Imprecazioni di Ovidio contro Ibis l. III

di Ovidio


IBIS CAPITOLO III

Finché coll'arco e stral combatteranno

Iasigi, eTraci, e l'Istro i flutti algenti,

Tiepidi il Gange al pelago daranno;

Finché avran piante i monti, e virescenti

Pascoli i piani, e il Tebro Tuscalano 5

Placido l'onde moverà flaventi;

Con teco i' pugnerò; lo sdegno insano

Morte non spegnerà; ma un ferro diro

Saprà donare al mio fantasma vano;

Anco in allora che pel vacuo empiro 10

M'aggirerò, l'esaminato spetro

L'opre odierà del tuo nefando spiro,

A te verrò dal tacito feretro

Memore larva del tuo infame agire,

Ed il tuo volto inseguirò scheletro. 15

O mi vedrò da lunga età morire.

(Loccé non bramo) e la mia man fatale,

Dell'empia sorte involerammi all'ire;

O naufrago n'andrò pel vasto sale,

O stranio abitator dell'onde cupe 20

Si ciberà del galeggiante frale;

Ovvero augei di peregrina rupe

Mi sbraneran le membra, o il ceffo rio

Si tingeran del sangue mio le lupe:

O comporrammi sotto gleba un pio, 25

O affiderà d'un umil rogo all'onte

Cotesta creta, d'onde l'alma uscio,

Checché sarò, dai liti d'Acheronte

Saprò fuggir, e le agghiadate mani

Ultor protenderò sulla tua fronte; 30

Tu desto, mi vedrai ... tra larve inani

Traendo in cheta sera a te costante

Rabbioso romperó tuoi sogni arcani.

Checché tu faccia infin, verrotti inante

Al labbro, e al ciglio, e scioglierommi in lai, 35

E ovunque il cor ti pulserà tremante.

D'attorte verghe i crudi fischi udrai;

Sempre le faci d'aspidi intrecciate

Crebro fumo daranno a' conscii rai.

vivo t'agiteran le Furie irate, 40

Le stesse, estinto; e i crudi tuoi martori

Della tua vita avran più lunga etate.

Né avrà tua salma i funerali onori.

Né un pianto sol, ma in loco abbandonato

Si gitterà, senza che alcun la plori. 45

Fra il comun plauso un manigoldo odiato

Trascineratti, e si vedranno l'ossa

Pender infisse ad un uncin ferrate.

Le fiamme stesse, ch'ogni obbietto han possa

D'incenerir, ti fuggiran d'orrore; 50

Te vil rigetterà la giusta fossa.

Te sventrerà seretinoo avoltore

Con rostro ed ugna, e isbraneran col dente

Bramose cagne il perfido tuo core.

E pel tuo fral (di ciò superbo tiente) 55

Lupe da fame indomita sospinte,

Pugne tra lor faran sanguinolente.

Lunge d' Eliso dalle vaghe cinte

Te fugheranno, e fermerai tuo passo

Ve penan ciurme d'ogni labe tinte. 60

La Sisifo si sta, che il tondo sasso

Volve, e riprende, e lui, che sovra spera

Rapida avvinto, dal martiro è lasso.

Delle Danaidi la cruenta schiera

(Nuore all'esul Egitto) là si svela, 65

Che l'acqua indossa peritura e nera.

Tantalo indarno alle propinque mela

Là il braccio stende, e in mezzo all'onda chiara

Coll'arse labbia sempre l'onda anela.

E quei, cui nono iugero separa 70

Dal pié la fronte, e col crescente seno

Eterno pasto ad un falcon prepara.

Colà una Furia strazieratti appieno

Con un flagello il fianco, onde palesi

per bocca tua le infami colpe sieno. 75

Ad angui truci darà un'altra i lesi

Membri, e la terza il fumido tuo viso

Rovvisterà dentro carboni accesi.

Sarà il rio spettro in mille atti conquiso,

Di novi crucci e nell'ordir la rete 80

Eaco vedrai per te solerte e fiso.

In te de' prischi rei discesi a Lete

Il duol trascriverà; del vieto mondo

Bella per te godran l'ombre quiete.

Sisifo, avrai chi il revolubil pondo 85

Per te trarrà: daran l'agili rote

Ora a un novello fral dolor profondo.

Questi alle poma, e ai frutti ognor le vôte

Mani pretenderà; questi l'augello

Con fibre nutrirà crescenti, immote. 90

Ne sarà spenta da morir novello

L'angoscia di quel dì, né a tanto duolo

L'estrema ora porrà gentil suggello.

Sol poco io canto, quasi d'Ida al suolo

Un albore spiccassi, ovver dell'onda 95

Attignessi di Libia un flutto solo.

Chè, non dirò di quanti fiori abbonda

Il Sicul Ibla, e la Cilicia terra

Di quando croco mostrasi feconda.

Né quanta neve il candid'Ato serra, 100

Lorchè agitando Borea l'ala ria

Nel crudo verno move acerba guerra.

Oh! inetto almeno questo labbro ei sia

Ogni tua ambascia a declinar, sebbene

Moltiplicate lingue a me tu dia; 105

Triste ahi! di tante, e si strazianti pene

Vittima un di sarai, che il pianto ancora

Rigar dovrà queste impietose gene:

Ma pur quel pianto me beato allora

Farà, e le stelle del mio ciglio amare 110

In quella cupa e sospirata aurora.

Del riso mi saran più dolci e care.


    NOTE:

  1. Era ignominia e grande pena, essere privato dell´onore del funerale.
  2. Dopo le sentenze di morte, il carnefice era solito appendere ad un uncino il teschio del condannato quale esempio per il popolo.
  3. I Campi Elisi, per le anime pie, erano luogo di piacevole soggiorno.
  4. Si riferisce a Issione.
  5. Il gigante Tizio.
  6. Eaco con Minosse e Radamanto, erano prevosti a giudicare le anime e stabilirne la pena.
  7. Ato, alto monte della Macedonia.
  8. Ovidio desidera che l´angoscia del suo nemico sia tale da ispirare una lacrima di pietà a lui stesso che gliela augura.

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