Libro primo
Cosa rende ridente la campagna,
questo canterò, Mecenate,
la stagione in cui si dissoda la terra,
si legano agli olmi le viti;
come si governa il bestiame, 5
si allevano le greggi
e l'esperienza che esigono le piccole api.
Voi, voi luci splendide dell'universo
che guidate nel cielo il corso dell'anno;
e Libero e Cerere nutrice, 10
se in grazia vostra sulla terra
si mutò in spiga fertile la ghianda caonia
e all'acqua d'Achelòo si mescolò il vino;
e voi, Fauni, venite,
dei che aiutate chi vive nei campi, 15
venite insieme,
Fauni e Driadi fanciulle:
io canto i vostri doni.
E tu, Nettuno, a cui la terra
percossa dal grande tridente 20
generò (un fremito in corpo) il primo cavallo;
tu, che abiti i boschi, e per tuo onore
centinaia di candidi giovenchi
brucano i cespugli in fiore di Ceo;
e tu Pan, tu, custode di pecore, 25
se veramente l'Arcadia ti è cara,
lascia i tuoi boschi sul monte Liceo
e vieni in pace fra noi.
Anche tu, Minerva, che generasti l'ulivo,
e tu, fanciullo, 30
che foggiasti il vomere curvo dell'aratro,
tu, Silvano, che rechi
un virgulto sradicato di cipresso;
tutti voi venite,
dei, dee, che con amore 35
proteggete le colture nei campi,
nutrite le erbe nate per natura
e inviate dal cielo
la pioggia necessaria ai seminati.
E tu sopra tutti, Cesare, 40
di cui solo ignoriamo
in quale consesso divino sarai accolto
dopo questa vita,
se sceglierai di proteggere le città,
di assistere la terra, 45
se l'universo infinito ti assumerà,
incoronato col mirto di Venere,
creatore e signore di messi e tempeste;
o se dio diverrai del mare immenso
sino all'estremo limite di Tule, 50
unica divinità sacra ai marinai,
e Teti ti vorrà genero
col dono di tutte le onde;
o se nei giorni più lunghi dell'anno
ti aggiungerai nuovo astro in cielo 55
là dove uno spazio si apre
tra Erígone e le chele vicine
(e in fiamme Scorpione già ritrae le braccia
per lasciarti più del luogo dovuto).
Ma di questi chiunque diverrai 60
(poiché non può sperare di averti re l'Averno,
né che ti colga il desiderio atroce di regnarvi,
anche se la Grecia ammira i campi Elisi
e Proserpina rifiutò di seguire la madre
che a lungo la sollecitava), 65
concedimi facile avvio,
asseconda l'audacia della mia impresa
e per pietà dei coloni smarriti
cammina al mio fianco,
abítuati fin d'ora a essere invocato. 70
Al sorgere di primavera,
quando sui monti candidi
la neve gelida si scioglie
e per lo zefiro
la zolla si fa soffice, 75
allora, io credo,
deve iniziare il toro la fatica
di affondare l'aratro
e il vomere a risplendere
per l'attrito del solco. 80
Alla speranza ardente dell'agricoltore
risponde solo quel campo
che due volte sente il sole,
due volte il freddo:
il suo raccolto smisurato 85
gli sfonderà i granai.
Ma prima di fendere col vomere
un terreno sconosciuto,
si dovranno conoscere i venti,
l'andamento del clima, 90
le coltivazioni precedenti
e le proprietà peculiari del luogo,
cosa produca e cosa no.
Qui crescono meglio i cereali,
là i vitigni, 95
altrove nascono spontaneamente
i frutti sugli alberi e le erbe.
Non vedi?
il Tmolo ci invia lo zafferano profumato,
l'India l'avorio, 100
gli abitanti effeminati di Saba il loro incenso,
mentre i Càlibi ignudi ci inviano il ferro,
il Ponto le ghiandole nauseanti dei castori
e l'Epiro le cavalle vittoriose in Èlide.
Già all'origine la natura impose queste leggi, 105
questi vincoli immutabili luogo per luogo,
da quando Deucalione
scagliò le prime pietre nel vuoto dell'universo
a formare la dura razza degli uomini.
Allora, fin dai primi mesi dell'anno, 110
senza attendere oltre, i tori col loro vigore
dissoderanno le aree fertili della terra
e le zolle sollevate potranno così seccarsi
al sole ardente nella polvere dell'estate.
Ma sarà sufficiente un'aratura in superficie 115
al sorgere di Arturo,
anche se la terra dovesse essere infeconda:
in un caso perché l'erba non guasti
la prosperità delle messi,
nell'altro perché la scarsa umidità 120
non renda del tutto sterile la rena.
Ogni due anni poi
lascerai che i campi riposino
dopo la mietitura,
in modo che il terreno ormai sfibrato 125
si rassodi nella quiete;
ma se vuoi, al mutare di stagione,
puoi anche seminare il biondo farro
dove hai raccolto a piene mani
i baccelli vibranti dei legumi, 130
il frutto magro della veccia
o gli steli fragili e gli arbusti fruscianti
dell'amaro lupino.
La coltivazione del lino,
si sa, inaridisce i campi, 135
li inaridisce quella dell'avena,
li inaridiscono i papaveri
impregnati del sonno di Lete;
ma alternando le colture
si allevia la fatica, 140
se non ti infastidisce concimare il terreno
col grasso del letame
e spargere, tutto sporco, la cenere
sui campi ormai sfruttati.
Anche mutando i prodotti, del resto, 145
riposa la campagna
e nel periodo in cui non viene arata
non si perde la fecondità della terra.
A volte poi è bene dare fuoco
ai campi isteriliti 150
e bruciare al crepitio delle fiamme
ogni minima stoppia:
sia che così il terreno acquisti
forze misteriose e nuovo alimento
o che nel fuoco si dissolva ogni suo guasto 155
e trasudi l'umidità superflua,
sia che il calore schiuda nella terra
altri passaggi e spiragli invisibili
da cui gli umori giungono ai germogli
o che indurisca e restringa le vene aperte 160
impedendo all'insidia della pioggia,
alla violenza troppo forte e impetuosa del sole
e al gelo penetrante della bora
di procurarle danno.
Ma ai campi è di grande aiuto anche chi col rastro 165
rompe le zolle inerti e sopra vi trascina l'erpice
(dall'alto dell'Olimpo lo seguirà con favore
lo sguardo della bionda Cerere),
e chi, volgendo in obliquo l'aratro,
frantuma di nuovo le porche 170
sollevate con la prima aratura
e lavora senza posa la terra
piegandola al proprio volere.
Pregate, contadini,
pregate che sia umida l'estate 175
e sereno l'inverno:
col freddo asciutto
la campagna sarà un incanto
e il raccolto stupendo.
Nemmeno la Misia, 180
che germina spontaneamente,
può vantarsi di tanto,
né può il Gàrgaro
stupirsi di altrettante messi.
E che dirò di chi, dopo la semina, 185
torna con le mani sui campi,
sgretola i grumi secchi di terriccio
e convoglia in una rete di rivoli
l'acqua del fiume ai seminati?
e quando nel campo infuocato 190
muoiono le erbe d'arsura,
ecco, dal ciglio di un argine a picco
fa scaturire l'acqua?
Questa, scorrendo rapida tra i sassi,
mormora roca e con i suoi zampilli 195
spegne l'aridità dei campi.
Che dirò di chi lascia a pascolo,
quando i germogli giungono a filo dei solchi,
l'eccessivo lussureggiare delle messi
ancora in erba tenera, 200
perché gli steli non si pieghino
al peso delle spighe?
e di chi fa defluire in sabbie assetate
l'acqua stagnante e paludosa?
soprattutto nei mesi più incerti dell'anno, 205
quando un fiume in piena straripa
e copre a perdita d'occhio ogni cosa
d'uno strato di fango
solcato di pozzanghere
che trasudano vapori di umidità. 210
Ma nonostante la fatica di uomini e buoi
nel voltare e rivoltare la terra,
bastano a procurarle danno
un'oca ingorda o le gru della Tracia,
le radici amare della cicoria 215
o l'ingiuria dell'ombra.
Volle lo stesso padre degli dei
che non fosse facile la via all'agricoltura
e per primo impose di dissodare ad arte i campi,
aguzzando in questi problemi 220
l'ingegno dei mortali,
per impedire che il suo regno intorpidisse
in un letargo insopportabile.
Prima di Giove non v'erano contadini
che coltivassero la terra, 225
né era lecito delimitare i campi
tracciando confini: tutto era in comune
e la terra, senza che le fosse richiesto,
produceva spontaneamente
e con generosità ogni cosa. 230
Fu Giove che fornì alla malignità dei serpenti
il veleno per nuocere,
che indusse i lupi a vivere di preda,
il mare ad agitarsi,
che spogliò dei miele le foglie, 235
nascose il fuoco
e seccò i ruscelli di vino
che scorrevano ovunque,
perché l'esperienza, prova su prova,
costituisse le diverse arti, 240
scoprisse nei solchi gli steli del frumento
e dalle vene della selce
suscitasse il fuoco nascosto.
Allora per la prima volta
chiglie d'ontano solcarono i fiumi; 245
allora il navigante annoverò
e nominò le stelle,
le Pleiadi, le Íadi
e l'Orsa di Licàone che risplende in cielo;
allora si inventò il modo 250
di catturare coi lacci la selvaggina,
d'ingannarla col vischio
e di accerchiare coi cani grandi radure.
Ormai v'è chi frusta il fiume col giacchio,
ne scandaglia il fondale 255
e chi dal mare ritira gocciolanti le reti.
Si affermarono allora la durezza del ferro,
la lama stridula della sega
(prima gli uomini spaccavano il legno
fendendolo con cunei) 260
e le diverse arti.
La fatica ostinata
e le necessità, che urgono
in circostanze difficili,
vinsero tutto. 265
Cerere per prima educò gli uomini
a coltivare con l'aratro la terra,
quando vennero a mancare le ghiande,
i frutti delle selve sacre
e persino Dodona non diede più cibo. 270
Poi anche una malattia infestò il frumento:
la ruggine maledetta che rode i gambi,
e nei campi si erse inutile il cardo;
muoiono le messi
soppiantate da un groviglio di sterpi, 275
làppole, tríboli, e tra le colture in fiore
dominano il loglio infecondo e l'avena fatua.
Così se non incalzerai
continuamente l'erba col rastrello
e non spaventerai gli uccelli col rumore, 280
se non eliminerai con la falce
l'ombra che oscura la campagna
e non invocherai la pioggia con preghiere,
ahimè, tu guarderai frustrato
il raccolto abbondante del vicino 285
e sazierai la fame
scuotendo nei boschi le querce.
Si devono qui indicare gli strumenti
necessari agli agricoltori,
senza i quali non è possibile 290
seminare e far crescere le messi:
anzitutto il vomere,
il curvo e pesante aratro di rovere
e i carri che avanzano lentamente
di Cerere eleusina, 295
le trebbie, le tregge e i rastri opprimenti;
poi gli utensili poveri di Cèleo
intrecciati di vimini,
i graticci di corbezzolo
e il vaglio mistico di Iacco. 300
Tutte cose che previdente
ti procurerai per tempo e metterai da parte,
se vuoi meritarti la gloria
della divina campagna.
Innanzi tutto si costringe un olmo, 305
piegandolo a viva forza nel bosco,
a diventare bure
e così prende la forma ricurva dell'aratro;
dalla parte del ceppo
gli si attacca un timone di otto piedi, 310
due orecchie e il dentale con le doppie regge.
Ma prima ancora si taglierà un tiglio sottile
per il giogo e, per la stiva, un faggio alto
che dietro, faccia girare sotto di sé le ruote;
appeso il legno al focolare, 315
il fumo ne accerterà il valore.
Potrei riferirti molti precetti degli antichi,
se hai pazienza e non ti annoia
apprendere gli obblighi minori.
In primo luogo l'aia va lavorata a mano, 320
spianata con un grande rullo
e rassodata con argilla a forte presa,
perché non vi spuntino erbe
e, invasa dalla polvere, non si screpoli tutta;
in tal caso potrebbero insidiarla 325
una quantità di flagelli:
il minuscolo topo, per esempio,
che pone la sua casa sottoterra
e l'adibisce a granaio,
o la talpa mezza cieca che vi scava la tana, 330
il rospo che si trova nelle buche
e quelle strane creature
che numerosissime genera la terra,
il punteruolo, che saccheggia
un'enorme quantità di frumento, 335
e la formica
preoccupata di una vecchiaia senza risorse.
Osserva poi quando nei boschi
il mandorlo si riveste di fiori
e reclina i suoi rami profumati: 340
se abbondano i boccioli,
anche il frumento crescerà abbondante
e col grande calore
si farà trebbiatura grande;
ma se per eccesso di foglie l'ombra è troppo fitta, 345
nell'aia si trebbieranno senza profitto
steli ricchi solo di paglia.
So bene che molti seminatori
trattano prima le sementi
cospargendole di salnitro e morchia nera, 350
perché nei baccelli che si credono vuoti
i chicchi siano più grossi
e si cuociano più in fretta anche con poco fuoco.
So anche che semi selezionati attentamente
e sperimentati con grande cura 355
si sono poi guastati,
se ogni anno la mano accorta dell'uomo
non ne sceglie i più grossi.
Tutto così fatalmente rovina in peggio
e lasciato a sé stesso è ricacciato indietro, 360
come chi a stento spinge coi remi
una barca contro corrente,
se allenta per caso le braccia
il corso del fiume rapidamente
lo trascina nel suo fluire a valle. 365
Dobbiamo inoltre osservare con scrupolo
la costellazione di Arturo,
i giorni del Capretto e lo splendore del Serpente,
noi e chi naviga verso la patria
in acque ventose percorrendo il mar Nero 370
e le bocche piene d'ostriche di Abido.
Quando la Bilancia avrà reso uguali
le ore del giorno e del sonno,
dividendo in due il mondo tra luce e ombra,
uomini, fate stancare i tori, 375
seminate i cereali nei campi
sino alle prime piogge dell'inverno,
che impedisce di lavorare;
ed è tempo di coprire di terra
i semi di lino, il papavero di Cerere 380
e di piegarsi senza indugio sugli aratri,
finché il terreno asciutto lo permette
e le nuvole restano sospese.
In primavera si seminano le fave,
e con loro i solchi friabili 385
ricevono l'erba di Media,
torna la cura annuale del miglio,
quando, splendente per l'oro delle sue corna,
il Toro apre l'anno
e il Cane tramonta cedendo all'astro che l'affronta. 390
Ma se lavorerai la terra
per messi di frumento, per il farro duro
e ti occuperai solo delle spighe,
lascia che si celino le Atlantidi del mattino
e tramonti la stella Gnosia 395
della Corona ardente,
prima di affidare ai solchi i semi dovuti
e di affrettarti a riporre in una terra riottosa
la speranza dell'anno.
Molti danno inizio alla semina 400
prima del tramonto di Maia,
ma la messe tanto attesa
li delude con spighe vuote.
Se poi semini la veccia, fave comuni
e non disprezzi la coltura 405
delle lenticchie di Pelusio,
il tramonto di Boote
ti darà segnali chiarissimi;
incomincia dunque la semina
e prolungala sino a pieno inverno. 410
Per questo motivo il sole dorato
regola attraverso le dodici costellazioni
la sua orbita in cielo,
divisa in settori ben definiti.
Cinque zone segnano il cielo: 415
quella in centro rosseggia sempre
al fulgore del sole
e sempre arde alla sua fiamma;
ai suoi lati le più lontane
si estendono a destra e sinistra 420
trasparenti nella compattezza del ghiaccio
e nere di tempesta;
tra queste e quella in centro
due zone furono concesse,
per dono degli dei, ai miseri mortali, 425
e tra le due fu tracciata una via
lungo la quale ruotano
in ordine prestabilito le costellazioni.
La terra, come ripida s'innalza
oltre la Scizia e le alture rifee, 430
a sud della Libia declina nel deserto.
Il polo artico incombe sempre su noi,
ma l'altro ai nostri piedi
lo vedono lo Stige lugubre
e le anime dei morti sottoterra. 435
Con curve sinuose nel nostro cielo
scorre il Dragone,
un fiume tra le stelle delle Orse
che temono d'immergersi nel mare.
Là, dicono, 440
o profonda tace sempre la notte
e nella sua cortina
si addensano le tenebre
o, quando da noi si allontana,
torna l'aurora e vi riporta il giorno; 445
e come il primo sole
su noi respira con i suoi cavalli ansanti,
là vespero in fiamme accende le luci della sera.
Di qui a cielo ancora incerto
possiamo prevedere le stagioni, 450
i giorni della messe e il tempo della semina
o se conviene prendere il mare infido
e spingervi le navi
o abbattere il pino nei boschi.
E non seguiamo invano 455
il tramontare o il nascere degli astri
e le quattro diverse stagioni dell'anno.
Se per caso una pioggia gelida
costringe il contadino a ripararsi,
potrà sbrigare molte cose, 460
che poi dovrebbe compiere in gran fretta
quando si rasserena il cielo:
l'aratore martella il dente duro
di un vomere spuntato,
scava mastelli dentro i tronchi, 465
fabbrica i marchi per il bestiame
o i numeri per i sacchi di grano;
altri aguzzano pali e puntelli a coda di rondine
e preparano legami d'Ameria
per sostenere l'incurvarsi delle viti. 470
È tempo d'intessere canestri leggeri
con virgulti di rovo,
tempo di tostare al fuoco le biade,
di macinarle con la mola.
Leggi divine e umane, stai certo, 475
permettono di compiere qualche lavoro
anche in giorni di festa:
nessuno scrupolo vieta di spurgare i ruscelli,
di assestare la siepe intorno ai campi,
di tendere insidie agli uccelli, 480
di bruciare le stoppie
e d'immergere in acque salutari
tutto un gregge di pecore.
A volte il conducente di un lento asinello
ne carica il basto d'olio, di frutta a buon mercato 485
e tornando dalla città
porta una macina o un blocco di pece nera.
La luna stessa stabilì uno per uno
i giorni propizi al lavoro.
Evita il quinto: 490
vi nacquero le Eumenidi e il pallido Orco;
allora con parto nefando
la Terra generò
Ceo, Giàpeto, il crudele Tifeo
e i fratelli che congiurarono 495
per distruggere il cielo.
Tre volte tentarono di porre l'Ossa sul Pelio,
è incredibile, e di far rotolare sull'Ossa
l'Olimpo con tutte le sue piante;
tre volte Giove col fulmine rovesciò i monti 500
posti l'uno sull'altro.
Il diciassettesimo giorno è favorevole
per piantare le viti,
catturare e domare i buoi,
per fissare l'ordito sul telaio; 505
il nono è invece più adatto alla fuga,
ma negativo ai furti.
Molti lavori inoltre si compiono meglio
nel fresco della notte
o quando la stella del mattino irrora la terra 510
al levare del sole.
Di notte si falciano meglio le stoppie leggere,
di notte i campi secchi,
di notte non svanisce l'umidità che ristagna.
E c'è chi al fuoco di una lucerna 515
veglia sino a tardi d'inverno
intagliando torce con un ferro affilato;
mentre la moglie,
alleviando col canto la lunga fatica,
tesse con un pettine stridulo la tela 520
o consuma al fuoco il succo dolce del mosto,
schiumando con foglie il liquido che bolle in pentola.
Ma la spiga in fiamme del grano
si taglia in mezzo al caldo
e in mezzo al caldo 525
si trebbiano ben secche le messi sull'aia.
Ara ignudo e ignudo semina:
l'inverno è tempo d'ozio per i contadini.
Durante i freddi per lo più gli agricoltori
godono del loro raccolto 530
e allegramente pensano a mangiare insieme
ora dall'uno, ora dall'altro.
L'inverno invita a divertirsi
e allontana gli affanni,
come al momento in cui le navi cariche 535
toccano finalmente il porto
e i marinai in festa
appendono corone a poppa.
Ma quando si stende alta la neve
e i fiumi sospingono i ghiacci, 540
è pure il momento di cogliere ghiande di quercia,
bacche d'alloro, olive e mirti rosso sangue;
di tendere lacci alle gru,
reti ai cervi e d'inseguire le orecchie delle lepri,
è tempo di ferire i daini 545
con una fionda delle Baleari
torcendone le corregge di canapa.
E che dirò delle stelle, dei tempo d'autunno,
dell'ansia che ci prende
se il giorno si abbrevia e impallidisce il sole 550
o se piovosa declina primavera
e ormai nei campi
maturano le messi irte di spighe
e si gonfia di latte
lo stelo verde del frumento? 555
Quando nei campi dorati
il contadino conduce i mietitori
e falcia il gambo fragile dell'orzo,
più volte ho visto venti scontrarsi in guerra
e in ogni parte strappare sin dalle radici 560
le spighe mature e scagliarle nell'aria:
così nel suo turbine nero la tempesta
trascina in volo le stoppie e gli steli leggeri.
Spesso dal cielo scrosciano acque senza fine
e le nubi raccolte dal mare 565
addensano tempeste orribilmente nere di pioggia:
precipita il cielo
e in un diluvio allaga i seminati ridenti,
il lavoro dei buoi;
si colmano i fossati, 570
con strepito crescono i fiumi
e il mare ribolle fra le rocce.
Con la destra splendente nella notte nuvolosa
Giove scaglia i suoi fulmini:
e al tuono trema la terra, 575
fuggono le fiere,
di gente in gente una paura che sgomenta
abbatte il cuore dei mortali.
Con la spada di fuoco
ora colpisce l'Athos, ora il Ròdope 580
o gli alti Ceràuni;
crescono gli austri e la pioggia,
e per l'impeto del vento
gemono i boschi,
gemono le rive. 585
Con questo timore
tu osserva i mesi e le costellazioni in cielo,
con chi si congiunge il freddo pianeta di Saturno,
in quali orbite del cielo
vaga il fuoco di Cillene. 590
Innanzi tutto venera gli dei
e celebra ogni anno i riti della grande Cerere,
compiendo sacrifici tra l'erba fiorente
all'estremo limite dell'inverno
quando serena spunta primavera. 595
Allora grassi sono gli agnelli,
soavissimo il vino, piacevole il sonno
e dense sui monti le ombre.
Tutta la gioventù dei campi
adori Cerere al tuo fianco, 600
per lei stempera in latte e vino dolce il miele,
e intorno alle messi novelle
giri tre volte per voto la vittima,
accompagnata dal coro festoso
di tutto il séguito, e a gran voce 605
s'invochi la presenza di Cerere nelle case;
e nessuno accosti la falce alle spighe mature,
prima di danzare, come sa, in onore di Cerere,
con le tempie incoronate di quercia,
e cantare gli inni di rito. 610
Ma perché potessimo prevedere
da segni certi questi eventi,
la siccità, le piogge e i venti che recano il freddo,
Giove stesso fissò i segnali
che dà ogni mese la luna, 615
sotto quale stella cessano gli austri,
l'indizio che nel suo ripetersi
induce i contadini a tenere gli armenti
più vicino alle stalle.
Al nascere dei venti 620
subito le onde agitate del mare
incominciano a gonfiarsi
e sui monti alti
secco s'ode un fragore,
risonando lontano si sconvolgono le spiagge 625
e incessante cresce il mormorio delle selve.
Già a stento
l'onda è trattenuta dalle curve carene,
quando veloci rivolano gli smerghi da mezzo il mare
e recano grida alle rive, 630
quando sulla terra secca giocano le folaghe marine
e, volando alto sulle nubi,
l'airone lascia le paludi consuete.
Spesso, quando imminente è il vento,
dal cielo vedrai precipitare le stelle, 635
lunghe strisce di fuoco
che biancheggiano nel buio della notte;
vedrai da terra
foglie e fuscelli levarsi nell'aria
o galleggiando a fior dell'acqua 640
piume scherzare.
Ma quando dalla parte del selvaggio Borea lampeggia
e tuona la casa d'Euro e di Zefiro,
colmatisi i fossati,
si allagano i campi 645
e in mare il navigante
umide ammaina le vele.
Mai la pioggia reca danno senza avvertire:
o, quando s'avvicina,
nel fondo della valle 650
si rifugiano dall'alto le gru
o, levando lo sguardo al cielo,
annusa l'aria la giovenca
con le narici tutte dilatate
o stridendo le rondini 655
svolazzano intorno agli stagni
e nel fango le rane
gracidano la consueta cantilena.
Molto spesso la formica porta fuori le uova
dai covi sotto terra 660
battendo uno stretto sentiero,
l'arcobaleno immenso assorbe acqua
e un esercito di corvi,
tornando in file serrate dalla pastura,
strepita con fitto battito d'ali. 665
Poi gli uccelli variopinti del mare
e quelli che lambendo le lagune del Caístro
frugano intorno i prati della Lidia,
si bagnano con grandi spruzzi il dorso a gara,
li vedi ora tuffare il capo nell'acqua, 670
ora correre sulle onde
e smaniare continuamente
per il piacere di bagnarsi.
Allora fuori di sé la cornacchia
invoca a voce spiegata la pioggia 675
e si aggira tutta sola sulla rena asciutta.
Neppure le fanciulle, che di notte filano la lana,
ignorano l'arrivo del maltempo,
quando vedono scintillare l'olio
e formarsi una muffa scura 680
nella lucerna accesa.
Tu, del resto, al cessare della pioggia,
potrai prevedere il sole e le giornate serene
e riconoscerli da segnali sicuri.
Allora, credimi, non appare offuscata 685
la luce delle stelle,
la luna non si leva
debitrice al fratello dei suoi raggi,
né per il cielo corrono leggeri
batuffoli di lana; 690
gli alcioni, così cari a Teti,
non spiegano le ali
al tepore del sole sulla spiaggia
e i maiali immondi non sciolgono i mannelli
disperdendoli nell'aria col grugno. 695
Le nebbie invece tendono a calare
e a stendersi sulla pianura;
dalla cima di un tetto la civetta,
guardando il tramonto del sole,
ripete senza scopo il suo canto tardivo. 700
In alto lassù nell'aria limpida appare Niso
e Scilla per un capello rosso sconta la pena:
dovunque fuggendo fende l'aria lieve con le ali,
ecco, nemico crudele,
con grida stridule per l'aria 705
Niso l'insegue;
e dovunque Niso si spinge nell'aria,
lei fuggendo rapida
fende l'aria lieve con le ali.
Allora con voce limpida, 710
contraendo la gola
più volte gridano i corvi
e incredibilmente lieti
non so per quale dolcezza
dai rami più alti 715
strepitano fra loro in mezzo alle foglie:
cessata la pioggia
fa bene al cuore rivedere i propri piccoli nei nidi;
e non credo
che abbiano ispirazione dagli dei 720
o dal destino
maggiore facoltà di prevedere le cose;
certo,
quando col variare dell'umidità nel cielo
muta il tempo 725
e una bufera di venti
addensa le nuvole dove eran rade
e dove dense le dirada,
cambiano umore
e in loro penetra un'inquietudine diversa 730
di quando il vento allontana le nubi;
ecco di qui nei campi
questa armonia di uccelli,
la letizia del gregge,
la voce in festa dei corvi. 735
Se poi osserverai il corso del sole
e le fasi ordinate della luna,
mai il giorno dopo ti tradirà il tempo,
né sarai ingannato dall'insidia di una notte serena.
Se la luna, quando riprende nuova luce, 740
racchiude una cupa caligine
nell'alone della sua falce,
si prepara per i contadini e il mare
un diluvio di pioggia;
ma se un rossore virgineo si sparge sul suo volto, 745
ci sarà vento:
sempre arrossisce al vento la dorata Febe;
se invece al quarto giorno
(ed è il segno più sicuro)
se ne andrà, le corna nitide, limpida nel cielo, 750
tutto quel giorno
e quelli che lo seguiranno sino a fine mese
saranno senza pioggia, senza vento
e i marinai, giunti in salvo,
scioglieranno sul lido 755
i voti a Glauco, a Pànope
e al figlio di Ino, Melicerte.
Anche il sole al suo sorgere
e quando si nasconde nelle onde
darà segnali; segnali certissimi 760
accompagnano il sole,
quelli che dà al mattino
o gli altri quando spuntano le stelle.
Se all'alba nasce screziato di macchie,
avvolto dalle nubi 765
e al centro il suo disco scompare ai nostri occhi,
aspettati la pioggia,
perché dall'alto,
minacciando alberi, campi e animali,
incombe Noto. 770
Se fra cumuli di nuvole al far del giorno
i raggi si sprigionano netti fra loro,
se pallida sorge l'Aurora,
lasciando il letto d'oro di Titone,
i pampini, ahimè, 775
non riescono a proteggere l'uva matura,
tanto violenta è la grandine
che rimbalza crepitando sui tetti.
E questo ancora,
quando al termine della sua orbita 780
il sole si allontana,
varrà che tu ricordi,
perché vediamo diversi colori
scorrere sul suo volto:
l'azzurro annunzia pioggia, 785
il rosso lo scirocco;
e se man mano compaiono macchie
nel rosso del suo fuoco,
vedrai allora ogni cosa sconvolgersi
per venti e temporali insieme: 790
in quelle tenebre nessuno mi convincerà
a sciogliere la gómena da terra
e andarmene per mare.
Ma se il suo disco rimarrà splendente,
quando riporta il giorno 795
e a sera quando lo nasconde,
non ti spaventeranno i temporali
e al vento sereno di tramontana
vedrai stormire i boschi.
Allora, cosa porta il vespero di sera, 800
da dove il vento spinge candide le nubi,
cosa prepara l'umido vento del sud,
lo indicherà il sole.
Chi oserebbe chiamarlo impostore?
Ti avvisa dei tradimenti, delle congiure in atto 805
e delle guerre che possono esplodere.
Quando fu ucciso Cesare,
ebbe pietà di Roma,
coprì il suo volto terso di caligine
e quella società corrotta 810
finì per temere una notte eterna.
Ma in quei giorni anche la terra,
le acque del mare, le cagne del malaugurio
e uccelli imprevedibili
indicavano il futuro. 815
Quante volte vedemmo l'Etna ribollire,
rovesciando lava nei campi dei Ciclopi
dalle falle dei suoi crateri,
e vomitare globi in fiamme,
macigni liquefatti! 820
Per tutto il suo cielo
la Germania udì fragore d'armi,
tremarono le Alpi di moti sconosciuti.
Più volte nel silenzio dei boschi
si udì una voce disumana 825
e apparirono fantasmi misteriosi e pallidi
nell'incupirsi della notte,
parlarono animali;
incredibile,
s'arrestano i fiumi, 830
la terra si squarcia
e nei templi
lacrima a lutto l'avorio,
trasuda il bronzo.
In vortici rabbiosi, 835
travolgendo le selve,
straripa Erídano il re dei fiumi
e per tutti i campi
trascina con le stalle gli animali.
Né mancarono d'apparire in quei tempo 840
segni di minaccia nei visceri infausti,
il sangue di stillare dai pozzi
o le città di risonare sino al culmine
nel cuore della notte
per l'urlo dei lupi. 845
Mai altra volta a cielo sereno
caddero più fulmini
o arsero sinistre più numerose comete.
Cosí vide Filippi eserciti romani,
uguali armi in pugno, 850
scontrarsi di nuovo fra loro;
né sembrò indegno agli dei,
che l'Emazia e le grandi pianure dell'Emo
due volte si nutrissero del nostro sangue.
Tempo verrà in cui il contadino, 855
smuovendo con l'aratro
la terra di quei luoghi,
troverà lance corrose dal morso della ruggine,
con la forza dei rastri urterà elmi senza vita
e guarderà stupite ossa smisurate 860
nell'alveo dei sepolcri.
Dei della patria, eroi tutelari
e tu Romolo,
tu madre Vesta
che proteggi il Tevere etrusco 865
e il Palatino romano,
non impedite almeno
che questo giovane soccorra
la nostra società in rovina.
Da tempo ormai e quanto basta 870
abbiamo pagato coi nostro sangue
gli spergiuri di Laomedonte,
di Troia;
da tempo ormai
l'Olimpo a noi t'invidia, Cesare, 875
e si lamenta che tu abbia a cuore
soltanto trionfi terreni,
perché fra noi
lecito e illecito sono stravolti:
tante le guerre nel mondo, 880
tante le forme di delitto;
nessun onore e dignità all'aratro;
privati dei coloni
giacciono incolti i campi
e le falci ricurve 885
sono trasformate in rigide spade.
Di qui scende in guerra l'Eufrate,
di là la Germania;
città vicine rompono alleanze
e brandiscono le armi; 890
senza pietà Marte infuria su tutto il mondo:
così, scattate dalle sbarre,
le quadrighe di giro in giro
aumentano il ritmo
e invano l'auriga tende le redini, 895
è in balia dei cavalli
e il carro non risponde più ai suoi comandi.