Georgiche l. III

di Publio Virgilio Marone


LIBRO TERZO

E ora Pale, la grande Pale dovrò cantare,

il pastore indimenticabile di Anfriso

e voi, foreste, fiumi del Liceo.

Tutti gli altri argomenti,

che avrebbero potuto attrarre 5

col loro fascino insinuante

la mente dei poeti,

sono ormai praticati:

chi non conosce la crudeltà di Euristeo

o gli altari dell'infame Busíride? 10

Chi non ha cantato il giovane Ila,

la fuga di Latona a Delo,

e Ippodamía e Pèlope,

celebre per la sua spalla d'avorio

e il talento nel guidare i cavalli? 15

Si dovrà tentare una via

che permetta anche a me

di abbandonare la terra e volare

in segno di vittoria

sulla bocca degli uomini. 20

Tornando dalla vetta di Elicona,

per primo in patria, se mi resta vita,

io condurrò le Muse;

per primo io donerò a Mantova

le palme di Idumea 25

e tra il verde dei campi

alzerò un tempio di marmo,

là dove il Mincio si distende

in un lento snodarsi di curve

e orla di canne flessuose le rive. 30

Al centro, penso, la statua di Cesare

dominerà il tempio e in suo onore

io, avvolto per la vittoria

nello splendore della porpora di Tiro,

lancerò in gara lungo il fiume 35

cento quadrighe.

Tutta la Grecia,

disertando l'Alfeo e i boschi di Molorco,

gareggerà al mio comando

nella corsa e con il cesto di cuoio. 40

Io, il capo ornato di foglie d'ulivo,

porterò doni. E sin da ora

vorrei condurre al tempio la processione solenne

e vedere i giovenchi uccisi

o come cambia la scena girando le quinte, 45

come i Britanni

intessuti sul sipario purpureo

si alzano con questo.

Sulle porte farò scolpire

in oro e avorio massiccio 50

la battaglia dei Gangàridi,

le armi vittoriose di Quirino

e, di fianco, il fluire imponente del Nilo

sconvolto dalla guerra

e le colonne innalzate col bronzo delle navi; 55

aggiungerò le città conquistate in Asia,

il Nifate sconfitto e il Parto

che si affida alle frecce scagliate fuggendo,

i due trofei strappati a nemici diversi

e i popoli soggiogati due volte 60

sull'una e l'altra riva.

E col marmo di Paro

s'innalzeranno statue a tramandare

i discendenti di Assàraco

e gli uomini della stirpe originata da Giove, 65

il padre Troo e Apollo fondatore di Troia.

E si vedrà l'Invidia, che rende infelici,

tremare davanti alle Furie,

al fluire spietato del Cocito,

davanti al viluppo di serpi 70

che lega Issione alla sua ruota orrenda,

davanti all'invincibile macigno.

Ma in attesa torniamo alle foreste,

ai pascoli incontaminati delle Driadi,

seguendo l'insistenza dei tuoi ordini, 75

Mecenate: senza di te

la mia mente non sa iniziare nulla di profondo.

Avanti, rompi gli indugi che ti impigriscono:

a gran voce ti chiama il Citerone,

i cani del Taigeto, 80

Epidauro con tutti i suoi cavalli,

e la voce gonfiata dall'eco dei boschi

rimbomba come un tuono.

Anche se ormai mi accingerò a cantare

le battaglie arroventate di Cesare 85

e ne divulgherò la gloria

per tutti quegli anni a venire

quanti da Cesare ne corrono

ai tempi di Titone.

Sia che si allevino cavalli 90

col miraggio di una vittoria olimpica

o giovenchi robusti per l'aratro

la scelta di fondo è una buona fattrice.

Le vacche migliori hanno aspetto torvo,

testa grossa e sgraziata, collo poderoso 95

e la giogaia che dal mento

pende sino alle zampe;

e non vi è limite alla lunghezza dei fianchi:

tutto è massiccio, anche gli zoccoli,

e sotto l'arco delle corna 100

hanno orecchie pelose.

Non mi dispiacciono poi quelle pezzate di bianco,

che rifiutano il giogo scagliando cornate,

somigliano a un toro e se ne vanno spavalde

spazzando col ciuffo della coda le proprie orme. 105

L'età giusta per accoppiarsi e partorire

cessa verso i dieci anni e incomincia dopo i quattro;

ogni altra età negata alla procreazione

non si confà nemmeno alla fatica dell'aratro.

Dunque, finché abbonda fra le mandrie 110

la fecondità della giovinezza,

sciogli i maschi e spingili ad accoppiarsi:

da una generazione ne avrai così sempre un'altra.

Gli anni migliori della vita

sono i primi a fuggire per i miseri mortali; 115

vengono poi le malattie,

la desolazione della vecchiaia,

le sofferenze

e senza pietà, implacabile

la morte ci travolge. 120

Sempre vi saranno bestie che vorresti cambiare;

avvicendale quindi di continuo

e perché tu non debba poi rimpiangere

la loro perdita, anticipa i tempi

e scegli ogni anno nuovi capi per l'armento. 125

Cernita uguale occorre per la mandria dei cavalli:

dovrai soltanto dedicare sin dai primi anni

una cura particolare a quelli

che decidi di destinare

alla riproduzione della razza. 130

Un puledro purosangue lo vedi subito:

ha passo elastico, leggero

e se ne va nei campi a testa alta;

è il primo ad avviarsi,

senza paura affronta fiumi in piena, 135

si avventura su ponti sconosciuti

e non s'impenna a ogni strepito di vento.

Ha collo eretto, capo sottile e ventre asciutto,

ma la groppa carnosa

e il petto che guizza tutto di muscoli. 140

Di pregio sono i bai e i grigi,

mediocrissimi

quelli di colore bianco giallastro.

E quando da lontano giunge un suono d'armi,

non riesce a star fermo, drizza le orecchie, 145

trema in tutto il corpo e fremendo

sprigiona dalle nari l'ardore che ha in petto.

La sua criniera è folta e, se la scuote,

ricade sulla destra, la spina dorsale

sembra che corra doppia lungo il corpo, 150

e con l'unghia compatta dello zoccolo

scava la terra che cupa rimbomba.

Di questa specie era Cíllaro,

domato dalle briglie di Polluce,

e quelli ricordati dai poeti greci, 155

i cavalli appaiati di Marte e del grande Achille,

e lo stesso Saturno

quando, all'avvicinarsi della moglie,

in un lampo si scarmigliò sul capo

una criniera di cavallo 160

e fuggendo sulla cima del Pelio

la riempì tutta di nitriti.

Ma anche questo, quando perde le forze,

fiaccato da una malattia

o impigrito dagli anni, 165

dovrai chiuderlo nella stalla

senza indulgere allo squallore della sua vecchiaia.

Freddo in amore, quando invecchia

si logora in questa fatica ingrata

e se mai giunge ad accoppiarsi 170

si affanna a vuoto,

come accade a un fuoco di stoppie, grande e senza

forza.

Devi perciò renderti conto

del suo temperamento e dell'età, 175

poi delle doti che riguardano la razza,

come ogni stallone reagisca

al dolore della sconfitta,

all'orgoglio della vittoria.

Non vedi cosa accade quando i carri, 180

scattando dalle sbarre,

si lanciano a divorare la pista

in una corsa disperata,

quando nei giovani si esalta la speranza

e un palpito d'ansia svuota i cuori in tumulto? 185

Spronano i cavalli roteando la frusta,

piegati in avanti per dare briglia sciolta,

e arroventate dall'impeto volano le ruote;

ora sembra che sfiorino la terra,

ora che si sollevino alti nel vuoto 190

a librarsi sul vento.

Non vi è tregua, respiro;

rossa si alza una nube di polvere,

e tutti luccicano della bava

che soffiano gli inseguitori: 195

così grande è il desiderio di gloria,

la voglia di vittoria.

Erittonio fu il primo

che osò aggiogare a un carro quattro cavalli

e reggersi sulle ruote per vincere una gara; 200

i Làpiti del Peletronio,

montando sul dorso, scoprirono freni e volteggio

e insegnarono al cavaliere in armi

a far scalpitare i cavalli,

a farli trottare con incedere altero. 205

In entrambi i casi la fatica è la stessa,

perciò gli allevatori cercano cavalli giovani

che siano contemporaneamente

di temperamento focoso

e imbattibili nella corsa, 210

senza curarsi se in passato

abbiano inseguito nemici in fuga

e vantino come patria l'Epiro,

la potente Micene

o traggano magari origine 215

dal ceppo di Nettuno.

Dopo avere osservato queste cose,

essi si impegnano per tempo

e mettono ogni cura a irrobustire l'animale

che hanno scelto come capo 220

e designato a maschio della mandria,

gli tagliano erba fiorita

e lo nutrono con farro e acqua corrente,

perché regga le fatiche d'amore

e figli gracili non riproducano 225

la magrezza del padre.

Per la ragione opposta

fanno dimagrire le femmine

e quando un desiderio naturale

le spinge ad accoppiarsi 230

negano loro anche le foglie,

l'acqua da bere;

e le sfiancano nella corsa,

le sfiniscono al sole,

quando per la trebbiatura del grano 235

l'aia è soffocata dal rumore dei colpi

e allo spirare dello zefiro

le paglie si disperdono nell'aria.

Fanno così perché un grasso eccessivo

non ostruisca il solco dell'organo genitale 240

e ne impedisca le funzioni rendendolo sterile,

ma al contrario assorba il seme di Venere

come un assetato e lo annidi nelle viscere.

Si allenta allora la cura del padre

e incomincia quella delle gestanti. 245

Quando, nel corso della gravidanza,

vivono in libertà,

è d'obbligo impedire

che siano aggiogate a carri pesanti,

che attraversino d'un balzo i sentieri, 250

che si lancino in corsa sfrenata sui prati

e nuotino nei fiumi in piena.

Si fanno pascolare in valli aperte,

presso l'acqua dei fiumi,

ove cresce il muschio e la riva è tutta verde d'erba, 255

dove le grotte offrono riparo

e si distende l'ombra delle rupi.

Tra i boschi del Sele e i querceti fitti dell'Alburno

vive in grandi sciami un insetto,

che in romano ha nome assillo e i Greci chiamano 260

estro;

aggressivo, col suo fastidioso ronzio

atterrisce e disperde in fuga nelle selve

intere mandrie di animali;

un frastuono di muggiti flagella l'aria, 265

le foreste e le rive del Tanagro in secca.

Un tempo, covandone la rovina,

Giunone sfogò con questo flagello

la sua collera orribile

sulla giovenca d'Inaco. 270

Anche questo, più pungente e accanito

quando divampa mezzogiorno,

lo terrai lontano dalle femmine gravide

e farai pascolare gli animali

al sorgere del sole 275

o quando le stelle conducono la notte.

Dopo il parto le attenzioni si volgono ai vitelli;

e senza porre tempo si marchiano a fuoco

per indicare la razza e distinguere

quelli che è meglio destinare alla riproduzione, 280

consacrare agli altari

o serbare per fendere la terra

e rivoltare il campo disseminato di zolle.

Gli altri lasciali pascolare tra il verde dell'erba;

ma se tu vuoi educarli al lavoro 285

che di norma si pratica nei campi,

fin da piccoli, quando per l'età in fiore

l'indole è docile e ancora plasmabile,

preoccupati di addestrarli senza posa.

Comincia a passargli intorno al capo, 290

ma senza stringere,

un collare di vimine sottile;

poi quando, perduta la libertà,

il collo si abitua alla prigionia,

legati a uno stesso giogo, accoppia i giovenchi 295

e costringili a camminare insieme;

possono a questo punto

anche trascinare carri leggeri

che a terra lascino solo una traccia nella polvere;

più tardi per l'imponenza del carico 300

cigolerà sotto sforzo l'asse di faggio

e un timone di bronzo

guiderà le ruote del carro.

Questi vitelli scalpitanti

dovrai nutrirli nel frattempo 305

sì, con erba, foglie di salice e ulva palustre,

ma soprattutto con frumento appena verde;

e non riempire, come usavano gli antichi,

interi secchi

col latte bianco delle partorienti, 310

lascia che spremano dal loro seno

tutto ciò che hanno solo per i figli adorati.

Ma se preferisci la guerra

e gli squadroni da combattimento,

far correre le ruote lungo il fiume Alfeo a Pisa 315

e lanciare in volo i carri dentro il bosco di Giove,

il tuo cavallo dovrà esercitarsi,

per primo addestramento,

a vedere l'impeto e le armi dei combattenti,

a sopportare gli squilli di tromba, 320

lo stridore delle ruote in azione,

a riconoscere il suono dei freni nella stalla;

e pian piano a godere

delle lodi suadenti del padrone

e amare la mano che gli batte sul collo. 325

Si cimenterà in queste cose

non appena svezzato dal seno materno,

saggiando col muso una leggera cavezza,

ancora debole e malfermo,

ignaro della forza che possiede. 330

Ma trascorsi tre anni,

quando giunge la quarta estate,

dovrà impegnarsi a volteggiare,

a battere in cadenza il passo

inarcando le gambe a una a una 335

e a mostrarvi costanza;

allora, sì, potrà sfidare i venti nella corsa

e, volando a briglia sciolta per l'aperta campagna,

lasciare solo l'ombra di una traccia

sul velo della sabbia. 340

Sembra aquilone,

quando dal nord si abbatte con violenza

e, senza che dalle nubi cada un filo di pioggia,

disperde le tempeste della Scizia:

allora le messi che ondeggiano alte nei campi 345

vibrano al soffio leggero del vento

e stormiscono le cime degli alberi,

si allungano i marosi sulla riva;

e quello vola,

travolgendo nella sua corsa terra e mare. 350

Suderà questo tuo cavallo

per raggiungere sulle piste senza fine

della pianura d'Èlide

il suo traguardo,

sbavando dalla bocca una schiuma di sangue, 355

o, se vuoi, col collo piegato

trascinerà in guerra i carri dei Belgio.

Lascerai che finalmente il suo corpo,

ormai domato, cresca per foraggio grasso

sino a maturità; 360

prima acquisterebbe troppa irruenza

e, imbrigliato, rifiuterebbe

di piegarsi al richiamo della frusta,

di obbedire ai denti del morso.

Ma nessun espediente serve meglio a irrobustirli, 365

siano cavalli o buoi che si preferisce allevare,

come tenerli lontani da Venere,

dagli stimoli irrefrenabili d'amore.

Per questo si confinano i tori lontano,

in pascoli solitari, separati da un monte, 370

da un largo corso d'acqua,

o si rinchiudono dentro le stalle

davanti a una greppia ricolma.

Con la sua sola presenza la femmina

a poco a poco logora, brucia le loro forze 375

e col fascino delle sue lusinghe

fa scordare pascoli, boschi

e spinge gli amanti infuriati

a battersi fra loro con le corna.

Se pascola una bella giovenca nella grande Sila, 380

con impeto i tori alternano battaglie,

da ferite continue

un sangue nero bagna i loro corpi,

e dritte all'avversario

si urtano le corna con un gemito profondo, 385

e ne risuonano le selve, il cielo intero.

Non è costume

che i rivali abbiano asilo insieme;

esule va lontano il vinto

su spiagge sconosciute, 390

lamentando a lungo la vergogna,

le piaghe aperte dal vincitore

e gli amori perduti, invendicati;

volgendo gli occhi alle stalle,

si allontana dai luoghi dove è nato. 395

Per questo pazientemente

allena le sue forze

e tra dure pietre, sulla nuda terra,

riposa ostinato,

si nutre di foglie spinose, di rovi pungenti, 400

e si incita ad infuriarsi

imparando a forzare le corna contro gli alberi,

provocando i venti con i suoi colpi,

e tutto intorno solleva la polvere

in attesa della lotta. 405

Quando infine sente tornato il vigore

e rinfrancate le forze,

muove le insegne

e d'improvviso si scaglia a capo fitto sul nemico,

come l'onda che prima biancheggia lontano 410

in mezzo al mare,

poi dal profondo trae la sua curva

e rotolando verso terra

strepita d'urla fra gli scogli,

montagna che precipita, 415

mentre il fondo ribolle di vortici

e lancia in aria la sua sabbia nera.

Così sulla terra

ogni razza di uomini e di fiere

e le specie marine, 420

gli animali e gli uccelli variopinti

sono travolti la furia dei sensi:

uguale per tutti l'amore.

Mai come in questa stagione,

incurante dei propri nati, 425

vaga più feroce la leonessa per la pianura

e l'orso mostruoso semina tanta morte

e strage per le selve.

Allora più feroce è il cinghiale,

più crudele la tigre: 430

con pericolo

ci si avventura nei deserti della Libia.

Non vedi

come un fremito percorre il corpo dei cavalli,

solo che un soffio d'aria 435

rechi loro l'odore conosciuto?

Non li frenano allora

né le briglie degli uomini,

né la sferza crudele,

né rocce, né gole scoscese 440

o l'ostacolo di fiumi

che con l'onda travolgono macigni.

Anche il maiale di Sabina

si avventa e arrota i denti,

scava con le zampe la terra 445

e agli alberi strofina i fianchi,

da ogni parte

rende dure le spalle alle ferite.

E che farà un giovane, allora,

se un amore senza tregua 450

gli accende questo fuoco nelle vene?

A nuoto, nel cuore della notte,

passa lo stretto sconvolto da uragani;

sul suo capo tuona l'immensa porta del cielo

e le onde rotte dagli scogli risuonano d'echi; 455

non possono trattenerlo i genitori in pena

o l'amata,

che lo seguirà nella stessa morte crudele.

E che dirò delle linci screziate di Bacco,

dei lupi feroci, dei cani? 460

e delle mischie che affrontano i timidi cervi?

Ma più degli altri

il furore delle cavalle sgomenta:

Venere stessa ne accese a Potnia il desiderio,

quando in quattro 465

sbranarono il corpo di Glauco.

L'amore le conduce oltre il Gàrgaro,

oltre gli scrosci dell'Ascanio;

valicano monti

e a nuoto traversano fiumi. 470

E quando nelle viscere

si diffonde il fuoco del desiderio

(soprattutto in primavera,

perché allora torna il calore nelle ossa),

stanno ferme in cima alle rupi, 475

la bocca rivolta a zefiro,

e bevono i sospiri dell'aria:

incredibilmente,

senza accoppiamento,

spesso le ingravida il vento. 480

E fuggono per rocce, dirupi,

per le valli profonde,

non incontro a te, Euro,

o a dove sorge il sole,

ma verso Borea e Cauro, 485

verso il nerissimo Austro

che col freddo delle piogge

intristisce il cielo.

Allora dall'inguine cola quell'umore denso,

che giustamente i pastori chiamano ippòmane, 490

e che mammane malvagie spesso raccolgono

mescolandolo con erbe e formule magiche.

Ma fugge intanto,

fugge irreparabile il tempo,

mentre presi dall'amore 495

indugiamo a descriverlo.

È tutto per gli armenti;

rimane l'altra parte del problema,

parlare delle pecore da lana,

delle capre pelose; 500

qui, contadini, la fatica è tale,

che occorre tutto il vostro impegno

per aspettarsi elogi.

Non mi nascondo in cuore

quanto con la parola 505

sia arduo dominare

e attribuire dignità

ad argomenti così umili,

ma una malia d'amore mi rapisce

verso le cime solitarie del Parnaso; 510

su quei crinali mi aggiro incantato,

dove, lungo le curve del pendio,

nessuna traccia

si avventura alla sorgente Castalia.

E ora, Pale, venerata Pale, 515

è tempo di cantare a tutta voce.

Per cominciare, valga questa regola

che le pecore mangino l'erba in comode stalle,

finché non torna la stagione delle foglie,

e che il terreno duro ai loro piedi 520

venga tutto ricoperto di paglia

e mannelli di felci,

perché il gelo non rechi danno al gregge delicato

e cagioni la scabbia o la podagra che deforma.

Poi, passando ad altro, prescrivo 525

che alle capre si diano in abbondanza

foglie di corbezzolo e acqua di sorgente,

che le loro stalle non siano esposte al venti,

ma al sole invernale, rivolte a mezzogiorno

quando l'Acquario gelido declina 530

in rivoli di pioggia a fine d'anno.

E vanno protette con altrettanta cura:

il ricavato non sarà minore,

anche se per la lana di Mileto,

intinta nella porpora di Tiro, 535

si paga, certo, un prezzo alto;

la loro prole è numerosa

e il latte abbondantissimo:

più il secchio trabocca di schiuma appena munta

e più, spremendo le mammelle, 540

ne esce a fiotti un fiume.

Aggiungi che ai caproni del Cinifo

si tosano i ciuffi bianchi del mento

e il vello setoloso

per intessere tende degli accampamenti 545

o panni di fatica per i marinai.

Si nutrono nei boschi, sulle vette del Liceo

di rovi spinosi e cespugli abbarbicati ai monti;

da sole riconoscono la strada delle stalle

e vi guidano i figli, 550

varcando, per il turgore del seno,

le soglie con fatica.

Proteggile dunque con ogni mezzo

dal gelo e dalle raffiche di neve,

visto lo scarso impegno 555

che richiedono agli uomini,

e sfamale a sazietà con foglie di arbusti,

senza chiudere il fienile finché dura l'inverno.

Ma quando al richiamo di zefiro

l'estate in fiore ricondurrà ogni gregge 560

nei pascoli e nei boschi,

con la stella di Lucifero

goditi nei prati il fresco,

mentre nasce il mattino,

biancheggiano gli arbusti 565

e sull'erba tenera è la rugiada

che rallegra gli animali.

Poi, quando nella quarta ora del giorno

si inasprisce la sete

e il canto stridulo delle cicale 570

assorda gli alberi,

ai pozzi, agli stagni profondi

conduci il gregge,

che si abbeveri all'acqua

che scorre nei canali di elce. 575

Ma nel meriggio afoso

cerca una valle ombrosa,

dove una grande, antica quercia,

dedicata a Giove,

tenda i suoi rami immensi 580

o dove un bosco oscuro di fitti lecci

diffonda la sua ombra sacra.

Poi conducilo ancora a pascolare,

alle acque limpide

quando, al tramonto del sole, 585

il fresco della sera tempera l'aria,

la luna ormai ravviva di rugiada i boschi

e le spiagge risuonano di alcioni,

le siepi di usignoli.

E che dirò dei pastori di Libia nei miei versi, 590

dei loro pascoli,

delle quattro capanne dei loro villaggi?

Spesso lungo tutto un mese,

pascolando per deserti sterminati,

il gregge vaga giorno e notte 595

senza un ricovero,

tanto si stende la pianura.

Porta tutto con sé il pastore africano,

il tetto e il focolare,

gli arnesi e il cane di Amicle, 600

la faretra cretese:

così il Romano, in armi per la patria,

marcia senza tregua sotto un fardello enorme

e, posto il campo, di sorpresa

è già con la sua schiera contro il nemico. 605

Diverso è fra le genti della Scizia,

del mare d'Azof o dove il Danubio

torbido trascina sabbie dorate

e il Ròdope disteso verso il polo

ritorna a meridione: 610

là si tengono gli armenti chiusi nelle stalle,

non cresce l'erba nei campi

o sugli alberi le foglie;

ma ovunque, sotto cumuli di neve

alti diversi metri, 615

giace informe la terra nella morsa dei ghiacci.

Sempre inverno,

sempre venti che soffiano gelidi dal nord.

E mai un sole che diradi le livide ombre,

nemmeno quando con i suoi cavalli 620

sale alto nel cielo

o quando bagna il suo carro al tramonto

nelle acque rosse del mare.

Improvvisamente si formano sui corsi d'acqua

lastroni di ghiaccio e allora, dove accoglieva navi, 625

su quella crosta l'acqua sostiene ruote ferrate,

carri pesanti;

si incrinano i bronzi

e sul corpo si irrigidiscono le vesti,

con la scure si tagliano i vini rappresi, 630

laghi interi si mutano in ghiaccio compatto

e sulle barbe arruffate

si condensano e gelano le gocce.

Per tutto il cielo intanto

continua a nevicare: 635

muore il gregge

e sepolti dalla neve

stanno immobili grandi corpi di buoi;

serrati in branchi intorpiditi sotto questo peso,

dei cervi sporge solo la punta delle corna. 640

Così gli Sciti non li cacciano

aizzandogli contro i cani

o con le reti

o impaurendoli con penne rosse,

ma da vicino li colpiscono con l'ascia, 645

mentre col petto forzano la neve che li opprime,

e quando urlano straziati,

li uccidono;

poi, lieti, li trascinano via con alte grida.

In grotte scavate nel cuore della terra 650

gli Sciti vivono ozi sereni

e, rotolando i tronchi verso il focolare,

danno alle fiamme le querce raccolte

e olmi interi.

Qui passano nei giochi la notte d'inverno 655

e, in luogo del vino, bevono allegramente

succo d'orzo fermentato o di sorbe inacidite.

Così, sferzata dal vento rifeo

sotto le stelle dell'Orsa minore,

vive nel nord questa gente selvaggia, 660

tutta avvolta in pellicce fulve di animali.

Se ti sta a cuore la lana,

tienti anzitutto lontano dalle siepi spinose,

da làppole e tríboli;

evita i pascoli grassi; 665

e scegli senza esitare pecore bianche

di vello morbido.

Ma se un ariete nel palato umido

ha solo una traccia di nero sulla lingua,

per candido che sia, scartalo, 670

perché non alteri con macchie scure

il vello della prole,

e cercane un altro fra tutti quelli al pascolo.

Col riverbero niveo della lana,

Pan, il dio dell'Arcadia, se è vero, 675

ti ha ingannato, sedotto, Luna,

attirandoti nel cuore di un bosco;

e al suo richiamo non ti sei negata.

Ma chi ama il latte dovrà portare negli ovili

cítiso, trifoglio ed erba salata a piene mani: 680

così cresce il desiderio di bere,

le mammelle si gonfiano di più

e nel latte rimane un gusto leggero di sale.

Molti pastori poi

allontanano dalla madre 685

i capretti appena svezzati

e cingono la loro bocca

con bavagli di ferro.

Il latte che mungono al mattino o durante il giorno

lo fanno quagliare di notte; 690

quello che mungono al calar del sole o quando è buio

lo portano via all'alba in secchi di legno

recandosi in città,

oppure, aggiungendogli un po' di sale,

lo conservano per l'inverno. 695

E non dimenticare i cani:

che siano molossi feroci

o cuccioli agilissimi di Sparta,

nutrili col siero grasso del latte.

Con la loro difesa, 700

la notte non dovrai temere

i ladri di bestiame, l'assalto dei lupi

o l'agguato alle spalle di predoni iberici.

E coi cani potrai inseguire

gli onagri in fuga per paura, 705

cacciare la lepre, cacciare i daini;

e potrai col loro latrato

snidare i cinghiali dai pantani nel bosco,

incalzarli alle spalle,

e in alta montagna con quel frastuono 710

spingere nelle reti un cervo gigantesco.

Impara a bruciare il cedro odoroso nelle stalle

e a cacciare i chelidri col fumo di galbano.

Spesso sotto le greppie trascurate

si annida atterrita, per fuggire la luce, 715

una vipera, che è imprudente toccare,

o una biscia, flagello tremendo di buoi,

che al riparo dell'ombra si rifugia

appiattendosi sulla terra

e inietta veleno al bestiame. 720

Prendi dei sassi, pastore, prendi un bastone

e quando si solleva minacciosa

e sibilando gonfia il collo,

colpiscila. Subito la vedrai fuggire

e nascondere impaurita il capo in una buca, 725

mentre si sciolgono i nodi del corpo,

le spire della coda e lentamente si trascina l'ultima

voluta.

Vive nei pascoli delle Puglie

un serpente maligno 730

col lungo corpo screziato di larghe macchie

e si erge alto col petto

avvolgendo il dorso squamoso.

Quando i fiumi straripano dalle sorgenti

e la terra s'impregna di pioggia 735

per gli austri della primavera,

abita gli stagni

e fermo sulla riva

ingordamente sazia di pesci e di rane

la sua gola nera. 740

Ma quando si inaridisce la palude

e la terra si screpola per la calura,

esce al secco

e sbarrando occhi di fuoco,

inasprito di paura per l'afa e la sete, 745

infuria nei campi.

Non nasca allora in me il desiderio

di assopirmi dolcemente all'aperto,

di stendermi fra l'erba sul pendio di un bosco,

quando mutata la pelle, 750

altro, lucente di giovinezza,

lascia i figli o le uova e striscia,

il capo sollevato nel sole,

vibrando dalla bocca la lingua a tre solchi.

Ti spiegherò anche le cause e i sintomi dei morbi. 755

La scabbia assale le tue pecore,

rendendole deformi,

se il freddo intenso della pioggia

e delle bianche gelate invernali

penetra fin dentro alle ossa, 760

o quando gli si appiccica addosso il sudore

non deterso dopo la tosatura

e le spine dei rovi lacerano i loro corpi.

Per questo i pastori lavano tutto il gregge

in acque tranquille, mentre l'ariete 765

immerso nei gorghi, col vello umido

vaga sull'acqua abbandonato alla corrente,

oppure ne cospargono il corpo tosato

con morchia amata mischiata a schiuma d'argento,

pece dell'Ida, scilla e cera grassa, 770

zolfo vergine, ellèboro e bitume.

Ma nessun rimedio è così efficace

come incidere con un ferro

la parte superiore della piaga;

nascosto, il male vive e si alimenta, 775

finché il pastore rifiuta di porre mano

a risanare le ferite

e inerte attende che l'aiutino gli dei.

Invece, se il dolore si inasprisce,

penetrando sino al midollo delle ossa, 780

e la febbre consuma d'arsura le loro membra,

si dovrebbe, per spegnere la vampa del calore,

incidere alle pecore la vena in fondo al piede

e farne zampillare il sangue,

come fanno i Bisalti e i Geloni selvaggi 785

quando, migrando al Ròdope o nel deserto dei Geti,

bevono col latte rappreso sangue di cavallo.

Così, se vedi una pecora allontanarsi

e rifugiarsi troppo spesso all'ombra

o brucare svogliatamente la cima dell'erba 790

in fondo a tutto il gregge

e stendersi sul prato mentre pascola,

tornare sola a tarda notte,

tronca subito il male con un ferro,

prima che il contagio serpeggi inarrestabile 795

tra il bestiame indifeso.

Il turbine che porta la tempesta

non si abbatte così fitto sul mare,

quanto le epidemie che assillano il bestiame.

Il morbo non contamina le pecore 800

ad una ad una, ma improvvisamente

tutto il gregge al pascolo estivo,

dalla speranza dell'ovile,

gli agnelli, alla stirpe d'origine.

E può rendersene conto ancora oggi 805

chi, dopo tanto tempo,

visita le malghe del Nòrico

alle pendici delle Alpi altissime

e i campi del Timavo in terra giàpide:

un regno privo di pastori, 810

pascoli in ogni luogo abbandonati.

Qui per corruzione dell'aria sorse un tempo,

arroventata dal calore d'autunno,

una stagione maligna

che condusse a morte tutte le fiere, 815

gli animali domestici

e inquinò le acque,

contaminò i pascoli di morbi.

Ma non era una morte naturale:

dopo che una sete di fuoco, 820

penetrata in ogni vena,

aveva contratto le membra inferme,

da queste grondava un umore viscido

che ad una ad una

disfaceva le ossa 825

già corrose dal male.

Spesso durante un sacrificio agli dei,

proprio sull'altare,

mentre con un nastro candido

le cingono l'infula al capo, 830

la vittima cade morente

fra i sacerdoti sconcertati.

Ma anche quando il ministro

la uccide prima con la scure,

non ardono le sue viscere sull'altare, 835

né interrogato l'aruspice può trarne responsi:

nella gola i coltelli

si tingono appena di sangue

e solo leggermente

l'arena si macchia di umore. 840

Così fra l'erba rigogliosa

muoiono ovunque i vitelli

innanzi a greppie ricolme

rendono l'anima gentile;

così la rabbia coglie cani mansueti, 845

una tosse affannosa scuote i maiali

e gonfiandone la gola li soffoca.

Indifferente all'amore,

immemore dell'erba,

il cavallo che fu irresistibile si spegne, 850

sdegna le sorgenti

e col piede batte a lungo la terra:

le orecchie abbassate,

un sudore ambiguo,

quello gelido proprio della morte, 855

la pelle inaridita

che dura resiste al contatto della mano.

Questi nei primi giorni

i sintomi avanti la morte;

ma quando nel suo corso 860

la malattia degenera,

allora s'infiammano gli occhi

e dal profondo cresce un respiro pieno di gemiti

e in lunghi singulti si tendono i fianchi;

dalle narici cola un sangue nero 865

e una lingua ruvida opprime

e chiude la gola.

Si pensò che versare con un corno

un po' di vino nella bocca

fosse di giovamento, 870

l'unico rimedio per i morenti.

Ma ben presto si rivelò mortale:

rianimati, ardevano di furore

e ormai al limite di una morte penosa

(mio dio, sorte migliore ai buoni, 875

ai nemici questo delirio!),

coi denti scoperti

si sbranavano le membra straziate.

Ed ecco,

fumante per la fatica del vomere, 880

stramazza il toro,

con la bava vomita sangue

e leva l'ultimo muggito.

Sciolto il giovenco

che lamenta la morte del compagno, 885

il contadino si allontana disperato

e abbandona l'aratro

confitto nella terra.

Nemmeno l'ombra profonda dei boschi,

i prati morbidi 890

o il torrente che scorrendo tra i sassi,

più puro dell'ambra,

scende alla pianura,

possono scuotere il giovenco:

gli si svuotano i fianchi 895

e uno stupore invade i suoi occhi sbarrati;

oppresso dal peso,

il capo gli si piega verso terra.

Che serve aver lavorato con merito,

aver rivoltato col vomere 900

il fondo della terra?

Certo a loro non recarono danno

i vini che ci dona Bacco

o cibi raffinati:

si nutrono di foglie, 905

dell'erba più comune,

e si dissetano all'acqua limpida di sorgente,

a quella che scorre nei fiumi;

l'angoscia non turba il loro sonno sereno.

Si dice che in quei luoghi, 910

mai come allora,

invano si cercassero giovenche

per sacrificarle a Giunone

e che ai templi

i carri fossero condotti 915

da bufali spaiati.

Per questo a stento

gli uomini aprono coi rastri la terra,

con le unghie vi affondano il seme,

e in cima ai monti col collo proteso 920

trascinano carri stridenti.

Intorno agli ovili il lupo non sperimenta insidie

e di notte non si avvicina al gregge,

ora un'inquietudine più forte lo vince;

daini e cervi, che di norma fuggono impauriti, 925

ora vagano tra i cani intorno alle case.

E sul margine estremo della riva

i flutti gettano, come corpi di naufraghi,

tutte le creature

che si trovano nell'immensità del mare; 930

e nei fiumi contro natura fuggono le foche.

Celate inutilmente in un labirinto di tane,

muoiono le vipere, muoiono le bisce

che ormai stordite drizzano le squame.

Anche per gli uccelli l'aria è mortale: 935

precipitando a terra

dall'alto delle nubi,

esalano la vita.

E non serve mutare pascoli,

sono nocivi gli stessi rimedi; 940

così cedono vinti

medici come Chirone di Fíllira,

Melampo di Amitàone.

Uscita allo scoperto dalle tenebre d'Averno,

col pallore in volto Tisífone semina strage, 945

diffondendo morbi e terrore,

drizzando ogni giorno più alto

il capo avido di morte.

Del belato del gregge, di muggiti

risuonano continuamente i fiumi, 950

risuonano le rive inaridite,

le pendici dei colli.

E ormai non ha più limiti la strage,

nelle stalle si ammucchiano i cadaveri

putrefatti da quella peste oscena, 955

finché non si provvede a coprirli di terra,

a seppellirli nelle fosse.

Non era più possibile usarne le pelli,

pulirne le carni nell'acqua

o cuocerle alla fiamma; 960

e nemmeno tosarne il vello

corroso dal male e dal a sporcizia

o toccarne la tessitura per la sanie;

chi del resto avesse indossato

quei panni repellenti, 965

si copriva di pustole infiammate

e di un sudore immondo e nauseante

in tutto il corpo,

un attimo di tempo e un fuoco maledetto

ne avrebbe distrutto le membra contagiate. 970


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