Indice alfabetico


Testo

PAFO

Πάφος, eroe eponimo della città di Pafo a Cipro, si dice fosse figlio di Pigmalione e di Galatea (la donna che prima era stata una statua mutata in donna da Afrodite).
…e Pafo, porto inghirlandato dei teneri Amori,
approdo di Afrodite quando emerse dalle acque,
e là si trova l'acqua nuziale della Pafia nata dal mare
… Nonno di Panopoli, 3, XIII, vv. 456-458

PALAMEDE

Πᾰλᾰμήδης, figlio di Nauplio e di Amimone. Partecipò alla guerra di Troia e pagò con la vita l'avere smascherato l'inganno di Odisseo.

Quando Menelao si accorse del rapimento di Elena, andò da suo fratello Agamennone a Micene, e gli chiese di raccogliere un esercito per marciare contro Troia.

Agamennone mandò dei messaggeri presso tutti i re della Grecia, rammentando loro gli antichi giuramenti, e li esortò a lottare ognuno per l'incolumità della propria sposa, perché quell'affronto aveva colpito la Grecia intera. Erano in molti ad aver desiderio di guerra, e si presentarono anche a Itaca, da Odisseo (Ulisse).

Ma Odisseo non aveva nessuna intenzione di partecipare alla guerra, e si finse pazzo. Palamede capì che Odisseo li stava ingannando e decise di smascherarlo.

Mentre Odisseo fingeva un attacco di follia, gli andò dietro: poi all'improvviso strappò il piccolo Telemaco dalle braccia della madre Penelope, ed estrasse la spada come per volerlo uccidere.

Allora Odisseo si tradì, confessò la sua finzione, e partecipò alla guerra. In seguito Odisseo prese un prigioniero frigio, e lo costrinse a scrivere una falsa lettera, come se fosse inviata da Priamo a Palamede, con degli accordi di tradimento; poi, dopo aver nascosto dell'oro nella tenda di Palamede, lasciò cadere quella lettera in mezzo all'accampamento.

Agamennone la lesse, trovò l'oro, e consegnò Palamede agli alleati perché venisse lapidato come traditore.

Una curiosità, il monte che sovrasta Nauplia si chiama Palamede. Ritenuto l'inventore dei dadi, li dedicò alla dea Tiche nel tempio che la stessa aveva ad Argo.

Si ritiene che oltre ai dadi abbia inventato il gioco della dama, alcune lettere dell'alfabeto e la moneta.

PALEMONE

Παλαίμων, vedi Melicèrte. Anche epiteto di Eracle col significato di lottatore.

PALICI

Πᾰλῑκοί, divinità ctoniche, protettrici della zona vulcanica della piana di Catania furono ritenuti due figli gemelli di Zeus o del dio locale Adranos (Ἀδρανός) e della ninfa Talìa, o della ninfa Etna

Per sottrarsi alla persecuzione della gelosissima Era, Talìa si era fatta nascondere da Zeus sotto terra; ed, un giorno, poco lontano dal fiume Simmète (che scorreva nella Sicilia) si videro uscire dalla terra i due bambini che la ninfa aveva partoriti e che furono chiamati Palici dalle parole greche: pàlin ikèsthai, che vogliono dire nati due volte: cioè da Talìa e dalla terra. Essi professavano l'arte degli indovini; e, nei pressi del tempio dove rendevano i loro oracoli, sgorgava una sorgente di acqua bollente e sulfurea, che la superstizione credeva fosse stata culla dei due gemelli, sùbito assunti nel novero degli déi.

Sulla sponda del laghetto (di origine vulcanica e di nome Naftia), si usava, quando sorgeva qualche lite fra gli abitanti del luogo, di asseverare con giuramento i termini della controversia. Con una specie di giudizio divino, si riconosceva come spergiuro colui la cui tavoletta affondava nelle acque del lago, cosicché gli dei Palici lo punivano con la cecità o con la morte.

Nel tempio dei Palici si rifugiavano pure gli schiavi maltrattati dai padroni; e a questi era proibito di andarli a riprendere, se non dopo aver prestato giuramento, in nome dei fratelli Palici, di trattare con umanità e dolcezza i propri dipendenti. (Diodoro Siculo, XI 89, 8)

Per questo motivo il tempio dei fratelli Palici divenne centro di ribellioni di schiavi.

PALLADE

Παλλάς, altro epiteto di Atena.

PALLADIO

Παλλάδιον, del Palladio si racconta la seguente storia. Quando nacque Atena, la dea fu allevata da Tritone, che aveva una figlia, Pallade.

Le due fanciulle si esercitavano insieme nell'arte della guerra; un giorno, mentre facevano una sfida amichevole e Pallade stava per tirare un colpo, Zeus si preoccupò per Atena, e abbassò il suo scudo per proteggerla: così Pallade si distrasse per la sorpresa, fu colpita da Atena e mori. La dea, angosciata per la morte dell'amica, fece una scultura di legno con il suo ritratto, le fissò davanti lo scudo che aveva impaurito la fanciulla, pose l'immagine vicino a Zeus e le tributò onori. Ma il giorno che Elettra, violata da Zeus, si rifugiò presso il Palladio, Zeus lo gettò nella regione di Troia, insieme alla fanciulla. In seguito Ilo (fondatore di Troia) costruì un tempio per il Palladio, e gli rese grandi onori. (Apollodoro, Biblioteca III, XII 102 ss.). Il Palladio divenne così un oggetto di culto e magico protettore della città a condizione che fosse conservato all'interno della cinta muraria. Durante la guerra di Troia l'indovino Calcante vaticinò che era necessario catturare Eleno (anche lui indovino) perché era a conoscenza degli oracoli che avrebbero consentito la presa della città. I greci catturano Eleno e lo costrinsero a rivelare gli oracoli: Troia sarebbe caduta se i Greci sarebbero riusciti a trafugare il sacro Palladio caduto dal cielo. Infatti, finché la statua si trovava dentro la città, era impossibile espugnarla. E fu subito dopo che Ulisse trafugò il Palladio che Troia fu espugnata e devastata.

Apollodoro, Biblioteca III, XII 102 ss..

Altri autori, e Virgilio tra essi, seguono la versione che ne fa oggetto di un furto fraudolento di Ulisse e Diomede (anche Dante, nel famoso canto XXVI dell’Inferno, sembra seguirla); il Palladio sarebbe rimasto nelle mani di Diomede, che lo rende ad Enea come pegno della invincibilità di Roma, la novella Troia. Altri (Ditti cretese, Darete Frigio e sulle loro orme gli autori medievali Benoit de Sainte Maure e Guido delle Colonne, raccontano invece con dovizia di particolari che Antenore rivelò a Diomede e Ulisse il segreto del Palladio, che poteva essere toccato solo dal sacerdote di Pallade Atena, lo corruppe con enormi ricchezze e consegnò segretamente ad Ulisse la statuetta. Quando Troia cade sorge una contesa tra Ulisse e Aiace per il possesso del Palladio, che sostituisce inaspettatamente quella che la tradizione classica attribuiva al possesso delle armi di Achille, che gli autori tardolatini e medievali assegnano più verisimilmente a Neottolemo, il figlio dell’eroe. Agamennone e Menelao, grati ad Ulisse perché ha ottenuto che Cassandra ed Elena non venissero messe a morte ma assegnate loro, decidono che il Palladio vada ad Ulisse. Aiace deluso si suicida, Ulisse impaurito dalla reazione dei Greci parte con i suoi compagni, e il Palladio viene consegnato a Diomede che era stato complice del sacrilego furto. Un’altra tradizione racconta che fu Enea, in fuga dalla città, a portare con sé il Palladio per garantire l’inespugnabilità anche alla novella Troia.
Lo stesso nome indicava anche la sede del tribunale degli Efeti (ἐφέται) ad Atene.
Da non confondere con Παλλάδιος, che è nome proprio di persona.

PALLANTE

Πάλλας, nome di diversi personaggi:

1) Titano, figlio di Crio ed Euribia, padre di Nike, di Cratos.

2) Gigante alato dalla forma di caprone, figlio di Gea e del Tartaro; secondo il mito venne ucciso da Atena che si prese sia la sua pelle che il suo nome.

3) Figlio di Pandione re di Atene; con i suoi cinquanta figli, i Pallantidi, tentò invano di impedire a Teseo di impadronirsi del potere.

4) Re d'Arcadia, figlio di Licaone e antenato di Evandro, secondo il mito, era figlio di Egeo e sarebbe emigrato in Arcadia dopo essere stato cacciato da Atene dal fratello.

PALLANTIDI

Παλλαντίδης, erano i 50 figli di Pallante fratello di Egeo re di Atene. Avevano la loro sede a Pallanteo (città fondata dal loro padre). Avendo tentato di detronizzare Egeo loro zio, furono sconfitti da Teseo, che consolidò il trono di suo padre. Alla morte di Egeo, essi ripigliarono le armi e questa volta costrinsero Teseo ad abbandonare Atene.

PAN

Πάν Πανός, questo è un dio particolare, è infatti l’unico a non essere immortale. Dio dei pastori e delle greggi, divinità dei boschi, dei campi e della fertilità. Di Pan ne esistevano diversi, infatti ogni generazione di dèi aveva il suo Pan. I Greci per distinguerli li chiamarono in modo diverso in base al loro padre: Ermopan da Ermes, Diopan da Zeus, Titanopan dai Titani. Il più famoso rimane Ermopan. Quando Ermes fece il pastore per conto di Driope, si innamorò di una delle ragazze di questi e la mise incinta. Alcuni mitologi dicono che era figlio di Ermes e Penelope (Cicerone, La natura degli dèi). Leggiamo adesso come il XIX inno omerico lo descrive e quale padre gli dà:

E là, benché dio, pasceva le greggi lanute
presso un mortale: perché desiderio fioriva
languido in lui di giacere in amore
con Driope, fanciulla dai riccioli belli.
E si strinse con lei nella gioia d'amore.
Ed ella poi generò nelle stanze un figliuolo
a Ermes diletto, un prodigio a vedersi,
col piede di capra, bicorne, strepente,
e dolce ridente: fuggì la nutrice
il fanciullo lasciando atterrita alla vista
di quel volto selvaggio e barbuto.
Ma subito Ermes lo prese in sue braccia
benevolo: godeva nell'animo il dio.
E avvolto il fanciullo con pelle villosa
di lepre montana, salì alle sedi dei numi:
presso Zeus lo depose e degli altri immortali,
e suo figlio mostrò: allegri ne furono i numi
tutti, e più d'ogni altro Dioniso
amante dell'orgia furente; e Pan lo chiamarono
perché il cuore allietava di tutti.

Mezzo uomo e mezzo animale, era provvisto di corna, zampe e zoccoli caprini. Certamente il nome viene da Paian Pascolare.

Pan vagava per monti, valli e boschi, zufolando e seguito da tanti Paniskoi e dalle ninfe. Grande amante del sesso ebbe numerose avventure con diverse ninfe tra le quali Eco ed Eufeme con la quale generò il Sagittario dello zodiaco.

Grande amante del sesso ebbe numerose avventure con diverse ninfe tra le quali Eco ed Eufeme con la quale generò il Sagittario dello zodiaco.

Si vantava di avere fatto l'amore con tutte le Menadi = le furiose, le Baccanti.

Inventore della Siringa, lo strumento musicale che prende il nome dalla ninfa Siringa. Si narra che, mentre sfuggiva all' inseguimento di Pan, la ninfa venne trasformata in un canneto di fiume: Pan tagliò allora alcune canne di lunghezza disuguale, le unì con la cera e ne fece uno strumento a fiato dal suono melodioso.

Il suo più grande amore fu rivolto a Selene ma la dea non gradiva quel dio sporco e peloso, allora Pan nascose la sua figura sotto delle pelli bianche e profumate, Selene non riconoscendolo accettò di cavalcarlo e si fece fare tutto quello che a Pan piacque.

Pan era un dio bonario che aiutava chiunque avesse bisogno di lui. Insegnò ad Apollo l'arte del vaticinio. Il dio non sopportava di essere disturbato durante il riposo pomeridiano, se ciò avveniva Pan si alzava in piedi ed emetteva degli urli terrificanti tanto da creare il timore panico.

Un mito narra che quando gli dèi inseguiti da Tifone si rifugiarono in Egitto si mutarono in animali per nascondersi. Pan si mutò in un essere metà pesce e metà capro, la forma era così strana che Zeus ammirato lo trasferì in cielo nella costellazione del Capricorno.

Come dio degli armenti, era responsabile della loro fertilità e per questo quando gli armenti non si riproducevano in modo dovuto, una statua del dio veniva aspramente frustata.

Come abbiamo già detto Pan non fu immortale in nessuna delle sue genealogie e con la sua morte finisce l’era pagana e inizia l’era cristiana.

PANACEA

Πανάκεια, dea che lenisce e risana da tutti i mali, figlia di Asclepio e della ninfa Epione. Anche questa dea faceva parte del culto del padre assieme alla sorellastra Igea.

PANATENEE

Πᾰνᾰθήναια, feste istituite da Erittonio, era una delle principali feste del calendario liturgico ateniese.

Si distinguevano in Piccole Panatenee (annuali) e Grandi Panatenee (quadriennali). Il momento culminante della festa era la solenne processione che si snodava attraverso la città fino all'acropoli, dove veniva offerto un peplo ricamato alla statua di Atena.

Contemporaneamente alla processione si svolgevano importantissimi giochi e gare ginniche.

Gli atleti per parteciparvi, giungevano da tutta la Grecia e venivano sospese tutte le guerre.

PANDIONE

Πανδίων, re di Atene, figlio di Erittonio (o di Eretteo), padre di Procne e Filomena. La tradizione lo vuole morto di dolore a causa delle sventure delle figlie.

Un'altra versione del mito lo vuole padre di Egeo, Pallante, Niso e Lico. In seguito alla cacciata da Atene divenne re di Megara dove gli fu eretto un santuario eroico.

PANDORA

Πανδίων, quando Prometeo rubò il fuoco sacro, Zeus volle punire anche gli uomini e così attuò una nuova crudele vendetta, creando Pandora, la prima donna:

«O figlio di Iapeto, tu che fra tutti nutri i pensieri più accorti, tu godi del fuoco rubato e di avermi ingannato, ma a te un gran male verrà, e anche agli uomini futuri: io a loro, in cambio del fuoco, darò un male, e di quello tutti nel cuore si compiaceranno, il loro male circondando d'amore». (Esiodo, Opere e giorni 42 ss.).

Gli dèi si misero all'opera e crearono la donna che Ermes chiamò Pandora, gli diedero un vaso chiuso e la mandarono come dono a Epimeteo fratello di Prometeo. Pandora aveva avuto l'ordine di non aprire mai il vaso ma la curiosità di vedere cosa c'era dentro era così grande che la donna aprì il vaso facendo così uscire tutti i mali, soltanto Elpis la Speranza restò dentro perché Pandora riuscì a mettere nuovamente il coperchio sul vaso. Ma leggiamo dalla penna di Esiodo come fu che Pandora aprì il vaso:

Ma la donna, levando con la sua mano dall'orcio il grande coperchio, li disperse, e agli uomini procurò i mali che causano pianto. Solo Speranza, come in una casa indistruttibile, dentro all'orcio rimase, senza passare la bocca, né fuori volò, perché prima aveva rimesso il coperchio dell'orcio per volere di Zeus egioco che aduna le nubi. E infinite tristezze vagano fra gli uomini e piena è la terra di mali, pieno n'è il mare; i morbi fra gli uomini, alcuni di giorno, altri di notte da soli si aggirano, ai mortali mali portando, in silenzio, perché della voce li privò il saggio Zeus. Così non è possibile ingannare la mente di Zeus (Esiodo, Opere e giorni 42 ss.) anche Apollodoro "Biblioteca" 57 -5 8.

PANI

Πᾶνες, erano i dodici figli di Pan. Avevano lo stesso aspetto del padre (peloso corpo umano e dalla vita in giù dall'aspetto caprino).

Ecco alcuni dei loro nomi: Aiogocoro (=nutrito dalle capre), Argennò (=bianco lucente), Celeneo (=nero), Eugeneio (=barbabella), Dafoineo (=sanguinario), Omestèr (=mangia carne), Filamno (=ama agnelli), Fobo (=paura), Glauco (=bluastro), Xanto (=rosso-biondo) e Argo (=bianco) questi ultimi quattro non vanno confusi con altre omonomie della mitologia.

Si narra anche di altri due Pani che erano figli di Ermes e di due Ninfe.

Questi erano: Agreo (=cacciatore) e Nomio (=pastore), questo lo ebbe dal molto discusso tradimento di Penelope.

PARIDE

Πάρις, (anche detto Alessandro) Secondo figlio di Priamo e di Ecuba, strumento degli dèi per la distruzione di Troia.

Già prima che nascesse la madre sognò di partorire una torcia la quale avrebbe bruciato l'Asia.

Esaco altro figlio di Priamo che aveva la facoltà di dare oracoli rivelò che sarebbe nato in quel giorno il bimbo che avrebbe causato la distruzione di Troia e che perciò bisognava ucciderlo assieme alla madre.

Ma quel giorno partorirono due donne nel palazzo di Priamo la sorella Cilla (che partorì Munippo) ed Ecuba (partorì Paride); a Priamo, considerata la sua posizione di padre, fece più comodo uccidere la sorella ed il nipote mentre, per precauzione, ordinò che Paride venisse esposto sul monte Ida.

Agelao fu incaricato di questo compito, e così egli fece; dopo qualche giorno ritornando sul posto vide che un'orsa allattava il bimbo, allora Agelao lo portò con sé crescendolo come figlio suo.

Paride cresceva forte, bello ed intelligente, però essendo considerato schiavo pascolava le mandrie sul monte Ida.

Amò la ninfa Enone che gli diede un figlio Corito.

- Intanto Eris per vendicarsi del fatto di non essere stata invitata alle nozze di Peleo e Teti, gettò fra le dee il pomo d’oro con la scritta alla più bella, il pomo fu conteso da Era, Atena e Afrodite. Il Fato aveva così deciso perché si compisse la distruzione di Troia.

Per ordine di Zeus, Ermes portò le tre dee di fronte a Paride perché facesse da arbitro. Paride si trovò in difficoltà perché ognuna delle dee meritava il premio ed ognuna offriva splendidi doni, ma alla fine assegnò la vincita ad Afrodite che gli aveva promesso la bella Elena.

A causa di questo sofferto verdetto, Era ed Atena che non accettarono la sconfitta, nella guerra di Troia, parteggiarono per i greci.

Un giorno Priamo mandò a chiedere un toro dalla mandria di Agelao e Paride, desiderando vedere Troia, si prestò a portarlo in città.

Il giovane partecipò ad una festa alla corte di Priamo e superò tutti in tutte le gare; considerato che tutti lo ritenevano uno schiavo, stava per nascere una lite generale quando Agelao rivelò la vera identità del giovane; allora Priamo felice di avere ritrovato il figlio e ritenendo (erroneamente) che la profezia ormai non si sarebbe più avverata lo accolse a corte.

Presto gli affidò la missione di riportare a Troia la zia Esione. Paride, che non aveva dimenticato la promessa di Afrodite, fece rotta su Sparta dove vi abitava la bella Elena, con l’aiuto di Afrodite la fece innamorare e fuggì con lei.

Menelao offeso da questa azione, col fratello Agamennone e tutti i greci mosse contro Troia.

Fallite le trattative pacifiche, scoppiò la guerra. Paride in quell’occasione non diede prova di coraggio e non per essere vile ma per godersi Elena; solo i rimproveri di Ettore lo costrinsero a battersi a duello con Menelao e mentre questi stava per ucciderlo Afrodite lo salvò.

Solo per un capriccio del caso toccò a lui uccidere a tradimento il prode Achille, ma non poté vantarsene a lungo, perché poco dopo fu ferito a morte da Filottete.

Paride solo allora si ricordò della sua prima sposa, la ninfa Enone che con le sue erbe avrebbe potuto guarirlo, e che invece a causa del tradimento, si rifiutò di farlo.

Da Elena ebbe tre figli maschi Bunomo, Agano, Ideo (morirono tutti e tre bambini per il crollo di una casa) e una figlia che si chiamò come la madre.

Paride non sarebbe un vile, ma un vero punto di forza della difesa troiana, soprattutto dopo la morte di Ettore. D’accordo con Ecuba e Deifobo ordì l’agguato mortale ad Achille nel tempio di Apollo Timbreo, facendogli credere che avrebbe lì incontrato Polissena della quale Achille era innamorato. Mentre Deifobo e gli altri Troiani lo tenevano immobilizzato, Paride lo ferì mortalmente con la spada.

Per approfondimenti vedi Ovidio, Eroidi - Paride ad Elena.

(Per il giudizio di Paride, Omero, Iliade XXIV, 25 ss.; Euripide, Troiane 924 ss.; Ifigenia in Aulide 1290 ss.; Elena 23 ss.; Luciano, Dialoghi degli dèi 20 e Dialoghi degli dèi marini 5; Igino, Favole 92.).

PARNASO

Παρνᾱσός, monte della Focide, consacrato ad Apollo ed alle Muse.

Ai piedi di esso scaturiva la fonte Castalia, le cui acque ispiravano l'estro poetico.

Pare che Deucalione e Pirra al tempo del diluvio si erano ritirati sopra questo monte.

PARNOPIO

Παρνόπιος, (= preservatore dalle locuste) Epiteto di Apollo, in un’opera giovanile Fidia lo raffigura nudo e stante, reggente con la sinistra l’arco e con la destra un ramo d’alloro.

PARTENOPE

Παρθενόπη, nome di una sirena vergine che innamoratasi e respinta da Ulisse per il dolore si gettò nell'Egeo. Le onde del mare portarono il corpo della sventurata sulla costa della Campania dove gli abitanti del luogo gli fecero una tomba dove nelle vicinanze sorse la città di Partenope che fu poi distrutta dai Cumani.

I Greci ricostruirono la città dandole il nome di Neapolis, l'attuale Napoli.

Ecco perché Napoli è chiamata città partenopea.

PARTENOPEO

Παρθενοπαῖος, giovanissimo figlio di Atalanta e Meleagro o di Atalanta e Melanione. Era uno dei sette comandanti della guerra contro Tebe. Partenopeo si pose davanti alla porta chiamata Elettra dove fu tristemente ucciso da Anfidico (secondo Apollodoro, Biblioteca III, 62) o da Periclimeno, figlio di Poseidone (secondo Euripide, Fenicie 1153 ss) o da Driante (secondo Stazio, vedi sotto). Ad ogni modo, a prescindere di chi era la mano omicida, di sicuro non cambia il dolore e l'amore filiale per la disgraziata madre e leggendo il passo che segue in un certo qual modo anche noi possiamo provare un po' di quel dolore angoscioso provato dall'imberbe Partenopeo morente:
Infine, tra i singulti, Partenopeo pronunzia queste parole:
«Me ne vado! Pensa tu, Dorceo, a consolare la mia infelice madre! Certo ella conosce già questa sciagura: se l'ansia è portatrice di veri presentimenti, ella l'ha già vista in sogno o l'ha presagita. Ma tu con pietosa scaltrezza ritarda la conferma dei suoi timori e ingannala più a lungo che puoi. Non presentarti a lei d'improvviso e men che meno quando ha le armi in mano; quando poi sarai ormai costretto a rivelarle tutto, riferiscile queste mie parole: "Ho meritato la mia pena: tu accettala anche se a malincuore; ho voluto impugnar le armi per quanto fossi ancora un bambino e non ho desistito, malgrado la tua proibizione; nemmeno in guerra mi son dato pena del tuo affanno. Ormai non hai più motivo di vivere nel timore: prenditela piuttosto con la mia audacia eccessiva. è inutile che dall'alto del monte Liceo tu spii ansiosa se per caso attraverso le nubi ti giunga un suono o un indizio della polvere sollevata dalle mie schiere. Io giaccio freddo sulla nuda terra e tu non sei accanto a me, a sostenermi il capo e a cogliere il mio ultimo respiro! Prendi tuttavia questa mia chioma, povera madre" e con la mano sollevava i capelli perché glieli tagliassero "li terrai al posto dell'intero mio corpo, questi capelli che solevi pettinare malgrado la mia vana impazienza! A essi darai sepoltura e mentre compirai il rito, bada che nessuno maneggi i miei dardi con mani inesperte, spuntandoli, e che mai più nessuno si azzardi a portare i miei cani amati in giro per le grotte. Queste armi, che non ebbero fortuna nella mia prima campagna militare, bruciale, oppure appendile nel tempio dell'ingrata Artemide, come muto rimprovero"»
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Stazio, Tebaide IX vv. 885-909.

PASIFAE

Πασιφάη, (la Splendente) figlia di Elios e di Perseide, quindi sorella di Circe e di Eeta.

Fu moglie di Minosse, re di Creta.

A proposito del suo matrimonio con Minosse il mito narra che: così come i fratelli anche Pasifae era dotata di poteri magici e in preda a un attacco di folle gelosia propinò allo sposo un filtro magico per cui quando Minosse si accoppiava con una donna che non fosse lei, eiaculava scorpioni e serpenti e così la uccideva.

I fatti aberranti non finiscono qui; infatti, poiché Pasifae non faceva i dovuti sacrifici a Afrodite, la dea le infuse un insano amore verso uno dei tori della stalla di Minosse.

Pasifae, che smaniava per accoppiarsi col toro, incaricò Dedalo di creare qualcosa in modo che lei potesse saziare la sua insana passione.

Dedalo costruì una vacca di legno, all'interno cava e ricoperta da una pelle bovina, quindi la sistemò nel prato dove il toro pascolava, e Pasifae vi entrò dentro.

Quando il toro le si avvicinò, la montò, come fosse una mucca vera.

Passato il tempo, Pasifae partorì Asterio (lo Stellaio), chiamato Minotauro, che aveva la testa di un toro e il corpo di un uomo.

In seguito il Minotauro fu rinchiuso nel labirinto. Un'altra versione del mito narrava che l'ira di Afrodite risaliva a quando Elios, padre di Pasifae, aveva rivelato ad Efesto l'adulterio della sua sposa Afrodite; la dea per vendetta aveva infuso a tutti i figli di Elios degli amori abominevoli.

Un'altra versione dice che Minosse a avesse fatto un rito sacro a Poseidone e pregò il dio affinché gli desse un animale da sacrificargli.

Poseidone esaudì la richiesta e dal mare fece sorgere uno splendido toro bianco; a Minosse la bestia piacque così tanto che le tenne per sé e al dio sacrificò un altro animale.

Poseidone irato perché il sacrilego non gli aveva sacrificato il toro, fece in modo che Pasifae si innamorasse innaturalmente dell'animale.

L'episodio venne trattato da Euripide e ricordato da Dante (Inf. XII e Purg. XXI).

PATROCLO

Πατροκλῆς, figlio di Menezio e Stenelo.

Fu uno dei pretendenti alla mano di Elena.

A seguito di un litigio scaturito da una partita a dadi, Patroclo uccise Clitonimo e per questo fu bandito da Opunte, accolto da Peleo, divenne l'amato di Achille.

Così grande era l’amicizia che lo legava ad Achille, che lo seguì a Troia e combatté al suo posto quando Achille, sdegnato contro Agamennone, si rifiutava di aiutare i Greci.

Indossate le armi di Achille fu scambiato dai Troiani per il Pelide, capovolse le sorti della battaglia ma rimase ucciso da Ettore.

Achille in suo onore celebrò dei giochi funebri in onore di Patroclo e sulla sua pira furono sgozzati 12 prigionieri Troiani.

Quando anche Achille morì, furono seppelliti assieme nell’isola Bianca e le loro ossa mescolate.

Molto minor rilievo viene dato a Patroclo dagli autori tardolatini e medievali. Essi , evitando accuratamente l’intervento delle divinità tipico di Omero e la storia delle armi di Achille indossate da Patroclo, lo dicono ucciso da Ettore nelle prime fasi della guerra e minimizzano il profondo odio che in Omero spinge Achille a straziare il corpo dell’eroe troiano, dando maggior peso alla vicenda che legò Achille a Polissena. Così le armi che Omero aveva fatto costruire da Efesto e che la tradizione classica diceva oggetto della contesa tra Aiace ed Ulisse vengono più credibilmente consegnate al figlio di Achille, Neottolemo.

PATROO

Πατρῳος, (= avito) epiteto di Apollo patrono della stirpe ionica, in quanto padre di Ione.

PATTOLO

Πακτωλός, fiume della Frigia, le cui acque trasportavano pepite d'oro, ciò avvenne dopo che Mida vi si lavò le mani per togliersi di dosso il fatale dono che aveva ricevuto da Bacco. Per chi non lo sapesse, questo principe aveva ottenuto da Bacco il dono di convertire in oro tutto ciò toccava. Questo dono lo stava portando lentamente alla morte in quanto anche le sue vivande al suo tocco divenivano oro. Subito Mida, pregò Bacco di revocargli il potere ottenuto. Il dio gli ordinò di lavarsi le mani nel Pattolo. Mida così facendo trasmise questo dono al fiume, che da allora in poi porta sabbia d'oro.

PEANA

παιάν - παιών, canto lirico corale accompagnato dal suono della lira, nato in onore di Apollo. Successivamente il peana fu usato anche per altre divinità, per celebrare vittorie, per esaltare uomini illustri, in occasioni di matrimoni, in riti sacrificali e nei banchetti.

PEANTE

Ποίας, assieme al figlio Filottète esaudì la preghiera di Eracle. Eracle in preda ai tormenti causategli dalla veste intrisa del sangue di Nesso, costruì una pira, vi salì sopra e ordinò di darle fuoco, ma nessuno volle farlo: allora Peante e il figlio che passavano di lì in cerca del loro gregge, in cambio dell'arco dell'eroe accesero la pira.

PEGASO

Πήγᾰσος, figlio di Poseidone e di Medusa.

Insolito il suo modo di nascere, Medusa era già gravida quando Perseo le mozzò la testa e proprio dal collo e dal sangue di Medusa nacque Pegaso il cavallo alato.

Portava sul mondo i lampi e i tuoni di Zeus finché venne domato da Bellerofonte che, seguendo il responso di un oracolo, passò una notte nel tempio di Atena, durante la quale la dea, con delle briglie d'oro in mano, gli apparve in sogno facendogli vedere come usarle. Al suo risveglio trovò le briglie accanto a sé e facendone uso così come aveva visto nel sogno riuscì facilmente a domarlo (pare che lo catturò mentre beveva alla fonte Peirene).

L'eroe cavalcando Pegaso compì diverse imprese quali: l'uccisione della Chimera e la lotta contro le Amazzoni.

Pegaso, non volendosi prestare a un sacrilegio, disarcionò Bellerofonte quando questi voleva farsi trasportare sull'Olimpo per raggiungere gli dèi.

Pegaso trovò nuovamente rifugio nelle stalle olimpiche e al servizio di Zeus, recandogli i tuoni e i lampi.

Secondo una credenza ellenistica, dopo la morte di Bellerofonte, Pegaso scese sull'Elicona e, mentre le Muse cantavano, batté lo zoccolo sul monte producendo una fessura dalla quale sgorgò una fonte le cui acque donavano l'estro poetico.

PEGEE

Πηγαίαις, con questo nome erano designate le ninfe delle fonti.

PEIRENE o PIRENE

Πειρήνη - Πῡρήνη, donna Corinzia fu mutata in fonte a seguito le lacrime versate piangendo il figlio Cencria involontariamente ucciso da Artemide.

Nelle sue acque veniva temprato il bronzo corinzio.

Questo mito ci è stato tramandato solo da Pausania nel Viaggio in Grecia, libro II.
Curiosità

Pegaso fu catturato da Bellerofonte, mentre stava bevendo a questa fontana.

PEITO

Πειθώ, dea greca della persuasione.

PELEO

Πηλεύς, figlio di Endeide e di Eaco signore di Egina.

Suoi fratelli erano Telamone e Foco.

A quanto pare il nostro eroe non era proprio un santo, anzi... Foco era un bravissimo atleta, i due fratelli gelosi ordirono contro di lui, simulando un incidente in una gara lo uccisero tirandogli in testa un disco e dopo nascosero il cadavere in un bosco.

Eaco scoperto l'assassinio, non volendo a sua volta uccidere i figli, li scacciò via da Egina. Peleo andò in esilio in Tessaglia a Ftia presso il re Eurizione che lo purificò, gli diede in sposa la figlia e un terzo del regno.

Assieme al suocero Eurizione partecipò alla caccia del cinghiale Calidonio.

Durante la battuta di caccia Peleo, nel mirare al cinghiale, con la sua lancia sbagliò il colpo e uccise involontariamente Eurizione.

Il nostro uomo fu bandito anche da Ftia, e si rifugiò a Iolco, presso Acasto, che lo purificò.

Ma qui qualcosa non funzionò, infatti Astidamia, moglie di Acasto, si innamorò di lui e lo invitò a dei convegni amorosi.

Peleo rifiutò tutte le offerte amorose e la donna, non potendolo sedurre, lo denunciò al marito dicendogli che aveva tentato di corromperla.

Acasto non volendo uccidere la persona che egli stesso aveva purificato, lo condusse sul monte Pelio a una battuta di caccia, fattosi buio Peleo si addormentò e così Acasto dopo avergli sottratto le armi lo abbandonò dormiente.

Peleo fu svegliato dai Centauri che l'avrebbero certamente ucciso se non fosse intervenuto Chirone a salvarlo.

Peleo ebbe diversi figli da diverse spose mortali, e l'ultima sua sposa fu la dea Teti.

Zeus e Poseidone si erano disputati la mano di Teti; ma quando Themis aveva profetizzato che da Teti sarebbe nato un figlio molto più forte del padre e che sarebbe diventato re del cielo, entrambi si erano ritirati.

Ma seppure gli dèi si erano bonariamente ritirati, restava il pericolo che qualche altro dio avrebbe potuto generare un figlio con Teti e quindi mettere a repentaglio la loro figura divina.

Allora costrinsero Teti a sposare un mortale e per questo la scelta cadde su Peleo.

Chirone aveva consigliato a Peleo di afferrare Teti e tenerla ben stretta anche se la dea avesse assunto strane forme, finché questa non avesse ceduto.

Così Peleo la tenne stretta, Teti si trasformò in fuoco, in acqua, in belva e mentre aveva assunto la forma di seppia Peleo la fece sua.

Dopo essersi unito alla dea sul monte Pelio celebrarono il dovuto matrimonio riparatore.

Passato il tempo la dea gli partorì il figlio Achille, avverandosi così l'oracolo che il figlio sarebbe divenuto molto più potente del padre.

Per approfondimenti: Omero, Iliade XVIII, 83 ss. e 432 ss.; Pindaro, Nemee 4, 61 ss.; Euripide, Ifigenia in Aulide 701 ss.; Apollonio Rodio, Argonautiche 4, 805 ss..

PELIA

Πελίας, la fanciulla Tiro, si innamorò del fiume Enipeo, e piangente d'amore vagava lungo le sue rive. Allora Poseidone (dall'animo buono) prese l'aspetto di Enipeo, e si unì alla fanciulla. Quando fu il tempo, Tiro partorì di nascosto due gemelli, e li espose. Passava di lì per caso un mandriano che vedendoli li prese con sé e li allevò, uno lo chiamò Pelia, e l'altro Neleo. Divenuti adulti vennero a sapere chi era la loro vera madre. I due fratelli decisero di uccidere la matrigna Sidero, che aveva fatto subire tanti tormenti alla loro madre. Sidero, per sfuggire alla morte, si era rifugiata nel sacro recinto di Era, ma Pelia la sgozzò proprio davanti all'altare, e anche in seguito continuò a recare offesa alla dea Era (ricordiamoci di questo). In seguito Tiro si sposò con lo zio Creteo e gli partorì alcuni figli fra cui Esone che fu padre di Giasone. Pelia aveva usurpato il trono al legittimo proprietario Esone. Consultato l'oracolo in merito al suo regno, la pizia gli aveva profetizzato di guardarsi da un uomo con un sandalo solo. In quel momento non capì nulla, ma poi tutto divenne chiaro. In occasione di un sacrificio Giasone si recò in città, ma nell'attraversare un fiume il giovane smarrì uno dei sandali. Non appena Pelia lo vide, si ricordò dell'oracolo, allora si avvicinò a Giasone e gli chiese: “Se tu avessi il potere, e ti venisse rivelato da un oracolo che uno dei cittadini ti ucciderà, tu cosa faresti?”. Giasone, ispirato da Era (la dea già da tempo meditava la vendetta), rispose: “Io lo manderei alla ricerca del Vello d'oro”. Sentita la risposta del giovane, subito Pelia gli ordinò di andare a cercarlo. Giasone assieme al fior fiore della gioventù greca partì alla volta del Vello d'oro. Intanto Pelia aveva compiuto altre nefandezze, che lo rendevano meritevole della vendetta di Giasone: aveva condannato a morte il fratellastro Esone padre dell'eroe. La madre di Giasone per la disperazione si impiccò, maledicendo Pelia e lasciando un figlio, Promaco, che seppure avesse pochi mesi di vita, Pelia uccise comunque. Giasone di ritorno dal suo lunghissimo viaggio, consegnò il Vello d'oro a Pelia e aspettò il momento propizio per potersi vendicare. Un giorno, dopo avere sacrificato a Poseidone, incaricò Medea di inventare un sistema per fare pagare a Pelia tutte le colpe. Medea andò alla reggia di Pelia, e convinse le figlie a tagliare a pezzi il padre e a farlo poi bollire, promettendo che con i suoi filtri l'avrebbe fatto tornare giovane. Per convincere a fare questo diede loro una valida prova: fatto a pezzi un ariete, lo bollì e lo fece tornare agnello. Le Peliadi, strabiliate dall' esito della prova, presero il padre, lo smembrarono e lo misero a bollire, ma questi non tornò giovane. La vendetta di Giasone era completa. Acasto lo seppellì, insieme ai cittadini di Iolco, e bandì Giasone e Medea dalla Città.

PELOPE

Πέλοψ, figlio sventurato di Tantalo.

Per onorare gli dèi durante un festino, Tantalo uccise Pelope, lo cucinò, e lo offrì ai suoi divini ospiti per sfidare l'onniveggenza divina.

Gli dèi riconobbero quella carne e non la mangiarono, tranne Demetra, (la dea sconvolta per il rapimento di sua figlia Persefone), assaggiò un pezzetto di spalla. Gli dèi dopo avere sprofondato Tantalo nel Tartaro e lanciato una maledizione alla sua stirpe, risuscitarono Pelope che ritornò in vita più bello di prima, al posto della spalla mancante gliene venne adattata una d'avorio.

Poseidone attratto dalla bellezza del giovane ne volle fare il suo amato e per comprare i suoi favori gli donò un carro volante che poteva correre anche sul mare, senza nemmeno bagnare le ruote.

Un malaugurato giorno si innamorò di Ippodamia, figlia di Enomao re di Pisa, che possedeva dei cavalli invincibili nella corsa. A Enomao un oracolo gli aveva predetto la morte per mano del genero.

Possiamo quindi immaginare la gioia che provava quando la figlia veniva chiesta in sposa. Per evitare che ci fossero pretendenti alla mano della figlia Enomao li sfidava a una gara sul cocchio e dopo averli battuti li uccideva.

Pelope per amore della ragazza partecipò alla gara e con l'inganno, riuscì a vincere. Infatti aveva convinto l'auriga del re (un certo Mirtilo) a segare parzialmente l'asse del carro, durante la gara l'asse si spezzò causando la morte di Enomao. Pelope sposò Ippodamia, ma un giorno mentre si era allontanato per prendere dell'acqua, Mirtilo tentò di violentarla.

Quando la donna riferì i fatti allo sposo, Pelope buttò Mirtilo in mare e mentre precipitava, Mirtilo ebbe il tempo di lanciare una maledizione contro la stirpe di Pelope (con questa è la seconda maledizione che riceve).

Raggiunto che ebbe l'Oceano fu da Efesto purificato, poi prese il trono di Pisa e diede il nome di Peloponneso a tutta la regione.

Fra i suoi maledetti figli ci furono Tieste, Atreo capostipite della maledettissima stirpe degli Atridi.

(Omero, Odissea XI, 582 ss.; Pindaro, Olimpiche I, 36 ss.; Euripide, Oreste 4 ss..

Curiosità

Amato da Posidone, Pelope fu trasportato all’Olimpo, dove servì il dio come coppiere, ma fu rinviato tra i mortali quando Tantalo venne punito dagli dei.

PENELEO
Πηνέλεως, uno dei comandanti Beoti nella spedizione contro Troia. Era nipote di Beoto.
PENELOPE

Πηνελόπεια, figlia di Icario e della Naiade Peribea. Originaria di Sparta, fu la moglie di Ulisse di cui per venti anni (dieci di guerra e dieci per il ritorno) attese il ritorno.

Assediata da una schiera di pretendenti, seppe tenerli astutamente a bada con la scusa di voler prima terminare di tessere il sudario per il suocero Laerte.

La tela richiese un lavoro infinito, perché Penelope, nella segreta speranza che intanto il marito facesse ritorno a Itaca, di giorno tesseva e di notte disfaceva il lavoro della giornata.

La fedeltà e la moderatezza di Penelope ci viene ulteriormente confermata anche dagli avvenimenti del giorno in cui sposò Ulisse: Icario dopo avere dato in sposa la figlia Penelope a Ulisse, gli chiese di non tornare nella pietrosa Itaca, ma di abitare a Sparta con lui, dove in seguito avrebbe potuto regnare.

Ulisse dopo avere rifiutato l'offerta, caricò la sposa sul carro e si avviò verso la sua patria, Icario col cuore affranto si mise a seguire i due sposi pregando la figlia di tornare indietro.

A un certo punto Ulisse piuttosto innervosito fermò il carro e disse alla moglie di scegliere tra il padre e lo sposo: Penelope senza rispondere, abbassò il velo matrimoniale sul volto e con quel silenzioso atto dimostrò il possesso matrimoniale del marito.

Il mito più diffuso la vuole come madre affettuosa e moglie fedele, ma alcuni miti (le solite malelingue) narrano che: Penelope tradì Ulisse col dio Ermes e che unitasi a lui generò il dio Pan (Cicerone, La natura degli dèi).

In un'altra versione del mito, Penelope si era unita con tutti i pretendenti generando un bambino mostruoso a cui diedero il nome Pan (Tutto) e Ulisse al suo ritorno, disgustato dalla mostruosità riprese il suo peregrinare.

Per approfondimenti vedi Ovidio, Eroidie - Penelope ad Ulisse.

PENEO

Πηνειός, fiume dell'Elide, nel Peloponneso. Con le sue acque e con quelle dell'Alfeo Eracle ripulì le stalle di re Augia. Fu il padre della sfortunata Dafne. Quando Fetonte con mano incerta guidò il carro del Sole, avvicinandosi troppo alla terra, lo seccò assieme a tanti altri fiumi.

PENIA

Πενία, dea della povertà e sposa di Poro dio dell'abbondanza, madre di Amore.

Quando venne al mondo Afrodite gli dèi si radunarono a banchetto e fra gli altri vi era anche Poro, figlio di Metide. Dopo che ebbero banchettato, siccome c'era stato un grande pranzo, venne Penia a mendicare e se ne stava sulla porta. Poro, ebbro di nettare - il vino non c'era ancora - se ne andò nel giardino di Zeus, e appesantito dal cibo, si addormentò. Penia dunque, tramando per la sua indigenza di concepire un figlio da Poro, si stese accanto a lui e rimase incinta di Amore (Platone,Simposio).

PENTEO

Πενθεύς, figlio di Agave e di Echione, che era uno degli Sparti nati dai denti del drago ucciso da Cadmo.

Agave madre di Penteo, era sorella di Semele madre di Dioniso, quindi i due erano cugini.

Dioniso, conquistata l'Asia, decise di tornare nella natia Tebe per imporvi il suo culto. Vediamo di capire come mai Penteo non volle credere a Dioniso: le sorelle di Semele, gelose che questa avesse un rapporto con un dio quale Zeus, misero in giro la voce che la sorella si era unita a un uomo qualsiasi, e che Zeus, tirato falsamente in causa, l'aveva fulminata per la sua menzogna.

Ovviamente Penteo crescendo conobbe solo la verità/menzogna della madre e della zia, quindi era del tutto normale per lui trattarlo come un impostore e ciarlatano, poiché secondo lui, Dioniso tentava di circuire i suoi sudditi.

Si oppose tenacemente ai riti orgiastici che riteneva molto sconvenienti.

In un certo qual modo Penteo volle attirarsi a tutti i costi l'ira del dio, in quanto non volle assolutamente ascoltare i consigli del nonno Cadmo e tutti gli ammonimenti del grande indovino Tiresia.

Anzi a raddoppiare il carico, Penteo fece incatenare il dio nelle prigioni del suo palazzo, ma i legacci si sciolsero da soli, il palazzo di Penteo prese fuoco e crollò.

Nonostante tutti questi avvenimenti Penteo non volle ancora credere e si accanì ancor di più verso il cugino, e questo suo accanimento lo condusse alla morte.

Per porre fine alla situazione, Penteo si recò di persona sul monte Citerone con lo scopo di sorprendere le donne di Tebe che partecipavano ai riti, ma esse lo scorsero nascosto tra i rami di un pino e, in preda alla furia bacchica, si avventarono su di lui dilaniandolo a mani nude.

La prima a infierire fu la madre Agave che, scambiandolo per un leone di montagna, gli staccò la testa che poi portò fieramente a Tebe conficcata in cima a un tirso.

Ecco cosa Dioniso disse a conclusione di questa raccapricciante vicenda:

Ha peccato, accecato da un furore geloso, contro un dio benevolo: si è spinto a gettarmi in catene, a rovesciare ingiurie su me. Perciò è morto per mano di chi mai avrebbe dovuto farlo. Ha avuto questa sorte, degna di lui. Quanto ai Tebani, non vi nasconderò cosa li aspetta. Dovranno lasciare Tebe, cedere di fronte ai barbari, perverranno in molte città, col giogo della schiavitù sul collo. osarono dichiarare, con discorsi falsi e vergognosi, che io ero figlio di un mortale (Euripide, Baccanti).

PENTESILEA

Πενθεσίλεια, figlia di Ares e di Otrere o Otrera, fu regina delle Amazzoni.

Fu causa involontaria della morte di Ippolita.

Secondo il mito: Ippolita, madre di Ippolito che ebbe da Teseo, durante la cerimonia nuziale di Fedra e Teseo, si presentò assieme alle sue Amazzoni dicendo che era là per uccidere gli ospiti di Teseo.

Nacque una battaglia dove Ippolita involontariamente restò uccisa da Pentesilea.

Secondo un'altra versione, Pentesilea in una battuta di caccia, aveva mirato a un cervo, ma sbagliò mira e trafisse Ippolita.

L'Amazzone allora per farsi purificare si recò a Troia dal re Priamo che la purificò secondo i riti del caso.

Da ciò nacque un legame di solidarietà, per cui nella guerra dei Greci contro Troia, Pentesilea parteggiò per i troiani; aveva già ucciso molti Greci, quando a sua volta fu uccisa da Achille che si innamorò di lei ormai cadavere.

Alla regina delle Amazzoni, intervenuta nel conflitto per vendicare Ettore di cui era segretamente innamorata, danno ampio spazio gli autori tardolatini e medievali. Ella mette nuovamente in difficoltà i Greci, finché non viene uccisa da Achille, che si oppone a chi, come Diomede, vorrebbe lasciarne il cadavere in pasto alle fiere perché ha osato, lei donna, combattere contro uomini. Interviene nel frattempo la segreta trattativa con Antenore ed Enea per il tradimento, ed Antenore pone tra le condizioni la riconsegna della salma di Pentesilea.

PEONE

Παίων, era il medico degli dèi, fu egli a curare le ferite di Ares e di Afrodite, feriti sotto le porte di Troia, da mani di comuni e miseri mortali.

Anco il gran Pluto
dal medesmo mortal figlio di Giove
aspro sofferse di saetta un colpo
là su le porte dell'Inferno, e tale
lo conquise un dolor, che lamentoso
e con lo stral ne' duri omeri infisso
all'Olimpo sen venne, ove Peone,
di lenitivi farmaci spargendo
la ferita, il sanò; ché sua natura
mortal non era: ma ben era audace
e scellerato il feritor che d'ogni
nefario fatto si fea beffe, osando
fin gli abitanti saettar del cielo
(Omero, Iliade V).

PERIANDRO E KRATEIA

Περίανδρος καί Κραταίας, Periandro, tiranno di Corinto, inizialmente fu ragionevole e mite, ma - il dio mette sempre a dura prova -, in seguito al fatto che vi narrerò, divenne poi un sanguinario: sua madre Krateia, quando era proprio un giovinetto, fu presa da una smodata passione per lui e per qualche tempo saziava il desiderio restando abbracciata al giovinetto; purtroppo, col passare del tempo, la passione diventava sempre più forte e lei non era più in grado di controllare il tormento, allora, fattosi coraggio, macchinò un piano simile a quello di Mirra, e cominciò a dire al figlio che di lui si era innamorata una donna sposata tra le più belle e nobili e che lo invitava a unirsi a lei, prolungando oltre il patimento d'amore.
Periandro dapprima rispose che non avrebbe corrotto una donna legata dalle leggi e dalle consuetudini ma, dato che la madre insisteva tenacemente, finì col cedere e acconsentì. La notte convenuta, Krateia avvertì il figlio di non portare lampade nella stanza da letto e di non costringere la donna a parlare per motivi di discrezione.
Dopo che Periandro promise di fare ogni cosa secondo le istruzioni della madre, Krateia si preparò con cura, entrò nella camera del figlio da cui si congedò furtivamente prima che arrivasse l'alba.
Il giorno seguente Krateia s'informò se il giovane avesse gradito l'incontro e se volesse averne un altro; Periandro rispose che desiderava ardentemente poter ripetere l'esperienza. Da quel momento i due ebbero incontri frequenti che appagavano la passione di Krateia e tormentavano Periandro, desideroso di conoscere la misteriosa donna. Quando Periandro esponeva il suo desiderio alla madre, questa ripeteva al figlio le ragioni che impedivano alla donna di svelarsi, ma egli non riusciva a contentarsi di queste motivazioni e decise di scoprire per suo conto l'identità della donna che da tanto tempo giaceva con lui.
Trasgredendo alle ammonizioni della madre, Periandro fece nascondere un lume, che utilizzò per svelare l'identità della donna non appena questa lo raggiunse nel talamo.
Non appena Periandro distinse la figura di sua madre cercò di ucciderla e, quando gli dei glielo impedirono, perse il senno e uccise molti suoi cittadini. Krateia, invece, pianse il triste destino e si tolse la vita.
Questo mito è stato tralasciato da Partenio di Nicea

PERIFANTE

Περίφας, questo mito ci è stato tramandato da Antonino Liberale nelle Metamorfosi, VI

autoctono dell'Attica, visse prima di Cecrope, il figlio di Gea. Regnò sugli uomini di quel tempo e fu giusto e pio. Offriva molti sacrifici ad Apollo ed era giusto giudice in molti processi. Il suo governo era da tutti ben accolto e il merito delle sue opere indusse gli uomini a compiere per lui i sacrifici e il culto destinati a Zeus: fondarono in suo onore santuari e templi e lo acclamarono come Zeus Salvatore Epopsio Meilichio. Zeus indispettito per questo aveva deciso di ridurre in cenere Perifante fulminandolo quando intervenne Apollo a pregarlo di non annientare un uomo che gli rendeva lauti onori. Il dio si rassegnò alla preghiera di Apollo e si recò da Perifante sorprendendolo in dolci atteggiamenti con la moglie Phene: lo strinse fra le mani e lo trasformò in aquila. La donna non volendo vivere senza il marito, pregò Zeus di trasformare anche lei in uccello e Zeus esaudendola la mutò in gipeto. Dato che in vita era stato un uomo giusto e pietoso, Zeus accordò a Perifante alcuni onori: gli diede la regalità su tutti gli uccelli, il compito di far la guardia allo scettro sacro. Alla moglie trasformata in gipeto accordò di manifestarsi ai viventi come buon presagio delle loro azioni.

PERIFETE

Περιφήτης, cattivissimo figlio di Efesto e Anticlea, uccideva chi passava da Epidauro. La sua uccisione fu una delle imprese di Teseo.

PERMESSO

Περμη(σ)σός, fiume della Beozia, sacro alle Muse, simboleggia la poesia elegiaca.

PERSA

Περσηΐς, chiamata anche Perseide fu la ninfa amata da Elio, fu madre di Circe e Pasifae.

PERSEFONE

Περσεφόνη, o Core, nei poemi di Omero è descritta come la terribile moglie di Ade, il re del Tartaro, dall'aspetto spaventoso e dal volto simile a quello della Gorgone.

Timor m'assalse, non l'orribil testa
Della tremenda Gòrgone la diva
Persefone invïasse a me dall'Orco
(Omero, Odissea XI).

I mortali si rivolgevano a Persefone, perché le loro maledizioni avessero efficacia. Successivamente la dea venne immaginata sotto un aspetto molto diverso, e cioè come figlia (Core) di Demetra, e di Zeus, (o Poseidone, o secondo altri, di Stige). Qua Persefone diviene una dolce fanciulla spensierata, dedita a raccogliere fiori e a giocare con le Ninfe sue compagne. Ed è proprio mentre gioca che viene rapita da Ade:

"In questo bosco Persefone si divertiva a cogliere viole o candidi gigli, ne riempiva con fanciullesco zelo dei cestelli e i lembi della veste, gareggiando con le compagne a chi più ne coglieva, quando in un lampo Plutone la vide, se ne invaghì e la rapì: tanto precipitosa fu quella passione. Atterrita la dea invocava con voce accorata la madre e le compagne, ma più la madre; e poiché aveva strappato il lembo inferiore della veste, questa s'allentò e i fiori raccolti caddero a terra: tanto era il candore di quella giovane, che nel suo cuore di vergine anche la perdita dei fiori le causò dolore. Il rapitore lanciò il cocchio, incitando i cavalli, chiamandoli per nome, agitando sul loro collo e sulle criniere le briglie dal fosco colore della ruggine; passò veloce sul lago profondo, sugli stagni dei Palaci che esalano zolfo e ribollono dalle fessure del fondale, e là, dove i Bacchìadi, originari di Corinto che si specchia in due mari, eressero le loro mura tra due insenature (Ovidio, Metamorfosi V).

Demetra, qua inizia la ricerca della figlia per mare e per terra e per sfogare il suo dolore, impedisce alla terra di dare frutti e così tutti gli uomini rischiano di perire. Zeus riesce a placare la dea facendo sì che Persefone possa rimanere con la madre per alcuni mesi dell'anno. Nella versione più diffusa, le Sirene erano le compagne con le quali Persefone stava giocando quando fu rapita da Ade. Queste non fecero nulla per aiutare la fanciulla, allora Demetra le trasformò in uccelli, e ordinò loro di cercare per tutta la terra la figlia rapita. A quanto pare Persefone doveva avere una grande bellezza se Teseo e Piritoo osarono sfidare il suo divino sposo per ottenere i favori della dea. I due blasfemi furono intrappolati nei troni dell'oblio. Oltre la bellezza, Persefone possedeva un animo gentile e molto sensibile. Infatti, fu lei a rimandare Alcesti sulla terra, commossa dalla abnegazione che questa dimostrò verso lo sposo. Alla dea sono legati diversi miti fra i quali quello di Adone. Si narra che quando nacque Adone, era tanto bello che Afrodite, senza che gli dèi lo sapessero, lo mise ancora in fasce dentro una cesta e lo affidò a Persefone perché lo nascondesse. Persefone, quando lo vide non volle più ridarlo ad Afrodite. Toccò a Zeus risolvere la contesa dividendo l'anno in tre parti e ordinò che Adone stesse da solo per un terzo dell'anno, per un altro terzo con Persefone, e l'ultimo terzo con Afrodite. Un'altra variante narra che Zeus affidò alla musa Calliope il ruolo di decidere la controversia, e questa decise che Adone stesse sei mesi con Afrodite e sei con Persefone; Afrodite, contrariata da questa decisione, volle vendicarsi istigando le donne di Tracia a fare a pezzi il figlio di Calliope, Orfeo. Feste in onore di Persefone venivano celebrate in Sicilia e in Grecia, Eleusi fu la sede principale del culto di Persefone e di sua madre Demetra. Nella mitologia Romana Persefone prese il nome di Proserpina.

Demetra ornata di chiome, dea veneranda, comincio
a cantare; e sua figlia, di snelle caviglie, da Ade,
con assenso di Zeus cupo tonante che tende
lungi lo sguardo, rapita: a insaputa di Demetra
d'aurea spada recinta, la dea delle fulgide spighe,
mentre con le figlie di Oceano giocava,
fanciulle dal turgido seno, e fiori coglieva:
rose e croco e viole belle e giacinti
sul tenero prato; e il narciso che aveva,
a inganno della bella fanciulla, per voglia di Zeus,
prodotto la Terra indulgente a quel nume
che molti uomini ospita: lucido fiore
meraviglia per tutti a vedersi: così per gli dèi
immortali come per gli uomini effimeri:
cento corolle spuntavano dalla radice
e all'effluvio odoroso godevano il cielo
alto e tutta la terra e le onde marine
(II Inno omerico a Demetra).
Curiosità del mito
Persefone fu violata dal padre suo Zeus, che per l'occasione assunse la forma di serpente.

PERSEO

Περσεύς, figlio di Danae e di Zeus e nipote di Acrisio re di Argo.

Polidette re di Serifo, aveva accolto Danae quando il padre l’aveva chiusa in una arca e buttata in mare.

Polidette voleva sposare Danae e considerava d'impaccio il giovane Perseo che era contrario a questo matrimonio, allora il re pensò di toglierselo dai piedi spingendo il giovane ad imprese impossibili.

Perseo, con l'incoscienza della gioventù, dichiarò che era capace di portare la testa della Medusa a Polidette e questi lo prese in parola.

Perseo si avviò dunque senza nemmeno sapere dove trovare la Gorgone, ma Atena ed Ermes lo misero sotto la loro protezione, il dio gli regalò una scimitarra seghettata, dei calzari alati che lo facevano volare e un elmo che rendeva invisibili chi lo indossava e gli disse di chiedere alle Graie, che abitavano a nord ed erano in possesso di notizie utili.

Perseo, raggiunse le Graie, si impossessò dell’unico occhio delle tre dee e con quello, ricattandole si fece dire dove trovare le Gorgoni.

Poco lontano dal giardino delle Esperidi oltre l'Oceano, Perseo trovò le Gorgoni addormentate, per evitare l'effetto pietrificante della loro vista si avvicinò voltato guardando attraverso lo scudo che Atena gli aveva donato e che reggeva come uno specchio; la dea gli guidò la mano quando con la scimitarra tagliò la testa a Medusa.

Dal collo mozzato assieme al sangue uscirono il cavallo alato Pegaso e Crisaore.

Senza guardare mise la terribile testa nella bisaccia e grazie ai calzari alati, volando, fece ritorno a casa; durante il viaggio, dalla bisaccia cadevano delle gocce di sangue: quelle che cadevano nel deserto diventavano vipere e quelle che finivano in mare si trasformavano in corallo.

Le altre Gorgoni al risveglio, vedendo la sorella decapitata, si precipitarono a inseguire Perseo, che grazie all'elmo dell'invisibilità riuscì a sfuggire alla vendetta delle Ninfe Stigee.

Stanco di volare, chiese ospitalità ad Atlante che rifiutò; allora Perseo, irato, prese la testa di Medusa e mostrandogliela lo mutò nella montagna che anche oggi ne porta il nome.

La mattina dopo Perseo riprese il volo verso casa ma non giunse tanto presto a causa della sua avventura con Andromeda. Pur non avendo colpa della morte del nonno, Perseo non volle succedergli sul trono di Trezene e lo scambiò con quello di Tirinto e nei pressi fondò Micene.

Le mura della città furono edificate dai Ciclopi.

Dopo moltissimi anni di regno sereno gli toccò affrontare l'invasione di Dioniso con i suoi Satiri e menadi, che volevano introdurre il culto orgiastico del dio, ma né Perseo né i suoi sudditi volevano saperne. Dioniso, allora, colpì le loro donne con la pazzia che incominciarono ad uccidere i loro figli.

Perseo, incoraggiato da Era che detestava Dioniso (figlio bastardo di Zeus), incontrò l'orda in battaglia campale e mutò in pietra Arianna; Dioniso, infuriato per la perdita della sposa, distrusse Micene.

A quel punto intervenne Zeus che inviò Ermes per ricordar loro di essere entrambi figli suoi e placò l'animo di Dioniso dicendogli che Arianna sarebbe stata posta fra le stelle.

Alla sua morte Perseo fu posto fra le stelle dell’emisfero boreale.

PIERIE o PIERIDI

Πιερίδων, le nove fanciulle figlie di Piero re di Pella. Abilissime nel canto, osarono sfidare le Muse, vennero sconfitte e per punizione mutate in uccelli che gli uomini ancora oggi chiamano colimbo, torcicollo, cencride, ghiandaia, verdone, cardellino, anatra, picchio e draconte.

PIGMALIONE

1) Πυγμαλίων, fratello cattivo di Didone.

2) Re di Cipro che sdegnato dalla lascivia delle donne, risolse il problema scolpendo una statua d'avorio, ma stranamente si innamorò della sua opera.

Il suo amore nei confronti della statua era tale che in occasione della festa ad Afrodite, gli si rivolge così: "O dèi, se è vero che tutto potete concedere, vorrei in moglie" (non osò dire: la fanciulla d'avorio) "una donna uguale alla mia d'avorio. Afrodite ascoltata la sua preghiera, tramutò la statua in donna vivente. Pigmalione la chiamò Galatea per il colore latteo della sua pelle. Con essa generò Pafo, Metarme e Cinira.

PILADE

Πυλάδης, figlio di Strofio, re della Focide, inseparabile cugino e amico di Oreste. Dopo avere aiutato Oreste, a vendicarsi dell'assassinio del padre Agamennone, uccidendo Egisto e Clitemnestra, coll'amico Oreste si recò in Tauride a rapire il simulacro di Artemide. In questa avventura liberarono Elettra che in Tauride era sacerdotessa/prigioniera di Artemide. Quindi sposò Elettra ed ebbe due figli Strofio e Medonte.

PINDO

Πίνδος, gruppo montuoso della Grecia centrale estendendosi dal confine albanese al Parnaso (tra l'Epiro e la Tessaglia) era consacrato ad Apollo ed alle muse. Anche un fiume e una città della Doride.

PIRACMONE

Πῦρἄκμων, nome di un Ciclope addetto a rifornire incessantemente Zeus di Fulmini. Il nome deriva dalla fusione di Πῦρ = fuoco e da ἄκμων = incudine.

PIRAMO

Πύραμος, mi succede che ogni qualvolta leggo questa storia, mi sento il cuore palpitare e un groppo mi sale in gola.

Questa storia è di un tenero amore così struggente che non potevo non metterla.

Piramo e Tisbe erano due giovani follemente innamorati ma non potevano coronare il loro sogno per via delle famiglie che erano nemiche, così decisero di fuggire.

Datosi appuntamento sotto una pianta di gelso, la prima a giungere fu Tisbe che vedendo avvicinare un leone con le fauci insanguinate per avere da poco ucciso una preda, presa da paura scappò via; nella fuga le cadde il velo con il quale si copriva la testa e la belva sfogò la sua rabbia su quel velo macchiandolo di sangue, quindi perso ogni interesse se ne andò.

Intanto arrivò Piramo che vedendo il velo insanguinato e riconoscendolo per quello della sua Tisbe, credette che l'avesse sbranata il leone.

Disperato afferrò il pugnale e gridando:“Una, una sola notte, manderà a morte due innamorati”se lo conficcò nel petto, uccidendosi. Nel frattempo Tisbe, ormai rasserenata, tornò nel luogo dell’appuntamento dove trovò l'amato Piramo immerso nel sangue con il suo velo stretto tra le mani. Intuendo cosa era accaduto, si sdraiò accanto al giovane e preso il pugnale esclamò:

“E tu, albero che ora copri coi tuoi rami il corpo sventurato d'uno solo di noi e presto coprirai quelli di entrambi, serba un segno di questo sacrificio e mantieni i tuoi frutti sempre parati a lutto in memoria del nostro sangue!” Detto questo si uccise. Il sangue dei due amanti fece si che da quel giorno il gelso produsse more nere in segno di lutto.

PIRITOO

Πειρίθοος, figlio di Zeus e di Dia. Avendo litigato coi Centauri per una questione di eredità, per pacificarsi l'invitò al suo matrimonio con Ippodamia. I Centauri ubriacatisi tentarono di rapire Ippodamia e tutte le donne presenti al festino. Ne nacque una grande rissa sedata con fatica da Eracle, Teseo, Ceneo e altri eroi. Da quel momento in poi Piritoo divenne il più, fido compagno di viaggi di Teseo. Addirittura decisero di prendere per spose due figlie di Zeus e per questo organizzarono di rapire Elena e Persefone. La prima all'epoca aveva solamente undici anni e dopo averla rapita toccò in sorte a Teseo che la sodomizzava (il pedofilo!). Dopo passarono alla seconda fase del piano; rapire Persefone: quindi si recarono negl'inferi e chiesero ad Ade di consegnargli Persefone, il dio fingendo di acconsentire l'invitò i due ospiti a sedersi per brindare, ma non appena si sedettero, le poltrone si fusero con i due prepotenti intrappolandoli per sempre. Tempo dopo, Eracle in uno dei suoi tanti viaggio nell'Ade, vedendoli imprigionati volle liberarli; allora preso Teseo per l'ascelle a forza lo staccò (una parte del sedere rimase attaccata al trono), ma quanto tentò con Piritoo, la terra si mise a tremare a indicare che Zeus era contrario a tale liberazione.

PIROO

Πείροος, uno dei cavalli del carro solare.

PIRRA

Πύρρα, figlia di Epimeteo e di Pandora, fu cugina e moglie di Deucalione. Dopo il diluvio mandato da Zeus, divenne la madre del genere umano ripopolando la terra con le pietre che, insieme al marito, si gettò alle spalle per ordine di Temi. Dalle pietre tirate da Deucalione spuntavano uomini, da quelle di Pirra, le donne. Anche una città di Lesbo.

PIRRICO

Πύρριχος, uno dei Dattili Idei.

PIRRO

Πύρρος, più conosciuto dai Greci col nome di Neottolemo (Νεοπτόλεμος), era figlio di Achille e di Deidamia, principessa dell'isola di Sciro. Dopo la morte del padre fu chiamato a combattere a Troia dove si distinse per eroismo e valore. Fu uno dei guerrieri nascosti nel ventre del cavallo di legno introdotto dentro le mura della città e l'uccisore di re Priamo.

Nella spartizione del bottino gli fu assegnata Andromaca, la moglie di Ettore, che sposò, ma che poi abbandonò per Ermione, la figlia di Elena e di Menelao. La sua morte fu dovuta ad Apollo che non gli aveva perdonato di avere ucciso Priamo sull'altare del suo tempio.

Può stupire l’ovvio calcolo che il figlio di Achille non avesse più di dieci anni quando si avviò alla guerra di Troia: Achille infatti e Deidamia lo avevano concepito quando il decennale conflitto era nella fase iniziale e Ulisse aveva ordito l’inganno di cui si è detto. L’età poco più che infantile di Pirro, come peraltro già di Achille, spiega il suo temperamento impulsivo e generoso, ma anche capace di crudeltà spietata, come avvenne per il sacrificio della innocente Polissena.

PITIA

Πιτύας, o Pitonessa, sacerdotessa di Delfi. Ritenuta detentrice di eccezionali facoltà profetiche, pronunciava l'oracolo di Apollo. Secondo il mito, Apollo uccise Pitone (il drago o enorme serpente, figlio di Gea, mandato prima a perseguitare Leto e dopo posto a difesa dell’oracolo di Temi) e avrebbe fondato il suo oracolo dove la Pizia prediceva il futuro. L'oracolo era posto sulla bocca di una voragine naturale da dove uscivano dei vapori dalle proprietà estatiche. La Pizia, seduta su un tripode (emblema del dio), dopo avere respirato i vapori e raggiunta l'estasi, comunicava l'oracolo al sacerdote assistente detto Profeta il quale, dopo averlo interpretato, provvedeva a comunicarlo al postulante. Le Pizie venivano scelte fra le giovani vergini della nobiltà e dovevano mantenersi perpetuamente caste. Gli oracoli di Delfi e quello di Dodona furono tra i più celebri.

La Pitia veniva scelta fra giovanette della più alta nobiltà e doveva conservare castità perpetua. Anche una località dell'Asia Minore.

PITONE

Πύθων, serpente figlio di Gea, la madre Terra, prodotto dalla melma lasciata sulla terra dal grande diluvio. Di fattezze mostruose e gigantesco, la dea Era lo mandò contro Leto quando seppe della nuova infedeltà di Zeus. Il serpente che non le dava tregua fu ucciso da Apollo (da ciò gli venne l'epiteto Πῡθοκτόνος =uccisore del serpente Pitone) appena nato con una delle sue infallibili frecce. Pitone viveva in una grotta presso Delfi sul monte Parnaso e faceva da custode all'oracolo. Apollo, quando lo uccise, si impossessò dell'oracolo, da cui prese il nome di Apollo Pizio. Si dice che avesse fondato i giochi pitici per commemorare quella vittoria. Nel III Inno omerico a Apollo questo mostro è descritto di sesso femminile.

…Vicina era la fonte di limpide acque
dove Apollo figlio di Zeus trafisse
con l'arco possente la gran dragonessa,
mostro furioso che mali recava infiniti
a uomini e a greggi dall'agili zampe:
flagello crudele, di sangue assetato.
A questa una volta Era, la dea che nell'aureo
trono s'asside. il tremendo Tifone,
funesto ai mortali affidò per nutrirlo…

PLEIADI

Πλειάδες, figlie di Atlante e della Oceanina Pleione. Esse erano: Alcione, Merope, Celeno, Elettra, Sterope, Taigete e Maia. Un mito narra che le Pleiadi erano inseguite dal gigantesco Orione che voleva violentarle, Artemide, per salvare la loro verginità, le mutò prima in colombe e dopo nell'omonima costellazione. Ma leggendo il mito di ogni singola Pleiade, possiamo notare che esse erano tutt'altro che vergini. Infatti, Zeus si era accoppiato con tre di esse: Maia che fu madre di Ermes, Elettra che gli diede Dardano, e Taigete che gli diede Lacedemone, Sterope sposò Enomao dopo essersi unita con Ares, Merope a Sisifo e Poseidone si unì in amore a due di loro, prima con Celeno e poi con Alcione. Nella costellazione, le Pleiadi sono generalmente sette e splendono in cielo chiaramente visibili, tranne una Merope la Pleiade triste o vergognosa, in quanto fu l'unica a non essersi accoppiata con un dio. Secondo un'altra versione si tratta di Elettra, madre di Dardano capostipite di Troia; quando la città fu rasa al suolo, Elettra per il dolore si nascose il viso tra le mani e da quel momento la sua stella non fu più visibile agli uomini.

Secondo differenti versioni del mito, le Pleiadi morirono per il dolore causato loro dalla morte delle sorelle Iadi, o dalle sventure del loro padre Atlante, e furono trasformate nella costellazione omonima; oppure, come già narrato sopra, per via di Orione.

PLEMNEO

Πλημναῖον, re di Egialea. Figlio di Perato, nella sua storia si narra che i figli che la moglie gli partoriva, al primo vagito morivano.

Demetra impietosita sotto le spoglie di una forestiera si recò a Egialea e allevò a Plemneo, Ortopoli figlio sopravvissuto per volere divino.

Ortopoli divenne padre della ninfa Crisorte che Apollo rese madre di Corono. Plemneo grato edificò un tempio alla dea.

PLUTO

Πλοῦτος, dio della ricchezza, originariamente era una divinità agricola a cui era affidata la fertilità dei campi. Simboleggiava la ricchezza agraria e quindi il raccolto abbondante.

Era figurato come bambino in braccio a Tiche la Fortuna o in braccio a Irene la Pace, a volte invece era figurato come vecchio cieco che distribuisce a caso la prosperità.

PODALIRIO

Ποδαλείριος, uno dei figli del dio Asclepio. Partecipò alla guerra di Troia assieme al fratello Macaone, sotto il comando di Agamennone.

Per la sua abilità nella chirurgia fu esentato dalle missioni pericolose per garantirne la sua incolumità utile a tutti gli altri.

PODARGE

Ποδάργη, nome dell'Arpia amata da Zefiro col quale generò Xanto e Bàlio.

POLICAONE

Πολυϰάων, figlio minore di Lelege, poichè il regno spettò al fratello maggiore, rimase un privato cittadino fino a che non prese in moglie Messene, figlia del re di Argo, Triopa. Messene, orgogliosa per via del ricco e potente padre, ritenendo poco decoroso essere sposa di un semplice cittadino, raccolse quindi un esercito da Argo e uno da Sparta e si trasferì con il marito. La terra in cui andarono a vivere fu chiamata Messenia in suo onore. Vennero fondate varie città e, dopo la battaglia di Leuttra che vide antagonisti Tebani e Spartani, venne fondata ai piedi dell'Itome la città di Messene.

POLIDETTE

Πολυδέκτης, re dell'isola di Serifo, accolse favorevolmente in casa sua Danae e il piccolo Perseo, i quali fuggivano la persecuzione di Acrisio. Fece allevare il piccolo con molta cura, e nel medesimo tempo s'innamorò di Danae. Polidette era un tiranno arrogante e cercò a ogni costo di fare sua Danae. Così, per liberarsi di suo figlio ormai adulto lo inviò a caccia della Gorgone, sperando che Perseo perisse in quel cimento: ma l'eroe contro ogni aspettativa ritornò, ed avendo saputo ch'egli aveva tentato violentare sua madre, lo pietrificò mostrandogli la testa della gorgone.

POLIDEUCE

Πολῠδεύκης, Zeus innamoratosi di Leda, per farla sua si mutò in un bellissimo cigno, la donna colpita dalla bellezza dell'animale lo volle abbracciare, e Zeus prontamente approfittando della manifestazione affettuosa la fece sua. Nella stessa notte Leda si unì a Tindareo suo legittimo consorte. Dalle due unioni Leda ebbe Polideuce (Polluce) ed Elena da Zeus, e Castore e Clitennestra da Tindareo. In seguito furono trasformati in astri e posti nella costellazione dei Gemelli.

POLIDORO

1) Πολύδωρος, figlio di Cadmo e di Armonia.

2) Figlio di Priamo e di Ecuba. Durante la guerra di Troia fu affidato a Polimestore perché lo educasse e questi lo uccise per impossessarsi dei suoi beni.

In Omero Polidoro è figlio di Priamo e Laotoe e viene spietatamente ucciso da Achille. Euripide nell’Ecuba ce lo descrive come figlio di Ecuba, già ucciso da Polinestore: Ecuba, fatta schiava di Ulisse, ne troverà il cadavere sulle spiagge di Tracia e otterrà vendetta da Agamennone. Intanto però si annuncia la sciagurata uccisione della vergine Polissena, e la povera madre vedrà così morire gli ultimi due suoi rampolli. Con le note varianti, Enea troverà sulla spiaggia tracia il cadavere di Polidoro trasformato in un cespuglio, e senza volerlo ne troncherà un ramo, come avverrà a Dante con Pier delle Vigne. La tradizione tardolatina e medievale riferisce invece che Polidoro venne catturato dai Greci e mostrato incatenato ai Troiani, che avrebbero potuto salvarlo restituendo Elena. Ma Paride e gli altri principi , fratelli di Polidoro, non ne vollero sapere e il povero fanciullo fu lapidato dai Greci.

POLIFEMO

Πολύφημος, ciclope figlio di Poseidone e della Ninfa Toosa. Nel IX libro dell'Odissea Omero lo descrive rozzo e violento, incarnazione della forza bruta, in contrasto col sottile ingegno dell'astuto Ulisse che con furbizia si prende gioco di Polifemo Il gigante infatti aveva fatto prigioniero Ulisse con i suoi compagni, e divorato alcuni di questi. Ulisse per fuggire escogita un espediente: offre a Polifemo il vino (era speciale, andava diluito con 17 parti di acqua) che aveva avuto in dono da Marone, Polifemo bevve e poi ne volle ancora finché ubriaco, si addormentò. Ulisse, approfittando dell'occasione, con l'aiuto dei compagni prese una lunga trave che appuntì e arroventò sul fuoco, quindi accecò il Ciclope e riuscì a fuggire con i superstiti nascosto in mezzo al gregge.

Leggendo le Metamorfosi possiamo notare che seppure Polifemo era un essere mostruoso, non era insensibile all' Amore e alla poesia che esso ispira, infatti quando Tèlemo gli predice che sarebbe stato accecato, lui ridendo rispose:“O stupidissimo indovino, ti sbagli. un'altra creatura mi ha già accecato”

”. E quando pascola gli armenti è solito intonare il seguente canto:

“O Galatea, più candida di un candido petalo di ligustro,
più in fiore di un prato, più slanciata di un ontano svettante,
più splendente del cristallo, più gaia di un capretto appena nato,
più liscia di conchiglie levigate dal flusso del mare,
più gradevole del sole in inverno, dell'ombra d'estate,
più amabile dei frutti, più attraente di un platano eccelso,
più luminosa del ghiaccio, più dolce dell'uva matura,
più morbida di una piuma di cigno e del latte cagliato,
e, se tu non fuggissi, più bella di un orto irriguo;
ma ancora, Galatea, più impetuosa di un giovenco selvaggio,
più dura di una vecchia quercia, più infida dell'onda,
più sgusciante dei virgulti del salice e della vitalba,
più insensibile di questi scogli, più violenta di un fiume,
più superba del pavone che si gonfia, più furiosa del fuoco,
più aspra delle spine, più ringhiosa dell'orsa che allatta,
più sorda dei marosi, più spietata di un serpente calpestato,
e, cosa che più d'ogni altra vorrei poterti togliere,
più veloce, quando fuggi, non solo del cervo incalzato
dall'urlo dei latrati, ma del vento che soffia impetuoso!”

Abbiamo così notato che Eros con le sue frecce, è in grado di colpire anche i cuori più duri e renderli addirittura poetici.

2) Uno degli Argonauti, figlio di Elato e di Ippia. In Misia, fondò la città di Ghio e ne fu il re.

POLIIDO

1) Πολύϊδος, figlio di Cerano, fu un famoso indovino e guaritore. Da bambino Glauco figlio di Minosse, nel dare la caccia a un topo cadde in una giara di miele e morì. Minosse non trovando più il figlio lo cercò dappertutto e alla fine ricorse alla divinazione dei Cureti. Questi parlando per indovinelli gli fecero il seguente oracolo: “a che cosa rassomiglia il vitello delle mandrie del re, capace di cambiare colore ogni quattro ore, passando attraverso il bianco, il rosso e il nero? Chi saprà paragonare nel modo più esatto questo colore a qualcos'altro, sarà capace di riportarti Glauco ancora vivo!”. Vennero chiamati a corte tutti gli indovini fra i quali Poliido, che paragonò il colore del vitello alla mora del rovo che dapprima è bianca, poi rossa e quando è al colmo della maturazione diviene nera. Così gli fu ordinato di cercare Glauco e, seguendo alcuni segni divinatori, lo trovò. Minosse ancora non pienamente soddisfatto gli ordinò di portare il bambino in vita. Ovviamente Poliido non sapeva cosa fare e perciò Minosse lo fece rinchiudere in prigione col cadavere del bambino. La disperazione dell'indovino era grande e divenne ancora più grande quando vide un serpente avvicinarsi. Poliido, temendo che il serpente lo uccidesse, raccolse un sasso e lo uccise. Ma ecco che accadde qualcosa di straordinario: un altro serpente si avvicinò a quello morto, lo guardò e se ne andò, ritornando poco dopo con un rametto magico che appoggiò al serpente morto; questo, non appena fu sfiorato dal ramo, ritornò in vita. Poliido estremamente sorpreso, subito raccolse il rametto e lo pose sul cadavere di Glauco che fu risuscitato. L'avventura di Poliido non finisce qui, perché Minosse nella sua arroganza non lo lasciò partire da Argo finché Poliido non ebbe insegnato a Glauco l'arte della profezia. Al momento di partire via da Argo Poliido disse a Glauco di sputare dentro la sua bocca: il fanciullo obbedì, e di colpo dimenticò tutto quello che aveva appreso dall'indovino. Questo mito vuole figurare la fusione del rame, infatti, la giovenca è paragonata ad una mora, (sukaminon in greco), ma qua si tratta di un gioco di parole poiché in greco kaminon è il forno del fonditore. Glauco significa verde e rappresenta simbolicamente la malachite. Il recipiente pieno di miele in cui è nascosto il corpo di Glauco è il crogiolo. La giovenca dei tre colori è il mantice fatto con pelle di mucca che permette di dare tre colori ai forni: di arrostimento il nero, di fusione il bianco e di affinazione il rosso. Anche l'erba magica ha il suo corrispondente nelle usanze dei fonditori: durante l'ultima fase di affinazione del rame nero, riducevano gli ultimi ossidi rimescolando il metallo appena fuso con una pertica di legno appena tagliato. Tutto il miracolo della procedura consisteva nel trasformare una pietra verde (la malachite) in un metallo rosso vivo, attraverso la mediazione della matta nera e della colata bianca. Secondo un altro racconto, Glauco fu resuscitato non da Poliido ma da Asclepio.

2) Uno dei Proci.

POLINICE

Πολυνείκης, quando Edipo ebbe il regno di Tebe, senza saperlo sposò sua madre Giocasta, ed ebbe da lei due figli maschi, Eteocle e Polinice, e due femmine, Ismene e Antigone. Quando in seguito si venne a sapere tutto ciò che era successo, Giocasta si impiccò, ed Edipo si accecò e venne scacciato da Tebe: fu allora che lanciò una maledizione contro i suoi figli, colpevoli di non avergli dato nessun aiuto, pur vedendo che lo bandivano dalla città.
I due fratelli infischiandosene del padre, si accordarono per la successione al trono, e decisero che avrebbero regnato un anno ciascuno. Altri dicono che il primo a prendere il potere fu Polinice, e che dopo un anno passò il regno a Eteocle, altri ancora che il primo fu Eteocle, il quale allo scadere del termine, rifiutò di cedere il regno al fratello. Polinice, bandito da Tebe, giunse ad Argo dove sposò Argia figlia del re Adrasto. Adrasto volendo aiutare il genero mosse un esercito contro Tebe, nella battaglia che si svolse i due fratelli venuti a duello per il potere si Tebe, si uccisero vicendevolmente. Antigone, come è narrato da Sofocle nell'omonima tragedia, fu uccisa da Creonte per avere voluto seppellire il corpo del fratello. Stazio, nella Tebaide racconta la storia con dovizia di eventi estremamente cruenti.

POLISSENA

Πολυξένη, figlia di Priamo e di Ecuba, in genere indicata come involontaria causa della morte di Achille che si era innamorato di lei.

In questa versione si narra che mentre Achille stava festeggiando il suo matrimonio con Polissena, fu ucciso a tradimento da una freccia scagliata da Paride e guidata da Apollo verso il tallone, unico punto vulnerabile di Achille.

La versione più realistica narra che Polissena mentre si recava a prendere una brocca d'acqua alla fonte vicina al tempio di Apollo Timbreo, vide Achille dentro al tempio che stringeva fra la braccia il fratello Troilo, ma la stretta era così forte che il povero fanciullo morì.

Polissena dopo avere assistito angosciata a questa scena, finse di essere innamorata di Achille, quindi lo fece innamorare di lei e gli carpì il segreto della sua invulnerabilità.

Successivamente Polissena, dopo avere fissato il giorno del matrimonio, spiegò a Paride in quale punto colpire Achille.

Nel frattempo Achille si recava al tempio di Apollo per coronare il suo amore quando, a tradimento, Paride gli scagliò la freccia guidata da Apollo che non gli aveva perdonato il fatto di avere commesso un assassinio nel suo tempio.

Mentre Achille era accasciato a terra Polissena gli riversò addosso tutto l'odio che provava per lui.

Ma anche da morto Achille ottenne la sua vendetta, infatti dopo la conquista di Troia, quando i greci si apprestavano a partire:

da un largo squarcio del suolo uscì Achille, con l'aria minacciosa
e lo sguardo feroce del giorno in cui aveva aggredito
senza ragione alcuna Agamennone con la spada:
«Immemori di me,» disse, «Achei, ve ne andate?
Sepolta è con me la gratitudine per il mio valore?
Non fatelo! E perché il mio sepolcro non resti senza onori,
placate l'ombra di Achille immolando Polissena!».

Era il fantasma di Achille che minacciava di trattenerli a Troia con venti contrari. Fu Pirro il figlio di Achille a sacrificare Polissèna sulla tomba del padre, così ne placò lo spirito e i greci riuscirono a partire.

In Omero non si fa cenno a Polissena, mentre ella compare quale protagonista dell’Ecuba euripidea. Forse proprio da questo nucleo si sviluppò il mito che la riguarda in età tardolatina e medievale. Quando Priamo si recò da Achille per chiedere il corpo di Ettore, fu accompagnato da Andromaca e Polissena, che si offrì come schiava in cambio della salma del fratello. Achille, che se ne era innamorato, non volle, ma la richiese poi in sposa promettendo in cambio di abbandonare la guerra. La situazione precipitò quando Achille uccise Troilo, un altro dei figli di Priamo: Ecuba e Paride all’insaputa di Polissena mandarono un messo ad Achille fingendo di voler trattare le nozze nel tempio di Apollo, e profittando che egli ci venne disarmato Paride e Deifobo lo uccisero. Quando Troia, tradita da Enea ed Antenore, fu saccheggiata dai Greci Ecuba consegnò Polissena ad Enea perché la proteggesse; ed Enea la nascose finché i Greci, la cui partenza era ostacolata dal mare in tempesta, non presero a cercarla perché Calcante vaticinò che bisognava sacrificare Polissena ad Achille cui era stata invano promessa in sposa. Antenore la trovò e la consegnò ai Greci.

POLITE

Πολίτης, figlio di Priamo e di Ecuba, venne ucciso sotto i loro occhi da Pirro, il feroce figlio di Achille.

PONTO

Πόντος, Gea senza accoppiarsi partorì questo mare. “e il Ponto generò, senza gioia d'amor, ch'è un immane pelago, dove mai non si miete, che gonfia ed infuria” (Esiodo, Teogonia).
Anche una regione di Asia e un fiume di Tracia.

PONTO EUSINO

Πόντος Εὔξεινος, detto: Πόντος ἄξεινος Mare Inospitale con cui i Romani e i Greci chiamarono il Mar Nero in riferimento alla presenza di popolazioni selvagge lungo le coste.

In questo mare c'era l'isola di Dia, sacra ad Ares. Fu una delle tappe degli Argonauti, qui furono aereo bombardati dagli uccelli stinfalidi che dall'alto gli tiravano addosso le loro penne che erano simili a frecce. E sempre in una delle isole del Ponto Eusino, viveva la Ninfa Filira figlia di Oceano e madre del centauro Chirone.

PORFIRIONE

Πορφῠρίων, fu con Alcioneo, capo dei Giganti che combatterono contro gli Olimpi. Zeus, per distrarlo, gli infuse una grande smania amorosa verso Era; Porfirione allora si rivolse verso la dea, stava quasi per violarla, quando Zeus approfittando di quel momento di distrazione lo colpì con la folgore ed Eracle lo finì con le sue frecce.

PORO

Πόρος = Espediente. Figlio di Metidea (la Sagacia) e dio dell'abbondanza. Pènia, dea della povertà, si congiunse a lui mentre questo era ubriaco e generò Eros.
Anche Πῶρος, re degli Indi.

POSEIDONE

Ποσειδῶν, figlio di Crono e di Gea, fratello di Zeus e di Ade. A lui spettò la signoria del mare, comprese le coste e le isole.

Abitava in un palazzo in fondo agli abissi marini. Dall’umore instabile come il mare era ora sorridente e benevolo ora burrascoso e violento.

Gli si attribuivano le scosse di terremoto che provocava sbattendo il suo formidabile tridente. Avendo cospirato con Era e Apollo contro Zeus, venne punito ed esiliato nella Troade al servizio di Laomedonte.

Questi gli negò il compenso pattuito per la costruzione delle mura della città. Poseidone, irato, fece scaturire dal mare un mostruoso drago.

Per placarlo, il re dovette esporre la figlia Esione per essere divorata dal mostro. La giovane fu salvata e liberata da Eracle che uccise il mostro.

Poseidone, innamoratosi di Anfitrite la chiese in sposa ma la fanciulla intimorita fuggì via. Il dio inviò, allora, un delfino alla sua ricerca e ritrovatala la convinse alle nozze. La novella sposa, gelosa di Scilla la mutò in un mostro dai dodici piedi e dalle sei bocche che divoravano i marinai che attraversano lo Stretto di Messina.

Poseidone, così come tutte le divinità marine, poteva cambiare forma a suo piacimento: simbolo dell'incostanza del mare.

Le sue contese con altre divinità si spiegano col fatto che egli era anche dio delle acque terrestri, prima che il suo regno fosse ridotto al solo mare. Egli era anche il dio tutelare delle corse dei cavalli.

PRASSI

Πρᾶξις, epiteto di Afrodite. Prassi significa azione, ma in questo caso è più facile che indichi l'azione sessuale piuttosto che altro.

PRETIDI

Προιτίδες, vedi sotto Preto.

PRETO

Προῖτος, figlio di Abante e di Aglaia, fu re di Tirinto. Suo fratello gemello fu Acrisio e il mito narra che i due iniziarono a litigare già nell'utero materno e una volta adulti continuarono a farsi la guerra per la conquista del potere, proprio per questo spirito battagliero inventarono lo scudo.

Acrisio riuscì a sconfiggere e a scacciare Preto da Argo.

Rifugiatosi presso re Iobate, dopo averne sposato la figlia, ottenne da questo un esercito e così poté occupare Tirinto che i Ciclopi fortificarono per lui.

Fu così che i due fratelli si divisero l'Argolide: Acrisio regnò su Argo e Preto su Tirinto.

Adesso, dopo questi fatti di guerra, passiamo alla storia di famiglia.

Preto da Stenebea ebbe tre figlie Lisippe, Ifianassa e Ifinoe che furono fatte impazzire da Era perché si vantavano di essere più belle della dea, oppure, secondo una delle diverse varianti, perché avevano affermato che il palazzo paterno era più ricco del tempio della dea, ancora perché avevano osato rubare dell'oro al vestito della statua di Era, o perché avevano rifiutato i riti di Dioniso.

In ogni modo le tre ragazze, in preda alla follia e al più totale abbrutimento, incominciarono a vagare per la regione. (Secondo Virgilio, Bucoliche 6, 48 ss. la loro follia consisteva nel credersi trasformate in giovenche

Preto consultò Melampo che era un indovino e un bravo medico, (si diceva che per primo scoprì come curare le malattie facendo uso di farmaci); Melampo in cambio della guarigione delle Pretidi pretendeva come compenso un terzo del regno, Preto si rifiutò di farle curare perché riteneva il prezzo troppo alto, ma successe che anche le altre donne incominciarono ad impazzire e ad uccidere i loro stessi figli.

Preto, allora chiamò nuovamente Melampo, che a questo punto chiese che anche il fratello Biante ottenesse un altro terzo del regno.

Il re accettò subito suo malgrado temendo di incappare in un'ulteriore e più massiccia richiesta.

Melampo con grida e riti magici curò tutte le donne.

Preto, come sovrapprezzo alla richiesta, diede in sposa la figlia Lisippe a Melampo e Ifianassa a Biante, vendicandosi così dell'esosa richiesta.

PRIAMO

Πρίαμος, celebre re di Troia, il suo vero nome era Podarce (Ποδάρκης). Era figlio di Laomedonte e di Strimo (o di Placia o di Leucippe).

A quanto pare Laomedonte era un gran filibustiere e truffatore: Apollo e Poseidone avevano assunto la sembianza di uomini per tastare la tracotanza di Laomedonte, quindi avevano pattuito un compenso per la costruzione delle mura della cittadella di Pergamo.

Finiti i lavori Laomedonte non solo non li pagò, ma minacciò di ucciderli, i due dèi andarono via molto irati e iniziarono la loro vendetta: Apollo mandò una grave pestilenza ad affliggere la città, Poseidone, invece mandò un mostro marino che faceva strage di uomini e di armenti.

L'oracolo vaticinò che per porre fine a quelle pene, il re doveva esporre al mostro la figlia Esione, così la giovane donna fu incatenata vicino al mare.

in quel momento Eracle si trovava a passare da quelle parti e vedendo la ragazza esposta, si accordò con Laomedonte per salvare la ragazza in cambio dei cavalli che Zeus gli aveva dato per il rapimento di Ganimede. I due si strinsero la mano suggellando l'accordo. Eracle uccise il mostro marino e salvò la ragazza, ma anche questa volta Laomedonte si rifiutò di pagare.

Eracle che andava di fretta gli promise guerra e ripartì. Qualche tempo dopo Eracle ritornò, fece guerra a Laomedonte e lo uccise con tutti i figli maschi tranne il piccolo Podarce. Eracle concesse ad Esione di portare con sé un prigioniero e, ovviamente, la ragazza scelse il fratello; Eracle però le disse che Podarce sarebbe diventato uno schiavo per cui Esione avrebbe potuto pagare il riscatto per la sua liberazione. Esione pagò il riscatto col velo che le copriva il capo e da quel momento Podarce fu chiamato Priamo “il riscattato”.

Priamo ebbe una discendenza molto numerosa: ben cinquanta figlie e cinquanta figli, nati dalle sue concubine e dalla moglie Ecuba.

Tra i figli di Priamo c’erano Ettore, Paride, Eleno e Deifobo; tra le figlie, Creusa e l'indovina Cassandra.

Quando Troia cadde, fu ucciso sull'altare del tempio di Apollo, da Neottolemo, figlio di Achille.

Quando la prima Troia fu distrutta da Eracle e Telamone, che uccisero Laomedonte, salì al trono Priamo che ricostruì la città facendola più bella di prima. Egli ebbe da Ecuba,tra gli altri figli, Ettore, Paride, Eleno,Deifobo, Troilo e Cassandra, Creusa, Polissena, tutti più o meno tragicamente coinvolti nella guerra di Troia e personaggi della letteratura classica più nota. Le loro vicende saranno ampiamente riprese e spesso romanzescamente arricchite in età tardolatina e medievale. La storia della morte di Priamo è praticamente quella raccontata da Virgilio nell’Eneide, ma questi autori sottolineano la parte svolta da Antenore ed Enea, del cui tradimento Priamo si sarebbe reso conto senza tuttavia riuscire a contrastarlo.

PRIAPO

Πρίᾱπος, figlio di Afrodite e di Dioniso.

Nato deforme con pancia enorme, lingua lunga e membro mostruosamente smisurato.

Nascendo così brutto Afrodite lo rinnegò e lo abbandonò ad Abarnis (campo dei mentitori) regione intorno a Lampsaco nella Misia.

Lo allevarono dei pastori che dalla sua mostruosità fallica ne avevano tratto dei buoni auspici per la fertilità dei campi e delle greggi.

Così Priapo divenne il dio dell'istinto sessuale e della forza generativa maschile e della fertilità delle campagne.

Gli era sacro l'asino ed era figurato come vecchio barbuto seminudo munito di falce e con un enorme membro eretto.

Proteggeva inoltre gli orti e le vigne dai ladri e dai golosi uccelli.

Ispirò la poesia Priapea dai versi e dai contenuti alquanto sconci.

A noi sono giunti all'incirca 80 carmi priapei.
Anche una città della Misia (Πρίαπος ).

PRITANEO

πρυτανεῖον, ogni città greca aveva il suo Pritaneo sede del fuoco sacro e in seguito divenne centro politico.

PROCLISTIO

Προϰλυστίου, inondatore, epiteto di Poseidone, infatti raccontano che Poseidone sommerse la maggior parte del territorio, perché Inaco e chi con lui sedette giudice sentenziarono che la regione appartenesse a Era e non a lui. Ma Era riuscì a ottenere da Poseidone che il mare si ritirasse. E gli Argivi costruirono un santuario a Poseidone Proclistio nel luogo donde i flutti marini si ritrassero.

PRÒCNE

Πρόκνη, o Prògne, figlia di Pandione, re di Atene. Sorella di Filomela (Φιλομήλα, per maggiori dettagli). Moglie di Tereo di Tracia. Per vendetta, uccise il figlio Iti offrendolo in pasto al marito colpevole del tremendo misfatto di tradimento. Fuggita con la sorella, fu tramutata dagli dei in rondine o, secondo altre versioni, in usignolo.

PRÒCRI

Πρόκρις, Procri, figlia di Eretteo (o di Pandione), divenne sposa di Cefalo, figlio di Deione. Essi si amavano reciprocamente e come tutti gli innamorati, promisero di non tradirsi mai.

Un giorno Cefalo, che era un grande cacciatore, si recò per un tempo assai lungo a cacciare su un monte. Cefalo era un giovane dotato di coraggio e grande bellezza ed Eos, invaghitasi di lui, gli propose di giacere con lei ma Cefalo rifiutò perché amava la sua Procri e inoltre era memore della promessa d'amore. Eos insinuò nel cuore di Cefalo il dubbio e gli disse: “Non voglio che tu rompa la promessa se prima non l'ha rotta lei”, e subito gli cambiò le sembianze dandogli l'aspetto di uno straniero e splendidi doni da portare a Procri per corromperla.

Cefalo si recò da Procri che non lo riconobbe, le offrì molto oro per giacere con lei; Procri dapprima rifiutò, ma quando Cefalo raddoppiò l’oro della sua offerta accettò l'indecente proposta.

Mentre la donna giaceva con Cefalo, Eos gli rese le sue vere sembianze; Procri, ingannata e vergognosa fuggì rifugiandosi a Creta.

Qui incontrò Artemide che voleva scacciarla in quanto non era una vergine.

Procri, piangendo, le narrò la sua storia e la dea, impietosita, decise di aiutarla. Le donò una lancia magica che non falliva mai il bersaglio e il cane Lelapo, a cui non sfuggiva nessuna preda; quindi le suggerì di travestirsi da ragazzo e sfidare Cefalo in una gara di caccia.

Procri, seguendo il consiglio della dea, si vestì e si tagliò i capelli in modo da sembrare un maschio quindi, irriconoscibile, sfidò Cefalo nella gara di caccia.

Ovviamente Procri non sbagliava mai un colpo e Cefalo desiderò ardentemente avere quella lancia. Procri gli promise di dargli anche il cane se lui avesse ricambiato coi favori della sua bellezza in un comodo talamo. Cefalo accettò e quando si furono distesi, Procri rivelò la sua identità e gli rimbeccò di aver commesso una colpa ben più spregevole della sua.

In ogni modo la coppia si riappacificò, ma in Procri si era annidato il seme della gelosia.

Gelosa di Eos, al far del giorno lo seguì nella caccia per spiarlo, nascondendosi tra gli arbusti.

Intanto Cefalo attirato da un movimento tra la macchia, scagliò la lancia che nessuno può evitare uccidendo così la sua sposa.

Secondo un'altra versione del mito fu Minosse a dare la lancia e il cane a Procri.

Minosse soffriva di non avere figli e lei gli promise di guarirlo insegnandogli come averne. Minosse infatti eiaculava serpenti e scorpioni e tutte le donne alle quali si univa morivano, tranne Pasifae che era figlia del sole e dunque immortale.

Per far procreare Minosse, Procri inventò questo trucco: introduceva una vescica di capra nel sesso di una donna, Minosse emetteva i serpenti nella vescica subito dopo si univa a Pasifae riuscendo così finalmente ad avere dei figli.

Per approfondimenti leggi la storia nel VII libro delle Metamorfosi di Ovidio.

PROCUSTE

Προκρούστης, che allunga tirando ladrone dell'Attica, il cui vero nome era Damaste (Δαμάστης) o Polipemone.

Ucciderlo fu la sesta fatica di Teseo.

Procuste assaliva i viandanti e li costringeva a essere suoi ospiti, quindi li faceva distendere su un letto. Se le membra dei malcapitati sporgevano, le mutilava. Se invece erano troppo corte, le stirava fino a far raggiungere l'esatta lunghezza del letto.

Venne ucciso da Teseo, che gli inflisse il medesimo supplizio. (Plutarco, Vita di Teseo)

PRODUTTRICI DI VINO

οἰνοτόκης, erano tre sorelle: Elaide, Eno e Spermo, figlie di Anio re di Delo e nipoti di Apollo.

Il padre le aveva votate a Dioniso e il dio per ringraziare aveva dato loro il potere di produrre dalla terra olio, grano e vino.

Per mezzo dei poteri delle figlie, Anio aveva rifornito l’armata greca del necessario vettovagliamento, per recarsi a Troia ma Agamennone (ingordo), per garantirsi un facile approvvigionamento anche in terra straniera, fece rapire le ragazze, queste invocarono l’aiuto di Dioniso che le mutò in colombe. (Apollodoro, Biblioteca, Epitome, 3).

PRÒMACO

1) Πρόμαχος, figlio di Esone e di Alcimede, fratello di Giasone. Quando Giasone era alla ricerca del Vello d'oro, Pelia, volle sbarazzarsi di tutti coloro che potevano togliergli il trono, quindi, dopo avere condannato a morte Esone e assistito alla impiccagione di Melicerte, per dannare ancora di più la sua anima, uccise anche il piccolo Promaco ancora in fasce.

2) Figlio di Partenopeo, che combatté contro Tebe insieme agli Epigoni.

PROMETEO

Προμηθεύς, titano figlio di Giapeto e di Climene figlia di Oceano. In origine era solamente un Titano intelligente che riuscì ad ingannare Zeus, ma successivamente fu trasformato nel creatore e salvatore del genere umano (Ovidio Metamorfosi I, 82 ss.) mentre Zeus appare come un crudele tiranno.

Quando i Titani sfidarono Zeus e vennero da lui imprigionati nel Tartaro, Prometeo che aveva il dono di vedere il futuro, suggerì loro di usare l'astuzia ma i Titani ignorarono il suo consiglio e allora passò dalla parte di Zeus.

Dopo la battaglia Prometeo si trovò a scontrarsi con Zeus sul problema del genere umano. Per Esiodo fu Prometeo a creare l'uomo con la creta trovata a Panopea, modellando le figure in cui Atena poi soffiava la vita.

Essendo Zeus irato col genere umano aveva deciso di distruggerlo e sostituirlo con delle creature migliori e cominciò a togliere loro il fuoco e ad affamarli chiedendo loro le parti migliori di cibo nei sacrifici.

Nella disputa sorta per stabilire quali parti di toro sacrificare agli dèi e quali tenere per sé, Prometeo fu chiamato a fare da arbitro, per cui smembrò un toro e ricucì la pelle formando due sacche che riempì con le varie parti dell'animale. Una sacca conteneva la carne ben nascosta sotto lo stomaco e l'altra conteneva invece le ossa nascoste sotto un grosso strato di grasso e presentate le sacche a Zeus gli chiese di scegliere quale volesse e il dio tratto in inganno scelse la sacca col grasso e le ossa che da quel giorno divennero le parti da sacrificare agli dèi (Esiodo, Teogonia 521 ss.).

Zeus irato per l'inganno privò gli uomini del fuoco ma Prometeo andò di nascosto sull'Olimpo e rubò una brace che nascose nel cavo di un fusto di finocchio (o di una ferula) e che donò agli uomini (Esiodo, Opere e giorni 47 ss., 50 e ss., Eschilo, Prometeo incatenato 107 ss.).

Sempre incurante dei castighi di Zeus, Prometeo insegnò agli uomini molte arti, fra le quali la metallurgia e tolse agli uomini il potere di vedere il futuro pensando che tale potere avrebbe spezzato il cuore degli uomini.

Zeus durante la notte vide la terra coperta da tantissime luci e arrabbiato più che mai mandò i suoi servi Bia e Crato assieme a Efesto a catturare Prometeo e a incatenarlo sul monte Caucaso, dove ogni giorno un avvoltoio gli mangiava il fegato, ma considerando che Prometeo era un Titano e perciò immortale, la notte il fegato gli rinasceva per essere rimangiato il giorno successivo. Prometeo anche se incatenato e costretto a subire l'orribile supplizio, scherniva Zeus perché era conoscenza di un terribile segreto sulla sorte del dio supremo.

Dopo tanto tempo ottenne la libertà in cambio del segreto che impedì al dio di sposare Teti, perché gli avrebbe dato un figlio che sarebbe diventato più potente del padre e l'avrebbe spodestato proprio come fece Zeus col padre Crono.

Prometeo era venerato nell'Attica come dio delle arti.

PROMETIDE

Προμηθίς, nome dato al figlio di Prometeo, Deucalione, da Ovidio nelle Metamorfosi I, 390.

PRONAPIDE

Si ritiene fosse il maestro di Omero che era un dotato compositore di canti. (Diodoro Siculo, Biblioteca, III 67, 5)

PROOPSIO

Προόψιος, Epiteto di Apollo, significa il preveggente.

PROPÈTIDI

Le giovani di Amatunte, nell'isola di Cipro. Colpevoli di aver negato la divinità di Afrodite.

Furono colpite da sfrenato desiderio sessuale. Trasformate in pietre, dopo essersi abbandonate alla prostituzione

Ma chiedi ad Amatunte, città ricca di metalli, se sia lieta
d'aver dato i natali alle Propètidi: lo negherebbe,
come d'averli dati un tempo ai Cerasti, così chiamati
perché la loro fronte era guastata da due corna.
(Ovidio, Metamorfosi X, 238-242).

PROSCINEMA

προσπύνημα, presso i Greci era la preghiera rivolta agli dèi per ottenere protezione, salute e aiuto per sé o per gli altri.

PROSINNO o POLINNO

Si racconta che quando Dioniso scese all'Ade attraverso il lago di Lerna, ritenuto privo di fondo e quindi in diretta comunicazione con l'Oltretomba, chiese la strada a un contadino, tale Prosinno o Polinno, che richiese come ricompensa i suoi favori sessuali, quando fosse ritornato.

Dioniso promise ma al suo ritorno dall'Ade, Prosinno era morto.

Allora il dio piantò sulla sua tomba un bastone di fico a forma di fallo e pagò il suo debito a quello, per onorare l'ombra dell'uomo. (Apollodoro, Biblioteca, Epitome).

PROSTASIA

Προστασία, a Sicione e Fliunte era l'epiteto di Demetra quale protettrice, in questo luogo la dea era venerata in modo molto singolare: gli uomini festeggiavano da soli la festa, mentre alle donne per la loro festa lasciavano il Ninfone, tempio dove erano custodite le statue di Dioniso, Demetra e Persefone, queste statue erano interamente coperte fatta eccezione del viso.

PROTEO

Πρωτεύς, dio marino che per incarico di Poseidone custodiva le foche e i vitelli marini. Come tutte le divinità marine aveva il dono della divinazione e capacità metamorfiche.

Era molto difficoltoso ottenere i suoi vaticini e per questo bisognava sorprenderlo nel sonno, legarlo ben stretto e non avere paura delle sembianze di leone, pantera, drago, cinghiale, di fuoco ardente o di albero che assumeva per sfuggire alle domande che gli venivano rivolte.
Solo se il dio non riusciva a liberarsi concedeva di svelare il futuro.

Abitava l’isola di Faro in prossimità dell’Egitto.

Fu lui a predirre a Teti che Achille sarebbe morto nella guerra di Troia.

PROTESILAO

Πρωτεσίλαος, eroe tessalo. Figlio di Ificlo. Prese parte alla spedizione di Troia al comando di una flotta di 40 navi. Era stato profetizzato agli Achei che il primo a mettere piede sulla spiaggia di Troia vi avrebbe perso la vita, sicché una volta gettata l'ancora tutti esitavano; allora Iolao, figlio di Ificlo e Diomeda, saltò a terra per primo e venne subito ucciso da Ettore: perciò lo chiamarono Protesilao perché era stato il primo tra tutti a morire. Molto innamorato della moglie Laodamia, venne considerato anticamente simbolo della fedeltà coniugale. Sepolto presso Eulente, nel Chersoneso Tracico, fu venerato con culto eroico.

PROTOE

Προθόη, una delle Amazzoni più valorose uccise da Eracle quando andò a prendere il cinto di Ippolita.

PROTOGENIA

1) Πρωτογένεια, “la prima generata” era la prima figlia che ebbero Deucalione e Pirra dopo il Diluvio Universale. Con Zeus generò Etlio.

2) figlia di Calidone e di Eolia. Protogenia, unitasi a Ares, generò Ossilo.

3) Una delle figlie di Eretteo, assieme alla sorella Pandora si offrì come vittima sacrificale per la salvezza della città.

PSALACANTA

Ψαλάκανθα, questa ninfa favorì gli amori tra Dioniso e Arianna ancora riluttante e addolorata dall'abbandono di Teseo.

La Ninfa sperava di ottenere a sua volta l'amplesso del dio, ma Dioniso non volle; così Psalacanta ingelosita tentò di fare del male ad Arianna e per questa ragione il dio la trasformò in meliloto o in artemisia; poi ne ebbe pietà e con quest'erba formò una ghirlanda per Arianna: ed è questa la ghirlanda che fu poi trasformata in costellazione. (Igino, Miti 291).

PSAMATE

1) Ψαμάθη, figlia di Crotopo, coadiuvata da Apollo, generò un figlio che per paura del padre espose.

Questo bimbo fu dilaniato dai cani del gregge di Crotopo.

Apollo allora inviò contro gli argivi, Pena, questa secondo il mito portava via i figli alle madri, finché Corebo non la uccise causando una seconda ira di Apollo che mandò una pestilenza a devastare il territorio finché Corebo non si decise di pagare il suo fio recandosi a Delfi ad accettare la sua condanna. A titolo informativo la sua condanna consistette nel prendere un tripode dal tempio e portarlo in spalla finché le forze non lo abbandonassero e in quel punto costruire una città, ciò avvenne sul monte Gerana e vi edificò il villaggio di Tripodisci.

Alcuni distici eliagici iscritti sulla tomba di Psamate così recitano:

"Comune ornamento per i Megaresi e per gli Inachidi, io
sono eretta a vendetta della morte di Psamate;
e sono la Parca che sulla tomba risiede; chi mi uccise è Corebo.
Egli sotto i miei piedi giace , a causa del tripode.
La voce di Delfi diede, perché io fossi
monumento di quella sposa e della sua storia.
"

2) Una delle Nereidi, questa per sfuggire all'amore di Eaco, aveva assunto la forma di foca, ma Eaco la rese ugualmente madre di Foco.
Anche una fonte in Beozia.

PSICHE

Ψυχή, rappresentata da Apuleio (nella favola "L'asino d'oro" Libro IV, XXXII) come una fanciulla di rara bellezza (Metamorfosi IV-VI). Zefiro la rapì per conto di Eros, e la condusse nel palazzo d'oro del dio dell'amore.

Fu amante di Eros, da cui ebbe una figlia (Voluttà).

L'amore durò fino a quando Psiche, contravvenendo ad un patto sacro, cercò di scorgere il volto di Eros (invisibile amante). Abbandonata, fu sottoposta a una serie di dure prove da Afrodite, (che invidiava la sua bellezza).

Resa immortale da Zeus, mosso a compassione, si unì nuovamente ad Eros. Il mito di Psiche ha ispirato artisti di ogni epoca (Raffaello, Van Dyck, Gèrard, Canova, Gibson, ecc.).

Dal significato di Soffio, è l'equivalente del concetto di anima.

Secondo gli antichi l'anima si distingue in anima sensitiva e anima intellettuale; l'anima sensitiva è prerogativa dell'uomo vivo mentre la seconda si forma in punto di morte a somiglianza del defunto dalla cui bocca o ferita mortale esce ed abbandona il corpo.

Anche le arti figurative rappresentano l'anima umana sotto forma di un essere alato o di un uccello col volto umano.

Da queste astrazioni nacque la favola di Psiche e Amore.

PSICOPÒMPO

ψῡχοπομπός, accompagnatore delle anime, epiteto di Ermes. Designava la funzione di guida per le anime dei trapassati nel regno delle tenebre. Detto anche di Caronte e, in alcuni casi, di Apollo.

PTERELAO

Πτερέλαος, re dei Tafi, e nipote di Poseidone dal quale aveva ricevuto in dono un capello d'oro che lo rendeva immortale.

Quando Anfitrione assediò la sua isola per vendicare il suocero, la figlia di Pterelao, Cometo, s'innamorò di lui e per poterlo avere recise il capello fatato di Pterelao.

Così egli perse l'immortalità e la sua terra venne espugnata. Anfitrione s'impadronì di tutte le isole.

Poi uccise Cometo per punirla della sua stoltezza e ritornò a Tebe con il bottino.

Questo mito è del tutto simile a quello di Niso e della figlia Scilla.

PULIDAMANTE

Πουλυδάμαντος, originario di Scotusa, era figlio di Nicia. Pulidamante era un atleta di pancrazio, aveva grandissima forza e a Olimpia ottenne molte vittorie. Oltre che nello sport, egli fu protagonista in altre imprese di diverso genere:
1) afferrato per una delle zampe posteriori un grosso e feroce toro, ne trattenne a forza lo zoccolo e, nonostante i balzi e le spinte della bestia, non lo lasciò finché il toro, dopo lunga lotta e raccolte insieme tutte le sue forze, riuscìra fuggirsene via, lasciando però lo zoccolo nelle mani di Pulidamante;
2) bloccò nella sua corsa un auriga che procedeva a tutta briglia con la quadriga: afferrata la parte posteriore del carro con una mano, Pulidamante tenne fermi i cavalli e l’auriga insieme;
3) sul monte Olimpo, verso il fiume Peneo, Pulidamante, senz’essere equipaggiato di armi, uccise un leone grosso e possente. Alla fine fidando troppo nella propria forza morì schiacciato dal crollo della volta di una grotta che credeva di riuscire a sostenere con le proprie mani, ovviamente rimase schiacciato dall'enorme peso.

PURIFICAZIONE

περικάθαρσις, atto religioso per onorare gli Dei, per espiare i delitti o per allontanare una calamità. Prima del sacrificio il sacerdote immergeva un ramo d'alloro nell'acqua lustrale, e girando tre volte intorno a1l'assemblea, ne aspergeva i circostanti pronunziando alcune parole sacre. Un omicida non poteva purificare da sé del suo delitto, e ricorreva a un sacerdote che bagnandolo col sangue della vittima sacrificale, lo fregava con l'aglio, gli faceva portare al collo una filza di fichi, e non gli permetteva d'entrare nel tempio se non dopo una completa espiazione.