vinta.
115 Gaio Acilio, che scrisse in greco la storia di Roma, afferma, invece, che furono più d'uno quelli cheritornarono all'accampamento, per sciogliersi, con la medesima frode, dal giuramento; e che poi furono tutti colpiti daicensori con ogni sorta d'infamia.
Ma ormai si ponga fine a questo argomento.
È chiaro, infatti, che quelle azioni che sicompiono con animo pavido, umile, accasciato, prostrato non sono utili perché sono vergognose, ripugnanti, immorali;così come sarebbe stata la condotta di Regolo, se egli, nella questione dei prigionieri, avesse consigliato non ciò che erautile alla patria, ma ciò che pareva utile a lui stesso, oppure se egli avesse voluto restarsene a casa.
116 Resta, ora, da trattare, in relazione all'utile, la quarta parte dell'onesto, la quale consiste nel decoro, nellamoderazione, nella convenienza, nella continenza, nella temperanza.
Ebbene, può esser utile cosa alcuna che siacontraria a questo coro di così belle virtù? Eppure, i filosofi Cirenaici, che discendono da Aristippo, e gli Annicerii, cheprendono nome da Anniceride, riposero ogni bene nel piacere, e stimarono che la virtù meriti lode solo in quanto èproduttrice di piacere.
Scaduti di pregio costoro, ecco fiorire Epicuro, quasi fautore e assertore della medesima dottrina.
Contro questi filosofi noi dobbiamo scendere in campo, come suol dirsi, armati di tutto punto, se vogliamo proteggere epreservare l'onestà.
117 Perché, se non soltanto l'utilità, ma anche la compiuta felicità della vita consiste, come scrive Metrodoro, inuna vigorosa costituzione fisica e nella ferma speranza che essa abbia a durar costante, senza dubbio questa utilità, che,nel loro concetto, supera ogni altra, verrà a conflitto con l'onestà.
E, anzitutto, nel loro sistema, dove troverà posto laprudenza? Forse là, donde possa andar cercando da ogni parte voluttà e delizie? Che triste servaggio è quello d'una virtùche deve servire al piacere! E quale sarà il compito della prudenza? Forse quello di fare un'avveduta scelta dei piaceri?Ammettiamo pure che non ci sia nulla di più piacevole che questo; ma che cosa può immaginarsi di più vergognoso? Epoi, chi afferma che il dolore è il maggior male, qual posto assegna, nel suo pensiero, alla fortezza, che consiste appuntonel disprezzare i dolori e i travagli? Giacché, sebbene Epicuro, in molti luoghi, ragioni, come effettivamente ragiona,con notevole fortezza d'animo del dolore, tuttavia convien badare non tanto a ciò che suonano le sue parole, quanto aciò che esse logicamente importano in un filosofo che circoscrive il bene al piacere e il male al dolore.
Così pure, sevogliamo dargli ascolto, egli dice in verità molte e belle cose intorno alla continenza e alla temperanza; ma qui, comesuol dirsi, inciampa in un grande ostacolo: chi ripone il sommo bene nel piacere, come può lodare la temperanza? Latemperanza è la nemica delle passioni, e le passioni sono le fedeli e ferventi zelatrici del piacere.
118 E tuttavia, rispetto a queste tre virtù, gli Epicurei, come meglio possono, si vanno destreggiando non senzaabilità.
Introducono, nel loro sistema, la prudenza, come arte che procura i piaceri e scaccia i dolori.
Anche per lafortezza, in qualche modo, se la cavano, presentandola come un espediente per disprezzar la morte e sopportare ildolore.
Anche la temperanza ve la cacciano dentro, non certo con molta facilità, Ma, insomma, come meglio possono.
Dicono, infatti, che il limite supremo del piacere è segnato dalla mancanza del dolore.
Barcolla, invece, o, per dirmeglio, giace a terra la giustizia e, con essa, tutte quelle virtù che si manifestano nella fraterna convivenza del genereumano.
E invero la bontà, la generosità, la gentilezza, non possono esistere, come non può esistere l'amicizia, se questevirtù noi non le cerchiamo per sé stesse, ma le riportiamo al piacere o all'utilità.
119 Riassumiamo, dunque, in breve.
Come abbiamo dimostrato che non esiste utilità che sia contraria all'onestà,così affermiamo che ogni piacere è contrario all'onestà.
Tanto più sono per ciò da biasimare, a mio giudizio, Callifonte eDinòmaco, i quali s'illusero di risolvere la controversia accoppiando il piacere con l'onestà, cioè, per dir così, la bestiacon l'uomo.
L'onestà non ammette, anzi disdegna e respinge codesta unione.
E invero il sommo bene, che dev'esseresemplice, non può risultare dalla mescolanza e dal contemperamento di cose tanto diverse.
Ma di questo argomento, cheè di tanta importanza, ho ragionato diffusamente altrove; torniamo, ora, al nostro proposito e concludiamo.
120 In che maniera noi dobbiamo comportarci ogni volta che l'utile apparente viene a conflitto con l'onesto, iol'ho già dimostrato abbastanza.
Se poi si dirà che anche il piacere ha una parvenza d'utile, risponderò che esso non puòavere nessuna intrinseca relazione con l'onesto.
In verità, il piacere, se dobbiamo pur concedergli qualche cosa, potràforse offrire un qualche condimento della vita, ma non può certo recare nessuna sostanziale utilità.
121 Eccoti, Marco, figliuol mio, eccoti il dono di tuo padre, dono, a parer mio, grande, ma che avrà maggiore ominor pregio dall'accoglienza che tu gli farai.
È ben vero che questi tre libri dovranno essere accolti come ospiti fra iquaderni di Cratíppo; ma, a quel modo che, se io fossi venuto in persona ad Atene (e ciò sarebbe certamente avvenuto,se la patria non mi avesse richiamato a gran voce in mezzo al viaggio), tu avresti finalmente ascoltato anche me, cosìpoiché con questi volumi giunge a te la mia voce, tu dedicherai ad essi quanto tempo potrai, e tanto ne potrai quanto ne vorrai.
Quando poi avrò compreso che tu ti compiaci di questo genere di studi, allora io parlerò con te, o da vicino,come spero, tra pochi giorni, o, finché tu sarai lontano, da lontano.
Addio, dunque, figliuol mio, e tieni per certo che tumi sei carissimo, ma che mi sarai tanto più caro se farai tesoro di tali ammonimenti e di tali precetti.
