La rovina di Troja l. V

di Ditti Cretese


DITTI CRETESE

LA ROVINA DI TROJA

Libro V°

Antenore tornato appena a Troja

Insieme con Taltibio, il popol tutto

Corre, e brama saper quel che coi Greci

Si sia conchiuso. Antenore promette

Al dì vegnente riferirgli il tutto, 5

E così segue il suo cammino in casa:

Quì con Taltibio, e colli figli suoi

Siede a lauto convito, e in desinando

A’ figli inculca di serbar fedele

Amicizia coi Greci, e che null’altro 10

Esser lor deve a cuore, indi d’ognuno

De’ Greci loda la bontà, la fede;

E finito il Convito ognun sen parte,

A ristorar del dì col sonno i danni.

All’apparir del di novello ognuno 15

Corre al consiglio; e desiosi tutti

Aspettano d’udir qual fine mai

Sarebbe per venire a tanti mali:

Quando Antenore venne, e insiem Taltibio,

E poco dopo Enea, e dopo lui 20

Priamo, ed i figli: e a quel venendo imposto

Di narrar ciocchè udito area dai Greci,

Antenore così prese a parlare.

Grave è per noi, o principi Trojani,

Guerra aver mosso ai Greci, e assai più grave 25

E dura cosa poi aver offeso

Per una donna i nostri antichi amici,

Che discesi da Pelope per sangue

Ci son congiunti ancor: e se dobbiamo

Toccar scorrendo li passati affanni, 30

Quando la Patria ha respirato mai

Da sue sciagure, o son giammai mancati

I pianti a noi, e le disgrazie ai nostri

Fidi compagni? E chi non ha perduto

Nella guerra gli amici, ed i propinqui, 35

E i figli suoi? Nelle sciagure mie

Gli affanni altrui, per ricordar soltanto,

Che non soffersi nel mio figlio Glauco?

La di cui morte assai m’è stata acerba,

E pur mi diè un cordoglio assai maggiore, 40

Quando con Alessandro andò a rapire

Elena a Menelao; ma del passato

Dimentichiam le tracce. A1l’avvenire

La nostra attenzion tutta volgiamo.

Sono uomini li Greci di virtute, 45

E di fede osservanti, e negli ufficj

D’umanità, di cortesia li primi.

Testimonio n’è Priamo, il quale in mezzo

Al tumulto maggior delle discordie,

Della loro pietà provonne il frutto: 50

Nè mosser tosto i Greci a noi la guerra,

Ma dopo delli nostri conosciuta

La perfidia, e le insidie apparecchiate

Contro i loro legati, e delle quali

(Diciamo il ver) fu Priamo co’ suoi figli 55

Autor primiero; a cui s’aggiunga Antimaco,

Il qual, perduti i figli ultimamente,

Ha di sua iniquità pagato il fio.

E tutto questo s’è da noi sofferto

D’Elena per cagion; di quella donna, 60

Che nemmeno li Greci aman d’avere.

Abbiasi dunque in la città colei,

Per cui popoli amici, e mai molesti

Furono offesi, e dileggiati tanto:

Chi fia di ciò contento, o chi piuttosto 65

Non pensa, che pregar dobbiamo i Greci,

Che tal donna ricevansi da noi?

Non placheremo almen per l’avvenire

Questi popoli offesi, a cui si sono

Tante sciagure, e per tant’anni inflitte. 70

Io quinci partirommi, e andrò lontano,

Per non veder nostre miserie estreme,

E di questa città, in cui fu un tempo,

Ch’era giocondo l’abitarvi, quando

Ai compagni, agli amici, ed ai parenti 75

Serviva di rifugio. Ora all’incontro

Qual sicurezza in lei, e qual rovina

A temer non ci resta? E poi con quelli,

Ch’han procurata la total sciagura

Non consento abitarvi. Abbiam sepolto 80

Finor coloro, che la cruda guerra

Ci tolse, e per pietà sol de’ nimici,

Ma dopo che gli altari profanati

Furo, e de’ Dei le immagini macchiate

Di sangue uman per nostra colpa, allora 85

Questo perdemmo ancor, ed agli estinti

Fu negata la tomba, e quegli onori,

Che il costume agli estinti ha consacrati;

Locchè per l’avvenir fate, che almeno

Non abbia ad accader. Si dee la Patria 90

Redimere con oro, ed altri doni,

Ed essendovi qui case assai ricche,

Contribuisca ognun quanto più puote

Per le sue facoltà. S’abbia il nimico

Per salvar nostra vita almeno or quello, 95

Che fra breve fia suo, noi tutti uccisi:

Diansi de’ Dei, e delli tempj ancora

Gli ornamenti migliori, e sian il prezzo

Della salute della Patria nostra;

Priamo tengasi sol le sue ricchezze, 100

E godasi di quel, che fu rapito

Con Elena da Sparta, e vegga desso

Come usarlo potrà fra le rovine

Della cadente Patria. Or noi dai nostri

Mali siam tutti uniti, e il nostro è un solo 105

E comune interesse. A questi detti

Dalle lagrime ancora accompagnati

Tutt’insieme de’ gemiti la voce

Fecero risentire, e al cielo alzate

Le mani in tanta avversità, lo sguardo 110

Volgon a Priamo, e a lui chieggono quando

Verrebbe il fin alle miserie loro?

Tutti alla fine ad una istessa voce

Gridano, che si debba ad ogni prezzo

La Patria liberar. Priamo si straccia 115

Fra gemiti la chioma, e pur non desta

Pietà in alcuno, essendo in odio a tutti,

Come colui, ch’era de’ Dei nimico:

Egli voluto avria, che ciò, vivendo

Alessandro ed Ettorre, almen si fosse 120

Cominciato a trattar, ma nel passato

Essendo inutil cosa il volger l’occhio,

Al presente mirar sol si dovea,

E a quello provveder. Ei concedeva

Tutte le sue ricchezze, acciò si fosse 125

Liberata la Patria, e ‘l commetteva

Ad Antenore, e poichè a tutti in odio

Ei si vedea, la libertà lasciava

Al Consiglio d’agire a modo suo,

Promettendo di aver tutto per rato, 130

Quanto risolverebbe; e della sua

Presenza liberò tutto il senato:

Allor partito il Re, fu risoluto,

Che Antenore, ed Enea fossero ai Greci

Andati, per spiar quale si fosse 135

La di lor volontà: così disciolto

II Consiglio, a sua casa ognun ritorna;

Elena a mezzanotte a trovar venne

Nascostamente Antenore in sua casa,

E sospettando d’esser consegnata 140

Al marito, di cui l’ira temeva,

Il prega, che per lei anche facesse

Appo i Greci parola, e per lei prieghi,

E suppliche porgesse a Menelao;

Giacchè fu troppo chiaro, essendo morto 145

Alessandro, per Elena fu Troja

Un domicilio ingrato, ed odioso,

E ritornar desiderava ai Greci.

Antenore, ed Enea al nuovo giorno

Ratti vanno alle navi, ed ogni cosa, 150

Che s’era nel Consiglio de’ Trojani

Stabilita, raccontano alli Greci,

Quindi a fissar quel che convenga, a parte

Si ritiran dal volgo; ove trattata

La somma delle cose, e dello Stato, 155

Fanno d’ Elena ai Greci manifesta

La volontà qual sia, per lei perdono

Implorando: ed infin fu stabilito

Il tradimento ed il tenor di quello.

Quando poi parve il tempo, a Troja venne 160

Diomede, e Ulisse, e non Ajace allora,

Che si volle tener lontan da Enea,

Ma tosto quei, che dalla tocca a basso

Venian, fecero noto ai senatori,

Che nel palagio era avvenuto il caso, 165

Che una stanza caduta, uccisi avea

D’Elena, e d’Alessandro i tre figliuoli,

Che nome avean Bunomo, Ido, e Corenio,

Quindi il consiglio differito, i Greci

Passano presso Antenore la notte. 170

Dissegli questi allor: Evvi un oracolo,

Che rovina minaccia alli Troiani,

Se il Palladio, che sta dentro del tempio

Di Minerva portato unqua si fosse

Fuor delle aura; imperocchè del cielo 175

Era discesa quella sacra immago

Antichissima al tempo, che fondava

Ilo il tempio, a Minerva, e non ancora

Era coverto; e che scendendo, avea

La sua stanza da se ivi occupata; 180

Che l’immagine santa era di legno;

Ed animato dalli nostri Duci

A far quanto giovevole potrebbe

Essere ai Greci. Egli promise tutto,

Quanto dall’opra sua si desiava: 185

Indi fu stabilito, e concertato,

Che sulli patti a stabilir la pace

Le proposte de’ Greci ardue sembrando,

Senza conchiuder nulla, ei sen verria

All’esercito, acciò nissun sospetto 190

Aver potrieno li Trojani. In questo

Stato di cose, appen comparso il giorno,

Sen ritornano i Duci alle lor navi,

E Antenore cogli altri de’ Troiani

Principi a ritrovar Priamo sen vanno: 195

L’esequie intanto d’Alessandro ai figli

Convenia celebrar, e ‘1 terzo giorno

Passato in queste, fu spedito Idèo

Nel nostro campo a richiamare i Duci;

Quali partiti, ed intromessi, essendo 200

Lampo presente, il qual molta influenza

Cogli altri del partito avea in consiglio,

Molte dissero cose, e soprattutto,

Che ciocch’era accaduto, il risultato

Era del mal consiglio di coloro, 205

Che reggevan gli affari, e non già d’essi,

Che dai figli del Re sempre sprezzati

Fur per l’addietro, e ch’essi per violenza

Non liberi da se contro li Greci

Avevan combattuto. E ciò succede 210

A tutti quei, che al dì apron le luci

Sotto il dominio altrui; che debbon fare

Quanto al potere altrui piace d’imporre;

Per locchè cosa degna era de’ Greci

Il perdonare a quei, che per la pace 215

Consigliarono sempre, e che i Trojani

De’ cattivi consigli avevan troppo

Già pagata la pena; e queste, ed altre

Cose fur dette, e quindi a stabilire

La quantità del premio si devenne: 220

Allor chiese Diomede per la pace

Talenti cinque mila di sol oro,

Altrettanto d’argento, e cento mila

Moggi di grano, e ciò per anni dieci.

Tutti tacendo, Antenore rispose, 225

Ch’essi a modo de’ Greci in quest’affare

Non trattavan per Dio, e che il costume

Lor piaceva de’ barbari piuttosto,

Che cercand’essi un’impossibil cosa

Portavan guerra in infingendo pace, 230

Che Troja non avea tant’oro e argento

Quand’essa prezzolò tanti soldati

Fatti altronde venire in sua difesa,

E che se duri, ed ostinati in loro

Avarizia sen stean, alli Trojani 235

Restava ancor di chiudere le porte,

Arder lor tempj, e in la città se stessi

Ardere, e ritrovar rogo, e sepolcro.

Diomede replicò: Noi no, Troiani,

Che non venimmo dalla Grecia a: Troja, 240

Per compatir vostre sciagure estreme,

Ma per portarvi guerra, e far vendetta

Di voi, che foste a provocarci i primi

Con vostre ingiurie, insidie, e tradimenti;

Se a pugnar dunque voi siete disposti, 245

Son pronti i Greci, e se bruciar volete

Troja, e voi stessi in lei, noi nol vetiamo,

Chè intenzion de’ Greci è di punirvi,

E vendicarsi del recato oltraggio.

Panto richiese allor, che di tal cosa 250

La risoluzion sia differita

All’altro dì. Quindi li nostri duci

Appo Antenore vanno, ed indi al tempio

Per visitare della Dea Minerva

L’augusto simulacro, ossia il Palladio. 255

Mirabile portento apparve intanto

Nell’apparecchio delli sacrificj,

Che dal foco non fur arsi e consunti,

Ma dall’ostie foggia, e si scostava.

I popoli smarriti, e perturbati, 260

Per accertarsi dell’augurio, all’ara

Corron d’Apollo, e là le interiori

Disposte, e avvicinatavi la fiamma,

Non sol non le attaccò, ma cadde in terra:

Tal spettacolo in ver indusse in tutti 265

Gran terrore, e spavento, il qual più crebbe

Quando un’aquila ratta ivi discese,

Tolta dall’ara cogli artigli suoi

Delle viscere parte, in aria torna,

E volando alle navi delli Greci, 270

La reca, e cede lor la sua rapina;

Locchè fu dai Trojani aggiudicato

Al più funesto, e disperato augurio;

Ma Diomede, ed Ulisse altrove il guardo

Rivolgendo, facevano sembiante 275

Nulla avvertir, e ‘l loro passeggio intanto

Seguivano pel foro, e i capi d’opra

Della città considerando attenti,

Li lodavano assai. Ma nelle navi

II prodigio medesimo stupore 280

Anche ai Greci produsse; e allor Calcante

A sperar gli esortò, che in breve tempo

Di ciocchè Troja avea, essi i signori

Ne sarebbero inver. D’un tal prodigio

Ecuba appen ne fu informata, e tosto 285

Corse a placare i Dei.Venne ad Apollo,

Venne a Minerva, e indisse i sacrificj,

E le vittime opime a quelli offerse

Su i loro altari; e nel voler, che il foco

Consumate le avesse, oh gran prodigio! 290

Il foco si smorzò: Cassandra allora

Ispirata dal Dio, di cui godeva

Il profetico spirto, ordinò tosto,

Che le vittime fossero portate

Sul sepolcro d’ Ettorre, e ciò a motivo, 295

Che sdegnavan li Dei quei sacrifìcj

Per l’empietà d’aver contaminato

II tempio, e ‘l nume, trucidando Achille;

E cosi i tori, ch’erano immolati,

Messi d’Ettorre sul sepolcro, il foco 300

Incontinente consumò. La sera

S’avvicinava intanto, e i nostri duci

Ritornano d’Antenore alla casa,

Il qual nascostamente a notte buja

Al tempio venne di Minerva, ed ivi 305

Con motti prieghi, e con promesse ancora

Di non piccioli doni il sacerdote

Teana indusse, e persuase alfine,

Che gli dasse il Palladio della Dea,

E avuto, ai nostri venne, e la promessa 310

Misteriosa immagine recogli,

Quale i duci la notte a fidi messi

Ben avvolta la diero, e su d’un carro

D’ Ulisse al padiglion vi fu recata.

Raccolto nel mattin poscia il consiglio, 315

Ed entrati li nostri a parlamento

Antenore fingendo aver paura

D’aver col suo discorso i Greci irati,

Chiese loro perdon, se per la patria

Avea male de’ Greci ragionato; 320

Cui rispondendo Ulisse: In noi lo sdegno

Non si muove perciò, ma sol c’incresce,

Che si tarda a conchiudere la pace,

Maggiormente perchè c’invita il mare

A tornar nella Grecia, e che fra breve 325

Si potrebbe cangiare a nostro danno.

Dopo lungo parlar d’ambe le parti

Fu conchiuso alla fin, che della pace

Fora prezzo non arduo il dar due mila

Talenti d’oro, e simili d’argento, 330

E disciolto il consiglio, i Greci duci

Fan ritorno alle navi, acciò l’avviso

Recassero ai compagni. Ivi raccolti

I capitani tutti, alfin fan noto

Ciocchè s’era trattato, e del rapito 335

Palladio ancor contezza ad essi danno,

E per comun consiglio anche i soldati

Conscii ne furo, e piacque a ciascheduno

Offerire a Minerva un degno dono.

Fu chiamato in consiglio Eleno allora, 340

E tutto ciò ch’era accaduto in modo,

Come se stato fosse egli presente

Loro manifestò, quindi soggiunse

Che il fatale momento era venuto

Dell’eccidio Trojan; giacchè l’estremo 345

Sostegno era il Palladio di Minerva,

Qual tolto via dal tempio, or le restava

Sol la distruzione. Il dono poi

Ai Trojani fatale, e che a Minerva

Offrire si dovea, era un cavallo; 350

Fabricato di legno in mole enorme,

E per la cui grandezza abbatter parte

Del muro si dovea, per dargli entrata

Sin dentro alla città. Quindi sul Padre,

E sul destin de’ suoi ei riflettendo, 355

Sciolse misero pianto, e pel dolore

Perdè l’uso de’ sensi, e cadde a terra,

Pirro allora il raccolse, e confortollo,

E condottolo seco, il fe’ guardare,

Temendo, che il tradisse il patrio amore, 360

E quanto era disposto, alli nimici

Facesse manifesto. Eleno accorto

Delli dubbj di Pirro, invan (gli disse)

Temi di me, e che li miei secreti

Fian disvelati altrui; anzichè appena 365

Rovinata la patria, io nella Grecia

Teco verrommi a permaner più tempo:

Così, come avev’Eleno disposto

Fu l’opra cominciata, e per lo mezzo

D’Epèo, e per Ajace una gran copia 370

Di legnami alla fabbrica voluti

Fu recata nel campo, e mille mani

Mille vibrano ognor colpi di scure.

Dieci de’nostri duci intanto vanno

A Troja a confirmar la data pace, 375

E sono eletti a quest’ufficio Ulisse,

Diomede, e Idomenèo, e Filottete,

Ajace Telamonio, e Merione,

Nestore, Pirro, Troo, ed Eumelo,

Quali giunti nel foro, il popol tutto 380

Gli fa corona intorno in lieto aspetto,

Comechè già venuto il fin si fosse

Delle patrie sciagure: allora ognuno

Corre, si affolla, e li saluta, e abbraccia.

Per Eleno pregava il Re li Greci, 385

Ch’Eleno tra suoi figli era il più caro

Al paterno suo cor pe’ suoi costumi,

E per la rara sua somma prudenza.

Quando poi parve il tempo, un gran convito

Ordinato in onor de’ Capitani 390

Pubblicamente celebrossi, e ai Greci

Antenore serviva, ed ogni cosa

Benignamente loro egli offeriva.

Indi si va in Senato, e sono i nostri

Anche introdotti, e a cadaun la mano 395

Toccata in segno d’amicizia e pace,

È stabilito, che nel dì seguente

In mezzo al campo s’alzino gli altari,

Su cui la sacra fè con giuramento

Solennemente fosse confirmata. 400

Quanto s’era prescritto, il dì seguente

Adempito trovossi, e concorrendo

Tutto il popol, le donne, ed i fanciulli,

Si diè principio al sacro rito; e il primo

Giurò Diomede, e poi giurovvi Ulisse, 405

Ma d’osservar quello però, che s’era

Trattato con Antenore, chiamando

Testimonio al grand’atto il padre Giove,

La madre Terra, il Sol, la Luna, e ‘1 Mare;

Le vittime di poi scisse in due parti 410

Una guardando il Sol, l’altra le navi,

Vi passaro per mezzo. Indi il Trojano

Antenore passò, lo stesso ancora

Giuramento affermando; il qual compiuto,

Torna ciascuno ai suoi, e somme lodi 415

Ad Antenore davano i Trojani,

Ognun l’onora come Dio, che avea

Liberata la patria, e solo autore

Della pace co’ Greci ognun l’appella,

Sì finita la guerra, a ciascun piace 420

Or alle navi delli Greci andare,

E a questi divenire insino a Troja,

E trattar seco come vecchi amici.

Ciò fatto, gli alleati de’Troiani

Rallegrandosi loro della pace, 425

Senza aspettar, che i Barbari premiato

Avessero i perigli, e le fatiche

Sparte per essi, chè di tanta fede

Non li credean capaci, alle lor case

Cominciaro a tornar felicemente. 430

Presso le navi intanto erasi alzato

Per opera d’Epèo il gran cavallo,

Ch’Eleno avea predetto, ai di cui piedi

Furo apposte le ruote, acciò potesse

Scorrer più facilmente; e già la fama 435

Sparso avea, ch’era quegli un dono offerto

Dalli Greci a Minerva: e intanto Enea

Con Antenore in Troja il peso d’oro

Pattuito accoglievano d’intorno

Da tutt’i cittadini, e di Minerva 440

Il deponean nel Tempio, e i Greci inteso

Avendo, che partivansi i compagni,

Che portato soccorso aveano a Troja,

Eran molto più lieti, e più cortesi

Si mostravan co’ Barbari, volendo, 445

Che niun sospetto gli venisse in mente

Della pace non vera, e insidiosa.

Già terminato alfin del gran cavallo

La prodigiosa mole, alle trojane

Mura il fanno accostar, spargendo voce, 450

Che un tanto dono, ed a Minerva sacro

Esser dovea con tutta riverenza

Ricevuto appo d’essi, e rispettato;

Per locchè de’ Trojani il popol tutto

Divoto, riverente, e rispettoso 455

Innanzi al dono alla gran Dea dicato

Corre dalla città; con sacrifici

II dono accetta, e fa, che più vicino

S’accostasse alle mura, ognun la mano,

Uomini e donne all’opera prestando; 460

Ma non potendo per la porta entrare,

Son d’avviso, che sian rotte le mura,

E che fosse in città condotto; alcuno

Non vi fu, che altramente allor pensasse:

Tanto a, menar nella città il cavallo 465

Erano tutti desiosi, e intenti!

Così quel muro da tant’anni intatto,

Sacro, inviolato, e che la fama disse,

Che Nettuno, ed Apollo avesse eretto,

Fu per man de’ Trojani or rovinato: 470

Ma posciachè in gran parte il muro a terra

Fu gittato, per ordine de’ Greci

Fu vietato menarlo alla cittate,

Se pria non fosse loro il pattuito

Peso d’oro, e d’argento misurato. 475

Così l’opra intermessa, e rovinate

Mezzo le mura, Ulisse fe’ venire

Alle navi gli artefici di Troja,

Per racconciarle; e posciachè l’armata

Fu fornita di tutto, e fu pagato 480

II prezzo della pace, allor concesso

Fu ai Trojani condur dentro le mura

Il cavallo alla Diva offerto in dono.

Chi vi potria narrar le feste, e i giuochi

Di questo dì, che fu nel trojan foro 485

Il cavallo menato? Ognuno a gara

Lo spinge, e tira, e uomini, e fanciulle,

Giovani, e vecchi, e le matrone istesse

Godon toccar colla lor man la fune

Destinata a tirarlo. In questo mentre 490

Imbarcala ogni cosa, ed arso il resto,

Partono i Greci, ed al Sigèo ne vanno,

Per attender la notte. E quando il vino,

L’allegria della festa, e la tranquilla

Sicura pace, in cui ciascun si stea, 495

Gli ebbe nel sonno immersi, i Greci allora

S’accostan chetamente alla cittate,

Ed osservato il segno, che Sinone

Dovea loro con fiaccola mostrare;

Penetraro le mura, e in varj luoghi 500

Della città divisi, e assediati

Dai varj corpi delle loro armate,

Dato il segno d’accordo concertato,

Cominciossi la strage; e chi per sorte

Si trovava per strada, e per le case, 505

Pe’ tempj delli Dei, ne’ sacri luoghi,

E ne’ profani, ovunque era ammazzato;

E se alcuno avveduto all’armi corre,

O per salvarsi a frettolosa fuga,

È sopraggiunto, e ucciso: a tanta strage 510

Nissun fin si facea, che innanzi ai padri

S’uccidevano i figli, e innanzi a questi

Era scannato il genitor; presente

Chi fu prima al morir de’ suoi più cari

Era dopo anche a lui morte apprestata; 515

Nè la morte bastò per l’esterminio

De’ Barbari, che poste pria le guardie

Alle case d’Antenore, e d’Enea

Dier fuoco alla città, perchè l’incendio

Uccidesse chi al ferro era scampato. 520

Priamo sorpreso a tal novella orrenda

Si fuggì tosto a ricovrare appresso

All’altare di Giove edificiale,

E sul disegno istesso anch’altri andaro

A ricovrarsi in altri tempj anch’essi, 525

E Cassandra per ciò vi si condusse

Nel tempio di Minerva. I Greci avendo

Tutta la notte intera massacrati

Quanti colti ne avean, all’apparire

Del dì novello, a Troja orribil giorno, 530

Diero l’assalto alla magione, in dove

Elena stava, e ritrovar Deifèbo,

Che sposata l’avea, dopo che morto

Era Alessandro; a questi Menelao

Pria le orecchie tagliò, quindi le braccia, 535

E poi le nari, e dopo altri cruciati,

Che gli fe’ sconciamente sopportare

In varie parti del suo corpo, alfine

Il fe’ morir; e Neottolemo avendo

Niun rispetto all’età, o al regio grado, 540

Strappò Priamo dall’Ara, ove abbracciato

Sen stea colle due mani, e poi l’uccise,

Ed Ajace Oilèo dal sacro tempio

Di Minerva strappò viva Cassandra.

Cosi distrutti i cittadini, e Troja, 545

Consiglio si chiamò, per decretare

Il destino di quei, che rifuggiti

S’eran ne’ sacri tempj, e fu deciso,

Che si dessero a morte; era sì grande

II duol de’ Greci per l’avuta ingiuria, 550

E ‘1 desio d’annullar per tutto il nome

Di Troja, e de’ Trojani: e così presi

Quei, che la notte s’erano nascosti

Ne’ tempj delli Dei, e come agnelli

D’ essi strazio si fece, e si scannaro. 555

Indi giusta il costume della guerra

Fur saccheggiati i tempj, e quelle case,

Che mezz’arse dal foco eran rimaste;

Sempre badando per più dì, che alcuno

Non fuggisse de’ Barbari. Frattanto 560

Stabilirono un luogo, ove raccolto

Fosse l’oro, e l’argento, e quelle vesti

Sembrate preziose, e quanto in Troia

Di stimabile v’era: e sazj alfine

Del Trojan sangue i Greci, e al suolo equata 565

Col foco la città, diero ai soldati

La parte della preda in lor compenso,

E cominciando dalle donne prese,

E dai fanciulli al guerreggiar non attì,

Fu data Elena prima a Menelao, 570

Senzachè si gettasse in lei la sorte,

E a consiglio di Ulisse a Neottolemo

Polissena fu data, acciò l’offrisse

Vittima al padre sul di lui sepolcro,

Come Pirro eseguì. Toccò Cassandra 575

Al Duce Agamennòn, ch’era di lei

Innamorato, e mal potè frenare

Il desiderio suo: Etra, e Climene

Fu data a Demofonte, e l’altra a Acamo;

Era a Pirro anche Andromaca toccata 580

Co’ figli suoi m onor di un tanto Duce;

Ecuba alfin all’Itacense Ulisse.

E queste furò le matrone tutte

Prese in Trojà, e tra i Duci compartite;

Che agli altri poi toccò ciocchè la sorte 585

Pe’ meriti d’ognun, o di prigioni,

O di preda assegnolli. Intanto nacque

Non picciola contesa infra li Duci

Per causa del Palladio. Il pretendeva

Ajace Telamonio, e per mercede 590

Delle grand’opre sue, e per l’industria

A tutti usata: e tutti a comun voto

Per non offender l’animo di un uomo

Di cui sapean i gloriosi fatti,

E le vigilie, e li sofferti affanni, 595

Gliel concedono. Sol si oppone Ulisse,

E seco lui Diomede, e la ragione,

Per cui credean, che avessero più dritto

Sul Palladio preteso, era, che ad essi

Sortì rapirlo: Ajace rispondea, 600

Che non per opra loro, o per fatica,

Pericolo, o virtù quegli dal tempio

Era stato rapito; anzi al contrario,

Ch’Antenore l’avea di là involato

Per comune amicizia, indi in lor mano 605

Era da quel venuto; e pur Diomede

Per rispetto a un tal uom, di contrastarlo

Si rimase, ma Ulisse il più ostinato

Resisteva ad Ajace, e l’uno e l’altro

Contendendo pe’ meriti de’ fatti, 610

S’impegnava d’averlo. Agamennòne,

E Menelao sosteneano Ulisse,

Perchè poc’anzi aveva dalla morte

Elena liberata, allorchè Ajace,

Memore che una femmina tant’anni 615

Avea la Grecia a tanti mali esposta,

Commesso avea, che fosse uccisa; Ulisse

Per Menelao, che ancor Elena amava,

Avea co’ prieghi, e col discorso suo

Ottenuto, che senza alcuna offesa 620

Fosse data al marito. A quale oggetto

Come in giudizio i meriti d’entrambi

Fossero esaminati, e come intorno

Da vicine nazioni minacciati

Tenessero la guerra per le mani, 625

Senza discerner gli uomini gagliardi,

Senza considerar tante preclare

Gesta d’Ajace, e specialmente quella

Di menare il frumento dalla Tracia,

Quando maggior bisogno avea l’armata, 630

Danno il Palladio al contendente Ulisse;

E quei, che ricordavano le imprese

D’Ajace, a cui niun altro unqua preporre

Si dovesse credean, e quei, che Ulisse

Favorivano, allora in due partiti 635

Si divisero: Ajace intanto irato

Vinto dal duol di tanta ingiuria innanzi

A tutti protestò, ch’egli col sangue

Delli nimici suoi farìa vendetta;

Onde in sospetto Ulisse, e Agamennone, 640

E Menelao, si posero in cautela,

Notte, e giorno vegghiando attentamente:

Ma la notte seguita, ad una voce

Tutti maledicean entrambi i Duci,

Presso cui delle femmine l’amore 645

Si valutava a più, che l’opre egregie.

Al far del dì trovossi Ajace estinto,

E indagato in che modo, un ferro il petto

Trapassato gli avea: indi tra i Duci,

E l’esercito nacque un gran tumulto, 650

E una sedizion quasi levossi;

Poichè mal sopportando ancor la morte

Di Palamede in pace, e in guerra esperto

Per tradimento iniquamente ucciso,

Or allo stesso modo ancora Ajace 655

Avessero trafitto. Il Re temendo.

Che l’esercito passi alla violenza,

In buona guardia cogli amici chiusi

Se ne stavan ne’ loro padiglioni:

Neottolemo infrattanto una gran copia 660

Fatta venir di legna, ardevi Ajace,

E ripostevi l’ossa entro d’un’urna

In seno del Promontorio Retèo

Fe’ seppellirle, e quindi un gran sepolcro

Sacra in onor di un tanto capitano, 665

Il qual se morto si sarebbe innanti,

Che fosse stata presa, ed arsa Troja,

Certo, che li nimici avrieno avuto

Miglior speranza, e i Greci dubitato

Dell’esito felice. Intanto Ulisse, 670

Temendo dell’esercito, per mare

Fuggì nascostamente, e a Diomede

Il Palladio restò. Quegli partito,

Ecuba anteponendo la sua morte

Alla sua servitù, cominciò tosto 675

A maledir l’esercito de’ Greci,

Ed imprecargli ogni più infausto evento;

Onde mossi i soldati a rabbia, e sdegno

L’uccisero coi sassi, ed in Abido

Le diedero sepolcro, e l’appellaro 680

Cirasseno per l’empia iniqua lingua.

In quel tempo medesimo Cassandra

Ispirata dal DIO, molte disgrazie

Predice al sommo Duce Agamennòne,

Ch’egli dai suoi nel regno suo nascoste 685

Insidie troverebbe, e morte infine:

Che l’esercito suo infausto avrebbe

Alla Patria ritorno. A quest’oggetto

Antenore pregava i Greci tutti,

Che deposto il furor, e istando il tempo 690

Propizio al navigar, l’util comune

Fosse l’oggetto del di lor consiglio;

Ed in sua casa i capitani tutti

Menati a pranzo, a ciaschedun fe’ doni

Al di lor merto eguali. Allora i Greci 695

Persuadevano Enea, che seco loro

In Grecia andasse, ove cogli altri Duci

Il medesimo impero in regno avrebbe.

Pirro diè poi ad Eleno li figli

Del suo fratello Ettorre, ed ogni Duce 700

Tant’oro diegli, e tanto argento ancora

Quanto parve a ciascun. Tutto ciò fatto,

Per consiglio comun venne prescritto,

Che per d’Ajace l’esequie per tre giorni

Pubblicamente fossero da tutti 705

Celebrate, e le furo. Indi compite,

Tutt’i Re della Grecia al suo sepolcro

Tagliano i lor capelli, e li soldati

Maledicendo ognun Agamennòne,

E ‘1 fratel suo, li chiamano per biasmo 710

Non più figli d’Atreo, ma di Plistene;

E perchè astretti ad acchetar lo sdegno,

Il l’odio altrui colla di loro assenza,

Pregan, che fosse loro almen concesso

Di partirsi; e così dietro il consenso 715

Di tutti, e spinti a braccio, e discacciati

Anche dai Capitani essi li primi

Si furono a partir, d’Ajace i figli

Acontide di Glauca generato,

E da Tegmessa Euriste a Teucro dati; 720

Indi i Greci temendo, che l’inverno

S’avvicini, ed il mar rendasi poi

Difficile a solcar, traggon le navi

Dalla terra sull’onde, e ricolmate

Di quanto al navigar faccia mestieri, 725

Si parton carchi della ricca preda

Per tant’anni raccolta, ed acquistata.

Enea rimase in Troja, e non sì tosto

Ebbero sciolto da quel lido i Greci,

Che pregò quei di Dardano, e coloro, 730

I quai nella penisola vicina

Abitavano, acciò dassero a lui

Soccorso a discacciar da tutto il regno

Antenore, del che questi avvisato

E ritornar volendo a Troja, escluso 735

Restonne, e a ritrovar novello asilo

Costretto, si partì con quanto avea,

E nel mar Adriatico fermossi.

Molte barbare genti discacciate,

Ivi costrusse una Città chiamata 740

Coricere Milena; e nel paese

Saputo appen, che Antenore regnava,

Tutti quei, che campati eran la notte

Dall’eccidio Trojan, corrono a lui,

E in picciol tempo moltitudin grande 745

Se ne raccolse: inverso a lui l’amore

Tant’era de’ Trojani, e pel suo senno,

E per le sue virtù, ond’Enidèo

Re de’ Grebeni gli divenne amico.

Ho scritto queste cose io detto Gnosso 750

D’Idomenèo compagno, e in quello stile,

In quel modo di dir, che m’è riuscito

Con lettere africane a noi recate

Da Cadmo, e Danao; nè si maravigli

Alcun, se i Greci son tra lor discordi 755

Di lingua, ch’ancor noi nella medesima

Isola abbiam vario discorso e lingua.

Adunque tutto ciò, che nella guerra

Ai Barbari, ed ai Greci è succeduto,

Perchè presente io fui, e perchè parte 760

Re soffersi, ho qui scrivere voluto:

Ma d’Antenore poi, e del suo regno

Quello, che ho udito sol, quello v’ho scritto,

Ora convien, che del ritorno nostro

Alla Grecia facessi anche parola. 765